Archive pour juin, 2011

Le Sacre Coeur de Jesus

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Publié dans:immagini sacre |on 30 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Ioannes Paulus PP. II [Dominum et vivificantem, 1986 05 18] : III – Lo spirito che dà la vita

dal sito:

http://www.vatican.va/edocs/ITA1216/_INDEX.HTM

Dominum et vivificantem

Ioannes Paulus PP. II

1986 05 18

III – Lo spirito che dà la vita

3. Lo Spirito Santo nel dissidio interno dell’uomo: la carne ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne.

55. Purtroppo, risulta dalla storia della salvezza che quel farsi vicino e presente di Dio all’uomo e al mondo, quella mirabile «condiscendenza» dello Spirito incontra nella nostra realtà umana resistenza ed opposizione. Quanto sono eloquenti da questo punto di vista le parole profetiche del vegliardo di nome Simeone, il quale «mosso dallo Spirito» si recò al tempio di Gerusalemme, per annunciare davanti al bambino di Betlemme che «egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione». L’opposizione a Dio, che è Spirito invisibile, nasce in una certa misura già sul terreno della radicale diversità del mondo da lui, cioè dalla sua «visibilità» e «materialità» in rapporto a lui «invisibile» e «assoluto Spirito»; dalla sua essenziale e inevitabile imperfezione in rapporto a lui, essere perfettissimo. Ma l’opposizione diventa conflitto, ribellione sul terreno etico per quel peccato che prende possesso del cuore umano, nel quale «la carne… ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne». Di questo peccato lo Spirito Santo deve «convincere il mondo», come abbiamo detto. San Paolo è colui che in modo particolarmente eloquente descrive la tensione e la lotta, che agita il cuore umano. «Vi dico dunque – leggiamo nella Lettera ai Galati – : camminate secondo lo spirito, e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne; la carne, infatti, ha desideri contrari allo spirito, e lo spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste». Già nell’uomo come essere composto, spirituale-corporale, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tendenze tra lo «spirito» e la «carne». Ma essa di fatto appartiene all’eredità del peccato, ne è una conseguenza e, nello stesso tempo, una conferma. Essa fa parte dell’esperienza quotidiana. Come scrive l’Apostolo: «Del resto, le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, ubriachezze, orge e cose del genere». Sono i peccati che si potrebbero definire «carnali». Ma l’Apostolo ne aggiunge anche altri: «Inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie». Tutto questo costituisce «le opere della carne». Ma a queste opere, che sono indubbiamente cattive, Paolo contrappone «il frutto dello Spirito», come «amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Dal contesto risulta chiaro che per l’Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l’anima spirituale costituisce la natura dell’uomo e la sua soggettività personale; egli tratta, invece, delle opere, o meglio delle stabili disposizioni – virtù e vizi – moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all’azione salvifca dello Spirito Santo. Perciò, l’Apostolo scrive: «Se pertanto viviamo dello spirito, camminiamo anche secondo lo spirito». E in altri passi: «Coloro infatti che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli, invece, che vivono secondo lo spirito, alle cose dello spirito»; «Viviamo, infatti, sotto il dominio dello spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in noi». La contrapposizione che san Paolo stabilisce tra la vita «secondo lo spirito» e la vita «secondo la carne», genera un’ulteriore contrapposizione: quella della «vita» e della «morte». «I desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello spirito portano alla vita e alla pace»; di qui l’ammonimento: «Se vivete secondo la carne, voi morirete; se, invece, con l’aiuto dello Spirito fate morire le opere del corpo, voi vivrete». A ben considerare, questa è un’esortazione a vivere nella verità, cioè secondo i dettami della retta coscienza e, nello stesso tempo, è una professione di fede nello Spirito di verità, come in colui che dà la vita. Il corpo, infatti, «è morto a causa del peccato, ma lo spirito è vita a causa della giustificazione»; «Così dunque… siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne». Siamo piuttosto debitori a Cristo, che nel mistero pasquale ha operato la nostra giustificazione, ottenendo a noi lo Spirito Santo: «Infatti, siamo stati comprati a caro prezzo». Nei testi di san Paolo si sovrappongono–e reciprocamente si compenetrano – la dimensione ontologica (la carne e lo spirito), quella etica (il bene e il male morale), quella pneumatologica (l’azione dello Spirito Santo nell’ordine della grazia). Le sue parole (specialmente nelle Lettere ai Romani e ai Galati ci fanno conoscere e sentire al vivo la grandezza di quella tensione e lotta, che si svolge nell’uomo tra l’apertura verso l’azione dello Spirito Santo e la resistenza e l’opposizione a lui, al suo dono salvifìco. I termini o poli contrapposti sono, da parte dell’uomo, la sua limitatezza e peccaminosità, punti nevralgici della sua realtà psicologica ed etica; e, da parte di Dio, il mistero del dono, quell’incessante donarsi della vita divina nello Spirito Santo. Di chi sarà la vittoria? Di chi avrà saputo accogliere il dono.
56. Purtroppo, la resistenza allo Spirito Santo, che san Paolo sottolinea nella dimensione interiore e soggettiva come tensione, lotta, ribellione che avviene nel cuore umano, trova nelle varie epoche della storia e, specialmente, nell’epoca moderna la sua dimensione esteriore, concretizzandosi come contenuto della cultura e della civiltà, come sistema filosofico, come ideologia, come programma di azione e di formazione dei comportamenti umani. Essa trova la sua massima espressione nel materialismo, sia nella sua forma teorica – come sistema di pensiero, sia nella sua forma pratica – come metodo di lettura e di valutazione dei fatti e come programma, altresì, di condotta corrispondente. Il sistema che ha dato il massimo sviluppo e ha portato alle estreme conseguenze operative questa forma di pensiero, di ideologia e di prassi, è il materialismo dialettico e storico, riconosciuto tuttora come sostanza vitale del marxismo. In linea di principio e di fatto il materialismo esclude radicalmente la presenza e l’azione di Dio, che è spirito nel mondo