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LA VITA È IL MANTELLO DI DIO (è un omelia non di questo tempo liturgico)

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LA VITA È IL MANTELLO DI DIO

XIII Domenica del Tempo Ordinario, 27 giugno 2010

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 25 giugno 2010 (ZENIT.org).- “Partito di lì, Elia trovò Eliseo, figlio di Safat. Costui arava con dodici paia di buoi davanti a sé, mentre egli stesso guidava il dodicesimo. Elia, passandogli vicino, gli gettò addosso il suo mantello. Quello lasciò i buoi e corse dietro ad Elia, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elia disse: “Va’ e torna, poiché sai che cosa ho fatto per te”. Allontanatosi da lui, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con la legna del giogo dei buoi fece cuocere la carne e la diede al popolo perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio” (1Re 19,16b.19-21).
“Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne” (Gal 5,1.13-18).
“(…) Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio” (Lc 9,51-62).
La liturgia di questa XIII Domenica del T. O. ci fa subito incontrare una parola alquanto comune, una parola chiave, un filo conduttore con cui lo Spirito Santo ha ricamato il tessuto dei testi proposti: la parola “mantello” (1Re 19,19). Il suo significato biblico è illustrato dal racconto della vocazione di Eliseo, nella prima Lettura.
La storia di Eliseo, infatti, comincia con un mantello gettato a sorpresa su di lui da parte del profeta Elia, in cammino lungo la strada che costeggia il campo che egli sta arando con ben ventiquattro buoi (il numero esagerato indica che Eliseo è un contadino benestante).
Quello di Elia è un gesto simbolico che sta a significare l’irreversibile chiamata di Dio:“Il mantello è simbolo del carisma profetico; esso è gettato sulle spalle dell’eletto in una specie di investitura divina” (G. Ravasi).
Ha così inizio la nuova vita di Eliseo al servizio del Signore e del profeta Elia.
Salutati parenti ed amici con un banchetto d’addio, Eliseo segue fedelmente Elia fino al giorno della sua misteriosa dipartita da questa vita, quando sarà trasportato in alto da un carro di fuoco. A questo punto, caduto per terra dal carro, ricompare il mantello, che Eliseo raccoglie subito gridando “Padre mio, padre mio..” (2Re 2,11-13). Lo spirito del Maestro prende allora definitivo possesso del discepolo, come da padre a figlio primogenito.
La brusca investitura profetica di Eliseo è così commentata dal card. Martini: “nessuna parola, nessun tentativo di convinzione, ma solo un gesto violento dal significato chiarissimo. Il mantello è simbolo della persona e, in qualche modo, anche dei suoi diritti. Gettare il mantello su qualcuno costituisce un segno di acquisto, di desiderio di alleanza” (C.M.M., “Il Dio vivente, riflessioni sul profeta Elia”, p.118).
Simbolo della persona, il mantello fa pensare anche al dono-chiamata della vita, che ognuno riceve da Dio senza venire interpellato. Ciò non toglie che, come il mantello di Elia, anche la vita sia un dono fatto alla libertà dell’uomo, un dono “gettato” su di lui per essere accolto e custodito come il più prezioso di tutti i doni ed il più necessario ed impegnativo dei compiti, se davvero l’uomo vuole vivere felice e realizzare se stesso nell’amore. E’ quanto suggerisce oggi Paolo: “Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Che questa libertà non divenga però un pretesto per la carne; mediante l’amore siate invece a servizio gli uni degli altri.(…) Ma se vi mordete e vi divorate a vicenda, badate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!” (Gal 5,13).
L’ironia fin troppo realistica di Paolo non suona esagerata, se pensiamo non solo alla nostra situazione sociale e politica, ma anche alle tristissime incomprensioni e divisioni tra coloro che un unico carisma o una comune vocazione (un solo mantello!) ha costituito fratelli ed operai del regno di Dio. Occorre precisare che nel vocabolario dell’Apostolo, “carne” significa genericamente ogni comportamento dettato da un sentire egocentrico e disordinato. Atteggiamento, questo, che non scaturisce da quella vera libertà che è la capacità di amare nella verità al modo di uno stile di accoglienza, di ascolto senza pregiudizi e nel dominio di sè.
Un esempio “carnale” di essere e di agire, lo da’ oggi la reazione istintiva di Giacomo e Giovanni, contrariati dal rifiuto opposto a Gesù dai Samaritani: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54). I due discepoli avevano oggettivamente ragione, ma Gesù “si voltò e li rimproverò” (Lc 9,55).
La ricetta di Paolo per discernere e dominare ogni genere di passione disordinata, è semplice ed efficace: “Vi dico, dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. (…) Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge” (Gal 5,16.18).
“La forza del peccato è la Legge”, scrive altrove Paolo (1Cor 15,56); ed egli per primo sperimenta quanto doloroso sia il peccato di divisione dai suoi fratelli ebrei, tanto zelanti per l’osservanza della Legge da voler uccidere lui che ne va proclamando il compimento in Gesù Cristo.
Ma che significa camminare “secondo lo Spirito”? Vuol dire “al passo” dello Spirito, seguendo umilmente il cammino e gli esempi del Signore per entrare nello spazio immenso della sua dolce e trasformante amicizia. Una chiamata assoluta, tanto affascinante quanto esigente, a giudicare dalle parole di Gesù a colui che chiedeva solo di congedarsi da quelli di casa propria: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio” (Lc 9,60).
Una simile radicalità non è disumana, ma intrinseca e necessaria alla missione profetica. Questa, per altro, gode della legge pedagogica della gradualità, come fa intendere la vicenda stessa di Eliseo con la dinamica misteriosa del mantello, in un primo tempo gettatogli sulle spalle da Elia, ma poi “recuperato” a terra dallo stesso Eliseo nel momento del congedo definitivo da lui, come se in precedenza glielo avesse restituito.
Infatti, “si ha l’impressione, pur se il testo non lo dice, che Eliseo abbia ridato il mantello al grande maestro, per indicare che deve prima imparare, deve prima assimilare i suoi insegnamenti di vita. Di fatto, questo mantello sarà consegnato definitivamente ad Eliseo nel momento del rapimento in cielo di Elia.” (C.M.M., id., p. 120).
E’ quest’ultima spiegazione pedagogica che ci consente di tornare al mantello come simbolo della persona e della vita, per osservare che la pienezza della verità sulla vita umana, da comunicare gradualmente al passo di chi ascolta, è comunque e per tutti solo quella rivelata dalla Parola di Gesù. Ne farà esperienza certa chiunque voglia avvicinarsi a Lui con la fede umile ed audace di quella donna malata, che “udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata”. E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male” (Mc 5,25-29).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

