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LA LETTERA DI CLEMENTE ROMANO AI CORINZI

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LA LETTERA DI CLEMENTE ROMANO AI CORINZI

Il più antico documento letterario della religione cristiana che possa essere datato, immediatamente posteriore al tempo degli apostoli, è la lettera di Clemente Romano ai Corinzi scritta nell’ultima decade del primo secolo. E’ interessante osservare il mutamento avvenuto nel modo di pensare dei Cristiani ad appena trent’anni dalla morte di Paolo. Quest’ultimo aveva scritto alla comunità dei Corinzi nell’intenzione di appianarne le controversie ; Clemente, vescovo di Roma, si rivolge alla medesima comunità perché essa rifiutava di riconoscere l’autorità del proprio vescovo : nelle forme della antica arte retorica, adducendo molti esempi, dimostra loro gli effetti tragici della sedizione (sta@siv) e della disobbedienza. Quando poi arriva al punto in cui è necessario introdurre il topos più terrificante, che, cioè, le discordie intestine travolsero grandi regni, Clemente si astiene dal dare esempi per timore di addentrarsi eccessivamente nella storia pagana e profana, ma applica senza esitare le regole dell’eloquenza politica : il tema da lui suggerito, ad esempio, è sempre stato propagandato dai poeti, dai sofisti e da moltissimi uomini di governo della polis greca classica ( éomo@noia).
In età romana la Concordia è persino diventata una dea, raffigurata sulle monete ed invocata alle nozze ed alle feste : i filosofi l’avevano celebrata come potenza divina che regge l’universo e mantiene nel mondo la pace e l’ordine. Clemente nel capitolo XX della lettera fa esplicito riferimento a queste concezioni, quando nomina la concordia come “ordine cosmico del Tutto”.
L’esempio di Paolo in I Cor.12 deve aver incoraggiato Clemente a ricorrere in questa congiuntura alla tradizione classica greca. Paolo aveva raccontato ai Corinzi l’apologo famoso della lite fra le parti del corpo umano : come essi rifiutarono di compiere le funzioni che erano loro proprie all’interno dell’organismo, sino a che furono costretti a comprendere che erano tutte parti di un corpo e solo come tali potevano esistere. Era la stessa favola che Menenio Agrippa aveva raccontato alla plebe quando questa aveva lasciato la città di Roma e si era ritirata sul Monte Sacro, dopo aver deciso di non voler più vivere con i patrizi. Tutti conoscono questa storia da Livio, ma compariva anche in diversi storici greci, perché sembra risalire ad un discorso simile pronunciato da un sofista greco.
Il discorso affrontato da Clemente, però, è diverso : sicuramente si servì per il suo racconto di una fonte stoica, soprattutto nell’entusiastico elogio dell’armonia, signora di tutta la natura. E’ significativo che Clemente, per sottolineare il concetto di coralità e di collaborazione fra tutti i Cristiani faccia uso del termine ‘ekklesiéa, che rimandava sicuramente la mente del lettore al suo significato più arcaico ed originale, l’assemblea di tutti i cittadini della polis greca. Clemente ricorre con grande frequenza nella sua lettera alla tradizione della paideia classica, nella quale ha saldissime radici. La concezione organica della società, che egli riprende dal pensiero politico greco, acquista nelle sue mani un significato quasi mistico, di unità nel corpo di Cristo.
Dopo aver sottolineato, nel capitolo XXXVII, il parallelismo con l’esercito romano e la sua disciplina gerarchica, Clemente osa attingere persino alla tragedia greca, citando Sofocle ed Euripide: i grandi non possono esistere senza i piccoli ed i piccoli senza i grandi (famoso è il coro di Sofocle nell’Aiace, al v. 158). Clemente sottolinea l’importanza delle parti più piccole del corpo umano per la vita del corpo intero, affermando al termine della sua argomentazione che “tutte respirano insieme” ( sunpnei^, latino conspirant) e dunque subordinano se stesse alla conservazione dell’impero. Il verbo greco sumpne@w significa avere in comune il pne@uma, cioè lo spirito. Il fatto che Clemente usi questa parola per le parti del corpo implica che un solo spirito permea e anima tutto l’organismo. Quest’idea veniva direttamente dalla medicina greca (su@gkrasiv) e poi dalla filosofia stoica.
Clemente aveva bisogno per i suoi fini di un ordo christianus, per rinsaldare la Chiesa in rapida espansione : è chiaro l’intento “educativo” rivolto nella lettera a tutti i membri della comunità, dai diaconi ai laici, perché rispettino ciascuno il proprio posto.
Fondamentale è, all’interno della lettera di Clemente, l’utilizzo del termine paideia, utilizzato generalmente nell’espressione “paidei@a tou^ Kuri@ou”. Ciò che di meglio egli ha desunto da una vastissima tradizione filosofica e culturale propria di numerosissime fonti pagane da lui citate indirettamente è stato magistralmente inserito entro questo vasto concetto di paideia divina, perché, se così non fosse, non avrebbe potuto servirsene per il suo scopo, che è quello di convincere il popolo di Corinto della verità del suo insegnamento. Le verità e le sententiae dei poeti e dei pensatori greci che egli incorpora nella sua paideia cristiana hanno lo scopo di dare la forza dell’evidenza a tutta l’opera. L’alto valore dato alla paideia in quest’ultima parte della lettera, nella quale Clemente cerca di far comprendere a coloro cui si rivolge il fine (sko@pov) del suo scritto, non può essere interamente spiegato dalla parte che tale idea ha avuto sino ad allora all’interno del pensiero cristiano esso è stato senza alcun dubbio enormemente accresciuto dalla valutazione che della paideia è stata data nella civiltà greca.

 

22 NOVEMBRE -SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

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22 NOVEMBRE -SANTA CECILIA, VERGINE E MARTIRE

Nobile romana.

La festa di santa Cecilia, vergine e martire, è la più popolare fra le feste che si succedono al declinare dell’anno liturgico. Cecilia appartenne ad una delle più illustri famiglie di Roma e nel secolo III fu una delle più grandi benefattrici della Chiesa, per la sua generosità e per il dono che alla Chiesa fece del suo palazzo in Trastevere. Meritò certamente per questo di essere sepolta con onore nel cimitero di san Callisto presso la cripta destinata alla sepoltura dei Papi. Ma ciò che maggiormente contribuì a farla amare dappertutto è il fatto che sul suo ricordo è nato un grazioso racconto, che ha ispirato pittori, musici, poeti e la stessa Liturgia.
Cecilia sarebbe stata costretta a sposare un giovane pagano: Valeriano. Durante il festino nuziale, rallegrata dalle melodie della musica, Cecilia nel suo cuore si univa agli Angeli per cantare le lodi di Dio, al quale si era consacrata. Condannata ad essere bruciata nelle terme del suo palazzo, il fuoco non la toccò e, inviato un carnefice, perché le troncasse la testa, tentò tre volte, facendole tre gravi ferite al collo, ma la lasciò ancora semiviva e l’agonia durò quattro giorni. Fu deposta nella tomba vestita della veste di broccato d’oro, che indossava nel giorno del martirio, il suo palazzo fu trasformato in basilica.

