Archive pour novembre, 2016

Saint Andrew, the first called

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Publié dans:immagini sacre |on 30 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

“GESÙ CRISTO È SIGNORE!” “OGNI LINGUA LO PROCLAMI!” (FIL 2,11)

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“GESÙ CRISTO È SIGNORE!” “OGNI LINGUA LO PROCLAMI!” (FIL 2,11)

Omelia del Vescovo per la Messa nel giorno di Pasqua

Tutto il cristianesimo in una sola parola: si può? Sì, si può! Eccola, nella lingua greca in cui quella parola fece il giro del mondo: eghèrthe. Letteralmente significa: “è stato ridestato” (sott.: “dalla morte”), cioè “è risorto”. Non è una formula impersonale: ha un soggetto, Gesù di Nazaret. A lui si riferisce l’evento insuperabile della risurrezione, e quindi nella sostanza è lui il “cuore” pulsante del messaggio cristiano. L’evento è avvenuto presumibilmente nella notte tra l’8 e il 9 aprile dell’anno 30 dell’era cristiana. Pertanto al centro del messaggio cristiano c’è l’annuncio non di un valore asettico e distante, per quanto nobile e pregevole, ma di un avvenimento: nientedimeno che una risurrezione! Ma poiché tale avvenimento è tutto relativo alla persona di Gesù di Nazaret – persona unica, singolare, irripetibile – allora tutto il cristianesimo si concentra nell’annuncio non di una fredda formula filosofica o di una complicata categoria teologica, ma del nome stesso di Gesù. Questa è la scintilla da cui è sprizzato il grande fuoco che ha incendiato e continua ad illuminare e a riscaldare il mondo intero.1. A seguito e in virtù della sua risurrezione, il titolo più tipico e più comune che la prima comunità cristiana ha attribuito al Crocifisso-Risorto è Signore. Questo titolo esprime la chiara ed esplicita consapevolezza della diretta connessione con la nuova condizione di “risorto” del figlio di Maria, al quale “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28,18). Tale connessione è apertamente dichiarata nella formula di fede, riportata nella Lettera ai Romani, quale era proposta ai neofiti:

“Se confesserai con la tua bocca che Gesù è Signore,
e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti,
sarai salvo” (Rm 10,9).

