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L’UOMO NUOVO – LA GIUSTIFICAZIONE (ANNO PAOLINO)

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L’UOMO NUOVO – LA GIUSTIFICAZIONE (ANNO PAOLINO)

Autore: Re, Don PieroCuratore:Riva, Sr. Maria GloriaFonte:CulturaCattolica.it

Lo Spirito di Cristo non è dunque soltanto il Maestro interiore, una garanzia delle promesse fatte, ma costituisce il fermento che trasforma il ”vecchio uomo” in figlio di Dio: «Tutti coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio… Avete ricevuto uno Spirito da figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!…Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi» (Rom 8, 14-16; cf Gal 4, 4-7; Tito 3, 5-7).
Determinante rilievo assume lo Spirito del Padre e del Figlio, effuso a Pentecoste, in quell’esplicito rapporto con Dio che è la preghiera del cristiano. Senza di Esso, non ci sarebbe vera preghiera: «Nessuno può dire ”Gesù è Signore”, se non sotto l’azione dello Spirito Santo» (1Cor 12, 3). Sempre desto nella parte più segreta del nostro essere, lo Spirito supplisce alle nostre carenze e offre al Padre l’adorazione a Lui dovuta, insieme alle nostre aspirazioni più profonde: «Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare; ma lo Spirito stesso intercede per noi con insistenza, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio» (Rom 8, 26s).
La giustificazione (dikaiosýne) è il frutto di tutta la vicenda redentiva: dalla universale e irrimediabile condizione di ignoranza e corruzione in cui versava l’umanità decaduta, la grazia di Dio misericordioso – con l’effusione dello Spirito di Cristo morto e risorto – ci ha resi giusti, ”creatura nuova”. In una misura che va oltre ogni attesa: «Laddove il peccato è abbondato, ha sovrabbondato la grazia» (Rom 5, 20).
Dunque la giustificazione non è soltanto liberazione dal peccato e dalla morte o possibilità di un miglioramento morale. Con il perdono ci viene data una nuova appartenenza, diventiamo di un altro ”Kúrios”, del Signore Gesù. Essa è una rinascita di tutto l’essere, una santificazione che conferisce all’uomo un nuovo statuto interiore, da cui le opere giuste fluiranno come frutto della salvezza ricevuta: «Secondo la verità che è in Gesù, dovete deporre l’uomo vecchio… Dovete rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4, 21-24; cf Col 3, 9).
Tale rinascita, conseguente alla fede di chi si lascia abbracciare dalla misericordia divina, è accompagnata e visibilmente espressa dal rito efficace del battesimo: «Tutti voi, infatti, siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3, 26s). L’immersione nell’acqua del fonte seppellisce il peccatore nella morte di Cristo (cf Col 2, 12), da dove esce mediante la risurrezione con Lui (cf Rom 6, 2-5). È così divenuto creatura nuova e purificata (cf Ef 5, 26; 1Cor 6, 11) «nel lavacro di rigenerazione» (Tito 3,5) e da Cristo illuminata (cf Ef 4, 14).
La ”cristificazione” potrebbe essere il termine più appropriato e comprensivo di quanto la giustificazione dona all’uomo nuovo, purificato e santificato dalla fede e dal battesimo.
La concezione che Paolo ha dell’uomo nuovo è caratterizzata da una componente ”mistica”, in quanto comporta una mutua compenetrazione tra Cristo e il cristiano, una intima immedesimazione di noi con Cristo e di Cristo con noi. È tipico soprattutto di Paolo affermare che i cristiani sono ”in Cristo Gesù” (Rom 6, 3.4. 5-11; 8, 1.2.39; 12, 5; 16, 3.7.10; 1Cor 1, 2.3 ecc). Altre volte egli inverte i termini e scrive che ”Cristo è in voi/noi” (Rom 8,10; 2Cor 13,5) o ”in me” (Gal 3, 20). Fino a qualificare le nostre sofferenze come ”sofferenze di Cristo in noi” (2Cor 1, 5), così che noi «portiamo sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4, 10).
L’essere ”di, in, con, per” Cristo fu innanzitutto la personale esperienza di Paolo, fin dall’incontro sulla via di Damasco: «Per me vivere è il Cristo» (Fil 1, 21), «Non son più io che vivo, ma il Cristo che vive in me» (Gal 2, 20), e da lui attinge ogni conoscenza ed energia. (Si veda il commento di Gregorio di Nissa, a p. 43)
E questo è già vero anche per ogni credente battezzato, «quelli che sono in Cristo Gesù» (Rom 8, 1); «quelli che sono di Cristo» (1Cor 15, 23). Cristo diventa il soggetto più profondo di tutte le azioni vitali del cristiano, che ”appartiene” ormai a Cristo, perché «ha lo Spirito di Cristo» (Rom 8, 9); «E se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione» (Rom 8, 10).
Il rapporto del cristiano con Cristo, del quale porta il nome, non è dunque parziale e di superficie: «In Lui vivete, radicati ed edificati in Lui» (Col 2,6; cf Ef 3,18). Perciò «ciascuno guardi come costruisce; poiché nessuno può porre un’altra base oltre a quella che già esiste: il Cristo Gesù» (1Cor 3, 10). È Lui la pietra angolare che dà a tutta la costruzione ecclesiale solidità e consistenza (cf Ef 2, 20). Nessun istante o azione è concepibile al di fuori di Lui: «Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore: Sia che viviamo, sia che moriamo, noi siamo del Signore» (Rom 14, 8).
Questa realtà inedita – l’essere con il Cristo – è frequentemente espressa da Paolo con termini da lui appositamente coniati. Già dal momento della creazione l’uomo è stato conosciuto e destinato da Dio ad essere conforme all’immagine del Figlio suo (cf Col 1,15), chiamato ad essere in Lui giustificato e glorificato (cf Rom 8, 28s). Ora, con la fede e il battesimo, il cristiano è con-crocifisso e con-sepolto, con-vivificato e con-risuscitato (cf Rom 6, 3-11; Col 2,12), con Lui soffre e regnerà nella gloria (cf Rom 6,5; Fil 3, 10. 21; Col 3,1; 2Tim 2,11).