e, soprattutto, nell’uomo per la fondamentale ragione che non accetta la sua esistenza, essendo un sistema essenzialmente e programmaticamente ateo. È il fenomeno impressionante del nostro tempo, al quale il Concilio Vaticano II ha dedicato alcune pagine significative: l’ateismo. Anche se non si può parlare dell’ateismo in modo univoco né si può ridurlo esclusivamente alla filosofia materialistica, dato che esistono varie specie di ateismo e forse si può dire che spesso si usa tale parola in senso equivoco, tuttavia è certo che un vero e proprio materialismo, inteso come teoria che spiega la realtà e assunto come principio-chiave dell’azione personale e sociale, ha carattere ateo. L’orizzonte dei valori e dei fini dell’agire, che esso delinea, è strettamente legato all’interpretazione come «materia» di tutta la realtà. Se esso parla a volte anche dello «spirito e delle questioni dello spirito», per esempio nel campo della cultura o della morale, ciò fa soltanto in quanto considera certi fatti come derivati (epifenomeni) dalla materia, la quale secondo questo sistema è l’unica ed esclusiva forma dell’essere. Ne consegue che, secondo tale interpretazione, la religione può essere intesa solamente come una specie di «illusione idealistica», da combattere nei modi e con i metodi più opportuni secondo i luoghi e le circostanze storiche, per eliminarla dalla società e dal cuore stesso dell’uomo. Si può dire, pertanto, che il materialismo è lo sviluppo sistematico e coerente di quella «resistenza» e opposizione, denunciate da san Paolo con le parole: «La carne ha desideri contrari allo spirito». Questa conflittualità è, però, reciproca, come mette in rilievo l’Apostolo nella seconda parte del suo aforisma: «Lo spirito ha desideri contrari alla carne». Chi vuole vivere secondo lo Spirito nell’accettazione e nella corrispondenza alla sua azione salvifica, non può non respingere le tendenze e le pretese, interne ed esterne, della «carne», anche nella sua espressione ideologica e storica di «materialismo» antireligioso. Su questo sfondo così caratteristico del nostro tempo si devono sottolineare i «desideri dello spirito» nei preparativi al grande Giubileo, come richiami che risuonano nella notte di un nuovo tempo di avvento, in fondo al quale, come duemila anni fa, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio». Questa è una possibilità e una speranza, che la Chiesa affida agli uomini di oggi. Essa sa che l’incontro-scontro, tra i «desideri contrari allo spirito», che caratterizano tanti aspetti della civiltà contemporanea, specialmente in alcuni suoi àmbiti, e i «desideri contrari alla carne», con l’avvicinarsi di Dio, con la sua incarnazione, con la sua sempre nuova comunicazione nello Spirito Santo, può presentare in molti casi un carattere drammatico e forse risolversi in nuove sconfitte umane. Ma essa crede fermamente che, da parte di Dio, è sempre un comunicarsi salvifico, una venuta salvifica e, semmai, un salvifico «convincere del peccato» ad opera dello Spirito.
57. Nella contrapposizione paolina dello «spirito» e della «carne» è inscritta anche la contrapposizione della «vita» e della «morte». Grave problema, questo, circa il quale bisogna dire subito che il materialismo, come sistema di pensiero, in ogni sua versione, significa l’accettazione della morte quale definitivo termine dell’esistenza umana. Tutto ciò che è materiale, è corruttibile e, perciò, il corpo umano (in quanto «animale») è mortale. Se l’uomo nella sua essenza è solo «carne», la morte rimane per lui un confine e un termine invalicabile. Allora si capisce come si possa dire che la vita umana è esclusivamente un «esistere per morire». Bisogna aggiungere che sull’orizzonte della civiltà contemporanea – specialmente di quella più sviluppata in senso tecnico-scientifico – i segni e i segnali di morte sono diventati particolarmente presenti e frequenti. Basti pensare alla corsa agli armamenti e al pericolo, in essa insito, di un’autodistruzione nucleare. D’altra parte, si è rivelata sempre più a tutti la grave situazione di vaste regioni del nostro pianeta, segnate dall’indigenza e dalla fame apportatrici di morte. Si tratta di problemi che non sono solo economici, ma anche e prima di tutto etici. Senonché, sull’orizzonte della nostra epoca si addensano «segni di morte» anche più cupi: si è diffuso il costume – che in alcuni luoghi rischia di diventare quasi un’istituzione – di togliere la vita agli esseri umani prima ancora della loro nascita, o anche prima che siano arrivati al naturale traguardo della morte. E ancora: nonostante tanti nobili sforzi in favore della pace, sono scoppiate e sono in corso nuove guerre, che privano della vita o della salute centinaia di migliaia di uomini. E come non ricordare gli attentati alla vita umana da parte del terrorismo, organizzato anche su scala internazionale? Purtroppo, questo è solo un abbozzo parziale ed incompleto del quadro di morte che si sta componendo nella nostra epoca, mentre ci avviciniamo sempre di più alla fine del secondo Millennio cristiano. Dalle tinte fosche della civiltà materialistica e, in particolare, da quei segni di morte che si moltiplicano nel quadro sociologico-Storico, in cui essa si è attuata, non sale forse una nuova invocazione, più o meno consapevole, allo Spirito che dà la vita? In ogni caso, anche indipendentemente dall’ampiezza delle speranze o delle disperazioni umane, come delle illusioni o degli inganni, derivanti dallo sviluppo dei sistemi materialistici di pensiero e di vita, rimane la certezza cristiana che lo Spirito soffia dove vuole e che noi possediamo «le primizie dello Spirito», e che perciò, possiamo anche essere soggetti alle sofferenze dei tempo che passa, ma «gemiamo interiormente aspettando… la redenzione del nostro corpo», ossia di tutto il nostro essere umano, corporeo e spirituale. Gemiamo, sì, ma in un’attesa carica di indefettibile speranza, perché proprio a questo essere umano si è avvicinato Dio, che è Spirito. Dio Padre ha mandato «il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e, in vista del peccato, ha condannato il peccato». Al culmine del mistero pasquale, il Figlio di Dio, fatto uomo e crocifisso per i peccati del mondo, si è presentato in mezzo ai suoi apostoli dopo la risurrezione, ha alitato su di loro e ha detto: «Ricevete lo Spirito Santo». Questo «soffio» continua sempre. Ed ecco, «lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza».

