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BENEDETTO XVI – Salmo 111, 1-6 – Beatitudine dell’uomo giusto (2.11.2005)

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BENEDETTO XVI – Salmo 111, 1-6 – Beatitudine dell’uomo giusto (2.11.2005)

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 2 novembre 2005

Secondi Vespri – Domenica 4a settimana

1. Dopo aver celebrato ieri la solenne festa di tutti i Santi del cielo, quest’oggi facciamo memoria di tutti i fedeli defunti. La liturgia ci invita a pregare per i nostri cari scomparsi, volgendo il pensiero al mistero della morte, comune eredità di tutti gli uomini.
Illuminati dalla fede, guardiamo all’enigma umano della morte con serenità e speranza. Secondo la Scrittura, infatti, essa più che una fine, è una nuova nascita, è il passaggio obbligato attraverso il quale possono raggiungere la vita in pienezza coloro che modellano la loro esistenza terrena secondo le indicazioni della Parola di Dio.
Il salmo 111, composizione di taglio sapienziale, ci presenta la figura di questi giusti, i quali temono il Signore, ne riconoscono la trascendenza e aderiscono con fiducia e amore alla sua volontà in attesa di incontrarlo dopo la morte.
A questi fedeli è riservata una « beatitudine »: «Beato l’uomo che teme il Signore» (v. 1). Il Salmista precisa subito in che cosa consista tale timore: esso si manifesta nella docilità ai comandamenti di Dio. È proclamato beato colui che «trova grande gioia» nell’osservare i comandamenti, trovando in essi gioia e pace.
2. La docilità a Dio è, quindi, radice di speranza e di armonia interiore ed esteriore. L’osservanza della legge morale è sorgente di profonda pace della coscienza. Anzi, secondo la visione biblica della «retribuzione», sul giusto si stende il manto della benedizione divina, che imprime stabilità e successo alle sue opere e a quelle dei suoi discendenti: «Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta. Onore e ricchezza nella sua casa» (vv. 2-3; cfr v. 9). Certo, a questa visione ottimistica si oppongono le osservazioni amare del giusto Giobbe, che sperimenta il mistero del dolore, si sente ingiustamente punito e sottoposto a prove apparentemente insensate. Bisognerà, quindi, leggere questo Salmo nel contesto globale della Rivelazione, che abbraccia la realtà della vita umana in tutti i suoi aspetti.
Tuttavia rimane valida la fiducia che il Salmista vuole trasmettere e far sperimentare a chi ha scelto di seguire la via di una condotta moralmente ineccepibile, contro ogni alternativa di illusorio successo ottenuto attraverso l’ingiustizia e l’immoralità.
3. Il cuore di questa fedeltà alla Parola divina consiste in una scelta fondamentale, cioè la carità verso i poveri e i bisognosi: «Felice l’uomo pietoso che dà in prestito… Egli dona largamente ai poveri» (vv. 5.9). Il fedele è, dunque, generoso; rispettando la norma biblica, egli concede prestiti ai fratelli in necessità, senza interesse (cfr Dt 15,7-11) e senza cadere nell’infamia dell’usura che annienta la vita dei miseri.
Il giusto, raccogliendo il monito costante dei profeti, si schiera dalla parte degli emarginati, e li sostiene con aiuti abbondanti. «Egli dona largamente ai poveri», si dice nel versetto 9, esprimendo così un’estrema generosità, completamente disinteressata.
4. Il Salmo 111, accanto al ritratto dell’uomo fedele e caritatevole, «buono, misericordioso e giusto», presenta in finale, in un solo versetto (cfr v. 10), anche il profilo del malvagio. Questo individuo assiste al successo della persona giusta rodendosi di rabbia e di invidia. È il tormento di chi ha una cattiva coscienza, a differenza dell’uomo generoso che ha «saldo» e «sicuro il suo cuore» (vv. 7-8).
Noi fissiamo il nostro sguardo sul volto sereno dell’uomo fedele che «dona largamente ai poveri» e ci affidiamo per la nostra riflessione conclusiva alle parole di Clemente Alessandrino che, commentando l’invito di Gesù a procurarsi amici con la disonesta ricchezza (cfr Lc 16,9), nel suo scritto intitolato Quale ricco si salverà, osserva: con questa affermazione Gesù «dichiara ingiusto per natura ogni possesso che uno possiede per se stesso come bene proprio e non lo pone in comune per coloro che ne hanno bisogno; ma dichiara altresì che da questa ingiustizia è possibile compiere un’opera giusta e salutare, dando riposo a qualcuno di quei piccoli che hanno una dimora eterna presso il Padre (cfr Mt 10,42; 18,10)» (31,6: Collana di Testi Patristici, CXLVIII, Roma 1999, pp. 56-57).
E, rivolgendosi al lettore, Clemente avverte: «Guarda in primo luogo che egli non ti ha comandato di farti pregare né di aspettare di essere supplicato, ma di cercare tu stesso quelli che sono ben degni di essere ascoltati, in quanto sono discepoli del Salvatore» (31,7: ibidem, p. 57).
Poi, ricorrendo a un altro testo biblico, commenta: «È dunque bello il detto dell’apostolo: « Dio ama chi dona con gioia » (2Cor 9,7), chi gode nel donare e non semina scarsamente, per non raccogliere allo stesso modo, ma condivide senza rammarichi e distinzioni e dolore, e questo è autentico far del bene» (31,8: ibidem).
Nel giorno della commemorazione dei defunti, come ho detto inizialmente, siamo tutti chiamati a confrontarci con l’enigma della morte e quindi con la questione di come vivere bene, come trovare la felicità. E questo Salmo risponde: felice l’uomo che dona; felice l’uomo che non utilizza la vita per se stesso, ma dona; felice l’uomo che è misericordioso, buono e giusto; felice l’uomo che vive nell’amore di Dio e del prossimo. Così viviamo bene e così non dobbiamo aver paura della morte, perché siamo nella felicità che viene da Dio e che dura sempre.

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA (dall’Ufficio dei defunti)

http://www.maranatha.it/Ore/def/LETTpage.htm

DALLE «LETTERE» DI SAN BRAULIONE, VESCOVO DI SARAGOZZA

(Lett. 19; PL 80, 655-666)

