Archive pour mars, 2009

Origene: « Se rimanete fedeli alla mia parola… le verità vi farà liberi »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090401

Meditazione del giorno
Origene (circa 185-253), sacerdote e teologo
Discorsi sull’Esodo, n° 12, 4 ; SC 321, 369

« Se rimanete fedeli alla mia parola… le verità vi farà liberi »

«Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà» (2 Cor 3,17)… Come potremo trovare questa libertà, noi che siamo schiavi del mondo, schiavi del denaro, schiavi dei desideri della carne? Certo, mi sforzo di correggermi, giudico me stesso, condanno le mie colpe. I miei uditori esaminino per conto loro ciò che pensano nel loro cuore. Ma, lo dico fra parentesi, finché io sono legato da uno di questi attacchi, non sono ancora convertito al Signore, non sono giunto alla vera libertà, poiché tali affari, tali preoccupazioni sono ancora capaci di trattenermi…

Sta scritto, lo sappiamo: «Uno è schiavo di ciò che l’ha vinto» (2 Pt 2,19). Anche se non sono dominato dall’amore del denaro, anche se non sono legato dalle preoccupazioni dei beni e delle ricchezze, sono tuttavia avido di lodi e desideroso di gloria umana, quando tengo conto del volto che mi mostrano gli uomini e delle parole che dicono di me, quando mi preoccupo di sapere ciò che un tale pensa di me, come un tal’ altro mi stima, quando temo di non piacere all’uno e desidero piacere all’altro. Finché avrò queste preoccupazioni, ne sarò schiavo. Ma vorei fare sforzi per svincolarmi, provare a liberarmi dal giogo di questa vergognosa schiavitù e giungere a quella libertà di cui ci parla l’apostolo Paolo: «Siete stati chiamati alla libertà; non fatevi schiavi degli uomini» (Gal 5,13; 1 Cor 7,23). Ma chi mi procurerà questa liberazione? Chi mi libererà da questa vergognosa schiavitù, se non colui che ha detto: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero»… Serviamo quindi fedelmente, «amiamo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza il Signore nostro Dio» (Mc 12,30) per meritare di ricevere da Cristo Gesù nostro Signore il dono della libertà.

Sandro Magister: Una straordinaria lezione di liturgia dal vivo, scritta dal teologo che fu maestro di Joseph Ratzinger.

questo articolo non riguarda espressamente San Paolo, tuttavia, questo studio di Magister è veramente molto interessante ed approfondito e riflette il pensiero del papa, dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/49404

“Settimana Santa a Monreale”, autore Romano Guardini

Una straordinaria lezione di liturgia dal vivo, scritta dal teologo che fu maestro di Joseph Ratzinger. In una pagina per la prima volta tradotta dall’originale tedesco

di Sandro Magister

ROMA, 12 aprile 2006 – Mentre a Roma, nella basilica di San Pietro, Benedetto XVI celebra la sua prima settimana santa da papa, in un’altra antica e grandiosa basilica, quella di Monreale in Sicilia, i riti pasquali hanno una “guida” a lui idealmente molto vicina: quella di Romano Guardini, il teologo tedesco dal quale il giovane Joseph Ratzinger più imparò in tema di liturgia.

Guardini visitò la basilica di Monreale nel 1929 e ne raccontò nel suo “Viaggio in Sicilia”.

La visitò nei giorni della Settimana Santa: il giovedì durante la messa crismale e il sabato, durante la veglia che all’epoca si celebrava di mattina.

L’attuale arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, ha ripreso quel racconto di Guardini dall’originale tedesco, l’ha tradotto e l’ha riproposto ai fedeli all’interno di una lettera pastorale dal titolo “Amiamo la nostra Chiesa”. Come a far da guida alle celebrazioni liturgiche d’oggi.

In quella pagina, il grande teologo tedesco scrisse tutto il suo stupore per la bellezza della basilica di Monreale e lo splendore dei suoi mosaici.

Ma soprattutto scrisse d’essere stato colpito dai fedeli che assistevano al rito, dal loro “vivere-nello-sguardo”, dalla “compenetrazione” tra questo popolo e le figure dei mosaici, che da esso prendevano vita e movimento.

“Gli sembrò – nota l’arcivescovo Naro nella lettera pastorale – che quel popolo sperimentasse un modo esemplare di celebrare la liturgia: con la visione”.

