Archive pour novembre, 2012

Icona della Natività di Gesù | Cappella Palatina | Palermo | Sicilia

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Publié dans:immagini sacre |on 30 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

commento a 1 Tessalonicesi 3, 12 – 4, 2 – di Marie Noëlle Thabut

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

(traduzione  Google dal francese)

Domenica 2 dicembre: Marie Noëlle Thabut

SECONDA LETTURA – 1 Tessalonicesi 3, 12 – 4, 2

Paolo arrivò a Tessalonica probabilmente nell’anno 50, vale a dire, circa vent’anni dopo la morte e risurrezione di Cristo, è stato un porto commerciale molto importante e la capitale della provincia di Macedonia, occupata dai Romani. Molti stranieri che vivono lì, tra cui un grande insediamento ebraico. Con gli Atti degli Apostoli, sappiamo che Paolo ha fatto quello che ha fatto ogni volta che è venuto a una nuova città: ha cominciato andando alla sinagoga il Sabato mattina per l’Ufficio del sabato, questa volta Era accompagnato da Sila e Timoteo e gli Atti ci dicono che sono andati alla sinagoga in tre sabati. La sua predicazione avuto un certo successo, come il libro degli Atti ci dice: « Da le Scritture, spiegando e ha stabilito che il Messia deve soffrire, risuscitate i morti, e il Messia, ha detto, è quello che Gesù ti dico. Alcuni ebrei sono convinti e sono state vinte da Paolo e Sila, e una moltitudine di fedeli greci di Dio e molte donne dell’alta società. « (Atti 17: 3-4).
 Inoltre convertì i pagani che, fino a quel momento, erano adoratori di idoli, come in questa lettera Paolo disse loro: « Vi siete convertiti dagli idoli a Dio è lontano per servire il Dio vivo e vero » (1 Tessalonicesi 1 9). Ma questo successo ha sollevato la rabbia degli ebrei ostili a Gesù. Hanno denunciato Paolo ei suoi amici alle autorità come nemici dell’Imperatore. E sembrava più prudente a fuggire. Paul è lasciato per Berea, non lontano da Salonicco e ad Atene e infine a Corinto. Non sappiamo esattamente quanto tempo ha trascorso a Salonicco, ma è chiaro che ha lasciato una nuova comunità cristiana, marchio per il quale si occupava lui. Così qualche mese dopo, « non poteva più » (parole sue), mandò Timoteo a Tessalonica per vedere questa comunità e di sostegno nella fede.
 Capitolo 3 di questa lettera si legge qui inizia con queste parole: « Inoltre, non ha più, abbiamo pensato che fosse meglio rimanere ad Atene e abbiamo inviato Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nella predicazione del vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, in modo che nessuno si è mosso da queste prove attuali, perché sapete che siamo destinati. Quando eravamo presso di voi, vi avvisiamo che dovrebbero essere sottoposti a test, e questo è quello che è successo, lo sai. Per questo motivo, non è più, ho inviato alle notizie della vostra fede, per timore che il tentatore aveva tentato di fare e che il nostro dolore è perduto. « Gli eventi di cui egli parla è la persecuzione continua dagli ebrei. Ma Timothy è tornato con una grande notizia: « Ora Timothy è appena venuto a voi e portarci buone notizie della vostra fede e il vostro amore, e mi ha detto di conservare un buon ricordo di noi, e si desidera vederci quanto vogliamo vedere di nuovo. E fratelli, ti abbiamo trovato in tutta comodità attraverso la vostra fede in mezzo a tutte le nostre paure e le nostre prove, e ora ci fa rivivere, come si rimanete saldi nel Signore. ‘
 I versi che abbiamo letto questa Domenica sono in qualche modo reagire a caldo Paolo spostato tutte queste una grande notizia. Cosa c’è di meglio? I Tessalonicesi sono sulla strada giusta, e lui era contento, ha detto qualcosa di simile devi solo perseverare. Perseverare fino a quando? Fino a quando il ritorno di Cristo è il piano di Dio che dà senso alla nostra vita, ci rimane una sfida al buon senso, come Geremia nella prima lettura in un mondo che non sa dove è la « sfida » cristiana è di vivere la sua vita « in prospettiva ». Tutti del pensiero di Paolo è dominato dall’attesa della venuta di Cristo nella gloria nell’ultimo giorno. E questo è il testo chiave che viene qui proposto: esso invita i cristiani a mettere tutta la loro vita in prospettiva questo « giorno in cui il nostro Signore Gesù verrà con tutti i santi. » La preghiera si dice nelle nostre celebrazioni liturgiche, il Padre nostro ci orienta verso questo obiettivo e, « Venga il tuo regno, la tua volontà sia fatta, sia santificato il tuo nome … « I cristiani non sono rivolti al passato ma al futuro, e sappiamo cosa scrivere » A-COMING « in due parole: è questo » A-coming « che dà senso alla nostra vita di oggi, questo è esattamente quello che Paolo dice qui: « Il Signore stabilire irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre, per il giorno in cui nostro Signore Gesù viene fornito con tutti i santi. » Questo è anche il significato della preghiera dopo il Padre Nostro nella liturgia eucaristica: « ci rassicurano prima degli eventi in questa vita che ci auguriamo vi prometto e la felicità (vale a dire) l’avvento Gesù Cristo, nostro Salvatore. ‘
 In particolare, mettere la nostra vita « in prospettiva », è già vivo e concentrarsi solo sui valori del regno, e questo è il secondo aspetto della « sfida cristiano » sempre e solo concentrarsi sull’amore. Quando Paolo scrive, si è visto, la vita non è oggi più rosa. Questo è il motivo per cui è davvero una sfida … Questa è anche una sfida in modo che non possiamo farlo da soli! E ‘un dono di Dio, Paolo dice: « Dio ti dà, e l’utente in relazione a tutti gli uomini amano più intenso e traboccante … ‘
 Questo è quello di essere santi: non c’è altra santità, come è ben noto, che l’amore … poiché « Dio è amore », come san Giovanni … « Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio » (1 Giovanni 1). Questo è ciò che spiega il legame tra le due frasi di Paolo: « Dio ti dà, e l’utente in relazione a tutti gli uomini amano più intenso e traboccante » … « E così sarà fermamente stabilire irreprensibili nella santità … « Allora possiamo » piacere a Dio « , come Paolo dice anche: » Avete appreso da noi come si dovrebbe effettuare gradito a Dio « , che è semplicemente quello di realizzare la nostra vocazione figlio, l’immagine del Figlio prediletto, nel quale Egli « delizie ».