Per capire bene che cosa significhi questo titolo di “Signore”, dobbiamo ricordare che quando Mosè davanti al roveto ardente domandò a Dio quale fosse il suo nome, Dio rispose : “Io-Sono è il mio nome”. Un nome che però i nostri fratelli maggiori, gli ebrei, ancora oggi ritengono indicibile e impronunciabile, e che sostituiscono immancabilmente con Adonai, in greco Kyrios, in italiano Signore. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo scrive che “Cristo si è fatto obbediente fino alla morte, e a una morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome”. L’Apostolo si astiene anche lui dal pronunciare il santo Nome di Dio: lo sostituisce con il greco Kyrios, e aggiunge: “Ogni ginocchio si pieghi in cielo, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: ‘Gesù Cristo è Signore!‘, a gloria di Dio Padre” (Fil 2,6-11). Ma ciò che san Paolo intende con il titolo di “Signore” è precisamente quel santo Nome che proclama l’Essere divino. Il Padre ha dato a Cristo – anche come uomo – lo stesso suo Nome e il suo stesso potere (cfr Mt 28,18): questa è la verità inaudita racchiusa nella proclamazione: “Gesù Cristo è Signore!”. Il Risorto è “Colui che è e che c’è“, il Vivente. Pertanto l’itinerario del “cuore” del messaggio evangelico o kerygma si può scolpire con tre frasi lapidarie: “Gesù Cristo, il Crocifisso, è morto! Gesù, il Crocifisso morto, è risorto! Gesù Cristo, il Risorto da morte, è il Signore!”. Sono tre passaggi sinteticamente formulati da Pietro, al termine del suo primo discorso missionario, tenuto il giorno di Pentecoste, a Gerusalemme, di fronte a una folla di circa tremila persone: “Quel Gesù che voi avete crocifisso, Dio lo ha costituito Signore e Cristo” (At 2,36).
Apparentemente, per noi cristiani, nulla è più familiare del titolo di “Signore” attribuito a Gesù. Quel titolo è diventato un elemento fisso, immancabilmente abbinato al nome stesso con cui invochiamo Cristo al termine di ogni preghiera liturgica. Ma un conto è dire: “il nostro Signore Gesù Cristo”, e un altro dire: “Gesù Cristo è il nostro Signore!”. Per secoli, fino a qualche decennio fa, la proclamazione stessa – “Gesù Cristo è Signore! – che chiude l’inno della Lettera ai Filippesi, era rimasta come sepolta sotto la cenere di una errata traduzione. La Volgata, infatti, traduceva: “Ogni lingua proclami che il Signore Nostro Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre”, mentre – come ora sappiamo – il senso non è che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre, ma che “Gesù è il Signore”, e questo lo proclamiamo “a gloria di Dio Padre!”.
2. A questo punto non vorrei dare neanche la benché minima impressione che tutto questo intreccio di pensieri e tutti questi giri di parole siano questioni sofisticate, strettamente riservate a studiosi della Bibbia o a specialisti della liturgia. O che, peggio ancora, la cosa riguardi solo Gesù come Signore, e non interessi per nulla la storia dell’umanità e non ‘intrighi’ affatto la nostra povera esistenza. Vorrei allora accennare brevemente alla “ricaduta” storica ed esistenziale, ossia alla valenza oggettiva e soggettiva che il grido contenente la professione di fede – “Gesù è il Signore!” – riscontra nella storia e nella vita.
Con l’incredibile sorpresa della risurrezione di Cristo e per il fatto che ormai “c’è un solo Signore nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone” (Ef 6,9), la storia umana – è la valenza oggettiva – ha imboccato il rettilineo che ha condotto all’abolizione di ogni discriminazione razziale, sociale, sessuale. Tutti i battezzati in Cristo formano un’unica famiglia, in cui – afferma radicalmente san Paolo – “non c’è (più) né Giudeo né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina” (Gal 3,28). Di qui è nato e si è sviluppato, lentamente ma inesorabilmente, il cambiamento di prospettiva che ha portato, dentro la civiltà cristiana, all’abolizione irreversibile della schiavitù. Rifiutare la signoria di Cristo significa inequivocabilmente ricadere sia nell’assoggettamento ad altre signorie e dispotiche tirannie, che all’asservimento ad eventuali nuovi “padroni di uomini”, o ad ideologie disumane e aberranti. Diceva bene, al riguardo, s. Ambrogio: “Quanti padroni finisce con l’avere, chi rifugge dall’unico Signore!”.
Ma la signoria – mai tirannica, ma sempre salvifica e liberante – di Gesù, il Crocifisso-Risorto, ha anche un imprescindibile valenza soggettiva. In effetti riconoscere che Gesù è il Signore significa sottomettersi alla sua signoria ed entrare liberamente nella sfera del suo dominio. E’ come dire: Gesù Cristo è il mio Signore. E’ lui, e solo e sempre lui, il senso e lo scopo della mia povera vita. Pertanto credere che Gesù è il Signore, non significa ritenere che lui sia il Signore di tutti e di nessuno. Significa piuttosto vivere per lui, non più “per me stesso”. Leggiamo nella Lettera ai Romani: “Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore” (Rm14,7-8). Oramai la contrapposizione più inconciliabile e stridente non è più tra il vivere e il morire, ma è tra il vivere “per il Signore” e il vivere “per se stessi”. “Vivere per se stessi è il nuovo nome della morte” (Cantalamessa).
Al termine del triduo pasquale, in cui l’inno cristologico di san Paolo ai Filippesi (2,6-11) ha fatto da filo conduttore delle omelie e delle catechesi sviluppate nelle liturgie del giovedì e del venerdì santo, permettetemi di proclamare per intero quell’inno, mentre a conclusione, vi invito a levarvi tutti in piedi per dare l’assenso della vostra fede e gridare forte il vostro Amen.

- Rimini, Basilica Cattedrale, 5 aprile 2015 -

+ Francesco Lambiasi

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 30 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

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Publié dans:immagini sacre |on 28 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

