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In cammino con Gesù: Perché il sacrificio della Croce? La risposta della lettera agli Ebrei

dal sito:

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=3149

In cammino con Gesù: Perché il sacrificio della Croce? La risposta della lettera agli Ebrei
 
di Andrea Lonardo

«Non è il dolore in quanto tale che conta nel sacrificio della croce, bensì la vastità dell’amore. Se così non fosse, i veri sacerdoti dinanzi all’altare della Croce sarebbero stati i carnefici: proprio essi infatti, che hanno provocato il dolore, sarebbero stati altrimenti i ministri che hanno immolato la vittima sacrificale». Così scriveva già nel 1968 Joseph Ratzinger nelle sue lezioni sul Simbolo apostolico del volume “Introduzione al cristianesimo”.

La domanda sul significato della Croce non cessa di scuotere ogni generazione. Uno dei testi neotestamentari che ne chiarifica il senso è la lettera agli Ebrei. Essa è, in realtà, la trascrizione di un’omelia pronunciata prima dell’anno 70 dopo Cristo, l’anno nel quale il generale Tito, agli ordini del padre Vespasiano, distrusse il Tempio di Gerusalemme, depredandone gli arredi. L’arco di Tito conserva memoria in Roma di quegli antichi avvenimenti: nel suo fornice un pannello rappresenta i soldati romani in trionfo che portano su due portantine il candelabro a sette braccia e la tavola sulla quale erano offerti i pani detti “della proposizione”. Da quell’anno si interruppero le offerte dei sacrifici nel Tempio e la storia dell’ebraismo conobbe una svolta radicale.

Nella lettera agli Ebrei, che confronta il nuovo sacerdozio di Cristo con il sacerdozio levitico che si svolgeva nel Tempio, non è possibile trovare neanche un minimo accenno alla fine dell’antico culto; gli esegeti ne deducono che la lettera è di poco anteriore al 70, poiché se l’autore avesse avuto conoscenza della distruzione del Tempio ne avrebbe certamente inserito la notizia nella sua argomentazione.

L’omelia divenne una lettera, come è facile vedere dagli ultimi versetti. Fu cioè inviata a un altra comunità perché lì fosse letta. Questa comunità è probabilmente Roma, poiché si dice in chiusura del testo: “Vi salutano quelli che provengono dall’Italia” (Eb 13,24). Queste parole sono testimonianza del fatto che alcuni emigrati dall’Italia inviarono insieme alla lettera il saluto ai loro compatrioti; è ovvio che un invio dello scritto in Italia non poteva non comprendere come destinazione anche Roma.

Perché il sacrificio di Cristo è “nuovo” e “definitivo”? Perché la morte in Croce? Perché un sacrificio compiuto una volta per tutte? Queste sono le grandi domande a cui risponde la lettera agli Ebrei. Afferma l’Autore: «La legge non ha portato nulla alla perfezione» (Eb 7,19)! I tanti sacerdoti che avevano offerto sempre nuovi sacrifici a Dio dovevano offrirli sempre di nuovo, perché né loro, né il popolo erano mai senza peccato. I sacrifici rinnovavano sempre il ricordo dei peccati, ma mai rendevano totalmente nuovo il cuore.

Cristo non offrì una vittima per quanto preziosa, ma offrì se stesso (Eb 8,27). A Dio fu gradita non semplicemente la sua morte, non il suo dolore – lungi dal cristianesimo l’idea di un Dio che si compiace del dolore! Dio ha amato, nella Croce, l’amore del Figlio. È questo la novità cristiana, è questa la salvezza del mondo: Cristo ha riempito di amore il dolore fisico della crocifissione, Cristo ha colmato di amore, attraverso il perdono, anche il dolore del rifiuto che gli uomini hanno avuto di lui. Lì dove l’uomo accresce la rabbia o il rifiuto, Egli ha riempito di obbedienza al Padre e di misericordia il male che gli era inflitto.

Ma perché ha potuto farlo? Proprio perché è il Figlio fattosi uomo. I sacrifici delle religioni sono offerte dell’uomo rivolte a Dio; ogni popolo nei secoli ha cercato di prendere quanto di più bello e prezioso aveva per offrirlo a Dio. Nella fede cristiana, invece, l’offerta discende dal Cielo. Il dono giunge da Dio, il sacrificio e il sacerdote provengono da lui. Dio ci ha donato il Cristo perché noi accogliessimo il suo sacrificio per noi. Cristo, dice l’Autore della lettera agli Ebrei, non è solo «misericordioso» verso noi uomini, ma è, insieme, «degno di fede», perché più grande degli angeli, perché, luce della stessa gloria divina, porta impressa in sé tutta la divinità di Dio.