II. PAOLO APOSTOLO ALLA SCUOLA DEL CRISTO CROCIFISSO

http://www.stpauls.it/studi/maestro/italiano/helewa/itahel03a.htm

di Giovanni Helewa ocd

II. PAOLO APOSTOLO ALLA SCUOLA DEL CRISTO CROCIFISSO

3. Alla scuola del Crocifisso

c) Una sapienza e una potenza degne di Dio

— «Gesù Cristo, e questi crocifisso»

L’Apostolo giunge a Corinto segnato dall’esperienza vissuta ad Atene. Ha bisogno di essere confortato (At 18,9-10); e lui stesso ricorderà: «Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione» (1Co 2,3). Ma soprattutto farà capire di avere imparato una lezione: «Quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato… con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso… e la mia parola e il mio annunzio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla dimostrazione dello Spirito e della (sua) potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (vv. 1-2 e 4-5). Un’autocritica? È probabile. Comunque, ad emergere da questa confidenza è un Paolo che ha saputo trarre giovamento dallo scacco subito.
Sotto l’impatto di un’esperienza a dire poco traumatizzante, ha compreso che il vangelo veniva ormai confrontato con l’ostacolo di un vanto umano tipicamente greco: una orgogliosa fiducia nella ragione e nei criteri di una sapienza tutta mondana. Dirà a proposito dei Giudei, anch’essi refrattari alla sua predicazione: «Dove sta il vanto? È stato escluso!» (Rm 3,27). E sappiamo che a tale vanto giudaico, il quale era una fiducia sbagliata nella legge e nella capacità dell’uomo di conseguire la giustizia per i propri meriti, Paolo opponeva la verità del Cristo-Figlio «morto per i nostri peccati», la verità cioè di una morte redentiva che ha dichiarati tutti peccatori e consacrato il primato della « grazia » e della « fede » nel rapporto dell’uomo a Dio (vedi sopra). Ed eccolo portare dentro di sé quest’altra convinzione, mentre da Atene giungeva a Corinto: al di là delle differenze, il vanto giudaico e il vanto greco hanno un’origine comune e portano ad un atteggiamento simile: l’origine è la pretesa d’imporre a Dio degli schemi o dei criteri che sono umani e mondani; l’atteggiamento è quello di un rifiuto opposto alla croce di Gesù e alla predicazione che ne trasmette la verità salvante.
Proprio di ciò scriverà Paolo ai Corinzi: «Mentre i Giudei chiedono i segni e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Co 1,22-25).
Giudei e Greci: due pretese differenziate ma che sono in realtà quella di un ragionare mondano (v. 21). I Giudei «chiedono i segni», ossia un Dio che dimostri la sua potenza con delle prove che sono avvertibili all’occhio umano e consoni con i criteri e le misure della realtà mondana. La croce delude la loro attesa, perché l’occhio umano e i criteri mondani non possono che cogliere in essa il volto di una « debolezza » indegna di Dio. Per questo, il Cristo che Paolo predica è « scandalo per i Giudei », una pietra d’inciampo contro la quale urtano e per la quale cadono: quello di un tale sconfitto non può essere il nostro Dio, il redentore d’Israele! Quanto ai Greci, dice Paolo, essi «cercano la sapienza», sono sedotti cioè dal fascino di un’intelligenza che controlli cose ed eventi, che apprezzi ciò che è ragionevole e scarti ciò che è assurdo, che intuisca il rapporto causa-effetto insito alla realtà, ne penetri l’armonia godibile e l’esprima in linguaggio persuasivo. Per loro, è ovvio che il Crocifisso è « stoltezza », una follia patetica, un discorso che non merita ascolto.
Per una parte, Paolo concorda. Cristo crocifisso è stoltezza, è debolezza. I criteri delle « cose visibili » pesano effettivamente (cf 2Co 4,18). Ma sta qui l’impatto luminoso della croce: ciò che indiscutibilmente è stoltezza e debolezza, si trova ad essere « potenza di Dio e sapienza di Dio » (1Co 1,24). Il paradosso è insito al fatto; e l’Apostolo ne svela la profondità con una formulazione ardita: nell’essere umanissima, quella che è dimostrata nella croce di Cristo è una « stoltezza di Dio », una « debolezza di Dio » (v. 25). Il genitivo, chiaro e netto, intende suggerire quanto Dio vi sia coinvolto: è divina quella stoltezza e debolezza, nel senso che è voluta da Dio, è presente alla mente di Dio, è la sede di un proposito di Dio, è opera di Dio degna della sapienza e della potenza di Dio stesso.
«Dove mai il sottile ragionatore di questo mondo?» (v. 20). Il paradosso è adorabilmente divino. Soltanto Dio può fare sì che la debolezza sia potenza e la stoltezza sia sapienza; e di tale prerogativa trascendente il Cristo crocifisso è l’epifania suprema. Ciò che il ragionare mondano dichiara assurdo, la croce rivela degno di Dio. Sono pertanto sconvolti gli schemi umani; ed ogni pretesa di controllare l’operare di Dio è dimostrata essa stessa pura follia (vv. 19-20; 2,16; cf Rm 11,33-34). Credere nella croce è davvero «dare gloria a Dio» come a Dio; ed è un atto d’adorazione che si compie come un rinunciare ad ogni vanto umano e mondano (1Co 1,29; cf Ga 6,14).
«Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso» (1Co 2,2). Il fallimento subito ad Atene convince Paolo di evitare i paludamenti della sapienza greca e del ragionamento mondano e d’imprimere al suo annunzio una schiettezza evangelica che sia come una celebrazione della trascendenza divina. È un preciso metodo missionario quello che l’Apostolo dichiara di avere deciso di adottare. O si annunzia il vangelo della salvezza come la divina « parola della croce » (1Co 1,18), o non lo si annunzia affatto. Attenuare il paradosso, rendere meno urtante lo scandalo, coprire con il manto di una eleganza mondana la stoltezza-debolezza divina del Calvario, pensando di avvicinare in tale modo il vangelo alla società umana, finisce soltanto per «rendere vana la croce di Cristo» (v. 17): ci si ritrova a trasmettere come vangelo di Dio quella che è invece una semplice parola umana, una parola quindi priva di vigore salvante e perfettamente inutile.
L’esperienza ha fatto capire a Paolo quanto fosse grande nell’apostolato la tentazione di accomodare la verità di Cristo ai criteri della sapienza mondana, «cercando di piacere agli uomini» (Ga 1,10). Ciò eviterebbe almeno al ministro di Cristo di venire crocifisso con Cristo stesso, di subire cioè l’ignominia di parlare da stolto e di essere considerato tale. Ma quale ministro di Cristo sarebbe? «Se io ancora piacessi agli uomini, non sarei più servo di Cristo» (Ga 1,10). È questione di fedeltà, d’identità apostolica, di fede ministeriale, quella che Paolo stupendamente chiama la « stoltezza della predicazione » (1Co 1,21). E quanto costosa è tale fedeltà! Colui che diceva: «Tutto io faccio per il vangelo» (9,23), con lucidità sapeva che il vangelo lo portava ad essere «stolto a causa di Cristo», a dare spettacolo di sé nel mondo divertito degli uomini (4,9.10). Ma Paolo non ha scelta: la « parola della croce » ha un suo linguaggio, una sua coerenza interna, una sua limpidità ministeriale – e tutto ciò pesa sul predicatore come una croce personale.
Questione di fedeltà, abbiamo detto; si deve aggiungere: è questione di efficacia apostolica. «È piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1,21). Soltanto la « parola della croce » irradia la potenza salvante di Dio e soltanto la « stoltezza della predicazione » attira gli uomini nell’ambito redentivo di Cristo.
In sé, infatti, il vangelo è potenza divina di salvezza (cf Rm 1,16); e proprio perché tale, esso interpella la fede dell’uomo, teso a diventare nei credenti salvezza viva ed operante di Dio (cf Rm 10,14-17). A sua volta, la fede che in tale modo salva è una: è quel « amen » e quella « obbedienza » della mente e del cuore (Rm 1,5; 10,16; 15,18; 16,19; 16,26; 2Co 10,5) per cui si è accordati nell’intimo alla verità del vangelo, non più ribelli ma a Dio donati. Per questa pístis si è in pace con Dio (Rm 5,1), partecipi della grazia di Cristo, introdotti vitalmente nella novità di Cristo, portatori vivi della «sapienza, giustizia, santificazione e redenzione» divina che è Cristo stesso (cf 1Co 1,30). Come pensare che un tale credere sia il frutto di un parlare ispirato a sapienza umana, di un ragionare suggerito da criteri mondani (cf 1,19-20; 2,1.4; 2,13)?
Ci vuole ben altro perché l’anima umana, pagana o giudaica che sia, venga afferrata nel profondo, indotta a svestirsi di ogni vanto mondano e convertirsi con obbedienza di fede al Dio di Gesù Cristo. Ci vuole una parola che sia carica della potenza stessa di Dio e veicolo della sapienza stessa di Dio. Questa parola, l’Apostolo sa qual è: è la « parola della fede » (Rm 10,8), la « parola di Cristo » (v. 17), la parola cioè che interpella la fede dicendo e trasmettendo Cristo quale vangelo divino della salvezza. Ma l’Apostolo sa anche questo: tale parola-vangelo va detta nella « stoltezza della predicazione » come la « parola della croce » (1Co 1,18.21). «La fede dipende dalla predicazione» (Rm 10,17); ma quale vigore salvante può mai avere una predicazione che, rivestita di fascino mondano, «rende vana la croce di Cristo» (1Co 1,17)?