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Giovanni Paolo II [24.11.2004]: Cantico cfr Col 1,3.12-20

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20041124_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 24 novembre 2004

Cantico cfr Col 1,3.12-20
Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti

Vespri del Mercoledì della 2a settimana (Lettura: Col 1,3.12.15-17)

1. È risuonato ora il grande inno cristologico con cui si apre la Lettera ai Colossesi. In esso campeggia appunto la figura gloriosa di Cristo, cuore della liturgia e centro di tutta la vita ecclesiale. L’orizzonte dell’inno, tuttavia, ben presto s’allarga alla creazione e alla redenzione coinvolgendo ogni essere creato e l’intera storia.
In questo canto è rintracciabile il respiro di fede e di preghiera dell’antica comunità cristiana e l’Apostolo ne raccoglie la voce e la testimonianza, pur imprimendo all’inno il suo sigillo.
2. Dopo una introduzione nella quale si rende grazie al Padre per la redenzione (cfr vv. 12-14), due sono le strofe in cui si articola questo Cantico, che la Liturgia dei Vespri ripropone ogni settimana. La prima celebra Cristo come «primogenito di ogni creatura», ossia generato prima di ogni essere, affermando così la sua eternità che trascende spazio e tempo (cfr vv. 15-18a). Egli è l’«immagine», l’«icona» visibile di quel Dio che rimane invisibile nel suo mistero. Era stata questa l’esperienza di Mosè che, nel suo ardente desiderio di gettare uno sguardo sulla realtà personale di Dio, si era sentito rispondere: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20; cfr anche Gv 14,8-9).
Invece, il volto del Padre Creatore dell’universo diventa accessibile in Cristo, artefice della realtà creata: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui… e tutte sussistono in lui» (Col 1,16-17). Cristo dunque, da un lato, è superiore alle realtà create, ma dall’altro, è coinvolto nella loro creazione. Per questo può essere da noi visto come «immagine di Dio invisibile», reso a noi vicino attraverso l’atto creativo.
3. La lode in onore di Cristo procede, nella seconda strofa (cfr vv. 18b-20), verso un altro orizzonte: quello della salvezza, della redenzione, della rigenerazione dell’umanità da lui creata ma che, peccando, era piombata nella morte.
Ora, la «pienezza» di grazia e di Spirito Santo che il Padre ha posto nel Figlio fa sì che egli possa, morendo e risorgendo, comunicarci una nuova vita (cfr vv. 19-20).
4. Egli è pertanto celebrato come «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (1,18b). Con la sua «pienezza» divina, ma anche col suo sangue sparso sulla croce, Cristo «riconcilia» e «rappacifica» tutte le realtà, celesti e terrestri. Egli le riporta così alla loro situazione originaria, ricreando l’armonia primigenia, voluta da Dio secondo il suo progetto d’amore e di vita. Creazione e redenzione sono, quindi, connesse tra loro come tappe di una stessa vicenda di salvezza.
5. Secondo il nostro solito, facciamo ora spazio alla meditazione dei grandi maestri della fede, i Padri della Chiesa. Sarà uno di essi a guidarci nella riflessione sull’opera redentrice compiuta da Cristo nel suo sangue sacrificale.
Commentando il nostro inno, san Giovanni Damasceno, nel Commento alle Lettere di san Paolo a lui attribuito, scrive: «San Paolo parla di « redenzione mediante il suo sangue » (Ef 1,7). È dato infatti come riscatto il sangue del Signore, che conduce i prigionieri dalla morte alla vita. Non era proprio possibile, per quelli che erano soggetti al regno della morte, essere liberati in altro modo, se non mediante colui che è diventato partecipe con noi della morte… Dall’operazione svolta con la sua venuta abbiamo conosciuto la natura di Dio che era prima della sua venuta. È infatti opera di Dio aver estinta la morte, restituito la vita e ricondotto a Dio il mondo. Perciò dice: « Egli è l’immagine del Dio invisibile » (Col 1,15), per manifestare che è Dio, anche se egli non è il Padre, ma l’immagine del Padre, e ha l’identità con lui, benché egli non sia lui» (I libri della Bibbia interpretati dalla grande tradizione, Bologna 2000, pp. 18.23).
Giovanni Damasceno poi conclude con uno sguardo d’insieme all’opera salvifica di Cristo: «La morte di Cristo salvò e rinnovò l’uomo; e riportò gli angeli alla primitiva gioia, a motivo dei salvati, e congiunse le realtà inferiori con quelle superiori… Fece infatti la pace e tolse di mezzo l’inimicizia. Perciò gli angeli dicevano: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra »» (ibid., p. 37).

