Archive pour juillet, 2013

St. Ignatius of Loyola by Peter Paul Rubens

St. Ignatius of Loyola by Peter Paul Rubens dans immagini sacre St._Ignatius_of_Loyola_by_Peter_Paul_Rubens

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Publié dans:immagini sacre |on 31 juillet, 2013 |2 Commentaires »

COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA – 1

http://www.gesunuovo.it/testi/Rastrelli_es_SIgnazio08.html

COME AVVICINARCI AGLI ESERCIZI SPIRITUALI DI S. IGNAZIO DI LOYOLA - 1

c’è una seconda parte:
http://www.gesunuovo.it/testi/Rastrelli_es_SIgnazio08_2.html

Massimo Rastrelli s.j.

S. Ignazio di Loyola « Uomo forte » per la « Gloria di Dio » e « Maestro » di fortezza spirituale, può essere nostra guida nelle esperienze, che ci liberano dalle nostre « cecità » e debolezze e che ci aprono a Dio.
Nella vita spirituale è necessario avere una guida, per non perdersi e per non perdere le « Grazie » che Dio ci offre, e che noi lasciamo perdere, perché neppure ce ne accorgiamo e non sappiamo neppure riconoscerle. E necessario averla anche per non essere presi dal disorientamento, che rende insicuri, paralizza e ci rende psichicamente malati.
S. Ignazio è una delle grandi Guide alla santità cristiana, da Dio donata alla umanità, e acquisita dalla storia e dalla stima della Chiesa nella sua vita plurimillenaria. Vogliamo avvicinarLo ed ascoltarLo.
S. Ignazio visse, per circa 26 anni, totalmente a servizio dell’Imperatore politico Spagnolo, per acquisire al suo cospetto « Gloria umana », meriti e benefici. E Lo servì nel più raffinato impegno cavalleresco e nello stile del tempo. Ma ferito in battaglia, dove si comportò da eroe e meritò stima e riconoscimento anche dai nemici, si vide obbligato ad una dolorosa e lunga degenza e convalescenza. In quei giorni e nel corso di qualche notte insonne, si ritrovò a rendersi conto di quanto avesse trascurato Dio e l’onore dovuto a Dio, per procacciasi gloria e onori mondani.
Per sapere con che uomo abbiamo a che fare dobbiamo ricordare quando Lui stesso scrisse nella sua Autobiografia:
« …Si combatteva (in difesa di Pamplona) già da parecchio tempo quando un proiettile lo colpì a una gamba e gliela spezzò, rompendogliela tutta; e poiché l’ordigno era passato tra le gambe, anche l’altra restò malconcia.(era lunedì 2° maggio 1521)
« Caduto lui, tutta la guarnigione della fortezza si arrese subito ai francesi; essi, entrando a prenderne possesso, trattarono con ogni riguardo il ferito, e furono con lui cortesi e benevoli.Rimase a Pamplona dodici o quindici giorni; poi, in lettiga, fu trasportato nel suo castello. Là si aggravò; medici e chirurghi furono chiamati da varie parti: diagnosticarono che le ossa erano fuori posto; o erano state ricomposte male la prima volta, o si erano spostate durante il viaggio e questo impediva la guarigione. Per rimettere le ossa a posto bisognava rompere di nuovo la gamba. Si ripeté quella carneficina. In questa, come in tutti gli interventi prima subiti o che avrebbe affrontato poi, non glisfuggì mai un lamento, e non diede altro segno di dolore che stringere forte i pugni. »
Attenzione! E tutto questo per non venir meno ad un vano onore mondano.
Autobiografia di S. Ignazio di Loyola
Una premessa utile:
Il profeta Geremia ci ricorda l’esperienza storica dei lontani padri nostri, e ci da un insegnamento profetico, che deve farci molto riflettere e farci sanamente temere: « Essi (cioè i nostri padri) seguirono ciò che è vano, diventarono loro stessi vanità. (Ger. 2,5)
Dobbiamo stare attenti, nella nostra vita, per non diventare « vanità ». S. Ignazio ci avverte che possiamo educarci, esercitandoci. A questo proposito, ricordiamo, che anche il Papa Giovanni Paolo II ci faceva notare che basta lasciarsi andare, per perdere la fede, per ritrovarsi alla deriva della vita come canne sbattute dal vento. Quella degli Esercizi è’ una esperienza che possiamo ben fare e che se ci disponiamo a farla, la facciamo tanto facilmente, purché ci impegniamo a farla. E’ stolto non farla.
S. Ignazio ci spiega da uomo pratico qual’era, che cosa sono gli Esercizi e come farli. « Perché, ci dice S Ignazio negli Esercizi, come passeggiare, camminare e correre sono esercizi corporali; così anche tutte le maniere di preparare e disporre l’anima a toglier via da se tutti gli affetti disordinati e, toltili , a cercare e trovare la divina volontà, nella disposizione della propria vita, per la salvezza dell’anima, si chiamano Esercizi spirituali. (Esercizi Spirituali: n° 1)
Poi aggiunge nei suoi Esercizi, « …non le cose dette a noi dal predicatore, ma quelle che noi stessi riusciamo a trovare e scoprire, « (che l’esercitante scopre)…nel discorrere e ragionare da se stesso, che sazia e soddisfa l’anime,giacché non è l’ abbondante sapere che sazia e soddisfa l’anima, ma nel gustare e sentire le cose internamente. »
