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LA CENA DEL SIGNORE – (1COR 11,17-34)

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LA CENA DEL SIGNORE – (1COR 11,17-34)

(è molto lungo perché è uno studio, non metto: III commento, ma è da leggere)

P. G. Claudio Bottini ofm

sbf – Gerusalemme

Del tema dell’Eucaristia S. Paolo tratta due volte nella 1Cor e in contesti vivacemente segnati dai problemi della comunità cristiana. Non è fuori luogo dire che è grazie alle difficoltà dei corinzi che abbiamo questi testi sublimi della nostra fede. Il primo intervento si trova nella unità costituita da 1Cor 10,14-22 dove l’apostolo tratta il problema delle carni sacrificate agli idoli. Per dissuadere dall’idolatria porta il motivo del valore sacramentale della cena del Signore. Il calice della benedizione è partecipazione al sangue di Cristo; il pane che i corinzi spezzano è comunione col corpo di Cristo. Di conseguenza tutti formiamo un solo corpo, quello di Cristo, perché tutti di lui ci nutriamo (10,17a). L’unione dei credenti si fonda sulla partecipazione sacramentale al corpo e al sangue di Cristo, la quale a sua volta è segno della unione col Cristo nella stessa fede. Il secondo riferimento all’Eucaristia, più articolato e più complesso, è in 1Cor 11,17-34. Informato dei gravi abusi che si erano introdotti nelle assemblee conviviali a Corinto, Paolo reagisce richiamando il contenuto della tradizione, esattamente l’istituzione della Cena, tradizione che egli dice di aver ricevuta dal Signore, e riporta le parole della istituzione. Su questo brano in cui, come vedremo, Paolo sottolinea fortemente il legame essenziale che esiste tra Eucaristia e Chiesa, tra Cena del Signore e carità fraterna, ci fermeremo in questa riflessione.

I. CONTESTO E ARTICOLAZIONE Richiamando la divisione letteraria e tematica proposta vediamo che l’unità di 1Cor 11,17-34 si trova nella quinta parte della lettera e che abbraccia tutto il cap. 11, eccettuato il v. 1 che fa chiaramente parte dell’unità che precede. L’argomento generale può dirsi il problema posto dall’ordinamento dei raduni di preghiera a Corinto, che viene specificato poi concretamente in due temi: l’abbigliamento dei profeti e delle profetesse nelle assemblee cultuali (11,2-16), la celebrazione della Cena eucaristica (11,17-34). Il brano di 11,17-34, in base a forma e contenuto, può essere ulteriormente diviso in due paragrafi (11,17-22; 11,23-34). Il primo paragrafo si lascia chiaramente delimitare dalla ripetizione delle espressioni « Non posso lodarvi… » (v. 17); « In questo non vi lodo » (v. 22) che fanno inclusione. Prima Paolo aveva lodato la comunità (11,2), ma ora si vede costretto a biasimarla severamente e ne dà le ragioni. Il secondo paragrafo va dal v. 23 al v. 34. Alcuni autori lo suddividono ulteriormente, ma a me pare che esso non vi si presti facilmente, perché il procedere di Paolo è molto serrato dal punto di vista logico e formale. Paolo vi evoca la tradizione « ricevuta dal Signore » e ne mostra le conseguenze per il suo significato di atto cultuale e per coloro che vi partecipano indegnamente (vv. 23-32); poi dà delle regole pratiche di comportamento ai corinzi. Quanto al vocabolario vale la pena notare la ricorrenza insistente e significativa dello stesso termine « convenire / radunarsi » che ricorre ben cinque volte (vv. 17.18.20.33.34 cf. anche i termini concettualmente affini: « in assemblea », v. 18, « insieme »,v 20) e della terminologia giudiziaria: « colpevole » (v. 27), « condanna / condannare » (vv. 29.32), « giudicare » (vv. 31.32) a cui si possono aggiungere per affinità concettuale anche i termini: « in assemblea » (v. 18), « insieme » (v. 20), « Chiesa di Dio » (v. 22). E’ evidente il contrasto con « divisioni » (vv. 18.19), « proprio pasto » (v. 21) e gli atteggiamenti individualistici. La compattezza dell’intero brano è segnalata anche dalla formula di inclusione che si rileva al v. 17 (« poiché vi riunite… per il peggio ») e il v. 34 (« perché non vi riuniate a vostra condanna »). All’interno dell’unità letteraria i versetti da 23 a 26, che riferiscono la memoria eucaristica ricevuta e trasmessa da Paolo, spiccano per contenuto e formulazione. Al centro vi è il racconto, di cui Gesù è protagonista. Lo incorniciano gli interventi di Paolo che dichiara di aver ricevuto e trasmesso tale tradizione / racconto e ora ne interpreta il significato.

II. AMBIENTE VITALE Come si svolgevano a Corinto le assemblee conviviali e quali erano le cause delle divisioni? E’ difficile dare una risposta dettagliata e precisa. Gli studiosi cercano di delineare il quadro ambientale utilizzando gli elementi offerti dal testo paolino, dalla tradizione cristiana delle origini sull’Eucaristia e dalle testimonianze dell’ambiente giudaico e greco-romano sulle riunioni conviviali. Un punto fermo per la ricostruzione è la distinzione che Paolo fa tra la « Cena del Signore » (v. 20) e il « proprio pasto » (v. 21). Per « Cena del Signore » si intende chiaramente la consumazione del pane e del vino secondo il comando del Signore che l’apostolo dice di aver ricevuto e trasmesso ai corinzi. « Ma non si riduce a questo; tra il mangiare e bere il calice, su cui erano pronunciate le parole interpretative e oblative di Gesù, si consumava un pasto vero e proprio, con la tavola imbandita anche di companatico, cioè di pesce e probabilmente pure di carne » (G. Barbaglio, La prima lettera ai Corinzi, Bologna 1996 564). Per « proprio pasto » si intende invece una cena profana che aveva luogo al termine del giorno e poteva consistere di abbondanti cibi e bevande. Ora Paolo dice che questa cena veniva consumata in occasione del raduno liturgico, durante il quale « ognuno » – da intendere non di tutti ma dei membri facoltosi – mangia per proprio conto con la conseguenza che alcuni giungono a ubriacarsi e altri a soffrire la fame. In che rapporto erano i due pasti? Probabilmente il raduno liturgico della comunità aveva questi momenti: benedizione sul pane, pasto comunitario o agape fraterna, benedizione sul vino. A che punto si collocava quello che Paolo chiama il « proprio pasto »? Con certezza non si può dire, tuttavia si possono formulare due ipotesi: il cosiddetto « proprio pasto » aveva luogo prima che iniziasse il raduno liturgico con la celebrazione della « Cena del Signore »; il « proprio pasto » si svolgeva contemporaneamente all’agape fraterna tra rito della benedizione del pane e quello della benedizione del vino. La seconda ipotesi appare meno probabile. Difficile accettare che a Corinto si giungesse a questo eccesso di discriminazione, cioè che i ricchi mangiassero un pasto privato cui non erano ammessi i poveri e per giunta in concomitanza alla celebrazione della « Cena del Signore ». Più probabile invece che il « proprio pasto » consisteva in un’abbondante cena consumata solo dai ricchi prima del raduno liturgico della comunità. Questa ricostruzione è resa verosimile dalla stratificazione sociale della comunità cristiana di Corinto che risultava composta da una minoranza di credenti provenienti dal ceto medio e medio alto e da una maggioranza di fedeli appartenenti ai ceti più bassi della società inclusi gli schiavi. Certamente l’adesione al Vangelo e l’appartenenza alla stessa comunità di fede aveva creato legami spirituali e comunitari tra i credenti di Corinto, ma essi non riuscivano indubbiamente a cancellare del tutto le massicce differenze e separazioni tra le classi sociali presenti nella società greco-romana e dovute alle diverse condizioni economiche. Queste si esprimevano in tante forme, a cominciare dal modo di trattare gli ospiti a tavola. Il trattamento riservato a ricchi e ospiti di riguardo non era indubbiamente lo stesso di quello tenuto con i poveri. Se a ciò si aggiunge l’eventualità che il raduno liturgico della comunità si teneva nelle case dei membri ricchi, si comprende che questi potevano portare anche una giustificazione al loro modo diverso di accogliere gli ospiti senza per questo sentirsi in colpa. E’ probabilmente in questo quadro ambientale che si devono comprendere gli abusi introdottisi a Corinto e fortemente biasimati da Paolo. « Senza troppi complimenti, i ricchi cominciavano a cenare e così, quando sopraggiungevano gli altri e aveva inizio la celebrazione della cena del Signore, sulla tavola restavano pochi avanzi. In questo modo, la cena agapica di tutta la comunità assumeva un aspetto tristemente egoistico e fortemente discriminatorio: i ricchi si godevano in pace la sazietà, mentre i poveri erano obbligati a consumare i resti del banchetto o rimanevano a stomaco vuoto » (L. D. Chrupcaa, « Chi mangia indegnamente il corpo del Signore [1Cor 11,27]« , Liber Annuus 46 [1996] 65 con ampia presentazione dei problemi e delle soluzioni prospettate da vari studiosi). Chi aveva informato Paolo di questa situazione? Dovevano essere stati degli informatori a voce, perché egli afferma: « sento dire » (v. 18). L’apostolo se ne mostra molto preoccupato e sollecito a rimediare: rileva gli abusi e biasima la maniera di condurre le celebarzioni eucaristiche (vv. 17-22); riconduce alla norma suprema di ogni autentica celebrazione eucaristica, cioè a quanto Gesù fece (vv. 23-26); esorta e dà alcune disposizioni perché si celebri degnamente la Cena del Signore e non incorra nel suo giudizio di condanna (vv. 27-34). L’aspetto più originale dell’istruzione paolina sta nel collegamento tra il sacramento della Cena del Signore e la comunità cristiana, tra la memoria proclamatrice della morte del Signore e la comunione fraterna espressa nel pasto in comune, tra « celebrazione del corpo personale di Gesù, donato a noi nella morte, ed esistenza nostra di solidali membra del corpo ecclesiale di Cristo »(G. Barbaglio, « L’istituzione dell’Eucaristia [Mc 14,22-25; 1Cor 11,23-24 e par.]« , Parola Spirito e Vita 7 [1983] 141). Ancora una volta si vede come gli imperativi morali e spirituali di Paolo hanno degli indicativi teologici supremi. In questo caso, come un po’ in tutta la 1Cor, le motivazioni sono di natura cristologica e ecclesiologica.

LEGGE E VANGELO: DA GESU’ a PAOLO – DI ROMANO PENNA

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LEGGE E VANGELO: DA GESU’ a PAOLO

DI ROMANO PENNA

Premetto che il mio è un discorso non speculativo ma di carattere storico-letterario, nel senso che è limitato alle origini cristiane e ai suoi scritti, nella misura in cui là troviamo il DNA della nostra identità, in quella storia e in quei testi che ci documentano la prima presa di coscienza di cosa significa essere cristiani. Ho parlato di una prima presa di coscienza, al singolare, ma in realtà si dovrebbe usare il plurale, perché lo studio degli inizi conduce inevitabilmente a prendere atto di una dimensione pluralistica, cioè di una varietà di ermeneutiche, che è tipica delle origini e che perciò dovrebbe auspicabilmente essere propria anche del corso storico del cristianesimo1.