Giovanni Paolo II (Udienza 5.5.2004): Cantico cfr Col 1,3.12-20

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20040505_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 5 maggio 2004

Cantico cfr Col 1,3.12-20

Cristo fu generato prima di ogni creatura, è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti

Vespri del mercoledì della 1a settimana (Lettura: Col 1,3.12-15.17)

1. Abbiamo ascoltato il mirabile inno cristologico della Lettera ai Colossesi. La Liturgia dei Vespri lo propone in tutte le quattro settimane nelle quali essa si snoda e lo offre ai fedeli come Cantico, ripresentandolo nella veste che forse il testo aveva fin dalle sue origini. Infatti, molti studiosi ritengono che l’inno potrebbe essere la citazione di un canto delle Chiese dell’Asia minore, posto da Paolo nella Lettera indirizzata alla comunità cristiana di Colossi, una città allora fiorente e popolosa.
L’Apostolo, però, non si recò mai in questo centro della Frigia, una regione dell’attuale Turchia. La Chiesa locale era stata fondata da un suo discepolo, originario di quelle terre, Epafra. Costui fa capolino nel finale della Lettera insieme all’evangelista Luca, «il caro medico», come lo chiama san Paolo (4,14), e con un altro personaggio, Marco, «cugino di Barnaba» (4,10), forse l’omonimo compagno di Barnaba e Paolo (cfr At 12,25; 13,5.13), divenuto poi evangelista.
2. Poiché avremo occasione di tornare a più riprese in seguito su questo Cantico, ci accontentiamo ora di offrirne uno sguardo d’insieme e di evocare un commento spirituale, elaborato da un famoso Padre della Chiesa, san Giovanni Crisostomo (IV sec. d.C.), celebre oratore e Vescovo di Costantinopoli. Nell’inno emerge la grandiosa figura di Cristo, Signore del cosmo. Come la divina Sapienza creatrice esaltata dall’Antico Testamento (cfr ad esempio Pr 8,22-31), «egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui »; anzi, «tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui» (Col 1,16-17).
Si dispiega, dunque, nell’universo un disegno trascendente che Dio attua attraverso l’opera del Figlio. Lo proclama anche il Prologo del Vangelo di Giovanni quando afferma che «tutto è stato fatto per mezzo del Verbo e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). Anche la materia con la sua energia, la vita e la luce portano l’impronta del Verbo di Dio, «suo Figlio diletto» (Col 1,13). La rivelazione del Nuovo Testamento getta una nuova luce sulle parole del sapiente dell’Antico Testamento, il quale dichiarava che «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (Sap 13,5).
3. Il Cantico della Lettera ai Colossesi presenta un’altra funzione di Cristo: Egli è anche il Signore della storia della salvezza, che si manifesta nella Chiesa (cfr Col 1,18) e si compie nel «sangue della sua croce» (v. 20), sorgente di pace e di armonia per l’intera vicenda umana.
Non è, quindi, soltanto l’orizzonte esterno a noi ad essere segnato dalla presenza efficace di Cristo, ma anche la realtà più specifica della creatura umana, ossia la storia. Essa non è in balía di forze cieche e irrazionali ma, pur nel peccato e nel male, è sorretta e orientata – per opera di Cristo – verso la pienezza. È così che per mezzo della Croce di Cristo tutta la realtà è «riconciliata» col Padre (cfr v. 20).
L’inno traccia, in tal modo, uno stupendo affresco dell’universo e della storia, invitandoci alla fiducia. Non siamo un granello di polvere inutile, disperso in uno spazio e in un tempo senza senso, ma siamo parte di un sapiente progetto scaturito dall’amore del Padre.
4. Come abbiamo annunziato, passiamo ora la parola a san Giovanni Crisostomo, perché sia lui a coronare questa riflessione. Nel suo Commento alla Lettera ai Colossesi egli si sofferma ampiamente su questo Cantico. All’inizio egli sottolinea la gratuità del dono di Dio «che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce» (v. 12). «Perché la chiama « sorte »?», si domanda il Crisostomo, e risponde: «Per mostrare che nessuno può conseguire il Regno con le proprie opere. Anche qui, come il più delle volte, la « sorte » ha il senso di « fortuna ». Nessuno mostra un comportamento tale da meritare il Regno, ma tutto è dono del Signore. Per questo egli dice: « Quando avete fatto ogni cosa, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare »» (PG 62, 312).
Questa benevola e potente gratuità riemerge più avanti, quando leggiamo che per mezzo di Cristo sono state create tutte le cose (cfr Col 1,16). «Da lui dipende la sostanza di tutte le cose – spiega il Vescovo -. Non soltanto le fece passare dal non essere all’essere, ma è ancora lui che le sostiene, cosicché, se fossero sottratte alla sua provvidenza, perirebbero e si dissolverebbero… Dipendono da lui: infatti, anche solo l’inclinare verso di lui è sufficiente a sostenerle e a rafforzarle» (PG 62, 319).
E a maggior ragione è segno di amore gratuito quanto Cristo viene compiendo per la Chiesa, di cui è il Capo. In questo punto (cfr v. 18), spiega il Crisostomo, «dopo aver parlato della dignità di Cristo, l’Apostolo parla anche del suo amore per gli uomini: « Egli è il capo del suo corpo, che è la Chiesa », volendo mostrare la sua intima comunione con noi. Colui, infatti, che è così in alto e superiore a tutti, si unì a coloro che sono in basso» (PG 62, 320).