PADRE CANTALAMESSA PRESENTA L’APOSTOLO COME GUIDA PER L’AVVENTO

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PADRE CANTALAMESSA PRESENTA L’APOSTOLO COME GUIDA PER L’AVVENTO

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia, ha iniziato questo venerdì le sue prediche sull’Avvento di fronte a Benedetto XVI e ai membri della Curia Romana con una riflessione sul rapporto di San Paolo con Cristo, come modello per i cristiani.
Nella sua prima predica nella Cappella « Redemptoris Mater », al cui contenuto ZENIT ha avuto accesso, il predicatore riflette sull’evento sulla via di Damasco, che definisce « l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo ». Secondo il cappuccino, l’Anno Paolino rischia « di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo ». Questo, ha aggiunto, « è successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo ».
« Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’Apostolo Paolo », ha affermato. L’obiettivo dell’Apostolo nei suoi scritti, spiega, è quello di « portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo ».
« L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno ‘più grande di lui’, di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo », aggiunge. L’incontro personale di Paolo con Cristo sulla via di Damasco ha rappresentato per l’Apostolo un’identificazione: « egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero ». Questo incontro, segnala padre Cantalamessa meditando sulla Lettera ai Filippesi, che chiama « le confessioni di S. Paolo », « ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi ». « Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare ‘mio’, non ‘nostro’ Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: ‘Saulo, Saulo!’ ‘Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù!’. Una ‘rivelazione’, la definisce lui. Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo ».
PAOLO, MODELLO DI VERA CONVERSIONE EVANGELICA
Prima predica d’Avvento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap.
CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 5 dicembre 2008 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la prima predica d’Avvento pronunciata alla presenza di Benedetto XVI da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia. Nel cuore dell’anno paolino, padre Cantalamessa ha proposto una riflessione sul posto che occupa Cristo nel pensiero e nella vita dell’Apostolo, in vista di un rinnovato sforzo per mettere la persona di Cristo al centro della teologia della Chiesa e della vita spirituale dei credenti. * * *
« QUELLO CHE POTEVA ESSERE UN GUADAGNO L’HO CONSIDERATO UNA PERDITA A MOTIVO DI CRISTO »
L’anno paolino è una grazia grande per la Chiesa, ma presenta anche un pericolo: quello di fermarsi a Paolo, alla sua personalità, la sua dottrina, senza fare il passo successivo da lui a Cristo. Il Santo Padre ha messo in guardia contro questo rischio nell’omelia stessa in cui ha indetto l’anno paolino e nell’udienza generale del 2 Luglio scorso ribadiva: « È questo il fine dell’anno Paolino: imparare da san Paolo, imparare la fede, imparare il Cristo ».
È successo tante volte nel passato, fino a dar luogo all’assurda tesi secondo cui Paolo, non Cristo, sarebbe il vero fondatore del cristianesimo. Gesù Cristo sarebbe stato per Paolo quello che Socrate era stato per Platone: un pretesto, un nome, sotto il quale mettere il proprio pensiero.
L’Apostolo, come prima di lui Giovanni Battista, è un indice puntato verso uno « più grande di lui », di cui egli non si ritiene degno nemmeno di essere apostolo. Quella tesi è il travisamento più completo e l’offesa più grave che si possa fare all’apostolo Paolo. Se tornasse in vita, egli reagirebbe a quella tesi con la stessa veemenza con cui reagì di fronte a un analogo fraintendimento dei corinzi: « Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? » (1 Cor 1,13).
Un altro ostacolo da superare, anche per noi credenti, è quello di fermarci alla dottrina di Paolo su Cristo, senza lasciarci contagiare dal suo amore e dal suo fuoco per lui. Paolo non vuole essere per noi solo un sole d’inverno che illumina ma non riscalda. L’intento evidente delle sue lettere è di portare i lettori non solo alla conoscenza, ma anche all’amore e alla passione per Cristo.
