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L’APOSTOLO TOMMASO – 3 LUGLIO

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L’APOSTOLO TOMMASO – 3 LUGLIO

Metropolita Gennadios Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta
2010

1. Introduzione.
La Resurrezione del nostro Salvatore Gesù Cristo rappresenta il vertice delle feste della Chiesa Ortodossa. In realtà senza questa festa delle feste e senza questa solennità delle solennità non è possibile l’esistenza di nessuna altra festa e la nostra stessa fede sarebbe vana e, conseguentemente, falsa la Chiesa, inesistente il suo fondatore, il Salvatore dell’Umanità.
L’Apostolo Tommaso è legato con la Resurrezione “del Signore e Dio nostro”, secondo la sua stessa espressione.
L’apparizione di Cristo ai propri apostoli avviene in due momenti.
La prima avviene senza l’Apostolo Tommaso e la seconda alla presenza dello stesso. Cristo, essendo Dio, vuole dissipare il dubbio e la confusione, per questo motivo nel corso della sua seconda apparizione ai propri discepoli alla presenza dell’Apostolo Tommaso, rafforza la loro fede, li rinsalda e li benedice con la potenza della propria pace. La presenza divina, sua divina condiscendenza, atto di amore e pace, come anche di speranza dona coraggio all’Apostolo Tommaso ed agli altri suoi apostoli.
2. L’Apostolo Tommaso, come anche gli altri discepoli, rimane un eletto del Signore.
Chiede e cerca di vedere e godere di quanto hanno già visto e gioito gli altri apostoli. Non vuole rimanere privo della gioia e dell’esultanza. Incarna la ricerca positiva e rende possibile l’impossibile, perché il proprio cuore sia soddisfatto dalla luce e dalla Grazia della Resurrezione di Cristo.
Il suo desiderio umano e la sua santa brama si realizzano con il suo incontro miracoloso con il suo“Signore e Dio” e dimostra agli altri discepoli di non essere inferione ad essi, è benedetto da parte di Dio, e, infatti, risulta spiritualmente felice e fisicamente eletto, presente alla missione apostolica ed all’opera del Signore:“andate ed istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”
Dobbiamo innanzitutto sottolineare che la resistenza dell’Apostolo Tommaso rappresenta un moto interiore, un indice di fede e di amore, di dedizione e speranza, realtà che lo guidano ad una concreta e realistica confessione della divinità nei confronti del proprio Maestro:“mio Signore e mio Dio” (Gv 20, 24-29)
Rimane membro eletto dei Dodici Apostoli, poiché muta dal dubbio e dalla debolezza, ed è liberato dall’atteggiamento di negazione e di non riconoscimento, dai problemi e dalla paura. Con la Resurrezione e con la sua fede nel Signore Risorto, grazie a lui si apre per le genti una nuova via e diviene fervido araldo della Resurrezione, che ha donato all’uomo la vita, la gioia e l’eternità.
3. L’Apostolo Tommaso e le genti.
L’Apostolo Tommaso, come anche gli altri apostoli, nel giorno della Santa Pentecoste, ricevette la Grazia del Santissimo Spirito come anche il comandamento “andate ed istruite tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…”
Visitò i Parti, i Persiani, i Medi e gli Indiani. Si deve sottolineare che gli Indiani in quell’epoca erano considerati popolazioni barbariche.
Come uomo considerò, piuttosto pentito, tutta la strada, le fatiche, prima dell’incontro con Cristo Risorto e possiamo dire che aveva rimorsi di coscienza nei confronti dell’uomo, in genere, poiché, se egli, pur essendo discepolo di Cristo, non aveva accolto sin dall’inizio la Resurrezione, come avrebbe potuto farlo un indiano? Come sarebbe stato possibile che fosse incredulo nei confronti della Resurrezione uno dei Dodici ed incredulo nei confronti della Resurrezione, in realtà cosa che avvenne a Caifa o anche ai Giudei, poiché non credevano in Gesù Cristo.
Da un punto di vista umano era assalito da questi pensieri, ma era anche rafforzato dal miracolo della Resurrezione, di cui aveva ricevuto la luce e la grazia.
E’ un dato inconfutabile che San Tommaso era il più attendibile testimone della Resurrezione, ma anche con la sua esitazione rafforzò la fede degli altri apostoli, tutti insieme come un sol corpo, unita dal più grande miracolo e mistero del Cristianesimo, si recarono per raggiungere i luoghi della missione, della catechesi e della evangelizzazione dei popoli.
4. La predicazione apostolica di Tommaso.
L’Apostolo Tommaso in India, luogo che aveva avuto per annunciare la Resurrezione del Signore, era abitata da popolazioni considerate barbare, fra cui era ben radicata la mancanza di vera fede e di vera pietà.
Con le armi dell’amore e con la pazienza battezzò ricchi e poveri, grandi e piccoli, potenti e governanti. Non utilizzò una predicazione rigida, dura ed i castighi, ma fu sempre disponibile, semplice, umile e vicino ai bisogni dell’uomo, trovandosi anche a predicare i miracoli del proprio Maestro, il suo amore per gli uomini e l’infinita misericordia di Dio.
5. I miracoli dell’Apostolo Tommaso.