Cristo risorto speranza di tutti i credenti La speranza di tutti i credenti, Cristo, chiama i trapassati «dormienti», non «morti»; dice infatti: «Il nostro amico Lazzaro s’é addormentato» (Gv 11, 11). Ma anche il santo Apostolo non vuole che ci rattristiamo su quelli che si sono addormentati (cfr. 1 Ts 4, 12) e quindi se teniamo per fede che tutti i credenti in Cristo, come dice il Vangelo, non moriranno per sempre, sappiamo ancora per fede che neanche lui é morto per sempre e nemmeno noi moriremo per sempre. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio discenderà dal cielo e i morti in lui risorgeranno. Ci animi dunque la speranza della risurrezione, perché coloro che ora perdiamo, li rivedremo; basta che crediamo fermamente in lui, obbedendo ai suoi precetti. Egli é l’onnipotente e per questo é più facile a lui risuscitare i morti che a noi svegliare quelli che dormono. Tuttavia ecco che, mentre da una parte facciamo queste affermazioni, dall’altra, portati da non so quale sentimento, ci sfoghiamo in lacrime. Certe nostre nostalgie e certi stati d’animo poi tendono a intaccare la nostra fede. È questo purtroppo il prezzo che dobbiamo pagare alla miseria della nostra condizione umana. Ma nulla ci smuova. Sappiamo infatti che senza Cristo tutto quello che esiste e tutta la nostra vita non é che vanità. O morte, tu che separi i congiunti e, dura e crudele quale sei, dividi coloro che sono uniti dall’amicizia, sappi che é già infranto il tuo dominio. È già spezzato il tuo giogo da colui che ti minacciava con il grido di Osea: «O morte, sarò la tua morte» (Os 13, 14). Perciò con l’Apostolo ti scherniamo: «Dov’é, o morte, la tua vittoria? Dov’é, o morte, il tuo pungiglione?» (1 Cor 15, 55). Quello stesso che ti ha vinto ci ha redento. Egli ha consegnato la sua vita preziosa nelle mani degli empi, per cambiare gli empi in amici diletti. Lunghe sarebbero e numerose le citazioni che si potrebbero trarre dalle divine Scritture a comune conforto. Ma ci basti la speranza della risurrezione e volgere lo sguardo alla gloria del nostro Redentore, nel quale noi riteniamo per fede di essere già risorti, secondo la parola dell’Apostolo: «Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 6, 8). Non apparteniamo a noi stessi, ma a colui che ci ha redenti, dalla cui volontà deve sempre dipendere la nostra; perciò diciamo nella preghiera: «Sia fatta la tua volontà» (Mt 6, 10). È quindi necessario che dinanzi alla morte diciamo con Giobbe: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!» (Gb 1, 21). Diciamo queste parole con Giobbe nella nostra condizione di pellegrini, in questo mondo, per poter assomigliare a lui, già in questo mondo, ma poi soprattutto nell’altro.

COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE – G.RAVASI

http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201411_5.html

COMMEMORAZIONE DI TUTTI FEDELI DEFUNTI – 2 NOVEMBRE

Gianfranco Ravasi

Giobbe 19, 1.23-27; Romani 5, 5-11; Giovanni 6, 37-40

L’Ordo Exequiarum si apre con una premessa che potrebbe idealmente illuminare questa celebrazione di origine medievale e monastica spesso deviata da forme pietistiche e persino superstiziose. «Nei riti funebri per i suoi figli la Chiesa celebra con fede il Mistero pasquale, nella fiduciosa speranza che coloro i quali sono diventati, per il battesimo, membri del Cristo morto e risorto, attraverso la morte passino con lui alla vita». Il destino glorioso del Cristo uomo e Dio è lo stesso destino del fedele a lui «conformato» nella fede e nel battesimo. La morte non è, allora, l’estuario tragico nel baratro del nulla, ma l’ingresso nella comunione piena con Dio già gustata in frammento durante l’arco limitato dell’esistenza terrestre. Questo è anche il messaggio del lezionario della prima Messa odierna per tutti i fedeli defunti. In apertura abbiamo un passo denso ed oscuro di quel capolavoro in assoluto che è il libro di Giobbe. Il nucleo tematico centrale di questo poema non è tanto il problema del male quanto piuttosto l’analisi della vera fede contro tutti i surrogati teologici e filosofici (gli «amici» di Giobbe): essa nel dolore innocente sperimenta la sua «agonia» più lacerante ma anche rischia la sua soluzione più alta e mistica. Giobbe a metà del suo tempestoso e torrenziale contendere con Dio si ferma e intravede un barlume di speranza. Esso è contenuto nella nostra pericope. La Vulgata, molti Padri Latini e la liturgia hanno esplicitato l’oscuro testo ebraico originale ed hanno visto in questa pagina una dichiarazione di fede nella risurrezione: Scio quia redemptor meus vivit et in novissimo die surrecturus sum et rursus circumdabor pelle mea et in carne mea videbo Deum meum (S. Gerolamo). Il «redentore» (in ebraico go’el) di cui parla Giobbe è Dio stesso, il «redentore» di Israele dalla schiavitù d’Egitto, è colui che deve nella tribù salvare dalla schiavitù e dalla miseria il parente prossimo (vedi Gb 16, 18-22). Nello schema di tipo giuridico dell’Alleanza si chiarisce, allora, la speranza del grande sofferente biblico: il «difensore-redentore» divino, come nel dibattimento processuale, interverrà per liberare l’uomo umiliato. Egli è l’«ultimo», viene dopo tutti gli altri falsi difensori umani rivelatisi in realtà accusatori (gli amici), e difenderà Giobbe ormai vicino alle soglie della morte giustificandolo davanti a tutti. Gobbe, ridotto allora a pelle e ossa, vicino alla polvere della tomba, sentirà la parola giudicatrice e liberatrice di Dio. La mutua immanenza del Cristo nel fedele e del fedele in Cristo è anche per Giovanni la causa del recupero integrale dell’essere umano a Dio. L’idea è sviluppata anche nell’odierna pericope evangelica che, pur essendo inserita nel grandioso discorso sul pane di vita pronunciato da Gesù a Cafarnao, ha però un’organizzazione e una storia indipendenti. I versetti celebrano la volontà del Padre che gli uomini abbiano la sua stessa vita e che per questo siano risuscitati nella comunione di vita finale con lui (6, 40). Chi crede nel Figlio ha già ora la vita eterna (cioè la vita divina): essa sarà portata a pienezza nella risurrezione finale. La salvezza presente e futura è conseguenza della comunione personale col Figlio mediante la fede. La vita di grazia che ora possediamo si proietta sul futuro («ultimo giorno»). Non è un possesso statico, ma è un dinamismo che si apre sull’eternità ed esclude quindi il nulla e la distruzione. Nello sviluppo del discorso Giovanni applicherà la relazione fede-vita-risurrezione anche all’eucaristia costruendo la nuova sequenza eucaristia-vita-risurrezione. Dice infatti Gesù in 6, 54: «Colui che mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna ed io lo risusciterò nell’ultimo giorno». La comunione col Cristo nella fede e nell’eucaristia ci strappano dalla morte e dal nulla e ci inseriscono nella stessa esistenza di Dio: «A colui che ha sete darò gratuitamente acqua della fonte della vita. Chi sarà vittorioso erediterà questi beni; io sarò il suo Dio ed egli sarà mio figlio» (Apoc 21, 7).

SPUNTI PASTORALI 1.    La celebrazione odierna è una ripresa della liturgia pasquale e come tale entra correttamente anche nel culto domenicale. Cristo, attraversando la nostra realtà più specifica, la morte, la vince e irradia in noi la sua realtà più specifica, la vita divina. 2.    La liturgia odierna è, perciò, sostanzialmente centrata sulla speranza, una speranza che nasce dalla fede nella Pasqua. La morte resta sempre un oscuro passaggio, una lotta («agonia») e un mistero. Ma la morte e la risurrezione del fratello Cristo diventa radice di speranza. Il rischio si illumina; conquistati dalla sua vita siamo strappati al nulla). 3.    Il lezionario odierno, contro ogni nichilismo, pessimismo e contro ogni materialismo gaudente, ripropone il mistero che è seminato nell’essere di ogni uomo. Attraverso l’amore del Cristo (II lettura) e la nostra comunione con lui (Vangelo) noi siamo conquistati alla vita e siamo in qualche modo «resi divini e infiniti» (Elisabetta della Trinità). Il valore dell’uomo va, perciò, al di là dei beni che possiede, cose inesorabilmente morte. 4.     È necessario purificare la morte cristiana da ogni «pornografia» della morte, come è stato scritto a proposito di certe celebrazioni funebri statunitensi che tentano di cancellare con la retorica consumistica o con la magia questa drammatica realtà umana. Dignità, dolore, sincerità, realismo, vicinanza sono virtù umane da conoscere e da far conoscere anche al bambino che spesso è tenuto lontano da qualsiasi cenno alla morte. Ma il cristiano deve conoscere anche la fiducia, la speranza e la contemplazione pasquale

da: Gianfranco Ravasi – Celebrare e vivere la Parola, Commenti al lezionario festivo anni A-B-C Àncora editrice, 1997, pp 839-842