1. Grecità e giudaismo. Il punto di partenza per il mio discorso non può essere altro che il concetto giudaico di legge di Dio, da cui dipende poi il discorso cristiano. Lo stesso sintagma “Legge di Dio”, infatti, si comprende bene solo all’interno del giudaismo e non della grecità, per il semplice motivo che differisce il rispettivo concetto di Dio. In effetti, come scrive un noto studioso dello stoicismo, «l’etica greca deduce la moralità unicamente dalla physis dell’uomo … e fa astrazione da qualsiasi potenza superiore che regoli il suo agire dal di fuori … Uno Zeus che con un suo decalogo crei la moralità sarebbe stato inconcepibile per gli Elleni»2. L’uomo greco, infatti, fonda la moralità nient’altro che nella legge di natura e nel logos/ragione inerente all’uomo. In Israele abbiamo invece un concetto personalistico di Dio, e di un Dio unico. E, come si sa bene, il monoteismo ebraico nell’antichità, benché soggetto a un certo sviluppo nella sua affermazione, costituì un’eccezione nelle culture del tempo per il modo di rapportarsi a Dio3. Il Sommo Bene di Platone o il Motore Immobile di Aristotele si disinteressano delle vicende storiche dell’uomo, mentre d’altra parte gli storici greci nelle loro opere storiografiche non tirano in ballo gli dèi (a meno che siano poeti come Omero, ma è un’altra cosa). Il Dio d’Israele invece è un Dio che conduce la storia, non tanto dell’umanità (in prima battuta) quanto piuttosto di un popolo specifico, che Egli ritiene suo, e che ha coscienza di appartenere a lui. A questo popolo il Signore Dio dona una sua legge, da intendersi come livello elevato sui cui camminare per essere alla sua altezza. Certo avete presente il capitolo 20 dell’Esodo, dove si trova redatto il decalogo. Esso comincia così: “Io sono il Signore Dio tuo, che ti trasse dalla terra d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai altro Dio al di fuori di me….. ”. Come si vede, prima della elencazione degli imperativi c’è un indicativo che ricorda l’intervento gratuito e immotivato di Dio in favore del popolo liberato dalla schiavitù. Appare di qui manifesto che nella coscienza di Israele c’è l’idea, secondo cui all’origine della sua esistenza e della sua identità c’è un atto di grazia di Dio e che la legge perciò, in qualche modo, è ‘seconda’ rispetto alla grazia iniziale, la quale sola è primaria, fondamentale e fondante, concretamente dimostrata da Dio nei confronti del suo popolo. In ogni caso, la legge donata da questo Dio costituisce la griglia, la piattaforma, la cornice e anche il quadro di ciò che questo Dio di Alleanza richiede al suo partner che è Israele. Ebbene, un’idea del genere non è greca. È vero che un filosofo pagano del I secolo, pressoché contemporaneo di Paolo, lo stoico Epitteto, impiega lo stesso sintagma nómos theoû, “legge di dio”. Ma in Epitteto questa legge non è altro che la legge di natura (cfr. Diatribe 1,29,19): essa consiste nella possibilità e anzi nel dovere dell’uomo di costruire sé stesso sapendo di non dipendere da niente e da nessuno e di mettersi così al servizio degli dèi a prescindere da ogni presunzione ed emozione, da ogni condizionamento esterno che lo potrebbe disturbare. La legge divina, per Epitteto, è questo: “Se vuoi qualcosa di buono, tiralo fuori da te stesso” (ib.1,29,4); è quindi paradossalmente una legge in potere dell’uomo in quanto tale. In un certo senso potremmo dire che l’uomo è legge a sé stesso. Si tratta di un atteggiamento del tutto umanistico, che potremmo qualificare come sapienziale, quello cioè di sapersi rapportare al mondo con totale distacco. Substine et abstine, “sopporta e rinuncia”, è il celebre principio stoico: il mondo non deve disturbarmi, intralciare la mia interiorità personale o semplicemente la mia serenità. Quindi, costruire sé stessi: questa è la legge di dio. Ma il dio di cui parla Epitteto non è certo il Dio del Sinai; è il dio della natura. La legge di cui si parla qui, in sostanza, coincide almeno con una certa interpretazione della legge naturale. E poiché, come scrive Seneca, “non c’è natura senza dio né c’è dio senza natura, ma entrambi sono la stessa cosa” (Sui benefici 4,8,2), va considerata “una innocenza meschina quella di essere virtuosi secondo la legge … infatti le obbligazioni che impongono la pietà, l’umanità, la giustizia, la generosità, la lealtà non stanno scritte sulle tavole ufficiali” (Sull’ira 28,2)! Quando però il Nuovo Testamento parla della “legge”, in greco nómos, la intende in un senso molto variegato e comunque intende il termine secondo almeno tre accezioni. Già si discute sulla traduzione di questo vocabolo, almeno in rapporto all’originale ebraico, Torà, che di per sé vuol dire “insegnamento, istruzione”. Il fatto è che il vocabolo ebraico è stato reso in greco appunto con nomos, che propriamente vuol dire “delimitazione”, richiamando l’idea del pascolo perimetrato (poiché deriva dal verbo némō, “distribuire, assegnare; pascolare”). Ebbene, ci sono tre concetti di nomos che sono salvaguardati dal Nuovo Testamento in generale e da Paolo in particolare. Il primo, tipico, consiste nel già accennato significato mosaico del termine: la legge è quella data da Dio a Mosè sul Sinai ed eventualmente specificata poi nella tradizione orale del giudaismo farisaico (questa reca il nome di halakà, dal verbo halak, “camminare”). È a questa legge che di fatto si riferisce sempre Gesù. Essa è ristretta dalla tradizione al Decalogo, ma i suoi comandamenti nel Talmud sono ampliati a un totale di ben 613 precetti (intesi come somma dei giorni dell’anno più il numero delle membra del corpo umano), che riguardano gli aspetti più vari dell’agire umano secondo il pio giudeo. C’è poi un concetto di conio greco già accennato, inteso non come legge di un Dio personale, ma formulato senza il genitivo come “legge ágrafos”, cioè legge “non scritta”, la quale è equivalente a ciò che un giudeo-ellenista qual è Filone Alessandrino definisce esplicitamene come nómos fýseos, “legge di natura” (Su Giuseppe 29). È quel tipo di norma che già faceva dire ad Antigone che è meglio disobbedire alla legge positiva del re di Tebe, lo zio Creonte, e seppellire invece comunque il fratello, poiché “vi sono delle leggi non scritte” (Sofocle, Antigone 454-455). Questa legge non scritta è, non dico esaltata, ma ammessa da Paolo chiaramente nel capitolo 2 della Lettera ai Romani (versetti 14-15) ed è messa in parallelo con la legge scritta dei Giudei. Cioè: i Giudei saranno giudicati sulla base della legge scritta, mentre i Greci, i gentili, lo saranno sulla base della legge che è scritta nei loro cuori. Quindi anche il cristianesimo ha un concetto positivo di questa legge, e già questo è molto interessante perché si vede che, almeno Paolo, ha lo sguardo aperto anche fuori degli steccati religioso-culturali di provenienza. C’è però ancora un altro concetto positivo di legge in Paolo, là dove il termine nómos si riferisce semplicemente ad una parte del canone biblico, e precisamente a quello che noi chiamiamo Pentateuco, i Cinque Rotoli, e che sono identificati semplicemente come grafé, cioè “Scrittura”. E la legge come scrittura è assolutamente un punto di riferimento inevitabile e fondamentale. Nella Lettera ai Romani 3,21, in uno stesso versetto, ci sono i due significati di legge, cioè uno positivo ed uno negativo, quando dice che “ora invece indipendentemente dalla legge si è manifestata la giustizia di Dio testimoniata dalla legge e dai profeti”. Qui con il binomio legge-profeti Paolo rimanda al canone delle Sacre Scritture, mentre con la prima ricorrenza scarta il significato di cui ora parleremo, cioè la legge (mosaica ma anche naturale) come criterio di giustificazione. Ma dicevo del concetto giudaico di “legge di Dio”. ebbene, noi dipendiamo da quel concetto (sia detto per inciso: mi sarebbe piaciuto che il papa Benedetto XVI nella visita alla sinagoga di Roma il 17 gennaio 2010 avesse riconosciuto che il cristianesimo è solo una variante del giudaismo, poiché tra i due non c’è una distinzione simmetrica ma assolutamente asimmetrica: noi siamo figli di Israele più che fratelli minori). All’interno del giudaismo odierno c’è una varietà di significati e di importanza attribuita alla legge: per esempio, il giudaismo riformato americano ammette le donne Rabbino, cosa che il giudaismo ortodosso non fa, poiché, secondo la lettera dell’Antico Testamento e alcuni antichi autori (penso a Giuseppe Flavio e agli antichi rabbini), le donne non sarebbero deputate a svolgere un servizio del genere; eppure c’è un settore del giudaismo contemporaneo che ammette questo fatto. In ogni caso nel giudaismo ciò che è fondamentale, anche se abbiamo parlato della grazia di Dio che conduce Israele fuori dall’Egitto, ciò che denota Israele è il Fare. Questo lo ha scritto in termini chiarissimi il celebre psicanalista Eric Fromm, ebreo tedesco, nella sua tesi di laurea discussa nel 1922 e che era proprio intitolata La Legge degli ebrei, dove si dichiara apertis verbis: “La legge chiede l’azione e non la fede”4! È dunque il fare che conta, più del credere. In effetti, se voi togliete al giudaismo la legge, gli togliete l’anima, il midollo della spina dorsale. Ecco perché ai nostri fratelli ebrei l’Apostolo Paolo è assolutamente indigesto. Ed è altamente significativo che il rabbino americano, professore universitario, Jacob Neusner (citato per altre cose anche da Benedetto XVI nel suo libro su Gesù di Nazareth), in una sua pubblicazione intitolata A Rabby talks with Jesus dice testualmente che se lui fosse stato tra gli uditori del discorso della montagna, se ne sarebbe tornato deluso a casa sua, al suo villaggio, alla sua famiglia, al suo contesto sociale, perché nelle parole di Gesù c’è una carenza di legge5! Questo è interessantissimo, e io come cristiano paolino sono molto contento che Gesù, a differenza di Mosé, non sia stato un legislatore, perché proprio non lo è! Certamente il cosiddetto Medio giudaismo o giudaismo del Secondo Tempio, ovvero quello che va grossomodo dal III secolo a.C. fino alla distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dell’imperatore Tito nell’anno 70, e quindi quello contemporaneo di Gesù e di Paolo, con corrisponde esattamente a quello successivo, di impostazione rabbinica, ma è un fenomeno molto sfaccettato. Là ci sono delle correnti in cui la legge è ritenuta una cosa secondaria, come nell’essenismo, e altre correnti come la comunità di Qumran, dove la legge è fondamentale: tuttavia, la comunità di Qumran che, come si legge nel Rotolo della Regola (1QS), si costruisce proprio per studiare e attuare la legge, sorprendentemente precisa che se tu osservi la legge ma non appartieni a questa comunità, non ti serve: come dire che c’è ormai una “comunità della nuova alleanza” (così si autodesignano quelli di Qumran) e se non appartieni a questa comunità, se non fai parte di questo gruppo, di questi’impostazione della vita, la semplice osservanza materiale della legge non serve, non basteranno tutte le acque dei fiumi per purificarti (così in 1QS 2,25-3,7: “Chiunque rifiuti di entrare nel patto di Dio [= nella comunità] … non sarà santificato dai mari o dai fiumi né sarà purificato da tutta l’acqua delle abluzioni”)! Quindi l’appartenenza alla comunità stessa è posta addirittura al di sopra della mera osservanza prassistica della legge.

2. Gesù. All’interno del complesso fenomeno del giudaismo del secondo Tempio c’è anche un movimento particolare messo in piedi da un certo Gesù di Nazareth, all’inizio un illustre ignoto, uno che quando ritorna al suo paese dopo 30 anni non viene praticamente riconosciuto e i compaesani si stupiscono del suo parlare perché prima non si era mai fatto notare (cfr. Mc 6,1-6). Il fatto resta qualcosa di straordinario! Egli si farà notare solo negli ultimi 3 anni della sua vita, ma nei lunghi decenni precedenti vissuti nel villaggio di Nazareth non aveva mai attirato l’attenzione: questo è sorprendente… Però quando poi si allontanò da casa e iniziò il suo movimento, chiamiamolo così, prese degli atteggiamenti davvero originali, che suscitarono l’interesse di molti. In ogni caso, arrivare al piano del Gesù storico non è cosa facile. Voi sapete che i testi evangelici sono posteriori di decenni alla vita terrena di Gesù, e quindi si pone sempre il problema di sapere se quella parola o quel gesto che leggiamo in quel dato vangelo come attribuiti a lui, davvero ci riferiscano il pensiero e il volto del Gesù terreno o se invece non siano qualcosa che di aggiunto dalla comunità posteriore. Questo è un problema fondamentale per lo studio delle origini cristiane e della figura di Gesù, per arrivare eventualmente a scindere, a precisare quale sia stata davvero la figura storica di questo Nazareno ricostruibile a monte delle varie interpretazioni che ce ne vengono date nei testi che parlano di lui. Questi testi appunto sono tanti, anche a prescindere da quelli apocrifi. Per il fatto stesso che ne siano stati canonizzati 4 la chiesa si è resa la vita difficile. Per me è stato un atto di estrema onestà intellettuale canonizzarne più di uno, anche se ciò avrebbe semplificato di molto le cose, visto che essi sono spesso in discordia tra di loro (Sant’Agostino, usando un ossimoro, parlava di concordia discors). A proposito del nostro tema, leggiamo in Matteo che “non passerà uno iota o un solo trattino della legge, senza che tutto sia avvenuto; chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti … sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (5,18-19). Può Gesù aver detto una cosa del genere? A parte che queste parole sono scritte nel testo evangelico e quindi ‘fanno testo’, diciamo così, è legittimo chiedersi: ma Gesù può aver detto davvero queste parole? Un motivo di dubbio può consistere nel fatto che le troviamo solo in Matteo, poiché sono assenti tanto in Marco quanto in Luca come in Giovanni. Sicché viene a cadere uno dei criteri usati oggi dalla critica biblica per ricostruire le parole del Gesù storico, ovvero il criterio della molteplice attestazione. In questo caso non c’è la molteplice attestazione, poiché si tratta di parole presenti solo in Matteo. E il vangelo di Matteo, nel cristianesimo antico, è considerato di fatto uno scritto giudeo-cristiano. Matteo e Paolo sono due poli diversi, e non per nulla Ireneo (seconda metà del II secolo) ci dà la notizia che il gruppo giudeo-cristiano degli Ebioniti, quindi di provenienza giudaica o comunque caratterizzati da una ermeneutica giudaizzante dell’evangelo, ritenevano come unico vangelo Matteo, considerando invece Paolo come apostata dalla legge (cfr. Contro le eresie 1,26,2). Questo dato esemplificativo serve, se non altro, per prendere coscienza di quanto sia complesso il cristianesimo delle origini, plurale e sfaccettato. Comunque, per dirla subito tutta, io ritengo che queste parole non siano gesuane, cioè non siano state pronunciate dal Gesù storico, ma esprimano il punto di vista della comunità matteana, che è giudeo-cristiana e che sta a monte di questo scritto ma anche a valle del Gesù storico6. D’altronde, ogni vangelo ha una sua comunità alle proprie spalle, di cui esso è espressione e che diverge in qualche cosa da quella degli altri scritti; la stessa cristologia non è uguale per tutti i vangeli. Ebbene, da uno sguardo d’insieme sulla figura di Gesù e dalle testimonianze di cui disponiamo, possiamo dedurre che Gesù non critica la legge in linea di principio, come farà almeno in parte Paolo. Egli certo non la critica come grafé, quindi come “Scrittura” (e così neanche Paolo), ma esplicitamente non la critica neppure come principio di prassi, di vita morale o istituzionale (a diversità di Paolo); al lebbroso infatti dice: “Andate a mostrarvi ai sacerdoti” perché così dice la Legge (Mc 1,44). Quindi è certamente vero che Gesù non critica la legge in linea di principio. Tuttavia nella sua pratica di vita si dimostra molto libero nei suoi confronti. Si trova libero nella prassi del sabato, nell’osservanza del sabato, dove preferisce la situazione dell’uomo all’osservanza della norma; abbiamo in Mc 3,1-6 la guarigione in giorno di sabato dell’uomo con la cosiddetta mano secca o rattrappita, ed egli giustifica il proprio intervento col dire che è meglio guarire un uomo che osservare la legge. Questo principio lo si vede ancora di più per quanto riguarda le leggi di purità, che Gesù bellamente sorvola: infatti tocca il lebbroso, tocca il cadavere del figlio della vedova di Nain o della figlia di Giairo, si lascia toccare da una mestruata, che sarebbe fonte di impurità, sta a contatto con un centurione pagano, addirittura vieta a chi decide di seguirlo di seppellire il padre contravvenendo proprio a una norma esplicita. Si vede bene dunque che Gesù è un uomo libero, è libero dalla legge o comunque dalle prescrizioni della legge soprattutto quando questa va ad umiliare l’uomo: questo è il suo criterio7. Quanto alle specifiche norme di purità è eloquente il principio enunciato in Marco 7,14-23, secondo cui non ciò che entra nell’uomo contamina l’uomo (si vedano tutte le norme alimentari, che vigono tuttora per i nostri fratelli ebrei, per non dire dei musulmani), bensì ciò che esce dall’uomo. E un po’ a commento di questa prassi di Gesù si potrebbe citare Romani 14,14, dove Paolo scrive: “Non c’è nulla di impuro per sé stesso se non solo per chi lo ritiene tale”. Questo è un principio paolino straordinario, che Gesù stesso avrebbe sottoscritto! Quindi il concetto di purità o impurità è soggettivo, ma non ci può essere e non c’è una norma per il cristiano che delimiti da un punto di vista religioso il menù che devi seguire. Ecco, dunque: il Gesù storico doveva essere un uomo libero. Non sviluppo qui la pur necessaria precisazione, secondo cui la sua sottovalutazione della legge era tutta funzionale alla centralità della persona stessa di Gesù, visto che i suoi discepoli erano chiamati non a studiare la Torà insieme a lui (come nelle scuole dei Rabbi) ma semplicemente a condividere la sua vita.

