Archive pour la catégorie 'PADRI DELLA CHIESA, SCRITTORI ECCLESIASTICI E DOTTORI'

CANTERÒ CON LO SPIRITO, MA CANTERÒ ANCHE CON L’INTELLIGENZA – SANT’AMBROGIO

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CANTERÒ CON LO SPIRITO, MA CANTERÒ ANCHE CON L’INTELLIGENZA – SANT’AMBROGIO

Dal «Commento sui salmi» di sant’Ambrogio, vescovo
(Sal 1, 9-12; CSEL 64, 7. 9-10)

Che cosa di più dolce di un salmo?
Per questo lo stesso Davide dice splendidamente: «Lodate il Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce è lodarlo come a lui conviene» (Sal 146, 1).
Davvero!
Il salmo infatti è benedizione per i fedeli, lode a Dio, inno del popolo, plauso di tutti, parola universale, voce della Chiesa, professione e canto di fede, espressione di autentica devozione, gioia di libertà, grido di giubilo, suono di letizia.
Mitiga l’ira, libera dalle sollecitudini, solleva dalla mestizia.
E’ protezione nella notte, istruzione nel giorno, scudo nel timore, festa nella santità, immagine di tranquillità, pegno di pace e di concordia che, a modo di cetra, da voci molteplici e differenti ricava un’unica melodia.
Il salmo canta il sorgere del giorno, il salmo ne fa risonare il tramonto.
Nel salmo il gusto gareggia con l’istruzione. Nello stesso tempo si canta per diletto e si apprende per ammaestramento.
Che cos’è che non trovi quando tu leggi i salmi?
In essi leggo: «Canto d’amore» (Sal 44, 1) e mi sento infiammare dal desiderio di un santo amore.
In essi passo in rassegna le grazie della rivelazione, le testimonianze della risurrezione, i doni della promessa. In essi imparo ad evitare il peccato, e a non vergognarmi della penitenza per i peccati.
Che cos’è dunque il salmo se non lo strumento musicale delle virtù, suonando il quale con il plettro dello Spirito Santo, il venerando profeta fa echeggiare in terra la dolcezza del suono celeste? Modulava gli accordi di voci diverse sulle corde della lira e dell’arpa, che sono resti di animali morti, e così innalza verso il cielo il canto della divina lode.
In tal modo ci insegnava che prima si deve morire al peccato e solamente dopo si può stabilire in questo corpo la varietà delle diverse opere di virtù con le quali rendere al Signore l’omaggio della nostra devozione.
Davide ci ha dunque insegnato che bisogna cantare, che bisogna salmeggiare nell’intimo del cuore come cantava anche Paolo dicendo: «Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l’intelligenza; canterò con lo spirito, ma canterò anche con l’intelligenza» (1 Cor 14, 15). Davide ci ha detto che bisogna formare la nostra vita e i nostri atti alla contemplazione delle cose superne, perché il piacere della dolcezza non ecciti le passioni del corpo, dalle quali la nostra anima è oppressa e non liberata.
Il santo profeta ci ha ricordato che egli salmeggiava per liberare la sua anima e per questo disse: «Ti canterò sulla cetra, o santo d’Israele. Cantando le tue lodi esulteranno le mie labbra e la mia vita, che tu hai riscattato» (Sal 70, 22-23).

L’INCARNAZIONE DEL VERBO. DAI «DISCORSI» DI SANT’ATANASIO, VESCOVO – 2 MAGGIO, MEMORIA

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L’INCARNAZIONE DEL VERBO. DAI «DISCORSI» DI SANT’ATANASIO, VESCOVO – 2 MAGGIO, MEMORIA

(Disc. sull’incarnazione del Verbo, 8-9; PG 25, 110-111)

Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell’universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza.
Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto che l’opera creatrice del Padre nei confronti dell’umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro.
Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrì alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte i suoi simili.
Il Verbo di Dio a tutti superiore offrì e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto. In tal modo l’immortale Figlio di Dio con tutti solidale per il comune corpo di morte con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro.