 

GIOVANNI PAOLO II – ANGELUS 1980 – COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/angelus/1980/documents/hf_jp-ii_ang_19801102_it.html

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS – DOMENICA 2 NOVEMBRE 1980

COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI

1. Tutto il mondo davanti a te, come polvere sulla bilancia, / come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. / Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi, / non guardi ai peccati degli uomini, in vista del pentimento. / Poiché tu ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; / se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. / Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? / O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza? / Tu risparmi tutte le cose, / perché tutte sono tue, Signore, amante della vita, / poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. / Per questo tu castighi poco alla volta i colpevoli / e li ammonisci ricordando loro i propri peccati, / perché, rinnegata la malvagità, credano in te, Signore” (Sap 11, 22-12,2).
la Chiesa celebra la “commemorazione di tutti i fedeli defunti”. Le sopracitate parole del libro della sapienza, desunte dalla prima lettura della domenica trentunesima “per annum”, possono aiutare molto ciascuno di noi a vivere questo incontro con l’eternità, che portano in sé i primi due giorni di novembre.
parole ci accompagnino durante la visita ai cimiteri, quando ci fermeremo presso le tombe dei nostri defunti, vicini o lontani, conosciuti o sconosciuti: “. . .poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose” (Sap 12, 1).
Che queste visite ai defunti, questi incontri con loro, siano avvalorati, nei nostri cuori, dalla speranza che “è piena di immortalità” (Sap 3, 4).. Ritorno, ancora una volta, al Sinodo dei Vescovi che, una settimana fa, ha terminato i suoi lavori dedicati ai compiti della famiglia nel mondo contemporaneo. Perché oggi voglio dire che la famiglia è un luogo particolare dell’uomo. In questo luogo, in questa comunità, viene salutata con gioia la sua nascita, la sua venuta al mondo; e in questo luogo, soprattutto, si risente la sua scomparsa, la sua morte. giorno dei defunti è un giorno particolare per le famiglie. Esse si dirigono, in questo giorno, nei luoghi dove riposano i loro defunti più vicini e più cari; si incontrano, nel silenzio, nella preghiera, nella meditazione, presso le loro tombe.
Rivivono ricordi gioiosi e dolorosi; a volte le lacrime cominciano a scorrere sul viso, così grande è il senso della vicinanza, nonostante la morte, così grande è la commozione!
Appartengono alla famiglia anche coloro che sono dipartiti, e tuttavia rimangono nei cuori, perché tanto profondamente ci ha legato ad essi il mistero della vita e dell’amore. Permangono nella vedovanza dei loro rispettivi mariti e mogli, rimasti in vita. Permangono nello stato di orfani dei loro figli.
3. In questo giorno vorrei ricordare tutti i morti di quest’anno, e in particolare le vittime di catastrofi naturali e dei numerosi, troppi episodi di violenza, di rapimenti, di terrorismo accaduti in diversi paesi del mondo.
Penso alle schiere di bambini innocenti – come agli alunni della scuola di Ortuella in Spagna -, a tante persone che, nei luoghi di lavoro, per le strade o nella propria casa, furono travolte, ignare, da atti di distruzione e di morte, di cui spesso neppure conobbero la causa.
Penso ad un piccolo paese, El Salvador, e ad altri paesi del mondo tormentati da un cronico prolungarsi di violenze e di uccisioni, che provocano lutti nelle famiglie e nella comunità ecclesiale.
Vorrei rinnovare, anche in nome della pietà per i morti, un appello accorato perché prevalga in tutte le parti responsabili il sentimento di riconciliazione dettato dalla coscienza cristiana e dall’amore per la propria patria.
Vorrei non dimenticare le vittime della guerra che da alcune settimane infuria tra l’Irak e l’Iran, con scontri sanguinosi tra gli eserciti e bombardamenti di città e di popolazioni indifese; purtroppo, la stessa opinione pubblica del mondo sembra abituarsi facilmente persino allo spettacolo di così terribili distruzioni.
Mentre la nostra preghiera vuole abbracciare la sorte anche di questi nostri fratelli, invochiamo Dio onnipotente e misericordioso perché faccia rinascere pensieri di pace, e in particolare risvegli il desiderio di risolvere i contrasti con la trattativa, nel rispetto dell’integrità dei diritti umani, nazionali e territoriali dei paesi coinvolti nel conflitto.
4. Nel giorno della commemorazione dei defunti oltrepassiamo, in un certo senso, i limiti della loro assenza, il cui segno è la tomba fredda, e ci uniamo con loro nella fede che ci conduce alla casa del Padre.
E insieme con l’autore del libro della Sapienza ripetiamo a quel Padre: “Signore, tutto tu puoi . . . e tu ami tutte le cose che hai creato . . .” (cf. Sap 11, 23-24). Tu ami l’uomo che hai creato a tua somiglianza e lo hai redento mediante il sangue del tuo Figlio. Tu ami l’uomo . . .

2 NOVEMBRE – COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI : IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO.

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/5-Ordinario-A-2014/Omelie/31a-Dom-I-Defunti-A/07-31a-Fedeli-Defunti-A-2014-LD.htm

2 NOVEMBRE 2014 | 31A / I FEDELI DEFUNTI A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

IL TUO VOLTO, SIGNORE, IO CERCO.

La commemorazione dei fedeli defunti al 2 novembre ebbe origine net sec. X nel monastero benedettino di Cluny.
Papa Benedetto XV, al tempo della prima guerra mondiale, giunse a concedere a ogni sacerdote la facoltà di celebrare « tre messe » in questo giorno.
* La morte resta per l’uomo un mistero profondo. Un mistero che anche i non credenti circondano di rispetto.
* La morte per il cristiano non è il risultato di un gioco tragico e ineluttabile da affrontare con freddezza e cinismo.
* La morte del cristiano si colloca nel solco della morte di Cristo, per cui ne da’ senso e significato in attesa della Sua seconda venuta.
(Prima di iniziare il commento alla Parole mi sembra opportuno rilevare che tale commento si riferisce al formulario della prima Messa di questo giorno).
La prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, è il grido di questo personaggio, Giobbe, che nonostante le ingiuste avversità che si trova ad affrontare nella prova della sua vita, non spegne la speranza in Dio, nel suo amore misericordioso e preveniente che non nega mai a nessuno, in qualunque situazione di vita ci si trovi ad essere.
La consapevolezza delle difficoltà e prove che la vita ci riserva è ben presente anche ai credenti di oggi, e forse esse sono più sottili, più subdole, ma alrettanto taglienti e sprezzanti, verso coloro che pongono la speranza in quel Maestro, Gesù di Nazaret, quell’uomo che si è detto anche Dio, ma che poi ha fatto la fine di un ladro comune, condannato a morte sul legno della croce.
Fin qui le parole umane, ma sappiamo bene che al terzo giorno, la potenza dell’amore di Dio, proprio in quel Gesù di Nazaret crocifisso « esplode » in un annuncio universale, per tutti, un annuncio di vita e non di morte, rivelando che essa, la morte, non ha l’ultima parola sulla creazione e sull’umanità.