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Diversamente dai testimoni storici ma non meno di loro, Paolo è stato un discepolo di Gesù, fissando lo sguardo della mente e l’ardore del cuore soprattutto sul Cristo crocifisso. Presso la croce del suo Signore ha saputo formarsi quella unità interiore che è forse l’aspetto saliente della sua personalità, l’unità cioè del « credente » e dell’ »apostolo ». Alla scuola infatti del Crocifisso cresceva nel vangelo stesso che predicava ed insegnava. Ne è testimonianza la parola già riferita: «Quanto a me, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è crocifisso, come io per il mondo» (Ga 6,14). È il vivere quotidiano del « credente » a portare l’impronta liberatrice della croce (cf 2,20); ma è anche l’operosità dell’ »apostolo » ad essere in tale modo condizionata. Il credente infatti è conquistato e pertanto liberato da ogni vanto mondano (cf Fl 3,4-8); e da parte sua l’apostolo è convinto di dovere trasmettere Cristo con la schietta parola della croce, con la stoltezza di una predicazione che nulla conceda alle pretese del vanto umano, sia esso di marca giudaica o di marca greca.
E quanta sicurezza ministeriale attingeva Paolo a quella sua fede, assiduamente nutrita presso il Maestro crocifisso! Poteva infatti dire di sé parole come queste: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2Co 12,10); «poveri, ma facciamo ricchi molti» (6,10). Il pensiero va subito al Calvario, poiché le antitesi « povertà-ricchezza » e « debolezza-potenza » sono quelle stesse che vestono di grandezza divina la croce-morte di Gesù (cf 1Co 1,23-24; 2Co 8,9). Non soltanto fisicamente Paolo porta le « stigmate di Gesù » (Ga 6,17): il paradosso della croce segna in profondità l’intera sua coscienza di credente e di apostolo.
Quella sua unità interiore e sicurezza ministeriale si è consolidata anche alla scuola ardua dell’esperienza; ed è significativo che proprio il fallimento di Atene l’ha aiutato a convincersi che la sua debolezza non era d’intralcio al suo apostolato (1Co 2,3), come la sua attività feconda a Corinto servì a persuaderlo che «è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione» (1,21), ossia con la parola umanamente debole e insipiente della croce (v. 18).
Abbiamo parlato al riguardo di metodo missionario consapevolmente adottato perché non sia resa vana la croce di Cristo (v. 17) e la potenza salvante di Dio incontri nei cuori la risposta innovatrice della fede. Infatti, il seme trasmesso dev’essere quello del vangelo; ma a farlo crescere è Dio e soltanto lui (cf 3,5-9). Perciò, l’Apostolo tiene a dire ai Corinzi che ha deciso di predicare loro «Gesù Cristo, e questi crocifisso» proprio perché affidava la sua parola alla potenza divina dello Spirito, convinto che la loro fede non dovesse essere fondata «sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio» (2,1-5).
Dobbiamo sempre tenere presente la specificità dell’esperienza paolina. L’Apostolo è attento al magistero del Calvario, ma non vive nel passato: si lascia compenetrare della verità della croce per meglio conoscere il suo Signore, il Figlio di Dio che gli è stato rivelato, il Cristo che vive ed opera nella sua persona, l’attuale Cristo della gloria, il Cristo che è il vangelo vivo di Dio, quel vangelo della salvezza divina che egli predica ed insegna. Nella sua fede personale non separa l’ignominia sofferta della croce dalla potenza gloriosa della risurrezione (cf Fl 3,10-11); e nell’apostolato annunzia insieme il Cristo crocifisso e il Cristo Signore (1Co 2,2; 2Co 4,5). Oggettivamente, infatti, il Cristo-servo è morto in debolezza per risorgere nella sua attuale dignità di Cristo-Signore e diventare così la sede viva della potenza salvante di Dio (cf Fl 2,6-11; Rm 14,9; 2Co 13,4). Così pure il vangelo: è predicato con la parola stolta e debole della croce perché penetri ed operi nei credenti quale potenza divina di salvezza (1Co 1,18.21).
Nell’essere quindi rivelazione del grande amore, grazia di redenzione e dono di salvezza, il vangelo è potenza divina che s’irradia dall’attuale pienezza gloriosa di Cristo e si espande nel mondo per mezzo della predicazione apostolica. Se non lo credesse, Paolo non avrebbe potuto operare come ha fatto, cioè quale « apostolo delle genti » in vista dell’ »obbedienza della fede » presso i pagani. «Non oserei parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all’obbedienza, con parole ed opere, con la potenza di segni e prodigi, con la potenza dello Spirito» (Rm 15,18-19). La potenza dello Spirito! È questa la potenza divina che ha fatto sì che i pagani potessero accogliere il Cristo predicato e riceverlo quale ricchezza viva di grazia e di salvezza.