 

DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (SERM. 231, 5)

https://www.augustinus.it/varie/pasqua/pasqua.htm

TEMPO PASQUALE CON SANT’AGOSTINO

« Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me.
Io vado a prepararvi un posto;
quando sarò andato e vi avrò preparato un posto,
ritornerò e vi prenderò con me,
perché siate anche voi dove sono io ».
(Gv 14, 1-3)

INTRODUZIONE

Il segreto della felicità è in un semplice gesto: alzare lo sguardo e fissarlo in Cristo, nella sua risurrezione vittoriosa che passa attraverso il vilipendio della croce. « Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto… Pensate al valore di queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore ». (De s. virg. 54.55ss) Chi aderisce a Cristo si stacca da ogni dipendenza terrena, da ogni ricerca di una felicità materiale. La felicità ha una sua regione, che non è però sulla terra: qui neppure Cristo l’ha trovata! La vera beatitudine, che non avrà fine perché eterna, è altrove, là dove può condurci Cristo stesso: il Regno del Padre. Il premio della vita eterna sarà Dio stesso: « Lui stesso possederai; Egli si dona in premio a coloro che lo onorano ». (Sermo 19, 5)

DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (SERM. 231, 5)

La garanzia della vita futura
Vuoi essere felice? Se lo vuoi, ti mostrerò la via per esserlo. Dice [il Salmo]: Fino a quando avrete il cuore intorpidito? Perché amate la vanità e andate in cerca di ciò che è falso? e poi continua: Sappiate. Cosa dobbiamo sapere? Che il Signore ha glorificato il suo Santo (Ps 4, 4). Incontro alle nostre miserie è venuto Cristo; il quale ha voluto aver fame e sete, stancarsi e dormire. Egli, pur avendo compiuto miracoli, si sottopose al dolore: fu flagellato, coronato di spine, sputacchiato, schiaffeggiato, sospeso ad una croce, trafitto da una lancia e deposto in un sepolcro. Da lì però risorse il terzo giorno, ponendo fine alla sofferenza, uccidendo la morte. Lì pertanto, cioè nella sua resurrezione, fissate lo sguardo, poiché Dio ha tanto glorificato il suo Santo da risuscitarlo da morte e da accordargli il privilegio di sedere alla sua destra nel cielo. Ti ha mostrato le cose a cui devi aspirare se desideri essere beato, essendo scontato che quaggiù non puoi esserlo. Nella vita presente infatti non potrai certo raggiungere la felicità: nessuno ha questo potere. Tu cerchi, è vero, una cosa buona, ma questa terra non è il luogo dove alligni la cosa da te cercata. Cosa cerchi? La vita felice. Purtroppo non è di quaggiù. Fa’ conto che ti metta a cercare l’oro in un posto dove non c’è. Se arriva uno che sa non essere quello il posto dove si trova l’oro non ti direbbe forse: Ma che stai scavando? perché smuovi la terra? Fai una buca dove potresti cadere, non dove si trovano le cose che cerchi. Cosa replicheresti a chi ti dà questi suggerimenti? Sto cercando l’oro. E l’altro: Non ti dico che sia cosa da nulla quello che cerchi; tu cerchi una cosa buona, ma non è dove la cerchi. Così quando tu dici: Voglio la felicità. Cerchi una cosa buona, ma non è cosa di questo mondo. Se in questo mondo fu felice Cristo, lo sarai anche tu. Venendo nella regione dove tu giaci morto, cosa vi trovò Cristo? Notalo bene! Egli proveniva da una regione diversa: ebbene, quando venne quaggiù, cosa vi trovò se non quelle cose che quaggiù abbondano? Tribolazioni, dolori, morte: ecco quello che si trova quaggiú, che quaggiú abbonda. Mangiò insieme con te i cibi che in abbondanza erano riposti nella dispensa della tua miseria. Bevve l’aceto, gli fu dato il fiele. Ecco cosa trovò nella tua dispensa. In cambio, egli ti invitò alla sua grande tavola imbandita, alla mensa celeste, alla mensa degli angeli dove pane è lui stesso. Scese dunque e nella tua dispensa trovò le cose ributtanti sopra accennate; eppure non ricusò di sedersi a una tal mensa qual era la tua, promettendo la sua. E cosa ci dice? Abbiate fede, abbiate fede! Voi verrete da me e gusterete i beni della mia mensa, com’è vero che io non ho ricusato d’assaporare i mali della mensa vostra. Ha preso su di sé il tuo male, e ti darà il suo bene? Ma certo che te lo darà! Ci ha promesso la sua vita, anzi ha fatto una cosa ancora piú inaudita: come anticipo ci ha elargito la sua morte, quasi volesse dirci: Ecco, io vi invito a partecipare della mia vita. È una vita dove nessuno muore, una vita veramente beata, che offre un cibo incorruttibile, un cibo che ristora e mai vien meno. La meta a cui vinvito, ecco, è la regione degli angeli, è l’amicizia con il Padre e lo Spirito Santo, è la cena eterna, è la comunione con me. Di piú: vi invito a [godere di] me stesso, a partecipare della mia vita. Stentate a credere che io vi darò la mia vita? Ebbene, ve ne sia pegno la mia morte, che già è in vostro possesso. Se quindi al presente ci tocca vivere nella carne soggetta a corruzione, moriamo con Cristo cambiando condotta, e viviamo con Cristo amando la santità. Ricordiamoci che non conseguiremo la vita beata se non quando saremo giunti là dove è colui che è disceso in mezzo a noi e quando cominceremo a vivere totalmente uniti a colui che è morto per noi