La seconda lettura, tratta dalla lettera di San Paolo ai Romani, ci tratteggia anch’essa il cammino che non delude le attese del nostro cuore umano. Dalla grandezza dell’amore di Dio, nasce al speranza di essere amati da lui e tale speranza non delude, perché come dice l’apostolo: « l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Ed è proprio grazie a questo Spirito che la speranza è alimentata ni credenti.
L’azione amorosa di Dio, che ci dona suo Figlio, fa sì che proprio Egli sia il realizzatore di quella speranza che da sempre è insita nel cuore dell’uomo. A questo proposito scrive Benedetto XVI nella sua Enciclica sulla Speranza cristianta: « La « redenzione », la salvezza, secondo la fede cristiana, non è un semplice dato di fatto.
La redenzione ci è offerta nel senso che ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche un presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino ».

Il brano del Vangelo di Giovanni, ci ribadisce la centralità di Gesù nell’azione del Padre. E proprio come rileva l’evangelista la volontà del Padre in Gesù è proprio questa: « che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno ». Il tema del « non perdere nulla » lo possiamo ben applicare anche al tema dell’odierna giornata.
Che cos’è infatti il ricordare i tutti i defunti se non una estensione temporale di quel « nulla vada perduto » che si stabilisce durante la vita di ciascuno, nelle proprie relazioni, nei propri legami con altre persone a cui ci si vuole bene, a cui si tiene.
Ed è proprio questo il motivo del loro ricordo in questo tempo che sono distanti da noi, ma che vivono già in quell’amore che noi viatori solo possiamo immaginare.
Ricordare chi ci ha preceduto, allora ha carattere di memoria delle nostre relazioni, consapevoli che ogni credente diventa « umano » e figlio di Dio allorquanto nel coltiva ed onora le sue relazioni, come ci ha mostrato il Figlio di Dio stesso.
Il regno del Padre, a cui tutti sono chiamati, non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto.
E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi la garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è « veramente » vita.

Luca Desserafino sdb |

LA VENUTA DEL SIGNORE (per la commemorazione dei fedeli defunti)

http://www.tscpulpitseries.org/italian/ts041004.html

(la traduzione in italiano non è molto buona, credo sia Evangelico)

WORLD CHALLENGE PULPIT SERIES

LA VENUTA DEL SIGNORE

DI DAVID WILKERSON

4 OTTOBRE 2004
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Quando ero un ragazzo, il grido della chiesa era: “Gesù sta tornando! Come un ladro di notte, ritornerà quando meno ve lo aspettate. Verrà in un batter d’occhio, con il suono di una tromba. Siate pronti a qualsiasi ora”,
Nel corso della mia adolescenza, questo grido si poteva sentire ad ogni riunione della domenica. Ogni evangelista che veniva a predicare nella chiesa di mio padre aveva un messaggio vivido sul ritorno imminente di Cristo. I loro gridi sono stampati come un marchio a fuoco nella mia memoria. E quel messaggio formò in me un santo timore e una sana aspettative. Imparai a vivere aspettando il Signore che sarebbe ritornato da un momento all’altro.
Questo grido: “Gesù sta tornando” si sente poco oggi nella chiesa. Non mi ricordo l’ultima volta che ho sentito un messaggio sulla venuta del Signore. Come risultato, quando guardo il corpo di Cristo, vedo poche aspettative del ritorno imminente del Signore. Purtroppo, soltanto pochi servitori pii sembrano bramare ed attendere la Sua apparizione.
Infatti, c’è una nuova idea su questo argomento fra molti cristiani. Il pensiero è: “Gesù non sta tornando. Ce lo siamo sentiti dire da anni ormai. Di tutte le profezie che devono essere adempiute prima del suo ritorno, solo poche sono giunte a compimento. Perché dovremmo aspettare la sua apparizione? Tutto continua ad essere come era prima”.
La Bibbia avverte su questo modo di pensare. Pietro disse che negli ultimi giorni sarebbero venuti degli schernitori, che avrebbero preso in giro il messaggio del ritorno di Cristo: “Sappiate questo, prima di tutto: che negli ultimi giorni verranno schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo i propri desideri peccaminosi e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione»” (2 Pietro 3:3-4).
Incredibilmente, molti sono terrorizzati all’idea di un imminente ritorno di Cristo. Il solo pensiero che la loro vita debba giungere al termine, e che dovranno affrontare il giorno del giudizio, per loro è così terrorizzante che lo scacciano semplicemente dalla mente. Come potrebbe essere vera una cosa del genere per dei credenti, vi chiederete. Secondo Pietro, le loro vite sono dettate dalla concupiscenza: “camminano secondo i loro desideri peccaminosi” (3:3).
Pensate a quello che sta dicendo Pietro. Se nascondi un peccato, non vuoi avere niente a che fare con questo messaggio del ritorno di Cristo. L’idea che Gesù possa ritornare e giudicarti è il pensiero più terribile che ogni peccatore possa avere. Così hai preso in giro l’idea di dover comparire davanti a Dio con le tue concupiscenze, dovendogli rendere conto.
Il messaggio di Pietro per noi è chiaro: “Ecco cosa c’è dietro la frivolezza sul ritorno di Cristo: una derisione della legge di Dio. È un odio per la Bibbia, un disprezzo per i Dieci Comandamenti, una denigrazione del messaggio evangelico. È questa la causa dell’illegalità, l’ostentazione del peccato, l’impotenza della chiesa. I beffeggiatori stanno predicando un nuovo messaggio: ‘Cristo non sta tornando. Non c’è il Giudizio Universale. Tutte le cose continuano come sempre, da anni. Non dovete avere paura del Giorno del Giudizio’”.
Proprio come profetizzò Pietro, questi beffeggiatori esistono anche oggi. E non stanno deridendo la legge della terra. Si prendono gioco della legge di Dio. Lo vediamo nell’infrangersi dell’istituzione del matrimonio fra uomo e donna. Il loro obiettivo non è la Costituzione, ma la Parola di Dio. E questi beffardi sono nei posti più altolocati: nel Congresso, nelle corti supreme, nelle università e nelle scuole, e persino nei seminari biblici.
A causa di questa illegalità rampante, le persone sono state piagate da una cecità caparbia. Si può sentire i beffardi dire: “Tutte le cose continuano come al solito. Il sole sorgerà anche domani, le stagioni andranno e verranno. Tutti gli avvertimenti che abbiamo udito in passato non sono ancora avvenuti. Perciò, non vi fate disturbare da nulla. Indulgete e godetevi la vita. Fate tutto quello che vi piace”.
