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I VOLTI « BELLI » DELLA POVERTÀ RELIGIOSA

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I VOLTI « BELLI » DELLA POVERTÀ RELIGIOSA

Un gruppo di giovani mi ha chiesto: «Nel nostro tempo in cui si è chiamati a sconfiggere la povertà nel mondo, ha ancora senso la scelta dei religiosi/e di “votarsi” alla povertà?». Innanzitutto c’è una povertà materiale come condizione sociale subita, che disumanizza e va combattuta, e una povertà materiale che libera ed educa.
Un gruppo di giovani ha chiesto: «Nel nostro tempo in cui si è chiamati a sconfiggere la povertà nel mondo, ha ancora senso la scelta dei religiosi/e di “votarsi” alla povertà?». La risposta è sì, ma occorre una nuova visione.
Per intendere il significato e il valore della povertà è necessario innanzitutto sgombrare il campo da preconcetti, ereditati da idee e prassi di un mondo che non c’è più e farne invece intravvedere gli orizzonti. C’è una povertà materiale come condizione sociale subita, che disumanizza e va combattuta, e una povertà materiale che libera ed educa. Cristo non condanna i beni ma le separazioni tra gli uomini provocate dall’accaparramento di quei beni e la stoltezza nel loro utilizzo. Allora la pratica della povertà evangelica altro non è che il principio della carità applicata all’uso delle risorse; è – a partire dalla fiducia piena nel Signore – presa di distanza dall’avidità come criterio normativo di vita personale e comunitaria. Inoltre è la capacità di articolare un giudizio sulla storia a partire dai poveri considerandoli parte della propria vita per sentire con loro, per sceglierli. Questa apertura e centratura della vita non sui beni ma sul bisogno degli altri, fa vedere come la povertà sia strettamente legata alla giustizia, non violenza, alla misericordia, alla pace. Non implica dunque un atteggiamento negativo verso i beni del mondo; al contrario, aiuta lo schiudersi di nuove dimensioni della vita umana e conduce a forme di realizzazione e soddisfazione qualitativamente più elevate, riconquistando perdute terre di libertà all’interno di noi.
Su queste “dimensioni” mi soffermo con brevi spunti di riflessione che mettano in luce i volti «belli» della povertà.

Il volto della fraternità
Il bene evangelico della povertà, dunque, non consiste in una scelta pauperistica che comporta la rinuncia a conseguire un certo benessere economico, esige piuttosto un preciso ridimensionamento dei fini e dei mezzi in rapporto al vero fine che è l’uomo, tutto l’uomo, e tutti gli uomini, a cominciare dagli ultimi. Se questo è lo scopo, il nome della povertà maggiormente espressivo è quello di “solidarietà”, “condivisione”, che significa vicinanza, partecipazione alla difficoltà dell’altro, collaborazione nella ricerca di soluzione a situazioni di sofferenza. Dire “condivisione” e “solidarietà” significa aspirare a un mondo in cui la ricchezza non divida; in cui le cose non siano possedute con istinto di appropriazione ma siano usate con l’esigenza del servizio reciproco. Il Vangelo vuole ricondurre i beni in quell’ottica nella quale Dio li ha creati: dono che unisce gli uomini tra di loro e con Dio. Si tratta di far prevalere la gratuità e il sistema del dono sulla logica del possesso. Farne motivo di sicurezza personale, o addirittura di arroganza e di cupidigia, significa ritrovarsi nemici anziché fratelli; significa fallimento di sé e della propria vita, per il fatto che la ricchezza falsa la verità dell’uomo.
Dire condivisione e solidarietà non rimanda a chi è ricco di beni materiali ma anche e soprattutto a chi non avendo ciò di cui fare carità, ha però la possibilità di “essere carità”: amico, fratello, padre, madre; cioè colui che mette a disposizione la propria persona, la professionalità, la casa, l’affetto, i doni naturali. Ritradurre il voto di povertà con condivisione e solidarietà toglie dalla contraddittorietà che i poveri di beni economici possano votarsi a rinunciare in teoria a quello che, di fatto, non hanno mai posseduto. Mi riferisco alla maggior parte di vocazioni che, come un tempo in Italia e ora in Africa e Asia, trovano nelle comunità religiose, il più delle volte, un livello di vita più elevato rispetto a quello delle loro famiglie di origine e delle popolazioni in mezzo a cui operano. Paradossalmente il voto di povertà, per tutte queste persone, segnerebbe il passaggio da uno stato di vita economicamente e sociologicamente povero a uno più agiato. Con ciò non si intende chiudere gli occhi sul fatto che il numero delle vocazioni sia fortemente influenzato dal desiderio di uscire dal disagio socioeconomico dell’ambiente di provenienza, ma si intende dire che non è contando su questo che la VR avrà futuro ma sulla capacità di portare i suoi membri provenienti da qualsiasi situazione sociale, a investire evangelicamente la vita in un progetto di fraternità espresso attraverso la solidarietà e nella condivisione.