In breve…
Se tanto ci esaltano questi giorni che se ne vanno, nei quali con devota solennità ricordiamo la passione e la resurrezione di Cristo, come ci renderà beati quello eterno, in cui vedremo Lui e rimarremo con Lui, del quale il solo desiderio e la speranza ci rendono fin da adesso beati? (Serm. 229/D, 2)

Inizio settimana

7. LA CROCE, NOSTRA SOMMA GLORIA – CIRILLO DI GERUSALEMME, CATECHESI BATTESIMALI, 13,1-3 – (PAOLO)

http://www.clerus.org/clerus/dati/1999-03/16-2/LaCroceneiPadridellaChiesa.rtf.html

7. LA CROCE, NOSTRA SOMMA GLORIA – CIRILLO DI GERUSALEMME, CATECHESI BATTESIMALI, 13,1-3 – (anche Paolo)

0gni atto compiuto dal Cristo è una gloria della Chiesa cattolica: gloria delle glorie è, però, la croce. Questo, appunto, intendeva Paolo, nell’affermare: A me non avvenga mai di menar vanto, se non nella croce di Cristo (Gal. 6,14). Suscita la nostra ammirazione, certo, anche il miracolo in seguito al quale il cieco dalla nascita riacquistò, a Siloe, la vista (cf. Gv. 9, 7 ss.): ma cosa è un cieco di fronte ai ciechi di tutto il mondo? Straordinaria, e soprannaturale, la risurrezione di Lazzaro, morto già da quattro giorni (cf. Cv. 11, 39). Una grazia del genere, tuttavia, è toccata ad uno soltanto: che beneficio ne avrebbero tratto quanti, nel mondo intero, erano morti per i loro peccati? (cf. Ef. 2, 1). Strepitoso il fatto che cinque pani riuscirono a sfamare cinquemila persone (cf. Mt. 14,21): ma a che cosa sarebbe servito, se pensiamo a coloro che, su tutta la terra, erano tormentati dalla fame dell’ignoranza? (cf. Am. 8, 11). Stupefacente, ancora, la liberazione della donna, in preda a Satana da diciotto anni (cf. Lc. 13, 11 ss.): che importanza avrebbe avuto, però, per tutti noi, imprigionati dalle catene dei nostri peccati? (cf. Prov, 5 22).
La gloria della croce, invece, ha illuminato chi era accecato dall’ignoranza, liberando tutti coloro che erano prigionieri del peccato e portando la redenzione all’intera umanità.
Non devi meravigliarti, poi, del fatto che l’universo sia stato redento nella sua totalità: non era invero un uomo come tutti gli altri colui che morì per esso, ma si trattò del Figlio unigenito di Dio (benché fosse bastato il peccato di un solo uomo, Adamo, ad introdurre la morte nel mondo). Ebbene, dal momento che la morte ha preso a regnare sul mondo in seguito alla colpa d’uno solo (cf. Rom. 5,17), perché, a più forte ragione, non dovrebbe regnare la vita, in virtù della giustizia d’un’unica persona? E se allora, a causa del legno del quale si cibarono, vennero scacciati dal paradiso (cf. Gen. 3, 22-23), tanto più adesso, grazie al legno di Gesù, non vi faranno forse il loro ingresso i credenti? Se il primo uomo, che era fatto di terra, fu la causa della morte universale, colui che lo plasmò dalla terra (cf. Gen. 2, 7), essendo egli stesso la vita (cf . Gv. 14, 6), non potrà forse esser fonte di vita eterna? Se Finees, sospinto dal proprio zelo, placò l’ira divina uccidendo l’autore dell’atto oltraggioso (cf. Num. 25, 8-11); Gesù, senza uccidere nessun altro, ma offrendo se stesso come riscatto (cf. 1 Tim. 2, 6), non farà forse sparire la collera verso gli uomini?
Non vergogniamoci, dunque, della croce del Salvatore, ma, anzi, vantiamocene! Il linguaggio della croce, infatti, è scandalo per i giudei e follia per i gentili (1 Cor. 1, 18.23): per noi, invece, significa salvezza. E stoltezza per coloro che si perdono, per noi, al contrario, che ci salviamo, è potenza di Dio (1 Cor. 1, 18). Infatti, come abbiamo già detto, non toccava ad un uomo come gli altri di morire per noi, bensì al Figlio di Dio, Dio egli stesso fattosi uomo. Un tempo l’agnello ucciso per ordine di Mosè tenne lontano lo sterminatore (cf. Es. 12, 23); l’Agnello di Dio, che cancella i peccati del mondo (cf. Cv. 1, 29), non ha recato adesso, a più forte ragione, la liberazione dal peccato? Se, poi, il sangue di un agnello privo d’intelletto ha prodotto la salvezza, quanto più la procurerà il sangue dell’Unigenito?