Devo scuotere il capo a tutto questo. Come si può dire oggi che le cose continuano ad essere come sempre? Pensate all’assurdità di questa affermazione, in questi tempi orrendi. I terroristi hanno distrutto le Torri Gemelle a New York. Hanno fatto saltare in aria la fermata di una metropolitana in Spagna. E stanno decapitando persone in Medio Oriente.
È sempre stato detto che un genocidio di massa come l’Olocausto non sarebbe più avvenuto ai giorni nostri. Eppure 700.000 Ruandesi innocenti sono stati massacrati da loro connazionali nel giro di qualche mese. L’AIDS sta uccidendo milioni di persone in Africa, in Cina, in India e in altre nazioni. Paesi furbi con la bomba ad idrogeno tengono in ostaggio il resto del mondo. E c’è un forte aumento di nuove malattie mortali, come la SARS e l’Ebola, che consuma la carne di una persona nel giro di qualche settimana.
“Tutto è come prima”? E’ un’ignoranza bella e buona. Dovrebbe essere chiaro ad ogni miscredente che il Signore sta scuotendo tutto ciò che può essere scosso. E ciò che avverrà nel prossimo futuro è così orrendo persino a pensarci.
Eppure, mentre accadono tutte queste cose, è all’opera sulla terra una potenza invisibile ed incredibile. È una potenza che nessun uomo può evadere né ignorare. Sto parlando della potenza dello Spirito Santo. Egli è l’amministratore di Cristo sulla terra. È stato mandato per rafforzare il giusto e convincere il mondo di peccato, giustizia e giudizio.
Lo Spirito Santo sa esattamente perché Gesù non è ancora tornato. È perché il nostro Signore è longanime. È paziente verso i peccatori, perché vuole che nessuno perisca. Nella sua misericordia, sta aspettando che anche il peccatore più vile si penta. E per questa ragione, lo Spirito Santo non smetterà di svolgere il suo compito. Lo potrai beffare o cercare di farlo andare via, ma lo Spirito viene e ritorna ancora, convincendo di peccato e rivelando la verità di Cristo.
Sebbene verranno i beffardi, la Scrittura dice che lo Spirito Santo
verrà anche negli ultimi giorni, e sarà sparso sulla terra.
Questo è quanto è accaduto a Pentecoste. Ed oggi, alla fine dei tempi, lo Spirito Santo sta effondendo un ultimo grido di mezzanotte: “Gesù sta tornando”. Gli islamici e gli indù sentiranno questo grido. Lo udranno anche gli atei. Ogni peccatore ed ogni santo, ogni ebreo e gentile sulla terra, lo sentiranno. Questa verità sarà proclamata alle nazioni.
Forse ti chiederai: “Di che genere di ‘venuta del Signore’ stai parlando? Ti stai riferendo ad un rapimento segreto? Stai parlando di un ritorno prima della tribolazione, durante o dopo? O intendi che Gesù tornerà alla fine assoluta dei tempi?”.
Alcuni cristiani credono che Gesù evacuerà improvvisamente il suo popolo dalla terra, in quello che è chiamato il rapimento. Altri insegnano che Cristo verrà a mezz’aria durante un periodo noto come la grande tribolazione. Questo periodo durerà per almeno sette anni, e sarà caratterizzato dal terrore e dal caos, tali come il mondo non ha mai conosciuto. Altri ancora credono che Gesù verrà alla fine di questi sette anni di tribolazione. Altri ancora insegnano che Gesù ritornerà alla fin fine di tutte le cose.
Esistono rispettabili studiosi biblici in ciascuno di questi campi. Eppure c’è una cosa su cui ogni cristiano può concordare: Gesù stesso ha detto che nessuno conosce l’ora della sua venuta, nemmeno gli angeli. E per coloro che amano veramente Gesù, sapere l’ora esatta del suo ritorno non è un problema. Alcuni servitori sono pronti a partire in qualsiasi momento, che si tratti di un rapimento improvviso o nel mezzo di una tribolazione. A loro non importa se dovranno sopportare prove e sofferenze terribili. Credono che lo stesso Gesù che li porta per mano tutti i giorni, li porterà anche durante quel periodo. Vivono nella costante attesa del suo ritorno.
No, qui c’è un problema ancora più difficile. Ed è il fatto che il pensiero diabolico che satana ha impiantato in molti di coloro che si dichiarano veri credenti. Il diavolo sta sussurrando una bugia viziosa nelle orecchie di moltitudini di persone del popolo di Dio: “Cristo ha ritardato la sua venuta”.
In Matteo 24, Gesù racconta una parabola sul fatto di essere pronti: «Perciò anche voi siate pronti, perché nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà. Qual è dunque quel servo fedele e avveduto, che il suo padrone ha preposto ai suoi domestici, per dar loro il cibo a suo tempo? Beato quel servo che il suo padrone, quando egli tornerà, troverà facendo così. In verità vi dico che gli affiderà l’amministrazione di tutti i suoi beni. Ma, se quel malvagio servo dice in cuor suo: « il mio padrone tarda a venire » e comincia a battere i suoi conservi, e a mangiare e a bere con gli ubriaconi; il padrone di quel servo verrà nel giorno in cui meno se l’aspetta e nell’ora che egli non sa; lo punirà duramente e gli riserverà la sorte degli ipocriti. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti» (24:44-51).
Notate che qui Gesù sta parlando di servi, e cioè di credenti. Un servo viene chiamato fedele e l’altro malvagio. Cos’è che rende malvagio l’ultimo servo agli occhi di Dio? Secondo Gesù, si tratta di qualcosa che “dice in cuor suo” (24:48). Questo servo non pronuncia ad alta voce questo pensiero, né lo predica. Ma lo pensa. Ha venduto il suo cuore a questa bugia demoniaca: “Il Signore tarda a venire”. Notate che non dice: “Il Signore non viene”, ma “tarda a venire”. In altre parole: “Gesù non verrà improvvisamente o inaspettatamente. Non ritornerà nella mia generazione”.
Questo “servo malvagio” è chiaramente la figura di un credente, forse anche di un ministro. A lui è stato comandato di “vegliare” ed “essere pronto”, perché il Figlio dell’uomo verrà “nell’ora in cui meno se lo aspetta” (Matteo 24:44). Eppure quest’uomo si mette a posto la coscienza accettando la menzogna di satana.
Gesù ci mostra il frutto di questo genere di pensiero. Se un servo è convinto che il Signore ha ritardato la sua venuta, non sente il bisogno di vivere giustamente. Non è spinto a far pace con i suoi compagni. Non vede la necessità di preservare l’unità nella sua famiglia, a lavoro, in chiesa. Potrebbe colpire il suo prossimo, accusarlo, nutrire rancore, distruggere la sua reputazione. Come dice Pietro, questo servo è guidato dalla concupiscenza. Vuole vivere in due mondi, indugiando nell’empietà pur credendo di essere preservato dal giudizio divino.