È la potenza che agisce nella parola evangelica trasmessa da Paolo; ed è la potenza che trasforma la parola predicata in parola accolta e creduta; ed è la potenza che fa vivere e prosperare Cristo nel cuore dei credenti. Il vangelo, infatti, non è una parola qualsiasi, ma una parola di Dio che dice Cristo alla fede e realizza Cristo nei credenti, dando a questi di diventare ciascuno una « creatura nuova » in Cristo (Ga 6,15; 2Co 5,17; Col 3,10; Ef 2,10.15; 4,24), una persona cioè che porta impressa nel cuore e proietta allo sguardo compiaciuto di Dio la viva sua immagine che è Cristo (2Co 3,18; 4,5; Rm 8,29; Col 1,15; 3,10). Un tale progetto, dove l’amore di Dio, oltre che come grazia di redenzione, si rivela ed opera come una potenza di vita nuova e di creazione, non può dipendere da alcuna bravura ministeriale né può sottostare ai criteri dei ragionamenti mondani. L’Apostolo vi collabora del suo meglio (cf 1Co 3,5-9; 4,1-2), facendosi tutto a tutti (9,22); ma egli sa che a sostenerlo è la grazia-potenza di Dio (1Co 3,6; 15,10; Fl 4,13; Col 1,29) ed a portare nel mondo dei pagani il frutto della fede e della vita nuova è la « potenza dello Spirito » – quella stessa che è presente misteriosamente nel Cristo crocifisso (1Co 1,23-24), si riversa attualmente dalla pienezza celeste e gloriosa del Cristo Signore (1Co 15,42-45; Rm 1,3-4) e penetra nelle persone tramite la « stoltezza della predicazione » (1Co 1,18.21; 2,1-5).
Non ha conosciuto Gesù di Nazaret e non l’ha visto morire sulla croce; ma se ne è fatto discepolo assiduo per imparare la verità di Dio Salvatore e trasmetterla alle genti nel modo migliore; in particolare, interrogava sul Calvario il divino Maestro per comprendere quanto sia ricco d’amore e di potenza il Cristo suo Signore, il vangelo vivo di Dio che doveva seminare nel mondo per la vita del mondo. Tutto egli faceva per il vangelo, vivendo da giudeo con i Giudei, da greco con i Greci (1Co 9,19-23) ma imparò anche a «non riporre fiducia in se stesso, ma nel Dio che risuscita i morti» (2Co 1,9; cf Rm 4,17), crescendo nella certezza che la sua debolezza personale e la follia risibile dell’annunzio erano in realtà una epifania feconda della sapienza e potenza del suo Dio, il Dio del Cristo crocifisso e Signore. Sapeva di avere la missione di portare alla « fede-obbedienza » una umanità pagana che andava interpellata con amore e stima e spirito di servizio, tutto un mondo che andava liberato e santificato ed offerto a Dio come una « oblazione gradita » (cf Rm 15,16); e il suo contatto con quella umanità e quel mondo gli fece sentire, sempre più chiaramente, ciò che peraltro imparava con l’ascolto interiore del Maestro: l’opera è di Dio, è degna di Dio ed a compierla è Dio stesso con la potenza del suo Spirito.
Da qui il dinamismo straordinario dell’impresa paolina e la forza penetrante di un messaggio nuovo ed esigente che in pochi anni ha preso dimora nella parte orientale dell’Impero, ossia come precisa l’Apostolo stesso «da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria» (Rm 15,19). Ma occorre pure pensare ad un Paolo che, avendo predicato il vangelo, continuava ad ascoltare il Maestro e servire il Signore insegnando la verità creduta ed esortando i credenti alla coerenza di un vivere nuovo degno della loro chiamata (cf 1Ts 2,11-12; Col 1,10; Fl 1,27; Ef 4,1; 5,8-10…). È il Paolo padre e pastore (cf 1Co 4,15), quello che porta come «assillo quotidiano la preoccupazione per tutte le chiese» (2Co 11,28), che soffre «i dolori del parto finché non sia formato Cristo» in coloro che chiama figli suoi (Ga 4,19), che vuole continuare ad essere d’aiuto a tutti «per il progresso e la gioia della loro fede» (Fl 1,25). È il Paolo che, avendo seminato, non smette di curare la pianta perché cresca sana e robusta. Questo Paolo, che è anche l’autore delle Lettere, è quel « maestro nella fede e nella verità » (1Tm 2,7) che con la parola e l’esempio e la preghiera e la generosità dell’amore si mette a servizio dei credenti (2Co 4,5b) perché perseverino e maturino nella loro dignità nuova, attento a trovare per loro e con loro il modo di essere cristiani nel mare di una società che è pur sempre impregnata di criteri ed usanze pagane (si legga la Prima ai Corinzi!).
Non meno del predicatore, questo Paolo padre e pastore, rimanendo ascoltatore del Maestro e contemplatore del Crocifisso, doveva porre ogni sua fiducia nella potenza dello Spirito, sapendo che Dio è fedele e vuole portare a compimento nei credenti l’opera da Lui iniziata in loro (cf Fl 1,6; 1Ts 5,23-24; 2Ts 3,3; 1Co 1,7-9; 10,13…). La potenza di Dio già opera nei credenti (Ef 3,20), e lo Spirito è in loro ricchezza di vita e di verità, partecipando loro la vita del Cristo Signore ed aprendo la loro mente alla verità divinamente adorabile del Cristo crocifisso (cf 1Co 2,10-16). Sono ormai impegnati nel cammino terreno ed ostacolato della fede-speranza-carità; ed è lo Spirito a guidarli interiormente in questo cammino (cf Rm 8,14; Ga 5,18ss), dando loro, come a Paolo stesso, di seguire le orme di Cristo come dei discepoli fedeli del Maestro. (torna al sommario)