MEDITAZIONE SULLA PAZIENZA

http://www.collevalenza.it/CeSAM/01_CeSAM_0001.htm

MEDITAZIONE SULLA PAZIENZA

di José Maria Cabodevillla

La vita è milizia, la vita è seminagione, la vita è teatro, la vita è sogno, la vita è compravendita. Sono molte, infatti, le definizioni della vita umana che si potrebbero trarre, direttamente o indirettamente, dai nostri testi sacri. La vita è pianto, la vita è liturgia, la vita è un fiume che sfocia nel mare. Vivere è tessere una tunica, negoziare col prestito ricevuto, lavorare in una vigna, costruire una casa. Si tratta di un’esistenza così fugace che il nostro vivere equivale all’apparire e allo sparire del fiore di campo; un’esistenza, allo stesso tempo. così lenta e dilatata che i servi hanno il tempo di darsi ad ogni genere di disordine perché il padrone tarda a tornare. Nell’ambito della riflessione cristiana sull’uomo sono molti, ripeto, i modi di definire la nostra vita mortale, capaci tutti di offrire le sfumature più diverse e ricche. Però nessuno tanto comune e tanto fecondo come quello che descrive lo svolgersi della vita umana mediante l’immagine del cammino. Immagine certo presente in tutte le religioni (il dhammapada indù, i muhajjiroun musulmani, il tao come un sentiero), e perfino nel linguaggio più comune, dove la metafora del cammino soggiace a tante etimologie: condotta, metodo, corso e discorso, transito, ingresso, progresso, disgressione, trasgressione… Certamente la american way of life difetta di qualsiasi originalità anche letteraria.
Tuttavia esiste per noi un modo molto particolare di intendere la vita come cammino ed è di intenderla come esodo. Questo generale percorso fra la cattività e il regno ebbe la sua più famosa e plastica rappresentazione storica in quel lungo cammino degli ebrei dall’Egitto fino Canaan; non solo lungo, ma anche umanamente assurdo. Cominciò già in modo assurdo, dirigendosi verso il sud alla ricerca di una meta che si trovava a nord-est; durò quarant’anni il percorso che un viandante ragionevole avrebbe largamente coperto in un paio di settimane. Nella parte superiore della carta geografica, dominando con lo sguardo il labirinto di un simile itinerario, stamperemmo oggi un lemma biblico: «I miei cammini non sono i vostri cammini», dice il Signore (Is 55, 8).
Si tratta—ora come allora—di andare alla Terra Promessa attraverso ciò che Dio vorrà e al passo che egli vorrà: guidati da una colonna di nubi, durante il giorno, e di fuoco durante la notte. Camminando così sempre senza attardarci né affrettarci. Il che diviene quasi una nozione tecnica della virtù della pazienza.
II
Succede che l’homo viator si sente doppiamente tentato: o desistere dall’andare, perché il cammino risulta troppo faticoso, o anticipare l’arrivo alla meta perché si presume che il cammino sia troppo lungo. E, malgrado sembri strano, queste due decisioni così diverse sarebbero due forme del peccare contro una medesima virtù, contro la pazienza. In fondo costituiscono due peccati molto simili, non più diversi ti quanto possano esserlo la disperazione e la presunzione quali peccati contro la speranza e certamente molto vincolati ad esse.
Perché la pazienza è una virtù che ha due volti e in essa vi è tanto di attività quanto di passività. Da una parte si oppone a quella fretta e ansietà che abitualmente chiamiamo impazienza, la quale altro non è che un comportamento dettato dall’ignoranza o il rifiuto della nostra condizione di creature soggette al tempo, dall’altra suppone, nel medesimo tempo, una decisa volontà di vincere tutte le difficoltà che potrebbero ritardare il nostro andare di creature incalzate dal tempo.
E’ interessante accentuare per ultimo, questo: come l’uomo paziente non sia un uomo semplicemente passivo. Il suo atteggiamento ha molti punti di contatto con la non-violenza la quale, come ben sappiamo, significa distinguersi da una mera e rassegnata passività; l’opposto consiste nel resistere attivamente, con tutti i mezzi non violenti, a qualsiasi forma di violenza. Per essere non-violento non basta non essere violento, bisogna essere anche temerari e battaglieri. La non-violenza è dire no alla violenza e dirlo con la massima energia.
In questo modo la pazienza oltre che una docile sottomissione al ritmo del tempo, diventa una vittoria positiva sul trascorso e sul logorio del tempo. Non possiamo allungare lo stelo di una pianta per accelerarne la crescita, ma neppure possiamo esimerci dal realizzare per essa tutti i lavori agricoli necessari. Ogni cosa ha il suo tempo. Non perché ci si alzi presto, si fa giorno prima e neanche, è chiaro, annotterà più tardi per permetterci di fare il tratto di cammino che avremmo dovuto già percorrere. Si configura così la pazienza come fedeltà alla volontà divina, ai misteriosi disegni del Dio dell’Esodo, misteriosi anche se nel contempo rivelati giorno per giorno; essa esige da noi tanta attività quanto sottomessa accettazione. Di fronte a questa pazienza, in senso basilare e globale, anche l’impazienza ammette un’ampia definizione, e non più ampia che profonda, che arriva a identificarla col peccato umano in generale.
«Sarete come Dio» (Gn 2,5). Questa promessa del serpente avrà la sua replica più giusta e letterale in quell’altra dell’apostolo San Giovanni: «Saremo come lui» (1Gv 3, 2). Perché era peccaminosa, perché era fallace la prima promessa? Perché prometteva di compiersi prima del tempo, perché proponeva una scorciatoia proibita per arrivare alla meta. La somiglianza dell’uomo con Dio può solo aver luogo all’ora debita e nella debita forma; non per mezzo di una divinizzazione ottenuta dall’uomo, ma mediante una divinizzazione concessa da Dio. Sperare Deum a Deo: bisogna attendere che ciò avvenga e bisogna attenderlo da Dio. Solo alla fine e solo dalle mani divine, la creatura potrà mangiare il frutto dell’albero del Paradiso (Ap 2,7). I nostri padri peccarono per impazienza. Quel peccato originale, quell’impazienza che anticipava l’Apocalisse nel momento prematuro della Genesi, si ripeterà, più o meno, in ognuno dei nostri peccati personali. Perché la volontà non cerca mai il male bensì il bene; il male si basa nel cercare male quel bene, nel voler strappare o con le proprie forze o prima del tempo, nel mangiare un frutto acerbo. Il male è l’impazienza del bene, 1′aborto del bene.
All’inizio delle sue famose Considerazioni, conosciute poi col nome di I quaderni blu in ottavo, Kafka scrisse qualcosa che con piacere avrebbero sottoscritto i Padri greci: «Esistono due peccati capitali nell’uomo, dai quali si originano tutti gli altri: impazienza e indolenza. L’impazienza lo fece scacciare dal Paradiso e non fu per colpa dell’indolenza. Ma forse non esiste che un solo peccato capitale: l’impazienza. A causa dell’impazienza lo scacciarono, a causa dell’impazienza egli non torna».
III
Per redimere la pretesa divinizzazione dell’uomo, il Figlio di Dio si fa uomo, cioè si assoggetta a tutte le limitazioni proprie di un’esistenza temporale, sottomesso allo spazio e al tempo. Per compensare l’impazienza dell’uomo egli sarà paziente. «Gesù cresceva» (Lc 2,52): ecco una frase che non solo loda il suo progresso interiore, ma rivela anche la sua totale dipendenza rispetto al tempo.
Anch’egli doveva percorrere un cammino e anche questo sarebbe consistito, lungo tutta la sua esistenza, in un penoso viaggio fino alla terra promessa ai suoi padri: una costante «salita a Gerusalemme» (At 20,18). Vivrà sempre dipendente da quella che il Vangelo chiama la sua ora, tante volte da lui stesso menzionata (Mt 26, 45; Lc l4, 35.41; Gv 12,27; 17,1…). E’ l’ora del passaggio al Padre, l’ultimo tratto del suo cammino, l’ora verso la quale sono orientate tutte le ore e tutti i passi che la precedettero. Poiché ancora non era suonata la sua ora, fugge e si nasconde quando vogliono ucciderlo (Gv 8, 59; l0, 39; 12, 36). Ma una volta giunta quell’ora, «disse ai suoi discepoli: andiamo un’altra volta in Giudea». I discepoli gli risposero: «Rabbì, poco fa i giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?» (Gv 11, 8). Andò e difatti lo uccisero. Così concluse il suo lungo viaggio, quella salita che aveva iniziato il giorno della sua incarnazione. Salita coraggiosa e intrepida, ininterrotta, contro le dilazioni che ispirerebbe all’uomo indolente e codardo il cammino verso la morte. Salita però lenta, diligente e ponderata contro la fretta e le scorciatoie, che all’uomo impaziente, suggerirebbe un viaggio destinato a porre fine alle sue sofferenze, a concedergli l’accesso ai Paradiso.
La sua ora lo protegge dagli intenti omicidi dei giudei, che non potevano ucciderlo proprio «perché non era ancora giunta la sua ora» (Gv 7,30; 3,20). Però, nel contempo, costituisce per lui un limite, un mandato del Padre a data fissa, una scadenza che non è in suo potere prorogare e nemmeno abbreviare. Non ha alcun potere su quell’ora e nemmeno la conosce (Mc 13, 32). Conoscerla avrebbe significato una forma di potere su di essa, una anticipata notizia relativa agli occulti disegni del Dio dell’Esodo e ciò avrebbe reso psicologicamente impossibile una normale vivibilità umana del tempo. Solo per la generosità e la spontaneità del suo consegnarsi potrà dire: «… io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso» (Gv 10,18). Per quanto concerne la passività e il mistero di quest’immolazione, fu condotto «come un agnello al macello» (Is 53,7). Nei due sensi egli dimostrò pazienza.
Ogni uomo ha la sua ora e davanti ad essa dovrà osservare un comportamento simile: «Abbiate pazienza finché arriverà il giorno del Signore» (Gc 5, 7).
E’ chiaro che l’evocazione di Gesù paziente non è qui un aiuto superfluo o meramente illustrativo. Dopotutto, come qualsiasi altra virtù cristiana, la nostra pazienza si può solo intendere come imitazione e sequela di Cristo. In nessun modo la si potrebbe spiegare senza un espresso riferimento a lui e semplicemente come una condotta imperturbabile e stoica: la condotta di quei pellegrini che nessuna molestia trattiene nel loro cammino e nessuna ansietà sprona. Fra questo genere di pazienza, per quanto perfetta possiamo immaginarla, e la pazienza cristiana ci sarà sempre una differenza essenziale, una distinzione di piani, inclusa un’esigenza di conversione. Anche le persone più pazienti e rassegnate sono obbligate a «nascere di nuovo» (Gv 3,8).