4. Paolo. Veniamo ora alla posizione di Paolo, che all’interno delle origini cristiane è comunque originale. Infatti, sorprendentemente, il comportamento di Gesù, a ben vedere, non sembra che abbia fatto testo e questo è uno delle questioni più interessanti sul passaggio dalla fase gesuana, cioè del Gesù storico, alla fase della chiesa o delle chiese post pasquali. Quando Pietro in Atti 10 non vuole entrare nella casa del pagano perché si sarebbe contaminato, riceve una visione dal cielo di quadrupedi e animali di ogni sorta che lui non vuole mangiare perché alcuni sono impuri, e allora una voce dal cielo invece gli dice: “Mangia e non chiamare impuro ciò che io ho creato puro” (At 10,28). Insomma, c’è da chiedersi se Pietro c’era o non c’era quando Gesù si è pronunciato in quei termini così liberanti? Come mai ha bisogno di una visione dal cielo? Non bastavano le parole di Gesù? Quindi o Gesù non si è espresso nei termini che noi leggiamo oppure i suoi discepoli più vicini non lo hanno capito. In effetti, all’interno del cristianesimo delle origini prese corpo quel filone ermeneutico ed ecclesiale che noi oggi chiamiamo “giudeo-cristianesimo”, di cui è esponente massimo Giacomo, fratello del Signore (non uno dei due Giacomo della lista dei Dodici). Questo Giacomo è ampiamente lodato in alcuni testi di stampo giudeo-cristiano (le cosiddette Pseudo-Clementine), in cui è considerato addirittura al di sopra di Pietro e soprattutto contrapposto a Paolo che è identificato con il “nemico” della parabola della zizzania che va a seminare l’erbaccia nel campo del buon grano. Del resto, accennavo poco sopra alla qualifica di Paolo come “apostata” da parte dei giudeo cristiani ebioniti. Avete presente ciò che si legge in Gal 2,11-15 e che successe ad Antiochia di Siria, la città delle prime volte (dove per la prima volta l’annuncio evangelico fu fatto ai pagani, dove per la prima volta i seguaci di Gesù furono detti cristiani, e di dove per la prima volta partì una missione esplicitamente voluta). Proprio lì Paolo aveva speso sé stesso per superare le barriere delle leggi di purità e impurità, che dividevano i cristiani di origine giudaica dai cristiani di origine pagana; nella prassi del mangiare a tavola Pietro in un primo tempo aderisce al principio della commensalità e adotta un comportamento di libertà, ma poi al sopraggiungere di quelli di Giacomo da Gerusalemme (come se fossero del Sant’Uffizio) Pietro fa un voltafaccia e non mangia più con i pagani, sia pure cristiani; egli sovverte in qualche modo quel principio di comunione privo di pregiudizi, che già aveva guidato l’esistenza di Gesù, il quale mangiava liberamente con pubblicani e prostitute. Ecco, Pietro dal punto di vista giudaico appare persino più ‘ortodosso’ di Gesù! Allora è lì che si attiva il rimprovero pubblico di Paolo, e viene fuori almeno questa dualità di atteggiamenti verso la matrice giudaica del cristianesimo. D’altronde, c’è chi ha paragonato le origini cristiane all’arco parlamentare che va da un’estrema destra ad un’estrema sinistra: l’estrema destra sarebbe quella di Giacomo, poi c’è un centro-destra che sarebbe quello di Pietro, poi un centro-sinistra che sarebbe quello di Paolo, ed una sinistra che sarebbe quella del vangelo di Giovanni e della lettera agli Ebrei8. Questo schema potrebbe essere discusso; comunque è certo che alle origini esisteva un ventaglio di ermeneutiche dell’evangelo accompagnato da diverse attuazioni pratiche dell’evangelo stesso. Ora, diciamo, Paolo è un innovatore, se non altro perché è anteriore al vangelo di Giovanni e anche, penso io, alla lettera agli Ebrei: anche se questi forse fanno ancora un passo avanti, è Paolo che ha innovato per primo nelle origini cristiane. Ed egli è innovatore rispetto non tanto a Gesù quanto ai giudeo-cristiani, come dicevo poco fa. Quando di ritorno dal terzo viaggio missionario Paolo si trova a Gerusalemme e incontra Giacomo, questi lo rimprovera perché “si sente dire che tu vai in giro a predicare contro la legge di Mosè, ma fai vedere che non è vero” e gli consiglia quell’escamotage di pagare lo scioglimento di un voto nel Tempio di Gerusalemme ad alcuni giudeo-ellenisti; questi vengono poi scambiati per dei Gentili introdotti dove essi non potevano entrare, allora vengono aggrediti e poi si tenta una lapidazione contro lo stesso Paolo, ma subentra l’autorità romana occupante che lo sequestra e lo salva (cfr. At 21,17ss). Quindi la posizione di Paolo si capisce bene se rapportata a quest’altro filone, che noi oggi denominiamo appunto con l’etichetta di giudeo-cristianesimo e che individuiamo come fenomeno a parte solo perché è sorto Paolo che gli si è contrapposto9. Proprio lui fu l’imprevisto nel quadro delle origini cristiane; senza di lui il cristianesimo sarebbe certamente andato avanti su di una linea giudaizzante. Ma, senza voler fare il filosofo della storia, possiamo ben ritenere che poi, come spesso succede, ciò che si butta fuori dalla porta rientra poi dalla finestra… Per quanto riguarda il rapporto specifico con la legge, sapendo che per Paolo il nómos in prima battuta è essenzialmente la legge mosaica, quella data da Dio stesso (ma in Gal 3,19-20 non è nemmeno chiaro che il datore sia stato proprio Dio!), egli da una parte ammette senz’altro la santità della legge. Come leggiamo in Rom 7, “la legge è buona e santa”, ma egli dice queste parole come mera concessione retorica. Infatti, per conoscere un testo bisogna anche conoscere i suoi destinatari, che ne relativizzano in parte il contenuto; ebbene, i destinatari della Lettera ai Romani sono giudeo-cristiani, poiché la chiesa di Roma era stata fondata prima di Paolo da alcuni cristiani di origine giudaica. Quindi a questi destinatari Paolo concede di ritenere che la legge sia santa, buona, giusta; ma nel contempo egli argomenta chiaramente col dire che essa è tuttavia impotente a giustificare il peccatore davanti a Dio10. È importante precisare che il concetto paolino di legge è strettamente connesso con un originale concetto di Peccato (con la P maiuscola)11. In Paolo infatti bisogna distinguere due diversi concetti di peccato. L’uno, minoritario, è quello di impronta farisaica e consiste nel considerare il peccato come trasgressione fattuale della legge, come atto trasgressivo di una prescrizione, di un comandamento. Da questo punto di vista si può e si deve parlare al plurale di “peccati”, come leggiamo in 1 Cor 15,3: “Vi ho trasmesso ciò che anch’io ho ricevuto: che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture”. Ma non per nulla questo testo non è paolino, essendo invece un testo di tradizione che viene citato. Di suo, invece, quando Paolo parla di peccato/hamartía, ne parla al singolare (51 volte su 58 ricorrenze) e gli riconosce tre caratteristiche: l’universalità, in quanto tutti peccano (ma questo lo diceva anche Seneca, quindi non è la cosa più originale: tutti trasgrediscono almeno una legge), la personificazione, perché è fatto soggetto di vari verbi (entra nel mondo, regna, signoreggia, abita addirittura in me, in casa mia [cfr. Rom 7,17: “Non sono io che faccio il male, ma il peccato che abita in me”]), e infine la sua precedenza rispetto alla legge stessa e quindi anche a tutte le sue trasgressioni possibili. Quindi nell’ottica di Paolo c’è una situazione, uno status di peccato in cui gli uomini sono immersi, senza una loro personale responsabilità. Per uscire da questo invischiamento non basta che un altro muoia per me. Sono piuttosto io che devo morire ad esso. Ebbene, questo Peccato si supera solo con la mia partecipazione alla morte di Cristo: non soltanto ritenendo che la sua morte è valida per me, ma per il fatto che io sono addirittura personalmente morto con lui. A questo proposito il testo paolino fondamentale è Rom 6,1-11. Certo è che una morte subìta da altri per me può valere per i miei peccati, ma qui si tratta di un Peccato che non è mio, poiché mi ci trovo dentro prima di ogni mio peccato. Quindi vengono sovvertite anche tutte le liturgie sacrificali (del giudaismo o altro). Si tratta invece di una concezione originalissima, che porta in primo piano una concezione “mistica” dell’identità cristiana: mistica nel senso di “partecipativa”, poiché comporta un transfer da una signorìa a un’altra12. Si vede bene dunque che il punto di partenza della critica che Paolo fa alla legge non è una riflessione sulla legge stessa o, come si dice con un termine tecnico, non è una toralogia, cioè non è una riflessione sul fatto che la legge possa giustificare o meno e che la natura umana sia debole cosicché nessuno mai riuscirebbe a mettere in pratica tutti i comandamenti. Paolo non parte da una considerazione negativa della legge, anzi lui stesso dice in un testo autobiografico di essere stato “irreprensibile per quanto riguarda l’osservanza della legge” (Fil 3,6). Il punto di partenza della critica paolina alla legge non è nient’altro che la considerazione della decisività di Cristo, è la figura stessa di Gesù Cristo e della sua portata soteriologica: “Tutti hanno peccato, ma sono giustificati gratuitamente per grazia mediante la redenzione che è in Cristo Gesù” (Rom 3,24). All’inizio quindi della svalutazione della legge non c’è una toralogia, ma c’è la cristologia, c’è una attenta valutazione di ciò che Cristo significa per me e, diciamo pure, per tutti gli uomini. È lui che mette in scacco il valore della legge: “Fine della legge è Cristo” (Rom 10,4)! Di qui si comprende anche l’assioma di Rom 3,28: “Riteniamo quindi che venga giustificato per fede un uomo senza opere di legge”. Nell’originale greco di questa frase, a differenza delle traduzioni, non ci sono articoli così che viene messo in rilievo il valore assoluto dei termini. La mancanza dell’articolo invita a considerare la natura delle cose, più che questo uomo qui o quella legge là. E se Lutero nella sua traduzione tedesca aggiunge l’avverbio “allein”/soltanto, fa un errore di traduzione perché nel testo greco non c’è, ma interpreta esattamente il pensiero del’Apostolo. D’altronde, l’avverbio “soltanto” è tradizionale, essendo già presente nella traduzione del primo commento alla lettera ai Romani di Origene (III secolo) fino almeno a Tommaso d’Aquino, che parla di fides scilicet sola … ac si totum fecisset (= colui che crede in Cristo, per il solo fatto di credere, è !come se avesse fatto tutto” [!], evidenziando ancora di più con il suo costrutto latino il valore insostituibile e persino sufficiente della fede). Infatti, chi regge la comparazione con la figura di Gesù non è certamente Mosè, che anzi in Galati 3 è presentato solo come una parentesi tra la promessa fatta ad Abramo (che risponde alla promessa soltanto mediante la fede) e la venuta di Gesù Cristo a cui ci si rapporta solo mediante la fede (cfr la versione CEI di Gal 2,16: “L’uomo non è giustificato per le opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo”, dove il soltanto nel testo greco non c’è!). Addirittura in Gal 3,23 si paragona la situazione dell’uomo sotto la legge a quella di un carcerato, e in Gal 4,1-2 a quella di un minorenne…! Dunque il punto di riferimento per Paolo non è Mosè, ma è Abramo, perché questi si rapportò a Dio prima di ogni legge e solo mediante la fede, come si legge in Gen 15,6 che Paolo cita ben due volte (in Gal 3,6 e in Rom 4,3): “Abramo credette e gli fu computato a giustizia”, cioè fu ritenuto giusto da Dio, e giusto vuol dire santo! Abramo aderì alla parola di Dio e la accolse prima di fare qualunque opera (infatti di circoncisone si parla solo in Gen 17 e il sacrificio di Isacco è narrato solo in Gen 22). La legge invece propriamente non va creduta, ma va solo osservata, cioè va messa in pratica, come suggerisce anche il sintagma paolino “le opere della legge”, riferito alle opere che la legge prescrive di fare. Si potrebbe anche dire che Paolo va oltre Abramo e propone come antonimo di Gesù uno che non è neanche ebreo, ma è semplicemente uomo, il primo uomo: “Adamo”. A lui corrisponde un ultimo Adamo che è Gesù (1Cor 15,45), come dire che Gesù è l’uomo nuovo; non per nulla chi aderisce a Gesù secondo Paolo è una creatura nuova (2Cor 5,17; Gal 6,15). Infatti, se dall’uno è provenuto il Peccato con la condanna, dall’altro proviene soltanto il dono della grazia giustificante (Rom 5,15-16). In Gal 5,1 c’è poi una frase famosa: “Per la libertà Cristo ci ha liberati”, e nel contesto dell’argomentazione della lettera la libertà di cui si parla qui non è propriamente la libertà dal peccato, ma è piuttosto la libertà dalla legge. In Gal 5,4 Paolo scrive arditamente: “Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge, siete decaduti dalla grazia”! Io mi chiedo quante volte questo concetto venga davvero annunciato, presentato, sottolineato nella predicazione e nella catechesi. Vi confesso che, se l’anno paolino appena celebrato non avesse portato ad appropriarsi di questa tematica, non sarebbe servito a niente; anzi, la stessa indizione di un anno sacerdotale immediatamente successivo lascia supporre che l’anno paolino è servito a ben poco (visto che nelle lettere e nelle chiese paoline non c’è nessun ministero di tipo sacerdotale). Queste constatazioni, se non altro, servono per riconoscere che Paolo è sempre avanti a noi e che in lui c’è sempre qualcosa da esplorare. A questo punto viene il discorso sull’etica. E a questo proposito, per andare subito al nocciolo delle cose, trovo illuminante una frase di Lutero nel suo commento alla Lettera ai Romani (su 3,20): “Non è facendo le cose giuste che diventiamo giusti, ma se siamo giusti facciamo le cose giuste” (Non enim iusta operando iusti efficimur, sed iusti essendo iusta operamur); egli del resto lo ripete nella sua Lettera sulla libertà cristiana indirizzata a Leone X (§ 36: “Buone, pie opere non fanno mai un uomo buono e pio; ma un buono, pio uomo fa buone, pie opere”)13. Questo è autenticamente Paolo! L’accento fondamentale e primario è posto non sull’agire ma sull’essere (vedi al contrario Eric Fromm citato al’inizio, che peraltro è nientemeno che sulla linea di Aristotele, Etica Nicomachea 1103ab: “Compiendo atti giusti si diventa giusti”, ma non a caso il filosofo sta parlando delle virtù, che è un concetto non paolino!). Quando Paolo definisce i suoi destinatari “santi” (1Cor 1,2; 2Cor 1,1) è perché sono “santificati” in Cristo Gesù. C’è dunque un ‘essere’ che precede l’‘agire’! E’ quindi assolutamente fondamentale rendersi conto che l’originalità del cristianesimo (se volete diciamo pure del cristianesimo paolino) sta in un atto del tutto pre-morale, quello della fede e quindi della grazia, che è anteriore a ogni nostro impegno etico o comportamentale. Se riduciamo il cristianesimo a moralità, non abbiamo nulla di originale da dire sul mercato delle religioni! Persino il perdono delle offese si trova in Musonio Rufo, che è uno stoico romano contemporaneo di Paolo. Persino la condanna dell’adulterio, della contraccezione e della pederastia, che non si trova esplicita nel Nuovo Testamento, la troviamo invece in un’iscrizione di un culto privato pagano del 100 a.C. rinvenuta in una casa a Philadelphia in Licia (a sud di Efeso)14. Ciò che di originale ha da dire il cristiano è che già prima della morale si gioca la nostra identità. Prima! Com’è il caso del buon ladrone (riportato dal commento di Origene) o il caso di uno che è stato battezzato ma muore subito dopo (riportato dal commento di Tommaso d’Aquino). La grazia di Dio in Gesù Cristo, che io peccatore accolgo in un atto di fede: questo è pre-morale. La morte di Gesù è pre-morale. La mia adesione/partecipazione a/in Lui è assolutamente pre-morale. Dire pre-morale non vuol dire certo scaricare le responsabilità morali del cristiano. Iusti essendo, iusta operamur, dice Lutero: se siamo giusti noi facciamo le cose giuste. È il principio dell’albero, insomma, che dà i frutti conformi alla propria natura. È quindi sull’albero e sulle sue radici che semmai bisogna agire, non sui frutti che vengono dopo! Certo è per quanto riguarda l’uomo non conta il paragone necessitante della natura, di ciò che avviene nella botanica, perché nell’uomo c’è la libertà. Però a proposito di chi aderisce a Gesù Cristo, Paolo dice addirittura che è “connaturato” (Rom 6,5: sýmfytos) a lui, sicché dovrebbe scaturirne un ethos confacente a questa radice. Ecco perché Paolo dedica ben 11 capitoli della sua Lettera ai Romani per presentare e dettagliare i costitutivi fondanti dell’identità cristiana, e solo tre capitoli (12,1-15,13) alle sue conseguenze etiche. Mi chiedo se per caso non abbiamo invertito i termini nelle nostre prediche, nelle nostre omelie o trattati… Se non altro, ci resta molto lavoro da fare.