Ecco le sue parole nel contesto dei suoi discorsi: Seconda annotazione. Chi propone a un altro un metodo o un procedimento per meditare o contemplare, deve esporre fedelmente il soggetto della meditazione o della contemplazione, limitandosi a toccare i vari punti con una breve e semplice spiegazione. Così chi contempla afferra subito il vero senso del mistero; poi, riflettendo e ragionando da sé, scopre qualche aspetto che gliele fa capire o sentire un po’ meglio, o con il proprio ragionamento o per una illuminazione divina, In questo modo ricava maggior gusto e frutto spirituale di quanto ne avrebbe se chi propone gli esercizi avesse spiegato e sviluppato ampiamente il senso del mistero. Infatti non è il sapere molto che sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente.
S. Ignazio di Loyola si è consegnato ad una preziosa Autobiografia,
che deve essere letta,
per conoscerlo così come fu.
S. Ignazio dice che sono Esercizi spirituali: « qualsiasi modo di esaminare la coscienza , di meditare, di contemplare, di pregare vocalmente e mentalmente, come si dirà appresso ». (Esercizi Spirituali: n° 1)
Detti esercizi, dice S. Ignazio, si fanno usando: « gli atti dell’intelletto, ragionando, e della volontà, destando gli affetti. (Esercizi Spirituali: n° 3).
Quindi non è vero che al cuore non si comanda, perché abbiamo la capacità di destare gli affetti che vogliamo Dobbiamo saperlo e ce lo dobbiamo ricordare, perché tendiamo a dimenticarlo, per il fatto che comandare e destare gli affetti, ci è possibile, ma ci costa fatica, e lo sappiamo bene! Noi siamo tanto! Gli « scansa fatiche », i soliti « scansa fatiche »
Ecco perché Gesù ci diceva che amare è un comando a cui si può e si deve ubbidire. Chi si lascia andare, si ritrova col cuore capriccioso, perché non ha educato il suo cuore. Oggi molti uomini e donne sperimentano il cuore non educato. S. Ignazio cominciò ad educare il suo cuore a 35 anni. Noi pure possiamo cominciare ad educare il nostro cuore a qualunque età. Dobbiamo solo volerlo e volerlo fortemente, esercitandoci, e S. Ignazio ci dice come. Lui stesso ci insegnerà ad esercitarci, insegnandoci ad esaminarci, a meditare, a contemplare e ad esercitarci in altri modi.
Attenzione! S. Ignazio nei suoi Esercizi ci segnala la necessità di addossarci le fatiche e molte fatiche. Ce lo dice perché lo aveva sperimentato e tanto nella sua stessa esperienza di vita spirituale. Sembra addirittura che quasi dica che, se non siamo disposti ad assumerci le fatiche, è meglio non fare gli esercizi, perché si risolverebbero in un fallimento, e questo accadrebbe, non perché gli Esercizi non valgano, ma perché saremmo noi a vanificarli, con l’illuderci. Non si può conseguire un fine se non si adottano i mezzi necessari. E S. Ignazio, l’uomo risoluto in tutto, ma specialmente verso il fine della propria vita, che è il vivere per la gloria di Dio, nella sua vita non guardò a fatiche.. S. Ignazio dice che dobbiamo « offrirci (totalmente) alla fatica », e ad ogni fatica.
Noi dobbiamo, perciò, impegnarci a mettere in pratica ciò che Lui insegna. Gli esercizi spirituali ci dicono che dobbiamo esercitarci interiormente, perché c’è da vivere e da sviluppare tutto un immenso mondo interiore. E il lavorarci dentro comporta molta « fatica ». E dobbiamo ricordare che noi tendiamo ad essere i soliti « sfaticati »
I detti « Esercizi » o esercitazioni spirituali, ci portano a prendere coscienza che c’è da lavorare per attivare il nostro ricchissimo mondo interiore. Per fare gli Esercizi dobbiamo decidere di essere uomini forti, forti dentro, forti con noi stessi. E, per essere forti, dobbiamo sapere, che rispetto al fine della propria vita e nei rapporti con Dio, non possiamo esse accidiosi, evasivi, deboli, rinunciatari o persone che rimandano al domani. Dobbiamo sapere che cosa vogliamo, e dobbiamo sapere come volerlo, in modo tale da dover conseguire lo scopo, perché ne va di mezzo la salvezza eterna. Assolutamente non ci dobbiamo perdere, ma corriamo certamente il pericolo di perderci e tanto più quanto meno ce ne diamo pensiero.
Nella Autobiografia scritta dal Santo leggiamo:
« Ma nostro Signore gli ridava salute (dopo le operazioni subite per rimettere a posto la gamba ferita a Pamplona); andò migliorando a tal punto che si trovò completamente ristabilito. Solo che non poteva reggersi bene sulla gamba e doveva per forza stare a letto. Poiché era un appassionato lettore di quei libri mondani e frivoli, comunemente chiamati romanzi di cavalleria, sentendosi ormai in forze ne chiese qualcuno per passare il tempo. Ma di quelli che era solito leggere, in quella casa non se ne trovarono. Così gli diedero una Vita Christie un libro di vite di santi in volgare.
Percorrendo più volte quelle pagine restava preso da ciò che vi si narrava. Ma quando smetteva di leggere talora si soffermava a pensare alle cose che aveva letto, altre volte ritornava ai pensieri del mondo che prima gli erano abituali. Tra le molte vanità che gli si presentavano alla mente, un pensiero dominava il suo animo a tal punto che ne restava subito assorbito, indugiandovi come trasognato per due, tre o quattro ore: andava escogitando cosa potesse fare in servizio di una certa dama, di quali mezzi servirsi per raggiungere la città dove risiedeva; pensava le frasi cortesi, le parole che le avrebbe rivolto; sognava i fatti d’arme che avrebbe compiuto a suo servizio. In questi sogni restava così rapito che non badava all’impossibilità dell’impresa: perché quella dama non era una nobile qualunque; non era una contessa o una duchessa; il suo rango era ben più elevato di questi.