Il culto.
I fedeli non dimenticarono la giovane martire e sappiamo che già nel secolo V essi solevano raccogliersi al titolo di santa Cecilia. Nel secolo VI Cecilia era forse la santa più venerata di Roma e nel secolo nono Papa Pasquale restaurò la sua chiesa. Spiacente di non possedere reliquie della santa, il Papa vide una notte in sogno una giovane bellissima, che gli disse essere il suo corpo molto vicino alla chiesa restaurata. Fatti degli scavi si ritrovò il corpo vestito di broccato e fu collocato in un sarcofago di marmo sotto l’altare della chiesa.
Nel 1559 il cardinale Sfondrati, modificando l’altare, ritrovò il sarcofago e lo fece aprire. I presenti videro un corpo coperto di un leggero velo, che ne lasciava intravvedere le forme e sul quale scintillavano i resti della veste di broccato. Emozione e gioia a Roma furono immense, ma non si osò, per un senso di rispetto, sollevare il velo per rendersi conto delle condizioni della salma venerata. Lo scultore Maderno riprodusse nel marmo, idealizzandola, la positura della santa che evoca l’idea della verginità e del martirio. Da quella data, come canta un inno,  » il corpo riposa sotto il marmo silenzioso, mentre in cielo, sul suo trono, l’anima di Cecilia canta la sua gioia e accoglie con benevolenza i nostri voti ».
E i nostri voti la Chiesa rivolge a santa Cecilia, ricordando il suo nome ogni giorno nel Canone della Messa e cantandolo nelle Litanie dei Santi, in occasione delle suppliche solenni. I musici di ogni regione del mondo la venerano quale patrona, la Francia innalzò in Albi una luminosa cattedrale e nel 1866, Dom Guéranger pose sotto la protezione della santa, modello di verginità cristiana e di puro amore, il primo convento dei Benedettini della Congregazione di san Pietro di Solesmes.

Gli insegnamenti della santa.
La scarsità di notizie storiche non deve sminuire l’amore che dobbiamo serbare per i santi ai quali la Chiesa ha sempre reso un culto, ottenendo costante protezione e grazie importanti nel corso della storia.
« La Chiesa onora in santa Cecilia, diceva Dom Guéranger, tre caratteristiche, che, riunite insieme, la distinguono nella meravigliosa coorte dei santi in cielo e ne fa derivare grazie ed esempi. Le caratteristiche sono la verginità, lo zelo apostolico e il sovrumano coraggio con il quale sfidò la morte e i supplizi e di qui il triplice insegnamento che ci dà questa sola storia cristiana ».

La verginità.
« Nel nostro tempo, ciecamente asservito al culto della sensualità, occorre resistere con le forti lezioni della nostra fede al travolgimento cui a stento riescono a sottrarsi i figli della promessa. Dopo la caduta dell’impero romano si videro forse costumi, famiglia e società correre pericolo così grave?
Letteratura, arti, lusso, già da tempo presentano il godimento fisico come unico scopo dell’uomo e ormai nella società troviamo molti che vivono col solo intento di soddisfare i sensi. Sventurato il giorno in cui la società, per essere salvata, crederà di poter contare sulle energie dei suoi membri! L’impero romano fece l’esperienza, tentò più volte di respingere l’invasione, ma per l’infrollimento dei suoi figli, ricadde su se stesso e non si sollevò più.
Soprattutto è minacciata la famiglia. È tempo che essa pensi alla sua difesa contro il riconoscimento legale e l’incoraggiamento del divorzio, e si difenderà in un modo solo: riformando se stessa, rigenerandosi con la legge di Dio e ritornando dignitosa e cristiana. Torni in onore il matrimonio con le sue caste esigenze, cessi di essere un gioco o una speculazione, paternità e maternità siano serio dovere e non calcolo e, con la famiglia, riprenderanno dignità e vigore la città e lo Stato.
Però, se gli uomini non sapranno apprezzare l’elemento superiore, senza del quale la natura umana è soltanto rovina, cioè la continenza, il matrimonio non potrà di nuovo nobilitarsi. Non tutti sono tenuti ad abbracciarlo nella sua nozione assoluta, ma tutti devono onorarlo, se non vogliono trovarsi in balia del senso mostruoso come dice l’Apostolo (Rm 1,28). La continenza rivela all’uomo il segreto della sua dignità, che tempra l’anima a tutte le rinunce, che risana il cuore ed eleva tutto il suo essere. La continenza è il culmine della bellezza morale dell’individuo e, nello stesso tempo, la grande forza della società umana. Il mondo antico, avendone soffocato il sentimento, andò in dissoluzione e solo il Figlio della Vergine, comparso sulla terra, rinnovando e affermando questo principio salvatore, diede all’umanità nuove energie.
I figli della Chiesa, degni di questo nome, gustano questa dottrina e non ne restano stupiti, perché le parole del Salvatore e degli Apostoli loro hanno rivelato, e la storia della fede che professano in ogni sua pagina presenta loro in atto, la feconda virtù della continenza. che tutti gli stati della vita cristiana devono professare, ciascuno nella sua misura. Per essi santa Cecilia è solo un esempio di più, ma così fulgido da meritare la venerazione di tutti i tempi nella storia del cristianesimo. Quanta virtù ha ispirato Cecilia, quanto coraggio ha saputo infondere e quante debolezze ha prevenute o riparate! Tanta potenza di moralizzazione pose Dio nei suoi santi che influisce non solo attraverso la diretta imitazione delle loro virtù, ma ancora per le induzioni che ciascun fedele può trarne per il suo caso particolare ».

Lo zelo apostolico.
« Il secondo carattere che si deve studiare nella vita di santa Cecilia è l’ardore dello zelo del quale resta ammirabile esempio e anche sotto questo aspetto possiamo raccogliere utili insegnamenti. Caratteristica dell’epoca nostra è l’insensibilità al male del quale non ci sentiamo personalmente responsabili, i cui risultati non ci toccano. Si è daccordo che tutto precipita, si nota il totale sfacelo e non si pensa neppure a tendere la mano al vicino, per strapparlo al naufragio. Dove saremmo, se il cuore dei primi cristiani fosse stato gelido come il nostro e non fosse stato conquiso dall’immensa pietà e dall’inesauribile amore, che loro vietò di non avere più speranza per il mondo in cui Dio li aveva collocati, perché fossero sale della terra? (Mt 5,13). Tutti allora sentivano la responsabilità del dono ricevuto. Liberi o schiavi, persone note o sconosciute, tutti erano oggetto di una dedizione senza limiti da parte di questi cuori pieni della carità di Cristo. Leggendo gli Atti degli Apostoli e le Epistole si vedrà con quale pienezza si sviluppava l’apostolato dei primi tempi e come l’ardore dello zelo durasse a lungo senza affievolirsi, tanto che i pagani dicevano: « Vedete come si amano! ». Come avrebbero potuto non amarsi, se in ordine alla fede si sentivano figli gli uni degli altri?
Quanta tenerezza materna provava Cecilia per i fratelli, per il fatto di essere cristiana! Il nome di Cecilia, e con il suo molti altri, ci testimoniano che il cristianesimo conquistò il mondo, strappandolo al giogo della depravazione pagana, con questi atti di devozione agli altri che, compiuti in mille luoghi nello stesso tempo, produssero un completo rinnovamento. Imitiamo almeno in parte questi esempi cui tutto dobbiamo e vediamo di sciupare meno tempo ed eloquenza a gemere su mali già troppo noti. È meglio che ciascuno si metta all’opera e conquisti uno almeno dei suoi fratelli e il numero dei fedeli avrà già superato quello degli increduli. Lo zelo non è morto, lo sappiamo, opera anzi in molti e dà gioia e conforto alla Chiesa con i suoi frutti; ma perché deve dormire cosi profondamente in tanti cuori che Dio per lo zelo aveva preparati? ».

