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SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

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SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

San Michele è potente, specialmente nella lotta contro il Maligno. San Gabriele è lo specialista nel campo delle comunicazioni e san Raffaele è, in modo speciale, il protettore dei viaggiatori, con poteri straordinari per guarire gli infermi.

GLI ARCANGELI
Sono gli angeli inviati da Dio per missioni di particolare importanza. Nella Bibbia se ne nominano soltanto tre: Michele, Gabriele e Raffaele..
San Raffaele dice di sè: Io sono Raffaele, uno dei sette santi angeli, che presentano le preghiere dei giusti e possono stare dinanzi alla maestà del Signore (Tob 12, 15). Alcuni autori li vedono anche nell’Apocalisse, dove si dice: Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono (Ap 1, 4). Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe (Ap 8, 2).
Nel 1561 Papa Pio IV consacrò la chiesa, costruita nel locale del salone delle terme dell’imperatore Diocleziano, a santa Maria e ai sette arcangeli. Si tratta della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
La mistica austriaca Maria Simma ci dice: Nella Sacra Scrittura si parla di sette arcangeli dei quali i più conosciuti sono Michele, Gabriele e Raffaele.
San Gabriele è vestito da sacerdote e aiuta specialmente chi invoca molto lo Spirito Santo. È l’angelo della verità e nessun sacerdote dovrebbe lasciar passare nemmeno un solo giorno senza chiedergli aiuto.
Raffaele è l’angelo della guarigione. Aiuta specialmente i sacerdoti che confessano molto ed anche gli stessi penitenti. In particolar modo le persone sposate dovrebbero ricordarsi di san Raffaele.
L’arcangelo san Michele è l’angelo più forte contro ogni tipo di male. Dobbiamo chiedergli spesso che protegga non solo noi, ma anche tutti i membri vivi e defunti della nostra famiglia.

San Gabriele
Il suo nome significa forza di Dio. Lo si rappresenta con una verga di giglio profumato, che ossequiò a Maria nel momento dell’Annunciazione e che rappresenta la purezza immacolata della Vergine Santa. La sua festa è il 25 marzo, ricorrenza dell’Annunciazione.
È il messaggero di Dio per eccellenza e colui che comunica agli uomini le grandi notizie da parte del Signore. Già nell’Antico Testamento parla al profeta Daniele degli avvenimenti importanti che avranno luogo per il popolo di Israele e si parla chiaramente del Messia promesso al popolo d’Israele.
Per questo Gabriele è chiaramente, già dall’Antico Testamento, l’ambasciatore di Dio per i grandi avvenimenti del popolo di Dio. E ciò si manifesta con totale chiarezza nel Nuovo Testamento quando viene annunciata la nascita di Giovanni il Battista e di Gesù.
Dice Gabriele a Zaccaria: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo (Lc 1, 19-20).
Ma soprattutto egli annuncia a Maria la grande notizia della nascita del Salvatore: Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1, 26-28). Maria si spaventa alla vista dell’angelo, che le ha chiarito fin dal principio che veniva da parte di Dio. E Dio, per mezzo di Gabriele, le dice le belle parole dell’Ave Maria: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Parole divine ed evangeliche, la cui ripetizione nell’Ave Maria non può essere se non fonte di immense benedizioni per i credenti.
Ed egli continua dicendo: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 30-33).
Poi l’angelo le spiega il concepimento miracoloso di Gesù: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio. Vedi: Anche Elisabetta tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio. Allora Maria disse: eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l’angelo partì da lei (Lc 1, 35-38).
In questa ambasciata, Gabriele si presenta dinanzi all’umanità come il grande comunicatore, il grande messaggero, come se fosse il corriere di Dio. Perciò papa Paolo VI lo nominò patrono delle poste, dei postini, degli impiegati delle poste e dei filatelici, attraverso la lettera apostolica Quondoquidem del 9 dicembre 1972.
Papa Pio XII lo proclamò patrono delle telecomunicazioni e dei comunicatori col breve apostolico del 12 gennaio 1951, in cui si dice:
Dinanzi alla sollecitudine di molti personaggi che lavorano nel mondo delle telecomunicazioni e che hanno chiesto che venga concesso loro san Gabriele arcangelo come celeste patrono, abbiamo deciso di accogliere favorevolmente questa richiesta che risponde anche ai nostri desideri. Perciò, con il nostro potere apostolico, costituiamo per sempre e dichiariamo san Gabriele arcangelo patrono celeste davanti a Dio delle telecomunicazioni, dei loro specialisti e di tutti gli impiegati, concedendo a san Gabriele tutti gli onori e privilegi che corrispondono normalmente ai patroni principali.
Poiché san Gabriele è ambasciatore di Dio, è anche patrono degli ambasciatori e dei diplomatici; così pure l’hanno per patrono gli annunciatori radiofonici e tutti gli impiegati, i lavoratori e gli operatori della radio e della televisione, nonché gli operatori telefonici e i messaggeri. Attualmente molti lo considerano patrono dei cibernauti e di Internet.

SAN RAFFAELE
Raffaele significa medicina di Dio e di solito si rappresenta questo arcangelo insieme a Tobia, mentre lo accompagna o lo libera dal pericolo del pesce. Il suo nome compare soltanto nel libro di Tobia, dove egli viene presentato come modello di angelo custode, perché protegge Tobia da tutti pericoli: dal pesce che voleva divorarlo (6, 2) e dal demonio che l’avrebbe ucciso con quegli altri sette pretendenti di Sara (8, 3). Guarisce la cecità del padre (11, 11) e così manifesta il suo carisma speciale di essere medicina di Dio e patrono di coloro che curano i malati. Sistema la faccenda dei soldi prestati a Gabaele (9, 5) e consiglia a Tobia di sposarsi con Sara.
Umanamente, Tobia non si sarebbe mai sposato con Sara, perché aveva paura di morire come i precedenti mariti di lei (7, 11), ma Raffaele guarisce Sara dalle sue paure e tranquillizza Tobia affinché si sposi, perché quel matrimonio è voluto da Dio da tutta l’eternità (6, 17). Lo stesso Raffaele è colui che presenta le preghiere di Tobia e della sua famiglia davanti a Dio: Quando pregavate, io presentavo le vostre orazioni davanti al Santo; quando tu seppellivi i morti, anch’io ti assistevo; quando senza pigrizia ti alzavi e non mangiavi per andare a seppellirli, io ero con te (12, 12-13).
Raffaele viene considerato il patrono dei fidanzati e dei giovani sposi, perché sistemò tutto ciò che riguardava il matrimonio fra Tobia e Sara e risolse tutti i problemi che ne impedivano la realizzazione. Per questo tutti i fidanzati devono raccomandarsi a san Raffaele e, per mezzo di lui, alla Madonna che, come Madre perfetta, si preoccupa della loro felicità. Così Lei fece infatti alle nozze di Cana, durante le quali ottenne da Gesù il primo miracolo per far felici i neo sposi.
Inoltre san Raffaele è un buon consigliere familiare. Invita la famiglia di Tobia a lodare Dio: Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio; lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. [...] Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute (12, 17- 20). E consiglia a Tobia e a Sara di pregare: Prima di unirti a lei, alzatevi tutti e due a pregare. Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la sua salvezza. Non temere: Essa ti è stata destinata fin dall’eternità. Sarai tu a salvarla. Ti seguirà e penso che da lei avrai figli che saranno per te come fratelli. Non stare in pensiero (6, 18).
E quando si trovarono da soli nella stanza da letto, Tobia disse a Sara: Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza. [...]
Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine di intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia.
E dissero insieme: Amen, amen! (8, 4-8).
È importante pregare in famiglia! La famiglia che prega unita, rimane unita. Inoltre, san Raffaele è patrono speciale dei marinai, di tutti coloro che viaggiano per acqua e di coloro che vivono e lavorano vicino all’acqua, poiché, siccome liberò Tobia dal pericolo del pesce nel fiume, può liberare anche noi dai pericoli delle acque. Per questo è patrono speciale della città di Venezia.
Per di più è patrono dei viandanti e dei viaggiatori, che lo invocano prima di intraprendere un viaggio, perché egli li protegga come protesse Tobia nel suo viaggio.
Ed ancora è patrono dei sacerdoti che confessano e amministrano l’unzione degli infermi, poiché la confessione e l’unzione degli infermi sono sacramenti di guarigione fisica e spirituale. Per questo i sacerdoti dovrebbero chiedere il suo aiuto specialmente quando confessano ed amministrano l’estrema unzione. È patrono dei non vedenti, perché può guarirli dalla cecità come fece al padre di Tobia. Ed in modo molto speciale è patrono di coloro che curano o badano agli infermi, concretamente, dei medici, degli infermieri e delle badanti.

SAN MICHELE
Michele (Mi-kha-el) vuol dire chi come Dio. Alcuni hanno visto san Michele nell’apparizione a Giosué, poiché si presenta con una spada sguainata in mano, esattamente come viene rappresentato san Michele. Egli disse a Giosué: Sono un principe dell’esercito di Yahvé… togliti i calzari, perché il luogo che calpesti è santo (Gs 5, 13-15).
Quando il profeta Daniele ebbe una visione e rimase come morto, disse: Però Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto e io l’ho lasciato là presso il principe del re di Persia (Dn 10, 13). Io ti dichiarerò ciò che è scritto nel libro della verità. Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe (Dn 10, 21).
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, che non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo (Dn 12, 1).
Nel Nuovo Testamento, nella lettera di san Giuda Taddeo, sta scritto: L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosé, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! (Gd 9).
Ma è soprattutto nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse che appare chiaramente la sua missione di capo degli eserciti angelici nella lotta contro il diavolo e i suoi demoni:
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del Sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio, poiché hanno disprezzato la vita fino a morire (Ap 12, 7-11).
San Michele arcangelo è considerato il patrono speciale del popolo di Israele, come sta scritto in Daniele al capitolo 12, versetto 1. Inoltre è stato nominato patrono speciale della Chiesa cattolica, il nuovo popolo di Dio del Nuovo Testamento.
Viene acclamato anche come patrono dei giudici e di coloro che esercitano la giustizia, infatti lo si rappresenta con la bilancia in mano. E poiché è il capo degli eserciti celesti nella lotta contro il male e contro il diavolo, viene considerato patrono dei soldati e dei poliziotti. Poi è stato scelto come patrono dei paracadutisti e dei radiologi e di tutti coloro che curano per mezzo del radio. Ma è specialmente potente contro Satana. Per questo gli esorcisti lo invocano come un difensore fortissimo.