S. IGNAZIO DI LOYOLA SCRISSE GLI ESERCIZI SPIRITUALI
Ma nostro Signore lo assisteva e operava in lui. A questi pensieri ne succedevano altri, suggeriti dalle cose che leggeva. Così leggendo la vita di nostro Signore e dei santi si soffermava a pensare e a riflettere tra sé: « E se anch’io facessi quel che ha fatto san Francesco o san Domenico? ». In questo modo passava in rassegna molte iniziative che trovava buone, e sempre proponeva a se stesso imprese difficili e grandi; e mentre se le proponeva gli sembrava di trovare dentro di sé le energie per poterle attuare con facilità. Tutto il suo ragionare era un ripetere a se stesso: san Domenico ha fatto questo, devo farlo anch’io; san Francesco ha fatto questo, devo farlo anch’io. Anche queste riflessioni lo tenevano occupato molto tempo. Ma quando lo distraevano altre cose, riaffioravano i pensieri di mondo già ricordati, e pure in essi indugiava molto. L’alternarsi di pensieri così diversi durò a lungo. Si trattasse di quelle gesta mondane che sognava di compiere, o di queste altre a servizio di Dio che gli si presentavano all’immaginazione, si tratteneva sempre sul pensiero ricorrente fino a tanto che, per stanchezza, lo abbandonava e s’applicava ad altro.
Attenzione: S. Ignazio ci dice che è importante:
1° seguire il corso dei propri pensieri esaminarli e valutarli opportunamente, in base al valore che hanno in rapporto al « Fine della vita. »
2° E’ importante fare « grandi cose. » S. Ignazio le fece fino al punto da sembrare « folle » in certi momenti.
3° E’ importante servirsi anche della Immaginazione: cioè della propria facoltà di immaginare, per rappresentarci al vivo i contenuti della fede su cui dobbiamo esercitarci, per farli uscire dall’astrattezza dei concetti « delle idee e dei discorsi astratti », e per portarli nel concreto delle realtà vissute.
S. IGNAZIO CONTINUA:
[8] C’era però una differenza: pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia. Allora non vi prestava attenzione e non si fermava a valutare questa differenza. Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio.
E’ necessario fare attenzione alla realtà di questi influssi (che sono reali, anche se noi stentiamo a crederci!) e dobbiamo riconoscere che ne dobbiamo anche fare conto. Ricordiamo che di queste cose, a prescindere dalla rivelazione di Dio, non ne sappiamo nulla. Ma dobbiamo anche sapere che queste cose Dio ce le ha rivelate. Se non ne facciamo conto, ci cadiamo in pieno, e ne assumiamo la responsabilità con conseguenze temporali ed eterne. E necessario farne debito conto. E’ un grave peccato non fare conto di quanto Dio ci rivela autorevolmente, per la nostra salvezza.
Oggi molti pensano che,basta non credere, per non assumersi le responsabilità, che ne conseguirebbero. Ma questo è assolutamente falso e cattivo. E noi per essere credenti e cattolici, dobbiamo guardarcene. Non fare conto di ciò, che Dio si degna di rivelarci, è assolutamente riprovevole dal punto di vista morale, che è poi è quello che in definitiva veramente conta. Ed è per noi assolutamente dannoso, in questa vita e in quella eterna.
S. IGNAZIO CONTINUA DICENDO:
Questa fu la prima riflessione che egli fece sulle cose di Dio. In seguito, quando si applicò agli Esercizi, proprio di qui cominciò a prendere luce sull’argomento della diversità degli spiriti. Con tutta la luce ricavata da questa esperienza si mise a riflettere più seriamente sulla vita passata e sentì un grande bisogno di farne penitenza. Allora gli rinasceva il desiderio di imitare i santi, senza dar peso ad altro che a ripromettersi, con la grazia di Dio, di fare lui pure come essi avevano fatto. Ma la cosa che prima di tutte desiderava fare, appena fosse guarito, era di andare a Gerusalemme, come si è detto sopra, imponendosi quelle grandi austerità e digiuni a cui sempre aspira un animo generoso e innamorato di Dio.
Questi suoi santi desideri andavano cancellando i pensieri di prima, ( e dobbiamo riflettere sul fatto vincente delle buone ispirazioni sulle fantasie vane, di cui S. Ignazio ci da notizia) e furono anzi confermati da una visione in questo modo: una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un’immagine di nostra Signora con il santo bambino Gesù. Poté contemplarla a lungo provandone grandissima consolazione. Poi gli sopravvenne un tale disgusto di tutta la vita passata, specialmente delle cose carnali, da sembrargli che fossero sparite dall’anima tutte le immaginazioni prima così radicate e vivide. Da quel momento a questo agosto del ’53 in cui si scrivono queste memorie, non diede mai neppure il più piccolo consenso a sollecitazioni sensuali: e proprio questo effetto permette di giudicare che la cosa veniva da Dio. Egli però non osava affermarlo, ma si limitava a esporre quanto si è detto. Comunque, il comportamento esterno fece conoscere al fratello e a tutti gli altri di casa la trasformazione che si era compiuta dentro la sua anima.
Attenzione! Dobbiamo riflettere sulla considerazione che S. Ignazio fece di queste apparizioni o visione private. Quanto rispetto, e quanta prudenza nel riferirla ad altri, cioè a noi. Per S. Ignazio questi atteggiamenti erano la conseguenza del rispetto che credeva di dover portare a Dio. Perché certamente è col permesso di Dio, che questi fatti possono accadere e accadono di fatto. E se accadono, anche se sono strettamente personali, certamente rientrano nel piano di grazie in cui si concretizza la nostra salvezza. Possiamo noi permetterci di dire non ci credo ? Possono altri permettersi di dire: Non ci credo! Eppure quante ne vediamo di queste incredulità stolte e non rispettose, né di Dio né dei veggenti.
S. Ignazio continua nella sua autobiografia: « Egli continuava nelle sue letture e perseverava nei suoi buoni propositi, senza occuparsi d’ altro.(Debbo proprio considerare la determinazione forte di S. Ignazio di vivere e di gustare il tesoro che aveva trovato.) Quando si intratteneva con quelli di casa, impiegava tutto il tempo in cose di Dio e questo arrecava loro profitto spirituale.
S. Ignazio, quindi, capì che, se i suoi non avevano mai fatto profitto spirituale, era, anche, perché Lui aveva sempre parlato di cose vane. Ora che parlava di cose spirituali, quelli della sua famiglia facevano evidente profitto spirituale. Che lezione per me e che esame di coscienza debbo farmi su questo argomento.
S. IGNAZIO CONTINUA NELLA SUA AUTOBIOGRAFIA:
Poiché alla lettura di quei libri provava ora molto gusto, gli venne l’idea di stralciare alcuni passi più significativi della vita di Cristo e dei santi. Perciò – dal momento che ormai stava alzato e si moveva per casa – si mise a compilare con molta diligenza un libro.
Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto, completamente scritti. Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di nostra Signora in azzurro, su carta lucida a righe, con elegante scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il suo tempo in parte a scrivere, in parte a pregare. La sua consolazione più grande era guardare il cielo e le stelle; li contemplava spesso e per lungo tempo, perché da questo gli nasceva dentro un fortissimo impulso a servire nostro Signore. Con il pensiero fisso al suo proposito, avrebbe voluto essere già completamente ristabilito per mettersi in cammino.
S. Ignazio ci insegna che bisogna fortemente desiderare, e per fortemente desiderare bisogna molto gustare. Mi debbo domandare: ma quali sono i miei gusti ? Ho fatto mai qualcosa per educare i miei gusti. Se mi educo a gustare le cose di Dio, avrò forte desiderio di Dio, ma se mi assuefaccio a gustare le cose vane, avrò forte desiderio delle cose vane. Oggi molti si abbandonano ai gusti delle cose vane, come se fossero tutte le cose e le cose definitive.
S. Ignazio, raccontandoci tutte queste cose, ci fa sapere, per sua esperienza e nostro ammaestramento, che anche in noi avvengono esperienze, a cui però noi non facciamo attenzione. Questa non attenzione ci lascia superficiali e incapaci di maturazione interiore. Soprattutto ci lascia incapaci di capire proprio quei fatti interiori, attraverso cui Dio comunica. Se Dio vuole comunicare con noi e con me in particolare, questa è una grande grazia. Debbo certamente accoglierla e valorizzarla.
Ma come posso valorizzarla se, nelle abitudini della mia vita, non vi presto neppure attenzione e se non imparo neppure a capire quello che Dio mi vuol dire? Attenzione ci troviamo ad un bivio pericoloso! Gravido di ben grandi responsabilità. Se non ci diamo a capire e a valorizzare le comunicazioni di Dio, le disprezziamo.
Se si disprezza le comunicazioni di Dio, si disprezza Dio! (E’ terribile, disprezzare Dio), e ci si avvia sulla via larga della perdizione. Non credendo a tutto questo ci si illude, ma non si evitano i danni irreparabili ed eterni. S. Ignazio si preoccupò di questo, e per questo pensò che dovesse seriamente pensare alla salvezza della propria anima.
Così per S. Ignazio! Così per me! Così per Te! Così per tutti!
Molti oggi non ci pensano, e sembra che non ci vogliono pensare. Noi dobbiamo appartenere al numero delle persone responsabili, che ci pensano. S. Ignazio volle essere uno, che si sarebbe impegnato per dare a Dio la maggior gloria possibile. Molti lo seguirono e fecero sul serio. E se loro lo hanno fatto, da parte mia dico: posso farlo anche io e lo farò di certo. E tu che fai?
Quindi S. Ignazio si pose come persona risoluta. Quindi si pose non solo come persona risoluta ma, anche, come persona che ben sapeva distinguere le cose secondarie dalle cose principali: le vanità, dalle realtà eterne, e prima di tutte, la gloria da dare a Dio quanto maggiore possibile, e la salvezza della propria anima.
Ma come si fa ad essere risoluti e irremovibili nelle decisioni prese, sulla salvezza della propria anima. A questo scopo si debbono fare 2 cose:
1° Ci si chiarisce bene sul proprio fine.
2° ci si impegna ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
1° Ma qual è il fine della nostra vita, quello stabilito da Dio? S. Ignazio, a questa domanda, risponde negli Esercizi Spirituali al n° 23, e noi dobbiamo acquisire e ricordare sempre il seguente: principio e fondamento.
« L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre meglio al fine per cui siamo creati » 2° ci dobbiamo impegnare ad attuarlo, stabilendo obiettivi e controlli.
Per fare questo S. Ignazio ci propone il suo celebre ed efficace esame particolare.

