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L’ANNUNCIO DEL VANGELO AI POPOLI DEL MEDITERRANEO (anche Paolo)

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L’ANNUNCIO DEL VANGELO AI POPOLI DEL MEDITERRANEO (anche Paolo)

sintesi della relazione di Giuseppe Barbaglio

Verbania Pallanza, 5-6 novembre 1988

Il cristianesimo è sorto in un dato contesto storico culturale. Il modo in cui è avvenuta l’inculturazione alle origini può offrire indicazioni per le necessarie inculturazioni di oggi, su come impostare oggi il rapporto fede cultura.

uno spazio unitario per due culture
Il cristianesimo è nato in uno spazio unitario che racchiude due ambienti culturali, il giudaismo e la cultura greco-romana, ambienti non separati ma distinti.
Dal punto di vista geografico lo spazio unitario comprende i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La costa africana ha avuto contatti col cristianesimo alla fine del secondo secolo, con Cipriano, Tertulliano e successivamente con Agostino. Dall’Egitto (dove nasce il vangelo degli gnostici) alla Palestina, alla Siria, alla penisola anatolica, alla Grecia, all’Italia, alla Gallia (toccata alla fine del secondo secolo), alla Spagna.
È uno spazio unitario dal punto di vista politico, tutto sotto la dominazione romana. Il potere centrale era nelle mani dell’imperatore che governava coadiuvato dal Senato; il potere periferico era rappresentato dai governatori della varie province; c’era poi il potere municipale della diverse città stato. Sul piano amministrativo Roma lasciava molta autonomia alla municipalità locale.
Sul piano sociale nell’impero romano (60-70 milioni di persone) c’era l’aristocrazia (uno per cento) che deteneva il potere politico. I non aristocratici comprendevano i cittadini che godevano dei diritti politici, i peregrini che non avevano lo statuto legale di cittadini e gli schiavi che erano i meno protetti. Tra i cittadini bisogna distinguere i commercianti, i proprietari terrieri, gli artigiani o anche i contadini dalla plebe, che a Roma era mantenuta direttamente dall’imperatore.
Dal punto di vista sociologico la diffusione del cristianesimo è avvenuta tra gli artigiani e gli schiavi. Nei primi cento anni a Roma ci sono solo 5 o 6 aristocratici tra i cristiani. Nel mondo greco-romano chi lavorava, come gli artigiani, era molto disprezzato.
È poi uno spazio unitario anche dal punto di vista linguistico. Si parla la lingua greca, la koiné. A Roma, fino alla fine del secondo secolo i cristiani parlano e scrivono in greco. Il latino comincia ad imporsi con Tertulliano, Cipriano. Paolo parlava in greco e poteva farsi capire dovunque nell’impero romano.
In questo spazio unitario coesistono due culture egemoni. Cultura qui è intesa non come istruzione, ma in senso antropologico, come tutto ciò che è creato e prodotto dall’uomo (in contrapposizione a natura, a ciò che è già dato). La cultura è il risultato dell’azione creatrice e facitrice dell’uomo, sono i modi di pensare, di agire, di dire, di vivere, sono i simboli interpretativi del mondo, le istituzioni, la famiglia, i valori etici, le idee religiose, i riti. La cultura, che definisce l’uomo come storia, come libertà creatrice, non è un dato immutabile, ma muta continuamente.
La cultura giudaica esercitava una grande forza di attrazione sugli spiriti più nobili che avvertivano la crisi spirituale del mondo di allora. Gli ebrei costituivano più del 10 per cento della popolazione dell’impero romano calcolata intorno ai 60 milioni di persone. Dei 6-7 milioni di ebrei solo un milione viveva in Palestina. Un milione viveva in Egitto e un milione nella penisola anatolica e molte colonie ebraiche erano in Mesopotamia.
Il mondo giudaico aveva non solo il tempio di Gerusalemme, simile in questo ad altre religioni, ma anche la struttura capillare delle sinagoghe, luogo di preghiera, di lettura e interpretazione della bibbia. Questa struttura ha salvato l’identità giudaica quando il tempio è stato distrutto nel 70 d.C.
Nelle sinagoghe accanto agli ebrei c’erano i proseliti, pagani convertiti circoncisi e i timorati di Dio, pagani convertiti ma non circoncisi e non osservanti delle prescrizioni sul puro e l’impuro. Il cristianesimo si diffonde attraverso le sinagoghe.
Il mondo pagano aveva un’idea molto negativa dei cristiani, che riteneva empi, superstiziosi. La stima pubblica cresce con Giustino, che presenta il cristianesimo come una scuola filosofica.
La cultura ebraica in campo religioso consisteva in un monoteismo molto rigido, nella concezione di un Dio personale creatore del mondo, presente nella storia con un progetto di salvezza. Questo Dio aveva parlato e le Scritture contenevano la sua parola. Gli ebrei si ritenevano un popolo eletto la cui vita era regolata dalla legge divina. Il rigore etico, ad esempio in campo sessuale, era sconosciuto nel mondo di allora, come pure il grande senso di giustizia. Il mondo era visto come creatura in cui l’uomo aveva una centralità.
Al tempo di Gesù era importante l’apocalittica: si riteneva che il mondo creato da Dio fosse corrotto in modo irrimediabile e quindi destinato alla distruzione con l’avvento di un mondo nuovo già pronto.
Altra caratteristica è la concezione dell’uomo come essere in ascolto, chiamato ad ascoltare la parola di Dio (si privilegia l’orecchio) e ad osservarla. Non c’è spazio per la visione, per l’estetica, per l’architettura, la scultura, la pittura. Il frutto dello spirito ebraico è la letteratura, la bibbia.
La cultura greca è incentrata sull’occhio, sulla visione, sulla contemplazione, sul bello.
L’ideale nella cultura ebraica è il fare nell’obbedienza, il realizzare progetti, mentre l’ideale dell’uomo nel mondo greco è il signore che non lavora, che non si sporca le mani.
In campo religioso il mondo-greco romano non era giunto ad un’immagine di Dio personale (sacralizzazione del potere) ed era incapace di rispondere ai problemi dell’esistenza, con una visione sostanzialmente pessimistica dominata dal Fato. La religione ufficiale era in grave crisi e trionfavano le religioni misteriche che venivano dall’oriente, tra cui ebraismo e cristianesimo, più capaci di andare incontro ai bisogni fondamentali dell’uomo.
Per l’ebreo il mondo greco romano era dominato dalla impudicizia, dalla lussuria sfrenata, dalla omofilia, dalla violenza dall’amore per il denaro.
Nel mondo greco romano c’era anche la corrente stoica che affermava i grandi valori etici di un uomo distaccato dalle cose e libero dalle passioni in ottemperanza alle norme della legge naturale. Seneca è apparso come il grande santo del mondo greco-romano.
Il testo canonico dei cristiani, il Nuovo Testamento, è stato scritto nel greco comune.
l’inculturazione cristiana
Le fede cristiana ha un’origine divina, ma si è incarnata in questo mondo. Il processo di inculturazione è necessario pena l’estraneità della fede all’uomo. E l’inculturazione non è solo necessaria, ma provvidenziale, altrimenti non è una fede dell’uomo.
C’è il rischio dello svuotamento della fede da parte della cultura. La cultura può assorbire la provocazione della fede, svuotandola. L’inculturazione è incarnazione non svuotamento. Il figlio di Dio che diventa uno di noi, lo diventa per farci diventare figli di Dio: è una presenza critica, innovatrice.
L’inculturazione è un processo dialettico, dinamico, creativo, innovativo, che implica il passaggio da una cultura ad un’altra, pena l’insignificanza e l’estraneità.
Gesù e il suo ambiente
Gesù non appartiene al cristianesimo delle origini, ma ne è la fonte, il fondamento, il referente necessario.
La prima forma cristiana è il giudeo cristianesimo di lingua aramaica. Il cristianesimo nasce dalla fede nella resurrezione da parte dei discepoli di Gesù nelle prime comunità palestinesi della chiesa di Gerusalemme.
Quasi parallelo c’è un cristianesimo di giudeo-cristiani di lingua greca, la chiesa dei sette, tra cui Stefano. Inoltre nasce la chiesa di Antiochia, l’ambiente di Paolo.
Ci sono due grandi forme di comunità cristiane : quella giudeo-cristiana costituita da ex giudei e quella etnico-cristiana costituita da incirconcisi di lingua romana e greca.
Il processo di inculturazione è stato fatto soprattutto dai giudeo-cristiani di lingua greca, con Paolo grande artefice, che ha saputo esprimere i contenuti della fede cristiana nella cultura greca.