Il coraggio.
« Basterebbe davvero a caratterizzare l’epoca il generale torpore causato dalla mollezza dei costumi; conviene aggiungere ancora un altro sentimento, che ha la stessa sorgente e basterebbe, se dovesse durare a lungo, a rendere incurabile il decadimento di una nazione. Tale sentimento è la paura che ormai si è estesa a tutti. Paura di perdere i propri beni o i propri posti, paura di rinunciare al proprio lusso o alle proprie comodità, paura infine di perdere la vita! Non occorre dire che nulla snerva di più e maggiormente danneggia il mondo di questa umiliante preoccupazione, ma soprattutto occorre dire che non è affatto cristiana. Dimentichiamo di essere soltanto pellegrini sulla terra e abbiamo spenta nel cuore la speranza dei beni futuri! Cecilia ci insegna a disfarci della paura. Quando Cecilia era viva, la vita era meno sicura di oggi e a ragione si poteva avere paura e tuttavia si era tranquilli e spesso i potenti tremavano davanti alle loro vittime.
Solo Dio sa ciò che ci attende; ma se la paura non è sostituita da un sentimento più degno dell’uomo e del cristiano, la crisi politica divorerà presto la vita dei singoli e perciò, qualsiasi cosa avvenga, è giunta l’ora di ricominciare la nostra storia. Non sarà vano l’insegnamento, se arriveremo a comprendere che con la paura i primi cristiani ci avrebbero traditi, perché la parola di vita non sarebbe giunta fino a noi, con la paura a nostra volta tradiremmo le future generazioni, che da noi attendono di ricevere il deposito ricevuto dai nostri padri » (Dom Guéranger, u. s.).

Lode allo sposo delle vergini.
« Quale nobile falange ti segue, o Signore, Sposo delle vergini! Le anime di elezione sono tua conquista e dalle loro pure labbra sale a te la lode squisita dei loro cuori ferventi. Non è possibile contarle attraverso i secoli, perché ogni generazione ne accresce il numero, da quelle che consacrano, per amore a te, la loro vita ai poveri, ai malati, ai lebbrosi, e a tutte le miserie morali, a quelle che, per amore tuo, rinunciano alle gioie della famiglia e si consacrano alle scuole cristiane, alle istituzioni benefiche o si mortificano nei chiostri.
Ecco, prime, le vergini particolarmente benemerite, perché sigillarono col sangue il loro amore sui roghi o nelle arene: Blandina, Barbara, Agata, Lucia, Agnese… e Cecilia, che in nome di tutte fece omaggio della loro fortezza e consacrò la gloria della loro virtù, a te, o Gesù, seminator casti consilii (Prima Antifona del secondo Notturno della festa), divino seminatore di casti propositi, che solo, mieti simili spighe, che solo, leghi tali manipoli! ».

Preghiera alla patrona dei musici.
« Una similitudine frequente nei Padri della Chiesa fa dell’anima nostra una sinfonia, un’orchestra, Symphonialis anima. Appena la grazia l’afferra, come il soffio che sotto le dita dell’artista fa vibrare l’organo, si commuove e vibra all’unisono coi pensieri e sentimenti del Salvatore. Ecco il magnifico concerto delle anime pure, che Dio può ascoltare con compiacenza, senza che lo turbi la stonatura delle note false del peccato, né la cacofonia urtante delle bestemmie e dei tradimenti!
Degnati, o Cecilia, ricambiare il nostro omaggio, ottenendoci la costante armonia della nostra volontà con le nostre aspirazioni alla virtù e le nostre possibilità di fare il bene! Degnati convincerci che lo stato di grazia, vita normale del cristiano, non è sola astensione dal male, né avara e fredda osservanza dei comandamenti, ma un’attività piena di gioia e di entusiasmo, che sa dare alla carità e allo zelo tutte le possibilità » (Card. Grente, Oeuvres Oratoires, VIII, p. 17-20).

Preghiera per la Chiesa.
« Aggiungiamo ancora una preghiera per la santa Chiesa di cui fosti umile figlia, prima di esserne speranza e sostegno. Nella notte fitta del secolo presente, lo Sposo tarda ad apparire e nel solenne e misterioso silenzio permette alla vergine di abbandonarsi al sonno fino a quando si farà sentire l’annuncio del suo arrivo (Mt 25,5). Onoriamo il tuo riposo sulla porpora della tua vittoria, o Cecilia!
Sappiamo che non ci dimentichi, perché nel Cantico, lo Sposo dice: Dormo, ma il mio cuore vigila (Ct 5,2).
È vicina l’ora in cui lo Sposo apparirà, chiamando tutti i suoi sotto l’insegna della sua Croce e presto risuonerà il grido: Ecco lo Sposo, uscitegli incontro! (Mt 25,6). Dirai allora, o Cecilia, ai cristiani, come al fedele drappello, che, nell’opera della lotta si è stretto attorno a te: Soldati di Cristo, rigettate le opere delle tenebre, vestite le armi della luce (Atti di santa Cecilia).
La Chiesa, che pronunzia tutti i giorni il tuo nome con amore e con fede durante i santi Misteri, attende con certezza il tuo soccorso, o Cecilia! Sa che l’aiuto non le mancherà. Tu prepara la sua vittoria, elevando i cuori cristiani verso le sole realtà troppo spesso dimenticate. Quando gli uomini ripenseranno alla eternità del nostro destino, sarà assicurata salvezza e pace ai popoli.
Sii sempre, o Cecilia, le delizie dello Sposo! Saziati dell’armonia suprema di cui è sorgente. Veglierai su di noi dalla gloria del cielo e, quando giungerà la nostra ultima ora, assistici, te ne supplichiamo, per i meriti del tuo eroico martirio, assistici sul letto di morte, ricevi l’anima nostra nelle tue braccia, portala al soggiorno immortale, dove ci sarà dato comprendere, vedendo la felicità che ti circonda, il prezzo della verginità, dell’apostolato e del martirio » (Dom Guéranger, Histoire de sainte Cécile, 1849, Conclusione).

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 1302-1308

 

SAN LORENZO 10 AGOSTO – FU MINISTRO DEL SANGUE DI CRISTO – DAI «DISCORSI» DI SANT’AGOSTINO

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SAN LORENZO 10 AGOSTO – FU MINISTRO DEL SANGUE DI CRISTO – DAI «DISCORSI» DI SANT’AGOSTINO,

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo  (Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397)

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione. San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, verso il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3, 16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambio quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte. Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che «patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1 Pt 2, 21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliarli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. Infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto. Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità! «Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2, 7-8). Quale abbassamento! Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano l’esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3, 1).  

GIOVANNI PAOLO II – SAN STANISLAO DI CRACOVIA – 11 APRILE

https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/homilies/1979/documents/hf_jp-ii_hom_19790610_polonia-cracovia-blonia-k.html

PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

MESSA PONTIFICALE IN ONORE DI SAN STANISLAO

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II – SAN STANISLAO DI CRACOVIA – 11 APRILE

Cracovia, 10 giugno 1979

Sia lodato Gesù Cristo!