Alcuni affermano che Paolo avvertiva contro il predicare
che la venuta del Signore è vicina,
per non sconvolgere troppo le persone.
Paolo scriveva: “Or vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signor nostro Gesù Cristo e al nostro adunamento con lui, di non lasciarvi subito sconvolgere nella mente né turbare o da spirito, o da parola, o da qualche epistola come se venisse da parte nostra, quasi che il giorno di Cristo sia già venuto” (2 Tessalonicesi 2:1-2).
I beffardi sottolineano: “Vedete, qualcuno nella chiesa primitiva sconvolgeva i credenti con il messaggio che Cristo stava per tornare. E Paolo disse loro: Non vi preoccupate. Non lasciatevi preoccupare né sconvolgere da tutto ciò”.
Ma non è questo quanto ci rivela il greco originale. La radice della parola è “[non siate scossi]… che il giorno del Signore sia venuto”. Ciò che turbava i Tessalonicesi era il pensiero che Cristo fosse già venuto, e che essi lo avevano mancato.
Paolo li assicurò nel verso seguente: “Nessuno v’inganni in alcuna maniera, perché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e prima che sia manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione” (2:3). Paolo stava solo rassicurandoli, quando diceva: “Non vi preoccupate, perché devono prima accadere due cose”.
Qual era allora la teologia fondamentale di Paolo a proposito del ritorno di Cristo? Lo scopriamo in due versetti: “E questo tanto più dobbiamo fare, conoscendo il tempo, perché è ormai ora che ci svegliamo dal sonno, poiché la salvezza ci è ora più vicina di quando credemmo. La notte è avanzata e il giorno è vicino; gettiamo dunque via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Romani 13:11-12). “La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino” (Filippesi 4:5). Paolo sta gridando: “Svegliatevi! La mezzanotte è già passata. Il Signore sta tornando, perciò scuotetevi. Non siate pigri. Gesù sta tornando per quelli che lo aspettano”.
Gli scettici potranno dire: “Ma che ne dici delle parole di Paolo? Ha detto che devono accadere due cose prima che Cristo ritorni. Prima di tutto, il Signore non potrà tornare prima che venga una grande apostasia. E secondo, l’Anticristo dovrà sorgere e proclamarsi Dio. Dobbiamo vedere l’Anticristo seduto nel tempio a chiedere a tutti di adorarlo, prima che Gesù ritorni”.
Prima di tutto, bisogna proprio essere ciechi per non vedere l’apostasia rampante che ha stretto nella sua morsa tutto il mondo. L’incredulità sta divampando in tutte le nazioni, e credenti stanno allontanandosi dalla fede da ogni parte. L’apostasia a cui si riferisce Paolo è chiaramente arrivata.
Notate qui le parole di Paolo: “Il mistero dell’empietà infatti è già all’opera” (2 Tessalonicesi 2:7). Qual è questo mistero dell’empietà? L’illegalità. È uno spirito di caos, che non ha rispetto per la legge di Dio. Ed è questo il vero motivo per cui Dio distrusse la terra con il diluvio, a causa della violenza dell’uomo e della sua illegalità.
Se l’illegalità che Paolo vedeva ai suoi giorni era tanta, non ci meraviglia che la gente comune oggi è allarmata e spaventata da quanto vede accadere. Le leggi e le istituzioni che per secoli hanno impedito alla società di cadere nel caos oggi sono messe completamente da parte.
Paolo dice di tutto questo: “Aspettando solo che chi lo ritiene al presente sia tolto di mezzo” (2:7). Ci sta dicendo: “E’ all’opera un’opera di ritenzione, che trattiene il caso. Ma chi lo ritiene sta per essere tolto di mezzo”. Lo Spirito sarà sempre qui ad adempiere la sua missione. Ma il suo ministero di ritenzione sarà “tolto” o rimosso.
Non riesco a pensare ad altra potenza in grado di ritenere l’illegalità se non lo Spirito Santo. Pensate a cosa potrebbe accadere alla nostra società se lo Spirito Santo rimovesse la sua potenza di ritenzione. Ogni istituzione, dal governo alle famiglie, schizzerebbe totalmente fuori controllo. Immagino cosa diventerebbe la città di New York senza Colui che impedisce alla malvagità di eruttare. Non vorrei neanche essere nei pressi di questa città, se lo Spirito Santo non fosse all’opera.
Eppure vediamo uno spirito di illegalità all’opera in tutto il mondo. Le forze dell’Anticristo si stanno già radunando e si stanno rivelando ad alti livelli. Proprio in questo periodo, l’Unione Europea ha creato una Costituzione che nega totalmente Dio. Un ministro pentecostale in Svezia oggi è in prigione perché ha predicato contro l’omosessualità. E questo è solo un segno che il palcoscenico è stato già preparato.
Forse dirai: “Si, ma qui dice chiaramente che Gesù non potrà ritornare finché l’Anticristo avrà potere”. Eppure, considerate ciò che dice la Scrittura: “Chi è il mendace, se non colui che nega che Gesù è il Cristo? Costui è l’anticristo, che nega il Padre e il Figlio” (1 Giovanni 2:22). Secondo Giovanni, l’Anticristo è chiunque nega il Padre e il Figlio. Inoltre, dice, l’aumentare di tali Anticristi è la prova che stiamo vivendo proprio negli ultimi tempi. Oltre a questo, verrà un uomo che incarnerà il “nome del peccato”
Per dirla in breve, non c’è nulla che trattiene ancora il ritorno di Cristo. Pensate al terrorismo mondiale, alla deificazione dell’io, agli arroganti attacchi del matrimonio e dei valori casti. Pensate alla brutalità dell’Islamismo, all’omosessualità militante, alla villania della TV e dei film, alla molestia continua dei bambini. Una diocesi cattolica sulla costa occidentale di recente ha dichiarato fallimento, incapace di pagare i milioni di dollari da risarcire ai sessanta casi di molestia infantile commessi da un solo sacerdote.
Considerate tutto ciò che è stato limitato finora. Vi chiedo: cosa accadrà quando Dio dirà a Colui che ha tenuto il freno finora, “Alza la tua mano. Lascia che raggiungano l’apice della corruzione?”. Paolo ci dà un’immagine di tutto ciò: “Il mistero dell’empietà infatti è già all’opera, aspettando soltanto che chi lo ritiene al presente sia tolto di mezzo. Allora sarà manifestato quell’empio…” (2 Tessalonicesi 2:8-9).
Lo Spirito Santo sa quello che avverrà ben presto, quando non ci saranno più limiti. Ogni uomo si darà alle proprie concupiscenze. Ogni religione militante costringerà gli altri ad adorare i propri déi. Ogni cosa sacra sarà disprezzata. Ogni legge sarà infranta liberamente. E la chiesa allontanata predicherà le dottrine più corrotte e dannate dell’inferno.
Tutto ciò sta per avvenire. Una grande apostasia ha coperto la terra. L’egoismo si è seduto sul trono del cuore degli uomini. E in breve, quando Colui che lo ritiene sarà andato via, verrà ciò che Paolo chiama “efficacia d’errore, perché credano alla menzogna” (2 Tessalonicesi 2:11).
Qual è questa menzogna? È la cieca accettazione che chiunque viene nel nome di Gesù parla per conto di Dio. Sorgeranno falsi insegnanti che riconosceranno Cristo come un brav’uomo ma non come Dio: “avendo forma di pietà ma avendone rinnegata la potenza” (2 Timoteo 3:5). Questi che seguiranno questi ingannatori saranno condotti da un altro Gesù, da un altro evangelo. La cecità sarà contagiosa e coglierà moltitudini di persone, compresi quelli che una volta erano zelanti per il Signore.
Perché Dio sta per richiamare Colui che trattiene? Perché, dice Paolo: “Essi… non hanno creduto alla verità, ma hanno preso piacere nell’ingiustizia” (2 Tessalonicesi 2:12). Proprio in questo momento vediamo che la restrizione dello Spirito Santo si allenta di giorno in giorno.