LA TESTIMONIANZA DI RABBI ASHER LEVY…RACCONTA LA SUA CONVERSIONE (Paolo)

http://camcris.altervista.org/testimebrlevy.html

LA TESTIMONIANZA DI RABBI ASHER LEVY

ASHER LEVY, EX RABBINO EBREO, RACCONTA LA SUA CONVERSIONE

(da leggere- cito: Come Paolo anch’io posso dire …)

Sono stato un Rabbino Ebreo per 35 anni. Nato in Yugoslavia, fui allevato in una famiglia Ebrea molto ortodossa. Mi fu insegnato a dire delle preghiere cerimoniose e a indossare i filatteri come è prescritto per ogni pio Ebreo (Deut. 6:8; 11:18). All’età di 15 anni andai alla scuola teologica per Rabbini dove studiai l’Antico Testamento e i commentari Talmudici, e sei anni più tardi fui ordinato Rabbino in Romania. In seguito servii come Rabbino in Belgio, in Inghilterra e in California.
Esteriormente io ero felice e avevo successo nel mio ministerio ma nel mio cuore io ero irrequieto e insoddisfatto perché soffrivo molto come risultato del vuoto della vita in generale. Sei anni fa io incontrai un Ebreo con cui discussi questa questione. Io non sapevo che lui era un credente in Gesù Cristo. Il suo consiglio fu: « Leggi Isaia 53″. Io allora lessi questo ben conosciuto capitolo che concerne Gesù di Nazareth, che dice che Egli fu trafitto per le nostre trasgressioni, stroncato a motivo delle nostre iniquità. Io mi sentii spinto più in là, a esaminare le Scritture Ebraiche e trovai queste parole scritte dallo stesso profeta: « Poiché un fanciullo ci è nato, un figliuolo ci è stato dato, e l’imperio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace, per dare incremento all’impero e una pace senza fine al trono di Davide e al suo regno, per stabilirlo fermamente e sostenerlo mediante il diritto e la giustizia, da ora in perpetuo: questo farà lo zelo dell’Eterno degli eserciti » (Is. 9:5-6). Io lessi anche: « Or ascoltate, o casa di Davide! È egli poca cosa per voi lo stancar gli uomini, che volete stancare anche l’Iddio mio? Perciò il Signore stesso vi darà un segno: Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figliuolo, e gli porrà nome Emmanuele » (Is. 7:13,14). « Emmanuele » significa « Dio con noi ».
Questo mi dimostrò che Gesù era ed è il Messia nel Quale furono adempiute tutte le profezie. Nel frattempo avevo trovato una chiara descrizione del Messia in un piccolo libro che per la prima volta ebbi il privilegio di prendere nelle mie mani, il Nuovo Testamento. Cominciai a leggerlo come un qualsiasi altro libro, dall’inizio: « Il libro della generazione di Gesù Cristo, il figlio di Davide, figlio di Abrahamo… » e trovai con mia sorpresa che io stavo leggendo un libro Ebraico che parlava di un Ebreo. Leggendolo attentamente arrivai alla conclusione che Gesù Cristo era un Ebreo della razza di Abrahamo e di Davide; che egli era nato da una vergine Ebrea nella città Ebraica di Bethlehem; da una tribù Ebraica, la tribù di Giuda.
Poiché Egli conosceva la Legge e i Profeti io Lo seguii nei suoi viaggi attraverso la Terra Santa, ascoltai i suoi bei detti e il suo meraviglioso insegnamento, osservai e ammirai la sua compassione e le sue guarigioni. Il libro diventò il mio cibo spirituale. La sua promessa di perdono dei peccati e della vita eterna a coloro che credono in Lui, mi attirò fino a che ebbi fiducia in Lui come il mio Messia e lo ricevetti come mio personale Salvatore.
Io voglio confermare il fatto che il mio cuore non mi condanna a motivo della mia nuova fede, perché sento che sono ancora un Ebreo e sarò sempre un Ebreo. Io non ho rinunciato alla nostra eredità di figli di Abrahamo, di Isacco e di Giacobbe. Come Paolo anch’io posso dire dopo la mia accettazione di Cristo come mio Salvatore: « Sono essi Ebrei? Lo sono anch’io. Sono essi Israeliti? Lo sono anch’io. Sono essi progenie d’Abramo? Lo sono anch’io » (2 Corinzi 11:22). Io ripeto così con orgoglio la parola di Romani 1:16: « Poiché io non mi vergogno dell’Evangelo; perché esso è potenza di Dio per la salvezza d’ogni credente; del Giudeo prima e poi del Greco ».
Il brillante esempio dell’apostolo Paolo mi influenzò molto e mi diede il coraggio di accettare il Signore Gesù come mio personale Salvatore. Paolo prima era stato uno zelante persecutore di Cristo ma poi diventò il suo seguace più fedele. Egli era un discepolo di quel grande dottore della Legge, Raban Gamaliel, ai cui piedi lui stette seduto. Si ritiene che Raban Gamaliel diventò un seguace di Cristo prima di Paolo. La Bibbia ci dice che alcuni volevano uccidere Pietro e gli altri apostoli perché essi stavano predicando Cristo con coraggio. Allora si alzò in piedi uno nel consiglio, un Fariseo, di nome Gamaliele, un dottore della Legge, onorato da tutto il popolo, e comandò di mettere fuori gli apostoli per un po’ di tempo e disse loro: « Uomini Israeliti, badate bene, circa questi uomini, a quel che state per fare. … E adesso io vi dico: Non vi occupate di questi uomini, e lasciateli stare; perché, se questo disegno o quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta; ma se è da Dio, voi non li potrete distruggere, se non volete trovarvi a combattere anche contro Dio » (Atti 5:34,35,38,39).
Sono duemila anni da quando l’umile Galileo, Gesù, traversò le colline e le vallate della Palestina, e Lui è ancora il Padrone del mondo. Il suo Vangelo è ancora predicato, e il nome di Cristo come il Messia d’Israele viene ancora proclamato. E il Suo messaggio viene ancora ripetuto dappertutto: « Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figliuolo, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna » (Giovanni 3:16).