Saint Peter and Saint Paul

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Publié dans:immagini sacre |on 28 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Giovanni Polo II – Solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo: 1. « Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza » (2 Tm 4,17).

dal sito:

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/homilies/2003/documents/hf_jp-ii_hom_20030629_sts-peter-paul_it.html 

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Sagrato della Basilica Vaticana
Domenica, 29 giugno 2003

1. « Il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza » (2 Tm 4,17).

Così san Paolo descrive a Timoteo l’esperienza vissuta durante la prigionia romana. Queste parole, tuttavia, si possono riferire all’intera vicenda missionaria dell’Apostolo delle genti, come pure a quella di san Pietro. Lo attesta, nell’odierna liturgia, il brano degli Atti degli Apostoli, che presenta la prodigiosa liberazione di Pietro dal carcere di Erode e da una probabile condanna a morte.
La prima e la seconda Lettura, dunque, mettono in luce il disegno provvidenziale di Dio su questi due Apostoli. Sarà il Signore stesso a condurli al compimento della loro missione, compimento che avrà luogo proprio qui a Roma, dove questi suoi eletti daranno la vita per Lui, fecondando con il loro sangue la Chiesa.
2. « E sono diventati gli amici di Dio » (Antifona d’inizio). Amici di Dio! Il termine ‘amici’ è quanto mai eloquente, se pensiamo che uscì dalla bocca di Gesù durante l’Ultima Cena: « Non vi chiamo più servi – disse – … ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi » (Gv 15,15).
Pietro e Paolo sono ‘amici di Dio’ a titolo singolare, perché hanno bevuto il calice del Signore. Ad entrambi Gesù ha cambiato il nome, nel momento in cui li ha chiamati al suo servizio: a Simone ha dato quello di Cefa, cioè ‘roccia’, da cui Pietro; a Saulo il nome di Paolo, che significa ‘piccolo’. Il Prefazio odierno li pone in parallelo: « Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, / Paolo, che illuminò le profondità del mistero; / il pescatore di Galilea, / che costituì la prima comunità con i giusti d’Israele, / il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti ».
3. « Benedetto il Signore che libera i suoi amici » (Sal. resp.). Se pensiamo alla vocazione e alla storia personale di entrambi gli apostoli Pietro e Paolo, notiamo come la carica apostolica e missionaria sia stata proporzionale alla profondità della loro conversione. Provati dall’esperienza amara della miseria umana sono stati liberati dal Signore.
Grazie all’umiliazione del rinnegamento e al pianto dirotto che lo purificò interiormente, Simone divenne Pietro, cioè la ‘roccia’: rinsaldato dalla forza dello Spirito, egli per tre volte dichiarò a Gesù il suo amore, ricevendone il mandato di pascerne il gregge (cfr Gv 21,15-17).
Analoga fu l’esperienza di Saulo: quel Signore, che lui perseguitava (cfr At 9,5), « lo chiamò con la sua grazia » (Gal 1,15) folgorandolo sulla via di Damasco. Lo liberò così dai suoi pregiudizi, trasformandolo radicalmente, e ne fece « uno strumento eletto » per portare il suo nome a tutte le genti (cfr At 9,15).
Entrambi divennero in tal modo « amici del Signore ».
4. Carissimi e venerati Confratelli Arcivescovi Metropoliti, venuti per ricevere il Pallio, diverse sono le vicende personali di ciascuno, ma tutti siete stati annoverati da Cristo nel numero dei suoi ‘amici’.
Mentre mi accingo ad imporvi questa tradizionale insegna liturgica, che indosserete nelle solenni celebrazioni in segno di comunione con la Sede Apostolica, vi invito a considerarla sempre quale memoria della sublime amicizia di Cristo, che abbiamo l’onore e la gioia di condividere. Nel nome del Signore, fatevi, a vostra volta, ‘amici’ di quanti Iddio vi ha affidato.
Le vostre Sedi episcopali si trovano in diverse zone della Terra: imitando il Buon Pastore, siate vigili e premurosi per ogni vostra Comunità. A loro portate anche il mio cordiale saluto, insieme con l’assicurazione che il Papa prega per tutti, e specialmente per quanti sono sottoposti a dure prove e incontrano maggiori difficoltà.
5. La gioia dell’odierna festa è resa più intensa dalla presenza della delegazione inviata anche quest’anno da Sua Santità Bartolomeo I, Patriarca ecumenico. Essa è presieduta dal venerato Fratello l’Arcivescovo d’America, Dimitrios. Benvenuti, cari e venerati Fratelli! Vi saluto nel nome del Signore e vi chiedo di trasmettere il mio abbraccio di pace all’amato Fratello in Cristo, il Patriarca Bartolomeo.
Lo scambio reciproco di delegazioni, per la festa di sant’Andrea a Costantinopoli e per quella dei santi Pietro e Paolo a Roma, è diventata, col trascorrere del tempo, un segno eloquente del nostro impegno teso a raggiungere la piena unità .
Il Signore, che conosce le nostre debolezze ed esitazioni, ci promette il suo aiuto per superare gli ostacoli che impediscono la concelebrazione dell’unica Eucaristia. Per questo, venerati Fratelli, accogliervi e avervi a fianco in questo solenne incontro liturgico rende più salda la speranza e dà forma concreta a quell’anelito che ci spinge verso la piena comunione.
6. « Con diversi doni hanno edificato l’unica Chiesa » (Prefazio). Quest’affermazione, riferita agli apostoli Pietro e Paolo, sembra mettere in evidenza proprio l’impegno di ricercare con ogni sforzo l’unità, rispondendo all’invito, più volte ripetuto da Gesù nel Cenacolo, « ut unum sint! ».
Quale Vescovo di Roma e Successore di Pietro, rinnovo oggi, nella suggestiva cornice di questa festa, la mia piena disponibilità a porre la mia persona al servizio della comunione tra tutti i discepoli di Cristo. Aiutatemi, carissimi Fratelli e Sorelle, con il sostegno incessante della vostra preghiera. Invocate per me la celeste intercessione di Maria, Madre della Chiesa, e dei santi Apostoli Pietro e Paolo.
Iddio ci conceda di compiere la missione che ci ha affidato, in piena fedeltà sino all’ultimo giorno, per formare nel vincolo della sua carità un cuor solo e un’anima sola (cfr Orazione dopo la Comunione). Amen!

Una croce come trono. Una decapitazione come corona (di Inos Biffi – L’inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo)

dal sito:

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/205539

Una croce come trono. Una decapitazione come corona

L’inno di Ambrogio per la memoria dei santi Pietro e Paolo. Da « L’Osservatore Romano » del 29 giugno 2008