Per quanto riguarda la passività propria della pazienza cristiana, debbo dire che non si tratta precisamente di rassegnazione bensì di abbandono: ci rassegniamo a qualcosa, ci abbandoniamo a qualcuno. Questa nota caratteristica imprescindibile di fiducia nel Padre, suggerisce già un elemento attivo della pazienza: più che sperare in qualcosa speriamo in qualcuno.
IV
Anche nel campo dell’impazienza, nel senso più ristretto, vi sono notevoli differenze qualitative. Alle volte l’impazienza arriva a trasformarsi in un’insolente sfida contro Dio, la volontà sacrilega di forzare o frastornare i suoi piani. «Coloro che dicono che faccia presto, acceleri pure l’opera sua perché la vediamo» (Is 5, 19). Al contrario, altre volte, quello che sembrerebbe impazienza è solo una modalità più ardente della speranza. Quell’esortazione di Giacomo «pazientare finché arrivi il giorno del Signore», non è enunciata senza una certa impazienza tanto incolpevole che può essere santa, tanto accettabile da Dio che può «affrettare l’arrivo del giorno del Signore» (2 Pt 3,12).
Non è raro che l’impazienza del credente faccia sì che la preghiera tenda a trasformarsi in una supplica ansiosa e assillante: «Fino a quando, Signore, implorerò e non ascolti?» (Ab 1,2). Ha tutta l’apparenza di una provocazione arrogante, altezzosa, ma forse ciò è solo dovuto alla difettosa formulazione di un sentimento molto più sensibile, all’espressione di una necessità più perentoria o, semplicemente una mancanza di conoscenza e di attenzione alle cose spirituali. Infatti colui che così si lamenta della trascuratezza di Dio, ignora che non è Dio che deve ascoltare l’uomo bensì l’uomo che deve ascoltare Dio. Quell’anima, che, come confessa, va da tanto tempo supplicando invano, non sa ancora che la preghiera deve prolungarsi precisamente non fino a quando Dio ascolti le suppliche dell’uomo, ma fino a quando l’uomo scopra e accolga e accetti la volontà di Dio; lungo tutta quella preghiera infruttuosa è stato Dio a dimostrarsi paziente alla sordità di un’anima che a forza di parlare, si rendeva incapace di udire. Infatti la comunione di più volontà alla quale tende ogni vera preghiera deve realizzarsi verso l’alto e non verso il basso. Dio esaudirà tutte le sue promesse, ma non è tenuto a soddisfare tutti i nostri desideri. Mai dà una pietra a chi gli chiede un pane, ma neanche dà un coltello al bambino che gli chiede un coltello. Se l’uomo, invece di lamentarsi che Dio non lo ascolta, si immergesse nel silenzio per ascoltare Dio, finirebbe per capire e il suo cuore potrebbe così evolvere dal desiderio all’annientamento, dall’esigenza fino al distacco, dall’impazienza fino alla pazienza.
Ogni volta che chiediamo qualcosa, è giusto e necessario, è nostro dovere e nostra salvezza aggiungere – esplicitamente e implicitamente – quelle parole indispensabili: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». In principio probabilmente la nostra volontà non coinciderà con la sua. Perfino Cristo stesso nel Getsemani distingueva fra «ciò che io voglio» e «ciò che tu vuoi» (Mt 26, 39). Ma seppe anteporre la volontà del Padre alla propria.
E avviene che alla fine i nostri desideri più profondi si realizzano e si realizzano largamente; quei desideri che Dio stesso seminò in noi sono stati però soffocati da altri desideri futili o sbagliati, poiché l’impazienza ci fa vivere alla superficie di noi stessi, nell’inganno e nella meschinità dell’immediato. La nostra aspirazione essenziale è di arrivare felicemente alla Terra Promessa, l’inquietudine del cuore ci induce a prendere scorciatoie che sono solo smarrimenti. Ma alla fine, per grazia di Dio, il viaggio si concluderà positivamente, perché i desideri retti si saranno imposti su quelli distorti, i profondi su quelli superficiali, i più ambiziosi sui più meschini. Alla fine avverrà ciò che avvenne con Gesù Cristo stesso, i cui desideri così, secondo la preghiera del Getsemani, furono ampiamente soddisfatti e nel contempo incompiuti; colui che chiedeva che gli fosse risparmiato il calice della morte, morì; ma dopo la morte fu risuscitato.
Dio infatti ascoltò la preghiera del figlio. Ma lo fece «al terzo giorno».
Questi tre giorni sono per tutti noi la parentesi ineluttabile imposta dalla fede, le giornate o le tappe della nostra peregrinazione, il tempo necessario per l’esercizio della pazienza.
V
Come ho detto prima, c’è nella pazienza un elemento di passività e un altro di attività. Dato che questa virtù ci è tanto necessaria per attendere saldi l’arrivo dello Sposo, quanto per sostenere, da concorrenti, la prova per la quale siamo stati tutti convocati: ecco due immagini sacre che descrivono in modo diverso la vita temporale del cristiano, mettendo nel contempo in rilievo quei due differenti aspetti della pazienza. Spicq ha insistito nel tradurre: «corriamo con pazienza» il noto testo di Eb 12, 1, sostituendo pazienza alla precedente perseveranza. Questa sfumatura risulta molto eloquente se ricordiamo che si tratta di una corsa agli ostacoli e una corsa di fondo, in contrasto con quelli chiamati concorsi di velocità. Quello che importa è superare finalmente la prova (Atti 20, 24), raggiungere la meta (2 Tim 4, 7), e per riuscirvi bisogna evitare l’esaurimento prematuro causato da un’indebita accelerazione.
Ma il contrasto con l’impazienza si fa più evidente in quell’elemento di passività, di obbedienza, di fermezza impavida, che si manifestò nel tragitto dell’Esodo, costringendoci a trattenere ad ogni momento i nostri passi alla presenza e alla direzione della colonna di nubi. Perché, date le speciali caratteristiche di questo nostro viaggio a Canaan, la sua scabrosità, l’incertezza dell’itinerario, la fame e la sete, la frequente ostilità di tanti Etei, Ferusei, Gebusei, si potrebbe dire che l’impazienza assuma quasi sempre l’immagine di una fuga, «una fuga in avanti».
In ogni pretesa anticipazione del futuro, si rivela un vile abbandono del presente, un’evasione dalla dura situazione propria del presente. L’uomo impaziente pretende di sottrarsi alla realtà. Poiché «tutto il vero è brutto», secondo la famosa dichiarazione del Leopardi, propendiamo a rifugiarci anticipatamente nel futuro; non importa che questi non esista ancora: precisamente, essendo illusorio, possiamo modellarlo del tutto a nostro piacimento. L’immaginazione infatti risulta il mezzo più economico per farci evadere da un presente inospitale.
Ma fuggire dove? Questo è il meno. Ogni fuggitivo più che andare a, viene da. Succede così che l’impaziente se ne va a Gredos solo per venir via da Madrid; adotta l’ideologia più progressista per liberarsi dalla dottrina tradizionale; oppure diviene conservatore per fuggire l’intemperie e la perplessità proprie di ogni situazione innovatrice; si sposa solo per abbandonare la casa paterna; inizia un nuovo amore solo per meglio dimenticare il suo precedente fallimento. Amore? «Divertitevi, non amate» consiglia il marchese de Sade. Il vero amore comporterebbe un impegno grave, un dovere di fedeltà e consenso: quanto di meno appropriato alla figura di un fuggitivo.
Non ha importanza il luogo dove ci dirigiamo. Solo importa fuggire dal luogo dove ci troviamo. In definitiva la verità è che fuggiamo sempre da noi stessi.
Fuggendo dalla propria interiorità, l’uomo impaziente vive a fior di pelle, scivola sulla superficie delle cose e degli avvenimenti. Invece d’immergersi in un amore serio, moltiplicherà i contatti occasionali, invece di amare si divertirà. Mi viene in mente il pascaliano senso del divertissement, nella sua totale riprovazione. In effetti invece di convertirci e di rivolgerci alla nostra intimità, siamo portati a «divertirci», invece di concentrarci ci disperdiamo. Preferiamo leggere male cinque libri piuttosto che leggerne bene uno solo. Preferiamo divagare piuttosto che sintetizzare. Preferiamo parlare piuttosto che pensare. Recitiamo innumerevoli preghiere invece di tacere, quieti e attoniti. Invece di pregare scriviamo un trattato sull’orazione. Preferiamo la velocità e il rumore. E quando il rumore arriva ad opprimerci e ci immergiamo nel silenzio, immediatamente riempiamo questo silenzio di altri rumori, di letture evasive, di vani progetti, di inutili chiamate telefoniche. Pecchiamo d’impazienza.
Anche il lavoro quotidiano può trasformarsi in una forma di evasione. Ricordo che alcuni anni fa, negli Stati Uniti, ebbe larga diffusione un certo disegno che appariva insistentemente negli spots della TV, negli spazi pubblicitari, nelle riviste, sulle scatole di fiammiferi. Raffigurava il noto uomo di affari sempre affaticato, il cittadino impaziente per antonomasia: con una borsa sotto braccio e consultando l’orologio, dalle sue spalle emergeva una grande chiave a forma di farfalla, di quelle che servono per caricare un meccanismo e metterlo in moto. Sotto al disegno un suggerimento: «Vada a riposare in un albergo Sheraton». Se non sapessimo che quella frase pubblicitaria proponeva un genere di riposo assai diverso dalla lettura dei «Pensieri» di Pascal, si direbbe che fosse stata ispirata precisamente da uno di essi: «Ogni disgrazia degli uomini proviene del non essere capaci di starsene seduti in una camera».
VI
L’uomo impaziente passa la sua vita fuggendo da una città all’altra, da un progetto all’altro, da una chimera all’altra, da un equivoco all’altro. L’importante è non fermarsi. Quando già esisteva la navigazione, egli inventò la circumnavigazione. Odisseo mi chiamo e l’Odissea adoro. La potenza locomotrice è causa e, nel contempo, effetto del movimento. Lo scoiattolo muove la gabbia, la gabbia muove lo scoiattolo. L’uomo impaziente ha inventato il moto continuo, l’inquietudine perpetua e la velocità accelerata senza uniformità.