Ascolta, Israele!

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO : AUTORI VARI |on 31 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

The Theotokos and Ever-virgin Mary

The Theotokos and Ever-virgin Mary dans immagini sacre

http://www.angelfire.com/ex/st.joseph/LITURGY_0F_ST.JOHN_CHRYSOSTOM.HTML

Publié dans:immagini sacre |on 30 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

LA SAPIENZA DI ISRAELE – UNA RIFLESSIONE NUOVA

http://www.paroledivita.it/upload/2003/articolo1_4.asp

LA SAPIENZA DI ISRAELE

PRIOTTO M.

UNA RIFLESSIONE NUOVA

È  innegabile la meraviglia che investe il lettore della Bibbia quando, dopo aver gustato la dolcezza e la profondità teologica della raccolta dei Salmi, s’addentra nella lettura del libro dei Proverbi. Egli prova immediatamente la sensazione di trovarsi in un territorio nuovo e diverso, dove regnano i saggi, ricchi di un sapere che proviene da lontano e che tuttavia vuole essere attuale e provocante. Questo nuovo paese comprende, oltre al libro dei Proverbi, anche altri quattro libri, che formano come una pentapoli sapienziale[1]: sono i libri di Giobbe, Qoelet, Siracide e Sapienza. Essi costituiscono come un pentateuco sapienziale, il cui patrono e ispiratore è Salomone. Possiamo considerare Proverbi e Siracide come fratelli a motivo delle loro innegabili somiglianze; così protesta e anticonformismo legano strettamente fra loro Giobbe e Qoelet; rimane Sapienza, una splendida riflessione in ambiente greco-alessandrino, che chiude l’intera rivelazione veterotestamentaria.
La particolarità di questi libri biblici consiste nel fatto che, pur attingendo abbondantemente dalla precedente tradizione biblica, si distinguono chiaramente da essa; non offrono narrazioni di storia salvifica, anche se talvolta affiorano riletture storico-narrative, come nel caso di Sap 11-19; né propongono nuove leggi, sebbene il tema della legge emerga qua e là; né raccolgono oracoli profetici, sebbene la riflessione sulla parola di Dio sia presente e sentita: Questa letteratura invita il lettore a una riflessione di tipo nuovo, che chiamiamo sapienziale, originale e ricca di suggestioni. È proprio la letteratura sapienziale.
Nella passata ricerca biblica questa letteratura sapienziale non ha goduto di molta simpatia da parte degli studiosi, ad eccezione dei libri di Giobbe e di Qoelet. I libri del Siracide e della Sapienza, soprattutto a causa della loro esclusione dal canone ebraico e protestante, non hanno suscitato molto interesse, e anche il libro dei Proverbi, pur essendo canonico, s’è trovato nella medesima situazione. Il motivo va ricercato soprattutto in una impostazione di fondo che dominava gli studi esegetici fino ai tempi recenti; questa impostazione, ossessionata da una preoccupazione esclusivamente storica, non ha favorito l’interesse per una riflessione sapienziale, orientata invece ai temi fondamentali della vita umana con astrazione da fatti o circostanze storiche particolari.

2. Il ritrovato interesse per la sapienza

La riscoperta della letteratura sapienziale in questi ultimi decenni è un fatto innegabile, dovuto al sorgere di nuovi interessi e alla caduta di impostazioni critiche, che certezze non erano, ma semplici pregiudizi. Un esempio significativo è stato l’eminente esegeta tedesco G. von Rad (1901-1971) che, partendo dagli studi storico-critici sul Pentateuco, è approdato dapprima a una monumentale teologia dell’Antico Testamento (1957-1960) e infine a un brillantissimo saggio sulla sapienza in Israele (1970).
Questa scoperta della letteratura sapienziale è di fatto una riscoperta, che riallaccia gli studi attuali all’antica tradizione patristica e medioevale, dove i libri sapienziali erano molto conosciuti e commentati. Questi libri sapienziali, infatti, si occupano dell’uomo presente e in particolare del problema della vita in tutti i suoi risvolti positivi e drammatici. È il problema con cui è affrontato l’uomo fin dalle prime battute della riflessione biblica, quando si lascia fuorviare da una falsa ricerca della sapienza (cf. Gn 3,1-7).
La sapienza si propone come l’albero della vita, essa, infatti, «è un albero di vita per chi ad essa si attiene e chi ad essa si stringe è beato» (Pr 3,18). Non solo, ma quest’albero di vita che è la sapienza, contro ogni tentazione di ridurre la fede a codice o a culto, si presenta come una signora, offrendo la possibilità di un profondo rapporto esistenziale, anzi di un innamoramento: «Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte… chi trova me trova la vita» (Pr 8,34-35).
L’impegno per chi ricerca la sapienza dunque non è solo di ordine intellettuale e conoscitivo; si deve desiderarla con tutto il cuore, perseguirla tenacemente, ascoltarla e infine invocarla con la preghiera, perché essa è soprattutto dono di Dio. Una volta raggiunta, la si deve ancora ricercare, senza presumere di averla ottenuta definitivamente, perché, come ben ricorda il vecchio saggio Ben Sira: «Il primo uomo non esaurì la comprensione della sapienza, né l’ultimo la potrà pienamente indagare» (24,26).

3. Carattere sfuggente
La prima impressione che suscita la frequentazione della sapienza è il suo carattere sfuggente; si ha la sensazione di una presenza difficile da inquadrare[2]. È significativo che i due termini riassuntivi del Primo Testamento siano la Legge e i Profeti, dove mancano appunto i saggi. Molte teologie bibliche dell’Antico Testamento omettono la sapienza o le danno un posto a fatica; sembra infatti che un proverbio non costituisca una rivelazione; non è ovvio affermare che non bisogna fidarsi del bugiardo, che il pigro si prepara una vecchiaia difficile, che il marito infedele diventa spendaccione?
Contro questa impressione si deve invece rilevare che la sapienza ci descrive il quotidiano, quello che forma l’intreccio della nostra vita, ma dal punto di vista di Dio! La nostra vita è frammentata, dispersa, apparentemente indifferente o neutrale, talvolta drammaticamente confrontata con problemi insolubili. La sapienza ne rivela il senso, le conferisce unità, scoprendovi la presenza di Dio. Quel Signore, che parla tramite i profeti ed è presente nel tempio e nella Torah ivi custodita e annunciata, è pure il Signore della nostra vita quotidiana, delle nostre domande, del nostro mondo!