1. Noi tutti oggi qui riuniti ci troviamo dinanzi ad un grande mistero della storia dell’uomo: Cristo, dopo la sua Risurrezione, s’incontra con gli apostoli in Galilea e rivolge loro le parole, che poco fa abbiamo sentito dalle labbra del diacono che ha annunciato il Vangelo: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20). In queste parole è racchiuso il grande mistero della storia dell’umanità e della storia dell’uomo. Ogni uomo infatti procede. Procede verso l’avvenire. Anche le nazioni procedono. E tutta l’umanità. Procedere significa non soltanto subire le esigenze del tempo, lasciando continuamente dietro di sé il passato: il giorno di ieri, gli anni, i secoli… Procedere vuol dire essere anche coscienti del fine. Forse che l’uomo e l’umanità nel loro cammino attraverso questa terra passano soltanto o spariscono? Per l’uomo tutto consiste forse in ciò che egli, su questa terra, costruisce, conquista e di cui gode? Indipendentemente da tutte le conquiste, da tutto l’insieme della vita (cultura, civiltà, tecnica) non lo attende nient’altro? “Passa la figura di questo mondo”! E l’uomo passa totalmente insieme ad essa?… Le parole che Cristo pronunciò nel momento del congedo dagli Apostoli esprimono il mistero della storia dell’uomo, di ciascuno e di tutti, il mistero della storia dell’umanità. Il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo è un’immersione nel Dio vivo, “in Colui che è”, come dice il libro della Genesi, in Colui “che è, che era e che viene”, come dice l’Apocalisse (Ap 1,4). Il battesimo è l’inizio dell’incontro, dell’unità, della comunione, per cui tutta la vita terrena è soltanto un prologo e un’introduzione; il compimento e la pienezza appartengono all’eternità. “Passa la figura di questo mondo”. Dobbiamo quindi trovarci “nel mondo di Dio”, per raggiungere il fine, per arrivare alla pienezza della vita e della vocazione dell’uomo. Cristo ci ha mostrato questa via e congedandosi dagli Apostoli, l’ha riconfermata ancora una volta, ha loro raccomandato che essi e tutta la Chiesa insegnassero a osservare tutto ciò che egli aveva loro comandato: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. 2. Ascoltiamo sempre con la massima commozione queste parole, con cui il Redentore risorto delinea la storia dell’umanità e insieme la storia di ogni uomo. Quando dice “ammaestrate tutte le nazioni”, appare dinanzi agli occhi della nostra anima il momento in cui il Vangelo è giunto alla nostra Nazione, agli inizi stessi della sua storia, e quando i primi Polacchi hanno ricevuto il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il profilo spirituale della storia della Patria è stato tracciato dalle stesse parole di Cristo, dette agli Apostoli. Il profilo della storia spirituale di ognuno di noi è stato anche tracciato pressappoco nello stesso modo. responsabile. Egli può e deve con lo sforzo personale del pensiero, giungere alla verità. Può e deve scegliere e decidere. Il battesimo, ricevuto agli inizi della storia della Polonia, ci ha resi ancor più coscienti dell’autentica grandezza dell’uomo; “l’immersione nell’acqua” è segno della chiamata a partecipare alla vita della Santissima Trinità, ed è nello stesso tempo una verifica insostituibile della dignità di ogni uomo. Già la stessa chiamata testimonia in suo favore: l’uomo deve avere una dignità straordinaria, se è stato chiamato a tale partecipazione, alla partecipazione alla vita di Dio stesso. Parimenti, tutto il processo storico della coscienza e delle scelte dell’uomo è strettamente legato alla viva tradizione della propria nazione, nella quale, attraverso tutte le generazioni, risuonano con viva eco le parole di Cristo, la testimonianza del Vangelo, la cultura cristiana, le consuetudini nate dalla fede, dalla speranza e dalla carità. L’uomo sceglie consapevolmente, con libertà interiore. Qui la tradizione non è limitazione: è tesoro, è ricchezza spirituale, è un grande bene comune, che si conferma con ogni scelta, con ogni atto nobile, con ogni vita autenticamente vissuta da cristiano. Si può respingere tutto questo? Si può dire no? Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell’uomo? Certamente si può. L’uomo è libero. L’uomo può dire a Dio: no. L’uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: è lecito farlo? E nel nome di che cosa è lecito? Quale argomento razionale, quale valore della volontà e del cuore puoi tu mettere dinanzi a te stesso, al prossimo, ai connazionali e alla nazione, per respingere, per dire “no” a ciò di cui tutti abbiamo vissuto per mille anni? A ciò che ha creato ed ha sempre costituito le basi della nostra identità? Una volta Cristo chiese agli Apostoli (ciò ebbe luogo dopo la promessa dell’istituzione dell’Eucaristia, e molti si staccarono da lui): “forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). Permettete che il successore di Pietro, dinanzi a voi tutti qui radunati, dinanzi a tutta la nostra storia, e alla società contemporanea, ripeta oggi le parole di Pietro, che furono allora la sua risposta alla domanda di Cristo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). 3. San Stanislao è stato Vescovo di Cracovia per sette anni, come è confermato dalle fonti storiche. Questo vescovo-connazionale, oriundo del non lontano Szczepanów, ha assunto la sede di Cracovia nel 1072, per lasciarla nel 1079, subendo la morte per mano del re Boleslao l’Ardito. Il giorno della morte, secondo le fonti era l’11 aprile ed è in questo giorno che il calendario liturgico della Chiesa universale commemora San Stanislao. In Polonia la solennità del vescovo martire è da secoli celebrata l’8 maggio e continua ad esserlo anche oggi. Quando, come metropolita di Cracovia, ho iniziato con voi i preparativi per il nono centenario della morte di San Stanislao, che ricorre quest’anno, eravamo tutti ancora sotto l’impressione del millennio del Battesimo della Polonia, celebrato nell’anno del Signore 1966. Sullo sfondo di questo evento e in confronto alla figura di Sant’Adalberto, anche lui vescovo e martire, la cui vita è stata unita nella nostra storia all’epoca del battesimo, la figura di San Stanislao sembra indicare (per analogia) un altro sacramento, che fa parte dell’iniziazione del cristiano alla fede e alla vita della Chiesa. Questo sacramento, come è noto, è quello della Cresima, ossia quello della Confermazione. Tutta la rilettura “giubilare” della missione di San Stanislao nella storia del nostro millennio cristiano, e inoltre tutta la preparazione spirituale alle celebrazioni di quest’anno si riferiva proprio a questo sacramento della Cresima, cioè della confermazione. L’analoga ha molti aspetti. Soprattutto però l’abbiamo cercata nel normale sviluppo della vita cristiana. Come un uomo battezzato diventa cristiano maturo mediante il sacramento della Cresima, così anche la Provvidenza divina ha dato alla nostra Nazione, a suo tempo, dopo il Battesimo, il momento storico della Cresima. San Stanislao, che dall’epoca del battesimo è separato da quasi un intero secolo, simboleggia questo momento in modo particolare, per il fatto che ha reso testimonianza a Cristo versando il proprio sangue. Il sacramento della Cresima nella vita di ogni cristiano, di solito giovane, perché è la gioventù che riceve questo sacramento – anche la Polonia allora era giovane nazione e Paese – deve far sì che anche lui diventi “testimone di Cristo” sulla misura della propria vita e della propria vocazione. Questo è un sacramento che in modo particolare ci associa alla missione degli Apostoli, in quanto introduce ogni battezzato nell’apostolato della Chiesa (specialmente nell’apostolato cosiddetto dei laici). È il sacramento che deve far nascere in noi uno spiccato senso di responsabilità per la Chiesa, per il Vangelo, per la causa di Cristo nelle anime umane, per la salvezza del mondo. Il sacramento della Cresima lo riceviamo solo una volta nella vita (come è del battesimo), e tutta la vita, che si apre nella prospettiva di questo sacramento, acquista l’aspetto di una grande e fondamentale prova: prova di fede e di carattere. San Stanislao è diventato, nella storia spirituale dei Polacchi, patrono di quella grande e fondamentale prova di fede e di carattere. Lo veneriamo anche come patrono dell’ordine morale cristiano. In definitiva, infatti, l’ordine morale si costituisce attraverso gli uomini. Quest’ordine è quindi composto di un gran numero di prove, ciascuna delle quali è prova di fede e di carattere. È da ogni prova vittoriosa che deriva l’ordine morale, mentre ogni prova fallita porta disordine. Sappiamo anche molto bene, da tutta la nostra storia, che non possiamo assolutamente, a nessun costo, permetterci questo disordine, che abbiamo già più volte amaramente pagato. E pertanto la nostra meditazione di sette anni sulla figura di San Stanislao, il nostro riferimento al suo ministero pastorale nella sede di Cracovia, il nuovo esame delle sue reliquie, cioè del cranio del Santo, che porta impresse le tracce dei colpi mortali, tutto ciò ci conduce oggi ad una grande e ardente preghiera per la vittoria dell’ordine morale in questa difficile epoca della nostra storia. Questa è la conclusione essenziale di tutto il perseverante lavoro di questo settennio, la condizione principale ed insieme il fine del rinnovamento conciliare per il quale ha così pazientemente lavorato il Sinodo dell’arcidiocesi di Cracovia; ed anche il principale postulato della pastorale e di tutta l’attività della Chiesa, e di tutti i lavori, di tutti i compiti e programmi che sono e che saranno intrapresi in terra polacca. Che questo anno di San Stanislao sia l’anno di una particolare maturità storica della Nazione e della Chiesa in Polonia, l’anno di una nuova, consapevole responsabilità per il futuro della Nazione e della Chiesa in Polonia: ecco il voto che oggi qui con voi, venerabili e diletti Fratelli e Sorelle, desidero, come primo Papa di stirpe polacca, offrire all’immortale Re dei secoli, all’eterno Pastore delle nostre anime e della nostra storia, al Buon Pastore! 