Sono seduto al margine della strada
il conducente cambia la ruota.
Non mi piace il luogo da dove provengo.
Non mi piace il luogo dove vado.
Perché guardo il cambio della ruota
con impazienza?
(Bertold Brecht)

Perché l’unica cosa cui aneliamo è il movimento come tale, lo spostamento in se stesso, la fuga da un luogo che non ci piace verso un altro che, precisamente perché neanche ci piacerà, ci spingerà subito a continuare la fuga. Per quello ci contraria tanto doverci fermare, non fosse altro che il tempo necessario per cambiare una ruota, tempo durante il quale non abbiamo altro rimedio che porci inevitabilmente, la domanda più ovvia e più terribile: Perché tanta impazienza?
Muoverci, non star quieti, non permettere che quell’immobilità e quel silenzio si prolunghino al punto da renderci conto che la nostra fuga non ha alcun senso, come il correre sopra coperta in direzione opposta a quella che segue il bastimento. Bisogna di nuovo citare Pascal: all’uomo non interessa la preda, ma la caccia; non cerca le cose, ma la ricerca delle cose. Ripeto, l’importante è non fermarsi. E quanto più in fretta andiamo, tanto meglio è. Perché? Siamo come un pattinatore che scivoli a gran velocità, sapendo più o meno oscuramente che lo strato ghiacciato è troppo debole per sopportare il nostro peso, se solo ci pensassimo; il ghiaccio si romperebbe e cadremmo dentro: dentro noi stessi, dentro il nostro proprio vuoto. Ecco come l’impazienza, che è causa di tanto stordimento, è pure effetto della nostra volontà di stordimento, della nostra diserzione: in definitiva, della nostra paura cosciente e incosciente. L’uomo è come un cane con una latta legata alla coda.
E cosa otteniamo fuggendo? Ricordiamo il famoso passo di Sartre: «Fuggo per ignorare, ma non posso ignorare che fuggo; e la fuga dall’angoscia non è altro che un modo di rendersi coscienti dell’angoscia».
La disperazione sarebbe una soluzione ispirata da quella paradossale legge della vertigine, secondo la quale vi è chi si getta giù dalla torre per paura di caderne. Si tratta di una presunzione alla rovescia, l’altra modalità dell’impazienza: invece di precipitarsi verso la meta, invece di ritenerla già acquistata, l’impaziente mette fine immantinente alla sua corsa, negando che esista alcuna meta per lui, avanzando l’argomento che tutti i numeri possibili si trovano alla stessa distanza, dall’infinito, dall’inarrivabile.
VII
Di fronte a questi due peccati di presunzione e di disperazione, la pazienza dell’Esodo, sempre attiva e passiva, ci si rivela essenzialmente associata alla speranza. (In una stazione ferroviaria del Marocco spagnolo, Gide vide un cartello con la scritta «Sala de espera» e si meravigliò che la lingua castigliana non facesse differenza fra speranza e attesa. Certamente noi conosciamo la differenza fra questi due elementi della speranza, solo che esitiamo a dissociarli).
Secondo san Paolo, la pazienza genera speranza (Rm 5,4). Apparentemente bisognerebbe esprimerlo al contrario, poiché solitamente è la speranza che ci incita ad essere pazienti. Ma la parola dell’apostolo contiene una verità più profonda, e cioè che solo con la pazienza si costruisce la speranza in quanto virtù, come nell’amore matrimoniale, che necessita del tempo e delle difficoltà inerenti al tempo, per essere qualcosa di più di un innamoramento passeggero. Il superamento di queste difficoltà genera la pazienza, rende ardua la nostra speranza, la consolida e la rivaluta fino a giungere a «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18), pratica questa non meno dura, non meno paziente, di quella di credere contro ogni evidenza, di amare il nemico come noi stessi.
Solo la pazienza ci permette di sperare veramente e secondo la volontà di Dio. Poiché sperare significa propriamente continuare a sperare, sperare con ostinazione, sperare quando ogni ragionevole aspettativa si è dissipata e si è fatto buio. Della speranza Bacone soleva dire che è una buona colazione ma una cattiva cena.

Publié dans:MEDITAZIONI |on 27 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA DEL CREATORE SI RISPECCHIA NEL CREATO – GIROLAMO, COMMENTO A ISAIA, 6,1-7

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20021122_girolamo_it.html

LA SAPIENZA DEL CREATORE SI RISPECCHIA NEL CREATO – GIROLAMO, COMMENTO A ISAIA, 6,1-7

« Quello che Dio ha creato è in sé compiuto, per la sua sapienza e la sua intelligenza. È falsa l’opinione di alcuni filosofi, che tutto sia cominciato per caso, senza provvidenza alcuna: tutto ciò che è casuale non manifesta né ordine, né piano. Ciò invece che si richiama necessariamente all’arte costruttrice rivelantesi in tutte le cose, dà chiara testimonianza, se ben lo si considera, della sapienza di quell’artefice che agiva non solo quando produceva il mondo, ma anche quando nel suo intimo ne preparava il piano. Per questo da tutto il creato risplende a noi la sapienza di Dio. Nulla di ciò che è stato creato, è stato fatto senza motivo e senza fine utile; il fine utile, poi, ha in se stesso la sua bellezza, e la bellezza viene esaltata dal fine utile. L’unica materia degli elementi assume diverse forme, per illustrare in mille modi la preveggenza divina.
Anche il salmista aveva davanti agli occhi questa verità quando iniziando la lode a Dio, diceva: Magnifiche sono le tue opere, e io le conosco molto (Sal 138,14), e il profeta con lui concorda dicendo: Io ho considerato le tue opere e mi sono spaventato (Ab 3,2: LXX). Anche la frase della Scrittura: Ecco: tutto era molto buono (Gen 1,31) ci spinge ad ammettere che il creato non deve la sua origine al caso, perché tutto è stato fatto secondo il sapiente piano di Dio; per questo si rivelano ovunque magnificenza, bellezza e stupenda armonia, nonostante la diversità di tutte le creature. Un santo profeta dice: I cieli narrano la gloria di Dio (Sal 18,2): non certo che i cieli muovano bocca, lingua e trachea per parlare, ma con la loro armonia e con il loro eterno servizio annunciano la volontà del Creatore. Riflettendo, infatti, dalla grandezza e dalla bellezza delle cose create noi possiamo riconoscerne l’autore: il Dio invisibile si manifesta, fin dalla creazione del mondo, nelle cose create.
Noi dunque non possiamo sapere ciò che Dio è; ma che egli esiste, noi lo sappiamo – non per le nostre forze ma per la sua misericordia – considerando nelle sue opere la sapienza del creatore. Di fronte a una nave o a un edificio, non pensiamo noi forse al costruttore o all’architetto, dato che dalle opere noi deduciamo la corrispondente perizia costruttrice? Davanti a tutte le cose realizzabili solo ad opera della ragione, noi ci appelliamo a una mente, anche se non la vediamo. Così Dio è conosciuto nel suo creato e, in un certo senso, esce dalla sua invisibilità. Né i cieli, infatti, né i serafini o tutte le altre creature possono coprire Dio o renderlo invisibile. Egli è in tutte le cose e in tutti i luoghi; è al di sopra di tutte le cose e compenetra tutto il mondo visibile e invisibile; egli regge e contiene tutto; egli non passa da luogo in luogo, ma comprende tutto nello stesso modo con la sua mente. In questa vi è la spiegazione perché la massa della terra, rassodata dalla sua volontà, si scuota di nuovo al suo cenno, tanto da riempire d’angoscia i cuori mortali, bisognosi di correzione. In essa vi è la spiegazione perché il mare si dilati quando le acque rompono i loro vincoli, e poi i flutti si infrangano nella risacca e si fermino, quando giungono ai confini da lui stabiliti. E anche perché l’anno si divida in quattro stagioni, perché nel susseguirsi di questi periodi, in seguito ai mutamenti climatici, i semi crescano, i germogli si nutrano giungendo a maturità sotto il raggio del sole. Dio illumina con la sua luce anche le creature intelligenti e invisibili, perché esse restino sempre nel suo amore e non inclinino mai verso i beni terreni. »