 

PERCHÉ NON CAPISCO LA BIBBIA? (LETTERE PAOLINE, ALTRE LETTERE, VANGELI)

http://www.studibiblici.eu/Perch%C3%A9%20non%20capisco%20la%20Bibbia.htm

Giuseppe Guarino

PERCHÉ NON CAPISCO LA BIBBIA? (LETTERE PAOLINE, ALTRE LETTERE, VANGELI)

L’argomento del quale mi accingo a discutere è molto delicato. Ed è anche un problema molto serio. Capire o non capire il contenuto delle Sacre Scritture, il senso del loro messaggio, può infatti fare la differenza nella vita di un essere umano.
Scriveva l’apostolo Paolo a Timoteo: « … fin da bambino hai avuto conoscenza delle sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede in Cristo Gesù. » (2 Timoteo 3:15)
La Bibbia è un libro storico, narrativo, persino poetico di indubbio valore letterario ed anche storico, ma è soprattutto la Parola di Dio, attraverso di lei Dio si rivela all’uomo, parla all’uomo.
Proseguiva così Paolo nella sua esortazione al suo caro Timoteo: « Ogni Scrittura è ispirata da Dio e utile a insegnare, a riprendere, a correggere, a educare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona. » (2 Timoteo 3:16-17)
Ero appena un ragazzo quando mi venne regalata la prima Bibbia, mi parlarono di Gesù e di questo meraviglioso libro che ha Dio ha donato all’umanità quale testimonianza della Verità. Da allora sono passati oltre trent’anni e non credo di essermi mai dedicato ad altro nella vita con altrettanta costanza e passione come lo studio della Parola di Dio.
Ero un adolescente quando lessi di Salomone e di come Dio aveva esaudito la sua preghiera di renderlo saggio (leggi se vuoi il brano). Allo stesso modo, come quel re antico, io, allora ragazzo, chiesi a Dio di darmi saggezza per capire la sua Parola. Oggi Lo ringrazio per il suo dono, perché è mia convinzione che la relativa facilità con la quale riesco ad avvicinarmi alla lettura ed allo studio della Bibbia non sia per una qualche mia facoltà o per mia intelligenza, ma sia veramente un dono di Dio, datomi in risposta alla mia preghiera specifica. Allo stesso modo, per completare il mio accenno di testimonianza, dirò che in questi molti anni di fede, ho potuto constatare in prima persona la verità del passo della Bibbia che dice: « Ma cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose (i beni materiali) vi saranno sopraggiunte. » (Matteo 6:33 Nuova Diodati)
Mi capita spesso, con una certa regolarità, di sentirmi dire da alcune persone (oneste, sincere di cuore) anche con un livello di istruzione medio – alto, che non riescono a capire la Bibbia. Ma come può accadere questo? E, soprattutto, perché accade?

Cerchiamo di capirlo.
Leggiamo cosa accadeva nei vangeli quando Gesù parlava alle folle.
Ad un certo punto del suo ministero, Gesù fa un’affermazione tanto significativa quanto sorprendente: « Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. » (Matteo 11:25). Continuando a leggere il vangelo di Matteo vediamo che il Signore insegna al popolo sotto forma di parabole. Addirittura leggiamo: « Tutte queste cose disse Gesù in parabole alle folle e senza parabole non diceva loro nulla. » (Matteo 13:34).
La Bibbia non dice nulla della reazione della gente alle parole di Gesù, ma ci dice dei discepoli. « Allora Gesù, lasciate le folle, tornò a casa; e i suoi discepoli gli si avvicinarono, dicendo: « Spiegaci la parabola delle zizzanie nel campo. » (Matteo 13:36)
Gesù spiega ai suoi discepoli il senso delle parabole dette in pubblico ed aggiunge altri insegnamenti privati alla fine dei quali, come farebbe ogni bravo insegnante, chiede apertamente: « Avete capito tutte queste cose? » Essi risposero: « Sì »" (Matteo 13:51)
Qual era la differenza fra le folle che tornavano a casa interrogandosi sul senso delle parole di Gesù, forse, come diciamo a Catania, più confusi che persuasi, e i discepoli? La semplice chiave per la comprensione delle parole di Gesù era andare da lui e chiedergli di spiegare il senso di quello che aveva detto – semplice; persino ovvio, no? Come ogni maestro che merita questo nome, anche Gesù non si è mai tirato indietro davanti a chi gli poneva delle domande o gli chiedeva delle spiegazioni.