4. Permettete ora che, per fare una sintesi, abbracci spiritualmente tutto il mio pellegrinaggio in Polonia, che, iniziato la vigilia della Pentecoste a Varsavia, sta per concludersi oggi a Cracovia, nella solennità della Santissima Trinità. Desidero ringraziarvi, carissimi Connazionali, per tutto! Perché mi avete invitato e mi avete accompagnato lungo l’intero percorso del pellegrinaggio, da Varsavia attraverso Gniezno dei Primati e Jasna Gora. Ringrazio ancora una volta le Autorità dello Stato per il loro gentile invito e l’accoglienza. Ringrazio anche le Autorità di tutti i voivodati, e specialmente le autorità della città di Varsavia e – in questa ultima tappa – le Autorità municipali dell’antica Città regale di Cracovia. Ringrazio la Chiesa della mia Patria: l’Episcopato con il Cardinale Primate a capo, il Metropolita di Cracovia e i miei Fratelli Vescovi: Giuliano, Giovanni, Stanislao ed Albino, con i quali mi è stato dato qui, a Cracovia, di collaborare, per molti anni, alla preparazione del Giubileo di San Stanislao. Ringrazio anche i Vescovi di tutte le diocesi suffraganee di Cracovia, Czestochowa, Katowice, Kielce e Tarnów, Taraów è, attraverso Szczepanów, la prima patria di San Stanislao. Ringrazio tutto il clero. Ringrazio gli Ordini religiosi maschili e femminili. Ringrazio tutti ed ognuno in particolare. È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, ringraziare. Anch’io, ora, in quest’ultimo giorno del mio pellegrinaggio attraverso la Polonia, desidero aprire largamente il mio cuore e dire a gran voce, rendendo grazie in questa magnifica forma di “prefazio”. Quanto desidero che questo mio ringraziamento giunga alla Divina Maestà, al cuore della Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Miei Connazionali! Con quanto calore ringrazio ancora una volta, insieme a voi, per il dono di essere stati – più di mille anni or sono – battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, di esser stati immersi nell’acqua che, per la grazia, perfeziona in noi l’immagine del Dio vivente, nell’acqua che è un’onda di eternità: “Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Ringrazio perché noi uomini, noi Polacchi, ognuno dei quali nasce come uomo dalla carne e sangue (cf.Gv 3,6) dai suoi genitori, siamo stati concepiti e nati dallo Spirito (cf.Gv 3,5). Dallo Spirito Santo. Desidero dunque oggi, stando qui – in questi vasti prati di Cracovia – e rivolgendo lo sguardo verso Wawel e Skalka dove, novecento anni fa, “ha subìto la morte il celebre Vescovo Stanislao”, adempiere ancora una volta ciò che si attua nel sacramento della Cresima, ossia nel sacramento della Confermazione, di cui egli è simbolo nella nostra storia. Desidero che ciò che è stato concepito e nato dallo Spirito Santo, sia nuovamente confermato mediante la Croce e la Risurrezione di Cristo, alla quale partecipò in modo particolare il nostro connazionale Stanislao di Szczepanów. Permettete quindi che, come il vescovo durante la Cresima, così anch’io ripeta oggi quel gesto apostolico dell’imposizione delle mani su tutti coloro che sono qui presenti, su tutti i miei connazionali. In questa imposizione delle mani si esprime infatti l’accettazione e la trasmissione dello Spirito Santo, che gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo stesso, quando, dopo la Risurrezione, venne da loro “mentre erano chiuse le porte” (Gv 20,19) e disse “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Questo Spirito: Spirito di salvezza, di redenzione, di conversione e di santità, Spirito di verità, Spirito di amore e Spirito di fortezza – ereditato quale forza viva dagli Apostoli – veniva tante volte trasmesso dalle mani dei vescovi a intere generazioni in terra polacca. Questo Spirito – così come il vescovo oriundo di Szczepanów lo trasmetteva ai suoi contemporanei – desidero oggi trasmettere a voi. Desidero oggi trasmettervi questo Spirito abbracciando cordialmente con profonda umiltà, quella grande “Cresima della storia”, che voi vivete. Ripeto quindi seguendo il Cristo stesso: “Ricevete lo Spirito Santo!” (Gv 20,22). “Non spegnete lo Spirito!” (1Ts 5,19). Ripeto seguendo l’Apostolo: “Non vogliate rattristare lo Spirito Santo!” (Ef 4,30). Dovete essere forti, Carissimi Fratelli e Sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza. Dovete essere forti della forza della speranza che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell’amore, che è più forte della morte, come hanno rivelato San Stanislao e il Beato Massimiliano Maria Kolbe. Dovete essere forti di quell’amore che “è paziente, è benigno…; non è invidioso…; non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, quell’amore che non avrà mai fine” (1Cor 13,4-8). Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire quel grande dialogo con l’uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l’uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso – col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo – dialogo della salvezza. Vorrei che questo dialogo fosse ripreso insieme con tutti i nostri fratelli cristiani, anche se oggi ancora separati, uniti però da un’unica fede in Cristo. Parlo di ciò, qui, su questo posto, per esprimere parole di gratitudine per la lettera che ho ricevuto dai rappresentanti del Consiglio Ecumenico polacco. Anche se, a causa del programma così denso, non si è arrivati ad un incontro a Varsavia, ricordatevi, cari fratelli in Cristo, che questo incontro porto nel cuore come un vivo desiderio e come espressione della fiducia per il futuro. Quel dialogo non cessa di essere vocazione attraverso tutti “i segni dei tempi”. Giovanni XXIII e Paolo VI insieme al Concilio Vaticano II hanno accolto questo invito al dialogo. Giovanni Paolo II sin dal primo giorno conferma la stessa disponibilità. Sì! bisogna lavorare per la pace e la riconciliazione fra gli uomini e le nazioni di tutto il mondo. Bisogna cercare di avvicinarsi a vicenda. Bisogna aprire le frontiere. Quando siamo forti dello Spirito di Dio, siamo anche forti della fede nell’uomo – forti della fede, della speranza e della carità – che sono indissolubili e siamo pronti a rendere testimonianza alla causa dell’uomo di fronte a colui, al quale sta veramente a cuore questa causa. Al quale questa causa è sacra. A colui che desidera servirla secondo la miglior volontà. Non bisogna quindi aver paura! Occorre aprire le frontiere! Ricordatevi che non esiste l’imperialismo della Chiesa, ma solo il servizio. Vi è soltanto la morte di Cristo sul Calvario. Vi è l’azione dello Spirito Santo, frutto di questa morte, Spirito Santo che rimane con noi tutti, con l’umanità intera, “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Con particolare gioia saluto qui i gruppi dei nostri fratelli arrivati dal Sud, da oltre i Carpazi. Dio vi ricompensi per la vostra presenza. Come desidererei che qui potessero essere presenti anche gli altri! Dio vi ricompensi, fratelli Lusaziani. Come desidererei che qui potessero essere presenti, durante questo pellegrinaggio del Papa Slavo, anche altri nostri fratelli nella lingua e negli eventi della storia. E se non ci sono, se non sono presenti su questa spianata, ricordino che per questo sono ancora più presenti nel nostro cuore. Si ricordino che sono più presenti nel nostro cuore e nella nostra preghiera. 5. Vi è, inoltre, là a Varsavia, sulla Piazza della Vittoria, la tomba del Milite Ignoto, dalla quale ho iniziato il mio ministero di pellegrino in terra polacca; e qui, a Cracovia sulla Vistola – tra Wawel e Skalka – la tomba “del Vescovo Ignoto”, del quale è rimasta una mirabile “reliquia” nel tesoro della nostra storia. E perciò, permettete che, prima di lasciarvi, rivolga ancora uno sguardo su Cracovia, questa Cracovia, in cui ogni pietra e ogni mattone mi sono cari. E che guardi ancora da qui la Polonia… E perciò, prima di andarmene di qui, vi prego di accettare, ancora una volta tutto il patrimonio spirituale il cui nome è “Polonia”, con la fede, la speranza e la carità che Cristo ha innestato in noi nel santo Battesimo. Vi prego di non perdere mai la fiducia, di non abbattervi, di non scoraggiarvi; di non tagliare da soli le radici dalle quali abbiamo avuto origine. Vi prego di aver fiducia, malgrado ogni vostra debolezza, di cercare sempre la forza spirituale da Colui, presso il quale tante generazioni dei nostri padri e delle nostre madri la trovavano. Non staccatevi mai da lui. Non perdete mai la libertà di spirito, con la quale lui “fa libero” l’uomo. Non disdegnate mai la Carità che è la cosa “più grande”, che si è manifestata attraverso la croce, e senza la quale la vita umana non ha né radici né senso. Tutto questo chiedo a voi in memoria e per la potente intercessione della Madre di Dio di Jasna Gora e di tutti i suoi santuari in terra polacca; in memoria di San Wojciech, che subì la morte per Cristo presso il mar Baltico; in memoria di San Stanislao, caduto sotto la spada regale di Skalka.