A questo scopo vorrebbero contribuire le tre meditazioni di Avvento di quest’anno, a partire da questa di oggi in cui rifletteremo sulla conversione di Paolo, l’avvenimento che, dopo la morte e risurrezione di Cristo, ha maggiormente influito sul futuro del cristianesimo.
1. La conversione di Paolo vista da dentro
La migliore spiegazione della conversione di san Paolo è quella che da lui stesso quando parla del battesimo cristiano come di un essere « battezzati nella morte di Cristo » « sepolti insieme con lui » per risorgere con lui e « camminare in una vita nuova » (cf. Rom 6, 3-4). Egli ha rivissuto in sé il mistero pasquale di Cristo, intorno a cui ruoterà in seguito tutto il suo pensiero. Ci sono delle analogie anche esterne impressionanti. Gesù rimase tre giorni nel sepolcro; per tre giorni Saulo visse come un morto: non poteva vedere, stare in piedi, magiare, poi al momento del battesimo i suoi occhi si riaprirono, poté mangiare e riprendere le forze, tornò in vita (cf. Atti 9,18).
Subito dopo il suo battesimo, Gesù si ritirò nel deserto e anche Paolo, dopo essere stato battezzato da Anania, si ritirò nel deserto di Arabia, cioè nel deserto intorno a Damasco. Gli esegeti calcolano che tra l’evento sulla via di Damasco e l’inizio della sua attività pubblica nella Chiesa ci sono una decina d’anni di silenzio nella vita di Paolo. Gli ebrei lo cercavano a morte, i cristiani non si fidavano ancora e avevano paura di lui. La sua conversione ricorda quella del cardinal Newman che gli ex fratelli di fede anglicani consideravano un transfuga e i cattolici guardavano con sospetto per le sue idee nuove e ardite.
L’Apostolo ha fatto un lungo noviziato; la sua conversione non è durata pochi minuti. Ed è in questa sua kenosi, in questo tempo di svuotamento e di silenzio che ha accumulato quella energia dirompente e quella luce che un giorno riverserà sul mondo.
Della conversione di Paolo abbiamo due diverse descrizioni: una che descrive l’evento, per così dire, dall’esterno, in chiave storica e un’altra che descrive l’evento dall’interno, in chiave psicologica o autobiografica. Il primo tipo è quello che troviamo nelle tre diverse relazioni che si leggono negli Atti degli apostoli. Ad esso appartengono anche alcuni accenni che Paolo stesso fa dell’evento, spiegando come da persecutore divenne apostolo di Cristo (cf. Gal 1, 13-24).
Al secondo tipo appartiene il capitolo 3 della Lettera ai Filippesi, in cui l’Apostolo descrive quello che ha significato per lui, soggettivamente, l’incontro con Cristo, quello che era prima e quello che è diventato in seguito; in altre parole, in che è consistito, esistenzialmente e religiosamente, il cambiamento intervenuto nella sua vita. Noi ci concentriamo su questo testo che, per analogia con l’opera agostiniana, potremmo definire « le confessioni di S. Paolo ».
In ogni cambiamento c’è un terminus a quo e un terminus ad quem, un punto di partenza e un punto di arrivo. L’Apostolo descrive anzitutto il punto di partenza, quello che era prima:
« Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge » (Fil 3, 4-6).
Ci si può facilmente sbagliare nel leggere questa descrizione: questi non erano titoli negativi, ma i massimi titoli di santità del tempo. Con essi si sarebbe potuto aprire subito il processo di canonizzazione di Paolo, se fosse esistito a quel tempo. È come dire di uno oggi: battezzato l’ottavo giorno, appartenente alla struttura per eccellenza della salvezza, la chiesa cattolica, membro dell’ordine religioso più austero della Chiesa (questo erano i farisei!), osservantissimo della Regola… ».
Invece c’è nel testo un punto a capo che divide in due la pagina e la vita di Paolo. Si riparte da un « ma » avversativo che crea un contrasto totale:
« Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo » (Fil 3, 7-8).
Tre volte ricorre il nome di Cristo in questo breve testo. L’incontro con lui ha diviso la sua vita in due, ha creato un prima e poi. Un incontro personalissimo (è l’unico testo dove l’apostolo usa il singolare « mio », non « nostro » Signore) e un incontro esistenziale più che mentale. Nessuno mai potrà conoscere a fondo cosa avvenne in quel breve dialogo: « Saulo, Saulo! » « Chi sei tu, Signore? Io sono Gesù! ». Una « rivelazione », la definisce lui (Gal 1, 15-16). Fu una specie di fusione a fuoco, un lampo di luce che ancora oggi, a distanza di duemila anni, rischiara il mondo.
2. Un cambiamento di mente