 

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI, FESTE |on 28 septembre, 2017 |Pas de commentaires »

GLI ANGELI NELLA BIBBIA – DI GIANFRANCO RAVASI

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GLI ANGELI NELLA BIBBIA – DI GIANFRANCO RAVASI

Dalla prima pagina delle Scritture Sacre coi “Cherubini dalla fiamma della spada folgorante”, posti a guardia del giardino dell’Eden (Genesi 3,24), fino alla folla angelica che popola il cielo dell’Apocalisse, tutti i libri della Bibbia sono animati dalla presenza di queste figure sovrumane, ma non divine, che già occhieggiavano nelle religioni circostanti al mondo ebraico e cristiano. Proprio i Cherubini, che saranno destinati a proteggere l’Arca dell’Alleanza (Esodo 25,18-21), sono noti anche nel nome (karibu) all’antica Mesopotamia, simili quasi a sfingi alate, dal volto umano e dal corpo zoomorfo, posti a tutela delle aree sacre templari e regali, mentre i Serafini della vocazione di Isaia (6,1-7), nella loro radi- ce nominale, rimandano a qualcosa di serpentiniforme e ardente.

L’Angelo, “trasparenza” del divino
Ma lasciamo questo intreccio marginale – coltivato, però, con entusiasmo dalle successive tradizioni apocrife e popolari – tra mitologia e angelologia per individuare, in modo sia pure molto semplificato, il vero volto dell’Angelo secondo le Scritture. V’è subito da segnalare un dato statistico: il vocabolo mal’ak, in ebraico “messaggero”, tradotto in greco come ‘Anghelos (donde il nostro “angelo”) risuona nell’Antico Testamento ben 215 volte e diventa persino il nome (o lo pseudonimo) di un profeta, Malachia, che in ebraico significa “angelo del Signore”.
Certo, come prima si diceva a proposito di Cherubini e Serafini, non mancano elementi di un retaggio culturale remoto che la Bibbia ha fatto suoi: la Rivelazione ebraico-cristiana si fa strada nei meandri della storia e nelle coordinate topografiche di una regione appartenente all’antico Vicino Oriente e ne raccoglie echi e spunti tematici e simbolici.
I “figli di Dio”, ad esempio, nella religione cananea, indigena della Palestina, erano dèi inferiori che facevano parte del consiglio della corona della divinità suprema del pantheon, ’El (o in altri casi Ba’al, il dio della fecondità e della vita). Israele declassa questi “figli di Dio”, che qua e là appaiono nei suoi testi sacri (Genesi 6,1-4; Giobbe 1,6 e Salmi 29,1), al rango di Angeli che assistono il Signore, il cui nome sacro, unico e impronunziabile, è JHWH. Anche “il Satana”, cioè 1’avversario (in ebraico è un titolo comune e ha l’articolo), in Giobbe appare come un pubblico ministero angelico della corte divina (1,6-12).
L’Angelo biblico, perciò, conserva tracce divine. Anzi diventa non di rado – soprattutto quando è chiamato mal’ak Jhwh, “Angelo del Signore” – una rappresentazione teofanica, ossia un puro e semplice rivelarsi di Dio in modo indiretto. Come scriveva uno dei più famosi biblisti del Novecento, Gerhard von Rad, “attraverso 1’Angelo è in realtà Dio stesso che appare agli uomini in forma umana”. E’ per questo che talvolta 1’Angelo biblico sembra entrare in una dissolvenza e dal suo volto lievitano i lineamenti del Re celeste che lo invia. Infatti in alcuni racconti l’Angelo e Dio stesso sono intercambiabili.
Nel roveto ardente del Sinai a Mosè appare innanzitutto “l’Angelo del Signore” ma, subito dopo, la narrazione continua così: ”Il Signore vide che Mosè si era avvicinato e Dio lo chiamò dal roveto” (Esodo 3,2.4). Questa stessa identificazione può essere rintracciata nel racconto che vede protagonisti Agar, schiava di Abramo e di Sara, e suo figlio Ismaele dispersi nel deserto (Genesi 16,7.13) in quello del sacrificio di Isacco al monte Moria (Genesi 22,11-17), nella vocazione di Gedeone (Giudici 6,12.14) e così via.

Lasciamo ai nostri lettori più esigenti la verifica all’interno dei passi biblici citati. In questa funzione di “trasparenza” del divino, 1’Angelo può acquistare anche fisionomie umane per rendersi visibile. Così nel capitolo 18 della Genesi – divenuto celebre nella ripresa iconografica di Andrej Rublev – gli Angeli si presentano davanti alla tenda di Abramo come tre viandanti; uno solo di loro annunzia la promessa divina; nel prosieguo del racconto (19,1) diventano “due Angeli”, ritornano poi a essere “tre uomini” per ritrasformarsi in Angeli (19,15), mentre è uno solo a pronunziare le parole decisive per Lot, nipote di Abramo (19,17-22). E’ ancora sotto i tratti di un uomo misterioso che si cela 1’Angelo della lotta notturna di Giacobbe alle sponde del fiume Jabbok (Genesi 32,23- 33), ma il patriarca è convinto di “aver visto Dio faccia a faccia”.
Dobbiamo, allora, interrogarci sul significato di questa personificazione “angelica” di Dio che appare in non poche pagine bibliche come espressione della sua benedizione ma anche del suo giudizio (si pensi all’Angelo sterminatore dei primogeniti egiziani nell’Esodo che il libro della Sapienza reinterpreta come la stessa Parola divina).
Se non leggiamo materialmente o “fondamentalisticamente” (cioè in modo letteralistico) quei passi, ma cerchiamo di coglierne il significato genuino sotto il velo delle modalità espressive, ci accorgiamo che in questi casi l’Angelo biblico racchiude in sé una sintesi dei due tratti fondamentali del volto di Dio. Da un lato, infatti, il Signore è per eccellenza 1’Altro, cioè colui che è diverso e superiore rispetto all’uomo, è – se usiamo il linguaggio teologico – il Trascendente. D’altra parte, però, egli è anche il Vicino, 1’Emmanuele, il Dio – con – noi, presente nella storia dell’uomo. Ora, per impedire che questa vicinanza ‘impolveri’ Dio, lo imprigioni nel mondo come un oggetto sacro, 1’autore biblico ricorre all’Angelo. Egli, pur venendo dall’area divina, entra nel mondo degli uomini, parla e agisce visibilmente come una creatura.
Ma il messaggio che egli porta con sé è sempre divino. In altri termini 1’Angelo è spesso nella Bibbia una personificazione dell’efficace parola di Dio che annunzia e opera salvezza e giudizio. La visione della scala che Giacobbe ha a Betel è in questo senso esemplare: “Gli angeli di Dio salivano e scendevano su una scala che poggiava sulla terra mentre la sua cima raggiungeva il cielo” (Genesi 28,12). L’Angelo raccorda cielo e terra, infinito e finito, eternita e storia, Dio e uomo.

Il volto “ personale” dell’Angelo
Ma gli Angeli sono anche qualcosa di più di una semplice immagine di Dio. E’ necessario, perciò, percorrere altre pagine bibliche. Ebbene, in altri testi antico o neotestamentari gli Angeli appaiono nettamente con una loro entità e identità e non come rappresentazione simbolica dello svelarsi e dell’agire di Dio. E’ necessaria, però, una nota preliminare. Soprattutto nell’Antico Testamento, non si parla mai di “purissimi spiriti” come noi siamo soliti definire gli Angeli, perché per i Semiti era quasi impossibile concepire una creatura in termini solo spirituali, separata dal corpo (Dio stesso è raffigurato antropomorficamente).
Essi, perciò, hanno connotati e fisionomie con tratti concreti e umani. Ed è soprattutto nella letteratura biblica successiva all’esilio babilonese di Israele (dal VI secolo a.C. in poi) che 1’Angelo acquista un’identità propria sempre più spiccata. Evochiamone alcuni desumendoli dalla narrazione biblica. Iniziamo con la storia esemplare di Tobia jr. che parte verso la meta di Ecbatana, ove 1’attenderanno le nozze con Sara, accompagnato da un giovane di nome Azaria. Egli ignora che, sotto le spoglie di questo ebreo che cerca lavoro, si cela un Angelo dal nome emblematico, Raffaele, in ebraico “Dio guarisce”. Egli, infatti, non solo preparerà un filtro magico per esorcizzare il demonio Asmodeo che tiene sotto il suo malefico influsso la promessa sposa di Tobia, Sara, ma anche appronterà una pozione oftalmica per far recuperare la vista a Tobia sr., il vecchio padre accecato da sterco caldo di passero.
Come è facile intuire, il racconto “fine e amabile” di Tobia – secondo la definizione di Lutero che ne raccomandava la lettura alle famiglie cristiane – è percorso da elementi fiabeschi, ma la certezza dell’esistenza di un “Angelo custode” del giusto è indiscussa. discorso finale che egli rivolge ai suoi beneficati nel capitolo 12 del libro di Tobia, al momento dello svelamento, è significativo: Raffaele-Azaria ha introdotto 1’uomo nel segreto del re divino e 1’b rivelato come quello di un Dio d’amore (“quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di DIO” confessa in Tobia 12,18).

L’idea di un Angelo che non lascia solo il povero e il giusto per le strade del mondo, ma gli cammina a fianco è, d’altronde, reiterata nella preghiera dei Salmi: “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva (…). Il Signore darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi; sulle loro mani ti porteranno perchè non inciampi nella pietra il tuo piede” (Salmi .34, 91,11-12).
Nel libro di Giobbe appare anche 1’Angelo intercessore che placa la giustizia divina educando 1’uomo alla fedeltà e incamminandolo sulle vie della salvezza: “Se 1’uomo incontra un angelo un intercessore tra i mille, che gli sveli il suo dovere, che abbia compassione di lui e implori: Scampalo, Signore, dal discendere nella fossa della morte perchè io gli ho trovato un riscatto!, allo la carne dell’uomo ritroverà la freschezza della giovinezza e tornerà ai giorni dell’adolescenza” (Giobbe 33,23-25).