Il prevalere del cristianesimo sul giudaismo è opera di Paolo, che è riuscito a denazionalizzare il giudaismo troppo legato a Gerusalemme. Paolo recide i legami con il giudaismo, riuscendo a internazionalizzare il cristianesimo. Ha mantenuto le scritture che erano in lingua greca e ha abbandonato la legge mosaica, la circoncisione, il modo di vivere giudaico. « Con i giudei ho vissuto da giudeo, ma con quelli che non erano sottomessi alla legge ho vissuto da pagano » (1Cor 9). Per questo Paolo è stato giudicato dal mondo ebraico e dal mondo giudeo-cristiano osservante un rinnegato, un fedifrago.
Gesù, galileo di origine, nato 7-8 anni prima dell’era volgare e morto attorno al 30, è un giudeo in tutto per tutto, anche come condizionamenti culturali. Parla della indissolubilità del matrimonio da ebreo in termini di ripudio (Matteo) e non di divorzio come invece dirà il vangelo di Marco, in contatto con il mondo greco-romano.
Nel mondo giudaico di allora vi erano movimenti di riforma spirituale in opposizione alle grandi autorità sacerdotali molto corrotte, come i movimenti battisti, che volevano vivere in modo genuino la fede ebraica. Il movimento di Gesù è un movimento riformatore all’interno del giudaismo: non voleva fondare comunità a parte, ma rifondare il giudaismo. Anche i primi cristiani si muovevano in questa ottica. È stato Paolo a trasformare il cristianesimo.
Anche all’esterno Gesù appariva con i tratti del mondo giudaico, come un rabbi, interprete della bibbia e della legge mosaica, con uno stuolo di discepoli che imparavano dal maestro.
Gesù presenta però delle originalità: sceglie i propri discepoli (non sono gli allievi che fanno domanda), mette al centro la sua persona e non la legge, rimane l’unico rabbi (i discepoli non diventano rabbi). Inoltre Gesù, a differenza dei rabbi del tempo, era itinerante.
Gesù si presenta con alcuni tratti del profeta, annuncia la parla di Dio. Attorno al lui nascono sogni messianici, ma Gesù ha molte perplessità ad attribuirsi il titolo di Messia.
L’immagine che Gesù ha di Dio è tipica della tradizione ebraica. Nell’annunciare la prossimità del regno di Dio, di Dio che si fa re, si ricollega alla attesa giudaica della regalità di Dio, con la novità di affermarne la sua presenza nella storia attraverso i propri gesti: ci sono già manifestazioni del Dio re liberatore attraverso i gesti di Gesù. A differenza degli apocalittici assume la grande speranza di un mondo nuovo, che esce faticosamente dal di dentro del mondo attuale, dall’interno del cuore di ogni uomo, a differenza degli apocalittici e degli zeloti.
Anche l’immagine di Dio Padre è molto presente nel mondo ebraico (Dio padre dei miseri…). Gesù accentua la dimensione di familiarità (papà) e utilizza l’immagine paterna in senso antidiscriminatorio (fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti).
Gesù poi accetta la legge di Dio ma con originalità (il sabato è per l’uomo, superamento della legge del puro e dell’impuro, tutta la legge è racchiudibile nell’amore di Dio e del prossimo)
La fede di Gesù è giudaica, seppure di tipo riformista.
il giudeo-cristianesimo
Il cristianesimo nasce dopo la morte di Gesù e nasce come giudeocristianesimo di lingua aramaica a Gerusalemme, ancora non distinto dal giudaismo. Era una forma di giudaismo con in più la cena il giorno dopo il sabato e la fede in Gesù resuscitato come Messia. (E da subito ci sono varie interpretazioni di questa fede. Nel mondo giudaico si parla di risurrezione, Luca all’interno del mondo greco parla di Gesù che è vivo, Paolo di spirito vivificante. Anche l’esaltazione alla destra del Padre appartiene alla cultura ebraica. È una categoria apocalittica la concezione di Gesù come il figlio di Dio che verrà e che inaugurerà un mondo nuovo.) Queste comunità giudaicocristiane che parlavano aramaico erano particolaristiche e accoglievano i pagani solo se si giudaicizzavano, se si facevano circoncidere. Avevano una cristologia elementare, dell’uomo Gesù, risuscitato da Dio e che viene come figlio dell’uomo a giudicare. Erano fortemente antipaoline . Hanno fatto una inculturazione assorbente, perdendo la grande capacità di libertà di Gesù e appiattendosi totalmente sul giudaismo.
Il giudeocristianesimo di lingua greca appare a Gerusalemme nella comunità diretta da sette leaders. Paolo. I giudei della diaspora, rispetto a quelli di Palestina, insistevano meno sui sacrifici e sul tempio e molto più sul culto della vita. Il cristianesimo di lingua greca è molto critico del tempio, del culto sacrificale e della classe sacerdotale, approfondendo la critica già avviata da Gesù. La cosa importante non sono le prescrizioni alimentari, tabuistiche, ma il cuore dell’uomo. Queste concezioni fanno entrare in conflitto questi cristiani con la sinagoga e le autorità. Inoltre queste comunità hanno un’apertura universalistica al mondo pagano: non si richiede la circoncisione, ma solo la fede.
Questo gruppo, perseguitato a Gerusalemme, si disperde e ad Antiochia accoglie i pagani senza imporre la circoncisione. Matura anche un nuovo concetto di popolo di Dio, prima segnato dalla circoncisone, ora solo dalla fede in Cristo. La cristologia è maggiormente sviluppata. I giudeo cristiani di lingua greca applicano a Gesù le concezioni della sapienza, preesistente al mondo e che viene ad abitare tra gli uomini. Si applica a Gesù il nome di Signore riservato a Dio nell’Antico Testamento. Viene inoltre applicata a Gesù la categoria di « euanghelion », di lieta notizia. Gesù è l’evangelista ed è il contenuto della lieta notizia. È una nuova inculturazione della fede.
le comunità etnico-cristiane
L’ultimo grande sviluppo di inculturazione avviene con le comunità di etnico-cristiani, di cristiani di cultura greco romana, una cultura caratterizzata dallo stoicismo, dall’attenzione alle religioni misteriche, con i culti dell’imperatore, del potere.
Paolo costituisce nelle grandi città dell’impero comunità a netta prevalenza etnico cristiana (non legate alla tradizione ebraica). Paolo è il teorico più lucido di questa operazione di sganciamento, smontando gli argomenti dei giudaizzanti e cioè che Gesù era circonciso, che la legge mosaica viene da Dio, che il popolo eletto da Dio è la stirpe di Abramo, che il segno dell’alleanza è la circoncisione.
Paolo è il teorico della inculturazione più radicale, oltre che uomo di azione e dice che il Dio di Gesù Cristo è il Dio che ha procurato a tutti gli uomini un’unica via di salvezza in Cristo. La via della legge è ormai anacronistica e non è più una via di salvezza, come la circoncisione non è più il segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità. Tutti gli uomini sono su di un piede di parità di fronte alla salvezza.
Gli uomini, dice Paolo, restano culturalmente quello che sono, i giudei restano giudei e i greci restano greci, ognuno con le proprie tradizioni. A tutti si chiede una decisione personale, la fede in Cristo, che è un elemento transculturale, insieme comune a diverse culture, ma non avulso dalle culture. È stata la grande intuizione di Paolo quella di una umanità riunita nell’elemento comune della fede, una umanità riconciliata, senza che vengano tolte le differenze e senza che una cultura diventi egemone sulle altre. La grande frattura del tempo, tra mondo giudaico e pagano, per Paolo è superata in Cristo, in quanto le differenze culturali restano, ma depotenziate sulle cose fondamentali.
Paolo esprime la fede eucaristica in una cultura pagana, la comunione dell’uomo con Dio (i sacrifici pagani sono riti di comunione dei partecipanti con il loro dio) viene trasferita nella cena del Signore. Come pure Paolo per esprimere il battesimo usa la categoria dei misteri, la partecipazione dei fedeli al destino del dio.
Paolo sa cogliere nella cultura greco-romana anche altri valori: il valore dell’autarchia, dell’essere autosufficiente, come pure il valore della libertà, della coscienza, del vivere secondo natura, l’immagine della comunità come un corpo (apologo Menenio Agrippa).
Ma Paolo è anche molto critico nei confronti della cultura greco-romana, in particolare critica l’autosufficienza salvifica dell’uomo. La fede e l’agape sono più importanti della sapienza.
Il cristianesimo ha messo solide radici per la capacità di incarnarsi nelle diverse culture, di diventare la risposta valida ai grandi aneliti dell’uomo di allora.