Chiedo a voi tutto questo. Amen.

 

S.AGNESE, CHI ERA? – 21 GENNAIO

http://www.santagnese.org/agnese.htm

S.AGNESE,  CHI ERA? – 21 GENNAIO

Nonostante il culto di S. Agnese, giovanissima vergine e martire, sia stato molto popolare tra i cristiani – specialmente di Roma – sin dagli anni successivi alla sua scomparsa, la sua storia personale si basa su diverse fonti incerte e contraddittorie. Vediamo innanzi tutto quali sono i punti certi, che trovano riscontro in diversi autori:

l’origine del nome: Agnese deriva dal greco (agnox) e significa sacra, pura, casta; la condizione sociale: era un nome in uso presso le famiglie di liberti, stato nel quale si dovevano trovare i genitori di Agnese; il martirio, derivante dalla tenace volontà di testimoniare la propria fede cristiana; la morte, avvenuta all’età di 12 o 13 anni; il giorno del martirio: 21 gennaio; il luogo di sepoltura: sulla via Nomentana, sul luogo dell’attuale basilica a lei dedicata. Possiamo inoltre supporre che il martirio sia avvenuto nel corso dell’ultima, tra le persecuzioni di cui furono vittime i cristiani romani: quella operata da Diocleziano tra il 303 e il 313 d.C. A parte questi pochi, ma già significativi dati, diverse tradizioni ci sono state tramandate in merito alla storia della santa.

Ecco le principali fonti sulla storia di S. Agnese: 1) Papa Damaso (366-384), che riporta la storia in un carme scolpito su una grande lastra di marmo, attualmente murato sulla parte est dello scalone che conduce alla basilica onoriana, vicino alla vetrata d’ingresso; 2) S. Ambrogio (337-397), che esalta S. Agnese nel De virginibus (377 circa) e nell’inno Agnes beatae virginis; 3) Prudenzio (340-405), grande poeta cristiano spagnolo, che canta la Santa nell’inno XIV del suo Peristephanon, pubblicato nel 405; 4) La Passio latina (Passio Sanctae Agnetis), testo agiografico del V secolo basato sulla tradizione popolare, che probabilmente veniva proclamato nel giorno di ricorrenza della nascita di Agnese; 5) La Passio greca, composta nel V secolo e subito tradotta in siriaco, in cui si parla del martirio della Santa. Vediamo ora di ripercorrere più in dettaglio la storia di S. Agnese, con le sue diverse varianti, sulla base di quanto riportato dalle varie fonti. Papa DamasoSecondo Damaso, il martirio di Agnese consistette nel rogo, che ella affrontò con coraggio e con l’estremo atto pudico di coprirsi il corpo nudo con la folta chioma dei capelli. L’associazione tra fuoco e denudamento ha fatto pensare (Frutaz) alla pena delle fiaccole con cui si ustionava il corpo, per poi finire la vittima con un colpo di grazia. Del resto le ossa di S. Agnese non presentano tracce di combustione. S. AmbrogioS. Ambrogio, basandosi su tradizioni orali, parla della costrizione ad adorare dèi pagani, e di un tiranno che la voleva ad ogni costo prendere in sposa. Agnese, rifiutando, preferì il martirio, che però le venne dalla spada del carnefice, invece che dal fuoco, anche se non è specificato se si trattò di decapitazione o iugulazione (taglio della gola). Ugualmene presente, nel racconto del vescovo di Milano, la volontà di coprirsi le nudità, ma in questo caso per mezzo di una veste. Prudenzio introduce un nuovo elemento, raccogliendolo dalla già consolidata tradizione: la costrizione ad essere esposta in un postribolo. I frequentatori non avevano neanche il coraggio di guardarla, ad eccezione di un giovane, che desiderava possederla, ma non riuscì ad arrivare al suo scopo, a causa di un bagliore che lo accecò negli occhi, dovuto ad un angelo vestito di bianco, che la serviva come guardia del corpo. La morte, per questo autore, arrivò per decapitazione. Per la Passio latina, il carnefice di Agnese è il Prefetto di Roma, il cui figlio si era innamorato della ragazza tornando da scuola. Il denudamento forzato, e il conseguente gesto pudico, preludono all’avvio della ragazza al postribolo. S. Agnese in Agone – RomaInteressante è notare come la tradizione popolare situasse tale luogo infame in un fornice dello stadio di Domiziano, detto anche circo agonale, dalla cui forma è scaturito il perimetro di Piazza Navona. La piccola chiesa che vi era stata costruita nell’VIII secolo, venne più volte ricostruita, ed infine sostituita nel XVII secolo dalla maestosa chiesa di S. Agnese in Agone, progettata dagli architetti barocchi Carlo Rainaldi e Carlo Borromini su incarico di papa Innocenzo X. Mentre dunque S. Agnese fuori le mura ricorda il luogo di sepoltura della Santa, la chiesa di Piazza Navona serba la testimonianza topografica del suo martirio. Per la Passio greca, S. Agnese è invece una persona adulta, che accoglie attorno a sé molte matrone, alle quali fa conoscere Cristo. Denunciata al Prefetto, viene esposta nel postribolo, da cui però esce illesa. In conclusione, possiamo dire oggi che è importante inquadrare la figura di Agnese nella sua cornice storica. In un clima di conflitto e di persecuzione come quello vissuto dai cristiani all’inizio del IV secolo a Roma, non deve stupire che credenti di tutte le età fossero disposti all’estremo sacrificio per testimoniare l’appartenenza alla chiesa emergente. Va inoltre considerata la profonda impressione che deve aver suscitato, all’interno della comunità cristiana, la morte di una ragazza ancora nel periodo della pubertà, nel clima tragico di quegli anni. Non è quindi così difficile da comprendere come mai una santa bambina, dalla biografia assai incerta, abbia potuto suscitare tanta venerazione tra i cristiani di Roma, specialmente nei primi secoli della Chiesa, e come la verginità sia potuta diventare, nel tempo, il suo attributo più rilevante.