Proviamo ad analizzare il contenuto dell’evento. È stato anzitutto un cambiamento di mente, di pensiero, letteralmente una metanoia. Paolo aveva fino allora creduto di potersi salvare ed essere giusto davanti a Dio mediante l’osservanza scrupolosa della legge e delle tradizioni dei padri. Ora capisce che la salvezza si ottiene in altro modo. Voglio essere trovato, dice, « non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede » (Fil 3, 8-9). Gesù gli ha fatto sperimentare su di sé quello che un giorno avrebbe dovuto proclamare a tutta la Chiesa: la giustificazione per grazia mediante la fede (cf. Gal 2,15-16; Rom 3, 21 ss.).
Leggendo il capitolo terzo della Lettera ai Filippesi a me viene in mente un’immagine: un uomo cammina di notte in un fitto bosco al fioco lume di una candela, facendo attenzione a che non si spenga; camminando, camminando viene l’alba, sorge il sole, il fioco lume di candela impallidisce, finché non gli serve più e lo getta via. Il lucignolo fumigante era la sua propria giustizia. Un giorno, nella vita di Paolo, è spuntato il sole di giustizia, Cristo Signore, e da quel momento non ha voluto altra luce che la sua.
Non si tratta di un punto accanto ad altri, ma del cuore del messaggio cristiano; lui lo definirà il « suo vangelo », al punto di dichiarare anatema chi osasse predicare un vangelo diverso, fosse pure un angelo o lui stesso (cf. Gal 1, 8-9). Perché tanta insistenza? Perché in ciò consiste la novità cristiana, quello che la distingue da ogni altra religione o filosofia religiosa. Ogni proposta religiosa comincia dicendo agli uomini quello che devono fare per salvarsi o ottenere la « Illuminazione ». Il cristianesimo non comincia dicendo agli uomini quello che devono fare, ma quello che Dio ha fatto per loro in Cristo Gesù. Il cristianesimo è la religione della grazia.
C’è posto – e come – per i doveri e l’osservanza dei comandamenti, ma dopo, come risposta alla grazia, non come sua causa o suo prezzo. Non ci si salva per le buone opere, anche se non ci si salva senza le buone opere. È una rivoluzione di cui, a distanza di duemila anni, ancora stentiamo a prendere coscienza. Le polemiche teologiche sulla giustificazione mediante la fede dalla Riforma in poi l’hanno spesso ostacolata più che favorita perché hanno mantenuto il problema a livello teorico, di tesi di scuole contrapposte, anziché aiutare i credenti a farne esperienza nella loro vita.
3. « Convertitevi e credete al vangelo »
Ma dobbiamo porci una domanda cruciale: chi è l’inventore di questo messaggio? Se esso fosse l’Apostolo Paolo, allora avrebbero ragione quelli che dicono che è lui, non Gesù, il fondatore del cristianesimo. Ma l’inventore non è lui; egli non fa che esprimere in termini elaborati e universali un messaggio che Gesù esprimeva con il suo tipico linguaggio, fatto di immagini e di parabole.
Gesù iniziò la sua predicazione dicendo: « Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo » (Mc 1, 15). Con queste parole egli insegnava già la giustificazione mediante la fede. Prima di lui, convertirsi significava sempre « tornare indietro » (come indica lo stesso termine ebraico shub); significava tornare all’alleanza violata, mediante una rinnovata osservanza della legge. « Convertitevi a me [...], tornate indietro dal vostro cammino perverso », diceva Dio nei profeti (Zc 1, 3-4; Ger 8, 4-5).
Convertirsi, conseguentemente, ha un significato principalmente ascetico, morale e penitenziale e si attua mutando condotta di vita. La conversione è vista come condizione per la salvezza; il senso è: convertitevi e sarete salvi; convertitevi e la salvezza verrà a voi. Questo è il significato predominante che la parola conversione ha sulle labbra stesse di Giovanni Battista (cf. Lc 3, 4-6). Ma sulla bocca di Gesù, questo significato morale passa in secondo piano (almeno all’inizio della sua predicazione), rispetto a un significato nuovo, finora sconosciuto. Anche in ciò si manifesta il salto epocale che si verifica tra la predicazione di Giovanni Battista e quella di Gesù.
Convertirsi non significa più tornare indietro, all’antica alleanza e all’osservanza della legge, ma significa fare un salto in avanti, entrare nella nuova alleanza, afferrare questo Regno che è apparso, entrarvi mediante la fede. « Convertitevi e credete » non significa due cose diverse e successive, ma la stessa azione: convertitevi, cioè credete; convertitevi credendo! « Prima conversio fit per fidem », dirà san Tommaso d’Aquino, la prima conversione consiste nel credere (1).