Publié dans:STORIA DEL CRISTIANESIMO |on 7 janvier, 2019 |Pas de commentaires »

PROVE STORICHE DA FONTI NON CRISTIANE SULL’ESISTENZA E SULLA VITA DI GESÙ CRISTO

http://camcris.altervista.org/provestoriche.html

PROVE STORICHE DA FONTI NON CRISTIANE SULL’ESISTENZA E SULLA VITA DI GESÙ CRISTO

elaborato sulla base di uno studio di M. Gleghorn

Nota del curatore: come ho sottolineato nell’indice di questa sezione del sito, ho voluto riportare alcuni documenti riguardanti le conferme storiche e archeologiche in quanto possono tornare utili a quanti si confrontano con discussioni su determinate questioni. La nostra fede, tuttavia, non si fonda sulle conferme che abbiamo dalle scienze, ma unicamente sull’incontro che abbiamo fatto con il Signore Gesù, e sulla comunione che abbiamo con Lui giorno per giorno da quanto lo abbiamo conosciuto nella nostra vita. Nonostante l’evidenza dell’accuratezza e della fedeltà storica del Nuovo Testamento della Bibbia, molte persone rifiutano di accettarne e crederne il contenuto perché vogliono un riscontro in fonti non bibliche e non cristiane che ne avvalorino le affermazioni. Alcuni agnostici ed atei affermano che escludendo « qualche oscuro riferimento in Giuseppe Flavio e simili », non ci sono prove storiche della vita di Gesù al di fuori della Bibbia. La realtà è che tali prove esistono, e in questo articolo ne osserveremo qualcuna.