4 marzo 2008

Publié dans:Lettera agli Ebrei, temi - la Croce |on 7 octobre, 2009 |Pas de commentaires »

Padre Marco Adinolfi: LA PASSIONE DI CRISTO IN SAN PAOLO

LA PASSIONE DI CRISTO IN SAN PAOLO

Padre Marco Adinolfi

corso di studi  anno 1993/94
Pontificia Università Antonianum – Roma

Paurosamente infame per gli antichi il supplizio della croce, che Cicerone chiama « il più crudele e il più tetro » (In Verrem 2 5,64,165) e Tacito « la morte più turpe » (Historiae 4,3,11). Una pena riservata di solito al ladro sacrilego, al disertore, al ribelle, al reo di alto tradimento. Una nefandezza che, secondo Cicerone, i cittadini romani non possono giuridicamente provare nella loro carne, e il cui solo nome deve essere lontano dal loro pensiero, dalla loro vista e dal loro udito (Pro Rabirio 5,6).
Nietzsche è dunque vicino al vero quando nel suo Al di là del bene e del male scrive: « Gli uomini moderni…non avvertono quanto di superlativamente orribile c’era, per un gusto antico, nel paradosso della formula del « dio crocifisso ».
Eppure Paolo ha il coraggio di incentrare proprio in Cristo crocifisso il suo messaggio, il suo vangelo.
Tre le parti della presente relazione. Dopo una esposizione preliminare sulla terminologia paolina della passione di Cristo (1), esaminerò in quali rapporti con la passione sono visti il Padre (2) poi Gesù stesso (3).

1. La terminologia della passione di Cristo

Paolo allude alla passione di Cristo parlando – oltre che della sua morte, su cui occorrerà tornare – della sua croce, del suo sangue, delle sue sofferenze, delle sue ferite.
È il crocifisso tutto quanto l’apostolo decide di sapere tra i Corinzi (1Cor 2,2), , che rappresenta al vivo  agli occhi dei Galati (Gal 3,1), che va predicando (1Cor 1,23).
Mediante il sangue della croce Dio ha tutto riconciliato a sé (Col 1,20) e, inchiodandolo alla croce, ha annullato il documento del nostro debito (2,14). Fino alla morte di croce Gesù è stato obbediente (Fil 2,8) e per mezzo della croce ha operato la riconciliazione con Dio di ebrei e pagani (Ef 2,16). Dal modo di accoglierla la parola della croce risulta stoltezza e potenza divina (1Cor 1,8) . Da nemici della croce si comportano i giudaizzanti, Paolo invece non vuol vanificare la croce con discorsi sapienti (1Cor 1,17) e rifiuta ogni vanto che non sia la croce (Gal 6,14).
Per mezzo del suo sangue Cristo è stato predestinato da Dio a servire di espiazione (Rm 3,25). Mediante il sangue di Cristo siamo stati giustificati e abbiamo la redenzione (Ef 1,7), così come i pagani convertiti sono stati avvicinati a Dio (2,13). Il sangue di Cristo è la nuova alleanza (1Cor 11,25): con questo sangue ci si mette in comunione bevendo il calice eucaristico (10,16), mentre saremo colpevoli verso questo sangue bevendo indegnamente il calice (11,27).
I patimenti subiti da Gesù nella sua vita mortale Paolo li sente rifluire copiosamente su di sé (2Cor 1,5). Altrove si augura di partecipare a tali patimenti (Fil 3,10), fino a sentirsi cosciente di supplire con le sue tribolazioni alla incompletezza che Gesù ha imposto alla sua sofferta attività terrena per via del limitato raggio di azione (la sola Palestina) e dei scarsi risultati (Col 1,24).
Le ferite di Cristo crocifisso, infine, sono visibili nelle cicatrici (stigmata) che l’apostolo perseguitato reca nel corpo e che indicano visibilmente la sua partecipazione alla passione del Maestro (Gal 6,17).