1 Cfr. R. Penna, Le prime comunità cristiane. Persone tempi luoghi forme credenze, Carocci, Roma 2010. 2 M. Pohlenz, La Stoa. Storia di un movimento spirituale, Bompiani, Milano 2005, pag. 272. 3 Cf. A. Lemaire, Naissance du monothéisme. Point de vue d’un historien, Bayard, Paris 2003; J. Assmann, Dio e gli dèi. Egitto, Israele e la nascita del monoteismo, il Mulino, Bologna 2009. 4 Ed. Rusconi, Milano 1993, pag. 27. 5 Traduzione italiana: “Un rabbino parla con Gesù”, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pagg. 182-193. 6 Cfr. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria –I. Gli inizi, Nuova edizione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010, pag. 74, nota 136. 7 Cfr. R. Penna, Op.cit., pagg. 74-86. 8 Così lo studioso americano R.E. Brown con J.P, Meier, Antioch and Rome, New Testament cradles of catholic christianity, Paulist Press, New York 1983, pagg. 2-8 (trad. ital.: Cittadella, Assisi 1987). 9 Cfr. in breve C. Gianotto, Giacomo e il giudeocristianesimo antico, in: G. Filoramo – C. Gianotto (a cura), Verus Israel. Nuove prospettive sul giudeocristianesimo. Atti del Colloquio di Torino, 4-5 novembre 1999, Paideia, Brescia 2001, pagg. 108-119. 10 Cfr. S. Romanello, Una legge buona ma impotente. Analisi retorico-letteraria di Rm 7,7-25 nel suo contesto, Supplementi alla Rivista Biblica 35, EDB, Bologna 1999. 11 Cfr. R. Penna, “Origine e dimensione del peccato secondo Paolo: echi della tradizione enochica”, in: Id., Vangelo e inculturazione. Studi sul rapporto tra rivelazione e cultura nel Nuovo Testamento, Studi sulla Bibbia e il suo ambiente 6, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001, pagg. 391-418. 12 Si veda in materia il classico studio di E.P. Sanders, Paolo e il giudaismo palestinese. Studio comparativo su modelli di religione, Biblioteca teologica 21, Paideia, Brescia 1986, specialmente le pagg- 634-647. 13 Cfr. rispettivamente: Lezioni sulla lettera ai Romani (1516-1517), a cura di G. Pani, vol. I, Marietti, Genova 1991, pag. 185; La libertà del cristiano (1520), a cura di P. Ricca, Claudiana, Torino 2005, pag. 169. 14 Cfr. R. Penna, “Chiese domestiche e culti privati pagani alle origini del cristianesimo. Un confronto”, in: Id., Vangelo e inculturazione, cit., pagg. 746-770.  

   

IL SIGNIFICATO DI ESSERE NATO A TARSO NELLA FIGURA DI SAN PAOLO – Prof Buscemi

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Tarso e il suo influsso su Paolo

IL SIGNIFICATO DI ESSERE NATO A TARSO NELLA FIGURA DI SAN PAOLO

Testo di: Alfio Marcello BUSCEMI, San Paolo, Franciscan Printing Press, Jerusalem 1996, 23-27.