Nel nome del proprio Signore e Dio, l’Apostolo Tommaso compì diversi miracoli in diverse città indiane e si diffuse così la fede nella salvezza delle anime e, soprattutto, per la prima volta furono fondate comunità cristiane ed ordinati diaconi, presbiteri e vescovi.
I miracoli del Santo Apostolo Tommaso commuovono e donano la salute agli infermi, molti dei quali sono battezzati e diventano membri della Chiesa.
Si diffuse pure la fama della sua santità, anche al di fuori dei confini locali. Compì le imprese più grandi per la sua comprensione e custodia.
Dalla città, dove viveva l’Apostolo Tommaso, alcuni fecero visita al re. Nel corso dell’incontro il re li interrogò per essere informato della grandezza e bellezza del palazzo reale. Tommaso, che aveva ricevuto dell’oro per costruire un nuovo palazzo e che, invece, lo aveva distribuito tra i poveri ed i bisognosi, non si era preoccupato della costruzione del palazzo. Costoro gli risposero: “Re, non attendere un nuovo palazzo, poiché costui ha distribuito l’oro ai poveri e per di più annuncia un Dio sconosciuto e compie miracoli”.
Il re si adirò ed ordinò di portargli davanti San Tommaso. Dopo che gli fu portato, gli chiese se avesse costruito il nuovo palazzo e l’apostolo Tommaso gli rispose: “ho costruito l’unico stupendo tipo di palazzo che ho imparato a costruire dall’architetto che è Cristo”. Il re rispose: “andiamo ora a vederlo” e l’Apostolo Tommaso replicò: “ Ritengo che non serva ora. Quando partirai da questo mondo, allora ti servirà”. Il re, adirato, ritenendo di essere burlato, ordinò di rinchiudere l’imbroglione in una fossa buia.
Mentre San Tommaso era in prigione con il mercante Amvani, il fratello del re, colpito dal un profondissimo dolore per il danno subito, si ammalò gravemente. Chiamò il fratello e gli disse: “Sono profondamente addolorato per il danno subito a causa di quell’imbroglione e per questo motivo mi sono ammalato e parto da questa vita”. Poco dopo morì. Un Angelo del Signore prese la sua anima e lo portò tra le tende dei giusti e gli chiese. “ dove vuoi abitare?” la sua anima, vedendo una tende bellissima, pregò l’Angelo di lasciarlo in quel posto e questi gli rispose: “In questa non puoi, perché è di tuo fratello, è quella costruita da Tommaso”. L’anima rispose: “Ti prego, lasciami tornare da mio fratello per comprarla e poi tornerò qui”. L’Angelo restituì l’anima al corpo morto e questi riprese vita, incontro il fratello e gli disse: “Fratello mio, credo che tu sia disposto a dare metà del tuo regno per vedermi vivo. Ti chiedo, quindi, una piccola grazia. Certamente, l’hai detto e farò quanto posso: “Dammi il palazzo il palazzo che hai nei cieli e prendi pure tutte le ricchezze che desideri. Io ho un palazzo nei cieli? Da dove?. “Si ce l’hai, anche se tu non lo conosci. Lo ha costruito lo straniero che è in prigione. E’ bellissimo. L’ho visto, melo ha mostrato l’Angelo. Il re capì, ma si guardò dal mantenere la promessa, dicendo: “Fratello mio, se si trattasse di qualcosa appartenente al mio regno, potrei mantenere la mia promessa. Ora si tratta di qualcosa che è in cielo. Prendi tu stesso Tommaso, affinché te ne prepari uno di migliore.” Dopo tutto ciò liberò Tommaso ed il mercante Amvani, chiedendo perdono per il proprio errore. Tommaso ringraziò il Signore e battezzò tutte le autorità.
Il popolo venne a sapere ciò e molte altre cose e si accostò alla nuova fede, con riverenza e rispetto.
6. Il martirio dell’Apostolo Tommaso.
Il re di Misdia, visitò la prigione, incontrò Tommaso e gli chiese: “Sei servo di qualcuno o sei libero?”. Egli rispose: “Sono servo di Gesù Cristo, che è il vero Dio e dimora nei cieli. Egli mi ha inviato qui a salvare anime.” Gli rispose il re di Misdia: “Mi sono stancato di ascoltare le tue predizioni e le false correzioni e, pertanto, ti condanno alla morte, per cui sei giunto. Così sarà liberato il mio popolo ed io stesso dalle tue magie, dai tuoi inganni e dalle tue malvagità.
E’ doveroso sottolineare a questo punto che il re temeva il popolo che venerava, onorava ed ammirava l’Apostolo Tommaso, poiché molti credevano alla sua predicazione, erano stati aiutati spiritualmente ed erano divenuti membri della Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica.
Per sfuggire alle proteste, alla confusione ed alla rivolta, lo condusse, con pochi soldati, fuori della città, e glielo consegnò perché lo uccidessero su di un monte.
Nonostante ciò, il popolo accorse per strappare l’Apostolo dalle mani dei soldati, mentre egli pregava incessantemente, dicendo: “Signore, Dio mio, che sei la mia speranza e la liberazione di tutti i fedeli, guidami oggi mentre vengo vicino a te e che la mia anima non sia ostacolata dai demoni malvagi. Ho completato la mia opera ed ho adempiuto il tuo comandamento, dal momento che sono stato venduto come schiavo. Concedimi ora la libertà.”
Dopo aver pregato, benedisse i fedeli e disse ai soldati: “E’ giunta per voi l’ora di adempiere all’ordine del re.”