La basilica di Monreale, capolavoro dell’arte normanna del XII secolo, ha le pareti interamente rivestite da mosaici a fondo d’oro con le storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, gli angeli e i santi, i profeti e gli apostoli, i vescovi e i re, e il Cristo “Pantocrator”, reggitore di tutto, che dall’abside avvolge con la sua luce, il suo sguardo, la sua potenza il popolo cristiano.

Ecco qui di seguito il racconto della visita di Guardini a Monreale tradotto dal suo “Reise nach Sizilien [Viaggio in Sicilia]”.

L’originale tedesco è in R. Guardini, “Spiegel und Gleichnis. Bilder und Gedanken [Specchio e parabola. Immagini e pensieri]”, Grünewald-Schöningh, Mainz-Paderbon, 1990, pp. 158-161.

“Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica…”

di Romano Guardini

Oggi ho visto qualcosa di grandioso: Monreale. Sono colmo di un senso di gratitudine per la sua esistenza. La giornata era piovosa. Quando ci arrivammo – era giovedì santo – la messa solenne era oltre la consacrazione. L’arcivescovo per la benedizione degli olii sacri stava seduto su un posto elevato sotto l’arco trionfale del coro. L’ampio spazio era affollato. Ovunque le persone stavano sedute sulle loro sedie, silenziose, e guardavano.

Che dovrei dire dello splendore di questo luogo? Dapprima lo sguardo del visitatore vede una basilica di proporzioni armoniose. Poi percepisce un movimento nella sua struttura, e questa si arricchisce di qualcosa di nuovo, un desiderio di trascendenza l’attraversa sino a trapassarla; ma tutto ciò procede fino a culminare in quella splendida luminosità.

Un breve istante storico, dunque. Non dura a lungo, gli subentra qualcosa di completamente Altro. Ma questo istante, pur breve, è di un’ineffabile bellezza.

Oro su tutte le pareti. Figure sopra figure, in tutte le volte e in tutte le arcate. Fuoriuscivano dallo sfondo aureo come da un cosmo. Dall’oro irrompevano ovunque colori che hanno in sé qualcosa di radioso.

Tuttavia la luce era attutita. L’oro dormiva, e tutti i colori dormivano. Si vedeva che c’erano e attendevano. E quali sarebbero se rifulgesse il loro splendore! Solo qui o là un bordo luccicava, e un’aura chiaroscura si spalmava sul mantello blu della figura del Cristo nell’abside.

Quando portarono gli olii sacri alla sagrestia, mentre la processione, accompagnata dall’insistente melodia dell’antico inno, si snodava attraverso quella folla di figure del duomo, questo si rianimò.

Le sue forme si mossero. Entrando in relazione con le persone che avanzavano con solennità, nello sfiorarsi delle vesti e dei colori alle pareti e nelle arcate, gli spazi si misero in movimento. Gli spazi vennero incontro alle orecchie tese in ascolto e agli occhi in contemplazione.

La folla stava seduta e guardava. Le donne portavano il velo. Nei loro vestiti e nei loro panni i colori aspettavano il sole per poter risplendere. I volti marcati degli uomini erano belli. Quasi nessuno leggeva. Tutti vivevano nello sguardo, tutti erano protesi a contemplare.

Allora mi divenne chiaro qual è il fondamento di una vera pietà liturgica: la capacità di cogliere il “santo” nell’immagine e nel suo dinamismo.

* * *

Monreale, sabato santo. Al nostro arrivo la cerimonia sacra era alla benedizione del cero pasquale. Subito dopo il diacono avanzò solennemente lungo la navata principale e portò il Lumen Christi.

L’Exsultet fu cantato davanti all’altare maggiore. Il vescovo stava seduto sul suo trono di pietra elevato alla destra dell’altare e ascoltava. Seguirono le letture tratte dai profeti, ed io vi ritrovai il significato sublime di quelle immagini musive.

Poi la benedizione dell’acqua battesimale in mezzo alla chiesa. Intorno al fonte stavano seduti tutti gli assistenti, al centro il vescovo, la gente stava attorno. Portarono dei bambini, si notava la fierezza commossa dei loro genitori, ed il vescovo li battezzò.

Tutto era così familiare. La condotta del popolo era allo stesso tempo disinvolta e devota, e quando uno parlava al vicino, non disturbava. In questo modo la sacra cerimonia continuò il suo corso. Si dislocava un po’ in tutta la grande chiesa: ora si svolgeva nel coro, ora nelle navate, ora sotto l’arco trionfale. L’ampiezza e la maestosità del luogo abbracciarono ogni movimento e ogni figura, li fecero reciprocamente compenetrare sino ad unirsi.