commento al brano biblico: Ger 33,14-16 : Signore-nostra-giustizia

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Signore-nostra-giustizia

don Marco Pratesi 

I Domenica di Avvento (Anno C)

Brano biblico: Ger 33,14-16  

Una parte degli oracoli del profeta Geremia riguarda la restaurazione di Israele, cioè la sua rinascita dopo lo sfacelo dell’esilio babilonese, della distruzione del tempio e della fine della dinastia davidica. La prima lettura è appunto costituita da uno di essi: il profeta vi annunzia la realizzazione della promessa di un germoglio giusto dalla stirpe di Davide, un suo discendente che avrebbe regnato con giustizia e avrebbe assicurato al popolo sicurezza e pace.
Israele non ha saputo vivere nella giustizia; non ha saputo dare a Dio il suo posto di unico Signore; ha cercato sicurezza e appoggio altrove, negl’idoli. Non ha saputo vivere la fraternità, creando al suo interno situazioni di oppressione e ingiustizia sociale. Per questo è stato giudicato e punito con l’esilio.
La risposta del Signore però – dice Geremia – non si ferma al castigo: Dio vuole prendere un nuovo e più forte impegno. Egli stesso sarà la giustizia del suo popolo: « Così sarà chiamata (Gerusalemme): Signore-nostra-giustizia » (v. 16). Tramontata l’illusione di una propria giustizia, Israele saprà che occorre fondarsi del tutto sul Signore.
Tutto questo si realizzerà in Gesù. È lui la nostra giustizia (cf. 1Cor 1,30). Non ci presentiamo a Dio forti di una nostra giustizia, ma della sua (cf. Fil 3,9).
Anche noi attendiamo che questa promessa si realizzi nella nostra vita e Dio – in Gesù – sia sempre più limpidamente la nostra giustizia.
« Tu sei la gloria, Signore,
tu la giustizia del tuo popolo », ci fa proclamare la liturgia delle ore (lodi mattutine del venerdi della I settimana, 2.a antifona).
Siamo chiamati a costruire la nostra vita su di essa. Da questo giusto rapporto con Dio, devono scaturire come frutto concreto rapporti giusti con il prossimo e con il creato.
Quanto andiamo costruendo nel corso dell’esistenza non finirà allora nel nulla ma, attraverso e oltre il caos che si manifesta nella storia, potrà entrare in quel mondo rinnovato che il tempo di avvento ci addita: in esso finalmente la giustizia avrà piena e stabile dimora (cf. 2Pt 3,13).

Omelia I Domenica di Avvento (Anno C): Sconvolti dalla storia? Niente affatto!