Immediatamente i soldati lo colpirono e lo trafissero con i dardi e terminò il viaggio sulla terra nella città del Malabar (Maliapour), chiamata San Tommaso, nella parte occidentale della Penisola Indiana.
7. La reliquia miracolosa di San Tommaso ed i suoi discepoli.
La città di Malapour divenne centro di spiritualità e luogo di preghiera, che riuniva centinaia di migliaia di fedeli a pregare a chiedere aiuto e grazia al Santo.
Innumerevoli sono i suoi miracoli in questa regione ed innumerevoli sono i cristiani che, con lacrime, si recano alla sua tomba a ringraziarlo ed a stargli vicini a piangere la sua dura morte per mano di barbari infedeli.
I suoi fedeli discepoli, dopo averlo pianto lo avvolsero in lenzuola e stoffe preziose, portate dalla figlia del re, Terzia, che era divnuta cristiana insieme ad altri membri della famiglia ed a dignitari di corte e lo seppellì in un luogo dove erano sepolti i re.
La regina, il suo figlio il Diacono Ouzani, il presbitero Onesiforo, che avevano ricevuto l’ordinazione
Sacra da San Tommaso, quando quest’ultimo si recò al martirio, Terzia, Marzia e Terziane, moglie del nobile Charasio rimasero per tutto il giorno e la notte a cantare una commovente veglia, pregando ed implorando il Santo di essere loro aiuto e protettore.
Di notte apparve l’apostolo Tommaso, dicendo ai fedeli che vegliavano: “Perché state sulla mia tomba? Non sono nella tomba, sono salito al cielo. Terzia e Migdonia, non dimenticate ciò che vi ho detto, custodite la pietà religiosa e Cristo vi aiuterà.”
I discepoli dell’Apostolo Tommaso, il Diacono Ouzani ed il Presbitero Onesiforo annunciarono con franchezza il Vangelo ed ogni giorno una folla innumerevole credeva e diveniva membro devoto della Chiesa di Cristo.
Trascorse molto tempo dal martirio e dalla sepoltura del santo corpo dell’apostolo Tommaso, quando il figlio del re di Misdia, era preda dei demoni e, non avendo trovato un rimedio, il re visitò la tomba dell’Apostolo per prendere un pezzo di reliquia e venerarla per aiutare, curare e salvare il figlio.
In seguito fu aperta la tomba, ma non trovò il corpo, perché di nascosto i suoi discepoli lo avevano preso e trasferito ad Edessa in Siria e, quindi, a Costantinopoli. Da lì, dopo la caduta di Costantinopoli, giunse a Roma ed infine nella vostra città, ad Ortona.
L’Apostolo Tommaso apparve al re di Misdia e gli disse: “Quando ero nella vita sulla terra non mi credevi, mentre ora mi credi. Tuttavia, per provare l’amore del mio Signore nei confronti degli uomini, prendi della terra dalla mia tomba ed applicala a tuo figlio, perché guarisca, poiché non conservo rancore.
Il re insieme al figlio malato giunse alla tomba del Santo, afferrò della terra con profonda fede ed autentica pietà religiosa, la applicò sul proprio figlio indemoniato, dicendo: “Credo nel Signore Gesù Cristo, vero Dio”. Da quel momento il figlio del re Ouzani guarì e furono tutti battezzati insieme alla corte ed alla maggior parte degli abitanti della città, che festeggiavano l’avvenimento e glorificavano Dio Onnipotente e Misericordioso.
Degne di memoria anche le lacrime e le parole del re di Misdia, che pregò la propria moglie e regina Migdonia di chiedere a Cristo il perdono dei precedenti peccati e mali commessi nei confronti dell’Apostolo.
8. Epilogo
Il discepolo di Cristo Tommaso, uno dei Dodici Apostoli, a prezzo di fatiche e difficoltà portò la luce della verità a quanti erano schiavi del peccato e possiamo affermare che il dubbio, che precedette la perfetta fede nella Resurrezione di Cristo, lo rafforzò più di tutti, e non solo lui fu rafforzato, ma anche gli Apostoli ed il luogo in cui annunciò il Vangelo della Salvezza, poiché conobbero e ricevettero Cristo, liberatore dell’umanità dal suo discepolo, che, liberato dal dubbio, dall’incredulità e mancanza di fede, giunse alla perfezione della fede ed al sacrificio.
La sua presenza con le suddette caratteristiche nei paesi, dove annunciò Gesù Cristo crocifisso e risorto dai morti” è forte è decisiva, convince ed illumina, prepara il terreno all’annuncio ed alla catechesi, ma, soprattutto, stupisce ed è accolta questa franchezza e forza dell’Apostolo Tommaso, che annunciò Cristo, compì miracoli, salvò anime, affrontò una terribile prova ed, infine, la morte che lo unì al “Signore e Dio”.
E’ una gloria spirituale ed un motivo di onore per la vostra Diocesi ospitare come preziosissimo tesoro le sacre reliquie dell’Apostolo Tommaso, la cui grazia si diffonde su tutti i vostri luoghi, benedicendo la Città di Ortona, proteggendo e custodendo il suo popolo.
Era premuroso, era un servo fedele. Amò il suo “Signore e Dio” e, quando il Sinedrio decise di condannarlo a morte, disse agli altri discepoli: “Andiamo anche noi a morire con lui. E’ meglio essere crocifissi col Signore, anziché vivere senza di lui”
Ecco il grande e magnifico esempio spirituale del Martirologio Cristiano, la santa e miracolosa figura, che non ha niente a che fare col dubbio e l’incredulità, ma con la perfetta fede, il sacrificio divino, che salva e dona la salvezza e l’eternità.

