Archive pour septembre, 2019

Lazzaro ed il ricco

paolo e la mia

Publié dans:immagini sacre |on 27 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

Il peccato del ricco è l’indifferenza verso il povero
Ermes Ronchi

La parabola del ricco senza nome e del povero Lazzaro è una di quelle pagine che ci portiamo dentro come sorgente di comportamenti meno disumani.
Un ricco senza nome, per cui il denaro è diventato l’identità, la seconda pelle. Il povero invece ha il nome dell’amico di Betania. Il Vangelo non usa mai dei nomi propri nelle parabole. Il povero Lazzaro è un’eccezione, una felice anomalia che lascia percepire i battiti del cuore di Gesù.
Morì il povero e fu portato nel seno di Abramo, morì il ricco e fu sepolto nell’inferno. Perché il ricco è condannato? Per il lusso, gli abiti firmati, gli eccessi della gola? No. Il suo peccato è l’indifferenza verso il povero: non un gesto, una briciola, una parola. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza, per cui l’altro neppure esiste, e Lazzaro è nient’altro che un’ombra fra i cani.
Il povero è portato in alto; il ricco è sepolto in basso: ai due estremi della società in questa vita, ai due estremi dopo. Tra noi e voi è posto un grande abisso, dice Abramo, perdura la grande separazione già creata in vita. Perché l’eternità inizia nel tempo, si insinua nell’istante, mostrando che l’inferno è già qui, generato e nutrito in noi dalle nostre scelte senza cuore: il povero sta sulla soglia di casa, il ricco entra ed esce e neppure lo vede, non ha gli occhi del cuore. Tre gesti sono assenti dalla sua storia: vedere, fermarsi, toccare. Tre verbi umanissimi, le prime tre azioni del Buon Samaritano. Mancano, e tra le persone si scavano abissi, si innalzano muri. Ma chi erige muri, isola solo se stesso.
Ti prego, manda Lazzaro con una goccia d’acqua sul dito… mandalo ad avvisare i miei cinque fratelli… No, neanche se vedono un morto tornare si convertiranno!
Non è la morte che converte, ma la vita. Chi non si è posto il problema di Dio e dei fratelli, la domanda del senso, davanti al mistero magnifico e dolente che è la vita, tra lacrime e sorrisi, non se lo porrà nemmeno davanti al mistero più piccolo e oscuro che è la morte.
Hanno Mosè e i profeti, hanno il grido dei poveri, che sono la parola e la carne di Dio (ciò che avete fatto a uno di questi piccoli, è a me che l’avete fatto). Nella loro fame è Dio che ha fame, nelle loro piaghe è Dio che è piagato.
Non c’è apparizione o miracolo o preghiera che conti quanto il loro grido: «Se stai pregando e un povero ha bisogno di te, corri da lui. Il Dio che lasci è meno sicuro del Dio che trovi» (San Vincenzo de Lellis).
Nella parabola Dio non è mai nominato, eppure intuiamo che era presente, che era vicino al suo amico Lazzaro, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al povero, pronto a ricordarle e custodirle per sempre.

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L’Amministratore disonesto

paolo e ciottoli

Publié dans:immagini sacre |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

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XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (C) COMMENTO