Prove dagli annali di Cornelio Tacito Cominciamo con un passaggio che lo storico Edwin Yamauchi definisce « probabilmente il riferimento più importante a Gesù al di fuori del Nuovo Testamento ». Cornelio Tacito è comunemente riconosciuto come storico tra i più scrupolosi, come ci attesta anche l’antica testimonianza di Plinio il Giovane che ne loda la diligenza; Tacito si dedicò infatti con gran scrupolo alla raccolta di informazioni e notizie, utilizzando non solo fonti letterarie, ma anche documentarie. Per la sua posizione politica, egli aveva accesso agli acta senatus (i verbali delle sedute del senato romano) e agli acta diurna populi romani (gli atti governativi e le notizie su ciò che accadeva giorno per giorno). Riportando la decisione dell’imperatore Nerone di riversare sui Cristiani la colpa dell’incendio che distrusse Roma nel 64 d.C., Tacito scrisse: « Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Christus, il quale sotto l’impero di Tiberio era stato condannato all’estrema condanna dal procuratore Ponzio Pilato » (Tacito, Annali XV, 44). Cosa possiamo apprendere da questo antico (e piuttosto animoso) riferimento a Gesù e ai primi Cristiani? Notiamo, innanzi tutto, che Tacito riporta che il titolo di Cristiani deriva da una persona realmente esistita, chiamata Christus, il nome latino per Cristo. Di lui si dice che ha subìto « l’estrema condanna », alludendo ovviamente al metodo romano di praticare l’esecuzione capitale mediante la crocifissione. Questi avvenimenti sono avvenuti « durante il regno di Tiberio » e per decisione di Ponzio Pilato. Ciò conferma le affermazioni del Vangelo sulle circostanze della morte di Gesù. Tacito riporta anche le seguenti notizie sulla persecuzione verso i cristiani: « Alla pena vi aggiunse lo scherno: alcuni ricoperti con pelli di belve furono lasciati sbranare dai cani, altri furono crocifissi, ad altri fu appiccato il fuoco in modo da servire d’illuminazione notturna, una volta che era terminato il giorno. Nerone aveva offerto i suoi giardini per lo spettacolo e dava giochi nel Circo, ove egli con la divisa di auriga si mescolava alla plebe oppure partecipava alle corse con il suo carro. . . . [I cristiani] erano annientati non per un bene pubblico, ma per soddisfare la crudeltà di un individuo. » Come Tacito, anche Svetonio (120 d.C.), scriba dell’imperatore Adriano, fa riferimento a Gesù ed i suoi seguaci nelle Epistole (X, 96). Nella « Vita di Claudio », inoltre, egli scrive: « Claudio espulse i giudei da Roma, visto che sotto l’impulso d’un certo Christus non cessavano di agitarsi » (Claudius 25). Ci sono inoltre altri autori antichi, fra i quali Epitteto, Galeno, Celso, l’imperatore Marco Aurelio, il siriaco Mara Bar Serapion e Luciano di Samosata; questi e altri hanno fatto allusioni a Gesù e ai cristiani. (N.d.r.: Per quanto riguarda i commenti sulle « nefandezze » di cui si accusavano i Cristiani, si rimanda alle note a fine pagina).

Prove da Plinio il Giovane Un’altra importante fonte di prove storiche su Gesù e sui primi Cristiani si trova nelle lettere di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano. Plinio fu allievo del famoso retore Quintiliano, ed era il governatore romano di Bitinia, in Asia Minore, e del Ponto. Egli ci ha lasciato una raccolta di epistole contenute in 10 libri, l’ultimo dei quali contiene il carteggio ufficiale tra lui e l’imperatore Traiano. Queste lettere risalgono per lo più al periodo del governatorato di Plinio in Bitinia, ovvero agli anni 111-113, e sono una fonte documentaria di eccezionale importanza. In una delle sue lettere, egli chiede consiglio a Traiano sul modo più appropriato di condurre le procedure legali contro le persone accusate di essere Cristiane (cfr. Plinio, Epistole X,96). Plinio dichiara di avere necessità di consultare l’imperatore riguardo a tale questione, poiché un gran numero di persone, di ogni età, sesso e ceto sociale, erano state accusate di essere Cristiani. Il procedimento di Plinio è il seguente: egli interroga i presunti Cristiani, e se essi risultano tali, e non ritrattano entro il terzo interrogatorio, li manda a morte. Per coloro che neghino di essere Cristiani, o dicano di esserlo stato in passato, anche vent’anni prima (allusione alle apostasie dovute alla persecuzione di Domiziano?), egli pretende la dimostrazione di quanto affermano, inducendoli a sacrificare agli dei, a venerare l’effigie dell’imperatore e a imprecare contro Gesù Cristo. A un certo punto della sua lettera, Plinio riporta alcune informazioni sui Cristiani: « Essi avevano l’abitudine di incontrarsi in un certo giorno prestabilito prima che facesse giorno, e quindi cantavano in versi alternati a Cristo, come a un dio, e pronunciavano il voto solenne di non compiere alcun delitto, né frode, furto o adulterio, né di mancare alla parola data, né di rifiutare la restituzione di un deposito; dopo ciò, era loro uso sciogliere l’assemblea e riunirsi poi nuovamente per partecipare al pasto – un cibo di tipo ordinario e innocuo » (Plinio, Epistole, trad. di W. Melmoth, revis. di W.M.L. Hutchinson, vol. II, X,96). Questo passaggio ci fornisce un interessante scorcio della vita e delle pratiche dei primi Cristiani. Innanzi tutto, leggiamo che i Cristiani si incontravano regolarmente un certo giorno per adorare. Poi, leggiamo che la loro adorazione era diretta a Cristo, e ciò dimostra che essi credevano fermamente nella Sua divinità. Inoltre, la frase di Plinio che sottolinea come i Cristiani cantassero inni a Cristo « come a un dio », viene interpretata da uno studioso come riferimento al fatto singolare che, « a differenza degli dèi che venivano adorati dai romani, Cristo era una persona che era vissuta sulla terra » (M. Harris, « References to Jesus in Early Classical Authors »). Se questa interpretazione è corretta, allora Plinio comprendeva che i Cristiani stavano adorando una persona realmente esistita che però reputavano essere Dio stesso. Questa conclusione concorda perfettamente con la dottrina della Bibbia secondo cui Gesù è Dio ma venne nel mondo come uomo. Non solo la lettera di Plinio ci conferma ciò che i primi Cristiani credevano sulla persona di Gesù, ma rivela anche la grande considerazione in cui tenevano i Suoi insegnamenti. Ad esempio, Plinio nota che i Cristiani « pronunciavano il voto solenne » di non violare alcuno standard morale, il che trova la sua fonte negli insegnamenti e nell’etica di Gesù. Inoltre, il riferimento di Plinio all’usanza Cristiana di condividere un pasto comune fa evidentemente riferimento alla loro osservanza di prescrizioni Cristiane come la comunione fraterna e lo « spezzare il pane » insieme, di cui parla il Nuovo Testamento (Habermas, « The Historical Jesus »). Plinio sottolinea anche che il loro era « un cibo di tipo ordinario e innocuo », quindi rigetta le false accuse di « cannibalismo rituale » sollevate da alcuni pagani, come Cecilio (cfr. Bruce, « Christian Origins », 28), insieme ad altre simili dicerie (infanticidio, riunioni edipodee e cene tiestee in cui ci si cibava di infanti), e non ritiene i Cristiani pericolosi membri di sodalizi sovversivi. Circa le molte calunnie contro i Cristiani (su cui aveva anche fatto leva Nerone per accusarli dell’incendio di Roma), il cartaginese Quinto Settimio Fiorente Tertulliano (160-222 circa), avvocato e letterato, dichiarò espressamente che esse non avevano nulla a vedere con i motivi delle sentenze di morte: « Le vostre sentenze », scrive, « muovono da un solo delitto: la confessione dell’essere cristiano. Nessun crimine è ricordato, se non il crimine del nome ». Egli anzi cita la formula di queste sentenze: « In fin dei conti, che cosa leggete dalla tavoletta? ‘Egli è cristiano.’ Perché non aggiungete anche omicida? ».