 

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 3 juillet, 2018 |Pas de commentaires »

SANT’ANDREA APOSTOLO E MARTIRE- 30 NOVEMBRE

http://www.30giorni.it/articoli_supplemento_id_17024_l1.htm

SANT’ANDREA – 30 NOVEMBRE

Andrea, fratello di Pietro, è l’apostolo dei Greci. Dopo la Pentecoste, la sua predicazione si svolge a Oriente, nella Scizia, regione fra i fiumi Danubio e Don. Riferisce questa notizia Origene (185-225 circa), riportato da Eusebio di Cesarea (Storia ecclesiastica, III, 1): «Quanto agli apostoli e ai discepoli del Salvatore nostro dispersi per tutta la terra, la tradizione riferisce che Tommaso ebbe in sorte la Partia, Andrea la Scizia e Giovanni, vissuto e morto a Efeso, l’Asia». Ma in seguito Andrea dovette passare nella provincia di Acaia, dove in particolare si svolse, come dice Girolamo, la sua predicazione, e divenne vescovo di Patrasso. Gli Atti apocrifi di Andrea (databili tra la fine del II secolo e l’inizio del III, ma rimaneggiati da numerosi rifacimenti posteriori, e che Eusebio di Cesarea respinge con decisione come eretici) gli attribuiscono anche, prima della definitiva permanenza in Acaia, la predicazione nell’Epiro e nella Tracia; qui, secondo una tradizione bizantina, sarebbe stato il primo vescovo di Bisanzio, la città che con Costantino si trasformerà nella nuova capitale dell’Impero romano, Costantinopoli.
La Passione di Andrea, antico racconto degli inizi del VI secolo, narra della morte di Andrea a Patrasso, martire verso l’anno 60 (il martirio in realtà avvenne forse qualche anno più tardi) sotto il proconsole romano Egea, che lo condanna al supplizio della crocifissione. Analogamente al fratello Pietro, Andrea secondo il racconto chiede di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù: una croce decussata, a forma di “X”, che rimarrà la caratteristica principale nell’iconografia dell’apostolo. Anche in questo caso, come per Pietro, la tradizione mantiene con buona probabilità un reale dato storico: si tratta di una modalità di supplizio non ignota al mondo romano.
La tradizione antica è unanime nel collocare anche la sepoltura di Andrea a Patrasso. Di là, come sappiamo prima da Girolamo (Gli uomini illustri, III, 7, 6) e poi dal Chronicon Paschale della prima metà del VII secolo, nell’anno 357 il corpo di Andrea venne traslato dall’imperatore Costanzo II a Costantinopoli, insieme a quello dell’evangelista Luca, e collocato nell’Apostoleion, la basilica dedicata agli apostoli, dove nell’anno precedente era stato traslato anche il corpo di Timoteo. Da fonti successive sembra doversi dedurre che non tutto il corpo di Andrea sia giunto a Costantinopoli, ma che quasi tutto il capo sia invece rimasto a Patrasso. È a questo momento cronologico che si richiama la notizia leggendaria della traslazione di parte delle reliquie di Andrea in Scozia (la nazione che ne ha fatto il proprio patrono e ha adottato la croce del suo martirio come emblema della propria bandiera), a Kilrymont (ora Saint Andrews), a opera di san Regolo, generatasi probabilmente a seguito dell’evangelizzazione iniziata nel 597, su impulso di papa Gregorio Magno, a opera del monaco Agostino (sant’Agostino di Canterbury). Custodite secondo la tradizione nella Cattedrale di Sant’Andrea a Edimburgo, queste reliquie comunque scomparvero a seguito della distruzione dell’interno dell’edificio, operata il 14 giugno 1559 dai protestanti.
All’inizio del XIII secolo le reliquie di Andrea arrivarono in Italia. Le portò ad Amalfi il cardinale Pietro Capuano, legato pontificio di Innocenzo III a seguito della spedizione della IV Crociata, che, invece di raggiungere la Terra Santa, aveva deviato prima per Zara e poi per Costantinopoli, assalita e saccheggiata nell’aprile del 1204. Pietro Capuano ritornò in Occidente nel 1206 e depositò temporaneamente le reliquie forse a Conca de’ Marini; fece quindi costruire appositamente (come ci dicono le fonti di metà del XIII secolo – in particolare la Translatio Corporis sancti Andree de Constantinopoli in Amalphiam di Matteo de Gariofalo – e come recenti rilevamenti hanno confermato) la cripta della Cattedrale di Amalfi e l’8 maggio 1208 vi depositò con tutti gli onori il corpo di Andrea. Dal nucleo delle reliquie venne probabilmente in questa occasione separata una parte di cranio, che venne ritrovata prima nel 1603, durante lavori di trasformazione della cripta, poi nuovamente nel 1846, quando fu sistemata in un reliquiario tuttora visibile.
Il capo custodito a Patrasso, invece, correndo nel 1460 il pericolo di finire nelle mani dei Turchi che avanzavano nella conquista dell’Acaia, giunse con una solenne cerimonia nel 1462 a Roma, portato su richiesta di papa Pio II da Tommaso Paleologo tiranno di Morea in fuga, ed è stato custodito in San Pietro (nel pilastro detto di Sant’Andrea) fino al giugno del 1964, quando per volontà di Paolo VI è stato restituito in segno di amicizia verso la Chiesa ortodossa al vescovo metropolita di Patrasso, dove ora riposa presso la chiesa dedicata ad Andrea, eretta sul luogo che la tradizione indica come quello del suo martirio. Sempre Paolo VI donò, nel 1969, una reliquia di Andrea alla Cattedrale di Santa Maria a Edimburgo, dove è venerata insieme a un’altra donata dall’arcivescovo di Amalfi nel 1879, a seguito del ripristino della gerarchia cattolica in Scozia.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 30 novembre, 2017 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060830.html