La semplice chiave di lettura per la comprensione della Bibbia è chiedere a Dio di farci comprendere la Sua Parola!
E questo ci riporta alle parole di Gesù considerate poco fa: « Io ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli. » (Matteo 11:25). La comprensione della Parola di Dio non è possibile per via di sapienza o di intelligenza umana, ma è Dio che si rivela e che ci fa comprendere la Sacra Scrittura!
Adesso metto alla prova il lettore, quanto realmente forte sia il suo desiderio di comprendere, esaminando un discorso un po’ più complesso ma stimolante fatto dall’apostolo Paolo nella sua epistola ai Corinzi. Citerò a saltare da 1 Corinzi, capitolo 1 e 2, che invito poi il lettore a leggere per intero egli stesso per conto suo.
« Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: « Io farò perire la sapienza dei saggi e annienterò l’intelligenza degli intelligenti ». Dov’è il sapiente? Dov’è lo scriba? Dov’è il contestatore di questo secolo? Non ha forse Dio reso pazza la sapienza di questo mondo? Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. »
Non è forse vero che secondo i canoni di questo mondo, la crocefissione di Cristo appare come una sconfitta? Eppure è lì che la vittoria sul peccato e sulla morte cominciano e che la nostra salvezza diventa possibile. La sapienza umana non può conoscere Dio, le sue vie, i suoi piani, e per questo Paolo parla addirittura di follia del messaggio cristiano: perché tale appare secondo i canoni della logica umana e comune.
« I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza »
Non è lo stesso anche oggi? Oggi potremmo sostituire il termine « giudei » con « religiosi ». Vi sono infatti molti « religiosi » che sono in cerca di miracoli per credere. Allo stesso modo vi sono persone che vorrebbero che la scienza o la filosofia ci spiegassero il senso della nostra fede in Cristo, il che è impossibile, perché la sapienza di Dio è talmente lontana dalla sapienza umana da diventare per l’uomo appunto follia!
Ma Paolo ribadisce: « ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri (i non giudei) pazzia. »
Ed è bellissimo l’appunto dell’apostolo: « la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. »
Paolo conclude così il suo ragionamento: « Ma com’è scritto: « Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì, e che mai salirono nel cuore dell’uomo, sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano ». A noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito, perché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio. Infatti, chi, tra gli uomini, conosce le cose dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio. Ora noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere le cose che Dio ci ha donate; e noi ne parliamo non con parole insegnate dalla sapienza umana, ma insegnate dallo Spirito, adattando parole spirituali a cose spirituali. Ma l’uomo naturale non riceve le cose dello Spirito di Dio, perché esse sono pazzia per lui; e non le può conoscere, perché devono essere giudicate spiritualmente. »
L’uomo « naturale » di cui parla il brano è l’essere umano che non conosce Dio e che non vuole conoscerlo. Ed è qui che fa il suo ingresso un altro personaggio, un altro insegnante, un altro rivelatore, come Gesù, della Parola di Dio: lo Spirito Santo. Se lo Spirito Santo non ci insegna e non ci rivela le cose di Dio, per quanto sapienti, intelligenti, istruiti, colti, possiamo essere, non riusciremo a comprendere le verità spirituali di cui parla la Bibbia.
Ma perché è importante il ruolo dello Spirito Santo?
Intanto direi subito, perché è proprio lo Spirito Santo che ha ispirato le Scritture, rendendole Parola di Dio. « Infatti nessuna profezia venne mai dalla volontà dell’uomo, ma degli uomini hanno parlato da parte di Dio, perché sospinti dallo Spirito Santo » (2 Pietro 1:21)
Aggiungerei anche che è Gesù che, poco prima di tornare al Padre, ci ha detto che avrebbe lasciato allo Spirito Santo il compito che era stato suo durante il suo ministero terreno, di insegnarci e farci comprendere l’insegnamento della Parola di Dio.
Disse Gesù: « La parola che voi udite non è mia, ma è del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose, stando ancora con voi; ma il Consolatore, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. » (Giovanni 14:24-26).
Ecco quindi che lo stesso Gesù annuncia che il ruolo che lui aveva avuto con i suoi discepoli, l’avrebbe trasmesso allo Spirito Santo, il quale sarebbe stato inviato da Dio dopo la sua resurrezione ed ascensione. (Vedi libro degli Atti capitolo 1 e seguenti).
Non facciamoci abbindolare da alcuni che insegnano il contrario, lo Spirito Santo non è prerogativa di pochi, ma riguarda ogni vero credente che ha posto la propria fede in Cristo, ricevendolo come personale salvatore. Non ci facciamo poi prendere dalla pigrizia preferendo credere a chi vuole usurpare il posto dello Spirito di Dio e deferisce ad un’organizzazione o ad una gerarchia il monopolio della comprensione della Parola di Dio.
La comprensione della Parola di Dio è un privilegio ed un diritto di ogni credente, perché in ognuno che crede in Cristo dimora lo Spirito Santo.

Scrive l’apostolo Paolo nella stupenda epistola agli efesini: « In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso » (Efesini 1:13)

Cosa fare quindi è chiaro:

- ascoltare la parola della verità, il vangelo, la buona notizia, della nostra salvezza cioè che Gesù Cristo « è stato dato (è morto sulla croce) a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione » (Romani 4:25). « Questa è la parola della fede che noi annunziamo; perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato. » (Romani 10:8-9)

Cosa accade è semplice:

- avendo creduto in Cristo siamo figli di Dio. « ma a tutti quelli che l’hanno ricevuto egli ha dato il diritto di diventar figli di Dio: a quelli, cioè, che credono nel suo nome » (Giovanni 1:12).

Se siamo figli di Dio, Dio è nostro Padre e dimora in noi tramite lo Spirito Santo. « In lui voi pure, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza, e avendo creduto in lui, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria. » (Efesini 1:13-14)

Tramite la fede in Gesù Cristo, « l’uomo naturale » di cui parlava Paolo ai Corinzi diviene « uomo spirituale », il cui spirito riceve vita per opera dello Spirito di Dio. Quest’uomo spirituale, guidato dallo Spirito Santo dimorante in lui, può servire Dio, comprende la sua Parola, vive cercando naturalmente di piacere a Dio obbedendo i Suoi insegnamenti.