Un’altra figura angelica “personale” di grande rilievo per entrambi i Testamenti è, con Michele (“chi è come Dio?”), Angelo combattente, Gabriele (“uomo di Dio” o “Dio si è mostrato forte” o “uomo fortissimo”). Nel libro di Daniele egli entra in scena nel funzioni di Angelo “interprete”, perchè consegna e decifra ai fedeli gli enigmi della Rivelazione divina, spesso affidata ai sogni. Si leggano appunto i capitoli 7-12 del libro apocalittico di Daniele, che è mo lto simile a una sciarada storico- simbolica, i cui fili aggrovigliati vengono dipanati da Gabriele, 1’Angelo che – come vedremo – sarà presente anche alla soglia del Nuovo Testamento.
Nella tradizione giudaica, soprattutto in quella della letteratura apocalittica apocrifa dei secoli III-I a.C., egli si affaccia dal cielo per abbracciare con sguardo tutti gli eventi del mondo così da poterne riferire a Dio. E presiede le classi angeliche dei Cherubini e delle Potestà e ha in pratica la gestione dell’intero palazzo celeste. Gli Angeli si moltiplicheranno in particolare nel racconto biblico dell’epoca dei Maccabei, combattenti per la libertà di Israele sotto il regime siro-ellenistico nel II secolo a.C. Questa proliferazione è naturalmente lo specchio di un’epoca storica e della convinzione di combattere una battaglia giusta e santa, avallata da Dio stesso che ne produce 1’esito positivo attraverso la sua armata celeste. Ma v’è anche la netta certezza che 1’Angelo faccia parte delle verità di fede secondo una sua precisa identità e funzione. Così, al ministro siro Eliodoro, che vuole confiscare il tesoro del tempio di Gerusalemme, si fanno incontro prima un cavaliere rivestito d’armatura aurea e poi “due giovani dotati di grande forza splendidi per bellezza e con vesti meravigliose” che lo neutralizzano e lo convincono a riconoscere il primato della volontà divina ( 2Maccabei 3,24-40).
Durante un violento scontro tra Giuda Maccabeo e i Siri “apparvero dal cielo ai nemici cinque cavaliere splendidi su cavalli dalle briglie d’oro: essi guidavano gli Ebrei e, prendendo in mezzo a loro Giuda, lo ripararono con le loro armature rendendolo invulnerabile” (2 Maccabei 10,29-30). Altre volte è un solitario “cavaliere in sella, vestito di bianco, in atto di agitare un’arma tura d’oro”, a guidare Israele alla battaglia (2 Maccabei 11,8). E non manca neppure una vera e propria squadriglia angelica composta da “cavalieri che correvano per 1’aria con auree vesti, armati di lance roteanti e di spade sguainate” (2 Maccabei 5,2).Al di là della retorica marziale di queste pagine v’è la sicurezza di una presenza forte che, come si diceva nei Salmi già citati, si accampa accanto agli oppressi e ai fedeli per tutelarli e salvarli.

IL CULTO DEGLI ANGELI NELLA LITURGIA BIZANTINA

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IL CULTO DEGLI ANGELI NELLA LITURGIA BIZANTINA

La credenza nelle intelligenze immateriali, i messaggeri di Dio creati prima del mondo visibile, trova riscontro nell’Antico testamento (Gn. 3, 24; Es. 14, 19) e nel Nuovo Testamento (Mt. 1, 20; 2, 13; Lc 1, 11, 26). Nonostante i nove cori di angeli di Dionigi lo Pseudo Areopagita (+ca 500) che Tommaso d’Aquino ( + 1274) adotta in Occidente, potremmo dire che non esiste trattato sistematico sugli angeli in Oriente, anche se commenti e studi non mancano. I siriaci usano il termine malaka , mentre S. Efrem (+373) impiega ‘ira per esprimere la vigilanza dell’angelo. Gli Arcangeli primeggiano fra gli etiopi e g i copti che usano il termine mal’ak. Nelle differenti liturgie orientali gli angeli hanno funzioni importanti nella liturgia celeste (cf. Is 6,3; Lc 2, 13) e nel difendere gli esseri umani dai demoni (Mt. 13, 39- 43; 18,10) (escatologia); gli angeli sono venerati al pari dei santi. Che singole persone, nazioni, Chiese abbiano i loro angeli protettori è idea cara all’Oriente e fondata sulla Bibbia. Gli Angeli sono presenti nelle icone dei misteri della salvezza quali Annunciazione, Nascita, Battesimo , Morte e Risurrezione. …
… Dormizione della Theotokos e in altre icone relative ai santi. Nel calendario bizantino, s. Gabriele è celebrato il 26 marzo e insieme a s. Michele agli altri arcangeli, l’8 novembre ; entrambi gli arcangeli decorano le due porte laterali di un’incontrarsi ortodossa. S. Giovanni il Prodromos (Precursore) come è conosciuto il Battista fra gli ortodossi, è spesso dipinto con le ali come un angelo / messaggero. Analogamente la vita monastica è spesso definita “angelica”. Un’angelologia ortodossa di solito respiro speculativo è stata fornita da Sergij Bulgakov (+1944) nel suo La scala di Giacobbe (1929 in russo). La Sofia è rappresentata nell’icona di Novgorod come angelo femminile. La fede nell’esistenza degli angeli, la professiamo nel credo: “Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili”. Col termine “cielo” si intendono appunto gli angeli, spiriti invisibili. “Gli angeli sono simili agli uomini in quanto forniti di intelletto, sentimenti, forza e di un proprio nome… Differiscono dagli uomini in quanto sono incorporei e immortali. Alcuni di loro vengono chiamati “custodi”, perché hanno il compito di custodire gli uomini. Ciò è stato confermato da Cristo stesso con le parole: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt. 18,10).

NELLA LITURGIA
“Tutti gli angeli hanno la stessa natura, ma si distinguono nella gloria, nella potenza e nell’attività. Ci sono nove ordini: Troni, Cherubini, Serafini, Dominazioni, Virtù, Potestà, Principati, Arcangeli, Angeli. Nella Bibbia vengono spesso chiamati “milizie celesti” e “milizie del Signore”, perché sono l’esercito divino che lotta contro gli spiriti maligni, cioè quegli angeli che si sono allontanati da Dio e sono diventati nemici suoi e degli uomini…I nomi degli angeli sono in rapporto delle loro funzioni: Raffaele “Dio guarisce”; Gabriele “eroe di Dio”; Michele “Chi è come Dio?” (Dan. 10,13-21; 12,1). Nella Liturgia Bizantina, l’Arcangelo Michele viene commemorato una prima volta il 6 settembre (si ricorda il miracolo da lui operato a Colossi di Frigia, durante la costruzione di una chiesa in suo onore. I pagani, per distruggerla e far annegare il costruttore Archippo, deviarono con un macigno il fiume. Apparve S. Michele e fece ritornare le acque deviate nel loro letto naturale).

DAGLI INNI (stichirà) DEL VESPRO SI DEDUCE:
COMPITI
“Stare davanti a Dio uno e trino è il compito di S. Michele e di tutte le schiere celesti per proclamare l’unità e la trinità col canto “Aghios o theos, aghios ischiròs, aghuios athànatos”: Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale. E’ la liturgia celeste che viene svolta in continuazione dagli angeli e dai santi; la vita liturgica qui sulla terra non è altro che la manifestazione di questa liturgia celeste. Come dice il nome stesso “messaggero” (in greco angelo) gli angeli sono “spiriti celesti destinati a servire, inviati in missione per il bene di coloro che devono ereditare la salvezza” (Ebr. 1,14). “Il Principe Michele ubbidisce rapido ai tuoi cenni, e alla tua gloria canta l’inno “Tre volte santo…”. L’8 novembre del Calendario bizantino è dedicato al ricordo dei principi celesti Michele e Gabriele e di tutte le potenze angeliche”. Le letture bibliche presentano l’episodio di Giosuè “che presso Gerico incontra il “capo dell’esercito del Signore” che gli dice: “Togli i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo dove tu stai è santo”. Giosuè viene così preparato dall’Arcangelo Michele per la conquista della terra promessa. “La seconda lettura è tratta dal libro dei Giudici. L’Arcangelo Michele appare a Gedeone e lo rincuora nella lotta contro i Madianiti”. “Nella terza lettura il profeta Daniele ha una visione che lo conforta: gli viene rivelato che l’Arcangelo Michele lo protegge e lo accompagna nella sua missione”.

CARATTERISTICHE
La Celebrazione dell’Arcangelo, nei diversi canti a lui vengono rivolti, fa risaltare alcune caratteristiche che sono presenti anche nel nostro modo di ricordarlo, ed in particolare:
1) La bellezza e il fulgore, straordinari anche per un Angelo: “Davanti a Dio dal triplice fulgore, Tu te ne stai circonfuso di luce e di splendore”; “…per proclamare la sua divinità”; “il tuo volto è di fuoco e stupenda è la tua bellezza”.
2) La completa aderenza alla volontà del Signore, in virtù della quale Egli percorre come fulmine il cielo, per portare a compimento l’incarico che gli è stato assegnato: “Tu percorri come folgore il cielo…”; “O Signore, Tu hai fatto Celesti i Tuoi messaggeri ed hai posto come loro capo Michele, che obbedisce al Tuo ordine…”.
3) La capacità di intercedere per gli uomini perché ottengano il perdono nel giorno del Giudizio. Questa qualità è simile a quella attribuitagli in Occidente quale “pescatore delle anime” e lo fa invocare come sicuro rifugio dai mali e dai dardi che il maligno scaglia continuamente contro il genere umano.

DALL’ORTHROS
E ci piace ricordare almeno nei concetti fondamentali, un inno, definito “ òrthros” perché nei tempi passati, quando si chiedeva aiuto contro il turco invasore, veniva recitato di mattina; che sintetizza tutte le proprietà dell’Arcangelo: “O grande condottiero degli spiriti celesti, Tu che rifletti la luce divina, liberami dalla tirannia del nemico, affinché ottenga la pace dell’animo…”.

PREGHIERE DELLA LITURGIA BIZANTINA
Nella mediazione della Parola di Dio proclamata nei Vespri e nelle Lodi, brevi inni liturgici cantano la fede della Chiesa e intessono il panegirico dell’Arcangelo Michele.
Gli “apòstica” – inni della seconda parte del Vespro – hanno il seguente contenuto:
1. Tutti noi fedeli che abitiamo in questo mondo, uniti agli Angeli di cui celebriamo la festa, cantiamo come loro l’inno al Dio che siede sul trono di gloria: Santo sei, o Padre celeste; Santo, o Figlio, eterno come lui; santo sei, o Spirito Santissimo.
- Egli fa i venti suoi messaggeri,
e i suoi ministri le fiamme del fuoco.
2. Tu che tieni il primo posto fra le schiere angeliche, e hai l’ardire di stare senza schermi davanti al trono di gloria dell’Altissimo, tu che sei a conoscenza dei misteri profondi e incomprensibili, salvaci con la tua intercessione, o Michele, principe celeste, poiché noi versiamo in gravi pericoli e miserie.
– Benedici il Signore, o anima mia;
Signore mio Dio, quanto sei grande!
3. Tu sei il primo degli Angeli immateriale, il ministro del divino splendore, di cui sei , di cui sei l’intimo e acuto conoscitore; salva, o Michele, principe celeste, noi che pienamente ti onoriamo in questa ricorrenza annuale, e con fede adoriamo la Trinità divina.
– Gloria al padre, al Figlio, e allo Spirito Santo.
4. O glorioso principe delle schiere celesti, come nostro difensore e condottiero degli Angeli, libera dalle infermità e dalla triste e tremenda caduta nel peccato, noi che ti lodiamo e ti supplichiamo. Tu sei immateriale, godi la chiara visione del Dio immateriale, e risplendi di luce inaccessibile della gloria del Signore, io quale, per nostro amore e per salvare l’umanità, prese carne umana dalla Vergine santa.
-Ora e sempre, e per i secoli dei secoli. Amen.
Oggi il vero tempio vivo di Dio, la Madre sua santissima, s’appresta a visitare il tempio materiale del Signore, e Zaccaria l’accoglie. La parte più santa del tempio, il Santo dei Santi, tripudia di gloria, e il coro degli Angeli misticamente fa festa; ci uniamo alla loro festa anche noi, e con Gabriele gridiamo: Salve, o piena di grazia, il Signore è con te, colui che possiede la grande misericordia.