di Inos Biffi

Quando Ambrogio compone per i suoi fedeli di Milano l’inno per la memoria dei santi Pietro e Paolo, che essi celebravano, si avverte che il suo affettuoso pensiero è rivolto alla Chiesa di Roma, il luogo fisico del loro martirio e dei loro sepolcri, di cui non cesserà mai di subire il fascino.
Sembrano tornare alla mente del vescovo l’emozionante ricordo e la gioiosa visione della festa, che in loro onore era solennemente celebrata nell’Urbe, la patria della sua gens e della sua fede, che non ha mai cessato di portare nel cuore e che, non senza compiacenza, al termine dell’inno definirà come l’«eletta, capo ai popoli, / e sede del maestro delle genti!».
Il cardinale Schuster – lui pure romano diventato arcivescovo di Milano – esaminando l’L'idea di Roma nella Liturgia di sant’Ambrogio, scriveva: «Il mio stato d’animo mi fa pensare che Ambrogio, anche a Milano, pensasse romanamente, e vivesse in un mondo che era assai più vasto del quadrilatero della Mediolanum Gallica», aggiungendo: «Fuori della cerchia delle mura (di Milano) si snoda la via romana, bella inizialmente con un magnifico porticato e un arco trionfale. Spingendo più giù lo sguardo, Ambrogio cerca tuttavia di scoprire la città dei sette colli con lo sfondo della basilica di San Pietro. Quasi a rifarsene, al principio stesso della via romana erige il suo Apostoleion in onore dei santi apostoli, e lo consacra con le reliquie che gli apporta da Roma il prete Simpliciano».
Ma veniamo all’inno: la passione dei due apostoli – incomincia – ha reso santo un giorno comune e secolare (dies saeculi). Gli «eventi divini (facta divina)», secondo Ambrogio, trasfigurano i giorni degli uomini, e così è avvenuto per il martirio di Pietro, una sconfitta diventata gloriosa vittoria (è ambrosiana l’espressione: sanguis triumphalis), e per quello di Paolo, che gli ha meritato la corona del «buon atleta». «Con il trionfo nobile (triumphus nobilis) di Pietro / – inizia dunque in tono lieto e vibrante il canto, con un verso che verrà citato da Agostino – e la corona di Paolo (Pauli corona) / la passione degli apostoli / questo, esaltando, consacrò tra i giorni».
Ambrogio si compiace di mettere in luce la parità dei due apostoli, assimilati e uniti dall’effusione del sangue, e incoronati dalla fede in Cristo, che ugualmente li aveva fatti discepoli del Signore: «Una morte cruenta e gloriosa (cruor triumphalis necis) / li assimilò e congiunse; / la fede in Cristo incoronò gli eroi / che alla divina sequela si posero». Più volte il vescovo di Milano sottolinea la natura gloriosa del martirio ed è abituale in lui connotare col tratto della trionfalità la morte dei martiri, che, imitando la preziosa effusione del sangue di Cristo – il pretiosus cruor Domini – ha dentro di sé lo splendido pegno della vittoria. Così, egli parla di cruor triumphalis e di victimae triumphales riguardo a Protaso e Gervaso, di proelium triumphale, di triumphales gemitus, di triumphalia vulnera a proposito dei fratelli Maccabei. E, infatti, la croce di Pietro si trasforma nel trono di un re vittorioso e la decapitazione di Paolo diventa una corona.
Sullo stesso tema della parità dei due apostoli prosegue la strofa successiva, con i richiami biblici su Pietro, nominato nei vangeli come primo – «Primo Simone, chiamato Pietro» (Matteo 10, 12) – al quale appartiene il primato passato alla Chiesa di Roma, e su Paolo, definito negli Atti «vaso di elezione» (9, 15), equiparato a Pietro nella grazia e nella fede: «Il primo apostolo è Pietro, / ma non minore è Paolo per grazia, / che fu santo strumento di elezione / e Pietro eguagliò nella fede».
Ambrogio afferma più volte nei suoi scritti questa loro uguaglianza: «Un’identica grazia rifulgeva in coloro che l’unico Spirito aveva eletto. Né Paolo fu inferiore a Pietro, benché quello fosse il fondamento della Chiesa e questi il sapiente architetto».
Sul tipo di morte a cui andò incontro Paolo l’inno non dice nulla, mentre, intessendo le notizie degli Atti di Pietro e i passi del Vangelo di Giovanni, si sofferma su quella di Simone, che subì lo stesso martirio di Gesù, la crocifissione, ma «su capovolta croce», o sulla croce dal piede capovolto (verso crucis vestigio).
Egli, glorificando Dio, senza resistenza e spontaneamente (volens), vi salì, a somiglianza di Gesù che, allo stesso modo, «ascese sulla croce» – come canta l’inno ambrosiano all’ora di terza – e avverò così le parole profetiche del Signore: «In verità, in verità ti dico: “Quand’eri giovane, ti annodavi da te la cintura e andavi dove volevi. Ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti annoderà la cintura e ti condurrà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio» (Giovanni 21, 18-19).