4. Una figura emblematica: Salomone
Tre libri sapienziali vengono attribuiti a Salomone: Proverbi, Qoelet e Sapienza; l’attribuzione è fittizia, ma ha un senso! Essa risale anzitutto alla tradizione biblica di 1Re 5,9-14, che attribuisce al re Salomone una vasta e profonda conoscenza sapienziale: tremila proverbi, millecinque poesie e un sapere scientifico enciclopedico.
Il midrash approfondisce questa tradizione articolando con più precisione la conoscenza sapienziale del re:
«Salomone ha scritto il Cantico quando era giovane, i Proverbi all’età matura e Qoelet nella sua vecchiaia; perché quando l’uomo è giovane, canta; quando è adulto, enumera delle massime; quando diventa vecchio, parla della vanità delle cose»[3].
È evidente il tentativo di coprire con l’insegnamento sapienziale tutti gli ambiti della vita.
L’universalità di questo sapere sapienziale traspare dalla qualifica regale di Salomone. Il re, infatti, a differenza del sacerdote o del profeta, non rappresenta alcuna classe sociale particolare, bensì tutto il popolo; per cui attribuire la sapienza a Salomone significa attribuirla al popolo. Effettivamente gli scritti sapienziali danno la parola a Israele, al popolo e l’io regale salomonico uguaglia l’io anonimo di ogni israelita.
Questa sapienza non è un sapere chiuso, nazionalistico, ma mette in relazione Salomone e Israele con la sapienza dei popoli, superandola:

«La saggezza di Salomone superò la saggezza di tutti gli orientali e tutta la saggezza dell’Egitto» (1Re 5,10).
Questo fatto è importante perché permette a Israele di prendere coscienza della sua comune appartenenza all’umanità. Israele è originale nella sua coscienza dell’universale, che non gli è proprio; questo universale infatti appartiene all’uomo in quanto tale e non solo al giudeo. Tramite la sapienza Israele prende coscienza di essere figlio di Adamo prima di essere figlio di Abramo! Ecco perché in questa letteratura sapienziale scompare quasi totalmente la storia salvifica e Salomone diventa sinonimo di uomo.
Questo Salomone sapienziale però non abdica alla propria identità! Anzi, il comune linguaggio sapienziale e la sua presenza in mezzo alle nazioni tramite il fenomeno della diaspora gli permettono di far loro conoscere la propria storia di figlio di Abramo. È quanto fa il Salomone anonimo del libro della Sapienza: egli parla anzitutto ai re della terra (cf. 1,6), si qualifica poi come Salomone (cc 7-9) e infine commenta la storia di Israele (cc 10-19), dove decifra la storia umana alla luce della propria fede e racconta la storia di Israele nel linguaggio della sapienza universale.

5. Descrizione-definizione della sapienza
È difficile definire concettualmente la sapienza a motivo della vastità dei suoi interessi e del suo carattere sfuggente a cui si accennava sopra. Ecco perché gli studiosi l’hanno definita variamente, chi insistendo sul suo carattere di conoscenza, chi sulla sua proposta etica, chi sul suo sforzo di definire e di proporre un ordine universale, chi sull’intento di raggiungere il successo nella vita privata e sociale[4]. Certamente queste definizioni evidenziano aspetti reali di questo fenomeno complesso che è la sapienza, tuttavia non esaustivi. Infatti non si può affermare che la sapienza costituisca una forma di conoscenza sia pure particolare; così non si può ridurre la ricerca sapienziale alla proposta e all’esposizione di un ordine morale vincolante, pur essendo evidente il suo interesse alla formazione della coscienza morale; anche la ricerca di un ordine del creato con cui armonizzare le scelte e avere così successo nella vita è debitrice più a una concezione egiziana che biblica[5].
Tentando una definizione di sapienza che tenga conto delle osservazioni precedenti, potremmo adottare la formula concisa e accattivante di A. Schökel: «Un’offerta di senso»[6]. «Senso» indica non solo il cosiddetto buon senso, bensì la ragione interiore di un avvenimento, di una scelta o di un’intera esistenza; l’uomo infatti è alla ricerca di ciò che, al di là degli aspetti esteriori, conferisce la ragione d’essere, il significato profondo di un evento, di una vita e addirittura della storia e del mondo. Il secondo termine «offerta» sottolinea la particolare pedagogia del maestro di sapienza, il quale non usa la leva della legge o dell’autorità per imporre il proprio insegnamento, quanto piuttosto l’arte della proposta libera ma suadente; egli è convinto di offrire un bene prezioso che si imporrà da sé, anche se in un arco di tempo lungo. Si tratta di convincere, più che di imporre, evidenziando il valore della proposta più che la forza di un’autorità o la gravità di una sanzione.
Questa offerta di senso propone un’attitudine e un metodo che portano all’autorealizzazione dell’uomo sia nella sfera privata che in quella professionale; con ciò si raggiungono gli ambiti della natura, della società e della religione, e vengono ricuperati gli aspetti della conoscenza, dell’etica e dell’ordine.