L’APOLITICHION
In onore degli angeli chiude l’ufficiatura del Vespro; si chiama così perché viene cantato quando viene sciolta l’assemblea: O capi delle celesti schiere, noi indegni vi supplichiamo, affinché con le vostre preghiere ci difendiate, custodendoci sotto le ali della vostra gloria immateriale; mentre noi vi veneriamo con fervore e diciamo: Liberateci dai pericoli, voi che siete i condottieri delle forze celesti.
-Gloria al padre, al Figlio e allo Spirito Santo; ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen.
Il mistero nascosto da tutta l’eternità e sconosciuto agli stessi Angeli, per tuo mezzo, o Madre di Dio, è stato rivelato a noi mortali: che cioè Dio, unendo le due nature senza confonderle, si incarnò, e per noi accettò volontariamente la croce, con la quale risollevò il primo padre Adamo, e salvò dalla morte le anime nostre.
L’UFFICIATURA DELL’ORTHROS- mattutino- è tutta dedicata ai capi delle schiere angeliche Michele e Gabriele, che vengono invocati nei pericoli e nelle necessità del popolo cristiano, soprattutto nell’ora della morte.
STICHOLOGHIA – dopo il 1° salmo:
1. O grande condottiero degli spirituali ministri celesti, che stai davanti al trono di Dio e rifletti la vivida luce che da Lui scaturisce, illumina e santifica coloro che con fede ti cantano inni di lode; liberali dalla tirannia del nemico; chiedi per i nostri governanti una vita di pace, e così pure per tutte le genti.
Gloria al Padre…
2. Non taceranno mai i tuoi servi devoti, o Madre di Dio. Non cesseranno di lodare con gratitudine, dal profondo del cuore, la tua misericordia, o Regina, dicendo a gran voce: O Vergine, affrettati a liberarci dai nemici, visibili e invisibili, e da ogni male che ci minaccia, poiché Tu salvi sempre i tuoi servi da ogni genere di disgrazie.
- Dopo il 2° salmo:
1. I Cherubini e i Serafini dai molti occhi, le schiere degli Arcangeli, ministri celesti, Potestà e Troni, Dominazioni e Angeli, Potenze e Principati ti pregano, Creatore nostro, Dio e Signore: Non disprezzare la supplica di un popolo che ha peccato, o Cristo grandemente misericordioso.
Gloria al Padre…
DOPO IL POLI LEO
1) O condottieri celesti Michele e Gabriele,voi che siete schierati in prima fila davanti alla potente gloria divina, o Ministri del Signore, voi che insieme con tutti gli Spiriti celesti pregate continuamente per il mondo chiedete che noi possiamo trovare perdono dei peccati, misericordia e grazia nel giorno del giudizio.
– Gloria…
2) O vergine pura e benedetta, Tu che sei strapiena della grazia di Dio, insieme con le potenze dei cieli, con gli Arcangeli e con tutti gl’Incorporei, prega senza posa, per noi, Colui che, per la sua sviscerata misericordia, volle nascere da Te, affinché prima della fine ci conceda la sua clemenza e il perdono dei peccati, cosicché possiamo raddrizzare la nostra vita e trovare la sua misericordia.
3). O Condottieri delle schiere di Dio, Ministri della divina gloria, voi che accompagnate gli uomini nel cammino e guidate le Potenze dei cieli, chiedete a Dio ciò che è utile per noi e la sua grande misericordia, come Principati degli Spiriti Celesti.
4). Tu dicesti, o Amico dell’uomo, com’è scritto nel Vangelo, che la moltitudine degli Angeli fa festa nei cieli anche per un uomo solo che si converte a Te, o Dio immortale; è per questo che noi peccatori, pur nelle nostre iniquità, o Signore senza peccato e conoscitore di cuori, ogni giorno osiamo supplicarti, quale Dio dalle viscere compassionevoli, di avere pietà di noi, indegni tuoi servi, e di mandarci la grazia della compunzione del cuore e il tuo perdono: per noi tutti ti pregano, infatti, i Principati degli spiriti celesti.

EXAPOSTILARIO
1) Iddio Creatore ti costituì difensore a guida della nostra stirpe, e validissimo e provvido nostro custode, o divino Arcangelo, e ti diede onore e gloria indescrivibile, affidandoti il compito di cantare instancabilmente l’inno sublime di vittoria, tre volte santo.
2) Tu sei più onorabile, o Vergine purissima, dei gloriosi Serafini, e senza paragone più gloriosa dei potenti Cherubini, e più santa di tutti i santi Angeli: in modo ineffabile, infatti, hai dato corporalmente alla luce il Creatore dell’universo. Ed ora pregalo, Madre di Dio, di concedere ai tuoi servi il perdono dei peccati.

ENI= LODI
Lodatelo per le sue opere potenti, lodatelo secondo l’immensità della sua grandezza.
1. Ti celebriamo con fede, o grande Arcangelo Michele, come primo condottiero delle schiere celesti, e sulla terra, forte difensore degli uomini, custode e protettore di noi, che cantiamo l’inno e ti preghiamo di liberarci da ogni dolore e da ogni male.
Lodatelo con suono di tromba,
lodatelo con l’arpa e la cetra.
2. Il Condottiero delle divine ed eccelse Potenze chiama oggi a raccolta le schiere dei mortali ad applaudire e celebrare, insieme con gli Angeli, la splendida festa del loro santo ricordo, e a cantare a Dio l’inno tre volte santo
Lodatelo con cembali armoniosi,
lodatelo con cembali di acclamazione.
Ogni spirito lodi il Signore.
3. Sotto le tue sante ali, ci rifugiamo con fede, o Arcangelo Michele, spirito eccelso: custodiscici e proteggici durante tutta la vita; assistici nell’ora della morte e sii benevolo con noi.
Gloria…
4. Dove si estende l’ombra della tua grazia, o Arcangelo Michele, di là fugge la forza del maligno: Lucifero infatti, l’angelo precipitato, non resiste di fronte alla tua luce. Perciò noi ti preghiamo: spegni i dardi infuocati che egli scaglia contro di noi, e con la tua intercessione, liberaci dalle insidie di lui, o celebratissimo Arcangelo Michele.
Ora e sempre, e nei secoli dei secoli.
Amen.
5. Ti chiamiamo giustamente beata, noi fedeli, o Madre di Dio, e ti glorifichiamo come città indistruttibile, muro imbattibile, sicura protezione e rifugio delle anime nostre.
“Questi sono tropari” cioè piccoli inni liturgici che, meditando la Parola divina proclamata, cantano la fede della Chiesa e insieme tessono il panegirico dell’Arcangelo Michele e di tutte le schiere angeliche. Un panegirico composto dei temi della fede che proviene dalla Parola. All’inizio ho sottolineato alcuni di questi temi, ora termino con il tema che ricorre di continuo in tutti gli inni: il popolo santo di Dio, tutti noi fedeli. Siamo deboli, ci riconosciamo bisognosi, nella continua situazione di necessità di aiuto. Ma con fede speriamo e supplichiamo di ricevere anzitutto la luce del Vangelo e la potente salvezza divina. E nel nostro amore a Dio la nostra fede, la nostra speranza e la nostra carità, procedendo come Famiglia di Dio verso la Casa del Padre, celebrandone la gloria e la lode, sotto lo sguardo misericordioso della “tuttasanta” Madre di Dio , inneggiando dagli angeli: a Lui noi diamo gloria, onore e adorazione, al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen”.

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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – BENEDETTO XVI – FRAMMENTI DI UN’OMELI

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GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE – BENEDETTO XVI

FRAMMENTI DI UN’OMELIA PRONUNCIATA IL 29 SETTEMBRE 2007

Celebriamo la festa dei tre Arcangeli che nella Scrittura sono menzionati per nome: Michele, Gabriele e Raffaele. Ma che cosa è un Angelo? La Sacra Scrittura e la tradizione della Chiesa ci lasciano scorgere due aspetti.
Da una parte, l’Angelo è una creatura che sta davanti a Dio, orientata con l’intero suo essere verso Dio. Tutti e tre i nomi degli Arcangeli finiscono con la parola « El », che significa « Dio ». Dio è iscritto nei loro nomi, nella loro natura. La loro vera natura è l’esistenza in vista di Lui e per Lui.
Proprio così si spiega anche il secondo aspetto che caratterizza gli Angeli: essi sono messaggeri di Dio. Portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Dio, infatti, è più intimo a ciascuno di noi di quanto non lo siamo noi stessi.

Come un angelo per gli altri
Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio. In questo senso anche noi esseri umani dovremmo sempre di nuovo diventare angeli gli uni per gli altri – angeli che ci distolgono da vie sbagliate e ci orientano sempre di nuovo verso Dio.