Ambrogio trasforma in chiari versi didascalici questa profezia: «Su capovolta croce / ascende Simone, e sospeso / glorifica Dio, non dimentico / del vaticinio antico. / Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto / ed elevato da un altro; / condotto dove non vorrebbe, docile / vinse una morte crudele». Anche nel caso di Pietro, come di tutti i martiri, e anzitutto di Gesù Cristo, la morte non ottiene il sopravvento, ma subisce la sconfitta.
L’interesse del poeta si intrattiene ora sulle felici conseguenze di quella «morte crudele» per la città di Roma: edificata sul sangue di Pietro e resa illustre da così eccellente vescovo – o, se ci si riferisce a Paolo, dalla figura di tanto dottore – l’Urbe e pervenuta all’apice della fede cristiana: «Su tale sangue fondata, / nobilitata da tanto vescovo, / Roma ha toccato l’eccelso vertice / della pietà religiosa (celsum verticem devotionis)».
Essa ha, così, rinnovato le ragioni del suo prestigio e della sua celebrità: in questi versi «il poeta cristiano fonde parecchi ricordi virgiliani, tra cui una famosa esaltazione della Roma di Augusto. E, tuttavia, non si tratta più della Roma pagana e della sua grandezza materiale, ma della Roma cristiana e della sua grandezza religiosa (Duval)».
A questo punto, quasi migrando da questa sua Chiesa, Ambrogio si sente trasportato alle festose e animate celebrazioni romane dei due apostoli. Egli le ha conservate fisse nella memoria e si direbbe le voglia descrivere ai milanesi, che una volta rimprovererà per averne disertato la veglia e trascurato il digiuno in loro onore.
Egli rivede l’intera città animata e rigurgitante di fedeli, che si riversano lungo le tre vie che portano ai loro luoghi di culto: la via Trionfale o Aurelia, dove è sepolto Pietro, la via Ostiense, dove si trova Paolo, e la via Appia, alle catacombe di san Sebastiano, presso le quali, secondo la testimonianza di Papa Damaso (vescovo di Roma dal 366 al 384), in circostanze o modalità che non ci sono note, avevano abitato i due apostoli (habitasse [...] cognoscere debes). «Folle di popolo fitte si muovono / per l’ampia distesa dell’Urbe: / su tre diverse strade si celebra / la festa dei martiri santi».
Nello spettacolo di tanta gente che si accalca nell’Urbe per venerare i due apostoli, al poeta sembra di vedere sia lo stiparsi dei fedeli di tutta la terra sia l’affluire con loro anche degli angeli: «Pare qui si riversi il mondo intero / e accorra insieme la schiera celeste». Da qui la triplice e appassionata acclamazione rivolta alla città di Roma, che, per i meriti di Pietro e di Paolo, è stata elevata a una dignità e a una grandezza nuova: «Eletta, capo ai popoli, e sede del maestro delle genti!».
Roma è l’«Eletta»: e il titolo richiama la Prima lettera di Pietro che, secondo alcune versioni, lo assegna alla Chiesa romana, «l’eletta che è in Babilonia» (5, 13). Essa è «capo ai popoli»: come altrove la definisce lo stesso Ambrogio, che parla della «Chiesa di Roma capo di tutto il mondo romano» e della «sacrosanta fede degli apostoli», da cui «si diffondono in tutte le Chiese i princìpi che stabiliscono la venerabile comunione che le unisce».
Roma è, infine, la «sede del maestro delle genti», ossia di Pietro, ed è ancora Ambrogio a riconoscere la «Chiesa romana (Ecclesia romana)» come la «custode intemerata del simbolo degli apostoli», dove «fu vescovo» e «dove siede il primo degli apostoli, Pietro», e ad affermare che «non possiede l’eredità di Pietro chi non possiede la sede di Pietro».
Un inno come l’Apostolorum passio, col suo calore e la sua passione, poteva sgorgare solo dalla penna e dalla vena poetica di un poeta che aveva l’animo colmo di ammirazione per la fede di quella Chiesa, che conservava la memoria viva della sua pietà e si sentiva fiero di provenire da essa, anche se, prima dell’elezione all’episcopato di Milano, non vi aveva ancora fatto intimamente parte, non essendo ancora battezzato. Anche in quest’inno, che tutto «rivela mentalità, linguaggio e arte di sant’Ambrogio» (Schuster), sono fusi, in felice composizione, un’ortodossia limpida e precisa – come il riconoscimento alla Chiesa Romana del primato della fede a motivo di Pietro – i riferimenti della storia, con, forse, alcuni elementi di leggenda, e, sullo sfondo, a conferire slancio e vivacità, alcuni accenti o allusioni di autobiografia e di ricordi.