BENEDETTO XVI – SAN MATTEO – 21 SETTEMBRE

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI

Mercoledì, 30 agosto 2006

Cari fratelli e sorelle,

proseguendo nella serie dei ritratti dei dodici Apostoli, che abbiamo cominciato alcune settimane fa, oggi ci soffermiamo su Matteo. Per la verità, delineare compiutamente la sua figura è quasi impossibile, perché le notizie che lo riguardano sono poche e frammentarie. Ciò che possiamo fare, però, è tratteggiare non tanto la sua biografia quanto piuttosto il profilo che ne trasmette il Vangelo.
Intanto, egli risulta sempre presente negli elenchi dei Dodici scelti da Gesù (cfr Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,15; At 1,13). Il suo nome ebraico significa “dono di Dio”. Il primo Vangelo canonico, che va sotto il suo nome, ce lo presenta nell’elenco dei Dodici con una qualifica ben precisa: “il pubblicano” (Mt 10,3). In questo modo egli viene identificato con l’uomo seduto al banco delle imposte, che Gesù chiama alla propria sequela: “Andando via di là, Gesù vide un uomo seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli si alzò e lo seguì” (Mt 9,9). Anche Marco (cfr 2,13-17) e Luca (cfr 5,27-30) raccontano la chiamata dell’uomo seduto al banco delle imposte, ma lo chiamano “Levi”. Per immaginare la scena descritta in Mt 9,9 è sufficiente ricordare la magnifica tela di Caravaggio, conservata qui a Roma nella chiesa di San Luigi dei Francesi. Dai Vangeli emerge un ulteriore particolare biografico: nel passo che precede immediatamente il racconto della chiamata viene riferito un miracolo compiuto da Gesù a Cafarnao (cfr Mt 9,1-8; Mc 2,1-12) e si accenna alla prossimità del Mare di Galilea, cioè del Lago di Tiberiade (cfr Mc 2,13-14). Si può da ciò dedurre che Matteo esercitasse la funzione di esattore a Cafarnao, posta appunto “presso il mare” (Mt 4,13), dove Gesù era ospite fisso nella casa di Pietro.
Sulla base di queste semplici constatazioni che risultano dal Vangelo possiamo avanzare un paio di riflessioni. La prima è che Gesù accoglie nel gruppo dei suoi intimi un uomo che, secondo le concezioni in voga nell’Israele del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Matteo, infatti, non solo maneggiava denaro ritenuto impuro a motivo della sua provenienza da gente estranea al popolo di Dio, ma collaborava anche con un’autorità straniera odiosamente avida, i cui tributi potevano essere determinati anche in modo arbitrario. Per questi motivi, più di una volta i Vangeli parlano unitariamente di “pubblicani e peccatori” (Mt 9,10; Lc 15,1), di “pubblicani e prostitute” (Mt 21,31). Inoltre essi vedono nei pubblicani un esempio di grettezza (cfr Mt 5,46: amano solo coloro che li amano) e menzionano uno di loro, Zaccheo, come “capo dei pubblicani e ricco” (Lc 19,2), mentre l’opinione popolare li associava a “ladri, ingiusti, adulteri” (Lc 18, 11). Un primo dato salta all’occhio sulla base di questi accenni: Gesù non esclude nessuno dalla propria amicizia. Anzi, proprio mentre si trova a tavola in casa di Matteo-Levi, in risposta a chi esprimeva scandalo per il fatto che egli frequentava compagnie poco raccomandabili, pronuncia l’importante dichiarazione: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17).
Il buon annuncio del Vangelo consiste proprio in questo: nell’offerta della grazia di Dio al peccatore! Altrove, con la celebre parabola del fariseo e del pubblicano saliti al Tempio per pregare, Gesù indica addirittura un anonimo pubblicano come esempio apprezzabile di umile fiducia nella misericordia divina: mentre il fariseo si vanta della propria perfezione morale, “il pubblicano … non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»”. E Gesù commenta: “Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, ma chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,13-14). Nella figura di Matteo, dunque, i Vangeli ci propongono un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo fa un’annotazione significativa: egli osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto – commenta il Crisostomo – “poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca” (In Matth. Hom.: PL 57, 363). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Un’altra riflessione, che proviene dal racconto evangelico, è che alla chiamata di Gesù, Matteo risponde all’istante: “egli si alzò e lo seguì”. La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un cespite di guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Evidentemente Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Facilmente intuibile l’applicazione al presente: anche oggi non è ammissibile l’attaccamento a cose incompatibili con la sequela di Gesù, come è il caso delle ricchezze disoneste. Una volta Egli ebbe a dire senza mezzi termini: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel regno dei cieli; poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). E’ proprio ciò che fece Matteo: si alzò e lo seguì! In questo ‘alzarsi’ è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato ed insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù.
Ricordiamo, infine, che la tradizione della Chiesa antica è concorde nell’attribuire a Matteo la paternità del primo Vangelo. Ciò avviene già a partire da Papia, Vescovo di Gerapoli in Frigia attorno all’anno 130. Egli scrive: “Matteo raccolse le parole (del Signore) in lingua ebraica, e ciascuno le interpretò come poteva” (in Eusebio di Cesarea, Hist. eccl. III,39,16). Lo storico Eusebio aggiunge questa notizia: “Matteo, che dapprima aveva predicato tra gli ebrei, quando decise di andare anche presso altri popoli scrisse nella sua lingua materna il Vangelo da lui annunciato; così cercò di sostituire con lo scritto, presso coloro dai quali si separava, quello che essi perdevano con la sua partenza” (ibid., III, 24,6). Non abbiamo più il Vangelo scritto da Matteo in ebraico o in aramaico, ma nel Vangelo greco che abbiamo continuiamo a udire ancora, in qualche modo, la voce persuasiva del pubblicano Matteo che, diventato Apostolo, séguita ad annunciarci la salvatrice misericordia di Dio e ascoltiamo questo messaggio di san Matteo, meditiamolo sempre di nuovo per imparare anche noi ad alzarci e a seguire Gesù con decisione.