San Michele,
San Michele, « Tre Arcangeli con Tobia » (dettaglio), Botticini, Galleria degli Uffizi – Firenze
Se la Chiesa antica chiama i Vescovi « angeli » della loro Chiesa, intende dire proprio questo: i Vescovi stessi devono essere uomini di Dio, devono vivere orientati verso Dio. « Multum orat pro populo » – « Prega molto per il popolo », dice il Breviario della Chiesa a proposito dei santi Vescovi. Il Vescovo deve essere un orante, uno che intercede per gli uomini presso Dio. Più lo fa, più comprende anche le persone che gli sono affidate e può diventare per loro un angelo – un messaggero di Dio, che le aiuta a trovare la loro vera natura, se stesse, e a vivere l’idea che Dio ha di loro.
San Michele: fare spazio a Dio nel mondo
Tutto ciò diventa ancora più chiaro se ora guardiamo le figure dei tre Arcangeli la cui festa la Chiesa celebra oggi. C’è innanzitutto Michele. Lo incontriamo nella Sacra Scrittura soprattutto nel Libro di Daniele, nella Lettera dell’Apostolo san Giuda Taddeo e nell’Apocalisse. Di questo Arcangelo si rendono evidenti in questi testi due funzioni. Egli difende la causa dell’unicità di Dio contro la presunzione del drago, del « serpente antico », come dice Giovanni. È il continuo tentativo del serpente di far credere agli uomini che Dio deve scomparire, affinché essi possano diventare grandi; che Dio ci ostacola nella nostra libertà e che perciò noi dobbiamo sbarazzarci di Lui.
Ma il drago non accusa solo Dio. L’Apocalisse lo chiama anche « l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusa davanti a Dio giorno e notte » (12, 10). Chi accantona Dio, non rende grande l’uomo, ma gli toglie la sua dignità. Allora l’uomo diventa un prodotto mal riuscito dell’evoluzione. Chi accusa Dio, accusa anche l’uomo. La fede in Dio difende l’uomo in tutte le sue debolezze ed insufficienze: il fulgore di Dio risplende su ogni singolo.

L’Arcangelo Gabriele
È compito del cristiano di far spazio a Dio nel mondo contro le negazioni e di difendere così la grandezza dell’uomo. E che cosa si potrebbe dire e pensare di più grande sull’uomo del fatto che Dio stesso si è fatto uomo? L’altra funzione di Michele, secondo la Scrittura, è quella di protettore del Popolo di Dio (cfr Dn 10, 21; 12, 1). Cari amici, siate veramente « angeli custodi » delle Chiese che vi saranno affidate! Aiutate il Popolo di Dio, che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, a trovare la gioia nella fede e ad imparare il discernimento degli spiriti: ad accogliere il bene e rifiutare il male, a rimanere e diventare sempre di più, in virtù della speranza della fede, persone che amano in comunione col Dio-Amore.
San Gabriele: Dio che chiama
Incontriamo l’Arcangelo Gabriele soprattutto nel prezioso racconto dell’annuncio a Maria dell’incarnazione di Dio, come ce lo riferisce san Luca (1, 26 – 38). Gabriele è il messaggero dell’incarnazione di Dio. Egli bussa alla porta di Maria e, per suo tramite, Dio stesso chiede a Maria il suo « sì » alla proposta di diventare la Madre del Redentore: di dare la sua carne umana al Verbo eterno di Dio, al Figlio di Dio.
Ripetutamente il Signore bussa alle porte del cuore umano. Nell’Apocalisse dice all’ »angelo » della Chiesa di Laodicea e, attraverso di lui, agli uomini di tutti i tempi: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me » (3, 20). Il Signore sta alla porta – alla porta del mondo e alla porta di ogni singolo cuore. Egli bussa per essere fatto entrare: l’incarnazione di Dio, il suo farsi carne deve continuare sino alla fine dei tempi.
Tutti devono essere riuniti in Cristo in un solo corpo: questo ci dicono i grandi inni su Cristo nella Lettera agli Efesini e in quella ai Colossesi. Cristo bussa. Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo.
Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete anche assumere la funzione di Gabriele: portare la chiamata di Cristo agli uomini.

San Raffaele: recuperare la vista
San Raffaele ci viene presentato soprattutto nel Libro di Tobia come l’Angelo a cui è affidata la mansione di guarire. Quando Gesù invia i suoi discepoli in missione, al compito dell’annuncio del Vangelo vien sempre collegato anche quello di guarire. Il buon Samaritano, accogliendo e guarendo la persona ferita giacente al margine della strada, diventa senza parole un testimone dell’amore di Dio. Quest’uomo ferito, bisognoso di essere guarito, siamo tutti noi. Annunciare il Vangelo, significa già di per sé guarire, perché l’uomo necessita soprattutto della verità e dell’amore.
Dell’Arcangelo Raffaele si riferiscono nel Libro di Tobia due compiti emblematici di guarigione. Egli guarisce la comunione disturbata tra uomo e donna. Guarisce il loro amore. Scaccia i demoni che, sempre di nuovo, stracciano e distruggono il loro amore. Purifica l’atmosfera tra i due e dona loro la capacità di accogliersi a vicenda per sempre. Nel racconto di Tobia questa guarigione viene riferita con immagini leggendarie.
Nel Nuovo Testamento, l’ordine del matrimonio, stabilito nella creazione e minacciato in modo molteplice dal peccato, viene guarito dal fatto che Cristo lo accoglie nel suo amore redentore. Egli fa del matrimonio un sacramento: il suo amore, salito per noi sulla croce, è la forza risanatrice che, in tutte le confusioni, dona la capacità della riconciliazione, purifica l’atmosfera e guarisce le ferite. Al sacerdote è affidato il compito di condurre gli uomini sempre di nuovo incontro alla forza riconciliatrice dell’amore di Cristo. Deve essere « l’angelo » risanatore che li aiuta ad ancorare il loro amore al sacramento e a viverlo con impegno sempre rinnovato a partire da esso.
In secondo luogo, il Libro di Tobia parla della guarigione degli occhi ciechi. Sappiamo tutti quanto oggi siamo minacciati dalla cecità per Dio. Quanto grande è il pericolo che, di fronte a tutto ciò che sulle cose materiali sappiamo e con esse siamo in grado di fare, diventiamo ciechi per la luce di Dio.
Guarire questa cecità mediante il messaggio della fede e la testimonianza dell’amore, è il servizio di Raffaele affidato giorno per giorno al sacerdote e in modo speciale al Vescovo. Così, spontaneamente siamo portati a pensare anche al sacramento della Riconciliazione, al sacramento della Penitenza che, nel senso più profondo della parola, è un sacramento di guarigione. La vera ferita dell’anima, infatti, il motivo di tutte le altre nostre ferite, è il peccato. E solo se esiste un perdono in virtù della potenza di Dio, in virtù della potenza dell’amore di Cristo, possiamo essere guariti, possiamo essere redenti.
« Rimanete nel mio amore », ci dice oggi il Signore nel Vangelo (Gv 15, 9). Rimanete in quell’amicizia con Lui piena di amore che Egli in quest’ora vi dona di nuovo! Allora la vostra vita porterà frutto – un frutto che rimane (Gv 15, 16). 

29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

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29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»
(Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 47-51)

Vedere il cielo aperto, il desiderio più intimo di ogni uomo. Vederlo ora, in questa storia concreta che stiamo vivendo. Il sogno di Giacobbe, cui fanno riferimento le parole di Gesù, è un’immagine della fede: vedere in ogni evento una scala ben piantata sulla terra ma che sale sino al Cielo. E, nel Cielo aperto, contemplare il Figlio dell’Uomo, il Signore Gesù Cristo risorto dalla morte. Senza questa scala non possiamo vivere in pienezza, gli eventi, le esperienze, ogni aspetto della nostra vita scorre via senza senso, anche se vissuto intensamente. Senza questa scala la via diviene come quella dei « molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio » (Benedetto XVI, Madrid 2011). La scala che ha visto Giacobbe è la garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo; la scala di Giacobbe è la Croce del Signore, piantata nella storia nostra di ogni giorno e la « cui cima tocca il Cielo », come recita un inno della Chiesa primitiva.
La scala di Giacobbe ci svela il mistero racchiuso negli eventi della nostra vita: essi non sono qualcosa di evanescente, ma « guardano » al Cielo. Di più, ogni avvenimento che ci coinvolge è « contemporaneo » del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra esso è « trascritto » lassù. Ogni istante ha un valore eterno, è parte di una storia che trascende il tempo e lo spazio, è unico, irripetibile e santo in Dio. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose più grandi, cose meravigliose: esse sono tutte le cose che ci riguardano e che, in Lui, nella sua vittoria sulla morte, oltrepassano l’attimo fuggente, sconfiggono l’ineluttabile scorrere ed evaporare del tempo. Le cose più grandi sono le nostre vite, le cose nostre di tutti i giorni, quelle della routine e quelle degli eventi che ci sorprendono, le gioie e i dolori. Le vedremo tutte grandi della sua grandezza, tutte belle della sua bellezza, tutte affascinanti del suo fascino. Le vedremo più grandi perchè in tutte vi è inscritto il mistero più grande, la scala che conduce al Cielo, la sua Croce che ci attira a sé, alla sua dimora, alla pace e al compimento del Cielo. Come Giacobbe impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, nella notte di un deserto di angoscia, anche a noi, così spesso chiusi nelle alienazioni che, stordendoci, ci aiutino a non pensare e soffrire, appare una scala, la Croce di Cristo, e ci schiude il Cielo, il senso unico ed autentico della nostra esistenza.
Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. Vedremo in ogni cosa, relazione, attività, l’abbozzo di quel compimento cui aneliamo. Ora, in questo istante, è già tutto compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perchè in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l’intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci, ora e sederci accanto a Lui alla destra del Padre.
E’ questa la notizia che gli angeli, instancabilmente, recano a ciascuno di noi. Gli Arcangeli, che salgono e scendono la scala che unisce la terra al Cielo, che consegnano agli uomini il cuore di Dio, l’intimità con Lui da loro vissuta. Essi « portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio » (Benedetto XVI, Cappella Papale per l’Ordinazione di nuovi vescovi, 2007).
Per questo la missione degli angeli definisce quella della Chiesa. Non a caso, nella Chiesa primitiva, i vescovi erano chiamati angeli. « In occasione del Giubileo del 2000, il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora». È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza » (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria, 2011). Lo slancio degli angeli, le ali della Chiesa che sospingono gli apostoli sino agli estremi confini della terra: come Michele, per difendere e combattere il drago e distruggere le sue menzogne che accusano Dio e l’uomo; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne e condurla al Cielo; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza, e guarire gli occhi perchè possano contemplare, in tutto, l’amore di Dio.
Attirati nella visione della fede, accompagnati dai messaggeri che ci conducono a salire e ridiscendere la scala della Croce, siamo chiamati anche noi a divenire angeli per chi ci è affidato: « vicini a ciascuno per la compassione ed elevati al di sopra di tutti nella contemplazione… Per questo Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto ed egli in basso unse la pietra, vide angeli che salivano e scendevano: a significare, cioè, che i veri predicatori non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra » (S. Gregorio Magno, Regola Pastorale, II 5). Ecco dunque la nostra missione, come una scala offerta al mondo: uno sguardo che contempla il Cielo per scorgervi la vita trasfigurata nel Signore vittorioso; e una compassione infinita che consegni, ad ogni uomo qui sulla terra, Cristo vivo in noi, perchè vi prenda dimora il suo amore e lo conduca al Cielo. « Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete portare la chiamata di Cristo agli uomini » (Benedetto XVI, ibid).
Angeli che mettono a disposizione la propria carne perchè Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo, la nostra vita è, come quella di Santo Stefano, consegnata alle pietre dei nemici. E’ proprio quando il mondo si ribella contro Dio, quando perseguita e di nuovo crocifigge Cristo nei suoi discepoli che il Cielo si schiude e la salvezza scende dal Trono misericordioso di Dio. Sotto la tempesta di pietre che ne carpivano la vita, il volto di Stefano diveniva, proprio agli occhi dei suoi carnefici, come quello di un angelo; e, piegando le ginocchia mentre raccoglieva gli ultimi respiri, egli contemplava il Cielo aperto ed il Figlio dell’Uomo alla destra del Padre, la bestemmia più grande, la stessa che aveva crocifisso il SIgnore. La bestemmia che annuncia il Cielo finalmente dischiuso sulle vicende di ogni uomo, Dio che si fa prossimo ad ogni sofferenza, che prende carne umana per far santa ogni vita: nessuno può sopportare la bellezza e la santità della propria vita, mentre la sua libertà pervertita gli fa gustare il frutto amaro di dolore, corruzione e morte. Nessuno può accettare il paradosso della misericordia di Dio capace di prendere su di sé ogni peccato e perdonarlo: è troppo per l’orgoglio dell’uomo, significa accettare la propria debolezza e il proprio fracasso. E’ necessario vederla autentica e credibile questa misericordia; è necessario che bussi alla porta del proprio sepolcro, sono necessari angeli come Stefano che la incarnino, e mostrino il Cielo nella morte. E’ necessaria la nostra vita, dove Cristo viene a prendere dimora per replicare, ogni giorno, come in Stefano, il suo mistero d’amore. Così è proprio mentre il mondo ci rifiuta, disprezza e uccide nei tanti nemici che reclamano la nostra vita, che esso riceve la vita. E’ proprio mentre moriamo crocifissi e perdoniamo che il Signore appare vivo in noi; è nel martirio quotidiano che offriamo, ai nostri carnefici, la scala che li conduce al paradiso. Siamo chiamati ad essere Angeli sulla soglia della tomba, ad annunciare il perdono e la vita, che non vi è nulla da temere, che Cristo è risorto dai morti e attende ogni uomo in Galilea, nella sua storia concreta, dove vederlo e incamminarsi con lui verso il Cielo.