Dio « ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo, che egli ha sparso abbondantemente su di noi per mezzo di Cristo Gesù, nostro Salvatore. » (Tito 3:5-6)

Adesso che lo Spirito di Dio dimora in noi, la Parola di Dio diviene comprensibile, ma non secondo dei metodi comuni di comprensione o conoscenza. Conoscere e capire la Bibbia non significa accumulare delle nozioni, fare cultura, erudirsi in principi filosofici. La Parola di Dio compresa diviene una meravigliosa realtà interiore. « Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni, dice il Signore, metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti » (Ebrei 10:16). Leggeremo la Bibbia e il nostro cuore ci testimonierà che quello che leggiamo è Verità, mentre lo Spirito Santo ci illuminerà facendoci comprendere la volontà di Dio.

Queste cose riguardano altri, non me – diranno alcuni. Altri avranno vari tipi di obiezioni da opporre. La realtà invece è semplice – ed è per questo che è così facile per i piccoli, come diceva Gesù: basta riporre la propria fede in Dio, che non ci delude mai. Gesù ci ha infatti assicurato: « Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (Luca 11:13)

Se chiediamo a Dio di illuminarci e farci davvero comprendere la sua Parola, apriremo la Bibbia e sentiremo la voce dello Spirito Santo, dolce e comprensibile, che parla ai nostri cuori con l’unico scopo di ricondurci alla comunione col nostro Padre Celeste.

 

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(1 Re 3:5-14)
« A Gabaon, il SIGNORE apparve di notte, in sogno, a Salomone. Dio gli disse: « Chiedi ciò che vuoi che io ti conceda ». Salomone rispose: « Tu hai trattato con gran benevolenza il tuo servo Davide, mio padre, perché egli agiva davanti a te con fedeltà, con giustizia, con rettitudine di cuore a tuo riguardo; tu gli hai conservato questa grande benevolenza e gli hai dato un figlio che siede sul trono di lui, come oggi avviene. Ora, o SIGNORE, mio Dio, tu hai fatto regnare me, tuo servo, al posto di Davide mio padre, e io sono giovane, e non so come comportarmi. Io, tuo servo, sono in mezzo al popolo che tu hai scelto, popolo numeroso, che non può essere contato né calcolato, tanto è grande. Dà dunque al tuo servo un cuore intelligente perché io possa amministrare la giustizia per il tuo popolo e discernere il bene dal male; perché chi mai potrebbe amministrare la giustizia per questo tuo popolo che è così numeroso? » Piacque al SIGNORE che Salomone gli avesse fatto una tale richiesta. E Dio gli disse: « Poiché tu hai domandato questo, e non hai chiesto per te lunga vita, né ricchezze, né la morte dei tuoi nemici, ma hai chiesto intelligenza per poter discernere ciò che è giusto, ecco, io faccio come tu hai detto; e ti do un cuore saggio e intelligente: nessuno è stato simile a te nel passato, e nessuno sarà simile a te in futuro. Oltre a questo io ti do quello che non mi hai domandato: ricchezze e gloria; tanto che non vi sarà durante tutta la tua vita nessun re che possa esserti paragonato. Se cammini nelle mie vie, osservando le mie leggi e i miei comandamenti, come fece Davide tuo padre, io prolungherò i tuoi giorni ».

 

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA – DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

http://www.novena.it/riflessioni_autori_antichi_moderni/26.htm

HO COMBATTUTO LA BUONA BATTAGLIA – DALLE «OMELIE» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

(Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 480-484)

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Ho combattuto la buona battaglia

Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta’ bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1, 23), mentre restare nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2 Cor 11, 29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2 Tm 4, 7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli è come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoci in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

http://www.gesusacerdote.org/index.php?option=com_content&view=article&id=121:lettera-di-san-paolo-ai-presbiteri&catid=45:spiritualita&Itemid=81

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

COME PAOLO – LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO

http://euntes.net/sanpaolo/preghiera.html

Mons. Juan Esquerda Bifet

COME PAOLO – LA PREGHIERA DI OGNI MOMENTO  

Vi affido al Signore e alla parola della sua grazia … » (Atti 20, 32). « Noi preghiamo Dio che non facciate alcun male … Preghiamo Dio anche per la vostra perfezione … » (2 Cor. 13, 7-9).       Paolo trasforma la preoccupazione per gli altri in termini di preghiera o dialogo con Dio. Questo prova che la sua carità è vera e che la sua preghiera è autentica. La preoccupazione dell’apostolo è concentrata sui dettagli e sulle circostanze di tutte le persone, che sono suoi fratelli. Sente di essere legato alla vita degli altri come un’esigenza di Dio Amore. Ama i fratelli per se stessi. Ed ogni cosa diventa motivo di preghiera. La sua grande preoccupazione è che gli uomini realizzino se stessi, che arrivino, cioè, alla perfezione: che si rendano disponibili all’Amore. La vita dell’apostolo arde continuamente di questo inspiegabile zelo da cui fu preso senza averne alcun merito e soltanto per iniziativa di Dio. La vita di Paolo può essere riassunta dai momenti di preghiera: porta ogni cosa nel suo colloquio con il Padre. È inspiegabile per chi non sa pregare … né amare …     

Il modo migliore di mettersi in sintonia con gli altri è quello di scoprire in ogni cosa motivo di preghiera. In questo modo si ama in profondità e si sintonizza con gli altri. Questa preghiera ci spinge ad impegnarci per gli altri, a fare qualche cosa, ciò che è più opportuno. Richiede una continua ascesi nella dimenticanza di sé e nel porre gli interessi degli altri al di sopra dei propri. Si vive così la storia degli altri nell’ambito della storia della salvezza che ha il suo centro in Cristo. Ciò è segno che uno si è legato a Cristo fino a partecipare delle sue preoccupazioni e dei suoi ideali. Cristo visse sempre in dipendenza dagli altri. Per questo aveva bisogno e andava in cerca di momenti da dedicare esclusivamente al colloquio col Padre. E da questo colloquio, immediatamente, scaturisce la capacità di amare e di darsi. La capacità di donazione si misura e si accresce in proporzione della capacità di dialogare con Dio. Questa preghiera impegnata, di ogni giorno e di ogni momento, è parte integrante del ministero apostolico. A nessun apostolo viene in mente di farsi dispensare da questa preghiera. Sarebbe come un farsi dispensare dall’amare …    

ESAMINATE OGNI COSA: SPIRITO DEL TEMPO O SEGNI DEI TEMPI? (studi paolini)

http://www.gliscritti.it/approf/2009/papers/lonardo280209.htm

ESAMINATE OGNI COSA: SPIRITO DEL TEMPO O SEGNI DEI TEMPI?