 

PAPA BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO

http://www.stpauls.it/coopera/0901cp/0901cp05.htm

PAPA BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO  

a cura di Olindo Crespi

Nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto, ha ricordato il Papa nell’Udienza generale di mercoledì 10 settembre, Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo.   «Cari fratelli e sorelle quell’incontro segnò l’inizio della missione di Paolo: egli non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. È proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro « che erano stati apostoli prima » di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come apostolo in senso stretto…

Le caratteristiche dell’apostolo Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra « i Dodici » e « tutti gli apostoli », menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come « l’infimo degli apostoli », paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: « Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me » (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: « Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio » (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere « visto il Signore » (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui. La seconda caratteristica è di « essere stati inviati ». Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto « inviato, mandato », cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce « apostolo di Gesù Cristo » (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche « servo di Gesù Cristo » (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale. Il terzo requisito è l’esercizio dell’ »annuncio del Vangelo », con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di « apostolo », infatti impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: « Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? » (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: « La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente » (3,2-3).

Identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di « un’anima di diamante » (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: « Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale » (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come « collaboratori di Dio » (1Cor 3,9; 2Cor 6, 1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia « scandalo e stoltezza » (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire « scandalo e stoltezza », partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: « Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi » (1 Cor 4,9-13). È un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

L’amore di Cristo Paolo, peraltro, supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: « Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore » (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana. Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, « per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22). Ancora: « Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia » (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia>>

CATECHESI DI BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO

http://www.stpauls.it/coopera/0901cp/0901cp05.htm

CATECHESI DI BENEDETTO XVI – GLI APOSTOLI, COLLABORATORI DI CRISTO  

 a cura di OLINTO CRESPI

Nella vita di san Paolo a seguito dell’incontro con il Cristo risorto, ha ricordato il Papa nell’Udienza generale di mercoledì 10 settembre, Gesù entrò nella sua vita e lo trasformò da persecutore in apostolo.   «Cari fratelli e sorelle quell’incontro segnò l’inizio della missione di Paolo: egli non poteva continuare a vivere come prima, adesso si sentiva investito dal Signore dell’incarico di annunciare il suo Vangelo in qualità di apostolo. È proprio di questa sua nuova condizione di vita, cioè dell’essere egli apostolo di Cristo, che vorrei parlare oggi. Noi normalmente, seguendo i Vangeli, identifichiamo i Dodici col titolo di apostoli, intendendo così indicare coloro che erano compagni di vita e ascoltatori dell’insegnamento di Gesù. Ma anche Paolo si sente vero apostolo e appare chiaro, pertanto, che il concetto paolino di apostolato non si restringe al gruppo dei Dodici. Ovviamente, Paolo sa distinguere bene il proprio caso da quello di coloro « che erano stati apostoli prima » di lui (Gal 1,17): ad essi riconosce un posto del tutto speciale nella vita della Chiesa. Eppure, come tutti sanno, anche san Paolo interpreta se stesso come apostolo in senso stretto…