 

LA PRESENZA DI DIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Celebrazioni/10-12/03-La-Presenza-di-Dio.html

LA PRESENZA DI DIO

Orsù, misero mortale,
fuggi via per breve tempo dalle tue occupazioni,
lascia per un po’ i tuoi pensieri tumultuosi.
Allontana in questo momento i gravi affanni
e metti da parte le tue faticose attività.
Attendi un poco a Dio e riposa in Lui.
(S. Anselmo di Aosta, vescovo)

Dentro di te trovi Dio
Non cercarlo altrove, dentro di te trovi Dio. Non nel denaro, né nel sesso e neppure nel potere, ma dentro di te Egli dimora. Così lo ha cercato Agostino d’Ippona e lo ha trovato e si è convertito.
Mi sono esercitato a creare attorno a me il silenzio e il deserto e così ora posso dedicarmi a Dio, presente in me.
Presentarmi a Dio che vive in me è un esercizio che ha bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo, infatti è un incontro personale con Colui che abita in me, come sua scelta d’amore. È vero che Egli è presente ovunque, in ogni tempo e in ogni luogo, ma tu cercalo dentro di te perché Egli ha piantato la sua tenda nel tuo cuore. Lì sei atteso, lì è tutto per te.
Mettersi alla presenza di Dio è dunque l’atto più divino e divinizzante che io possa fare. Mi metto infatti in diretto contatto con Dio, l’Eterno, il Creatore, il Padre che Gesù ci ha donato. Tutto ciò è possibile perché questo mio corpo mortale è il tempio dello Spirito Santo che ha preso dimora in me.Quando non sai pregare, quando stai attraversando il Mar Rosso, se ti senti colpito a morte o se attraversi un deserto infuocato, sia che tu ti ribelli contro tutto e contro tutti , sia che tu abbia perduto ogni energia e ogni speranza e che ti senta completamente smarrito, fa’, ti prego, questo piccolo esercizio: « Eccomi, sono qui, Signore! Io davanti a Te, alla tua presenza e non so fare altro ». E resta lì, in ginocchio o seduto, in chiesa o in casa. Se ti senti di farlo, piangi e grida forte dentro di te, tutta la tua disperazione e il tuo bisogno di liberà.
Allora abbassa la voce e quasi bisbigliando rivolgiti a Dio e digli: Padre mio sono qui nelle tue mani, proprio come ha fatto Gesù in croce.
Ma anche se tutto va a gonfie vele per te, se sei in pace con tutti e con tutto, se stai sollevandoti da terra pieno di gioia e di fervore, ti prego, scendi giù, entra nel profondo del tuo piccolissimo io, e prova ripetere: « Sono qui, Signore, qui davanti a te, io e tu, perché non so fare altro ».
E resta lì. Testa a testa con Lui, le mani tue nelle mani sue e il cuore aperto l’uno all’altro, mentre nello Spirito Santo ti sarà dato di ripetere: Ancora, ancora!
Con l’orazione della presenza io ho aperto la porta al Signore che bussa. Ora Egli entra in casa tua. Il tuo impegno sarà quello di tenergli compagnia: questa è la strada della santità, aperta a tutte le categorie degli uomini,, nessuna esclusa, come insegna San Francesco di Sales.

Benedetto sei tu, Signore
Ascolta il mio canto, Gesù, tu che sei qui con me, tu Signore mio e Dio mio. Il mio cuore batte quando Tu mi pensi e Tu mi pensi sempre.
Ti amo perché Tu mi ami e in me Tu ami coloro che io amo. Dentro e fuori di me, sempre Tu, con la tua grande e amorosa presenza.
Sono contento di Te, mio Gesù. Meglio non potevi fare. Ti sento e Ti respiro, profondamente. Sei di casa, più che non lo sia io stesso. In tutti i risvolti dell’anima mia, sei presente, e con molta discrezione. Non ho segreti per Te. Quanto è mio, è già Tuo.
Benedetto sei Tu, Signore!
Ascolta sempre questa piccola melodia che le ,ie labbra ti cantano. Non sono io, sai ma il tuo Santo Spirito in me.
Io e Tu, insieme, per una presenza amorosa mia e Tua, di fronte al Padre e ai fratelli.
Fa’ che io possa contemplare il tuo volto e Tu in me presentati ai miei fratelli. Perché non vedano me, ma Te, Gesù, ricco di misericordia, di grazia,di affetto e di consolazione. Attirali a Te.
Benedetto sei Tu, Signore!
Ecco, io continuo a cantare. vita mia, anima mia, cuore mio benedite il Signore, perché è Lui che mi sostiene e mi dà gioia. Benedetto il mio Dio, il mio Gesù, che compie in ne quanto gli piace, mentre io poveretto mi distraggo e dormo.
Vieni, Signore. Ti riservo il primo posto nei miei sensi spirituali: Te voglio vedere, toccare, voglio sentire la Tua voce. Ecco, ora Ti metto al centro di tutto me stesso, Ti metto là dove risiede il mio io più profondo e più caro, nel mio cuore, là dove io amo e mi dono senza riserve.
Benedetto sei Tu, Signore!
Sto cantando ancora e nessuno se ne accorge. Ho eliminato ogni ragionamento, ogni preghiera. Tu a tavola con me e io con Te. Sento il profumo della Tua presenza. Tu solo mi interessi, Gesù.
Benedetto sei Tu, Signore!

Amami, sorella mia, mia amica,
mia colomba, perfetta mia
(Ct 5,2).

Gesù: Aprimi, aprimi, sorella mia e figlia, nella quale mi sono compiaciuto.
L’anima: Vieni, entra, Signore Gesù, mio tutto. Entra, la porta è spalancata. Lo Spirito Santo mi ha preparato per Te, per questa Tua meravigliosa presenza. Non fa bisogno che Te lo dica: Sei in casa Tua.
La Tua presenza, Gesù! Con Te, nella potenza amorosa dello Spirito che mi ha fatto nuovo, mi rivolgo al Padre e Gli dico: Abbà, Papà! Con Te, Gesù, per Te e in Te, tutto il mio amore, tutto l’onore, tutta la gloria a Dio Padre nostro. Egli mi ama di un amore infinito, ancor prima della creazione mi ha amato, e Tu ne sei il pegno. Mi ha creato a tua immagine. Mi tiene in vita per l’amore e la compassione che tu hai verso di me.
Scusami, Gesù, se ho osato affermare che io Ti ho aperto la porta. Nel Tuo Spirito ho potuto farlo, e nel Tuo Spirito Ti ho accolto come mio Signore, e nel Tuo Spirito sono consapevole che Tu sei presente in me. Per questo stesso Tuo Spirito io Ti conosco, Ti sento, Ti possiedo, Ti amo e offro Te ai miei fratelli.
Mio caro, Perché mi dici « aprimi » quando a porte chiuse Tu entri? SI. Maranatha! Vieni, Signore!
Gesù:Aprimi, sorella mia e sposa, mia amica, mia colomba, perfetta mia, aprimi. Consegnami la chiave di ogni tuo segreto, di ogni tuo desiderio.
L’anima: La mia porta è spalancata, amore mio e sposo, ogni accesso ai miei sensi è aperto a Te, la mia mente, la mia volontà tutto è Tuo, e il mio cuore ancora di più. Qui dentro Tu mi troverai sempre: ho deciso di non evadere più.
Al centro della mia vita, nel pieno possesso della mia libertà, e nel vuoto più metto Te amico e Signore mio, fratello e sposo, roccia e canto, dimora e presenza. Io e Tu, ed è già tutto, ed è già sempre!