Di tanto in tanto un raggio di sole penetrava nella volta, e allora un sorriso aureo pervadeva lo spazio in alto. E ovunque su un vestito o un velo ci fosse un colore in attesa, esso era richiamato dall’oro che riempiva ogni angolo, veniva condotto alla sua vera forza e assunto in una trama armoniosa che colmava il cuore di felicità.

La cosa più bella però era il popolo. Le donne con i loro fazzoletti, gli uomini con i loro mantelli sulle spalle. Ovunque volti marcati e un comportamento sereno. Quasi nessuno che leggeva, quasi nessuno chino a pregare da solo. Tutti guardavano.

La sacra cerimonia si protrasse per più di quattro ore, eppure sempre ci fu una viva partecipazione. Ci sono modi diversi di partecipazione orante. L’uno si realizza ascoltando, parlando, gesticolando. L’altro invece si svolge guardando. Il primo è buono, e noi del Nord Europa non ne conosciamo altro. Ma abbiamo perso qualcosa che a Monreale ancora c’era: la capacità di vivere-nello-sguardo, di stare nella visione, di accogliere il sacro dalla forma e dall’evento, contemplando.

Me ne stavo per andare, quando improvvisamente scorsi tutti quegli occhi rivolti a me. Quasi spaventato distolsi lo sguardo, come se provassi pudore a scrutare in quegli occhi ch’erano già stati dischiusi sull’altare .

__________

La lettera pastorale dell’arcivescovo di Monreale, Cataldo Naro, che include il brano di Romano Guardini sopra riportato:

> “Amiamo la nostra Chiesa”

E la home page del sito dell’arcidiocesi:

> Arcidiocesi di Monreale

__________

Il legame tra Benedetto XVI e Romano Guardini è evidentissimo fin nel titolo del libro “Introduzione allo spirito della liturgia” pubblicato dall’attuale papa nel 1999.

La prefazione del libro così comincia:

“Una delle mie prime letture dopo l’inizio degli studi teologici, al principio del 1946, fu l’opera prima di Romano Guardini ‘Lo spirito della liturgia’, un piccolo libro pubblicato nella Pasqua del 1918. Quest’opera contribuì in maniera decisiva a far sì che la liturgia, con la sua bellezza, la sua ricchezza nascosta e la sua grandezza che travalica il tempo, venisse nuovamente riscoperta come centro vitale della Chiesa e della vita cristiana. [...] Questo mio libro vorrebbe proprio rappresentare un contributo a tale rinnovata comprensione”.

Lo scorso giovedì 6 aprile, rispondendo in piazza San Pietro alla domanda di un giovane sulla sua vocazione, Benedetto XVI è tornato a sottolineare che essa sbocciò e fiorì, quand’era ragazzo, proprio con la “scoperta della bellezza della liturgia”. Perchè “realmente nella liturgia la bellezza divina ci appare e si apre il cielo”.

CHI MANGIA INDEGNAMENTE IL CORPO DEL SIGNORE

i PDF cerco di trascriverli, ma alcuni hanno delle citazioni in greco difficilmente traslitterabili e altri degli schemi, anche questi di difficile sistemazione su di una pagina word, così ho creato una categoria PDF su cui metterli e naturalmente metto la categoria del tema, PDF dal sito:

http://198.62.75.1/www1/ofm/sbf/Books/LA46/46063LDC.pdf

CHI MANGIA INDEGNAMENTE IL CORPO DEL SIGNORE (1Cor 11, 27)

L.D. Chrupcala

Così è iniziata la Settimana Santa

dal sito:

http://www.zenit.org/article-3229?l=italian

Così è iniziata la Settimana Santa

ZENIT intervista padre Juan Javier Flores Arcas, osb

CITTÀ DEL VATICANO, giovedì, 6 aprile 2006 (ZENIT.org).- A che epoca risale la celebrazione della Settimana Santa? A questa e altre domande risponde, in questa intervista rilasciata a ZENIT, padre Juan Javier Flores Arcas, benedettino spagnolo presidente del Pontificio Istituto Liturgico di Roma.

La Settimana Santa viene celebrata come la conosciamo oggi sin dagli inizi del Cristianesimo?

P. Flores: Il nucleo originale più antico della Settimana Santa è la Veglia pasquale, di cui troviamo traccia già nel II secolo dell’era cristiana. È sempre stata una notte di veglia in ricordo e in attesa della resurrezione di Gesù Cristo.