Dio ha preso, lui, l’iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l’uomo deve solo accogliere, nella fede, l’offerta di Dio e viverne, in seguito, le esigenze. È come di un re che apre la porta del suo palazzo, dove è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull’uscio, invita tutti i passanti a entrare, dicendo: « Venite, tutto è pronto! ». È l’appello che risuona in tutte le cosiddette parabole del Regno: l’ora tanto attesa è scoccata, prendete la decisione che salva, non lasciatevi sfuggire l’occasione!
L’Apostolo dice la stessa cosa con la dottrina della giustificazione mediante la fede. L’unica differenza è dovuta a ciò che è avvenuto, nel frattempo, tra la predicazione di Gesù e quella di Paolo: Cristo è stato rifiutato e messo a morte per i peccati degli uomini. La fede « nel Vangelo » (« credete al Vangelo »), ora si configura come fede « in Gesù Cristo », « nel suo sangue » (Rm 3, 25).
Quello che l’Apostolo esprime mediante l’avverbio « gratuitamente » (dorean) o « per grazia », Gesù lo diceva con l’immagine del ricevere il regno come un bambino, cioè come dono, senza accampare meriti, facendo leva solo sull’amore di Dio, come i bambini fanno leva sull’amore dei genitori.
Si discute da tempo tra gli esegeti se si debba continuare a parlare della conversione di san Paolo; alcuni preferiscono parlare di « chiamata », anziché di conversione. C’è chi vorrebbe che si abolisse addirittura la festa della conversione di S. Paolo, dal momento che conversione indica un distacco e un rinnegare qualcosa, mentre un ebreo che si converte, a differenza del pagano, non deve rinnegare nulla, non deve passare dagli idoli al culto del vero Dio (2).
A me pare che siamo davanti a falso problema. In primo luogo non c’è opposizione tra conversione e chiamata: la chiamata suppone la conversione, non la sostituisce, come la grazia non sostituisce la libertà. Ma soprattutto abbiamo visto che la conversione evangelica non è un rinnegare qualcosa, un tornare indietro, ma un accogliere qualcosa di nuovo, fare un balzo in avanti. A chi parlava Gesù quando diceva: « Convertitevi e credete al vangelo »? Non parlava forse a degli ebrei? A questa stessa conversione si riferisce l’Apostolo con le parole: « Quando ci sarà la conversione al Signore quel velo verrà rimosso » (2Cor 3,16).
La conversione di Paolo ci appare, in questa luce, come il modello stesso della vera conversione cristiana che consiste anzitutto nell’accettare Cristo, nel « rivolgersi » a lui mediante la fede. Essa è un trovare prima che un lasciare. Gesù non dice: un uomo vendette tutto che quello che aveva e si mise alla ricerca di un tesoro nascosto; dice: un uomo trovò un tesoro e per questo vendette tutto.
4. Un’esperienza vissuta
Nel documento di accordo tra la Chiesa cattolica e la Federazione mondiale della Chiese luterane sulla giustificazione mediante la fede, presentato solennemente nella Basilica di S. Pietro da Giovanni Paolo II e l’arcivescovo di Uppsala nel 1999, c’è una raccomandazione finale che mi pare di importanza vitale. Dice in sostanza questo: è venuto il momento di fare di questa grande verità una esperienza vissuta da parte dei credenti, e non più un oggetto di dispute teologiche tra dotti, come è avvenuto nel passato.
La ricorrenza dell’anno paolino ci offre una occasione propizia per fare questa esperienza. Essa può dare un colpo d’ala alla nostra vita spirituale, un respiro e una libertà nuova. Charles Péguy ha raccontato, in terza persona, la storia del più grande atto di fede della sua vita. Un uomo, dice, (e si sa che quest’uomo era lui stesso) aveva tre figli e un brutto giorno essi si ammalarono, tutti e tre insieme. Allora aveva fatto un colpo di audacia. Al ripensarci si ammirava anche un po’ e bisogna dire che era stato davvero un colpo ardito. Come si prendono tre bambini da terra e si mettono tutti e tre insieme, quasi per gioco, nelle braccia della loro madre o della loro nutrice che ride e dà in esclamazioni, dicendo che sono troppi e non avrà la forza di portarli, così lui, ardito come un uomo, aveva preso -s’intende, con la preghiera – i suoi tre bambini nella malattia e tranquillamente li aveva messi nelle braccia di Colei che è carica di tutti i dolori del mondo: «Vedi – diceva – te li do, mi volto e scappo, perché tu non me li renda. Non li voglio più, lo vedi bene! Devi pensarci tu». (Fuori metafora, era andato a piedi in pellegrinaggio da Parigi a Chartres per affidare alla Madonna i suoi tre bambini malati). Da quel giorno, tutto andava bene, naturalmente, poiché era la Santa Vergine a occuparsene. È perfino curioso che non tutti i cristiani facciano altrettanto. È così semplice, ma non si pensa mai a ciò che è semplice (3).