OMELIA DI FRA ARTEMIO VÌTORES PER LA FESTA DEGLI INNOCENTI A BETLEMME

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OMELIA DI FRA ARTEMIO VÌTORES PER LA FESTA DEGLI INNOCENTI A BETLEMME

28 Dicembre 2010

Fratelli e sorelle: Siamo accanto al luogo tradizionale di “sepolcri degli Innocenti”. L’origine della festa dei “Bambini Innocenti”, uccisi a causa di Gesù dal cieco furore di Erode (cf. Mt 2,16-17), è molto antica. Compare già nel calendario cartaginese del IVº secolo e cent’anni più tardi a Roma nel Sacramentario Leoniano. Il Lezionario Armenio, composto verso la metà del Vº secolo, cita la celebrazione di questa festa a Betlemme. Nel VIº secolo, l’Anonimo Placentino, parla dei sepolcri degli Innocenti.

A Betlemme è nato il Bambino Gesù Qui, a Betlemme, nella Notte Santa, gli angeli annunciano esultanti ai pastori che è finita l’attesa. Il tempo si è adempiuto ed è arrivata la salvezza per tutti: “Oggi vi è nato nella città di Davide un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia” (Lc 2, 11-12). Chi è questo Bambino? “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4,4), nato dalla Vergine Maria. “Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi…” (Gv 1, 14). La Parola eterna si è “abbreviata”, si è fatta piccola, si è fatta un Bambino, così piccolo che riposa in una mangiatoia. E’ Gesù, il Figlio di Maria, che contempliamo a Betlemme: “Qui, dalla Vergine Maria, è nato Gesù Cristo”. “L’abbiamo udito”, “l’abbiamo veduto con i nostri occhi”, l’abbiamo “contemplato”, “le nostri mani hanno toccato”. “Noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza … e queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta” (1Gv 1,1-4). Dio, diceva San Francesco, “si è fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano” (2Cel 199). Lo chiamava, pieno di amore, “il Bimbo di Bethlem” (2Cel 86).

Oggi, a Betlemme, celebriamo la festa dei Santi Innocenti La Chiesa li chiama “i Santi Innocenti” e li qualifica come martiri, giacché i bambini (« infantes » o « innocentes ») di Betlemme e dei dintorni, rendono testimonianza a Cristo non con le Parole ma con il sangue, ricevendo così un vero battesimo di sangue. Sono venerati come martiri, nonostante non siano stati battezzati, perché sono stati uccisi “per Cristo”. Diceva San Bonaventura: “Gesù stesso è trucidato in ciascuno di loro” . Sono morti in solidarietà con il Cristo che ha detto: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Le vittime del sospettoso e sanguinario re Erode, strappati dalle braccia materne in tenerissima età, formano parte – insieme a santo Stefano e all’evangelista Giovanni – del corteo del re messiniaco. I “Bambini Innocenti” sono i testimoni, davanti agli uomini, di tutti i tempi, del Dio fatto Bambino, qui, a Betlemme. Quel Dio che – come abbiamo ascoltato nel Vangelo della Messa di Natale – “era nel mondo,… e il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,10-11). Lungo i secoli, nell’arte, nella poesia, nella pietà popolare sentimenti di tenerezza e di simpatia hanno avvolto questi Bambini. San Prudenzio li ricorda così: “Salute, o fiori dei martiri… Voi foste le prime vittime, il tenero gregge di agnelli immolati, e sullo stesso altare avete ricevuto la palma e la corona” . E la Liturgia Bizantina canta così: “Betlemme, non essere triste, ma sta’ di buon animo per l’uccisione dei santi bambini: poiché essi, come vittime perfette, sono stati offerti al Cristo Sovrano: per lui immolati, con lui regneranno” .

Oggi è anche un giorno di preoccupazione Ai sentimenti di gioia, in questa festa è sempre unita l’indignazione per la violenza con cui essi furono strappati dalle braccia delle loro madri e consegnati alla morte. Erode sentì che le fondamenta del suo palazzo traballavano, smossi dalla nascita di quel misterioso rivale che veniva a prendere il suo scettro. E reagì con l’ira, volendo distruggere tutto e tutti. In Erode possiamo vedere la figura di Satana, colui che dominava le creature, fin dal peccato originale. Ma, all’improvviso, Dio prende la forma dell’uomo, viene allevato nel grembo di una donna, si nutre dal seni di una donna, si rifugia nel suo grembo. Il seno della donna è il centro della lotta tra Dio e Satana, da quando il Signore dice all’antico serpente: “Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la sua stirpe e la sua stirpe, questa ti schiaccerà la testa” (Gen 3,15). Ogni volta che viene concepito un bambino, si attualizza l’alleanza tra Dio e gli uomini; ogni volta che un bambino è concepito traballano le fondamenta del palazzo di Erode. Anche oggi Erode continua a celebrare il Natale combattendo la discendenza della donna, promovendo leggi inique per distruggere il bambino innocente. E questo è molto grave. Ricordiamo le parole del Signore: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18,10).