L’amministratore infedele
Papa Benedetto XVI

“Se non siete stati fedeli nei beni che vi sono estranei, chi vi darà ciò che è vostro?” (Lc 16,12). Le ricchezze ci sono estranee, perché esse sono fuori della nostra natura: non nascono con noi, né trapassano con noi. Cristo, invece, è nostro, perché è la vita. “Così egli venne nella sua casa, e i suoi non lo ricevettero” (Gv 1,11). Ebbene, nessuno vi darà ciò che è vostro, perché voi non avete creduto a ciò che è vostro, non l`avete ricevuto.
Cerchiamo dunque di non essere schiavi dei beni che ci sono estranei, dato che non dobbiamo conoscere altro Signore che Cristo; “infatti uno è Dio Padre, da cui tutto deriva e in cui noi siamo, e uno è il Signore Gesù, per cui mezzo tutte le cose sono” (1Cor 8,6).
Ma allora? Il Padre non è Signore e il Figlio non è Dio? Certo, il Padre è anche il Signore, perché “per mezzo della Parola del Signore i cieli sono stati creati” (Sal 32,6). E il Figlio è anche Dio, “che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,5).
In qual modo allora, nessuno «può servire a due padroni»? E` perché non c`è che un solo Signore, dato che non c`è che un solo Dio. (Ambrogio, In Luc., 7, 246-248)
[…] Nelle passate domeniche, san Luca, l’evangelista che più degli altri si preoccupa di mostrare l’amore che Gesù ha per i poveri, ci ha offerto diversi spunti di riflessione circa i pericoli di un attaccamento eccessivo al denaro, ai beni materiali e a tutto ciò che ci impedisce di vivere in pienezza la nostra vocazione ad amare Dio e i fratelli. Anche quest’oggi, attraverso una parabola che provoca in noi una certa meraviglia perché si parla di un amministratore disonesto che viene lodato (cfr Lc 16,1-13), a ben vedere il Signore ci riserva un serio e quanto mai salutare insegnamento. Come sempre il Signore trae spunto da fatti di cronaca quotidiana: narra di un amministratore che sta sul punto di essere licenziato per disonesta gestione degli affari del suo padrone e, per assicurarsi il futuro, cerca con furbizia di accordarsi con i debitori. E’ certamente un disonesto, ma astuto: il Vangelo non ce lo presenta come modello da seguire nella sua disonestà, ma come esempio da imitare per la sua previdente scaltrezza. La breve parabola si conclude infatti con queste parole: “Il padrone lodò quell’amministratore disonesto perché aveva agito con scaltrezza” (Lc 16,8).
Ma che cosa vuole dirci Gesù con questa parabola? Con questa conclusione sorprendente? Alla parabola del fattore infedele, l’evangelista fa seguire una breve serie di detti e di ammonimenti circa il rapporto che dobbiamo avere con il denaro e i beni di questa terra. Sono piccole frasi che invitano ad una scelta che presuppone una decisione radicale, una costante tensione interiore. La vita è in verità sempre una scelta: tra onestà e disonestà, tra fedeltà e infedeltà, tra egoismo e altruismo, tra bene e male. Incisiva e perentoria la conclusione del brano evangelico: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro”. In definitiva, dice Gesù, occorre decidersi: “Non potete servire a Dio e a mammona” (Lc 16,13). Mammona è un termine di origine fenicia che evoca sicurezza economica e successo negli affari; potremmo dire che nella ricchezza viene indicato l’idolo a cui si sacrifica tutto pur di raggiungere il proprio successo materiale e così questo successo economico diventa il vero dio di una persona. È necessaria quindi una decisione fondamentale tra Dio e mammona, è necessaria la scelta tra la logica del profitto come criterio ultimo nel nostro agire e la logica della condivisione e della solidarietà. La logica del profitto, se prevalente, incrementa la sproporzione tra poveri e ricchi, come pure un rovinoso sfruttamento del pianeta. Quando invece prevale la logica della condivisione e della solidarietà, è possibile correggere la rotta e orientarla verso uno sviluppo equo, per il bene comune di tutti. In fondo si tratta della decisione tra l’egoismo e l’amore, tra la giustizia e la disonestà, in definitiva tra Dio e Satana. Se amare Cristo e i fratelli non va considerato come qualcosa di accessorio e di superficiale, ma piuttosto lo scopo vero ed ultimo di tutta la nostra esistenza, occorre saper operare scelte di fondo, essere disposti a radicali rinunce, se necessario sino al martirio. Oggi, come ieri, la vita del cristiano esige il coraggio di andare contro corrente, di amare come Gesù, che è giunto sino al sacrificio di sé sulla croce.
Potremmo allora dire, parafrasando una considerazione di sant’Agostino, che per mezzo delle ricchezze terrene dobbiamo procurarci quelle vere ed eterne: se infatti si trova gente pronta ad ogni tipo di disonestà pur di assicurarsi un benessere materiale sempre aleatorio, quanto più noi cristiani dovremmo preoccuparci di provvedere alla nostra eterna felicità con i beni di questa terra (cfr Discorsi 359,10). Ora, l’unica maniera di far fruttificare per l’eternità le nostre doti e capacità personali come pure le ricchezze che possediamo è di condividerle con i fratelli, mostrandoci in tal modo buoni amministratori di quanto Iddio ci affida. Dice Gesù: “Chi è fedele nel poco, è fedele nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto” (Lc 16,10-11).
Della stessa scelta fondamentale da compiere giorno per giorno parla oggi nella prima lettura il profeta Amos. Con parole forti, egli stigmatizza uno stile di vita tipico di chi si lascia assorbire da un’egoistica ricerca del profitto in tutti i modi possibili e che si traduce in una sete di guadagno, in un disprezzo dei poveri e in uno sfruttamento della loro situazione a proprio vantaggio (cfr Am 4,5). Il cristiano deve respingere con energia tutto questo, aprendo il cuore, al contrario, a sentimenti di autentica generosità. Una generosità che, come esorta l’apostolo Paolo nella seconda Lettura, si esprime in un amore sincero per tutti e si manifesta nella preghiera. In realtà, grande gesto di carità è pregare per gli altri. L’Apostolo invita in primo luogo a pregare per quelli che rivestono compiti di responsabilità nella comunità civile, perché – egli spiega – dalle loro decisioni, se tese a realizzare il bene, derivano conseguenze positive, assicurando la pace e “una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità” per tutti (1 Tm 2,2). Non venga pertanto mai meno la nostra preghiera, apporto spirituale all’edificazione di una Comunità ecclesiale fedele a Cristo e alla costruzione d’una società più giusta e solidale. […]