Il volto della sobrietà
La sobrietà, in riferimento all’uso dei beni materiali, consiste in una scelta di vita che uno fa a partire dal credere che la persona non si realizza nell’avere di più, e che quanto ha non è in funzione del possesso ma del “dono” quale misura dell’amore. «Solo a partire dall’amore si può decidere di abbandonare tante cose e di rinunciarvi senza doverle poi rimpiangere».
Ma nella vita religiosa non basta la sobrietà personale: è necessaria anche quella istituzionale. La povertà individuale, nel tempo, diventa volano di una economia risparmiatrice che ha la capacità di dare virtù al singolo e ricchezza al gruppo. Si è in presenza di qualcosa che mette insieme, almeno apparentemente, i contrari: una contraddizione non da poco. In ogni caso è qualcosa che stride con la logica del Vangelo. Non stupisce allora che siano molti a dire che il termine povertà è usurpato dai religiosi, se non altro per il fatto che la loro è la scelta di una povertà fatta all’interno di istituzioni le quali, non scarseggiando di beni, possono dare al religioso/a tutto ciò di cui ha bisogno. Ma i poveri sono altra cosa: i religiosi scelgono la povertà, i poveri la subiscono.
Solo nella povertà, personale ed istituzionale, i religiosi/e dimostrano di aver vinto il maligno che ha la sua epifania nella ricchezza.

Il volto della mitezza
La povertà quantificata e qualificata con il parametro dell’uso dei beni è riduttiva. Gesù dicendo “beati i miti” e “beati i poveri in spirito” richiede di impegnarsi nella povertà in un senso più profondo di quello di tipo economico, e di assumere quegli atteggiamenti che caratterizzano l’umile, il paziente, colui che rinuncia a relazioni di supremazia.
Parlando di “potere” si utilizza un termine dal significato complesso e non privo di ambiguità, qui si intende quel potere contro cui Gesù lottò fino a esserne ucciso. «La forza che la Chiesa riesce ad immettere nella società contemporanea – dice il concilio (GS 42) – consiste in quella fede e carità effettivamente vissute, e non in una qualche sovranità esteriore esercitata con mezzi puramente umani». Il testo sembra risuonare ciò che già aveva detto Giovanni XXIII: «bisogna scuotere la polvere imperiale che si è accumulata sul trono di s. Pietro». Altrettanto disse Benedetto XVI ai cardinali e vescovi della curia: «il volto della Chiesa è coperto di polvere. Dobbiamo accogliere questa umiliazione».
Tutto ciò viene a dire che la mitezza non è assicurata alla Chiesa per natura sua quasi fosse una propria qualità connaturata. Già con Papa Damaso alla fine del IV secolo e con i Papi del V si incominciava a vedere che la Chiesa nell’esercizio dell’autorità andava ereditando qualcosa dall’idea imperiale romana piuttosto che dal significato neotestamentario di exousia. E fu così che il concetto di “autorità” nata dall’essere un servizio dell’uomo per l’uomo si portò in varie epoche a essere un potere dell’uomo sull’uomo. Quando poi l’impulso di potenza dell’uomo si riveste di motivazioni religiose corre il rischio di diventare più funesto che mai. Nel passato alcuni momenti di maggiore cecità nella storia, furono dovuti proprio alla presunzione di vari uomini di fede di parlare in nome di Dio trascurando la mitezza delle “beatitudini”.
Il ricupero della credibilità nella Chiesa oggi passa dalla rinuncia a forme possessive di funzioni, privilegi e titoli che stridono con la lontananza dalla parola che predica.