Prove da Giuseppe Flavio Quelli che forse sono i riferimenti più notevoli a Gesù al di fuori della Bibbia, si trovano negli scritti di Giuseppe Flavio, uno storico giudeo-romano del primo secolo (nacque nel 37 d.C.), che fu prima delegato del Sinedrio e governatore della Galilea, ed in seguito consigliere al servizio dell’imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito. Nelle sue « Antichità giudaiche », egli menziona diverse volte Gesù e i Cristiani. In uno dei riferimenti descrive l’illegale lapidazione dell’apostolo Giacomo, che era a capo della comunità cristiana di Gerusalemme, avvenuta nel 62, descritto come un atto sconsiderato del sommo sacerdote nei confronti di un uomo virtuoso: « Anano … convocò il sinedrio a giudizio e vi condusse il fratello di Gesù, detto il Cristo, di nome Giacomo, e alcuni altri, accusandoli di trasgressione della legge e condannandoli alla lapidazione » (Ant. XX, 200). Questa descrizione combacia con quella fatta dall’apostolo Paolo in Galati 1:19, dove egli parla di « Giacomo, il fratello del Signore ». In un altro passo, Giuseppe Flavio menziona la figura di Giovanni Battista; Erode Antipa, per sposare Erodiade moglie del proprio fratello aveva ripudiato la figlia di Arete, re di Nabatene, la quale si rifugiò dal proprio padre. Ne sorse una guerra nel 36 in cui Erode fu sconfitto, e questo è il commento di Giuseppe Flavio: « Ad alcuni dei Giudei parve che l’esercito di Erode fosse stato annientato da Dio, il quale giustamente aveva vendicato l’uccisione di Giovanni soprannominato il Battista. Erode infatti mise a morte quel buon uomo che spingeva i Giudei che praticavano la virtù e osservavano la giustizia fra di loro e la pietà verso Dio a venire insieme al battesimo; così infatti sembrava a lui accettabile il battesimo, non già per il perdono di certi peccati commessi, ma per la purificazione del corpo, in quanto certamente l’anima è già purificata in anticipo per mezzo della giustizia. Ma quando si aggiunsero altre persone – infatti provarono il massimo piacere nell’ascoltare i suoi sermoni – temendo Erode la sua grandissima capacità di persuadere la gente, che non portasse a qualche sedizione – parevano infatti pronti a fare qualsiasi cosa dietro sua esortazione – ritenne molto meglio, prima che ne sorgesse qualche novità, sbarazzarsene prendendo l’iniziativa per primo, piuttosto che pentirsi dopo, messo alle strette in seguito ad un subbuglio. Ed egli per questo sospetto di Erode fu mandato in catene alla già citata fortezza di Macheronte, e colà fu ucciso » (Antichità XVIII,116-119). Altrettanto interessante, e davvero sorprendente, è un capitolo della stessa opera, conosciuto come « Testimonium Flavianum », nel quale leggiamo (libro 18, capitolo 3, paragrafo 3): « Ci fu verso questo tempo Gesù, uomo saggio, se è lecito chiamarlo uomo: era infatti autore di opere straordinarie, maestro di uomini che accolgono con piacere la verità, ed attirò a sé molti Giudei, e anche molti dei greci. Questi era il Cristo. E quando Pilato, per denunzia degli uomini notabili fra noi, lo punì di croce, non cessarono coloro che da principio lo avevano amato. Egli infatti apparve loro al terzo giorno nuovamente vivo, avendo già annunziato i divini profeti queste e migliaia d’altre meraviglie riguardo a lui. Ancor oggi non è venuta meno la tribù di quelli che, da costui, sono chiamati Cristiani » (Giuseppe Flavio, Antichità XVIII, 63-64). Giuseppe Flavio menziona anche Giovanni il Battista, e Giacomo il fratello di Gesù. Egli parla inoltre del battesimo praticato da Giovanni il Battista, dei suoi discepoli, della sua condanna a morte sotto Erode (Antichità XVIII, 5). E’ interessante la seguente citazione dal libro 20 capitolo 9 paragrafo 1 della sua opera: « Festo era ora morto, e Albino era per la strada; così riunì il Sinedrio dei giudici, e portò dinanzi a loro il fratello di Gesù che era chiamato Cristo, il cui nome era Giacomo, e alcuni altri, e quando ebbe formato un’accusa contro di loro come violatori della legge, li consegnò loro per essere lapidati » (Giuseppe Flavio, ibid.). Alcuni studiosi esprimono dubbi sull’autenticità del primo brano di questi due brani; ritengono infatti che Giuseppe Flavio sia realmente l’autore del brano, ma che questo possa essere stato alterato da qualche Cristiano. Il motivo di questi dubbi è che Giuseppe Flavio non era un Cristiano, e quindi essi trovano difficile credere che egli potesse fare affermazioni in favore della divinità di Cristo. Ad esempio, l’affermazione che Gesù era « un saggio » la ritengono originale, mentre sospettano la frase « se è lecito chiamarlo uomo », in quanto essa lascia scorgere l’idea che Gesù potesse essere di natura divina. Allo stesso modo, trovano difficile che un non cristiano possa attribuire a Gesù il titolo di « Cristo ». Notiamo però che secondo il Vangelo ciò fu precisamente quello che fece Pilato; è scritto anche che Erode credeva nei miracoli di Gesù, ma che Gesù non volle compiere alcuno dei miracoli che Erode gli chiese di fare. Né Pilato né Erode erano Cristiani. Dopo la morte di Gesù, persino il centurione romano che era con le guardie arrivò a dire: « veramente costui era Figlio di Dio » (Matteo 27:54). Anche lo storico Eusebio, vissuto agli inizi del IV secolo, conosceva questo passaggio di Giuseppe Flavio e lo accettò come originale; lo stesso fecero Girolamo e Ambrogio. Persino il tedesco A. von Harnack, noto per le sue violente critiche, lo considerò originale. Roger Liebi scrive: « …dal punto di vista della critica dei testi (cioè dall’esame dei vecchi manoscritti tramandatici), non appare giustificato neanche il minimo dubbio in merito a una simile falsificazione. Vi è da aggiungere l’interessante constatazione che Eusebio (263-339) ha conosciuto questo passo, perché lo riporta due volte nei suoi scritti. Una volta nella «Storia della chiesa» I,12 e una volta nella «Demonstratio Evangelica» III,5. Vi è pure da notare che, fra gli altri, il Dott. H. St. John Thackeray, uno dei più importanti studiosi inglesi delle questioni concernenti Giuseppe Flavio, ha di recente constatato che questo passo mostra determinate peculiarità linguistiche che sono caratteristiche di Giuseppe Flavio ». Lo studioso A. Nicolotti commenta: « …se il passo su Gesù fosse stato costruito a tavolino da un interpolatore cristiano, sarebbe stato verosimilmente inserito subito dopo il resoconto di Giuseppe su Giovanni Battista, mentre in Giuseppe l’accenno a Gesù non segue il racconto di Giovanni. D’altra parte, sarebbe strano che Giuseppe abbia omesso di registrare qualche informazione su Gesù, dato che si occupa del Battista, di Giacomo e di altri personaggi del genere; né il cristianesimo, da storico qual era, gli poteva essere ignoto, essendo a quei tempi penetrato fin nella famiglia imperiale. Quando poi Giuseppe più avanti tratta di Giacomo, invece di indicare come si faceva di solito il nome del padre per identificarlo (Giacomo figlio di…), lo chiama « fratello di Gesù detto il Cristo », senza aggiungere altro, lasciando intendere che questa figura era già nota ai suoi lettori. Se a ciò si aggiunge che Flavio Giuseppe parla già di altri « profeti » (come appunto Giovanni, oppure Teuda), è perfettamente plausibile che si sia occupato anche di Cristo ». In ogni caso, anche scegliendo di non considerare i punti « sospetti » di questo passaggio, che diversi studiosi di larga fama (F. K. Burkitt, C.G. Bretschneider, A. von Harnack e R.H.J. Schutt) hanno invece difeso, rimane ugualmente una buona quantità di informazioni che avvalorano la visione biblica di Gesù. Leggiamo che era « un uomo saggio » e che « compì opere straordinare ». E sebbene fosse stato crocifisso per mano di Pilato, i Suoi seguaci « non scomparvero », ma anzi continuarono a seguire la via di Cristo e furono conosciuti come Cristiani. Quando combiniamo queste affermazioni con la frase di Giuseppe: « Gesù, detto Cristo », ne emerge un quadro piuttosto dettagliato che si armonizza bene con i resoconti biblici. Appare sempre più evidente che il « Gesù biblico » e il « Gesù storico » sono la stessa persona.