(Papa Benedetto XVI, dall’Omelia del 23 settembre 2007)

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 20 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

la croce di Cristo

paolo

Publié dans:immagini sacre |on 19 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA – 19.9.19 – Il ministero è un dono non una funzione

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2019/documents/papa-francesco-cotidie_20190919_ministeroordinato-donodelsignore.html

PAPA FRANCESCO – MEDITAZIONE MATTUTINA – 19.9.19 – Il ministero è un dono non una funzione

NELLA CAPPELLA DELLA
DOMUS SANCTAE MARTHAE

Il ministero è un dono non una funzione

Giovedì, 19 settembre 2019

Il ministero ordinato è un dono del Signore, «che ci ha guardati e ci ha detto “Seguimi”», prima che un servizio, e non certo «una funzione» o «un patto di lavoro». Papa Francesco ha davanti a sé molti vescovi e sacerdoti, che concelebrano — giovedì 19 settembre — nella messa del mattino a Casa Santa Marta, e nell’omelia ricorda anche chi festeggia il 25° dell’ordinazione e il cardinale Edoardo Menichelli, arcivescovo emerito di Ancona, che è sulla soglia degli 80 anni. Invita tutti, e anche sé stesso, a riflettere sulla prima lettera di san Paolo a Timoteo, proposta dalla liturgia, centrandola sulla parola «dono», sul ministero come dono da contemplare, seguendo il consiglio di Paolo al giovane discepolo: «Non trascurare il dono che è in te».
«Non è un patto di lavoro — chiarisce il Papa — “Io devo fare”, il fare è in secondo piano; io devo ricevere il dono e custodirlo come dono e da lì scaturisce tutto, nella contemplazione del dono». Quando dimentichiamo questo, aggiunge Francesco, «ci appropriamo del dono e lo trasformiamo in funzione, si perde il cuore del ministero, si perde lo sguardo di Gesù che ha guardato tutti noi e ci ha detto: “Seguimi”, si perde la gratuità».
Papa Francesco mette quindi in guardia da un rischio: «Da questa mancanza di contemplazione del dono, del ministero come dono, scaturiscono tutte quelle deviazioni che noi conosciamo, dalle più brutte, che sono terribili, a quelle più quotidiane, che ci fanno centrare il nostro ministero in noi stessi e non nella gratitudine del dono e nell’amore verso Colui che ci ha dato il dono, il dono del ministero».
Un dono, ricorda il Papa citando l’apostolo Paolo, «conferito mediante una parola profetica con l’imposizione delle mani da parte dei presbiteri» e che vale per i vescovi ma anche «per tutti i sacerdoti» perché «è stato un dono della comunità presbiterale». Francesco sottolinea quindi «l’importanza della contemplazione del ministero come dono e non come funzione». Facciamo quello che possiamo, chiarisce il Pontefice, con buona volontà, intelligenza, «anche con furbizia», ma sempre per custodire questo dono, «per non trascurarlo».
Dimenticare la centralità di un dono, aggiunge Papa Francesco, è una cosa umana, e porta l’esempio del fariseo che nel Vangelo di Luca ospita Gesù nella sua casa, trascurando «tante regole di accoglienza», trascurando i doni. Gesù glielo fa notare, indicando la donna che dona tutto quello che l’ospite ha dimenticato: l’acqua per i piedi, mentre lei «mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i capelli», il bacio di accoglienza, «lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi», e l’unzione del capo con l’olio.
«C’è quest’uomo che era buono — commenta ancora il Papa — un fariseo buono ma aveva dimenticato il dono della cortesia, il dono della convivenza, che pure è un dono». «Sempre si dimenticano i doni — aggiunge — quando c’è qualche interesse dietro, quando io voglio fare questo, fare, fare… Noi sacerdoti, tutti noi dobbiamo fare cose e il primo compito è annunciare il Vangelo, ma occorre custodire il centro, la fonte, da dove scaturisce questa missione, che è proprio il dono che abbiamo ricevuto gratuitamente dal Signore».
La preghiera finale di Francesco al Signore è perché «ci aiuti a custodire il dono, a vedere il nostro ministero primariamente come un dono, poi un servizio», per non rovinarlo «e non diventare ministri imprenditori, faccendieri», e tante cose che allontanano dalla contemplazione del dono e dal Signore, «che ci ha dato il dono del ministero». Una grazia che il Pontefice chiede per tutti, ma specialmente per coloro che festeggiano il 25° anniversario di ordinazione.

Publié dans:PAPA FRANCESCO: OMELIE QUOTIDIANE |on 19 septembre, 2019 |Pas de commentaires »

Lc 14,25-33

en e paolo

Publié dans:immagini sacre |on 5 septembre, 2019 |Pas de commentaires »
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