Tutto ciò mi porta al succo del mio messaggio:
il grido del cuore dell’uomo o della donna che sono in Cristo.

In Apocalisse, Gesù annuncia: “Ecco, Io vengo presto: beato chi serba le parole della profezia di questo libro” (Apocalisse 22:7). Cinque versetti dopo Cristo dice: “Ecco, io vengo presto; ed ho il premio con me, per dare a ciascuno secondo le sue opere” (22:12).
Questo è il grido di chiunque aspetta il ritorno di Gesù: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni” (22:17). Si riferisce alla sposa di Cristo, fatta da un corpo mondiale di credenti che stanno sotto la sua signoria. Tutti questi servi sono nati di nuovo, credenti lavati col sangue. Forse ti chiederai: “Capisco che questo è il grido del cuore del credente. Ma perché anche lo Spirito grida a Gesù: Vieni?”. Perché questa è l’ultima preghiera dello Spirito Santo, sapendo che la sua opera sulla terra è quasi completata. Come Paolo o Pietro, che ricevettero da Dio la rivelazione che la loro vita era al termine, così lo Spirito grida: “Vieni, Signore Gesù”.
Allora, dove sentiamo questo grido dello Spirito? Viene da quelli che sono seduti con Cristo nei luoghi celesti, che vivono e camminano nello Spirito, il cui corpo è il tempio dello Spirito Santo. Lo Spirito grida in e attraverso loro: “Fai in fretta, Signore, vieni”.
Voglio farvi una domanda: quand’è stata l’ultima volta che avete pregato: “Signore Gesù, vieni presto, vieni subito”? Personalmente, non mi ricordo di aver pregato molto spesso così. Il fatto è che non ho mai pensato di poter affrettare la venuta di Cristo permettendo allo Spirito di pregare questa preghiera attraverso me. Eppure Pietro ci dà la prova di questa incredibile verità: “Mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, a motivo del quale i cieli infuocati si dissolveranno e gli elementi consumati dal calore si fonderanno” (2 Pietro 3:12). In greco, la frase “affrettare… la venuta di quel giorno” significa “accelerare, sollecitare”. Pietro dice che le nostre preghiere dovrebbero sollecitare o mettere fretta al Padre perché mandi al più presto il Figlio.
C’è un solo motivo che frena questo glorioso evento. Si tratta di una faccenda non ancora risolta: “Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come alcuni credono che egli faccia, ma è paziente verso di noi non volendo che alcuno perisca, ma che tutti vengano a ravvedimento” (3:9).
La pazienza misericordiosa del Signore detta il tempo del suo ritorno. Ma questo significa forse che non dovremmo pregare per la sua venuta? No di certo. Cristo stesso ci dice nel vangelo di Marco: “Perché in quei giorni vi sarà una grande tribolazione, la più grande che sia mai venuta dall’inizio della creazione fatta da Dio fino ad oggi, né mai più vi sarà. E se il Signore non avesse abbreviato quei giorni, nessuna carne si salverebbe; ma a motivo degli eletti, che egli ha scelto, il Signore ha abbreviato quei giorni” (Marco 13:19-20). Immaginate cosa accadrebbe se, in tutto il mondo, la sposa di Cristo si svegliasse e pregasse nello Spirito: “Gesù, vieni!”.
Eppure, se credo che il mondo sta correndo verso il caos più sfrenato, e se sono convinto che Cristo stia ritornando presto, il mio grido dovrebbe essere rivolto ai miei amici e ai miei parenti non convertiti. Sarei un ipocrita se pregassi che Gesù ritorni, e poi non intercedessi che i miei cari siano pronti per quel giorno. La mia preghiera dovrebbe essere: “Vieni, Signore, ma prima dai alla mia famiglia e ai miei amici delle orecchie per udire. Salvali, salva i perduti”.
Paolo scriveva al suo figlio spirituale Timoteo: “Rendo grazie a Dio, che servo come già fecero i miei antenati con pura coscienza, poiché non cesso mai di ricordarmi di te nelle mie preghiere giorno e notte” (2 Timoteo 1:3). Puoi dire con tutto il cuore che hai pregato per i tuoi cari inconvertiti con la stessa intensità?

Questo è il cuore della faccenda.
Per un momento mettete da parte tutte le dottrine riguardanti il ritorno di Cristo. Considerate questo grido del cuore di un uomo o una donna che ama la sua apparizione: “Lo vedremo faccia a faccia. Allora lo contempleremo” (vedi 1 Corinzi 13:12). La venuta di Gesù non dovrebbe disturbarti. Dovrebbe emozionarti. Se ami veramente qualcuno, vuoi stargli vicino. Immagini come sarà il momento in cui Gesù ti chiamerà per nome?
Immagina una coppia di sposini, ed il marito deve assentarsi per un lungo periodo, forse per lavoro o per fare il militare. Dice a sua moglie: “Tornerò a casa, ma non so quando. Ecco l’indirizzo presso il quale raggiungermi”.
Per i primi anni, la moglie scrive spesso al marito delle bellissime lettere d’amore. Ma non gli dice mai: “Per favore, torna presto!”. Passano dieci anni, poi venti, e lei gli scrive sempre meno. Ma continua a non dirgli mai: “Vieni, per favore. Ho bisogno dei tuoi abbracci. Voglio vederti faccia a faccia. Sto pregando che tu ritorni”.
Questa è la figura della chiesa odierna. Come può dire a Cristo che lo ama e sente la sua mancanza, pur non pregando mai che ritorni? Come facciamo a non dirgli che deve ritornare presto per prenderci con lui, per poter stare sempre insieme? Come facciamo a non dirgli: “Non ce la faccio più a vivere senza di te. Non voglio stare più senza di te”?
Proprio in questi tempi, io sento Gesù che dice: “Sicuramente vengo presto” (Apocalisse 22:20). E sento la sposa di Cristo rispondere: “Sì, vieni, Signore Gesù” (22:20).

Tradotto in Italiano da Susanna Giovannini

Tutte le citazioni sono tratte da « La Sacra Bibbia Nuova Riveduta »
1994, Società Biblica di Ginevra

2 novembre:

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20550

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

2 novembre

La pietas verso i morti risale agli albori dell’umanità. In epoca cristiana, fin dall’epoca delle catacombe l’arte funeraria nutriva la speranza dei fedeli. A Roma, con toccante semplicità, i cristiani erano soliti rappresentare sulla parete del loculo in cui era deposto un loro congiunto la figura di Lazzaro. Quasi a significare: Come Gesù ha pianto per l’amico Lazzaro e lo ha fatto ritornare in vita, così farà anche per questo suo discepolo! La commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti, invece, prende forma nel IX secolo in ambiente monastico. La speranza cristiana trova fondamento nella Bibbia, nella invincibile bontà e misericordia di Dio. «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere!», esclama Giobbe nel mezzo della sua tormentata vicenda. Non è dunque la dissoluzione nella polvere il destino finale dell’uomo, bensì, attraversata la tenebra della morte, la visione di Dio. Il tema è ripreso con potenza espressiva dall’apostolo Paolo che colloca la morte-resurrezione di Gesù in una successione non disgiungibile. I discepoli sono chiamati alla medesima esperienza, anzi tutta la loro esistenza reca le stigmate del mistero pasquale, è guidata dallo Spirito del Risorto. Per questo i fedeli pregano per i loro cari defunti e confidano nella loro intercessione. Nutrono infine la speranza di raggiungerli in cielo per unirsi gli eletti nella lode della gloria di Dio.
Martirologio Romano: Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la santa Madre Chiesa, già sollecita nel celebrare con le dovute lodi tutti i suoi figli che si allietano in cielo, si dà cura di intercedere presso Dio per le anime di tutti coloro che ci hanno preceduti nel segno della fede e si sono addormentati nella speranza della resurrezione e per tutti coloro di cui, dall’inizio del mondo, solo Dio ha conosciuto la fede, perché purificati da ogni macchia di peccato, entrati nella comunione della vita celeste, godano della visione della beatitudine eterna.
La commemorazione dei fedeli defunti appare già nel secolo IX, in continuità con l’uso monastico del secolo VII di consacrare un giorno completo alla preghiera per tutti i defunti. Amalario, nel secolo IX, poneva già la memoria di tutti i defunti successivamente a quelli dei santi che erano già in cielo. E’ solo con l’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che questa data del 2 novembre fu dedicata alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, per i quali già sant’Agostino lodava la consuetudine di pregare anche al di fuori dei loro anniversari, proprio perché non fossero trascurati quelli senza suffragio. La Chiesa è stata sempre particolarmente fedele al ricordo dei defunti. Nella professione di fede del cristiano noi affermiamo: “Credo nella santa Chiesa cattolica, nella comunione dei Santi…”. Per “comunione dei santi” la Chiesa intende l’insieme e la vita d’assieme di tutti i credenti in Cristo, sia quelli che operano ancora sulla terra sia quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso ed in Purgatorio. In questa vita d’assieme la Chiesa vede e vuole il fluire della grazia, lo scambio dell’aiuto reciproco, l’unità della fede, la realizzazione dell’amore. Dalla comunione dei santi nasce l’interscambio di aiuto reciproco tra i credenti in cammino sulla terra i i credenti viventi nell’aldilà, sia nel Purgatorio che nel Paradiso. La Chiesa, inoltre, in nome della stessa figliolanza  di Dio e, quindi, fratellanza in Gesù Cristo, favorisce questi rapporti e stabilisce anche dei momenti forti durante l’anno liturgico e nei riti religiosi quotidiani.
Il 2 Novembre è il giorno che la Chiesa dedica alla commemorazione dei defunti, che dal popolo viene chiamato semplicemente anche “festa dei defunti”. Ma anche nella messa quotidiana, sempre riserva un piccolo spazio, detto “memento, Domine…”, che vuol dire “ricordati, Signore…” e propone preghiere universali di suffragio alle anime di tutti i defunti in Purgatorio. La Chiesa, infatti, con i suoi figli è sempre madre e vuole sentirli tutti presenti in un unico abbraccio. Pertanto prega per i  morti, come per i vivi, perché anch’essi sono vivi nel Signore. Per questo possiamo dire che l’amore materno della Chiesa è più forte della morte. La Chiesa, inoltre, sa che “non entrerà in essa nulla di impuro”.
Nessuno può entrare nella visione e nel godimento di Dio, se al momento della morte, non ha raggiunto la perfezione nell’amore. Per particolari pratiche, inoltre, come le preghiere e le buone opere, la Chiesa offre lo splendido dono delle indulgenze, parziali o plenarie, che possono essere offerte in suffragio delle anime del Purgatorio. Una indulgenza parziale o plenaria offre alla persona interessata una parziale o plenaria riduzione delle pene, dovute ai suoi peccati, che sono già stati perdonati. Tale riduzione può essere fruita anche dai defunti, i quali possono essere liberati dalle loro pene parzialmente o totalmente. La commemorazione dei defunti ebbe origine in Francia all’inizio del decimo secolo.
Nel convento di Cluny viveva un santo monaco, l’abate Odilone, che era molto devoto delle anime del Purgatorio, al punto che tutte le sue preghiere, sofferenze, penitenze, mortificazioni e messe venivano applicate per la loro liberazione dal purgatorio. Si dice che uno dei suoi confratelli, di ritorno dalla Terra Santa, gli raccontò di essere stato scaraventato da una tempesta sulla costa della Sicilia; lì incontrò un eremita, il quale gli raccontò che spesso aveva udito le grida e le voci dolenti delle anime purganti provenienti da una grotta insieme a quelle dei demoni che gridavano contro lui, l’abate Odilone.
Costui, all’udire queste parole, ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 Novembre come giorno solenne per la commemorazione dei defunti. Era l’anno 928 d. C. Da allora, quindi, ogni anno la “festa” dei morti viene celebrata in questo giorno. Da allora quel giorno rappresenta per tutti una sosta nella vita per ricordare con una certa nostalgia il passato, vissuto con i nostri cari che il tempo e la morte han portato via, il bene che coloro che ci hanno preceduti sulla terra hanno lasciato all’umanità, e il loro contributo all’aumento della fede, della speranza, della carità e della grazia nella chiesa. Il 2 Novembre, poi, ci riporta alla realtà delle cose richiamando la nostra attenzione sulla caducità della vita. Questo pensiero richiama il fluire del tempo intorno a noi e in noi.
Ci accorgiamo facilmente della trasformazione e del cambiamento del mondo a noi circostante: vediamo con indifferenza il passaggio delle cose e delle persone quando queste scivolano lentamente davanti a noi o non fanno rumore o non portano dolori e dispiaceri. Ogni passaggio, ogni spostamento comporta l’impiego del tempo, dice la dinamica della fisica.  Che non è come quello del martello o di un qualsiasi strumento: dopo l’uso può essere ancora utilizzato. Il tempo no. Il tempo va via per sempre. Non ritornerà mai più. Resta il frutto maturato in quel tempo: quel che abbiamo seminiamo in quel tempo produce frutto. Se si è seminato vento si raccoglierà tempesta, recita il proverbio antico.
Quel che viviamo è altro, non quello di prima. Con maggiore indifferenza non notiamo il fluire del tempo in noi. Il nostro “io” si erge in noi come persona fuori dal mondo e, quindi, estranea al mutare delle cose e al susseguirsi delle stagioni.
Il nostro “io” è l’essere pensante che fa vivere e muovere le cose, che gioca con il giorno e con la notte e spinge le lancette dell’orologio e dona emozioni nella gioia e nel dolore. Questo dicono alcuni filosofi che hanno il culto dell’Idea e che per questo si chiamano idealisti. Ma poi l’io aggiorna le idee e si adegua ai nuovi pensieri e scopre il fluire del tempo in sé. L’io eterno entra nel tempo, si fa per dire, e avverte il suo logorio.
Il presente appare provvisorio, tanto provvisorio da non contare, da “non essere” in sé: conclusione o epilogo di ieri, anticipo o prologo del domani. Tutta passa. Giorno dopo giorno il tempo va via. Passo dopo passo il cammino si affatica sempre più. Atto dopo atto il logorio delle forze fisiche che invecchiano  si fa sempre più sentire. Passano le gioie e passano pure i dolori. Poi passeremo anche noi; e finiranno su questa terra anche i nostri giorni. Il richiamo alla realtà della nostra morte ci invita, pure, a dare importanza alle cose essenziali, ai valori perenni e universali, che elevano lo spirito e resistono al tempo. “Accumulate un tesoro nel cielo, dove né tignuola e né ladro possono arrivare”, consiglia Gesù Cristo ai suoi discepoli.
Se tutto passa, l’amore di Dio resta. Il pensiero ritorna a noi. La certezza della morte deve farci riflettere, affinché possiamo essere pronti all’incontro con essa senza alcuna paura. Sarebbe un grande errore dire: “Mi darò a Dio quando sarò vecchio”, ed aspettare di cambiare i nostri cuori al momento della morte. Così come nessuno diventa all’improvviso cattivo, allo stesso modo nessuno diventa in un attimo buono.
E ricorda che la morte può arrivare senza alcun preannunzio, improvvisamente. Si dice che la morte sia spaventosa: ma non è tanto la morte in sé a terrorizzarci, quanto piuttosto l’atto del morire ed il giudizio susseguente di dannazione o di salvezza eterna.
E’, infatti, il terrore di un attimo e non dell’eternità a spaventarci. Dunque sorgono molte domande: come sarà quel momento? Quanto durerà? Chi mi assisterà? Sarò solo? Dove sarò? In casa, per strada, al lavoro, mentre prego o sono distratto in altre faccende? Quando mi sorprenderà? Il pensiero di trovarsi soli, faccia a faccia con la morte, vittima ed esecutore, può produrre disagio e paura mentre si è in vita. Eppure per i veri cristiani non dovrebbe essere così.
La vita è un cammino che comporta il passaggio da una condizione all’altra, si passa dall’infanzia alla fanciullezza, dalla fanciullezza alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia e dalla vecchiaia all’eternità attraverso la morte. Per questo, vista nella luce di Dio la morte diventa o dovrebbe diventare un dolce incontro, non un precipitare nel nulla, ma il contemporaneo chiudersi e aprirsi di una porta: la terra e il cielo si incontrano su quella porta. Del resto il pensiero della morte ritorna ogni volta che ci rivolgiamo alla Madonna con la preghiera del Rosario: “Santa Maria, madre di Dio prega per noi, adesso e nell’ora della nostra morte”. Si è detto che la morte sia la prova più dura della vita, ma non è vero.
E’ l’unica cosa che tutti sanno di dovere affrontare! Il giovane e il vecchio centenario, l’intelligente e l’idiota, il santo ed il peccatore, il papa e l’ateo. Come passiamo dall’infanzia alla giovinezza, dalla giovinezza alla maturità e poi alla vecchiaia, così si passa dalla vita alla morte. Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra.

Autore: Don Marcello Stanzione

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