6. La sapienza come abilità dell’artigiano
Quella che s’è data è una definizione-quadro della sapienza, che necessita ancora di essere precisata. Punto di partenza non è l’ambito intellettuale e conoscitivo, ma piuttosto quello pratico-tecnico. Infatti il termine hokma orienta anzitutto all’abilità tecnica dell’artigiano che sa realizzare un’opera artistica e pregevole, come nel caso di Bezaleel, del quale si dice:
«L’ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza[7], in ogni genere di lavoro, per concepire progetti e realizzarli in oro, argento e rame, per intagliare le pietre da incastonare, per scolpire il legno e compiere ogni sorta di lavoro» (Es 31,3-5).
Qui il vocabolario sapienziale definisce l’abilità artistica di Bezaleel nella costruzione del santuario. Con la stessa terminologia sapienziale viene descritto Chiram, che Salomone fa venire da Tiro per la costruzione del Tempio di Gerusalemme (cf. 1Re 7,14).
È partendo da questa espressione umana che la fede dell’Antico Testamento parla della sapienza creatrice di Dio. Egli viene concepito come l’artigiano per eccellenza, che ha saputo costruire questo mondo meraviglioso in cui viviamo:
«Egli ha formato la terra con potenza, ha fissato il mondo con sapienza (hokma), con intelligenza (tebuna), ha disteso i cieli» (Ger 10,12).
A Geremia fanno eco i Salmi:
«Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza (hokma)» (104,24);
«Hai creato i cieli con sapienza (tebuna), perché eterna è la tua misericordia» (136,5).
È questo Dio dunque che al termine della sua giornata lavorativa può contemplare l’opera delle sue mani ed esclamare con soddisfazione: è bello, è buono! (cf. Gn 1).
Così concepita, la creazione interpella l’uomo; essa infatti viene offerta all’uomo perché possa coltivarla e custodirla (cf. Gn 2,15), riempirla e soggiogarla, dominare sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra (Gn 1,28). Così la sapienza che Dio ha effuso a piene mani nel creato viene offerta all’uomo:
«Il Signore ha creato la sapienza; l’ha vista e l’ha misurata, l’ha diffusa su tutte le sue opere, su ogni mortale, secondo la sua generosità; la elargì a quanti la amano» (Sir 1,7-8).
Si tratta allora per l’uomo di continuare l’opera creatrice di Dio mediante una contemplazione disinteressata e gioiosa che sfocia nella lode, mediante soprattutto una vita guidata dalla Torah; l’ordine del creato, infatti, esige l’ordine morale dell’uomo (cf. Sal 19)! L’uomo dunque si scopre artigiano della propria vita ed è grazie al dono della sapienza che egli potrà modellare con decisioni piccole o grandi la propria vita facendone un’opera d’arte. Solo al termine della propria vita l’uomo completerà quest’opera: «Prima della fine non chiamare nessuno beato; un uomo si conosce veramente alla fine» (Sir 11,28).
È questo il grande compito dell’uomo, compito difficile, ma esaltante; compito personale, ma all’interno di una comunità; compito dell’uomo, ma reso possibile unicamente dal dono della sapienza. Soltanto lei può offrire un senso compiuto all’esistenza dell’uomo ed è proprio questo senso della vita che i maestri di sapienza cercano e offrono a tutti coloro che aderiscono alla loro scuola:
«Figlio mio, fa attenzione alle mie parole, porgi l’orecchio ai miei detti; non perderli mai di vista, custodiscili nel tuo cuore, perché essi sono vita per chi li trova e salute per tutto il suo corpo» (Pr 4,20-22).

7. Un’offerta sponsale
La sapienza lungo i secoli del tempo biblico assumerà una pluralità di volti, come un orizzonte che si apre su un altro orizzonte, senza discontinuità e senza fine. Occorre sempre cercare la sapienza sapendo che «quanti si nutrono di lei avranno ancora fame e quanti bevono di lei avranno ancora sete» (Sir 24,20). Ma una certezza sempre più forte emerge in questo cammino verso la sapienza: essa si rivela come l’unica sposa ideale dell’uomo.
L’autore del libro della Sapienza, rileggendo il sogno di Gabaon (1Re 3,4-15) in chiave mistico-sponsale, descrive l’innamoramento del giovane Salomone:
«Questa ho amato e ricercato fin dalla mia giovinezza, ho cercato di prendermela come sposa, mi sono innamorato della sua bellezza» (8,2).
Più che un progetto volontario e deliberato, si tratta di un’attrazione incontenibile; è infatti essa stessa che con la sua ricerca amorosa previene ogni ricerca dell’uomo (Sap 6,12-16). E così il giovane Salomone, tipo di ogni giovane alla ricerca del senso della propria vita, si mette alla ricerca della sapienza, per condurla a casa propria e sposarla:
«Ritornato a casa, riposerò vicino a lei, perché la sua compagnia non dà amarezza, né dolore la sua convivenza, ma contentezza e gioia (8,16).
Nessun successo nella vita pubblica potrebbe compensare un insuccesso nella vita privata; di qui il ritratto della sapienza come l’unica sposa che può rendere felice l’uomo.
Si tratta però di un ideale non ancora raggiunto, ma solo agognato (i verbi sono al futuro!). Sorge così spontaneo l’anelito alla preghiera, un anelito sempre più insistente e appassionato, a cui ogni ricercatore della sapienza è invitato:
«Sapendo che non l’avrei altrimenti ottenuta, se Dio non me l’avesse concessa, – ed era proprio dell’intelligenza sapere da chi viene tale dono – mi rivolsi al Signore e lo pregai» (8,21).

[1] L’espressione è di L. Alonso Schökel, a cui siamo debitori per queste note introduttive. Cf. L. Alonso Schökel-J. Vilchez Lindez, I Proverbi, Borla, Roma 1988, 17-25.
[2] Vedi al riguardo le stimolanti riflessioni di P. Beauchamp, L’uno e l’altro testamento, Paideia, I, Brescia 1985, specialmente 123-141.
[3] Midr.Rab. Cant 1,10. Anche la tradizione cristiana a partire da Origene fino al Medioevo riprende questa interpretazione giudaica, riorientandola però in senso spirituale: con i Proverbi Salomone insegna ai principianti come vivere virtuosamente nel mondo; con Qoelet indica a coloro che sono già avanzati nella vita spirituale a disprezzare le cose del mondo come vane e fugaci; col Cantico Salomone parla agli iniziati dell’amore di Dio. Cf. R.E. Murphy, L’albero della vita. Una esplorazione della letteratura sapienziale biblica, Queriniana, Brescia 1993, 15.
[4] Per una panoramica delle proposte moderne circa la definizione della sapienza vedi V. Morla Asensio, Libri sapienziali e altri scritti (Introduzione allo studio della Bibbia 5), Paideia, Brescia 1997, 30-45.
[5] Gli antichi egiziani attribuivano l’ordine primordiale del mondo alla Ma’at, che consideravano una dea o quantomeno un attributo della divinità. Essa è l’ordine immanente del mondo, non soltanto del mondo naturale, ma anche del mondo umano. Alonso Schökel-Vilchez Lindez, I Proverbi, 67-69.
[6] Ibid., 20.
[7] Il vocabolario è tipicamente sapienziale: hokma, tebuna, da’at; ma descrive il campo dell’abilità artistica e artigianale; perciò si dovrebbe più correttamente tradurre: «…perché abbia destrezza, abilità e perizia…».

Publié dans:EBRAISMO, EBRAISMO - STUDI |on 30 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Paolo filosofo nascosto – Giuseppe Barbaglio – Di Gianfranco Ravasi

http://www.giuseppebarbaglio.it/

RELIGIONE

Un saggio sul pensiero dell’Apostolo: per capirlo non resta che affidarsi alle sue «Lettere»: più che sistematicità si scoprirà una coerenza nella interpretazione del Vangelo

PAOLO FILOSOFO NASCOSTO

Gramsci l’aveva sbrigativamente definito «il Lenin del cristianesimo» e Nietzsche un «disevangelista». Nel suo discorso emerge la prospettiva di un cambio di mentalità