Prove dal Talmud Babilonese Ci sono solo pochi riferimenti espliciti a Gesù nel Talmud Babilonese, una collezione di scritti rabbinici ebrei, compilata verso il 70-500 d.C. circa. Il primo periodo di compilazione del Talmud è il 70-200 d.C. (Habermas, ibid.). Il passaggio più significativo che fa riferimento a Gesù è il seguente: « Alla vigilia della Pasqua [ebraica], Yeshu fu appeso. Per quaranta giorni prima dell’esecuzione, un araldo . . . gridava: « Egli sta per essere lapidato perché ha praticato la stregoneria e ha condotto Israele verso l’apostasia » (Talmud Babilonese, trad. di I. Epstein, vol. III, 43a/281; cfr. Sanhedrin B, 43b). Esaminiamo questo passaggio. « Yeshu » (o « Yeshua ») è il nome di Gesù in lingua ebraica. Ma allora perché è scritto che Gesù « fu appeso »? Il Nuovo Testamento non dice che Gesù fu crocifisso? Questo è certo, ma il termine « appeso » indica proprio la crocifissione. Ad esempio, in Galati 3:13 leggiamo che Cristo fu « appeso », in Atti 10:39 che fu « appeso al legno », e in Luca 23:39 questo termine viene usato anche per i criminali che furono crocifissi assieme a Gesù. Troviamo questo termine anche in Giuseppe Flavio. Il Talmud afferma inoltre che Gesù fu crocifisso alla vigilia della Pasqua ebraica, proprio come riportato nel Nuovo Testamento (Matteo 26:2; 27:15). Ma che dire allora dell’annuncio dell’araldo, secondo cui Gesù sarebbe dovuto essere lapidato? La condanna che avevano in mente i Giudei era evidentemente la lapidazione (ciò si evince molto chiaramente dal Nuovo Testamento in Giovanni 10:31-33, 11:8, 8:58-59). Furono i Romani a cambiare tale giudizio, mutandolo in crocifissione (cfr. Giovanni 18:31-32). Il passaggio spiega anche il motivo per cui Gesù fu crocifisso. Esso riporta che Egli praticava la « stregoneria » e che aveva « condotto Israele verso l’apostasia ». Dal momento che questa affermazione proviene da una fonte ostile a Cristo, non meraviglia il fatto che questi Ebrei descrivessero la situazione dal loro punto di vista. È interessante, però, notare il parallelismo tra queste accuse e quelle rivolte dai farisei a Gesù nel Nuovo Testamento. Essi infatti, vedendo le liberazione da Lui compiute, lo accusavano di scacciare i demòni « con l’aiuto di Beelzebub, principe dei demòni » (Matteo 12:24). Notiamo anche che questa è una conferma del fatto che Gesù compì realmente delle opere miracolose. A quanto pare i Suoi miracoli erano talmente reali da non poter essere negati pubblicamente, dunque l’unica alternativa era attribuirli alla stregoneria! Allo stesso modo, l’accusa di aver condotto Israele verso l’apostasia, collima con il racconto del Vangelo secondo cui i capi di Israele accusarono Gesù di stare sovvertendo la nazione mediante i Suoi insegnamenti (Luca 23:2,5). Una simile accusa da parte dei religiosi dell’epoca, non fa altro che confermare la realtà della potenza degli insegnamenti di Gesù. Dunque, se letto con attenzione, questo passaggio del Talmud conferma diverse affermazioni che il Nuovo Testamento fa su Gesù.