di Andrea Lonardo

«Fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene» (Rm 12,9). La lettera ai Romani, nel presentare l’atteggiamento del cristiano dinanzi alla cultura del proprio tempo, ripete le parole del primo scritto paolino, la prima lettera ai Tessalonicesi: «Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono, astenetevi da ogni specie di male» (1 Ts 5,21-22). Dove è immediatamente evidente la presenza nella vita del bene e, insieme, la coscienza che anche il male è all’opera. L’invito a non conformarsi «alla mentalità di questo secolo» (Rm 12, 2) indica ulteriormente la serietà della questione del discernimento che si impone a partire dalla presenza di Cristo nel mondo. Ha scritto una volta lo psicoanalista C. G. Jung che «con lo spirito del tempo non è lecito scherzare: esso è un credo a carattere completamente irrazionale, ma con l’ingrata proprietà di volersi affermare quale criterio assoluto di verità, e pretende di avere per sé tutta la razionalità. Lo spirito del tempo si sottrae alle categorie della ragione umana. Esso agisce su basi inconsce esercitando una suggestione preponderante sugli spiriti più deboli e trascinandoli con sé. Pensare diversamente da come si pensa oggi genera sempre un senso di fastidio e dà l’impressione di una cosa non giusta; può apparire persino una scorrettezza, una morbosità, una bestemmia» (da “Realtà dell’anima”). Quanto è necessario allora esercitare un vigile discernimento fra quelli che sono i “segni dei tempi”, secondo la nota espressione evangelica ripresa dal Concilio Vaticano II, e quello che è lo “spirito del tempo”, la “mentalità del secolo”, secondo il linguaggio paolino! Paolo nel cogliere la permanenza della presenza del bene si rivolge all’uomo in quanto tale, prima che alle singole culture da lui prodotte. Nella lettera ai Romani si sofferma sulla dimensione religiosa che appartiene al cuore umano (Rm 1,19-20). L’animo umano, pur non essendo in grado di giungere al mistero della croce di Cristo con le proprie forze, poiché questo è possibile solo a partire dalla rivelazione di Dio, manifesta l’apertura dell’uomo all’Infinito. Paolo afferma così implicitamente che la ricerca di Dio, la nostalgia di Dio presente nel cuore umano, è una delle caratteristiche più proprie dell’uomo che ne manifesta la sua dignità altissima. In un’intervista rilasciata ad alcune televisioni tedesche nel 2006 il papa Benedetto XVI ha affermato, a questo proposito, che «l’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. Proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente». L’anelito a Dio è riconosciuto da Paolo come uno degli aspetti più grandi dell’esperienza umana ed anche nel famoso discorso dell’Areopago, pur fremendo «nel suo spirito al vedere la città piena di idoli» (At 17,16), inizia la sua predicazione testimoniando che i cittadini ateniesi sono «in tutto molto timorati degli dèi» (At 17,22). Ma anche l’esperienza morale, il relazionarsi al bene ed al male, appaiono a Paolo come straordinarie manifestazioni della dignità nativa dell’uomo, poiché essi hanno pur sempre, anche nel peccato, «la testimonianza della loro coscienza e dei loro stessi ragionamenti che ora li accusano ora li difendono» (cfr. Rm 2,15). Ma «poiché tutti hanno peccato» (Rm 5,11) ecco che sempre, a fianco del bene, la voce del male fa sentire la sua presenza e cerca di confondersi con il soffio dello Spirito. G. K. Chesterton così scriverà nei “Racconti” che hanno per protagonista il suo personaggio più famoso, il prete cattolico inglese padre Brown: «Sono un uomo – rispose padre Brown, gravemente – e perciò ho il cuore pieno di diavoli». Proprio questa capacità di leggere il cuore dell’uomo, a partire dal bene e dal male che vi abitano, sarà la carta vincente delle indagini nelle quali Scotland Yard non riesce a mettere le mani sui peggiori delinquenti, mentre il piccolo pretino risolve i casi più difficili, offrendo poi spesso al malvivente la possibilità del ravvedimento. Chesterton commenterà poi che «la Chiesa Cattolica è la sola capace di salvare l’uomo dallo stato di schiavitù in cui si troverebbe se fosse soltanto il figlio del suo tempo». Il rapporto della fede con il tempo si rivela così anceps, nell’epistolario paolino. Da un lato sempre l’uomo conserva le tracce della sua dignità, del suo desiderio di Dio, della sua grandezza di cuore, che lo contraddistinguono come colui che è uscito dalle mani del Creatore, ma, contemporaneamente, ogni singolo uomo porta in sé dei germi di morte penetrati a motivo del peccato originale e dei peccati che ne sono conseguiti. Così è anceps l’atteggiamento della fede cristiana dinanzi ad ogni cultura. In ogni epoca il cristiano cercherà, da un lato, di accogliere, ricevere e valorizzare quegli elementi che sono propri di ogni cultura e che manifestano nella storia la loro appartenenza a quel bene originario derivante dalla creazione e dalla presenza dello Spirito nel tempo, mentre, dall’altro, sottoporrà quella stessa cultura a critica, perché essa venga come rinnovata dall’interno, perché siano posti in luce e combattuti i suoi elementi di male. In questo senso non corrisponde a verità l’affermazione che il cristianesimo paolino o successivo a lui si è semplicemente ellenizzato – analoghe espressioni potrebbero orientare in vista di una ebraicizzazione o di una occidentalizzazione o di una orientalizzazione del cristianesimo – ma piuttosto la storia della Chiesa mostra che è stata la grecità, la latinità, così come l’ebraicità o l’africanità, a cristianizzarsi. Supremo è, per Paolo, il riferimento a Cristo. È alla sua luce e sotto la sua grazia che si manifesta ciò che è conforme e ciò che è difforme dal vangelo. Come nessuna cultura è povera di doni dinanzi a Cristo, così nessuna cultura è esente da un male dalla quale deve essere purificata attraverso un faticoso rinnovamento interiore. La ricchezza della fede consiste così nel fatto che essa è capace di accogliere ed insieme rinnovare le culture più diverse pur rimanendo pienamente se stessa.

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