Di Gianfranco Ravasi

Chi prende in mano il volume di Giuseppe Barbaglio può forse credere di essere davanti all’ennesimo profilo della teologia di Paolo sul modello, per esempio, del sostanzioso e importante saggio dell’inglese James D. G. Dunn, La teologia dell’apostolo Paolo, tradotto da Paideia nel 1999. Il titolo e il programma dell’opera subito ci fanno capire che c’è qualcosa di diverso, anche perché lo stesso esegeta aveva già pubblicato una Teologia di Paolo, riedita dalle Dehoniane nel 2001. Il suo progetto non è quello di identificare a livello sincronico il piano teologico dell’Apostolo, isolandone il fulcro portante (Cristologia? Giustificazione per la fede? Mistica? Mistero pasquale? Tensione apocalittica verso il trionfo finale divino?…), ma di inseguire il suo « pensare » elaborato attraverso un processo molto fluido, diacronico, non costretto nello stampo freddo di un sistema né confezionato in un atélier teologico asettico ma sollecitato dalle urgenze e dalle istanze del ministero missionario e pastorale. La « vulgata » inconsciamente prevalente anche in molti cristiani è, infatti, quella di un Paolo freddo ideologo, «padre del sottile Agostino, dell’arido Tommaso d’Aquino, del tetro calvinista, del bisbetico giansenista», del tutto alieno da quel Gesù che è «padre di tutti coloro che cercano nei sogni dell’ideale il riposo delle anime loro», come scriveva enfaticamente Ernest Renan nel suo Saint Paul (1869). Nietzsche l’aveva poi bollato come un « disangelista », ossia l’antitesi di un « evangelista », Albert Schweitzer (sì, il famoso dottor Schweitzer era un teologo prima di essere un filantropo) lo esaltava come «il santo patrono di coloro che pensano» e Gramsci l’aveva sbrigativamente denominato «il Lenin del cristianesimo»! In realtà, Paolo era stato innanzitutto un pastore, un annunziatore e un testimone, anche se spesso i suoi testi erano rimasti quasi esclusivo appannaggio di teologi. Ebbene, Barbaglio vorrebbe cercare di individuare la vera qualità di questo particolare pensatore. È indubbio che quello paolino sia un pensiero teologico che ha un apriori che lo precede e una fonte che lo alimenta: la sua è una razionalità tutta interna alla stanza della fede cristiana, spesso ribadita da quel « sappiamo » che connota la tradizione della fede ancorata alla rivelazione divina. Ma quel pensiero, che pure è nutrito dell’eredità biblica e della stessa cultura grecoromana, secondo Barbaglio non è formulato attraverso un disegno previo e una trattazione conseguente bensì fiorisce attraverso un genere di sua natura « occasionale » come quello epistolare. Si ha, così, un pensare provocato dagli interlocutori (emblematici sono i capitoli 6 e 8 della Prima Lettera ai Corinzi) che diventa provocatorio nei loro confronti, interagendo con le loro istanze ma rappresentando anche quelle dell’Apostolo stesso. Egli, infatti, «intende suscitare in loro un cambiamento di mente e di vita e lo fa con la pienezza della sua autorità di apostolo e di padre della comunità, ma anche affidandosi alle risorse dell’argomentazione e alla funzione illuminante della ragione». Alle spalle di Paolo non c’è, dunque, un progetto antecedente e coerente. Su questa convinzione Barbaglio è radicale e indubbiamente solleciterà reazioni da parte di molti colleghi che coi loro saggi hanno spesso asserito il contrario (ritrovando, per esempio, sotteso alla Lettera ai Romani il nucleo preliminare dell’ideologia paolina). «La teologia di Paolo – scrive, invece, Barbaglio – è la teologia delle sue lettere. Un pensiero teologico dell’apostolo altro da quello presente nelle sue lettere è pura congettura soggettiva, in ogni modo per noi zona oscura e inattingibile». È così che il procedimento adottato dalla riflessione paolina e dalla relativa analisi di Barbaglio non si àncora a un disegno predeterminato ma a una prospettiva ermeneutica: «Il fattore di unità della riflessione di Paolo è piuttosto formale: consiste nel suo metodo di far teologia, nel processo di pensare Dio e Cristo; egli rilegge e ridefinisce i punti nodali della credenza primitiva cristiana, il vangelo nelle sue diverse valenze… Il suo è sempre unitariamente un pensare ermeneutico, teso a comprendere la ricchezze nascoste nel credo protocristiano… La coerenza del pensatore Paolo è di carattere ermeneutico: egli fa emergere le implicazioni dell’eschaton che si è fatto storia in Gesù morto e risorto». Con questa scelta metodologica Barbaglio procede all’identificazione del diagramma teologico in divenire dell’Apostolo, affidandosi obbligatoriamente a due traiettorie estrinseche ormai codificate, anche se non prive di qualche esitazione in sede storico-critica, quelle della selezione delle lettere direttamente paoline (escludendo quelle di « scuola ») e della loro sequenza cronologica. È ovviamente questa la sezione più sostanziosa dell’opera, articolata in dieci tappe che partono dal «vangelo della gratuita elezione divina» (1 Tessalonicesi 1-3) e avanzano attraverso le varie fasi in cui quel vangelo si ramifica e si anima: la croce di Cristo (1 Corinzi 1-4), la libertà dei gentili (Galati), la rivelazione della giustizia divina, la giustificazione e la vita nuova, la fedeltà di Dio a Israele (Romani), la morte e risurrezione di Cristo come primizia (1 Corinzi 15), la vita nello Spirito per approdare alla figura stessa dell’apostolo delineata in relazione al vangelo (2 Corinzi). La lettura di questa pagine, sempre costruite su un’esegesi fine e spesso originale del testo paolino, rivelano in modo inequivocabile la lunga e amorosa assuefazione dell’autore all’epistolario paolino, confermata per altro dalla sua bibliografia. Si ha, così, la possibilità di inseguire un pensiero affascinante nonostante i sentieri di altura che propone e le non poche asprezze e asperità. Naturalmente su alcune opzioni interpretative o sulla ricostruzione evolutiva del pensiero paolino potrà accendersi la discussione tra gli esegeti. Alla fine l’impressione che si ricava è piuttosto paradossale: pur scegliendo di essere un teologo occasionale, epistolare, pastorale, Paolo si rivela un pensatore coerente e capace di delineare un quadro teologico armonico. Certo, decisiva è stata la roccia su cui si è fondato, quella del vangelo di Cristo che lo precede, come consequenziale e cruciale è stata la prospettiva ermeneutica da lui adottata. Tuttavia si ha anche la sensazione di essere in presenza di un pensatore che sapeva tenere ben stretto il filo del suo pensiero, senza perdere di vista da dove era salpato e la meta verso la quale sarebbe approdato. L’opera di Barbaglio segna, comunque, con la sua tesi originale (e tutt’altro che peregrina) e col suo meticoloso vaglio testuale una tappa importante e per certi versi imprescindibile negli studi paolini contemporanei.


Giuseppe Barbaglio
Il pensare dell’apostolo Paolo

Santa Marta

Santa Marta dans immagini sacre martha

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Publié dans:immagini sacre |on 29 juillet, 2013 |Pas de commentaires »
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