Ad essa si è aggiunta presto la celebrazione dei sacramenti dell’iniziazione cristiana – battesimo, cresima e eucaristia –, ed è così diventata la grande notte sacramentale della Chiesa.

Successivamente la Veglia pasquale si è evoluta, estendendosi nel tempo, per trasformarsi nel triduo della passione, morte e resurrezione del Signore, di cui parla già Sant’Agostino descrivendola come una celebrazione molto diffusa.

Il triduo ha aggiunto alla già esistente Veglia altri momenti importanti della celebrazione e in particolare la memoria della morte del Signore il Venerdì Santo e il Giovedì Santo.

Il Giovedì contemplava peraltro niente meno che tre celebrazioni eucaristiche nettamente distinte tra loro. Secondo le fonti delle diverse liturgie, si celebrava una Messa per la riconciliazione dei peccatori, una Messa crismale e, nel pomeriggio, una Messa in ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia.

Nella liturgia attuale, il Triduo pasquale inizia nel pomeriggio del Giovedì Santo con la Messa nella Cena del Signore, che si aggiunge al primo giorno del Triduo che è in effetti il Venerdì Santo della Passione del Signore. Il secondo giorno è il Sabato Santo della sepoltura del Signore: un giorno di silenzio, digiuno e di attesa. Non si celebra l’Eucaristia in quel giorno in segno di attesa.

La Chiesa si ferma davanti al Sepolcro del Signore deposto dalla croce e attende la sua Resurrezione. Con la Veglia pasquale, nella notte del Sabato Santo, inizia il terzo giorno del Triduo pasquale: la Domenica della Resurrezione del Signore.

Perché si dice che la Pasqua è il giorno più importante dell’anno?

P. Flores: La Domenica di Resurrezione è il giorno più importante dell’anno liturgico. Al centro vi è proprio la Veglia pasquale, dalla notte del Sabato Santo alla Domenica di Resurrezione, la quale appartiene integralmente alla Domenica.

È la celebrazione più importante dell’anno, centro di ogni ciclo liturgico. È la grande notte sacramentale della Chiesa.

Lo è stata per secoli e, grazie alla riforma liturgica promossa dal Concilio Vaticano II, è tornata ad esserlo. I cristiani rinnovano le loro promesse battesimali, mentre contemplano i nuovi cristiani che si incorporano alla Chiesa. Costituisce l’origine di ogni celebrazione liturgica e in essa culmina tutta la liturgia.

Per questo, l’importanza che era stata data, nel corso degli ultimi secoli, al Giovedì Santo è stata ora trasferita alla Veglia pasquale, grazie al recente rinnovo dei libri liturgici, e ciò si ripercuote anche sul modo di celebrare.

La Messa crismale deve aver luogo il Giovedì Santo o può variare?

P. Flores: La Messa del Crisma è antichissima in tutta la Chiesa. In essa, il Vescovo consacra i tre oli che sono necessari per l’amministrazione dei sacramenti: il santo Crisma, l’olio dei catecumeni e l’olio degli infermi. Le fonti liturgiche ci parlano della sua importanza e antichità.

A Roma ha acquisito un’importanza speciale e si è arricchita di simbologia. Oggi, ogni Vescovo nella sua chiesa cattedrale benedice e consacra i tre tipi di oli nel corso della mattina del Giovedì Santo – luogo e momento tradizionali nella liturgia romana già dal secolo V-VI – oppure in un altro giorno non lontano, secondo la convenienza pastorale.

Nella liturgia successiva al Concilio Vaticano II si è aggiunto alla Messa crismale un rito significativo: il rinnovo delle promesse sacerdotali. Tuttavia, è molto importante che al centro della celebrazione rimanga la consacrazione dei tre oli che servono per l’amministrazione dei sacramenti e non il rinnovo delle promesse sacerdotali.

Come nasce l’adorazione della Croce il Venerdì Santo?

P. Flores: L’adorazione della Croce era un rito peculiare della Chiesa di Gerusalemme, poiché tra le sue reliquie più preziose vi è la croce sulla quale Cristo è stato crocifisso. Il Venerdì Santo si svolgeva una cermonia molto popolare e sentita: l’adorazione della Croce. I racconti del IV secolo sono profondamente toccanti. San Cirillo di Gerusalemme ce li narra con profusione di dettagli.

Ad un certo momento, questo rito arriva a Roma, che da parte sua celebrava la Passione del Signore con la lettura del Vangelo secondo San Giovanni e le note Orazioni solenni del Venerdì Santo.