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IL MONDO DEGLI ANGELI (Rav Luciano Meìr Caro)

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IL MONDO DEGLI ANGELI

(Rav Luciano Meìr Caro)

Nella tradizione ebraica la figura dell’angelo compare molto spesso, anche a partire dal testo biblico; ma si continua a parlare molto degli angeli anche nella letteratura post-biblica, nel Talmud e soprattutto nella mistica.
Che cos’è l’angelo? Intanto diciamo che in lingua ebraica angelo si dice malach.
Di solito, quando nel testo biblico ci si trova davanti un malach, non si tratta di un essere soprannaturale, ma di un essere incaricato di una missione, che può essere semplicemente un uomo qualsiasi. Angelo, dunque, è colui che ha una missione da compiere; missione che può essere consapevole o no. Può capitare che Dio si rivolga a un uomo e gli affidi il compito di una missione particolare, ma può anche capitare che qualcuno sia malach senza saperlo. Qualche volta noi compiamo delle azioni o abbiamo dei comportamenti e crediamo di rispondere a delle esigenze personali, oppure siamo convinti che quello che stiamo facendo sia dovuto semplicemente alle circostanze; ma può darsi che noi siamo intervenuti proprio nel momento giusto nei confronti di chi in quel momento aveva bisogno. Quindi non è che siamo esseri angelici, ma siamo sollecitati a compiere una missione senza rendercene conto; da questo punto di vista siamo come gli angeli. Il discorso è molto più complesso, ovviamente. Comunque, quando nel testo biblico troviamo il termine malach, di solito, – non sempre, ma di solito -, il riferimento è a un essere che si presenta con sembianze umane e deve fare qualche cosa, ha una missione da compiere, oppure deve dire, annunciare qualche cosa.
Può essere utile tentare di spiegare l’etimologia di questo termine. Malach proviene da una radice che non è ebraica. La mem iniziale dà l’idea di essere una lettera servile, che costruisce il sostantivo; ma la radice potrebbe essere lamed, alef, kaf, che però in ebraico non esiste, o quanto meno non si trova da nessuna parte. Gli studiosi dicono che c’è una radice simile nel proto-arabo, nell’ugaritico e anche nella lingua abissina: sarebbe formata da un suono elle, seguito da una muta e poi da una ch aspirata. Questa radice avrebbe il significato di « fare un servizio » o « fare una missione »; quindi il sostantivo indica qualcuno che compie un servizio, una missione.
Qualche volta il testo biblico fa delle confusioni di terminologia; questi esseri, infatti, vengono chiamati sia malach, malachìm, sia navì, cioè « profeta » e così si crea confusione.
Qualche volta si trova anche il termine « figli di Dio », come appare nella Genesi, in un passo stranissimo: quando l’uomo cominciò a diffondersi sulla terra, i figli di Dio videro le figlie dell’uomo che erano belle (tovòt – o buone?) e si unirono a loro. Chi sono questi figli di Dio? Si sta parlando di qualcosa di positivo o negativo? Si dice ancora che in quel tempo c’erano i nefilìm sulla terra – nefilìm deriva da una radice ebraica che vuol dire « cadere »; allora sono « i cadenti » – e dopo che i figli di Dio si erano uniti alle figlie dell’uomo e queste avevano partorito, da essi nacquero eroi molto famosi. Qualcuno dice che questi « figli di Dio » sono degli esseri angelici che si sono uniti alle donne e da questa unione sono nati degli uomini particolarmente dotati. Qualcuno dice che sono i potenti della terra che chiamano se stessi « figli di Dio » e con la forza si sono presi le donne normali.
Non è senza significato che la Vulgata traduca il termine malach qualche volta con angelus e qualche volta nuntius.
Qualcuno ha osservato che ci sono alcuni libri biblici in cui non appare nessun riferimento agli angeli; ad es. nel Levitico, in Amos e in Rut.
La Bibbia non ci dà mai definizioni precise e perciò noi conosciamo la natura e la funzione degli angeli mettendo insieme le diverse informazioni che ci vengono dai vari passi in cui essi appaiono. Non si presentano mai come messaggeri di una volontà propria, ma compiono qualcosa da parte di un altro. Non hanno possibilità di agire indipendentemente. Ci sono delle espressioni caratteristiche, come ad es: « Io non posso fare niente, se non quello che ha deciso Dio ».
Non sono mai oggetto di preghiera; nessuno si rivolge all’angelo per chiedere qualcosa. Non si presentano mai come intermediari tra l’uomo e Dio. Hanno il compito di comunicare decisioni di Dio. Spesso hanno il compito di aumentare la gloria di Dio; una specie di corte che fa da coronamento alla gloria di Dio.
La dottrina su questi angeli si è diffusa abbastanza presto in Israele, qualcuno dice per influenze esterne da parte del mondo orientale. Secondo i miti che circolavano, la divinità è circondata da questi esseri strani, che sono metà uomo e metà divinità.
Torno alle fonti ebraiche. Talvolta gli angeli si presentano non tanto come esseri viventi, persone, ma piuttosto come personificazioni di determinate idee. L’angelo è visto come supporto dell’idea della giustizia, ad es. o di altre realtà. Quindi secondo qualcuno, si adopera il termine malach nel testo biblico non per indicare un essere che fa qualcosa di speciale, ma per evitare di attribuire a Dio delle azioni che sono umane.
Esodo 33: « L’Eterno si rivolse a Mosè dicendo: Vattene di qua tu e il popolo che hai tratto fuori dall’Egitto e manderò davanti a te un malach e caccerò il cananeo… ». Qualcuno dice che si può intendere che il popolo ebraico, nel suo viaggio verso la terra di Israele, è preceduto da un inviato, che deve provvedere a spianare la strada perché il popolo raggiunga la sua terra e a cacciare i nemici ivi presenti. Qualcuno dice che questo malach è Mosè, perché è lui che ha la missione di condurre il popolo. Qualcuno dice che il testo usa quel termine per dire che è Dio stesso in persona che guiderà il popolo e caccerà i nemici; si tratta di un artificio, per evitare di collocare Dio come protagonista di un’azione umana.
Quest’operazione di identificare Dio con un malach, la troviamo anche nella prima traduzione ufficiale della Bibbia, che è quella in aramaico; lì, tutte le volte che ci sono delle azioni umane, ad es. quando si dice che Dio stende la sua mano, che Dio parla, fa, ecc., il traduttore aramaico rende il testo così: « La parola di Dio fece, disse.. ».
Torniamo all’Esodo. Mosè vive il suo primo incontro con Dio: « Gli apparve l’angelo di Dio in una vampata di fuoco da dentro il cespuglio… »; Mosè si avvicina e sente la voce di Dio che gli parla. Anche qui non è detto che gli apparve Dio, ma l’inviato di Dio, il malach. O Mosè ha visto Dio, ha avuto la percezione di Dio, ma non si poteva dire che gli apparve Dio; oppure Mosè ha interpretato che quel roveto che bruciava fosse uno strumento inventato da Dio per sollecitare la sua curiosità. Allora era un angelo, era Dio, ma il testo non ce lo vuol dire, oppure era una sollecitazione?
Nel libro della Genesi il termine malach si trova molte volte; molti angeli compaiono. L’apparizione più famosa è quella dei tre malachìm che si presentano ad Abramo. Ma chi sono questi tre personaggi? Ognuno è libero di leggerlo nella chiave che gli è più congeniale; ci mancherebbe altro! Ma il testo è ambiguo, perché dice che Dio apparve ad Abramo, ma poi afferma che egli alzò gli occhi ed ecco, tre uomini erano davanti a lui. Cos’è successo? Appare Dio e poi vede tre uomini. Questi sono la rappresentazione di Dio; sono la stessa cosa o due cose diverse? Era Dio che gli parlava, o no? C’è una bella interpretazione, molto moderna, che dice che Dio è apparso ad Abramo, egli ha un incontro con Dio, ma quando alza gli occhi e vede i tre uomini, pianta in asso Dio e si occupa degli uomini. Abramo come simbolo di ospitalità, cioè dell’uomo che lascia il colloquio con Dio, per soccorrere degli uomini che potrebbero essere nel bisogno. Di fronte all’esecuzione di precetti che riguardano il nostro approccio con Dio, ha più importanza l’esecuzione di precetti che riguardano l’amore verso l’uomo; quasi fossimo invitati ad occuparci prima degli uomini, che in sé contengono in qualche modo Dio. Qualcuno dice invece che Dio era apparso ad Abramo sotto la sembianza di tre uomini.
Un altro esempio è quello del malach di Dio che si presenta due volte ad Agàr, concubina di Abramo, dalla quale egli ebbe Ismaele; l’angelo invita la donna a ritornare dalla sua padrona Sara, dalla quale stava cercando di fuggire, non sopportando più le sue angherie causate dalla gelosia. Ma chi era questo angelo? Dio in persona, o uno qualsiasi che passava di lì e l’ha invitata a tornare a casa? Ancora una volta appare un malach, quando Agàr viene cacciata da Abramo e si trova nel deserto col bambino che sta morendo di sete. I maestri dicono che una delle cause dell’esilio di Israele è la punizione per questo comportamento di Abramo verso Agàr.
Un’altra volta in cui appare un angelo è nella storia di Bilàm, uno stregone che i moabiti fecero chiamare per maledire Israele, invece di far guerra. Qualcuno vede in questa vicenda la storia successiva del popolo ebraico; nel corso della storia del popolo ebraico c’è stato qualcuno che ci ha combattuto con le armi, ma anche qualcuno che ha cercato di combatterci con le parole e qualche volta le parole sono ancora più dannose. Se voi guardate l’azione delle Nazioni Unite negli ultimi 50, 60 anni, vedete che 8/10 delle risoluzioni intraprese, sono contro Israele, fino ad arrivare ad affermare che il sionismo è sinonimo di razzismo.
Comunque, per tornare al testo biblico, questo stregone, invece di maledire, benedice Israele. Egli parte a cavallo di un asina e, lungo il cammino, gli si fa presente un malach di Dio con una spada sguainata nella mano; lui, però, non lo vede, ma l’asina sì e si ferma intestardita. Dopo varie percosse, l’animale si volta e comincia a parlare: « Perché mi picchi? Non sono io la tua asina con cui viaggi sempre? Se mi comporto così, ci dev’essere un motivo ». Lui risponde: « Se io avessi una spada in mano, ti ucciderei! ». Ma come? Il grande indovino, che doveva imprecare contro Israele e sterminare un popolo intero con le sue parole, ha bisogno di una spada per uccidere una povera asina! Alla fine anche Bilàm vede l’angelo di Dio, che parla a nome di Dio e lo avvisa che comunque lui farà solo quello che dirà l’angelo. Questo malach è un essere materiale, o solo qualcosa di minaccioso che si rende presente?
Ancora. Nella storia di Sansone c’è un angelo che compare alla madre, prima della sua nascita e le annuncia che avrà un figlio che sarà un consacrato di Dio. La donna comunica la cosa al marito, che non le crede. Il giorno dopo l’angelo ricompare e lei corre a chiamare il marito, che alla presenza del malach, si spaventa. Sembrava un essere umano qualsiasi, ma si sentiva la presenza di Dio, tanto che Manòach vuole offrirgli un sacrificio, ma l’angelo dice: « Se vuoi fare un sacrificio, offrilo a Dio » e poi sparisce. Al che i due personaggi rimangono molto spaventati, perché erano convinti di aver visto e vedere Dio significava morire.