 

 

SAN PAOLO, COMMENTI PATRISTICI: IL NOSTRO CUORE SI È APERTO PER VOI

https://www.culturacattolica.it/cristianesimo/anno-di-san-paolo/commenti-patristici-il-nostro-cuore-si-%C3%A8-aperto-per-voi

SAN PAOLO, COMMENTI PATRISTICI: IL NOSTRO CUORE SI È APERTO PER VOI

Autore:Re, Don PieroCuratore:Riva, Sr. Maria Gloriadi s. Giovanni Crisostomo, Omelia sulla 2a lettera ai Corinti, 13, 1-2 (PG 61, 49s)
Paolo di Tarso

«Il nostro cuore si è tutto aperto per voi» (2 Cor 6, 11). Come il calore, così la carità ha la prerogativa di dilatare, è, infatti, una virtù ardente e impetuosa. Essa apriva la bocca e dilatava il cuore di Paolo. E non vi era nessun cuore più grande del cuore di Paolo. Egli come ogni persona che ama, abbracciava con amore tanto profondo tutti i fedeli che nessuno ne era escluso o messo da parte. E non ci meravigli questo suo amore verso i credenti, dal momento che il suo amore si estendeva anche ai non credenti. Non disse infatti: «Amo soltanto con la bocca, ma anche il cuore canta all’unisono nell’amore con la bocca, perciò parlo con fiducia, con tutto il cuore e con tutta la mente». Non dice: «vi amo», ma usa un’espressione assai più significativa: «La nostra bocca si è aperta e il nostro cuore si è dilatato» cioè vi porto tutti nell’intimo del cuore, in un abbraccio universale. Chi è amato, infatti, si muove a suo piacimento nell’intimo del cuore che lo ama. Per questo l’Apostolo afferma: «Non siete davvero allo stretto in noi; è nei vostri cuori invece che siete allo stretto. Io parlo come a figli: rendeteci il contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!» (2 Cor 6, 12-13). Nota il rimprovero, addolcito dall’amore, caratteristica delle persone che amano. Non dice loro che non lo amano, ma fa capire che non gli vogliono bene come lui a loro. Non vuole rimproverarli, se non dolcemente.
Si scorge dappertutto, nelle singole lettere la presenza di questo suo vivissimo amore per i fedeli. Scrive ai Romani: Bramo vedervi e spesso mi son proposto di venire da voi. Spero di poter in qualche modo venir a trovarvi (cfr. Rm I, 10-11). Ai Galati manda a dire: «Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore» (Gal 4, 19). Agli Efesini: «Per questo motivo piego le ginocchia davanti al Padre per voi!» (Ef 3, 14). Ai Tessalonicesi aggiunge: «Qual è la mia speranza o la mia gioia o la mia corona di gloria? Non siete forse voi?» (1 Tes 2, 19). Asserisce così di portarli nel cuore, anche se incatenato.
Scrive inoltre ai Colossesi: «Voglio che sappiate quale lotta io sostengo per voi, anche per coloro che non mi conoscono di vista, perché trovino consolazione i vostri cuori» (Col 2, 1), e ai Tessalonicesi: «Come una nutrice, che cura i suoi bambini cosi avremmo voluto, per il grande affetto per voi darvi non solo il Vangelo, ma anche la vita» (1 Tes 2,7-8). Non vuole che si angustino per lui.
Però non desidera essere solo lui ad amare, ma anche essere riamato da loro, per attirare maggiormente i loro animi. E gioisce di questo loro atteggiamento. Assicura infatti:«È; venuto Tito e ci ha fatto conoscere il vostro desiderio, il vostro pianto, il vostro amore per me» (cf 2Cor 7,7).