Le caratteristiche dell’apostolo Quindi, egli aveva un concetto di apostolato che andava oltre quello legato soltanto al gruppo dei Dodici e tramandato soprattutto da san Luca negli Atti (cfr At 1,2.26; 6,2). Infatti, nella prima Lettera ai Corinzi Paolo opera una chiara distinzione tra « i Dodici » e « tutti gli apostoli », menzionati come due diversi gruppi di beneficiari delle apparizioni del Risorto (cfr 14,5.7). In quello stesso testo egli passa poi a nominare umilmente se stesso come « l’infimo degli apostoli », paragonandosi persino a un aborto e affermando testualmente: « Io non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è con me » (1 Cor 15,9-10). La metafora dell’aborto esprime un’estrema umiltà; la si troverà anche nella Lettera ai Romani di sant’Ignazio di Antiochia: « Sono l’ultimo di tutti, sono un aborto; ma mi sarà concesso di essere qualcosa, se raggiungerò Dio » (9,2). Ciò che il Vescovo di Antiochia dirà in rapporto al suo imminente martirio, prevedendo che esso capovolgerà la sua condizione di indegnità, san Paolo lo dice in relazione al proprio impegno apostolico: è in esso che si manifesta la fecondità della grazia di Dio, che sa appunto trasformare un uomo mal riuscito in uno splendido apostolo. Nelle sue Lettere appaiono tre caratteristiche principali, che costituiscono l’apostolo. La prima è di avere « visto il Signore » (cfr 1 Cor 9,1), cioè di avere avuto con lui un incontro determinante per la propria vita. Analogamente nella Lettera ai Galati (cfr 1,15-16) dirà di essere stato chiamato, quasi selezionato, per grazia di Dio con la rivelazione del Figlio suo in vista del lieto annuncio ai pagani. In definitiva, è il Signore che costituisce nell’apostolato, non la propria presunzione. L’apostolo non si fa da sé, ma tale è fatto dal Signore; quindi l’apostolo ha bisogno di rapportarsi costantemente al Signore. Questa è la prima caratteristica: aver visto il Signore, essere stato chiamato da Lui. La seconda caratteristica è di « essere stati inviati ». Lo stesso termine greco apóstolos significa appunto « inviato, mandato », cioè ambasciatore e portatore di un messaggio; egli deve quindi agire come incaricato e rappresentante di un mandante. È per questo che Paolo si definisce « apostolo di Gesù Cristo » (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1), cioè suo delegato, posto totalmente al suo servizio, tanto da chiamarsi anche « servo di Gesù Cristo » (Rm 1,1). Ancora una volta emerge in primo piano l’idea di una iniziativa altrui, quella di Dio in Cristo Gesù, a cui si è pienamente obbligati; ma soprattutto si sottolinea il fatto che da Lui si è ricevuta una missione da compiere in suo nome, mettendo assolutamente in secondo piano ogni interesse personale. Il terzo requisito è l’esercizio dell’ »annuncio del Vangelo », con la conseguente fondazione di Chiese. Quello di « apostolo », infatti impegna concretamente e anche drammaticamente tutta l’esistenza del soggetto interessato. Nella prima Lettera ai Corinzi Paolo esclama: « Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? » (9,1). Analogamente nella seconda Lettera ai Corinzi afferma: « La nostra lettera siete voi…, una lettera di Cristo composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente » (3,2-3).

Identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore Non ci si stupisce, dunque, se il Crisostomo parla di Paolo come di « un’anima di diamante » (Panegirici, 1,8), e continua dicendo: « Allo stesso modo che il fuoco appiccandosi a materiali diversi si rafforza ancor di più…, così la parola di Paolo guadagnava alla propria causa tutti coloro con cui entrava in relazione, e coloro che gli facevano guerra, catturati dai suoi discorsi, diventavano un alimento per questo fuoco spirituale » (ibid., 7,11). Questo spiega perché Paolo definisca gli apostoli come « collaboratori di Dio » (1Cor 3,9; 2Cor 6, 1), la cui grazia agisce con loro. Un elemento tipico del vero apostolo, messo bene in luce da san Paolo, è una sorta di identificazione tra Vangelo ed evangelizzatore, entrambi destinati alla medesima sorte. Nessuno come Paolo, infatti, ha evidenziato come l’annuncio della croce di Cristo appaia « scandalo e stoltezza » (1 Cor 1,23), a cui molti reagiscono con l’incomprensione ed il rifiuto. Ciò avveniva a quel tempo, e non deve stupire che altrettanto avvenga anche oggi. A questa sorte, di apparire « scandalo e stoltezza », partecipa quindi l’apostolo e Paolo lo sa: è questa l’esperienza della sua vita. Ai Corinzi scrive, non senza una venatura di ironia: « Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo diventati spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini. Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo schiaffeggiati, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti fino a oggi » (1 Cor 4,9-13). È un autoritratto della vita apostolica di san Paolo: in tutte queste sofferenze prevale la gioia di essere portatore della benedizione di Dio e della grazia del Vangelo.

L’amore di Cristo Paolo, peraltro, supera la prospettiva meramente umanistica, richiamando la componente dell’amore di Dio e di Cristo: « Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù nostro Signore » (Rm 8,35-39). Questa è la certezza, la gioia profonda che guida l’apostolo Paolo in tutte queste vicende: niente può separarci dall’amore di Dio. E questo amore è la vera ricchezza della vita umana. Come si vede, san Paolo si era donato al Vangelo con tutta la sua esistenza; potremmo dire ventiquattr’ore su ventiquattro! E compiva il suo ministero con fedeltà e con gioia, « per salvare ad ogni costo qualcuno » (1 Cor 9,22). Ancora: « Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia » (2 Cor 1,24). Questa rimane la missione di tutti gli apostoli di Cristo in tutti i tempi: essere collaboratori della vera gioia>>.