A queste si aggiunge quindi l’adorazione della Croce che è stata mantenuta fino ad oggi, ma che non costituisce il rito più importante del Venerdì Santo. L’azione liturgica continua ad essere incentrata sulla Liturgia della Parola, il cui momento culminante è la lettura della Passione del Signore, racconto, memoriale e attualizzazione della redenzione, in cui la celebrazione acquista tutta la sua forza.

Publié dans:LITURGIA, LITURGIA STUDI |on 30 mars, 2009 |Pas de commentaires »

Sant’Ambrogio : Il sole di giustizia : la Legge nuova nel Tempio nuovo

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090330

Meditazione del giorno
Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Lettere, 26, 11-20 ; PL 16, 1088-1090  

Il sole di giustizia : la Legge nuova nel Tempio nuovo

Gli scribi e i farisei avevano condotto al Signore Gesù un’adultera con questo tranello : se l’avesse assolta sarebbe sembrato non tenere in nessun conto la Legge ; se invece l’avesse condannata, avrebbe tradito la sua missione, essendo venuto per rimettere i peccati di tutti…

Mentre essi parlavano, Gesù chinò il capo e si mise a scrivere in terra col dito. E poiché aspettavano la sua risposta, alzando il capo disse : « Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei ». Quale cosa è più divina di questa sentenza, che cioè punisca i peccati solo colui che è senza peccato ? Come potrestri sopportare che punisse i peccati degli altri chi difende i propri ? Non si condanna da sé colui che condanna in altri ciò che egli stesso commette ?

Questo disse Cristo, e intanto scriveva in terra. Che cosa ? Forse così : « Tu osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio » (Lc 6, 41). Scriveva in terra con quel dito con cui aveva scritto la Legge (Es 31, 18). I peccatori « saranno scritti nella polvere » (Ger 7, 13), i giusti in cielo, come disse ai discepoli : « Rallegratevi, perché i vostri nomi sono scritti nei cieli » (Lc 10, 20).

Udita quella parola, andarono via uno dopo l’altro « cominciando dai più anziani », … È ben detto che uscirono fuori coloro che non volevano essere con Cristo : fuori c’è la lettera, dentro i misteri. Coloro che vivevano all’ombra della Legge senza poter vedere il sole di giustizia (Ml 3, 20), nelle sacre letture andavano dietro a cose paragonabili più alle foglie degli alberi che al frutto.

San Cirillo Alessandrino: « Se il chicco di grano muore, produce molto frutto »

dal sito:

http://www.levangileauquotidien.org/main.php?language=IT&module=commentary&localdate=20090329

Meditazione del giorno
San Cirillo Alessandrino (380-444), vescovo, dottore della Chiesa
Commento sul Libro dei Numeri, 2 ; PG 69, 619

« Se il chicco di grano muore, produce molto frutto »

Cristo fu la primizia della nuova creazione… Infatti risuscitò sgominando la morte; anzi ascese al Padre, come dono offerto quale primizia dell’umana natura, rinnovata nella incorruttibilità… Così possiamo anche consideralo come un manipolo di frumento come quelli che il Signore domandava a Israele di offrirgli nel Tempio (Lv 23,9).

Il genere umano può essere paragonato al grano nel campo: nascendo dalla terra, in attesa della sua conveniente crescita, è strappato via via dalla morte lungo il corso del tempo. Così disse Cristo stesso ai suoi discepoli: «Non dite voi: ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna» (Gv 4,35-36). Cristo, nascendo dalla santa Vergine, è sorto in mezzo a noi come una spiga di frumento. Egli stesso anzi, si definisce come un grano di frumento: «In verità vi Dio: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore produce molto frutto». Perciò egli si è fatto davanti al Padre come qualcosa di consacrato e immolato per noi, simile a un manipolo di spighe, primizia della terra. Un’unica spiga, ma considerata non sola bensì unita a tutti noi che, come un manipolo formato da molte spighe, siamo un solo fascio.