Il volto della “diakonia”
Le giovani comunità neotestamentarie descrivendo le funzioni al proprio interno, usano la parola “diakonia” che va tradotta profanamente con “servizio a tavola”. Si ricreava così allusivamente l’atmosfera del banchetto, lì ove più che in ogni altra occasione risaltava la differenza tra padrone e schiavo, tra aristocratici signori adagiati, nei loro lunghi paludamenti, intorno alla mensa e i servitori. Gli Apostoli avevano impresso nella mente la diakonia di Gesù espressa nell’ultima cena con l’inginocchiarsi davanti ai commensali con il grembiule ai fianchi, cercando “dal basso” gli occhi e il cuore di ognuno. L’eredità lasciata da Cristo ai discepoli è di evitare ogni espressione che esprima un guardare dall’alto al basso, quale rapporto di superiorità: Il «tra di voi non sia così» è stata la sentenza che dovette imprimersi nell’animo dei discepoli, dato che per ben sei volte ricorre nei sinottici.

Il volto dell’efficacia apostolica
Riporto la domanda di una madre provinciale: «Ho vissuto, della vita religiosa, il lungo periodo degli applausi: opere grandiose, molti riconoscimenti e vocazioni; oggi vedo lo spegnersi su di essa di tante luci. Il “prima” e il “poi” sono in relazione di causa ed effetto?». Una sorta di nemesi storica sembra caratterizzare il cammino della evangelizzazione: tutte le volte che i mezzi ricchi prendono il posto dei mezzi poveri la Chiesa arretra. La storia dimostra che non di rado i «successi del le istituzioni si risolvono in sconfitte del Vangelo». La vicenda di Cluny ne è la riprova. Se i poveri sono i primi destinatari del Regno come potrebbe la sua proclamazione essere affidata a messaggeri ricchi, o a mezzi di diffusione che presuppongono ricchezza e potere? San Paolo scriveva: “Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,9). È la “povertà” dell’inviato a divenire segno della trascendenza della missione.
L’efficacia della vita evangelica è inversamente proporzionale alla speciosità mondana. Il concilio riassume così tutto questo (LG 8): «Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza (…); essa non è costituita per la gloria terrena, bensì per essere segno e primizia della forma ultima e definitiva della storia, il regno di Dio».
Quanto detto induce anche a far riflettere e a interrogarsi sugli elementi che devono essere alla base della evangelizzazione per essere efficace. Una delle domande potrebbe essere: le molteplici celebrazioni, che attraggono grandi folle – senza nulla togliere al tanto di positivo che esprimono – rimandano in prima battuta, alla grandezza di Dio e a scelte discepolari o sono vissute come espressioni di gloria, di potere, di sicurezza, di forza umana? Che cosa dovrebbero maggiormente evidenziare perché non sembrino richiamare la grandiosità del “tempio” di ebraica memoria, piuttosto che la “forma vitae” del Nazareno?

Urs Von Balthasar diceva: «Non si può essere ricchi in Dio – se non si vuole partecipare alla sua povertà divina».

IL CARISMA DEL CARMELO

è poco, naturalmente, anche io lo voglio rivedere e studiare meglio, ma mi piace, un carisme che parte dall’Antico Testamento, bello:

http://centrostudiedithstein.myblog.it/elia-profeta/

IL CARISMA DEL CARMELO

Si appartiene a Cristo, per questo si appartiene alla Chiesa; ma si appartiene alla Chiesa con una identità specifica appartenendo ad una espressione particolare della Chiesa, ad una comunità che incarna una vocazione alta, comune a tutti, qual è quella della comunione con Dio, dell’unione intima con il Signore, ma vissuta con una modalità unica, originale, frutto di una risposta d’amore a Dio da parte di creature che mettono in gioco tutta la ricchezza della propria libertà comunicativa.
Si appartiene ad un’unica Chiesa, ma attraverso l’appartenenza ad un gruppo, ad una comunità, ad un movimento, ad un Ordine, sempre al servizio di una “storia più grande”, ma ribadendo con forza che il servizio è reso attraverso l’identificazione con un carisma particolare.
Non si vuole parlare di appartenenza giuridica, formale, ma di una unione tra persone che si riconoscono accomunate da una stessa modalità di cammino, di vita verso Cristo.
Ogni essere umano ha insito nel proprio cuore l’aspirazione a realizzare massimamente l’unione con Cristo, a raggiungere, cioè, quel matrimonio spirituale dentro le circostanze della propria vita, nei posti di lavoro e dentro le proprie case, nei legami familiari e in tutti i rapporti interpersonali che gli capitano. In questo il Carmelo è guida nel trasformare in contemplazione i gesti d’azione quotidiana; attraverso i riferimenti alla Regola di S. Alberto, agli insegnamenti della Santa Madre Teresa d’Avila e del nostro Santo Padre Giovanni della Croce, l’Ordine Carmelitano è depositario di un patrimonio spirituale che esprime la vocazione specifica di chi l’abbraccia ed è luogo da cui partire per irraggiare nel mondo l’amore verso Cristo.
“E’ vero che vive il Signore davanti al quale io sto”(1 Re 17,1): è carmelitano colui/colei che ardentemente desidera e concretamente vive con spirito di adorazione contemplativa di Gesù, trasformando tutta la vita in preghiera incessante, in dialogo intimo con il Signore, ricercato quotidianamente in momenti particolari di incontro silenzioso, di contemplazione personale nell’intimo del proprio cuore. L’orazione, l’incontro con il Signore, con il quale si intesse una relazione di profonda amicizia, rappresenta per il carmelitano il punto centrale della sua vocazione, l’indispensabile appiglio che lo sostiene, il tempo pieno della fede, il momento culminante della propria giornata, in cui si “sta” con Dio in un dialogo amoroso, dispensatore di speranza, di fortezza, di fiducia, di pienezza che riveste di un senso nuovo gli accadimenti della vita: “la realtà si farà trasparente e si potrà scoprire Dio in tutto”(Costituzioni OCDS).
L’unione intima con il Signore, il matrimonio spirituale, il segreto rapporto tra l’anima e il suo Sposo, è ciò a cui tende un/una carmelitano/a: sia nell’intimità della sua “cella” durante il tempo dell’orazione sia, con spirito contemplativo, nelle sue scelte, nei suoi limiti, nelle sue attività di servizio e nelle difficoltà del portarle a termine, nel momento dell’esultanza e nello scoraggiamento della fatica, nel tempo della grazia e nel buio della croce, sempre vivendo “in ossequio di Gesù…meditando giorno e notte la legge del Signore e vegliando in preghiera”(Regola 2 e 10).
L’orazione per un carmelitano diviene, dunque, un atteggiamento di vita, un ricercare il volto di Dio dentro ogni avvenimento: lo sguardo del Risorto dentro la positività del mondo che suscita un’esaltante lode di ringraziamento e di gratitudine, e lo sguardo del Cristo sofferente in tutte quelle situazioni di marginalità, di abbandono, di povertà, di solitudine, di ingiustizia, di violenza, di egoismo che interpellano per un intervento deciso ed efficace.
Lo spirito di contemplazione del Carmelo non è confondibile con certi atteggiamenti di ricerca affannosa di emozioni e sentimentalismi spirituali, con gesti di autoesaltazione, non è identificabile con quel bisogno, oggi tanto diffuso, di apparizioni e visioni. Il mondo nella sua quotidianità mostra con potenza il volto di Cristo Gesù: contemplarlo è il desiderio del cuore di ogni uomo; far scaturire da ciò una “mistica della solidarietà”, un’azione decisiva, ricolma di frutti della carità, è l’impegno personale che si assume colui/colei al/alla quale la forza della preghiera ha donato l’ardore dell’apostolato.

“Zele zelatus sum pro Domino Deo exercituum”(1 Re 19,10).

M. Concetta Bomba ocds
(Il Castello dell’anima, 15.07.04)

Publié dans:VITA RELIGIOSA |on 16 juin, 2011 |Pas de commentaires »

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