Alcuni appunti sulla presenza
La presenza si attua con un semplice sguardo di fede, un fissare gli occhi su Gesù, proprio come diceva al suo santo Curato il contadino di Ars, in preghiera davanti al tabernacolo: « Io lo guardo ed egli mi guarda ». (cfr. CCC 2715).
La presenza diventa contemplazione quando uno intreccia « una relazione viva e personale » con Dio che è vivo e vero. Io corro da Lui e mi metto davanti a Lui, il mio Dio che è sempre presente nel profondo del mio cuore, e così non devo cercare tanto. Sempre nelle nella fede e nell’amore, doni dello Spirito.
Dunque l’appuntamento per una sincera e profonda relazione a tu per tu con Dio esige che ci mettiamo alla sua presenza. (cfr. CCC 2558). Così esercitati, ovunque tu sia, in macchina, al mercato, al lavoro o in casa.
Entrare nell’orazione di una semplice presenza vuoi dire portarci al centre del nostro cuore, là dove ha preso dimora Colui che amiamo. Concentro la mente, la volontà e tutto il mio essere, faccio scendere tutto me stesso verso il mio cuore, dove lo Spirito Santo ha allestito la sua tenda, Cielo dei Cieli, dimora della SS. Trinità.
Per i doni della fede, dell’amore e della sicura certezza noi possiamo entrare alla presenza di Dio, per consegnarci totalmente a Lui (cfr. CCC 2711). Allora dirò: Il mio cuore è pronto per Te, per Te o mia Trinità beata.
La Bibbia ci dice chiaramente che la presenza e l’intimità costituiscono la caratteristica essenziale dell’alleanza di Dio con il suo popolo. E, con l’Incarnazione del Verbo nel grembo di Maria, ecco la novità perfetta: La Presenza e l’intimità di Dio diventa personale e sensibile. (cfr. Gv 1,14).
Gesù, nostro Dio e nostro Tutto, è sempre presente in persona nei Sacramenti e per mezzo di essi Egli, in modo inspiegabile, misterioso ma reale, ci dona la vera vita.
Nella Eucaristia Egli è presente con un rapporto bello e perfetto, grazie al quale, noi resi concorporei e partecipi della sua vita, diventiamo sue membra e cosa sua.
La presenza di Gesù nel Tabernacolo è vera, reale, sostanziale, e noi lo crediano fermamente non per i sensi ma per la fede e lo adoriamo con amore e stupore, con desiderio e abbandono in Lui, sia che ci troviamo nella gioia o nel dolore.
Questa casa, che sono io, mente, cuore, corpo, l’ha costruita Lui stesso, per sé e non ostante tutto prima di entrare Egli bussa e mi porge la sua proposta: « Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (Ap 3,20).

D. Timoteo MUNARI sdb

Publié dans:MEDITAZIONI |on 20 août, 2018 |Pas de commentaires »

UNA GIORNATA DI DESERTO

https://www.monasterodibose.it/ospitalita/scout/tracce-di-cammino/810-deserto-e-solitudine

UNA GIORNATA DI DESERTO

Leggi tutto: Una giornata di deserto

« La cosa che sembra più facile è in realtà la più difficile: conoscere se stessi »
Edgar Morin

1) Apri la tua esperienza di deserto con il silenzio. Nel silenzio cerca di riflettere e interrogarti. Pensa al tuo passato e al tuo oggi, a come agisci e interagisci con gli altri, e cerca di dare il nome a ciò che ti rende felice, contento/a, e a ciò che ti rende infelice e scontento/a, a ciò che ti dà gioia e a ciò che ti fa soffrire.
2) Esercita l’immaginazione e immagina te stesso/a al futuro: come ti vedi felice? Come ti pensi realizzato/a?
3) Approfondisci il silenzio. Nella tua solitudine, cerca di stare almeno mezz’ora (meglio se un’ora) in silenzio anche interiore (silenzio da pensieri, immagini, ricordi, voci): come ti senti dopo? Cosa ti dice il tuo corpo?
4) Esercitati al ringraziamento: cerca di chiudere la tua esperienza di deserto ringraziando. E cerca di individuare i motivi (eventi, persone, paesaggi…) per cui ringraziare. Ricordati della parola di Teresa di Lisieux: « Tutto è grazia ».

Un Sinai interiore
La narrazione della creazione nella Genesi ci rivela che l’atto creatore di Dio è al contempo e indissolubilmente atto di separazione e di parola. Dio separa luce e tenebre, e chiama la luce giorno e le tenebre notte. Se­para le acque sotto il firmamento dalle acque che si trovano sopra il firmamento, e chiama il firmamento «cielo».
La creazione, che dona esistenza alle creature nella loro propria individualità, è separazione nello spazio e successione nel tempo: matrice di ogni solitudine. Ma in quanto atto di parola, pone l’uomo come interlocutore, faccia a faccia. Adamo è separato da Eva per potersi rivolgere a lei con un «Tu» e nel linguaggio della ce­lebrazione: «questa è osso delle mie ossa e carne della mia carne!» Adamo ed Eva sono separati da Dio per trovarsi con Lui faccia a faccia, come splendidamente esprime una scultura della cattedrale di Chartres. Il filosofo Emmanuel Lévinas afferma la stessa idea: «La verità sorge laddove un essere separato dall’altro non si annulla in lui, ma gli parla».
Questo è il senso che riveste, alla luce della creazione, la nostra solitudine: la si può definire solitudine di vocazione. Attraverso di essa, Dio non cessa di affermare la nostra esi­stenza e di chiamare ciascuno per nome. La nostra solitudine non è più soltanto quel segreto interiore che protegge l’intimità della no­stra coscienza: è la camera nuziale dove Dio abita. La nostra solitu­dine di vocazione è ormai la dimora di Dio al cuore della creatura.
E’ perciò necessario, oggi più che mai, ritornare al proprio cuore, entrare nella camera, chiudere la porta per pregare il Padre che vede nel segreto (cf. Vangelo di Matteo 6, 5-6). La solitudine dell’uomo interiore non è quella del de­serto dell’assenza, ma quella del deserto dell’esodo: è il luogo di in­contro, l’Arca dell’Alleanza, il nostro Sinai interiore.
Occorre che il nostro cuore sia solitario per rico­noscere, in se stesso, la Presenza del Tutto Altro, il divenire luogo di comunione. Nello spazio allargato della sua tenda, diviene capace di accogliere nella verità esseri e cose, il mondo e la storia, che non sono più soltanto oggetti del nostro sapere e del nostro potere, ma ridivengono ciò che non hanno mai cessato di essere, i testimoni della prima e indimenticabile alleanza di Dio con l’uomo, l’alleanza della Creazione.
Marguerite Léna, La solitudine dell’uomo.

Isolamento e solitudine
L’uomo di oggi fa molta fatica a trovare la strada della solitu­dine, la strada che lo conduce a se stesso, al mondo e a Dio.
Cos’è, dunque, la solitudine? Se essa si definisce in base alla relazione che ho con l’altro in cui m’imbatto o con l’altro che giace nella parte più intima di me stesso, la solitudine è il con­trario dell’isolamento, che invece nega tale relazione.
L’isolamento si distingue dalla solitudine in quanto nega la possibilità dell’apertura all’altro, vissuta sempre come un’altera­zione. Più in profondità, esso è negazione del desiderio che por­tiamo in noi, il desiderio dell’altro. L’isolamento e il mutismo vanno di pari passo, perché la relazione con l’altro trova l’e­spressione propria nella parola, e la negazione della prima com­porta la scomparsa della seconda. Si potrebbe dire che l’isola­mento stia alla solitudine come il mutismo sta al silenzio. Tacere implica che si abbia qualcosa da dire; essere soli suppone anche la possibilità di non esserlo, di essere aperti al mondo. La pre­senza dell’essere amato è sentita, nella solitudine, come un’as­senza. Nell’isolamento la separazione è vissuta come un’inquie­tante interruzione del contatto. Per provare a se stesso che esi­ste, l’isolato ha bisogno della presenza materiale dell’altro, per quanto insopportabile. La scomparsa o il cambiamento dell’altro lo fa precipitare in una dolorosa incertezza, quella che compare quando è venuto meno ogni punto di riferimento.
Denis Vasse “Uno sguardo umano: dall’isolamento alla solitudine”,
i
Esiste una interiorità che, come diceva Bernanos, assomiglia al gatto che gira attorno alla propria coda: intimismo, spiritualismo disincarnato, fuga dal mondo e dalle sue concrete responsabilità, compiacenze misticheggianti per meglio disprezzare la fatica quotidiana del mestiere di uomo. Ma è pur vero che questa sana rappresaglia a una spiritualità sen­za spina dorsale e senza piedi per terra, a sua volta è minacciata dalla tentazione opposta: affogare nell’attivismo e nell’agitazione quotidiana. Un’autentica spiritualità evangelica è un continuo, delicato, ricon­quistato equilibrio tra contempla­zione e impegno, deserto e storia, l’assoluto di Dio e il quotidiano umano. Per qualsiasi avventura di esodo bisogna entrare, accettare, sperimentare il deserto; ma sempre nel deserto c’è il « roveto ar­dente » dove l’uomo incontra Dio per accettare la vocazione di libe­ratore dei fratelli oppressi. Se la contemplazione non cresce nella verifica della propria voca­zione profetica, diventa sterile aristocrazia intellettuale. Se il de­serto non è lo spazio spirituale per forgiare il proprio impegno ri­voluzionario nella storia, è alienazione da Dio e dall’uomo. Se l’As­soluto non è Parola che si fa carne, non esiste il credente vero per­ché non c’è l’uomo vero. La solitudine non è disimpegno. Nella preghiera il credente si presenta e sempre ritorna al « cuore di Dio », che è il « cuore » di tutte le creature e di tutti gli avveni­menti. Qui la logica mondana delle prudenze, delle furbizie, delle prepotenze è lucidamente vista e capita nella storia, perché queste vi si infrangono e vi sono messe in iscacco. Di qua il credente parte, irrobustito dall’onnipotenza dell’amore, per sfidare le politiche del denaro, della forza, del dominio. Il solitario pianta la sua tenda nel regno di Dio che è attesa e insieme anticipazione ardente. Poiché si sente senza patria, oltre le razze, al di là di ogni confine, incamminato verso il « giorno del Signore », passa attraverso le città degli uomini e le loro sorti come un avven­turiero della libertà, della giustizia, della pace. Su ogni strada, con tutti, ma sempre proteso in avanti. Il cristiano è chiamato a essere « fermento nella massa » e per solle­vare e far lievitare tutta la pasta non deve « massificarsi ». Entrare e rimanere come fermento evangelico dentro la massa della storia e dell’esistenza di tutti – è il momento della incarnazione della Parola – significa accettare il rischio della fede solitaria. Continuamente si deve scommettere la propria fede contro le sconfitte e i fallimenti che il mondo regala senza posa. Bisogna vigilare per difendersi dalle suggestioni della massa: le abitudini, le mode, i conformismi, i ser­vilismi, le rassegnazioni.
Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