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IN SANCTI PETRI ET PAULI

Apostolorum passio
diem sacravit saeculi,
Petri triumphum nobilem,
Pauli coronam praeferens.

Coniunxit aequales viros
cruor triumphalis necis,
Deum secutos presulem
Christi coronavit fides.

Primus Petrus apostolus
nec Paulus inpar gratia;
electionis vas sacrae
Petri adaequavit fidem.

Verso crucis vestigio
Simon, honorem dans Deo,
suspensus ascendit, dati
non inmemor oraculi.

Praecinctus, ut dictum est, senex
et elevatus ab altero
quo nollet ivit, sed volens
mortem subegit asperam.

Hinc Roma celsum verticem
devotionis extulit,
fundata tali sanguine
et vate tanto nobilis.

Tantae per urbis ambitum
stipata tendunt agmina:
trinis celebratur viis
festum sacrorum martyrum.

Prodire quis mundum putet,
concurrere plebem poli:
electa gentium caput,
sedes magistri gentium!
__________

Con il trionfo nobile di Pietro
e la corona di Paolo
la passione degli Apostoli
questo, esaltando, consacrò tra i giorni.

Una morte cruenta e gloriosa
li assimilò e congiunse;
la fede in Cristo incoronò gli eroi
che alla divina sequela si posero.

Il primo apostolo è Pietro,
ma non minore è Paolo per grazia,
che fu santo strumento di elezione
e Pietro eguagliò nella fede.

Su capovolta croce
ascende Simone, e sospeso
glorifica Dio, non dimentico
del vaticinio antico.

Secondo il detto, vecchio ormai fu cinto
ed elevato da un altro;
condotto dove non vorrebbe, docile
vinse una morte crudele.

Su tale sangue fondata,
nobilitata da tanto vescovo,
Roma ha toccato l’eccelso vertice
della pietà religiosa.

Folle di popolo fitte si muovono
per l’ampia distesa dell’Urbe:
su tre diverse strade si celebra
la festa dei martiri santi.

Pare qui si riversi il mondo intero
e accorra insieme la schiera celeste:
eletta, capo ai popoli,
e sede del maestro delle genti!
__________

 L’Osservatore Romano

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