La storia ci serve in questo momento per l’idea del colpo di audacia, perché è di qualcosa del genere che si tratta. La chiave di tutto, si diceva, ciò è la fede. Ma ci sono diversi tipi di fede: c’è la fede-assenso dell’intelletto, la fede-fiducia, la fede-stabilità, come la chiama Isaia (7, 9): di quale fede si tratta, quando si parla della giustificazione «mediante la fede»? Si tratta di una fede tutta speciale: la fede-appropriazione!
Ascoltiamo, su questo punto, san Bernardo: «Io – dice -, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte (Sal 119, 156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio» (4). È scritto infatti che « Cristo Gesù … è diventato per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione (l Cor l, 30). Per noi, non per se stesso!
San Cirillo di Gerusalemme esprimeva, con altre parole, la stessa idea del colpo di audacia della fede: «O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testa-mento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un’ora . Infatti, se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone» (5). Immagina, scrive il Cabasilas sviluppando un’immagine di san Giovanni Crisostomo, che si sia svolta, nello stadio, un’epica lotta. Un valoroso ha affrontato il crudele tiranno e, con immane fatica e sofferenza, lo ha vinto. Tu non hai combattuto, non hai né faticato né riportato ferite. Ma se ammiri il valoroso, se ti rallegri con lui per la sua vittoria, se gli intrecci corone, provochi e scuoti per lui l’assemblea, se ti inchini con gioia al trionfatore, gli baci il capo e gli stringi la destra; insomma, se tanto deliri per lui, da considerare come tua la sua vittoria, io ti dico che tu avrai certamente parte al premio del vincitore.
Ma c’è di più: supponi che il vincitore non abbia alcun bisogno per sé del premio che ha conquistato, ma desideri, più di ogni altra cosa, vedere onorato il suo fautore e consideri quale premio del suo combattimento l’incoronazione dell’amico, in tal caso quell’uomo non otterrà forse la corona, anche se non ha né faticato né riportato ferite? Certo che l’otterrà! Ebbene, così avviene tra Cristo e noi. Pur non avendo ancora faticato e lottato – pur non avendo ancora alcun merito -, tuttavia, per mezzo della fede noi inneggiamo alla lotta di Cristo, ammiriamo la sua vittoria, onoriamo il suo trofeo che è la croce e per lui valoroso, mostriamo veemente e ineffabile amore; facciamo nostre quelle ferite e quella morte (6). È così che si ottiene la salvezza.
La liturgia di Natale ci parlerà del « santo scambio », del sacrum commercium, tra noi e Dio realizzato in Cristo. La legge di ogni scambio si esprime nella formula: quello che è mio è tuo e quello che è tuo è mio. Ne deriva che quello che è mio, cioè il peccato, la debolezza, diventa di Cristo; quello che è di Cristo, cioè la santità, diventa mio. Poiché noi apparteniamo a Cristo più che a noi stessi (cf.1 Cor 6, 19-20), ne consegue, scrive il Cabasilas, che, inversamente, la santità di Cristo ci appartiene più che la nostra stessa santità (7). E’ questo il colpo d’ala nella vita spirituale. La sua scoperta non si fa, di solito, all’inizio, ma alla fine del proprio itinerario spirituale, quando si sono sperimentate tutte le altre strade e si è visto che non portano molto lontano.
Nella Chiesa cattolica abbiamo un mezzo privilegiato per fare esperienza concreta e quotidiana di questo sacro scambio e della giustificazione per grazia, mediante la fede: i sacramenti. Ogni volta che io mi accosto al sacramento della riconciliazione faccio concretamente l’esperienza di essere giustificato per grazia, ex opere operato, come diciamo in teologia. Salgo al tempio, dico a Dio: « O Dio, abbia pietà di me peccatore » e, come il pubblicano, me ne torno a casa « giustificato » (Lc 18,14), perdonato, con l’anima splendente, come al momento in cui uscii dal fonte battesimale.
Che san Paolo, in questo anno a lui dedicato, ci ottenga la grazia di fare come lui questo colpo di audacia della fede.