SOVRABBONDO DI GIOIA IN OGNI TRIBOLAZIONE. DALLE «OMELIE SULLA SECONDA LETTERA AI CORINZI» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

https://gpcentofanti.wordpress.com/2015/07/26/sovrabbondo-di-gioia-in-ogni-tribolazione-dalle-omelie-sulla-seconda-lettera-ai-corinzi-di-san-giovanni-crisostomo-vescovo/

SOVRABBONDO DI GIOIA IN OGNI TRIBOLAZIONE. DALLE «OMELIE SULLA SECONDA LETTERA AI CORINZI» DI SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, VESCOVO

By Mc.Rodriguez

(Om. 14, 1-2; PG 61, 497-499)

Paolo riprende il discorso sulla carità, moderando l’asprezza del rimprovero. Dopo avere infatti biasimato e rimproverato i Corinzi per il fatto che, pur amati, non avevano corrisposto all’amore, anzi erano stati ingrati e avevano dato ascolto a gente malvagia, mitiga il rimprovero dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori» (2 Cor 7, 2), cioè amateci. Chiede un favore assai poco gravoso, anzi più utile a loro che a lui. Non dice «amate», ma con squisita delicatezza: «Fateci posto nei vostri cuori». Chi ci ha scacciati, sembra chiedere, dai vostri cuori? Chi ci ha espulsi? Per quale motivo siamo stati banditi dal vostro spirito? Dato che prima aveva affermato: «È nei vostri cuori invece che siete allo stretto» (2 Cor 6, 12), qui esprime lo stesso sentimento dicendo: «Fateci posto nei vostri cuori». Così li attira di nuovo a sé. Niente spinge tanto all’amore chi è amato quanto il sapere che l’amante desidera ardentemente di essere corrisposto.
«Vi ho già detto poco fa, continua, che siete nel nostro cuore per morire insieme e insieme vivere» (2 Cor 7, 3). Espressione massima dell’amore di Paolo: benché disprezzato, desidera vivere e morire con loro. Siete nel nostro cuore non superficialmente, in modo qualsiasi, ma come vi ho detto. Può capitare che uno ami, ma fugga al momento del pericolo: non è così per me.
«Sono pieno di consolazione» (2 Cor 7, 4). Di quale consolazione? Di quella che mi viene da voi: ritornati sulla buona strada mi avete consolato con le vostre opere. È proprio di chi ama prima lamentarsi del fatto che non è amato, poi temere di recare afflizione per eccessiva insistenza nella lamentela. Per questo motivo aggiunge: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia».
In altre parole: sono stato colpito da grande dispiacere a causa vostra, ma mi avete abbondantemente compensato e recato gran sollievo; non avete solo rimosso la causa del dispiacere, ma mi avete colmato di più abbondante gioia.
Paolo manifesta la sua grandezza d’animo non fermandosi a dire semplicemente «sovrabbondo di gioia», ma aggiungendo anche «in ogni mia tribolazione». È così grande il piacere che mi avete arrecato che neppure la più grande tribolazione può oscurarlo, anzi è tale da farmi dimenticare con l’esuberanza della sua ricchezza, tutti gli affanni che mi erano piombati addosso e ha impedito che io ne rimanessi schiacciato.

AMORE DEL BELLO – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (354-407)

http://www.novena.it/esicasmo/piccola_filocalia/01.htm

AMORE DEL BELLO – SAN GIOVANNI CRISOSTOMO (354-407)