Prove da Luciano Il retore scettico Luciano, nato a Samosata intorno al 120 e morto dopo il 180, attivo nell’età degli Antonini, ci ha lasciato un’opera intitolata « La morte di Peregrino ». In essa, egli descrive i primi Cristiani nel seguente modo: « I Cristiani . . . tutt’oggi adorano un uomo – l’insigne personaggio che introdusse i loro nuovi riti, e che per questo fu crocifisso. . . . Ad essi fu insegnato dal loro originale maestro che essi sono tutti fratelli, dal momento della loro conversione, e [perciò] negano gli dèi della Grecia, e adorano il saggio crocifisso, vivendo secondo le sue leggi » (Luciano, De morte Per., 11-13, trad. di H.W. Fowler). Sebbene Luciano si beffi dei primi Cristiani per la loro scelta di seguire « il saggio crocifisso » anziché « gli dèi della Grecia », egli riporta diverse informazioni interessanti. Innanzi tutto, egli dice che i Cristiani servivano « un uomo », che « introdusse i loro nuovi riti ». E sebbene i seguaci di questo « uomo » avevano chiaramente un alto concetto di Lui, molti dei Suoi contemporanei Lo odiavano per i Suoi insegnamenti, al punto che « per questo fu crocifisso ». Pur non menzionandone il nome, è chiaro che Luciano si sta riferendo a Gesù. Ma cosa aveva fatto Gesù per farsi odiare fino a questo punto? Secondo Luciano, aveva insegnato che tutti gli uomini sono fratelli dal momento della loro conversione. E fin qui niente di pericoloso. Ma cosa si intendeva con « conversione »? Significava abbandonare gli dèi Greci, adorare Gesù, e vivere secondo i Suoi insegnamenti. Non è difficile immaginare che una persona venga uccisa per aver insegnato queste cose in quell’epoca. Inoltre, sebbene Luciano non lo dica esplicitamente, il fatto che i Cristiani rinnegassero gli altri dèi e adorassero Gesù, e facessero questo pur essendo consapevoli delle persecuzioni cui andavano incontro, implica che per loro Gesù era senza dubbio più che un essere umano. Perché tante persone arrivassero a questo, rinnegando tutti gli altri dèi, appare evidente che per loro Gesù era un Dio più grande di tutti gli altri dèi che le religioni della Grecia potevano offrire! Ricapitoliamo, dunque, ciò che abbiamo appreso su Gesù da questo studio delle antiche fonti non cristiane. Primo, sia Giuseppe Flavio che Luciano riconoscono che Gesù era un saggio. Secondo, Plinio, il Talmud, e Luciano, implicano che Egli era un insegnante potente e riverito. Terzo, sia Giuseppe che il Talmud indicano che Egli compì opere miracolose. Quarto, Tacito, Giuseppe, il Talmud, e Luciano, menzionano tutti il fatto che Egli fu crocifisso. Tacito e Giuseppe dichiarano che ciò avvenne sotto Ponzio Pilato. E il Talmud dichiara che il periodo era quello della vigilia della Pasqua ebraica. Quinto, ci sono possibili riferimenti alla risurrezione di Gesù sia negli scritti di Tacito che in quelli di Giuseppe. Sesto, Giuseppe racconta che i seguaci di Gesù credevano che Egli fosse il Cristo, cioè il Messia. E infine, sia Plinio che Luciano indicano che i Cristiani adoravano Gesù come Dio. Rendiamoci conto di come anche prendendo in considerazione alcuni degli antichi scritti non cristiani, le verità su Gesù riportate nei Vangeli sono da essi avvalorate e confermate. Naturalmente, oltre alle fonti non cristiane ve ne sono anche innumerevoli Cristiane, come conseguenza della conversione di tanti a ciò che era ed è più che semplicemente un fatto storico. Dato però che l’affidabilità storica dei Vangeli canonici è così saldamente stabilita, e che tramite essi innumerevoli persone hanno conosciuto Gesù personalmente nella loro vita, vi invito a leggere direttamente i Vangeli per avere un resoconto autorevole della vita di Gesù, e più ancora, per conoscerLo personalmente nella vostra vita!