Ogni bambino ha bisogno del nostro amore I Bambini Innocenti uccisi dal crudele Erode (Mt 2,13-18) sono stati testimoni di Cristo, martiri di Dio, e per questo li onoriamo. Non basta onorarli. “In queste feste di Natale, della Vita e dell’Amore – diceva Benedetto XVI – vi chiedo un ricordo nella nostra preghiera, il 28 di dicembre di un modo speciale, per i bambini che non hanno potuto adempiere il progetto di Dio che Dio ha pensato per loro, perché gli fu tolto, con violenza, prima della sua nascita”. Oggi, qui, accanto al Sepolcro degli Innocenti, preghiamo per i bambini che l’Erode di ogni parte del mondo non si stanca di eliminare. Pensiamo di un modo speciale a tanti bambini “no-nati”, vittime della piaga dell’aborto. Tutti amati da Dio, perché “il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). Supplichiamo il Signore per tutti i bambini del mondo: per i bambini che non hanno conosciuto l’amore dei suoi genitori, per coloro dei bambini che non hanno casa, per i bambini che sono usati come strumenti di violenza o di altre malvagità. Chiediamo a Gesù che ci insegni a riconoscerlo nei più piccoli e nei più poveri di questo mondo. Oggi, al vedere il sorriso di questo Bambino di Betlemme comprendiamo più che mai le parole di Gesù: “Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me” (Lc 9,48).

Farsi bambino come Gesù Bambino Come potremmo riuscire nel nostro impegno? Dio per noi si è fatto Bambino. Oggi – ci dice quel Dio che si è fatto Bambino – non potete più aver paura di me, ormai potete soltanto amarmi. E’ quello che diceva, nel sec. III, Origene: “A che mi serve dire soltanto che Gesù è venuto nella carne presa da Maria, se io non mostro che è venuto in questa mia carne?” . E per questo Francesco – come ci racconta un suo biografo – a ogni Natale “si faceva bambino col Bambino” (2Cel 35). Quali sono le caratteristiche di Gesù il Dio-Bambino? E’ molto fragile, protetto soltanto dalle braccia di sua Madre; Gesù è povero: “quando vedi un povero, vedi lo specchio del Signore e della sua Madre”, diceva Francesco, il “Poverello” ai suoi frati. Egli non aveva casa: “Non c’era posto per loro nell’albergo (Lc 2, 7). E’ “il Principe della Pace” (Is 9,5), e annuncia, per mezzo dei suoi angeli “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Dio ama!” (Lc 2,14). Gesù stesso ha detto che soltanto i “piccoli” e i “puri di cuore” possono comprendere le meraviglie di Dio e Dio stesso (Mt 11,25), perché “chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà” (Lc 18,17). Soltanto così potremmo pensare agli umili, ai poveri, ai perseguitati, ai semplici e ai buoni di questo mondo, che sono abbandonati. Un ultimo consiglio: Non conservare per te solo la grazia che hai ricevuto! Comunica agli altri il tuo incontro col Dio Bambino a Natale e sii testimone del suo Amore! Accadrà un grande miracolo, come successe con Francesco: “per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria” (1Cel 86).

PAPA FRANCESCO IN KENYA, UGANDA E REPUBBLICA CENTRAFRICANA – MESSA PER I MARTIRI DELL’UGANDA

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20151128_uganda-omelia-martiri.html

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA

(25-30 NOVEMBRE 2015)

SANTA MESSA PER I MARTIRI DELL’UGANDA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Santuario dei Martiri Ugandesi di Namugongo

Sabato, 28 novembre 2015

«Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8). Dall’età apostolica fino ai nostri giorni, è sorto un grande numero di testimoni a proclamare Gesù e a manifestare la potenza dello Spirito Santo. Oggi, ricordiamo con gratitudine il sacrificio dei Martiri ugandesi, la cui testimonianza d’amore per Cristo e la sua Chiesa ha giustamente raggiunto “gli estremi confini della terra”. Ricordiamo anche i martiri anglicani, la cui morte per Cristo dà testimonianza all’ecumenismo del sangue. Tutti questi testimoni hanno coltivato il dono dello Spirito Santo nella propria vita ed hanno dato liberamente testimonianza della loro fede in Gesù Cristo, anche a costo della vita, e molti in così giovane età. Anche noi abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, per diventare figli e figlie di Dio, ma anche per dare testimonianza a Gesù e farlo conoscere e amare in ogni luogo. Abbiamo ricevuto lo Spirito quando siamo rinati nel Battesimo, e quando siamo stati rafforzati con i suoi doni nella Confermazione. Ogni giorno siamo chiamati ad approfondire la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita, a “ravvivare” il dono del suo amore divino in modo da essere a nostra volta fonte di saggezza e di forza per gli altri. Il dono dello Spirito Santo è un dono che è dato per essere condiviso. Ci unisce gli uni agli altri come credenti e membra vive del Corpo mistico di Cristo. Non riceviamo il dono dello Spirito soltanto per noi stessi, ma per edificarci gli uni gli altri nella fede, nella speranza e nell’amore. Penso ai santi Joseph Mkasa e Charles Lwanga, che, dopo essere stati istruiti nella fede dagli altri, hanno voluto trasmettere il dono che avevano ricevuto. Essi lo fecero in tempi pericolosi. Non solo la loro vita fu minacciata ma lo fu anche la vita dei ragazzi più giovani affidati alle loro cure. Poiché essi avevano coltivato la propria fede e avevano accresciuto l’amore per Dio, non ebbero timore di portare Cristo agli altri, persino a costo della vita. La loro fede divenne testimonianza; oggi, venerati come martiri, il loro esempio continua ad ispirare tante persone nel mondo. Essi continuano a proclamare Gesù Cristo e la potenza della Croce. Se, come i martiri, noi quotidianamente ravviviamo il dono dello Spirito che abita nei nostri cuori, allora certamente diventeremo quei discepoli missionari che Cristo ci chiama ad essere. Per le nostre famiglie e i nostri amici certamente, ma anche per coloro che non conosciamo, specialmente per quelli che potrebbero essere poco benevoli e persino ostili nei nostri confronti. Questa apertura verso gli altri incomincia nella famiglia, nelle nostre case, dove si impara la carità e il perdono, e dove nell’amore dei nostri genitori si impara a conoscere la misericordia e l’amore di Dio. Tale apertura si esprime anche nella cura verso gli anziani e i poveri, le vedove e gli orfani. La testimonianza dei martiri mostra a tutti coloro che hanno ascoltato la loro storia, allora e oggi, che i piaceri mondani e il potere terreno non danno gioia e pace durature. Piuttosto, la fedeltà a Dio, l’onestà e l’integrità della vita e la genuina preoccupazione per il bene degli altri ci portano quella pace che il mondo non può offrire. Ciò non diminuisce la nostra cura per questo mondo, come se guardassimo soltanto alla vita futura. Al contrario, offre uno scopo alla vita in questo mondo e ci aiuta a raggiungere i bisognosi, a cooperare con gli altri per il bene comune e a costruire una società più giusta, che promuova la dignità umana, senza escludere nessuno, che difenda la vita, dono di Dio, e protegga le meraviglie della natura, il creato, la nostra casa comune. Cari fratelli e sorelle, questa è l’eredità che avete ricevuto dai Martiri ugandesi: vite contrassegnate dalla potenza dello Spirito Santo, vite che testimoniano anche ora il potere trasformante del Vangelo di Gesù Cristo. Non ci si appropria di questa eredità con un ricordo di circostanza o conservandola in un museo come fosse un gioiello prezioso. La onoriamo veramente, e onoriamo tutti i Santi, quando piuttosto portiamo la loro testimonianza a Cristo nelle nostre case e ai nostri vicini, sui posti di lavoro e nella società civile, sia che rimaniamo nelle nostre case, sia che ci rechiamo fino al più remoto angolo del mondo. Possano i Martiri ugandesi, insieme con Maria, Madre della Chiesa, intercedere per noi, e possa lo Spirito Santo accendere in noi il fuoco dell’amore divino!

Omukama Abawe Omukisa! (Dio vi benedica!)

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