Questi malachìm ritornano più volte ai tempi di Davide, ai tempi di Giosuè.
Torno indietro. Anche nella lotta di Giacobbe al fiume Jabbok, c’è un malach. Dopo una notte di lotta, al sorgere dell’alba, l’angelo annuncia che deve partire, ma Giacobbe vuole trattenerlo, perché ha capito che ha lottato contro qualcosa di divino e vuole una benedizione. Qui riceve il nome nuovo di Israele, che contiene delle radici che significano « hai combattuto con Dio ». Tutto il racconto è molto bello. Una delle interpretazioni dei nostri maestri è che l’angelo che aveva combattuto contro Giacobbe era l’angelo protettore di Esaù. Ognuno di noi ha un angelo protettore; Giacobbe si è scontrato contro quello che rappresentava il punto di vista di Esaù. C’è una lotta fisica tra Giacobbe e le idee di suo fratello. La bellezza di quella frase: « Ferma, perché sta per venire il mattino », è intesa in senso messianico: noi, nella notte dei tempi, lottiamo, ma quando si comincia a intravedere la luce, basta, la lotta cessa. Giacobbe si sarà domandato: « Ma io come ho speso la mia vita? Esaù aveva ragione o aveva torto? Io portatore di una cultura, lui di un’altra… »; quasi un confronto profondo tra lui e il fratello. Sapete che la conseguenza di questa lotta è stata fisica: Giacobbe è rimasto leso al nervo sciatico e perciò claudicante per tutta la vita; qualcuno interpreta questo fatto, come l’insorgere di una malattia psicosomatica. Aveva talmente lottato, che ricevette una ferita fisica. C’è una simbologia ben precisa: nell’ebraico biblico si dice che uno nasce dalla coscia di un altro. Questa lotta tra Giacobbe ed Esaù ha avuto delle conseguenze sulle generazioni successive.
Risulterebbe, leggendo con attenzione, che succede sempre che un malach compie una sola missione; se ci sono due missioni da compiere, si chiamano due malachìm e così via. E’ un bell’insegnamento per noi: ognuno ha un incarico da portare avanti. Quindi i tre malachìm che sono apparsi ad Abramo avevano tre scopi diversi: uno quello di comunicargli che sua moglie avrebbe partorito un figlio. Infatti nel capitolo successivo si parla più solo di due malachìm; il terzo, terminata la sua missione, se n’era andato. I due malachìm rimasti, che vanno a Sodoma, hanno due incarichi diversi: uno di salvare Lot e l’altro di sollecitare la distruzione della città.
Apro un altro capitolo molto rapido. C’è tutto un altro settore che lascia spaventosamente perplessi. Qualcuno stabilisce un nesso tra questi malachìm e i famosi cherubini, cherubìm. Nella Bibbia si dice che gli Ebrei nel deserto ebbero l’incarico di costruire il tabernacolo, cioè una specie di santuario portatile, con una serie di dispositivi, con al centro una tenda e dentro una cassetta e dentro di essa le tavole dei comandamenti; sopra questa cassetta c’era un coperchio d’oro e sopra il coperchio due cherubìm. Nessuno sa cosa sono. Siccome il testo dice che i due si guardano l’uno con l’altro e hanno delle ali che si incontrano al di sopra di loro, si deduce che sono figure di angeli. Questo ci lascia molto perplessi, scandalizzati: ma come ? proprio in quel contenitore dove sono le tavole della Legge, che dice di non farsi sculture, ci sono due sculture che sembrano quasi umane! Qualcuno dice che sono due figure umane, che si guardano l’una con l’altra, quasi a sottolineare che il fulcro della norma sta nel fatto che un uomo non può vivere da solo, ma deve vivere in società e dobbiamo guardarci in faccia col nostro prossimo, non possiamo girar le spalle. Qualcun altro dice, invece, che queste statue sono un’indicazione pesante che ci è assolutamente proibito fare atti di idolatria, cioè attribuire valore soprannaturale a cose che, invece, sono fisiche. Questa idolatria va interpretata in modo talmente amplificato, che non si deve nemmeno fare un’idolatria dell’idolatria. Qualcun altro ancora dice che non è vero che si tratti di statue di esseri umani, perché, in realtà, non si sa che cosa significhi cherubìm. Si parla di due elementi che si guardano l’uno con l’altro, ma non necessariamente hanno forma umana; potrebbero essere due pietre una di fronte all’altra. Guardarsi può anche voler dire solo stare uno di fronte all’altro. Le ali farebbero pensare a una struttura a noi sconosciuta, che dovrebbero evocare le nuvole. Una delle denominazioni con cui è chiamato Dio è « colui che cavalca sui cherubini » e l’espressione ebraica rochèv hacherubìm, presenta la stessa radice resh, caf e bet, con metatesi. Ciò significa che Dio è colui che sta al di sopra di tutto; nell’immaginario dell’uomo antico, al di sopra di tutto ci sono le nubi e perciò Dio è Colui che sta al di sopra anche delle nubi e sovrintende al mondo. Perciò quelle figure ricordavano il cielo, quasi a ricordare che la Legge è straordinariamente difficile.
La letteratura post-biblica è ricchissima di elementi riguardanti gli angeli, molto spesso inventati. Si sono dati anche dei nomi: ad es. Michaèl, Rafaèl, Metatròn, Razièl. Chi più ne ha, più ne metta. Questi personaggi sono interpretati come esseri che sovrintendono, per conto di Dio, a determinate situazioni del genere umano. E’ il discorso degli intermediari, cioè il pensare che tra gli uomini e Dio ci siano degli intermediari; ma siamo nella fantasia.
Si dice addirittura che questi esseri siano stati creati prima dell’uomo; anche qui il discorso è difficile. Dal testo biblico si sa che l’uomo è stato l’ultima creazione di Dio, nell’ambito della sua opera creativa, nel sesto giorno. Perché nel sesto giorno e non prima? Qualcuno dice che sia per tenerlo in umiltà, visto che le formiche, ad es. sono state create prima di lui; l’uomo non deve darsi tante arie. Qualcuno dice che l’uomo sia stato creato per ultimo, perché fino alla fine Dio ha avuto dei dubbi se creare l’uomo o no e siccome si rendeva conto che la creazione dell’uomo poteva mettere in forse la creazione di tutto il resto, nella sua infinita sapienza, prima di creare l’uomo, avrebbe interpellato i malachìm, quegli esseri precedenti, forse intesi come tutto il resto del creato, per chiedere se avrebbe dovuto creare l’uomo o no. Il testo talmudico dice che gli angeli si sono divisi in partiti e, conteggiati i voti, è risultata una metà favorevole e l’altra metà contraria; Dio ha messo il suo voto a favore della creazione ed è nato l’uomo. Questi malachìm, allora, sono il prototipo dell’uomo, oppure si tratta delle altre cose create; le stelle, la luna, le piante, la natura, le galassie, che sono strumenti nelle mani di Dio?
Uno dei compiti di questi malachìm, che circondano la gloria di Dio, è quello di lodare Dio e di porgere a Dio le preghiere che facciamo noi.
Qualcuno si domanda se Dio preferisca gli uomini o gli angeli e la risposta è favorevole a noi uomini, perché gli angeli pregano Dio una volta al giorno, mentre noi Lo preghiamo più volte al giorno.
Visto che sono gli angeli a portare le nostre preghiere a Dio, si sollecita a pregare in lingua ebraica, perché gli angeli capiscono solo l’ebraico. Quando preghiamo per la guarigione di un malato, possiamo farlo anche in un’altra lingua, perché noi presupponiamo che al capezzale del malato ci sia Dio in persona, che capisce tutte le lingue.
Qualcuno dice che un altro compito degli angeli è quello di accompagnare i giusti in paradiso.
Il Maimonide, grande filosofo, nel suo trattato filosofico « La guida dei perplessi », parla dei malachìm e dice che non è vero che siano esseri umani, pseudoumani o sovraumani, ma sono idee intellettuali che partono dal nostro corpo. Quando io penso a qualcosa di non materiale; ad es. a Dio, alla giustizia, alla presenza, alla bontà di Dio, queste cose sono degli esseri che hanno la loro vita indipendente, ma non pensate che abbiano la forma di messaggeri, ecc. Sono il prodotto delle nostre considerazioni intellettuali e queste idee si presentano continuamente sotto aspetti diversi. Quando penso a un’ideologia, non è che la penso sempre allo stesso modo, ma, a seconda della mia preparazione, del mio stato d’animo, ecc. la considero da angolature diverse. Maimonide fa riferimento a una famosa frase della Genesi, con cui Dio caccia Adamo ed Eva dal giardino di Eden, perché non mangiassero il frutto della vita e diventassero immortali. Dio mette a guardia del giardino i cherubìm e « il filo della spada affilata che si rivolta », per custodire la strada dell’albero della vita. Questa spada, che si cambia, si sovverte, sono i malachìm, cioè queste idee che noi abbiamo e che si possono presentare in forma diversa. I malachìm sono parti del nostro pensiero e raziocinio.
Si dice che quando Adamo è stato creato, aveva accanto a sé due malachìm; è l’idea secondo la quale noi siamo sempre accompagnati da un malach. Adamo ne aveva due; uno aveva il compito di arrostirgli la carne (non risulta che l’uomo fosse carnivoro allora!) e l’altro aveva il compito di versargli il vino. Questo è uno scherzo, ma il problema è rispondere alla domanda che cosa facesse Adamo dentro questo giardino, come passava il tempo. A contemplare? Tenuto conto che il testo dice che Dio ha messo l’uomo lì dentro allo scopo di lavorarlo e custodirlo; ma come lavorarlo? E custodirlo da che cosa?
Ritorna la faccenda dell’angelo che interviene nei momenti cruciali.
Un midrash racconta che quando Mosè era piccolo ed era stato allevato alla corte di Faraone, gli stregoni avevano detto a Faraone che quel ragazzino gli sarebbe costato il trono. Avendo creduto a questo, faraone prese Mosè e lo pose davanti a una corona e a un tizzone ardente: se Mosè avesse preso la corona, voleva dire che tendeva al regno, al contrario, significava che i maghi avevano torto. Si dice che Mosè stava per prendere la corona, il che gli sarebbe costato la vita; ma è venuto un angelo, che gli ha spostato la mano e gli ha fatto prendere il tizzone ardente e se l’è messo in bocca, come fanno i bambini con tutto quello che prendono in mano. Così Mosè è rimasto balbuziente, ma si è salvato la vita. La stessa cosa sarebbe capitata alla regina Ester. Quando si trovò davanti al re, che le chiedeva cosa volesse da lui, lei voleva dirgli che lui si era comportato nei confronti degli Ebrei come un uomo crudele e nemico, perché aveva firmato i decreti antiebraici e che lei voleva sopprimere questo uomo crudele e nemico; mentre diceva queste cose, Ester puntava il dito contro il re, ma venne un angelo e gli ha spostato il dito verso Amàn.
Questo vuole dirci che tante volte anche noi sentiamo l’istinto di fare una certa cosa, ma poi ci viene un’ispirazione per fare in altro modo; è casuale, è un istinto, oppure c’è qualcosa che ci guida?