2. Il Padre e la passione di Cristo

Anche nella passione di Cristo l’iniziativa è del Padre.
È lui che lo ha dato, consegnato, il verbo paradidodòmi, consegno, tipico della passione, viene ripetute tre volte, di cui al passivo teologico.
Superando infinitamente il gesto di Abramo (Gen 22,16), Dio non ha avuto riguardi per suo Figlio, non lo ha risparmiato, ma lo ha consegnato (1Cor 11,23), lo ha consegnato « per tutti noi » (Rm 8,32), « per i nostri peccati » (4,21).
Mediante due « formule di invio », Paolo insegna che è stato Dio a mandare il proprio Figlio per « condannare » il peccato nella carne » (Rm 8,3), per riscattare coloro che erano sotto la legge e adottarli come figli (Gal 4,4-5).
È stato per l’agape, per amore di Dio verso di noi (Rm 5,8), « per il grande amore con cui egli ci ha amati » (Ef 2,4), è stato per la filantropia di Dio nostro Salvatore (Tt 3,4) che « Cristo è morto per noi quando eravamo ancora peccatori » (Rm 5,8), che Dio ci ha dato la vita con Cristo mentre eravamo morti a causa delle nostre colpe (Ef 2,4), che Dio ci ha salvati effondendo in abbondanza su di noi lo Spirito Santo per mezzo di Gesù Cristo (Tt 3,6) . Non ha torto dunque Paolo quando si dichiara convinto che da quest’amore di Dio manifestato in Gesù Cristo nulla e nessuno potrà mai separarci (Rm 8,32-39).
È stato Dio Padre che ha destinato suo Figlio a servire da espiazione per le nostre colpe (Rm 3,25), giungendo ad identificarlo con il peccato, a trattarlo da peccato (letteralmente, a farlo peccato) proprio Lui, Gesù Cristo, che non aveva commesso alcun peccato (2Cor 5,21).
È stato Dio che per mezzo di Cristo, per il suo sangue, ci ha fatto diventare giustizia (2Cor 5,25), ci ha giustificati (Rm 5,9). È stato Dio  che mediante Cristo (1Cor 5,18; Col 1,20), in Cristo (1Cor 1,19), per mezzo della morte del suo Figlio (Rm 5,10), ha riconciliato a sé noi (1Cor 5,18; Rm 5,10), il mondo (1Cor 5,19), tutte le cose (Col 1,20).
Col peccato gli uomini frapponevano un ostacolo alla loro comunione con Dio. Chiusi nel loro criminoso egoismo, erano diventati nemici di Dio. Dio allora è intervenuto. Mediante Cristo non ha più imputato a più a noi i peccati nostri, ce li ha perdonati. Ha ricomposto così il dissidio che ci teneva lontani da lui.
Ci ha offerto la giustificazione e la riconciliazione. Mente la giustificazione ritrae il lato piuttosto giuridico dei nuovi rapporti degli uomini con Dio, la riconciliazione ne esalta la componente affettiva. Reintegrati nella sua amicizia, gli uomini sono riammessi alla comunione con la  vita intima di Dio.
La medesima sovrumana iniziativa di Dio emerge dalla tematica della croce-stoltezza.
A dispetto delle sue note oscurità di dettagli, illuminante 1Cor 1,21: « Poiché infatti nel sapiente  disegno di Dio (nella sapienza di Dio) il mondo con (tutta) la (sua)  sapienza non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione ».
Sapienza e stoltezza si avvicendano nella economia della salvezza. Sapienza di Dio: sapienza autentica, che in pratica e in teoria può esser disprezzata come stoltezza. Sapienza degli uomini: sapienza autentica se aperta verso Dio; sapienza inautentica se ateisticamente autonoma, e dunque vera e propria stoltezza.
Dal punto di vista della dialettica sapienza divina-sapienza umana, si potrebbero distinguere quattro tempi nella storia della salvezza.
Il primo tempo è illuminato dalla sapienza di Dio. Dio si autorivela nel creato perché gli uomini in ciò che esiste si aprano a captare il riflesso del Creatore e a prendere coscienza del loro carattere creaturale, ritenendo Dio il fondamento universale dell’essere.
Il secondo tempo è reso opaco dallo scacco della sapienza umana. nella sua orgogliosa ingratitudine l’uomo storico, invece di porsi davanti a Dio, si ripiega su se stesso, si pone al posto di Dio come fondamento dell’essere, e tutto e tutti giudica col parametro della sua atea autosufficienza.
In terzo tempo riacquista la limpidezza della sapienza divina. Dando fondo ai tesori del suo amoroso piano di salvezza, Dio di autorivela nel Cristo crocifisso.
Il quarto tempo può essere oscurato o rischiarato dalla sapienza umana. Se si irretisce in una sapienza immanentistica l’uomo si ostina a non riconoscere Dio rigettandolo come somma stoltezza la croce di Cristo.  Se invece opera la sua liberazione  mediante una sapienza aperta alla trascendenza, l’uomo riconosce e serve il suo Dio accettando nella fede la croce di Cristo come sapienza superiore.
Insomma, mentre per coloro che accolgono la chiamata salvatrice di Dio, Cristo Crocifisso è potente sapienza di Dio (1.18: dynamis Theou; 1,24 Theou sophias), per quelli che si pongono sulla via della perdizione la croce non è che stoltezza (1,18).
In realtà « Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti (…) perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio » (1Cor 1,27.29).