L’ambiente della fanciullezza di Paolo è certamente quello della Tarso degli inizi del I secolo d.C. Tarso, al dire dell’Apostolo, era “una città non senza importanza” (At 21,39): fin dai tempi antichissimi degli Ittiti fu capitale della Cilicia, la regione costiera di quella parte della penisola dell’Asia Minore che fa angolo tra la penisola stessa e il continente a cui si attacca e che si estendeva, da Nord verso Sud, dalle catene del Tauro e dell’Antitauro e dai monti della Siria fino al mare, mentre da Est ad Ovest, copriva la zona dal monte Amano, posto ai confini con la Siria, fino alla Panfilia. La regione si divideva: in Cilicia Piana o Campestre (dove si trovavano Tarso, la capitale, e Soli, famosa per i “solecismi” del suo linguaggio), e in Cilicia Montana, che andava da Soli fino ai confini con la Panfilia. La Cilicia, schiacciata sul mare dai monti della Siria, dal Tauro e dall’Antitauro, comunicava con il resto della penisola dell’Asia Minore attraverso le famose Porte Cilicie, un valico tra il Tauro e l’Antitauro, mentre con la Siria intesseva le sue comunicazioni attraverso le Porte Siriache e le Porte Amaniche. Storicamente appartenne al regno degli Ittiti con il nome di Kizzuwatna verso il 1200 a.C. – ricordata nell’Iliade come alleata di Troia: Andromaca, moglie di Ettore, era una principessa della Cilicia – passò poi, sotto gli Assiri (IX sec. circa), sotto i Persiani (fino al IV sec. a.C.) e infine divenne parte dell’impero di Alessandro Magno e dopo la sua morte l’ereditarono i Seleucidi. Ai tempi di Paolo, comunque, tutta la regione era unita con la Siria nell’unica provincia romana di Siria-Cilicia (cf Gal 1,21 ss.). Tarso era la città più rappresentativa di tutta la Cilicia e godeva nell’antichità fama mondiale. Le sue origini sono molto antiche e risale probabilmente ai tempi dell’impero ittita (XIV sec. a.C.); il suo nome si trova sull’obelisco nero di Salmanassar III verso la metà del IX sec. a.C.; Sennacherib verso il 698 a.C., dopo averla catturata, la rase al suolo; Ciro nel 401 a.C. l’annesse al Regno persiano; poi essa passò ai Seleucidi, che le cambiarono il nome in Antiochia sul Cidno; passata ai Romani verso il 47 a.C. prese il nome di Juliopolis, in onore di Giulio Cesare. Godette i favori di Antonio (a Tarso avvenne il celebre incontro tra Antonio e Cleopatra, come racconta Plutarco nelle sue “Vite Parallele”) e di Augusto (privilegiò la città soprattutto per onorare il suo precettore Atenodoro e il precettore di suo nipote, l’accademico Nestore). Tarso fu in primo luogo una città commerciale che richiamava gente da ogni parte e dava ai propri cittadini la possibilità di girare il mondo. Dal suo porto marittimo, chiamato Rhegma piccole imbarcazioni risalivano continuamente la corrente del Cidno, fiancheggiata da magazzini ed arsenali, per raggiungere il centro della città dove si potevano incontrare gente di ogni razza e lingua: abitanti della Cilicia, della Licaonia, della Cappadocia, dell’Asia Minore in genere, della Siria, della Mesopotamia, della Grecia e della lontana Roma. Significative sono le parole di Plutarco, nel descrivere la traversata di Cleopatra sul Cidno: «Risalì il fiume Cidno su un battello dalla poppa dorata, con le vele di porpora spiegate al vento. I rematori lo spingevano contro corrente, vogando con remi argentati, al suono di un flauto e si accompagnavano zampogne e liuti. Lei era sdraiata sotto un baldacchino trapuntato d’oro, acconciata come le Afroditi che si vedono nei quadri, e una frotta di schiavetti, somiglianti agli Amori dipinti, ritti ai due lati le facevano vento. Allo stesso modo, le più formose delle sue ancelle in vesti di Narcisi e Grazie stavano alcune sopra la sbarra del timone, altre sui pennoni. Profumi meravigliosi si spandevano lungo le rive al passaggio della nave, levandosi dall’incenso che sovente vi veniva bruciato. Gli abitanti o l’accompagnarono fin dalla foce, o lungo il fiume sulle due sponde, oppure scesero dalla città per assistere al suo passaggio. Antonio, seduto sul tribunale, rimase solo nella piazza, tanta fu la folla che uscì incontro alla regina; e fra tutta quella gente corse una voce, che Afrodite veniva in tripudio a unirsi a Dioniso per il bene dell’Asia». [Vite parallele, V, 26 (tr. C. Carena, Milano 1966)]. Una tale varietà di popolazione contribuiva non solo a dare a Tarso l’aspetto di città dedita al commercio, ma l’apriva agli influssi culturali di tutto il mondo, rendendola una vera città cosmopolita di tipo ellenistico. La sua importanza culturale fu tale da poter gareggiare con Atene ed Alessandria, secondo la testimonianza del geografo Strabone: «Tra i suoi abitanti regna un così grande zelo per la filosofia e per ogni ramo della formazione universale, che la città supera sia Atene che Alessandria e ogni altra città, in cui ci sono scuole e studi filosofici. Cosa particolarmente notevole che a Tarso gli avidi di sapere sono tutti del posto, i forestieri non vi si fermano volentieri; anzi anche gli stessi cittadini di Tarso non si fermano nel luogo, ma vanno altrove per il completamento della loro formazione e, quando sono giunti al termine, vivono volentieri all’estero». Tarso diede i natali a molti rinomati filosofi (Antipatro, Archedamo, Nestore, Atenodoro Cordilio, amico di M. Catone, Atenodoro, figlio di Sandon e precettore di Augusto), grammatici (Artemidoro, Diodoro) e poeti (Dionside, Boeto e forse anche Arato – di cui Paolo in At 17,28 riporta il detto “Di lui [Giove] infatti siamo anche stirpe”) dell’antichità ellenistica. Il clima cosmopolita di Tarso favoriva anche un certo sincretismo religioso. Elementi assiri, persiani ma soprattutto greci – introdotti dai vari dominatori di turno – si aggiunsero alle antiche credenze indigene della città, basate su due divinità principali: Ba’al Tarz, probabilmente l’antichissima divinità anatolica Tarku, vi figura come il signore supremo e in periodo ellenistico venne identificato con Zeus; accanto ad esso, ma di origine più recente, il dio Sandon identificato con Heracles. In suo onore, secondo Dione Crisostomo, ogni anno a Tarso si celebravano “i misteri di Sandon o Eracle”, comprendenti due fasi rituali: 1) la statua del dio veniva bruciata con grande solennità su una grande pira rappresentando la morte del dio; 2) ad essa seguivano danze sfrenate con cui si celebrava la risurrezione del dio. Sandon-Eracle assumeva, pertanto, i connotati di una divinità del ciclo stagionale della vegetazione e la cerimonia rappresentava il riprodursi della vegetazione che muore sotto i raggi cocenti del sole in estate e che rinasce a vita nuova in primavera. A questa religiosità misterica la popolazione indigena affiancava anche culti della religione ufficiale greco-romana e quelli degli stranieri abitanti a Tarso. In questo clima di libertà, anche i giudei godevano il diritto di esercitare il loro culto sinagogale, la pratica della circoncisione, l’osservanza del sabato e di tutte le altre opere legali. A confronto con il sincretismo religioso pagano, il giudaismo con il suo assoluto monoteismo, con la sua morale legalistica, con la sua forte coscienza razziale, doveva apparire diverso e strano. Comunque, gli ebrei dovevano essere abbastanza numerosi a Tarso, di condizione benestante e raggruppati in una quartiere particolare, dato che non era loro permesso di appartenere ad una tribù pagana. Nonostante questo volontario isolamento, caratteristico di tutti gli ebrei della diaspora, gli ebrei di Tarso dovevano essere abbastanza ellenizzati: conoscevano bene la lingua greca, si adattavano alle costumanze politico-commerciali e a volte, per motivi apologetico-missionari, ne assumevano anche il linguaggio filosofico per illustrare meglio ai pagani il valore religioso e morale della Torà. Paolo più in là dirà ai Romani: “Sono debitore ai greci e ai barbari, ai sapienti e agli ignoranti” (Rm 1,14). Comunque, in nessun modo si adattavano alla religiosità pagana, ai loro miti e ai loro riti, verso cui nutrivano una profonda avversione. Paolo si vanterà d’essere “Israelita, ebreo da ebrei, fariseo figlio di farisei”, volendo sottolineare così la stretta ortodossia della sua gente giudaica di Tarso, in seno alla quale era vissuto e si era adeguato ai principi rigidi della sua religione (Gal 1,13-14; Fil 3,4-5; At 23,6; 26,4). Anche ai costumi morali i giudei reagivano piuttosto rigidamente, anche se vi erano numerosi casi di adeguamento per quanto riguardava la frequenza della palestra, del ginnasio e dei giuochi. Ma per lo più disprezzavano e cercavano di allontanarsi dalla morale decadente del pagani (Rm 1,18-32). Forse, un certo fascino poteva esercitare la morale stoica, ma probabilmente anch’essa spesso veniva rigettata seguendo il detto del Talmud: “Maledetto l’uomo che alleva porci, e maledetto chi insegna a suo figlio la sapienza greca” (Baba Qamma 82b). Comunque, è chiaro che, vivendo a contatto con la popolazione pagana e dovendo continuamente commerciare con essa, si apprendevano anche involontariamente detti, modi di dire e tanti usi che erano generalizzati all’interno della polis di Tarso.

GERUSALEMME SI RICORDA DEL DONO DELLO SPIRITO – FRÉDÉRIC MANNS

http://198.62.75.1/www1/ofm/jub/JUBsymp3.html

GERUSALEMME SI RICORDA DEL DONO DELLO SPIRITO

FRÉDÉRIC MANNS

Studium Biblicum Franciscanum

Secondo il volere del S. Padre il 1998 è l’anno consacrato allo Spirito Santo. La Chiesa Madre di Gerusalemme, nata nel Cenacolo il giorno della Pentecoste, non poteva ignorare questa data. Alla Chiesa Latina è stato rimproverato di aver ignorato lo Spirito per troppo lungo tempo, ma l’avvicinarsi del Giubileo del Duemila la porta a tornare alle sorgenti. E la sorgente della Chiesa è lo Spirito.
Gerusalemme è un microcosmo unico nel suo genere. Non solo vi sono rappresentate tutte le Chiese, ma anche tutti i figli di Abramo. Essere Chiesa a Gerusalemme significa lavorare concretamente al dialogo ecumenico e interreligioso. Lo Spirito di Gesù è Spirito di unità, che egli ha donato morendo sulla croce per radunare i figli di Dio dispersi.
L’anno scorso la Chiesa di Gerusalemme ha cercato di rispondere alla domanda di Gesù: Chi sono io per voi? Quest’anno utilizza del tempo pasquale per prepararsi in modo speciale alla Pentecoste e al dono dello Spirito. La riflessione che si farà dal 30 aprile fino al 2 maggio seguirà una triplice direzione: dopo aver interrogato le Scritture, passerà all’approfondimento patristico e quindi all’esame delle varie liturgie. Infatti nella diversità delle liturgie lo Spirito continua a pregare e a parlare alle Chiese. Tale diversità presenta inoltre l’esegesi vissuta della Chiesa Madre.
Le Scritture insegnano che lo Spirito non è solo un soffio cosmico, ma è capace di ispirare i profeti e i saggi. Una lettura anche rapida della Bibbia mostra che una grande inclusione letteraria delimita il Libro sacro. All’inizio della Genesi lo Spirito di Dio aleggia sopra le acque e alla fine dell’Apocalisse risuona l’invocazione: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni, Signore Gesù”.
Così la fine dell’Apocalisse corrisponde all’inizio della Genesi e tutta la Scrittura è posta sotto il patrocinio dello Spirito. Anzi tutta la storia della salvezza è illuminata dallo Spirito di Dio. E’ lo Spirito la chiave che apre le Scritture e la storia della salvezza, così come per conoscere lo Spirito bisogna scrutare le Scritture. Spirito e Parola sono legati da un rapporto speciale.
La tradizione cristiana guidata dallo Spirito ha approfondito incessantemente le Scritture. Origene, fondatore della scuola biblica di Cesarea, nei suoi commenti così ricchi e istruttivi apre una linea di pensiero che sarà ripresa in Oriente, mentre Agostino è il caposcuola della tradizione occidentale. La Chiesa respira con due polmoni ed è a Gerusalemme che lo si scopre concretamente.
Per la tradizione orientale lo Spirito è estasi e dono. E’ l’apertura, il dinamismo della carità divina che si manifesta nella creazione, nella profezia e nell’Incarnazione del Figlio di Dio. Il Padre è la sorgente, il Figlio la Parola uscita dal silenzio di Dio e lo Spirito è il dinamismo divino. Il Padre opera nella creazione per mezzo delle sue Due Mani che sono il Figlio e lo Spirito, secondo l’espressione di S. Ireneo (Adv. haer. 1,22,1; 5,6,1). Queste Due Mani sono inseparabili nella loro azione rivelatrice del Padre e tuttavia sono ineffabilmente distinte. Il Verbo è in qualche modo la Mano che sbozza l’opera e lo Spirito è la Mano che la perfeziona.
Lo Spirito inonda la terra come un’acqua benefica che amalgama i fedeli in un’unica pasta, che rinfresca il suolo e fa crescere dappertutto il frumento di Cristo. La Chiesa diffusa su tutta la terra deve la sua coesione allo stesso Spirito che ispirò i profeti e che per mezzo dei quattro evangelisti dissemina il Vangelo ai quattro angoli della terra. Dio, gloria dell’uomo, si compiace di fare di lui il ricettacolo della sua sapienza. La vita presente non è che un tirocinio della vita incorruttibile data dallo Spirito.
Per la tradizione occidentale, rappresentata da S. Agostino, lo Spirito è vincolo di unità tra l’amato e l’amante, essendo lui stesso l’amore. E’ il silenzio della comunione divina. Il Padre e il Figlio sono l’uno per l’altro, relativi l’uno all’altro, mentre lo Spirito è colui che li unisce.
La tradizione orientale gli ha riconosciuto un ruolo creatore e dinamico. Lo Spirito apre la comunione dinamica a chi non è divino; è abitazione di Dio là dove Dio si trova in qualche modo fuori di se stesso. Per questo è chiamato amore. E’ l’estasi di Dio verso il suo altro, la creatura. Lo Spirito è in Dio il termine della comunicazione sostanziale.
Queste diverse teologie dello Spirito sono vissute nelle liturgie delle Chiese orientali e occidentali. La liturgia utilizza la simbolica dei colori quando prega lo Spirito; La veste liturgica secondo la tradizione armena richiama che “il culto esteriore è l’immagine di un ornamento spirituale luminoso” (Nerses Shorali). Lo Spirito riveste colui che si avvicina a Dio.
Il cristianesimo medievale ha costruito intorno al colore rosso una teologia popolare dello Spirito. Il colore è anzitutto luce tanto sul piano teologico che su quello della sensibilità. Il rosso è il colore del sangue e del vino, che è il sangue della vite. E’ anche il colore del fuoco che arde e divampa nella notte. Suggerisce la passione di Cristo e insieme simboleggia lo Spirito. In qualche modo è lo stesso mistero che si comunica col colore rosso. Cristologia e pneumatologia sono associate, benché lo Spirito sia oltre il Verbo. “Il Cristo si è offerto in uno Spirito eterno”, afferma l’autore della lettera agli Ebrei (9,14). Nel mistero della Pentecoste il rosso evoca le lingue di fuoco che scesero sui discepoli. Così lo Spirito li rende capaci di parlare. Il rosso è insieme luce e soffio, potenza e calore; brilla, illumina e purifica.
Le liturgie orientali che celebrano la divinizzazione dell’uomo, evocano un altro simbolo dello Spirito: quello dell’acqua. Nel Cristo Dio ha radunato l’umanità dispersa la quale diviene il corpo di Cristo. Il sangue sgorgato dal costato del Cristo inebria l’uomo di questo grande amore. All’unità del sangue fa riscontro la diversità del fuoco; ma di fatto il fuoco brucia già nel sangue. Il sangue è caldo; lo Spirito è fuoco. Ecco perché il diacono prima della comunione versa nel vino un po’ di acqua calda per simbolizzare il fuoco dllo Spirito.
La riflessione della Chiesa di Gerusalemme vuole essere ecumenica dato che ne fanno parte vescovi greci, armeni, latini, copti, siriani e melchiti. Vuole essere ugualmente interreligiosa e per questo un ebreo e un musulmano parteciperanno alle tavole rotonde. Il giudaismo conosce una teologia dello Spirito molto varia mentre l’Islam somiglia in parte al giudeo-cristianesimo.
Lo Spirito è la memoria della Chiesa e anche il Maestro che la istruisce. Il dono messianico dello Spirito è stato annunciato sotto forma di unzione. Questa unzione viene fatta su ogni cristiano al momento della confermazione e su chi accetta a nome della Chiesa il sacerdozio ministeriale. Il cristiano fa parte di un popolo sacerdotale che per mezzo del Cristo può offrire sacrifici spirituali a Dio graditi. È lo Spirito che gli assegna il compito di annuniare le meraviglie che Dio ha realizzato facendolo passare alla vera libertà dei figli di Dio.
Lo Spirito conferito per mezzo del simbolo dell’unzione fa del cristiano un lottatore che annuncia il Vangelo anche in mezzo ai più grandi ostacoli. Cirillo di Gerusalemme nella Catechesi 18,3 richiama che “come il pane eucaristico dopo l’epiclesi non è più pane ordinario ma il cropo di Cristo, così il santo crisma non è più un olio ordinario”.
Come ricorda lo stesso Cirillo, “la grazia dello Spirito è necessaria se vogliamo parlare dello Spirito Santo. Poiché non possiamo parlare di lui in modo adeguato, possiamo farlo senza degenerare limitandoci a quello che ne dicono le divine Scritture” (Catechesi 16,1).