(1) S. Tommaso d’Aquino, S. Th., I-IIae, q. 113,a.4.
(2) Cf. J.M.Everts, Conversione e chiamata di Paolo, in Dizionario di Paolo e delle sue lettere, San Paolo 1999, pp. 285-298 (riassunto delle posizioni e bibliografia).
(3) Cf. Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù.
(4) In Cant. 61, 4-5; PL 183, 1072.
(5) Catechesi,. 5, 10; PG 33,517.
(6) Cf. N. Cabasilas, Vita in Cristo, I, 5; PG 150,517.
(7) N. Cabasilas, Vita in Cristo IV, 6 (PG 150, 613).

Noah’s Ark on Mount Ararat, (Obverse)

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https://www.wikiart.org/en/hieronymus-bosch/noah-s-ark-on-mount-ararat-obverse

Publié dans:immagini sacre |on 26 novembre, 2016 |Pas de commentaires »

ROMANI 13,11-14 (seconda lettura)

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%2013,11-14

ROMANI 13,11-14

Fratelli, 11 è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.
12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

COMMENTO
Romani 13,11-14
La fine ormai imminente
La lettera ai Romani viene solitamente divisa in due grandi sezioni, una dottrinale (Rm 1,16-11,36) e l’altra parenetica, cioè esortativa (Rm 12,1-15,13), il cui scopo è quello di rileggere in chiave pratica il vangelo della giustificazione per mezzo della fede. In Rm 12 Paolo spiega in modo abbastanza ampio come devono essere i rapporti dei credenti in Cristo fra di loro e con gli estranei. In Rm 13 egli riprende gli stessi temi in modo più specifico. Nella prima parte del capitolo mette in luce i rapporti con le autorità dello stato (13,1-7); egli affronta poi il tema dell’amore verso il prossimo (13,8-10); infine richiama la dimensione escatologica della vita cristiana (13,11-14). Il testo liturgico riporta la terza di queste parti.
Dopo avere esortato i lettori a non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, di cui parla poi in 13,8-10, Paolo fa una considerazione riguardante i tempi della salvezza: «Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti (v. 11). Il credente deve praticare l’amore del prossimo consapevole del «momento speciale» (kairos) in cui sta vivendo. Come per chi dorme il sopraggiungere del mattino segna l’ora in cui deve ormai svegliarsi dal sonno, così per il credente il tempo attuale è quello in cui deve rendersi conto che la salvezza finale è ormai più vicina di quando ha aderito alla fede. Paolo si rifà qui alla convinzione, ampiamente diffusa tra i primi cristiani, secondo cui il ritorno del Signore è imminente (cfr. 1Ts 4,13-18), e ogni momento che passa lo rende più prossimo.
Il paragone del mattino che si avvicina viene poi ulteriormente elaborato: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (v. 12). Come coloro per i quali la notte sta ormai per passare devono disporsi alla giornata che comincia, così i credenti devono disfarsi delle «opere delle tenebre» e «rivestire le armi della luce». La contrapposizione tra luce e tenebre, considerate rispettivamente come la sfera di Dio e quella delle forze a lui avverse, appare già in diversi testi biblici (cfr. Is 9,1; Sal 27,1) e nei testi esseni ritrovati a Qumran, come per esempio nel Manuale della Guerra che dovrà un giorno combattersi tra i figli della luce e i figli delle tenebre; ad essa si ispirano anche gli scritti cristiani successivi (cfr. Ef 5,8-14; Gv 1,4-5; 8,12). Le tenebre producono «opere» che devono essere abbandonate, mentre la luce fornisce «armi» (cfr. Ef 6,13-17) con cui combattere: forse si suppone che di fronte alle tenebre l’uomo è succube di un potere avverso, mentre, quando è investito dalla luce, diventa attivo nella ricerca del bene.
Il paragone della notte che lascia il posto al giorno suggerisce a Paolo un’altra esortazione «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie» (v. 13). Il credente deve «comportarsi» (peripateô, camminare) onestamente, come in pieno giorno. Ciò significa l’abbandono degli atteggiamenti negativi che caratterizzano quelli che operano nelle tenebre. Questo comportamento negativo viene delineato mediante un piccolo catalogo che comprende tre coppie di vizi, che hanno come ambito la mancanza di autocontrollo (orge e ubriachezze), i rapporti sessuali (lussurie e impurità), i rapporti vicendevoli (litigi e gelosie): ad essi Paolo si è richiamato all’inizio della lettere descrivendo il comportamento dell’umanità fuori di Cristo (cfr. Rm 1,29-30). I credenti non devono cedere di fronte ad essi, ma reagire in modo deciso e coerente: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (v. 14). Rivestirsi del Signore Gesù Cristo (cfr. Gal 3,27) significa diventare una sola cosa con lui, cioè partecipare pienamente alla sua esperienza di morte e di risurrezione assumendo la sua mentalità e il suo comportamento: è questo il modo migliore per resistere alle lusinghe del male. In pratica, ciò richiede, letteralmente, di «non prendersi cura (pronoian mê poiein) della carne per i desideri (eis epithymias)»: i credenti dunque non devono venir meno al proprio impegno, portando così a termine il cammino iniziato nel battesimo.

Linee interpretative
La vita cristiana è posta all’insegna del compimento finale. Il credente non è uno che è già arrivato alla meta, ma uno che si orienta quotidianamente verso di essa, lottando coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e le tentazioni che gli rendono difficile il cammino. Egli deve dunque vivere nell’attesa della pienezza finale, ormai imminente, anticipando nell’oggi i valori che essa implica. Ciò richiede una continua identificazione con Cristo, il quale è già entrato nella fase finale del Regno e attira a sé coloro che credono in lui. La prospettiva escatologica diventa così una dimensione fondamentale dell’etica cristiana.
In un contesto in cui è ormai caduta l’idea di una fine imminente, il compimento finale viene a identificarsi con un progetto di vita elaborato alla luce del vangelo, nel quale il credente trova non solo le motivazioni per cui agire, ma anche la forza per non cedere alle suggestioni del male. Senza la visione di un mondo da trasformare, cambiando anzitutto se stessi, la vita cristiana rischia di diventare semplicemente una pratica di comandamenti morali, senza quella spinta di rinnovamento che stimola al miglioramento e al progresso individuale e comunitario.

Isaiah witnesses the vice and folly of Jerusalem.

Isaiah witnesses the vice and folly of Jerusalem.  dans immagini sacre M011073

http://www.lookandlearn.com/history-images/M011073/Isaiah-witnesses-the-vice-and-folly-of-Jerusalem

Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2016 |Pas de commentaires »
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