3 MAGGIO – SANTI FILIPPO E GIACOMO (f) APOSTOLI – …DI TERTULLIANO, SACERDOTE

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/0503letPage.htm

3 MAGGIO – SANTI FILIPPO E GIACOMO (f) APOSTOLI

UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA

DAL TRATTATO «SULLA PRESCRIZIONE DEGLI ERETICI» DI TERTULLIANO, SACERDOTE

(Cap. 20, 1-9; 21, 3; 22, 8-10; CCL 1, 201-204)   La predicazione apostolica Cristo Gesù, Signore nostro, per tutto il tempo che visse sulla terra manifestò chi egli era, chi era stato, qual era la volontà del Padre, che cosa l’uomo dovesse fare. Questa rivelazione la fece apertamente al popolo e separatamente ai discepoli, fra i quali scelse i Dodici, come partecipi del suo magistero universale. Perciò, escluso uno di loro, sul punto di ritornare al Padre, dopo la risurrezione, ordinò agli altri Undici di andare e di ammaestrare le nazioni, battezzandole nel Padre e Figlio e Spirito Santo. Gli apostoli, il cui nome significa «mandati» sorteggiarono come dodicesimo del loro gruppo Mattia al posto di Giuda e ciò in ossequio all’autorità profetica del salmo di Davide. Avendo ricevuto, secondo la promessa, lo Spirito Santo che doveva renderli capaci di fare i miracoli e di predicare, testimoniarono la fede in Gesù Cristo prima in Giudea e poi in tutto il mondo istituendo ovunque chiese particolari. Ovunque fecero risuonare il medesimo insegnamento e annunziarono la medesima fede. Così fondarono chiese in ogni città. Da queste ricevettero la linfa della fede e i segni della dottrina tutte le altre chiese e tutte le altre popolazioni che tendono a divenire chiese. Tutte queste chiese venivano considerate apostoliche come figlie delle chiese degli apostoli. E’ necessario che ogni cosa risalga alle sue origini. Perciò tra tante e tanto grandi chiese, unica è la prima fondata dagli apostoli e dalla quale derivano tutte le altre. Così tutte sono prime e tutte apostoliche, perché tutte sono una. La comunione di pace, la fraternità che le caratterizza, la vicendevole disponibilità dimostrano la loro unità. Titolo di queste prerogative è la medesima tradizione e il medesimo sacro legame. Che cosa poi gli apostoli abbiano predicato, cioè che cosa Cristo abbia loro rivelato, non può essere altrimenti provato che per mezzo delle chiese stesse che gli apostoli hanno fondato, e alle quali hanno predicato sia a viva voce, sia in seguito per mezzo di lettere. Un giorno il Signore aveva detto apertamente: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso»; aveva tuttavia soggiunto: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera» (Gv 16, 12-13). Dimostrò con questo che essi non ignoravano nulla. Essi avevano la promessa di ricevere «tutta la verità» per mezzo dello Spirito di verità. La promessa fu mantenuta come provano gli Atti degli Apostoli quando narrano la discesa dello Spirito Santo.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 3 mai, 2016 |Pas de commentaires »

30 NOVEMBRE SANT’ ANDREA – OMELIA DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO

http://www.maranatha.it/Ore/solenfeste/1130letPage.htm

30 NOVEMBRE SANT’ ANDREA (f) APOSTOLO

UFFICIO DELLE LETTURE

Seconda Lettura

Dalle «Omelie sul vangelo di Giovanni» di san Giovanni Crisostomo, vescovo    (Om. 19, 1; PG 59, 120-121)

Abbiamo trovato il Messia

Andrea, dopo essere restato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1, 41). Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento. Quella di Andrea è la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia. Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo, mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente li amasse e come fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale. Guarda anche l’animo di Pietro, fin dall’inizio docile e pronto alla fede: immediatamente corre senza preoccuparsi di nient’altro. Infatti dice: «Lo condusse da Gesù» (Gv 1, 42). Nessuno certo condannerà la facile condiscendenza di Pietro nell’accogliere la parola del fratello senza aver prima esaminati a lungo le cose. E’ probabile infatti che il fratello gli abbia narrato i fatti con maggior precisione e più a lungo, mentre gli evangelisti compendiano ogni loro racconto preoccupandosi della brevità. D’altra parte non è detto nemmeno che abbia creduto senza porre domande, ma che Andrea «lo condusse da Gesù», affidandolo a lui perché imparasse tutto da lui direttamente. C’era insieme infatti anche un altro discepolo e anche lui fu guidato nello stesso modo. Se Giovanni Battista dicendo: Ecco l’Agnello di Dio, e ancora: Ecco colui che battezza nello Spirito (cfr. Gv 1, 29. 33), lasciò che un più chiaro insegnamento su questo venisse da Cristo stesso, certamente con motivi ancor più validi si comportò in questo modo Andrea, non ritenendosi tale da dare una spiegazione completa ed esauriente. Per cui guidò il fratello alla sorgente stessa della luce con tale premura e gioia da non aspettare nemmeno un istante

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