La fede potrebbe essere presentata così: una vita che rischia l’ « a so¬lo » con Dio. Fino a che manca questo incontro unico « faccia a faccia » col mistero di Dio, che si rispecchia nel mistero del nostro essere e fare l’uomo, non si entra nella fede. Si rimane nella sfera religiosa, dentro la quale giocano le immaginazioni e le suggestioni superstiziose. Dio, l’invisibile vivente e presente, non tocca né oc¬cupa l’esistenza concreta. Questo vivere faccia a faccia dinanzi al volto del mistero, che incessantemente si svela e si nasconde, costi¬tuisce l’esperienza radicale di ogni fede. Diviene insieme preghiera, contemplazione, conversione: vuol dire porsi alla sorgente del proprio essere, dove « c’è la fonte di un’acqua zampillante a vita eterna » (Giovanni 4, 14). A questa profondità spirituale la luce della Verità ci rivela il nostro nome unico, il nostro unico volto, la nostra unica immagine che ri¬flette e manifesta il volto del Padre. Così nasce e cresce « l’uomo nuovo, non nato da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo » (Giovanni 1, 13). Solo quando si incontra Dio « a tu per tu » si entra in quella novità radicale che costruisce il « noi », perché si creano e si stabiliscono con tutti gli altri uomini rapporti e in¬contri in uno stile che va oltre la logica del sangue e degli istinti, degli interessi, degli egoismi, delle convenienze. La solitudine interiore matura e delinea la struttura e la fisiono¬mia personale di ogni spiritualità, perciò è la condizione indispensa¬bile per uscire dall’anonimato e non proliferare « gruppi anonimi », anche se orpellati di cultura teologica, di estetismo liturgico, di raf¬finatezze spiritualistiche. Perché è una solitudine carica di vita che « morde » la vita. Mette in questione le « clausure » dell’individua¬lismo, egocentrico e indifferente: provoca le soddisfazioni dell’io e le fughe dall’io, aiutando così a scoprire e a rispettare quel bisogno di solitudine che è l’unica difesa dall’isolamento e dalla superficialità quotidiana. Sorgono allora e possono durare le vere amicizie, senza complicità e senza ipocrisie, perché, nella luce di Dio, si denudano la radice di ogni esistenza e gli sbocchi di ogni esperienza e insieme si percorrono le strade della propria liberazione umana.

Umberto Vivarelli, La solitudine del cristiano

Publié dans:MEDITAZIONI |on 12 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

http://www.chiesavaldesetrapani.com/public_html/it/meditazioni-bibliche/1254-siamo-gia-risorti-con-cristo

SIAMO GIÀ RISORTI CON CRISTO

(Chiesa Valdese)

Essendo stati sepolti con lui nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati, mediante la fede nella potenza di Dio che lo ha risuscitato dai morti. E con lui Dio ha vivificato voi, che eravate morti nei peccati e nell’incirconcisione della carne, perdonandovi tutti i peccati. Egli ha annientato il documento fatto di ordinamenti, che era contro di noi e che ci era nemico, e l’ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce; avendo quindi spogliato le potestà e i principati, ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro in lui. (Colossesi 2,12-15)

Cari fratelli e care sorelle,
il testo che abbiamo letto va messo in relazione agli altri testi dell’apostolo Paolo, per notare uno sviluppo teologico nel suo pensiero.
Che il cristiano sia unito alla morte e sepoltura di Cristo nel battesimo, è un dato che viene sottolineto anche nelle altre lettere di Paolo. Per esempio in Rm 6, 4-5: «[4]Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. [5]Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione.»
Nella lettera ai Romani la morte e sepoltura con Cristo è un fatto risalente al passato, cioè al momento in cui avvenne il battesimo, mentre la risurrezione rimane un fatto atteso nel futuro.
La lettera ai Colossesi, invece, e per la prima volta nel NT, parla della risurrezione come uno stato già ottenuto nel battesimo. Perciò si pone la domanda, perché in Colossesi abbia mutato la prospettiva della risurrezione. In Rm 6,1-14; e 1Cor 15, la risurrezione del credente implica la glorificazione del corpo. In Colossesi, invece, si dissocia la gloria futura dalla risurrezione con Cristo. Si tratta di cambiamento di linguaggio, ma non propriamente della teologia, perché il battezzato è unito alla risurrezione di Cristo “mediante la fede nella potenza di Dio” (Col 2,12); e dove si parla di fede significa tensione verso il compimento della salvezza nel futuro. Qui in Colosssesi 2,12 senza mezzi termini Paolo afferma: in lui siete anche stati insieme risuscitati.
Questo è un punto che merita attenzione per la nostra meditazione di oggi.
Vorrei avere la preparazione di un teologo per scorrere con agilità le pagine bibliche che servono per approfondire questo tema. Sopportate la mia modesta frequentazione delle scritture. Cominciamo col ricordarci che nella bibbia la morte è presentata come esito del peccato, da qualche parte è scritto che il frutto del peccato è la morte. Ma non solo la morte, anche la sofferenza e l’handcap vengono visti come frutto del peccato. I farisei chiedono a Gesù chi ha peccato a proposito del nato cieco. Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9:1-41. Gesù non accetta questa visione, ma questa convinzione resta a lungo. Una domanda che rimane senza risposta: se la morte è il frutto del peccato e se Dio perdona i nostri peccati, perché si muore ancora? E i primi cristiani erano convinti di non dover morire e di aspettare il regno di Dio senza provare l’esperienza della morte.
Sapevano che Gesù era senza peccato, che era vissuto sempre unito allo spirito del Padre, ma allora perché la sua morte? Avevano risolto questo enorme problema con l’idea che Gesù si fosse caricato del peccato di tutto il genere umano e che avesse dovuto provare l’ignominia della croce proprio per espiare il nostro peccato, quasi che avessimo fatto a lui una procura speciale.
E secondo questa procura Gesù ci sostituisce nella morte e restituisce a noi il frutto della sua fedeltà, cioè la sua resurrezione diventa anche la nostra resurrezione. Ci è richiesta fede nella potenza di Dio, credere che Dio compie verso di noi lo stesso miracolo d’amore, liberandoci dal peso e dall’ansia della nostra morte, facendoci partecipi della resurrezione di Gesù.
E con lui Dio ha vivificato voi, cioè Dio ha ridato vita e fiato umano anche a noi, in Gesù Dio vede anche noi che siamo la sua chiesa e riceviamo la vita della risurrezione nel nuovo regno di Dio. Molto spesso il messaggio cristiano viene presentato come smania di salvezza contro il rischio della perdizione. Cari fratelli e care sorelle, personalmente cerco un rapporto con Dio che travalichi questa prospettiva, mi sembra quasi poco dignitoso presentarmi davanti a lui col piagnisteo per ottenere la salvezza eterna. L’evento straordinario a cui siamo chiamati a partecipare è la vita stessa di Dio, come Gesù ha vissuto unito al Padre così anche noi dobbiamo vivere uniti al Padre. Sarei tentato di dire che Dio non ha riguardi personali nemmeno nei confronti di Gesù suo figlio. Anche noi siamo suoi figli, da lui perdonati e già risuscitati a vita nuova. Questo è un messaggio più facile da capire, spero. Quante persone hanno sprecato la propria vita, cercando consolazione nel gioco, nell’alcool, nella droga, nei tradimenti, negli imbrogli! Spesso sento dire: se potessi tornare indietro! Ecco la nostra occasione, possiamo tornare indietro, cioè possiamo rinascere, possiamo cominciare da capo: le cose vecchie sono passate. Siamo chiamati a vivere una vita nuova, siamo chiamati a vivere come ha vissuto Gesù, una cosa sola con Dio. I grandi mistici della storia cristiana hanno scoperto la gioia di essere uniti a Dio, fino al punto da identificarsi col Signore: non sono più io che vivo ma è Dio che vive in me. Paolo arriva a dire: siate miei imitatori come io lo sono di Cristo. Mi sembra una bella prospettiva da cui guardare il significato dell’essere cristiani oggi. Ve l’immaginate una società di credenti che vivono fino in fondo la propria fede, uniti a Cristo Gesù, uniti a Dio? E se cominciamo da noi? E’ un dato di fatto che come cristiani restiamo invisibili, perché ci comportiamo come tutti gli altri, mancano gesti concreti di rottura rispetto alla nostra società, che richiede un comportamento ligio al rispetto umano, agli usi, alle tradizioni familiari.
Cari fratelli e care sorelle, sarebbe bello annotarsi la data della pasqua 2018 come l’inizio di un nostro impegno concreto a vivere in maniera diversa i giorni della nostra esistenza. Forse non avevamo fatto attenzione al fatto che in Cristo Dio ha risuscitato anche noi, se crediamo alla sua potenza di trarre vita dalla morte, di rendere vivi e viventi quelli che sembrano condannati alla morte.
Dio ha cancellato e resi vani tutti i decreti comportamentali, impossibili da osservare e quindi motivo di discredito e condanna per chi confida nella loro osservanza.
Dio ci ha reso creature nuove, libere da ogni catena, cerca solo il nostro cuore, non come muscolo, ma come simbolo del nostro amore e della nostra unione con lui.
Un teologo a me familiare mi ha spiegato che se viviamo uniti a Dio già da ora, non conosceremo il trauma della morte, in quanto continueremo a essere con Dio per tutta l’eternità. La morte umana sarà solo l’abbandono della buccia che avvolge il frutto della migliore creazione voluta da Dio per noi. Cari fratelli e care sorelle, riflettiamo sulla nostra vita, sul nostro cammino, sulla possibilità di ricominciare ancora una volta, se avvertiamo di avere deviato dalla fede che abbiamo ricevuto e secondo la quale noi siamo morti con Gesù e con lui siamo stati risuscitati per vivere in eterno la vita stessa di Dio. Amen.