Superiorità della preghiera pubblica su quella privata

Spesso in chiesa al momento più sacro, cerco indarno con gli occhi l’immensa folla che presti sì profonda attenzione alle omelie. È un fatto veramente doloroso! Quando parla un uomo, che non è un servo di Dio come voi, tutti sono pieni d’interesse e di zelo. Ma quando il Cristo sta per manifestarsi durante i Santi Misteri, la chiesa è vuota e deserta… Ma quale è la scusa della maggior parte? “Posso pregare – dicono – anche a casa, ma non mi è possibile ascoltarvi omelie e prediche”.
T’inganni! È possibile pregare a casa, ma farlo come in chiesa non è possibile, dove così grande è il numero di padri spirituali, dove si leva unanime l’invocazione a Dio. Quando invochi il Signore nel tuo intimo, non sei ascoltato così come quando lo fai con i tuoi fratelli. In chiesa c’è qualcosa di più, la concordia degli spiriti e delle voci, il vincolo dell’amore e le preghiere dei sacerdoti. Questi presiedono l’assemblea dei fedeli poiché le preghiere dei fedeli essendo piuttosto deboli, rafforzate dalle loro che sono più robuste, possano assieme giungere al cielo. Del resto che vantaggio si può ricavare da un’omelia se la preghiera non si unisce ad essa? In primo luogo la preghiera e poi la parola. Così si esprimono anche gli Apostoli: “Noi persevereremo nella preghiera e nel servizio della Parola”. Così pure san Paolo eleva preghiere all’inizio delle Epistole, affinché la preghiera, come la luce di una lampada, preceda illuminando la parola. Se ti abituerai a pregare con fervore, non avrai bisogno delle prediche di coloro che sono servi come te, poiché Dio stesso, senza alcun intermediario, illuminerà la tua mente.
Se la preghiera di uno solo ha tanta potenza, molto maggiore ne ha quella fatta assieme alla moltitudine dei fedeli. Maggiore ne è l’energia e la sicurezza che non quando si prega in casa o privatamente. Come lo sappiamo? Ascolta quel che dice san Paolo: “Colui che ci salvò e ci salva da una così tremenda morte, speriamo che ancora ci salverà se anche voi collaborerete con la preghiera in nostro favore, affinché un gran numero di persone ringrazi Dio per noi a causa della grazia concessaci”. Così anche Pietro riuscì a fuggire dal carcere: “Si elevava a Dio una preghiera continua da parte della Chiesa per lui”. Se la preghiera della Chiesa aiutò Pietro e liberò dalla prigione quella colonna, come puoi tu disprezzare la sua potenza, dimmelo, e come potrai giustificare il tuo atteggiamento? Ascolta anche il Signore stesso che afferma che si lascia piegare dalla moltitudine che lo invoca con amore. Infatti, giustificandosi di fronte ai lamenti di Giona per la pianta di zucca, dice: “Tu ti sei affezionato alla zucca, per la quale non ti affaticasti né l’hai curata. Ed io non risparmierò Ninive, città così grande, in cui abitano più di dodici miriadi d’uomini?”. Non a caso Egli fa presente il gran numero di persone, ma perché tu sappia che la preghiera, in cui si uniscono molte voci, ha una grande efficacia. E voglio dimostrarlo anche con esempi della storia profana.
Dieci anni or sono furono arrestate alcune persone perché volevano impadronirsi del potere. Fu accusato anche un alto magistrato e, con la museruola alla bocca, veniva condotto a morte. Allora tutta la città corse all’ippodromo, uscirono gli operai dalle fabbriche e tutto il popolo in massa sottrasse all’ira del sovrano il condannato, sebbene non meritasse alcun perdono. Così, quando volete placare l’ira di un re terreno, accorrete tutti con i figli e le mogli, ma allorché volete muovere a pietà il Re dei Cieli e sottrarre alla sua ira non una persona, come allora, né due, né tre, né cento, ma tutti i peccatori della terra e liberare coloro che sono in preda alle insidie del demonio, ve ne state seduti fuori della chiesa e non accorrete in massa, affinché Dio, commosso dalle vostre voci unanimi, a quelli rimetta la pena ed a voi perdoni i peccati.
Se infatti ti trovassi in quel momento in piazza, o a casa o occupato con impegni che non ammettono alcun rinvio, non dovresti accorrere in chiesa alla preghiera comune, lasciando tutto e spezzando ogni legame con maggiore energia di quanta dimostri un leone? Quale speranza di salvezza avrai in quel momento? Non solo gli uomini lanciano quel grido terribile, ma anche gli Angeli cadono dinnanzi al Signore e gli Arcangeli pregano. Anche il momento è loro alleato, l’offerta li aiuta. Come gli uomini, tagliati i rami di olivo, li agitano al passaggio dei re, rammentando loro con la pianta la pietà e la bontà verso i loro sudditi, così anche gli Angeli, anziché rami di olivo, presentano il Corpo del Signore e lo invocano per la natura umana, dicendo: “Ti preghiamo per costoro che tu, prevenendo, hai degnato di amare al punto di dare per loro la tua vita. Per costoro ti supplichiamo, per i quali hai versato il tuo sangue; ti invochiamo per costoro per i quali hai sacrificato questo tuo corpo”.

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