PAOLO, TREDICESIMO APOSTOLO. SIGNIFICATO DEL TERMINE. – IGNAZIO SANNA

http://www.ignaziosanna.com/files/Paolo-tredicesimo-apostolo.pdf

PAOLO, TREDICESIMO APOSTOLO.

SIGNIFICATO DEL TERMINE.

IGNAZIO SANNA

I Vangeli ci dicono che gli apostoli sono dodici e che sono stati scelti da Gesù di Nazareth. Gli apostoli, rimasti in undici, dopo il tradimento di Giuda, sono ritornati al numero di 12, dopo che viene eletto il sostituto del traditore nella persona di Mattia. Paolo è il “tredicesimo” apostolo ed è stato scelto da Gesù Cristo. La tradizione parla della differenza tra Gesù di Nazareth e Gesù Cristo. Il primo nome indica il Gesù della storia, che è vissuto poco più di trent’anni nella Palestina; ha insegnato la buona novella; ha guarito molti malati; è stato processato e condannato a morte. Il secondo nome indica il Gesù della fede, “costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti”. In base a ciò, è il Gesù risorto che sta nei cieli che elesse Paolo come apostolo. Oggi come oggi, questa è la modalità con cui Dio sceglie gli apostoli. Gli Apostoli di oggi sono i testimoni del Risorto.
Definizione personale.
Come descrive in prima persona la sua personalità S . Paolo? Egli si definisce come “servo di Gesù Cristo, apostolo per vocazione” (Rm 1,1). “Apostolo per volontà di Dio” (2Cor 1,1). “Io sono un giudeo, nato a Tarso in Cilicia, ma educato in questa città (Gerusalemme), formato alla scuola di Gamaliele nell’osservanza scrupolosa della Legge dei padri, pieno di Zelo per Dio” (At 22, 3)
“Circonciso all’età di otto giorni, della stirpe d’ Israele, della tribù di Beniamino. Ebreo figlio di Ebrei; quanto alla legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della Chiesa; quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge, irreprensibile” (Fil 3,5).
Paolo identifica la sua personalità con quella di G esù. Dal momento dell’incontro con Gesù, egli giudica ogni altra cosa come spazzatura. La sua identità è Gesù stesso. Nella vita delle persone comuni, invece, ciò che costituisce la fonte dell’i dentità è un’idea, l’incontro con una persona, una esperienza personale.
Definizione della Chiesa.
Come descrive la Tradizione in terza persona la personalità di Paolo? L’ appellativo più comune è quello di “Apostolo delle genti”. In effetti, S. Pa olo è figlio di tre culture: ebreo, cittadino romano, ellenista; Saul, Paolo, Apostolo, e porta l’annuncio cristiano nel mondo pagano.
Dati biografici.
Paolo è nato a Tarso, una cittadina al confine conla Siria, tra il 7 e il 10 d.C. Il padre aveva ottenuto la cittadinanza romana e, dunque, Saulo, un giudeo della diaspora, era cittadino romano. Nel 35 si converte sulla via di Damasco. Dopo la conversione, negli anni 35-38, sosta in Arabia e a Damasco. Nel 38 compie la prima visita a Gerusalemme. Negli anni 39-52, partendo da Antiochia compie il primo viaggio missionario che lo porta a Cipro. Negli anni 50-52, nel corso del secondo viaggio missionario, si ferma 18 mesi a Corinto. Nel 52 si reca all’Assemblea a Gerusalemme. Negli anni 55-57, subisce l’arresto a Gerusalemme ed è trasferito in prigionia a Cesarea. Verso il 57-58 compie il viaggio verso Roma, dove rimane agli arresti domiciliari per i primi due anni. Sotto la persecuzione di Nerone, viene martirizzato sulla via Ostiense.
Attività missionaria
Nell’anno 35 o 36, Saulo, non ancora trentenne e zelante sostenitore del più rigido giudaismo farisaico, partecipa al martirio di Stefano (At 7, 58) ed approva la sua uccisione. Con la legittimazione delle autorità religiose di Gerusale mme si dirige verso Damasco per arrestare i cristiani. “Mentre era in viaggio e stava per avvic inarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo, e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 22, 7).
Nell’anno 39, ricevuto il battesimo, Paolo viene istruito sui contenuti della fede. Per tre anni si ritira nel deserto d’Arabia. Ritorna a Damasco, ma è costretto a fuggire, calato di notte dalle mura in una cesta. A Gerusalemme vive la Chiesa Madre, presieduta dall’apostolo Giacomo. Paolo vi fa ingresso grazie alla presentazione autorevole dell’apostolo Barnaba, ebreo originario di Cipro. La Chiesa Madre, centro del giudaismo cristiano, è il luogo di verifica della missione degli apostoli. Nella sua permanenza a Gerusalemme, Agli ebrei della diaspora presenti nella Città santa Paolo rivolge il suo annuncio in tutta libertà e iniziano i primi contrasti.
Negli anni 44-49 si trova a Gerusalemme ma deve fuggire anche da qui. Torna a Tarso. Barnaba va a cercarlo per portarlo ad Antiochia, città cosmopo lita, dove c’era una fiorente comunità cristiana. Vi rimase un anno intero. Qui per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani. La chiesa di Antiochia diviene il riferimento della missione tra i pagani, così come Gerusalemme lo è per la missione tra i giudei.
Antiochia capitale della Siria è la base di partenza dei tre viaggi missionari di Paolo nei quali compie circa tredicimila chilometri, molti dei quali a piedi. Il primo viaggio vede Cipro come prima tappa. Qui, il proconsole romano Sergio Paolo diventa credente. In questo primo viaggio missionario, Paolo sperimenterà avversità e soffere nze di ogni sorta: fustigazioni, lapidazioni, naufragi, pericolo e travagli.
Nel 49, dopo tre anni, nei quali ha percorso le strade di Cipro, della Panfilia e della Galazia, torna ad Antiochia. Di lì parte un anno dopo per il secondo viaggio missionario. L’evangelizzazione tra i pagani si estende in poco tempo. La missione in Asia Minore non avviene senza tensioni e discussioni all’interno della Chiesa primitiva. Il punto di contrasto in questo caso è il seguente: è necessario farsi circoncidere, dunque assumere il segno di appartenenza al popolo di Israele, per essere salvi in Gesù Cristo, come sostengono i cristiani di stretta osservanza farisaica, oppure è sufficiente la fede in Lui, come sostengono Paolo e Barnaba? La questione viene risolta con il ritorno alla Chiesa Madre di Gerusalemme, secondo la cui decisione finale ai pagani è richiesta solamente l’osservanza delle norme di purità ritual e.
Negli anni 50-52, via terra va verso nord per visitare le comunità fondate durante il primo viaggio. Giunge alle coste occidentali della Turchia, al porto di Troade; poi va a Filippi, città della provinc ia macedone. In terra di Grecia, la prima comunità cri stiana è Filippi. Qui è costretto ad accettare l’ospitalità di una neoconvertita, Lidia. A Filippi fu accolto molto bene. I Filippesi gli aprirono un conto. Lo sostennero durante la prigionia ad Efeso.
Le tappe successive del secondo viaggio missionario sono Tessalonica, Atene e infine Corinto. A Tessalonica, Paolo usava recarsi nella sinagoga dei giudei e per tre sabati discusse con loro sulla base delle Scritture. Ad Atene, nonostante il rifiuto e il fallimento dell’Areopago, si convertirono Dionigi, membro dell’Areopago, una donna di nome Dà maris e altri con loro.
A Corinto Paolo resta circa una anno e mezzo, per poi ritornare ad Antiochia da dove riparte due anni dopo.
Negli anni 54-57 compie il terzo viaggio missionario. Il terzo viaggio segue parzialmente l’itinerario del secondo: visita le comunità della Galazia e della Frigia fondate durante i viaggi precedenti. Per oltre due anni rimase ad Efeso, capitale della provincia romana dell’Asia, da dove prosegue a Mileto. In questa città, nel 58, convoca ti gli anziani della chiesa di Efeso, dà loro le ultime raccomandazioni, sapendo che non avrebbero più rivisto il suo volto. Costeggiando il Mar Egeo, si reca in Macedonia e in Acaia. Visita nuovamente Filippi e Corinto. Per mare, ritorna a Cesarea, dove riceve il primo annuncio del suo martirio.
Gerusalemme sarà per Paolo il punto di partenza per un nuovo viaggio missionario. Come i suoi precedenti viaggi iniziavano e finivano ad Antiocha, così dalla Città santa inizierà il viaggio che si concluderà nella capitale dell’Impero. Da Cesarea s ale a Gerusalemme, dove viene riconosciuto e trascinato fuori dal tempio per essere ucciso. Viene salvato dal tribuno della coorte che lo arresta e lo conduce alla fortezza Antonia. Di qui chiede di portare la propria difesa ai fratelli e padri ebrei. Siccome la ragione della rivolta dei Giudei contro Paolo è prettamente religiosa, il tribuno pensa di affidare la causa al tribunale del sinedrio.
La ragione della disputa sono le parole di Paolo circa la risurrezione. Anche per il mondo giudaico, infatti, come lo fu per il mondo pagano, la risurrezione è uno scandalo. Negli anni 58-60, informato di un complotto per uccidere Paolo, cittadino romano per nascita, il tribuno dà ordine di condurlo sano e salvo a Cesarea. Vi rimane due anni in prigione.
Poiché Paolo si è appellato a Cesare, il nuovo governatore Festo lo invia a Roma. Durante il viaggio la nave naufraga sull’isola di Malta. Siamo negli anni 60-61.
Dopo tre mesi riprende il viaggio. Fa scalo a Siracusa e a Reggio Calabria. Infine sbarca a Pozzuoli, dove rimane una settimana. Parte poi per Roma. Qui vive per due anni in una casa con un soldato di guardia.
Anno 67. “Paolo nel quattordicesimo anno di Nerone fu decapitato a causa di Cristo e fu sepolto nella via Ostiense, il ventesimo anno dopo la passione di nostro Signore” (S. Girolamo).
“Durante il regno di Nerone Paolo fu decapitato pro prio a Roma e Pietro vi fu crocifisso: il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in quella città” (Eusebio di Cesarea).

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM – ALBERT VANHOYE, S.J.

http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/donna/bibbia/italiano/IL%20%20GRANDE%20MISTERO%C2%BB%20LA%20LETTURA%20DI%20Ef%205%2021%2033%20NELLA%20MULIERIS%20DIGNITATEM.pdf

IL « GRANDE MISTERO» LA LETTURA DI Ef 5, 21-33 NELLA MULIERIS DIGNITATEM

ALBERT VANHOYE, S.J.

Rettore della Facoltà di Sacra Scrittura nel Pont. Istituto Biblico dell’Università Gregoriana.
Membro della Pont. Commissione Biblica
Pubblicato in: AA.VV., Dignità e vocazione della donna: per una lettura della Mulieris Dignitatem. Testo e commenti. Città del Vaticano 1989.
Libreria Editrice Vaticana