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI, EBRAISMO |on 1 octobre, 2014 |Pas de commentaires »

29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

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29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»
(Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 47-51)

Vedere il cielo aperto, il desiderio più intimo di ogni uomo. Vederlo ora, in questa storia concreta che stiamo vivendo. Il sogno di Giacobbe, cui fanno riferimento le parole di Gesù, è un’immagine della fede: vedere in ogni evento una scala ben piantata sulla terra ma che sale sino al Cielo. E, nel Cielo aperto, contemplare il Figlio dell’Uomo, il Signore Gesù Cristo risorto dalla morte. Senza questa scala non possiamo vivere in pienezza, gli eventi, le esperienze, ogni aspetto della nostra vita scorre via senza senso, anche se vissuto intensamente. Senza questa scala la via diviene come quella dei « molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio » (Benedetto XVI, Madrid 2011). La scala che ha visto Giacobbe è la garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo; la scala di Giacobbe è la Croce del Signore, piantata nella storia nostra di ogni giorno e la « cui cima tocca il Cielo », come recita un inno della Chiesa primitiva.
La scala di Giacobbe ci svela il mistero racchiuso negli eventi della nostra vita: essi non sono qualcosa di evanescente, ma « guardano » al Cielo. Di più, ogni avvenimento che ci coinvolge è « contemporaneo » del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra esso è « trascritto » lassù. Ogni istante ha un valore eterno, è parte di una storia che trascende il tempo e lo spazio, è unico, irripetibile e santo in Dio. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose più grandi, cose meravigliose: esse sono tutte le cose che ci riguardano e che, in Lui, nella sua vittoria sulla morte, oltrepassano l’attimo fuggente, sconfiggono l’ineluttabile scorrere ed evaporare del tempo. Le cose più grandi sono le nostre vite, le cose nostre di tutti i giorni, quelle della routine e quelle degli eventi che ci sorprendono, le gioie e i dolori. Le vedremo tutte grandi della sua grandezza, tutte belle della sua bellezza, tutte affascinanti del suo fascino. Le vedremo più grandi perchè in tutte vi è inscritto il mistero più grande, la scala che conduce al Cielo, la sua Croce che ci attira a sé, alla sua dimora, alla pace e al compimento del Cielo. Come Giacobbe impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, nella notte di un deserto di angoscia, anche a noi, così spesso chiusi nelle alienazioni che, stordendoci, ci aiutino a non pensare e soffrire, appare una scala, la Croce di Cristo, e ci schiude il Cielo, il senso unico ed autentico della nostra esistenza.
Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. Vedremo in ogni cosa, relazione, attività, l’abbozzo di quel compimento cui aneliamo. Ora, in questo istante, è già tutto compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perchè in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l’intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci, ora e sederci accanto a Lui alla destra del Padre.
E’ questa la notizia che gli angeli, instancabilmente, recano a ciascuno di noi. Gli Arcangeli, che salgono e scendono la scala che unisce la terra al Cielo, che consegnano agli uomini il cuore di Dio, l’intimità con Lui da loro vissuta. Essi « portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio » (Benedetto XVI, Cappella Papale per l’Ordinazione di nuovi vescovi, 2007).
Per questo la missione degli angeli definisce quella della Chiesa. Non a caso, nella Chiesa primitiva, i vescovi erano chiamati angeli. « In occasione del Giubileo del 2000, il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora». È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza » (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria, 2011). Lo slancio degli angeli, le ali della Chiesa che sospingono gli apostoli sino agli estremi confini della terra: come Michele, per difendere e combattere il drago e distruggere le sue menzogne che accusano Dio e l’uomo; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne e condurla al Cielo; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza, e guarire gli occhi perchè possano contemplare, in tutto, l’amore di Dio.
Attirati nella visione della fede, accompagnati dai messaggeri che ci conducono a salire e ridiscendere la scala della Croce, siamo chiamati anche noi a divenire angeli per chi ci è affidato: « vicini a ciascuno per la compassione ed elevati al di sopra di tutti nella contemplazione… Per questo Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto ed egli in basso unse la pietra, vide angeli che salivano e scendevano: a significare, cioè, che i veri predicatori non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra » (S. Gregorio Magno, Regola Pastorale, II 5). Ecco dunque la nostra missione, come una scala offerta al mondo: uno sguardo che contempla il Cielo per scorgervi la vita trasfigurata nel Signore vittorioso; e una compassione infinita che consegni, ad ogni uomo qui sulla terra, Cristo vivo in noi, perchè vi prenda dimora il suo amore e lo conduca al Cielo. « Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete portare la chiamata di Cristo agli uomini » (Benedetto XVI, ibid).
Angeli che mettono a disposizione la propria carne perchè Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo, la nostra vita è, come quella di Santo Stefano, consegnata alle pietre dei nemici. E’ proprio quando il mondo si ribella contro Dio, quando perseguita e di nuovo crocifigge Cristo nei suoi discepoli che il Cielo si schiude e la salvezza scende dal Trono misericordioso di Dio. Sotto la tempesta di pietre che ne carpivano la vita, il volto di Stefano diveniva, proprio agli occhi dei suoi carnefici, come quello di un angelo; e, piegando le ginocchia mentre raccoglieva gli ultimi respiri, egli contemplava il Cielo aperto ed il Figlio dell’Uomo alla destra del Padre, la bestemmia più grande, la stessa che aveva crocifisso il SIgnore. La bestemmia che annuncia il Cielo finalmente dischiuso sulle vicende di ogni uomo, Dio che si fa prossimo ad ogni sofferenza, che prende carne umana per far santa ogni vita: nessuno può sopportare la bellezza e la santità della propria vita, mentre la sua libertà pervertita gli fa gustare il frutto amaro di dolore, corruzione e morte. Nessuno può accettare il paradosso della misericordia di Dio capace di prendere su di sé ogni peccato e perdonarlo: è troppo per l’orgoglio dell’uomo, significa accettare la propria debolezza e il proprio fracasso. E’ necessario vederla autentica e credibile questa misericordia; è necessario che bussi alla porta del proprio sepolcro, sono necessari angeli come Stefano che la incarnino, e mostrino il Cielo nella morte. E’ necessaria la nostra vita, dove Cristo viene a prendere dimora per replicare, ogni giorno, come in Stefano, il suo mistero d’amore. Così è proprio mentre il mondo ci rifiuta, disprezza e uccide nei tanti nemici che reclamano la nostra vita, che esso riceve la vita. E’ proprio mentre moriamo crocifissi e perdoniamo che il Signore appare vivo in noi; è nel martirio quotidiano che offriamo, ai nostri carnefici, la scala che li conduce al paradiso. Siamo chiamati ad essere Angeli sulla soglia della tomba, ad annunciare il perdono e la vita, che non vi è nulla da temere, che Cristo è risorto dai morti e attende ogni uomo in Galilea, nella sua storia concreta, dove vederlo e incamminarsi con lui verso il Cielo.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI |on 30 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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