A proposito delle dicerie diffuse sui Cristiani dei primi secoli L’interlocutore pagano Cecilio, rifacendosi alle dicerie in voga al suo tempo, scriveva: « Essi [i Cristiani], raccogliendo dalla feccia più ignobile i più ignoranti e le donnicciuole, facili ad abboccare per la debolezza del loro sesso, formano una banda di empia congiura, che si raduna in congreghe notturne per celebrare le sacre vigilie o per banchetti inumani, non con lo scopo di compiere un rito, ma per scelleraggine; una razza di gente che ama nascondersi e rifugge la luce, tace in pubblico ed è garrula in segreto. Disprezzano ugualmente gli altari e le tombe, irridono gli dèi, scherniscono i sacri riti; miseri, commiserano i sacerdoti (se è lecito dirlo), disprezzano le dignità e le porpore, essi che sono quasi nudi! […] Regna tra loro la licenza sfrenata, quasi come un culto, e si chiamano indistintamente fratelli e sorelle, cosicché, col manto di un nome sacro, anche la consueta impudicizia diventi incesto. […] Ho sentito dire che venerano, dopo averla consacrata, una testa d’asino, non saprei per quale futile credenza […] Altri raccontano che venerano e adorano le parti genitali del medesimo celebrante e sacerdote […] E chi ci parla di un uomo punito per un delitto con il sommo supplizio e il legno della croce, che costituiscono le lugubri sostanze della loro liturgia, attribuisce in fondo a quei malfattori rotti ad ogni vizio l’altare che più ad essi conviene […] Un bambino cosparso di farina, per ingannare gli inesperti, viene posto innanzi al neofita, […] viene ucciso. Orribile a dirsi, ne succhiano poi con avidità il sangue, se ne spartiscono a gara le membra, e con questa vittima stringono un sacro patto […] Il loro banchetto, è ben conosciuto: tutti ne parlano variamente, e lo attesta chiaramente una orazione del nostro retore di Cirta […] Si avvinghiano assieme nella complicità del buio, a sorte » (Octavius VIII, 4-IX, 7). A risposta di questo armamentario di accuse infamanti e di seconda mano (Ho sentito dire…), possono valere le parole che il cristiano Giustino rivolgeva in quegli stessi anni ad un altro accusatore del Cristianesimo, il filosofo cinico Crescente: « Veramente è ingiusto ritenere per filosofo colui che, a nostro danno, rende pubblicamente testimonianza di cose che non conosce, dicendo che i Cristiani sono atei e scellerati; e dice ciò per ricavarne grazia e favore presso la folla, che resta ingannata » (II Apologia, VIII). Si noti che questo intervento raccoglie tutte assieme accuse che già circolavano dal secolo precedente, sottintese fin dalle parole di Tacito; ma se alcuni storici si prendevano la briga di verificarne la veridicità, come fece Plinio il Giovane, altri contribuivano a diffonderle. Interessante il riferimento al culto della testa d’asino, una vecchia accusa già usata da Tacito contro gli Ebrei, dalla quale si era già difeso Giuseppe Flavio; di essa abbiamo anche una rappresentazione figurativa, un graffito di età severiana ritrovato sul Palatino, e ora conservato nell’antiquarium, raffigurante la caricatura di un uomo crocifisso con testa d’asino, con ai suoi piedi un altro uomo in atto di adorazione, il tutto accompagnato dalla scritta: « Alessameno adora il suo Dio ».

Note storiche sulle persecuzioni contro i Cristiani nei primi secoli Publio Adriano, successore di Traiano, imperatore dal 117 al 138, ricevette una lettera da Quinto Licinio Silvano Graniano, proconsole d’Asia nel 120 circa, nella quale si richiedevano istruzioni riguardo al comportamento da tenersi con i Cristiani, spesso oggetto di delazioni anonime e accuse ingiustificate. Egli rispose con un rescritto, che ci è pervenuto nella Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, indirizzato al successore di Graniano, Caio Minucio Fundano, in carica nel 122-123. In esso si legge: « Se pertanto i provinciali sono in grado di sostenere chiaramente questa petizione contro i Cristiani, in modo che possano anche replicare in tribunale, ricorrano solo a questa procedura, e non ad opinioni o clamori. E’ infatti assai più opportuno che tu istituisca un processo, se qualcuno vuole formalizzare un’accusa. Allora, se qualcuno li accusa e dimostra che essi stanno agendo contro le leggi, decidi secondo la gravità del reato; ma, per Ercole, se qualcuno sporge denuncia per calunnia, stabiliscine la gravità e abbi cura di punirlo » (Hist. Eccl. IV, 9, 2-3). Gli apologisti, a partire da Giustino, che riporta il testo di questo rescritto in appendice alla sua prima Apologia, hanno interpretato favorevolmente questa disposizione, vedendo nella richiesta di Adriano il primo tentativo di distinguere tra l’accusa di nomen christianus e i suoi presunti flagitia; il semplice nome cristiano non doveva essere perseguito, e gli eventuali reati dovevano essere prima dimostrati tramite regolare processo, come per qualsiasi cittadino. In tal guisa interpretano anche molti studiosi moderni; tuttavia, ancora sotto Antonino Pio i Cristiani erano oggetto di persecuzione solamente in quanto tali. Il successore di Antonino Pio, Marco Aurelio Antonino, imperatore dal 161 al 180, scrisse intorno al 170, in lingua greca, un’opera in 12 libri, intitolata « A se stesso », nella quale raccolse massime, pensieri, ricordi e meditazioni di contenuto filosofico. In essa trova spazio un accenno al martirio dei Cristiani: « Oh, come è bella l’anima che si tiene pronta, quando ormai deve sciogliersi dal corpo, o estinguersi, o dissolversi o sopravvivere! Ma tale disposizione derivi dal personale giudizio, e non da una mera opposizione, come per i Cristiani » (Ad sem. XI, 3). Come già Plinio il Giovane, così anche Marco Aurelio pare essere infastidito dalla ostinazione dei cristiani, che vanno incontro al martirio pur di non rinnegare la propria fede. Per l’imperatore, questo tipo di morte non è frutto di un giudizio interno, sano e ponderato, ma è il frutto di una « una mera opposizione ». Ed è proprio sotto l’impero di questo sovrano « saggio » e filosofo, che prende forma la grande persecuzione che porterà alla morte, tra gli altri, di Giustino, Policarpo di Smirne, Carpo, Papilo, Agatonice, e dei cosiddetti Martiri di Lione.

Publié dans:STORIA DEL CRISTIANESIMO |on 19 novembre, 2015 |Pas de commentaires »

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