I1 21 agosto scorso, la seconda lettura della celebrazione eucaristica domenicale era il celebre passo della Lettera agli Efesini che si rivolge alle mogli e ai mariti per esortarli a una condotta matrimoniale pienamente cristiana, cioè ispirata dal mistero pasquale di Cristo. Nel luogo dove mi trovavo, questa lettura suscitò vive reazioni. «Questo testo, osservava una persona, mette tutti a
disagio, in particolare i sacerdoti che lo debbono commentare nell’omelia. Preferiscono non parlarne». Un’altra aggiungeva: «Se a leggerlo durante la messa fosse stata invitata Suor Tizia, femminista, sono certa che avrebbe rifiutato, perché questo testo è ritenuto inaccettabile dalle femministe». Il punto nevralgico era evidentemente l’esortazione indirizzata alle mogli, cioè di «essere sottomesse ai mariti» (E f 5, 22. 24). Fissati su questo punto molto contestato ai nostri tempi, molti uditori e uditrici non danno più la minima attenzione agli altri contenuti del brano, per quanto siano illuminanti e profondi. In tale situazione, la Lettera Apostolica Mulieris dignitatem ci offre un insegnamento quanto mai opportuno. Sapendo evidentemente che le reazioni negative provocate dai vv. 22-24 ostacolano una lettura proficua dell’insieme del testo, Giovanni Paolo II ha
scelto di omettere questi versetti nella prima presentazione che egli fa del brano, all’inizio del cap. VII della Lettera Apostolica (n. 23). In questo posto, vengono letti soltanto i vv. 25-32. Tale scelta si giustifica perfettamente, dal fatto che il tema del capitolo non è la situazione delle mogli, ma «La Chiesa-Sposa di Cristo», secondo l’orientamento preso dal testo paolino, il quale presenta tutto «in
riferimento a Cristo e alla Chiesa» (Ef 5, 32).
Come l’apostolo in Ef 5, 25-32, così la Lettera Apostolica invita i cristiani a innalzare i loro sguardi al di sopra delle loro preoccupazioni e rivendicazioni immediate, per contemplare il «grande mistero» dell’amore estremo di Cristo per la Chiesa e dell’unione sponsale della Chiesa con Cristo. Senza contemplazione, il popolo non può che perire. Se i cristiani si lasciano intrappolare in problematiche sociologiche, non potranno mai trovare le soluzioni feconde, che lo Spirito di
Cristo vuole ispirare. La contemplazione di Colui che è stato trafitto (Gv 19, 37) è la principale sorgente di luce e di forza, che permette di progredire nell’amore. «Cristo ha amato la Chiesa e ha consegnato se stesso per lei, per renderla santa» (Ef 5, 25-26): ecco la rivelazione più profonda sul rapporto tra Dio e le persone umane e nel contempo sul senso delle relazioni tra uomo e donna.
A tale proposito, la Lettera Apostolica non si stanca di tornare, con un senso di meraviglia e di esultanza, al «principio», quale viene descritto nel Libro della Genesi, né di ammirare l’armonia che esiste, nel disegno di Dio, tra l’inizio e la fine, tra la creazione e la redenzione. Sin dall’inizio, Dio ha creato l’uomo e la donna per una relazione di amore, la quale si esprime «mediante un dono sincero di sé» (Gaudium et Spes 24, citato più volte nella Lettera Apostolica). Questo disegno
creatore trova il suo compimento e, allo stesso tempo, il suo superamento nel dono di sé che Cristo, per puro amore, attuò nel mistero pasquale a favore della sua Chiesa, che Egli voleva «farsi comparire davanti tutta gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5, 27). A sua volta, questo «grande mistero» dell’amore di Cristo e della Chiesa costituisce una rivelazione dell’essere intimo di Dio stesso. Infatti l’amore di Cristo per la
Chiesa, che raggiunge il culmine nel dono dello Spirito Santo (cf. Gv 19, 30; 20, 22), rispecchia la sorgente eterna, dalla quale sgorga, cioè l’amore del Padre e del Figlio nello Spirito Santo (cf. Gv 14, 23-26; 15, 9). Soltanto alla fine di tutta questa contemplazione si rivela fino a che punto è
vero che: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1, 27). Come lo scrive il Santo Padre nel settimo paragrafo della Lettera: «Il fatto che l’uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio non significa solo che ciascuno di loro
individualmente è simile a Dio, come essere razionale e libero. Significa anche che l’uomo e la donna, creati come “unità dei due” nella comune umanità, sono chiamati a vivere una comunione di amore e in tal modo a rispecchiare nel mondo la comunione d’amore che è in Dio». Il rapporto di rivelazione è reciproco. Da una parte, l’unione d’amore tra marito e moglie manifesta, come immagine, la vita intima dei Dio-Amore (1 Gv 4, 16) e ci consente di conoscerla per analogia. D’altra parte, la rivelazione dell’amore divino attraverso il dono che Cristo fece di se stesso, negli eventi
tragici della sua passione, manifesta in che senso deve orientarsi l’unione d’amore dell’uomo e della donna, cioè non nel senso sterile di una ricerca della propria soddisfazione, bensì nel senso fecondo di un amore oblativo: «Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa…» (Ef 5, 25-26). L’uomo non può mai considerare la donna come «oggetto di dominio e di possesso maschile» (Lett. Apost. n. 10). Egli deve combattere questa sua tendenza dominatrice, la quale renderebbe impossibile l’autentica comunione delle persone. Invece di voler «possedere» la moglie come un «oggetto», il marito deve sempre rispettare in lei la dignità di «soggetto», cioè di persona libera, con la quale egli si trova in rapporto di amore e di dono.
Sull’esempio di Cristo, il marito sarà disposto non soltanto a dare se stesso nelle circostanze ordinarie della vita quotidiana, ma a sacrificare se stesso per sua moglie, quando si tratterà di affrontare eventuali prove. Infatti, la frase dell’apostolo, che torna a tre riprese nelle lettere paoline (Gal 2, 20; Ef 5, 2. 25), non si limita a dire che «Cristo ha amato e ha dato se stesso», ma adopera un verbo più espressivo: «Cristo ha amato e ha consegnato se stesso». All’aspetto
di dono generoso questo verbo aggiunge l’idea di esposizione a gravi pericoli. Nella Bibbia, infatti, questo verbo viene regolarmente adoperato per significare un intervento ostile contro una persona o un popolo: vuol dire «dare in mano» ai nemici perché infliggano una sorte tremenda. Nei testi paolini, lo stesso verbo, usato paradossalmente con il pronome riflessivo, esprime la follia della croce: Gesù «ha consegnato se stesso» a una morte infame, per trasformare la sorte miserabile, meritata dai peccatori, in via regale del più grande amore. «Ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi» (Ef 5, 2). Tale è l’ideale d’amore proposto dall’apostolo ai mariti cristiani. Chi lo prende sul serio, trova la forza di affrontare, con la grazia di Cristo, ogni possibile prova nella propria vita coniugale e di farne un’occasione di progresso nell’amore. Può sorprendere il fatto che, nel brano di Ef 5, 21-33, l’esortazione all’amore sia rivolta solo ai mariti e non ugualmente alle mogli. Una prima possibile spiegazione di questa mancanza è che l’uomo, più della donna, ha bisogno di tale
esortazione. Per sua natura, la donna è più attenta alle relazioni tra le persone, più disposta ad amare e a dare se stessa. Invece l’uomo, generalmente, è più interessato a realizzare un’opera, a organizzare il mondo, a dominare. Per questo motivo, è spesso tentato di strumentalizzare le altre persone, considerandole come mezzi, invece di rispettarle come soggetti dotati di dignità uguale alla sua. Tutti sanno che in molti ambienti la moglie è stata tradizionalmente apprezzata con criteri economici! Conveniva quindi che l’esortazione all’amore prendesse dì mira i mariti. Un’altra spiegazione sembra più probabile ancora: l’attenzione dell’apostolo si è fermata ai mariti a causa del mistero che contemplava, cioè il mistero dell’unione di Cristo con la Chiesa. In questo mistero, la parte pienamente rivelata è quella dell’amore di Cristo per la Chiesa. Cristo è andato fino
all’estremo, «ha amato sino alla fine» (Gv 13, 1; cf. 19, 28-30). Invece, la Chiesa, chiamata a «camminare nella carità» (Ef 5, 1) e effettivamente messasi in cammino, non ha ancora amato sino alla fine. Ne risulta che, nell’analogia adoperata in Ef 5, 21-33, un modello perfetto di amore esiste per i mariti, ma non esiste ancora per le donne. Questo fatto, evidentemente, costituisce un limite di quest’analogia. La Lettera Apostolica non manca di osservare che ogni analogia ha sempre i suoi
limiti (n. 25).
***
Lo stesso principio vale ugualmente quando si tratta dell’altra parte dell’esortazione, quella che riguarda la sottomissione della moglie al marito, sull’esempio della sottomissione della Chiesa a Cristo. Abbiamo detto che questo è attualmente il punto che provoca reazioni allergiche. La Lettera Apostolica aiuta molto a ridimensionare il problema (n. 24). Per cominciare, Giovanni Paolo II osserva che il principio della sottomissione della moglie al marito era «profondamente radicato nel costume e nella tradizione religiosa del tempo», il che porta a relativizzarlo, adesso che i tempi sono cambiati. Ma, nota ancora il Santo Padre, l’apostolo stesso introduce già un cambiamento decisivo, poiché mostra che la sottomissione «deve essere intesa e attuata in un modo nuovo: come una sottomissione reciproca nel timore di Cristo» (ivi). Effettivamente, l’esortazione indirizzata alle mogli (Ef 5, 22-24) viene nella Lettera agli Efesini come una esemplificazione dell’atteggiamento
cristiano al quale tutti sono invitati: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5, 21). Similmente, nella Lettera ai Galati, dopo aver affermato fortemente la libertà cristiana, Paolo prosegue paradossalmente: «Mediante l’amore fatevi schiavi gli uni degli altri» (Gal 5, 13). Tra cristiani, non può mai esistere una relazione unilaterale di completa dominazione da una parte e di completa sottomissione dall’altra, perché Gesù ha decisamente proibito situazioni del genere: «Per voi non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22, 26; cf. Mt 20, 24-28; Mc 10, 41-45; Gv 13, 13-15). La relazione cristiana è sempre di servizio reciproco (il che, tuttavia, non significa egualitarismo). Perciò il Santo Padre può sottolineare i limiti dell’analogia: «Mentre nella relazione Cristo-Chiesa la sottomissione è solo della Chiesa, nella relazione marito-moglie la “sottomissione” non è unilaterale, bensì reciproca!» (MD, 24). In questo carattere reciproco della sottomissione, la Lettera Apostolica discerne l’elemento nuovo portato dal messaggio evangelico. Il principio della sottomissione della moglie al marito era tradizionale, «antico» La «novità evangelica» in materia è consistita nel proclamare la sottomissione reciproca. È chiaro che se la preoccupazione dell’apostolo fosse stata di mantenere il principio antico della sottomissione unilaterale della moglie al marito, egli non avrebbe messo all’inizio del brano l’affermazione della sottomissione reciproca e non avrebbe poi esortato i mariti all’amore oblativo; li avrebbe piuttosto incoraggiati ad esercitare la loro autorità con fermezza. L’assenza di correlazione tra l’esortazione rivolta alle mogli e quella rivolta ai mariti non manca di
significato; essa manifesta a modo suo la novità evangelica. Oramai «tutte le ragioni in favore della “sottomissione” della donna all’uomo nel matrimonio debbono essere interpretate nel senso di una “reciproca sottomissione” di ambedue “nel timore di Cristo”» (MD, 24). Non basta però esprimere detta novità perché si traduca subito in realtà effettiva. La Lettera Apostolica lo fa accuratamente notare. «La consapevolezza che nel matrimonio c’è la reciproca “sottomissione dei coniugi nel timore di Cristo”, – e non soltanto quella della moglie al marito -, deve farsi strada nei cuori,
nelle coscienze, nel comportamento, nei costumi». Per trasformare realmente i rapporti tra le persone, su questo punto come su tanti altri, il fermento cristiano ha bisogno, – la storia purtroppo lo dimostra, – di tempi lunghissimi, tanto più che il lavoro è sempre da ricominciare, per ogni nuova generazione. «È questo un appello che non cessa di urgere, da allora, le generazioni che si succedono, un appello che gli uomini devono accogliere sempre di nuovo». In realtà, si tratta di un appello a una non facile conversione, personale e collettiva. Siamo però tanto abili a eludere le esigenze di conversione! Quando il testo di Ef 5, 21-32 viene proclamato in chiesa, quante persone notano l’esortazione iniziale alla «sottomissione reciproca»? Per lo più, gli uomini sono attenti a quanto viene richiesto dalle donne, la sottomissione ai mariti, e le donne sono attente a quanto viene richiesto dai mariti, l’amore generoso per le mogli. Ciascuno sottolinea l’esigenza che s’impone all’altro, a vantaggio suo, ignorando quella che riguarda lui stesso a vantaggio dell’altro. Nessuno, in fondo, accetta di sottomettersi all’altro. Eppure la novità evangelica non elimina
l’esigenza di sottomissione, anche se la trasforma profondamente. In «sottomissione reciproca» c’è ancora «sottomissione». Il vangelo ha valorizzato immensamente la sottomissione volontaria, sbarazzandola da ogni traccia di servilismo e unendola strettamente all’amore. Ci fa capire che chi preferisce la propria volontà a quella della persona amata non sa ancora che cosa sia amare
(cf. Gv 14, 21; 15, 10). Gesù ha manifestato il suo amore nell’obbedienza della croce (cf. Gv 14, 31; Fil 2, 8; Ebr 5, 8). Un cristiano, una cristiana, che accetta per amore una situazione di sottomissione e di servizio si trova più vicino a Cristo e ne dovrebbe provare una gioia profonda. Il «grande mistero» dell’unione di Cristo e della Chiesa, che si rispecchia nel sacramento del matrimonio, comprende questo aspetto realistico. La Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II invita le cristiane e
i cristiani a meditarlo. Di fatto, chi vuole vivere nell’amore autentico ha bisogno anzitutto di aprirsi nella meditazione e nella preghiera al dinamismo di amore «mite e umile» (Mt 11, 29) messo in moto da Cristo.