Franco D’Amico – culto dell’8 aprile 2018

 

«DIO, COME BAMBINO, MENDICA, PER COSÌ DIRE, IL NOSTRO AMORE» PAPA BENEDETTO (2010)

http://www.30giorni.it/articoli_id_23345_l1.htm

«DIO, COME BAMBINO, MENDICA, PER COSÌ DIRE, IL NOSTRO AMORE» PAPA BENEDETTO (2010)

Solennità del natale del Signore Messa di mezzanotte, Omelia di Benedetto XVI, Basilica Vaticana , 25 dicembre 2010

Cari fratelli e sorelle!
«Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato» – con questa parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola originariamente apparteneva al rituale dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa “figlio di Dio” mediante la chiamata e l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione di travaglio e di minaccia per Israele: «Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere» (9, 5). L’insediamento nell’ufficio del re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità. Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce: Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre – Principe della pace (9, 5). Sì, questo re non ha bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in sé stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio.
Le parole del rituale dell’incoronazione in Israele, in verità, erano sempre soltanto rituali di speranza, che prevedevano da lontano un futuro che sarebbe stato donato da Dio. Nessuno dei re salutati in questo modo corrispondeva alla sublimità di tali parole. In loro, tutte le parole sulla figliolanza di Dio, sull’insediamento nell’eredità delle genti, sul dominio delle terre lontane (Sal 2, 8) restavano solo rimando a un avvenire – quasi cartelli segnaletici della speranza, indicazioni che conducevano verso un futuro che in quel momento era ancora inconcepibile. Così l’adempimento della parola che inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente più grande e – dal punto di vista del mondo – più umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di Dio, veramente «Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre». L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno si estende veramente fino ai confini della terra. Nella vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal cuore. Ma è anche vero che «il bastone dell’aguzzino» non è stato spezzato. Anche oggi marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora e sempre di nuovo c’è il «mantello intriso di sangue» ( Is 9, 3s). Così fa parte di questa notte la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio, come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera: Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa’ che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue. Realizza la promessa: «La pace non avrà fine» ( Is 9, 6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio della tua verità, del tuo amore – il «regno della giustizia, dell’amore e della pace».

«Maria diede alla luce il suo figlio primogenito» (Lc 2, 7). Con questa frase, san Luca racconta, in modo assolutamente privo di pathos, il grande evento che le parole profetiche nella storia di Israele avevano intravisto in anticipo. Luca qualifica il bambino come “primogenito”. Nel linguaggio formatosi nella Sacra Scrittura dell’Antica Alleanza, “primogenito” non significa il primo di una serie di altri figli. La parola “primogenito” è un titolo d’onore, indipendentemente dalla questione se poi seguono altri fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es 4, 22), Israele viene chiamato da Dio «il mio figlio primogenito», e con ciò si esprime la sua elezione, la sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte le promesse fatte a Israele. Così la Lettera agli Ebrei chiama Gesù “il primogenito” semplicemente per qualificarlo, dopo le preparazioni nell’Antico Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr. Eb 1, 5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a Dio, e per questo egli – come in molte religioni – doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come san Luca racconta nell’episodio della presentazione di Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in modo particolare, è, per così dire, destinato al sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la destinazione del primogenito si compie in modo unico. In sé stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. San Paolo, nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini, ha ampliato e approfondito l’idea di Gesù come primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il Primogenito della creazione – il vero archetipo dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo. L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere. Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino e Abele, di Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio inizia nel momento in cui Maria avvolge il “primogenito” in fasce e lo pone nella mangiatoia. Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza. Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini, il tuo volto, e a vivere insieme con te come fratelli e sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.

<I>Adorazione dei Magi</I>, Andrea Mantegna, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Adorazione dei Magi, Andrea Mantegna, The J. Paul Getty Museum, Los Angeles

Il Vangelo di Natale ci racconta, alla fine, che una moltitudine di angeli dell’esercito celeste lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama» (Lc 2, 14). La Chiesa ha amplificato, nel Gloria, questa lode, che gli angeli hanno intonato di fronte all’evento della Notte Santa, facendone un inno di gioia sulla gloria di Dio. «Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa». Ti rendiamo grazie per la bellezza, per la grandezza, per la tua bontà, che in questa notte diventano visibili a noi. L’apparire della bellezza, del bello, ci rende lieti senza che dobbiamo interrogarci sulla sua utilità. La gloria di Dio, dalla quale proviene ogni bellezza, fa esplodere in noi lo stupore e la gioia. Chi intravede Dio prova gioia, e in questa notte vediamo qualcosa della sua luce. Ma anche degli uomini parla il messaggio degli angeli nella Notte Santa: «Pace agli uomini che egli ama». La traduzione latina di tale parola, che usiamo nella liturgia e che risale a Girolamo, suona diversamente: «Pace agli uomini di buona volontà». L’espressione «gli uomini di buona volontà» proprio negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta? Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto. Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non avesse chiamato l’uomo a una risposta libera di amore. Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona volontà potrebbe, per così dire, redimere sé stesso. Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà; l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non potremmo amarlo, e la nostra risposta, che Egli attende e per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti separate l’una dall’altra. Ambedue sono inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo diventare persone che amano insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra.
Luca non ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli…» (Lc 2, 13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare degli angeli è diverso da quello degli uomini; che proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato. Così questo canto degli angeli è stato percepito fin dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come invito a unirsi nel canto, nella gioia del cuore per l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice sant’Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i secoli, il canto degli angeli è diventato sempre nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo amore. Fa’ che diventiamo sempre di più persone che amano insieme con te e quindi persone di pace. Amen.

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