3. Cristo e la sua passione

Anche da parte di Gesù l’agape è il movente della passione.
Per tre volte il suo amore è collegato esplicitamente alla morte per l’umanità. « Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me » (Gal 2,20); « Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi » (Ef 5,2); « Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei » (5,25). È chiaro che nell’amore di Cristo occorre cogliere i palpiti dell’amore di Dio.
Il verbo della passione paradidômi (consegno, do) ricompare sei volte.
Quattro volte si esplicita a vantaggio di coloro ai quali Cristo si è dato, si è consegnato: « per me » (Gal 2,20), « per noi » (Ef 5,2; Tt 2,14), « per lei (la Chiesa) (Ef 5,25).
In Gal 2,20 la frase « ha dato se stesso per me » manca di qualsiasi specificazione che invece di trova in tutti gli altri casi. Così in Gal 1,4 al posto di « se stesso » (ha dato se stesso) si ha « per i nostri peccati ». Due volte viene aggiunto a « se stesso » un predicato di questo complemento oggetto: « (come) offerta e vittima a Dio in soave odore » (Ef 5,2): « (come) riscatto per tutti » (1Tim 2,6). E tre volte viene usata la congiunzione finale .ohina. affinché: « per renderla santa… » (Ef 5.25); « per riscattarci » (Tt 2,14) .o hopôs. affinché: « per strapparci a questo mondo perverso » (Gal 1,4).
La preposizione hyper, per, segue non di rado la menzione della morte di Cristo. Cristo è morto per noi (Rm 5,8; Ts 5,10), per il fratello spiritualmente debole (Rm 14,15;1Cor 8,11), « per gli empi » (Rm 5,6), per tutti (2Cor 5,14-15), « per i nostri peccati » (1Cor 15,3).
Molto ricca teologicamente l’affermazione di Rm 15,3: « Cristo non cercò di piacere a se stesso ma, come sta scritto: « gli insulti di coloro che ti insultano sono caduti sopra di me » (Sal 69, 10).
La vita di Cristo si svolse all’insegna della pro-esistenza. Cristo non ha perseguito egoisticamente il proprio vantaggio personale, ma si è preso cura sempre e solo degli interessi di Dio e degli uomini. Ha salvaguardato la gloria di Dio addossandosi – specie durante la passione – gli oltraggi degli uomini diretti contro il loro Creatore.
Riprendendo i brani presentati prima in chiave filologica, non è difficile confermare questa profonda intuizione paolina.
È l’amore che ha condotto Cristo a consegnarsi alla passione. La congiunzione che unisce « ha amato » a « ha dato se stesso » ha valore di « quindi ».
cristo ci ha amati e quindi ha dato se stesso, cioè si è lasciato uccidere.
La ragione di questa sua autoconsegna sono stati i nostri peccati (Gal 2,4). Molteplice lo scopo del suo darsi.
Lo ha fatto per strapparci da questo mondo perverso (Gal 1,4), per riscattarci dalla maledizione della legge (Gal 3,13), per riscattarci da ogni iniquità (Tt 2,14), per rendere santa ed immacolata la sua Chiesa (Ef 5,25-27), per formarsi un popolo puro (Tt 2,14).
Cristo ha ottenuto il conseguimento di questi fini perché si è donato « offerta e vittima a Dio in soave odore » (Ef 5,2). Ha trasformato la sua morte inflittagli dall’ingiustizia degli uomini, in un atto cultuale. E si è offerto a Dio come sacrificio di espiazione (cfr. la preposizione hyper. per. a favore di, così usata da Paolo per qualificare la morte e l’autoconsegna di Gesù). E Dio ha gradito il sacrificio del Figlio (« in soave odore »). E ne ha esaudito le più profonde aspirazioni dettate dal suo amore obbediente verso il padre e dal suo amore altruistico verso gli uomini.

***

Insistendo sull’intimo legame della sua esistenza apostolica con esistenza del Gesù storico, Paolo sottolinea la sua comunione non solo  alla passione ma anche alla risurrezione del Signore. Soffrendo nel suo peregrinare missionario e sopportando vittoriosamente ogni specie di tribolazioni, egli subisce una « mortificazione », riproduce  lo stato morente di Gesù ed anche l’energia vivificatrice del Risorto, esplicandola soprattutto a vantaggio dei fedeli « portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù mi manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale. Di modo che in noi opera la morte, ma in voi la vita » (2Cor 4,10-12).

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