Cristo Gesù infatti è uno solo, ma può essere considerato, ed è realmente, come un manipolo compatto di spighe, in quanto contiene in sé tutti i credenti, in una mirabile unità spirituale; altrimenti perché il beato Paolo avrebbe scritto: «Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli» (Ef 2,6)? Essendo egli uno di noi, siamo diventati concorporei con lui e mediante la sua carne abbiamo ottenuto l’unione con lui. Per questo, egli stesso, in un altro punto rivolge a Dio Padre queste parole: «Come tu Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola» (Gv 17,21). Il Signore è dunque la primizia dell’umanità destinata ad essere riportata nel granaio del cielo.

un’altra bella omelia per domani, V domenica di quaresima

ho trovato, per l’altro mio Blog italiano: « In cammino verso Gesù Cristo » questa omelia, poiché mi è piaciuta, mi sembra bella, la propongo anche su questo Blog, dal sito:

http://www.scourmont.be/homilies/1999-2000/b-lent-5-2000-ita.htm

9 aprile 2000 –Vª domenica di Quaresima « B »
Jr 31,31-34; He 5,7-9; Jn 12,20-33


O M E L I A
           

Il testo di Geremia che abbiamo ascoltato nella prima lettura della Messa è uno dei più belli della Bibbia sulla conversione.  Prima di tutto egli la descrive non come un semplice cambiamento di comportamento, o come la sostituzione di un “ego” con un altro “ego”, ma come un cambiamento profondo del cuore. E per questo cambiamento del cuore bisogna intendere non soltanto un cuore più puro, un cuore che desidera cose migliori, bensì un cuore che sia tanto profondamente impregnato dello Spirito di Dio da desiderare spontaneamente tutto ciò che Dio stesso desidera. “ Porrò la mia Legge  nel più profondo del loro animo; la scriverò nel loro cuore… Essi non avranno più bisogno di istruirsi reciprocamente…Tutti infatti mi conosceranno, dai più piccoli ai più grandi.”

Si tratta di una obbedienza “radicale” a Dio. Radicale, perché radicale è l’obbedienza che parte dalla radice (radix)  stessa del nostro essere.

Ma come Dio realizza questo cambiamento?  Come ci insegna la sua legge? Come impariamo noi l’obbedienza? – Non vi è altra via che quella che Cristo ci ha insegnato, quella che lui stesso ha utilizzato.

La Lettera agli Ebrei ci parla delle sue preghiere “con forti grida e lacrime”, aggiungendo che “imparò…l’obbedienza  dalle cose che patì”. Non abbiamo fatto tutti l’esperienza che le cose più importanti della vita si apprendono dalla sofferenza molto più che da una vita di studio? Il testo aggiunge anche che il Cristo è divenuto una fonte di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono. Noi siamo dunque chiamati a obbedirgli, come egli stesso ha obbedito al Padre, con la stessa obbedienza radicale, cioè mediante la consegna radicale di tutto il nostro essere nelle sue mani. E come possiamo noi apprendere l’obbedienza, se non come lo ha fatto lui stesso, cioè  attraverso la sofferenza?

Per questo ci dice nel Vangelo: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;  se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde; e chi la perde in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.”

Qual è il senso di questa piccola frase enigmatica che ritroviamo un certo numero di volte nel Vangelo (sotto forme leggermente differenti): “chi ama la sua vita la perde; chi perde la sua vita in questo mondo la salva per la vita eterna?” Salvare la propria vita significa tenere ad essa,  aggrapparvisi per paura della morte: perdere la vita vuol dire: mollare la presa, distaccarsi, accettare di morire. Il paradosso è che colui che teme la morte è già morto, mentre colui che non ha più paura della morte, ha già cominciato a vivere in pienezza. Ma perché mai qualcuno dovrebbe essere pronto a soffrire e a morire? Forse questo ha un senso? La parola-chiave qui è “compassione” (soffrire con). La cosa che Gesù voleva assolutamente eliminare era la sofferenza e la morte: la sofferenza del povero e dell’oppresso, la sofferenza dell’ammalato, la sofferenza e la morte di tutte le vittime dell’ingiustizia.  Il solo modo di distruggere la sofferenza è  di rinunciare a tutti i valori di questo mondo e di soffrirne le conseguenze. Solo l’accettazione della sofferenza può vincere nel mondo la sofferenza. La compassione può distruggere la sofferenza soffrendo con coloro che soffrono e al posto loro. Una simpatia per il povero che non fosse pronta a condividere le sue sofferenze, sarebbe una sterile emozione. Non si può avere parte alle benedizioni dei poveri, senza essere pronti a condividere le loro sofferenze. Si può dire la stessa cosa della morte.

E’ precisamente questo che Gesù ha fatto per noi. E’ ciò di cui faremo memoria nelle prossime settimane. Attingiamo nell’Eucaristia la forza di seguire i suoi passi. 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)

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