SAN PAOLO AI ROMANI E LA STORIA DELLA SALVEZZA – DI ROMANO PENNA

http://www.gliscritti.it/index.html

SAN PAOLO AI ROMANI E LA STORIA DELLA SALVEZZA

DI ROMANO PENNA

Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 28 marzo 2008 un testo del biblista Romano Penna, che il quotidiano ha introdotto con le seguenti parole: « »San Paolo: Apocalisse e Rivelazione » è il tema del convegno internazionale di studi che si tiene a Roma il 27 e il 28 marzo promosso dalla Accademia di Francia e dal Centro culturale San Luigi dei Francesi con il sostegno dell’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede. Pubblichiamo alcuni stralci di una delle relazioni».
Il testo aiuta a puntualizzare il rapporto fra cristologia ed escatologia, nella prospettiva paolina. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il centro culturale Gli scritti 4/4/2009

Nella Lettera ai Romani Paolo impiega quattro volte lo specifico lessico di rivelazione, e lo fa di volta in volta con tutti e tre i verbi tipici di questo campo semantico: apokalýpto/ »disvelo » (impiegato due volte), faneròo/ »manifesto », en-deìknymi/ »mostro ».
In 1,17 si legge che nell’evangelo « si rivela », apokalýptetai, la giustizia di Dio. Successivamente, in 3,21, Paolo scrive che questa stessa giustizia di Dio « si è manifestata », pefanèrotai, nel sangue di Cristo (cfr. 3,25). Più avanti in 8,18 leggiamo che nel futuro escatologico si rivelerà (apokalyfthènai) la gloria dei figli di Dio (cfr. 8,23) assieme al rinnovamento del cosmo. Infine in 9,17, utilizzando un riporto da Esodo 9,16 LXX, è scritto che Dio aveva suscitato il Faraone con lo scopo di « mostrare » (endeìxomai) in lui la propria potenza perché venisse annunciato il suo nome in tutta la terra.
Come si vede, la cadenza cronologica considerata sul piano grammaticale consiste nell’uso, innanzitutto, di un verbo al presente, poi di un verbo al perfetto, di un infinito aoristo passivo, e infine di un congiuntivo aoristo attivo, sicché nel primo caso si richiama un fatto continuamente posto in essere, nel secondo si rimanda a un evento del passato che perdura tuttora nei suoi effetti, nel terzo si allude a un avvenimento futuro, e nel quarto si formula una intenzionalità di principio posta all’origine di un progetto divino.
È ben chiaro che questa successione e variazione lessicale tocca quattro momenti storico-salvifici diversi. In effetti, Paolo parte dal presente dell’annuncio evangelico, passa per l’evento della morte di Cristo, prospetta una consumazione finale, e infine risale indietro fino alla elezione di Israele connessa con l’esodo. Secondo la logica temporale, però, bisognerebbe risistemare e in buona parte addirittura invertire la successione dei momenti, e partire dalle antiche circostanze dell’esodo per arrivare alla morte di Cristo (« nel kairòs presente »: 3,26) e sfociare infine nell’attuale impegno evangelizzatore proprio della Chiesa, per culminare poi nell’orizzonte escatologico. Tuttavia, l’impostazione argomentativa di Paolo è assai originale e sintomatica, poiché non è di tipo trattatistico-didascalico ma storico-esistenziale. E qui vogliamo onorarla per se stessa, esaminandone le componenti strutturali.
Paolo in Romani 1,17 formula quella che in retorica è qualificabile come propositio, cioè enunciazione tematica, dell’intera lettera. Egli parte dal fatto che c’è una prima rivelazione divina, a cui l’uomo è subito confrontato. Essa non appartiene a un passato che sfugge alla nostra percezione immediata e soprattutto non a un passato consegnato solo alla memoria, o peggio ancora a una mera sedimentazione scritta. Al contrario, a lui interessa partire da una esperienza sempre possibile e verificabile, basata sul continuo annuncio dell’euagghèlion.
È in esso che appunto « si rivela », apokalýptetai, un particolare tipo di giustizia di Dio, che nel contesto va intesa come sinonimo di misericordia. L’annuncio di Cristo, perciò, rappresenta una vera, anzi la vera « apocalisse » di Dio. La scelta del verbo lascia intendere che Paolo non pensa a una rivelazione qualunque; ogni volta che vi ricorre nelle sue lettere è per affermare qualcosa di escatologico o comunque di origine divina, quindi di assolutamente incisivo.
L’idea di rivelazione viene ripresa in 3,21. Paolo ne precisa maggiormente i contorni, cominciando col dire che della giustizia salvifica di Dio non bisogna attendere una rivelazione futura, poiché la sua manifestazione è già avvenuta: « si è manifestata » (pefanèrôtai). Per la verità, il tempo verbale impiegato da Paolo ha una semantica complessa; in greco, infatti, esso ha due connotazioni: una che riguarda il passato, con rimando a un evento già verificatosi, e un’altra che concerne il presente, in quanto l’evento già compiutosi precedentemente viene ricordato nelle sue ricadute attuali tuttora vive – in questo caso: la giustizia di Dio « è manifesta ».
La traduzione nelle nostre lingue comporta inevitabilmente di sacrificare una delle due componenti. Se qui scegliamo di tradurre con il passato è per due ragioni ben precise. La prima è che nel successivo verso 25, venendo concretamente al dunque, Paolo collocherà esplicitamente questa manifestazione in un atto di Dio compiuto nel passato (proètheto, « ha presentato »). La seconda è che il presente era già stato inequivocabilmente impiegato in 1,17 – sia pur con l’utilizzo di un altro verbo: apokalýptetai – per connotare una rivelazione attuale della stessa giustizia di Dio, in quanto essa avviene oggi nell’annuncio evangelico.
Proprio questo confronto con 1,17 arricchisce enormemente il tema paolino della giustizia di Dio. Essa infatti conosce due momenti distinti e insieme complementari della sua dimostrazione: uno nell’effusione storica del sangue di Cristo, l’altro quando quell’evento si fa semplice parola nell’annuncio.
Questa manifestazione, secondo Paolo, avviene storicamente nel sangue di Cristo, proposto da Dio come hilastèrion, cioè come strumento o luogo di espiazione per i peccati degli uomini, e quindi come luogo di redenzione. Proprio i concetti di redenzione (in 3,24) e di espiazione (in 3,25), pur di diversa provenienza semantica, costituiscono la materia della manifestazione-rivelazione della iustitia salutifera di Dio, la quale ormai non è più reperibile nella Leggeetantomenonellasuaosservanza.
Passiamo ora a Romani 8,18 dove si legge: « Penso infatti che le sofferenze del tempo presente non hanno peso in confronto con la gloria futura che sarà rivelata per noi (pròs tèn mèllousan dòxan apokalyfthènai eis hèmas) ». Questa dichiarazione è suggerita e richiesta dalla conclusione del precedente verso 17, concernente l’idea di una eredità futura che andrà ben oltre l’attuale situazione storica.
Avviene così ciò che si era già verificato con la propositio generale di 1,16-17 sul concetto di evangelo, che si agganciava all’idea di evangelizzazione enunciata nella conclusione del precedente 1,15 (cfr. commento). Ma ora l’apertura della frase con « Penso infatti » (logìzomai gàr) è più solenne (cfr. l’assioma enunciato in 3,28: logizòmetha gàr), cioè corrisponde alla formulazione di un principio assiomatico, che esprime una convinzione forte e importante (cfr. anche 2 Corinzi 11,5). L’assioma è incentrato sulla contrapposizione tra le sofferenze attuali e la gloria futura. Viene perciò stabilito un paragone tra due esperienze contrastanti, che caratterizzano rispettivamente due diversi momenti successivi, per negarne ogni equivalenza. Ed è ben possibile che dietro la frase di Paolo ci sia una obiezione, la quale, facendo prevalere l’attuale esperienza di sofferenza dei cristiani, metta in discussione la possibilità stessa di una gloria futura.
La formulazione circa i due stadi temporali successivi e contrapposti evoca la dottrina dei due eoni, propria dell’apocalittica giudaica (cfr. anche 1 Corinzi, 7, 31). Per Paolo, dunque, da una parte c’è « il momento presente », che sta a indicare non soltanto il periodo compreso tra la prima e la seconda venuta di Cristo quanto anche in senso più generale l’attuale esperienza storica dell’uomo e del cristiano nel mondo presente in quanto contrasta con quello futuro.
Dall’altra, poi, c’è « la gloria futura », che rimanda oltre l’attuale periodo di sofferenze a un orizzonte di splendore, e che giustifica l’attuale esperienza di afflizione. Lo stesso schema si ritrova in 2 Corinzi 4,17-19: « Il temporaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, poiché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili; le cose visibili infatti sono momentanee, quelle invisibili invece sono eterne ».
Ovviamente, ai due momenti si accompagnano due situazioni contrarie: rispettivamente, le sofferenze e la gloria. Il primo termine, pathèmata, è tipico del lessico paolino, visto che nel Nuovo Testamento è attestato preferibilmente nel suo epistolario (nove volte su sedici), e indica sia le sofferenze apostoliche sia quelle comuni a tutti. Il secondo, dòxa, che nel Nuovo Testamento è preferibilmente impiegato per designare la gloria propria di Dio, assume qui una interessante connotazione antropologica come sinonimo di splendore, dignità, onore, piena riuscita di sé in quanto acquisizione umana. Il fatto che Paolo non parli solo di felicità o di beatitudine (cfr. 4,6) dice che la sua prospettiva riguarda l’uomo tutto intero, compresa la sua trasformazione fisica. Perciò il verbo « rivelare » viene a significare una affermazione o manifestazione in pienezza di questa dimensione, che il passivo suggerisce prodotta da Dio.
Abbiamo infine la presenza del concetto di rivelazione/manifestazione in Romani 9,14-23 con la presenza del verbo en-deìknymi nel verso 17. Bisogna riconoscere che abbiamo qui delle affermazioni piuttosto dure per quanto riguarda la libertà umana, come si vede nei versi 15-18 e poi nella metafora di Dio come vasaio con la corrispondente distinzione tra « vasi d’ira » e « vasi di misericordia ».
Il tema della libertà umana viene sostanzialmente taciuto; ma non bisogna perdere di vista la spiegazione di questo silenzio, derivante dall’insieme dell’argomentazione paolina e consistente nel fatto che l’Apostolo intende piuttosto rispondere al problema concernente la libertà di Dio e delle sue scelte, per dire che egli nel suo agire è del tutto indipendente e non condizionato.
È dunque quanto mai evidente la forte sottolineatura di un radicale « teo-archismo » nei rapporti Dio-uomo; ma, in ogni caso e ancora una volta, ci si riferisce a Dio in quanto indulgente e non in quanto punitore. Il verso 17 offre una nuova risposta al problema della libera elezione di Dio, mediante il riporto di un altro passo biblico: « Dice infatti la Scrittura al Faraone: « Proprio per questo ti ho suscitato, perché (Io) possa mostrare in te la mia potenza (hòpos endeìxomai en soì tèn dýnamìn mou) e perché il mio nome possa essere divulgato su tutta la terra »".
Nonostante alcune variazioni, il testo biblico corrisponde sostanzialmente a quello greco di Esodo 9,16 LXX. Il senso proprio è che il Faraone, nonostante la sua opposizione a Israele e al piano divino di sottrarlo alla schiavitù, funziona comunque nelle mani di Dio come uno strumento positivo che serve ai suoi disegni. Infatti, nella misura in cui la sua ostinata resistenza venne finalmente vinta (cfr. il racconto in Esodo 5-14, che comprende anche le dieci piaghe scatenate sull’Egitto), il nome di Dio risultò ancora più glorioso (vedi il canto di Mosè in Esodo 15,1-21).
Lo scontro infatti è direttamente tra Dio e il Faraone, tanto che il nome di Mosè viene addirittura taciuto; il complemento « in te » evidenzia bene il ruolo svolto dal Faraone in persona. Qualcosa di analogo avverrà per un altro devastatore di Israele, Nabucodonosor, che Geremia qualificherà addirittura come « servo » di Dio in senso positivo, cioè in quanto servì comunque per portare a termine i suoi disegni. Si delinea così un abbozzo di teologia della storia, secondo cui in ultima analisi è Dio che guida gli avvenimenti umani; e ancora una volta egli viene preposto a ogni decisione presa dall’uomo, persino a quelle apparentemente negative.
Infatti il congiuntivo aoristo endeìxòmai esprime un proposito personale di Dio (infatti è Lui che parla) consistente appunto nell’intento di « mostrare », quasi di far toccare con mano, comunque ancora una volta di manifestare/rivelare apertamente, la sua irresistibile conduzione degli avvenimenti. In questo caso è evidente che il riferimento viene fatto al passato dell’esodo di Israele dall’Egitto, quando appunto Dio rivelò la sua grandezza. I cristiani vengono così ricondotti al mistero di Israele come popolo dell’alleanza, sul quale i Gentili vengono innestati per grazia.
In conclusione possiamo almeno rilevare il fatto che Paolo non utilizza il lessico di rivelazione per applicarlo al futuro. La frase « La notte è avanzata, il giorno si è avvicinato », anche se riprende la metafora del risvegliarsi dal sonno di fatto non impiega alcun linguaggio « apocalittico ». Il parallelo più eloquente lo leggiamo nello stesso Paolo: « Voi, fratelli, non siete al buio, cosicché il giorno vi sorprenda come un ladro; tutti voi infatti siete figli della luce e figli del giorno. Non siamo della notte né del buio. Perciò non dormiamo come gli altri, ma stiamo svegli e sobri. Quelli che dormono infatti dormono di notte e quelli che si ubriacano si ubriacano di notte. Ma noi, essendo del giorno, restiamo sobri » (1 Tes 5,4-7).
Là però manca il dinamismo del passaggio dalla notte al giorno, che invece caratterizza il nostro testo. Evidentemente qui la prospettiva è diversa: Paolo sottolinea, non un passaggio già avvenuto, ma un passaggio ancora a venire. La notte, inserendosi sulla precedente immagine del sonno, diventa figura del presente tempo storico, non solo in quanto transeunte, ma soprattutto in quanto imperfetto e insidioso: non in se stesso, ma in quanto orientato a un ulteriore superamento di ogni imperfezione (cfr. 1 Cor 13,12).
È di questo decorso temporale che si attende la fine, peraltro con la certezza che esso è già in fase quanto mai avanzata. L’affermazione perciò ha il tono rassicurante di una buona notizia. Proprio la dinamica della successione dei due momenti, dove la certezza di una prossima uscita dalla notte equivale a quella di una prossima irruzione del giorno, occasiona l’esortazione a trarne le conseguenze sul piano etico.
Resta il fatto che Paolo predilige sostanzialmente il tempo storico, sia del passato sia del presente, come luogo privilegiato per l’affermarsi della rivelazione di Dio e della manifestazione di ciò in cui consiste l’identità cristiana.

(‘Osservatore Romano – 28 marzo 2009)

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