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Sconvolti dalla storia? Niente affatto!

don Alberto Brignoli 

I Domenica di Avvento (Anno C)

Vangelo: Lc 21,25-28.34-36  

Ogni volta che inizia il tempo di Avvento, ci imbattiamo in una Liturgia della Parola – quella della prima Domenica, appunto – che oltre ad apparirci di non facile comprensione, sembra pure dare pochi margini alla dimensione della speranza che vorremmo sempre albergasse nei nostri cuori, soprattutto in determinati periodi storici o dell’anno nei quali (come in quello attuale) facciamo parecchia fatica a sentirci completamente « a nostro agio ». Insomma, già la situazione socio-economica non è affatto brillante; già il mondo è pieno di conflitti che definire tanto assurdi quanto efferati pare una ovvietà di fronte alla quale nemmeno più ci si scandalizza; già gli sconvolgimenti climatologici che flagellano il nostro « Bel Paese » dal clima mite e temperato in queste ultime settimane si fanno sempre più frequenti e drammatici…ci manca pure di ascoltare un Vangelo come quello di oggi che parla di « angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare », di « potenze dei cieli che saranno sconvolte », e di « un laccio che si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia della terra »! Bell’esordio, per l’evangelista Luca che ci accompagnerà lungo tutto l’anno liturgico oggi inaugurato!
Ma forse è proprio in Luca e nella sua comunità, e nel determinato periodo storico che essa si trovava a vivere, che possiamo trovare una prima chiave d’interpretazione di questo testo, con la quale poi possiamo cercare di aprire le varie porte di questo « corridoio » spazio-temporale che ci introduce alla venuta del Signore nel Natale. Appare ormai accettato da tutti gli studiosi che la redazione finale del vangelo di Luca sia successiva al 70 d.C., anno nel corso del quale se non l’evangelista, certamente vari membri di origine giudaica della sua comunità hanno assistito alla distruzione di Gerusalemme da parte dell’esercito di Roma. Prova ne è pure la dovizia di particolari con cui proprio all’interno del capitolo 21 si descrivono (attribuendoli certamente ad una profezia di Gesù) i fatti che abbiamo letto. Fu un evento storico sconvolgente, per i fedeli di religione ebraica, soprattutto a causa della distruzione del Tempio di Salomone, luogo privilegiato della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Dopo questi fatti, la religione ebraica subisce un tremendo colpo che mette a dura prova non solo la persistenza di un simbolo (come potrebbe essere per noi la distruzione di una chiesa sotto gli effetti di un terremoto, di un incendio o di un attentato) ma addirittura l’essenza stessa di una fede, che s’identificava con il tempio, con il suo altare, e con i sacrifici che lì vi si compivano. Gesù stesso, pio ebreo, usa per il suo proprio corpo la comparazione del « tempio » come luogo della presenza salvifica di Dio in mezzo al suo popolo eletto. Per molti ebrei in quei giorni risuonarono con tutta la loro drammaticità le parole del Salmo 41: « Le lacrime sono mio pane giorno e notte mentre molti mi dicono sempre: Dov’è il tuo Dio? ». « Sì, dov’è Dio? », ci chiediamo noi stessi quando assistiamo a fatti della nostra e dell’altrui esistenza che ci sconvolgono al punto da pensare di essere veramente rimasti soli e senza meta in questo mondo…
Eppure, il Vangelo è buona notizia. Eppure, il Vangelo di Luca inizia i suoi dialoghi diretti con le parole dell’angelo a Zaccaria: « Non temere », e fa iniziare il discorso finale di Gesù risorto apparso agli Undici riuniti a porte chiuse con le parole: « Perché siete turbati? ». Così, questo brano parla di sconvolgimenti atmosferici e cosmici per dire che tutta la creazione è destinata a tornare ai tempi iniziali, quando regnava il caos ed era atteso il cosmos di Dio Padre; il quale, proprio perché Padre, è ora da attendere e da sperare presente nella nostra vita e nelle vicende dell’umanità non con timore ma con fiduciosa speranza. Ecco perché Luca prima fa un « lancio d’agenzia » con notizie sconvolgenti su ciò che accade in ogni epoca storica e poi ci dà dei suggerimenti e ci esorta a « vegliare », a « non appesantire in nostri cuori in dissipazioni, ubriachezze, affanni della vita », ovvero in cose di poco conto, e a « risollevare il capo perché la vostra liberazione è vicina ».
In fondo, il brano di vangelo di oggi non vuole affatto spaventare nessuno, ma vuole solo ricordare la cruda e drammatica realtà di ogni epoca storica, e spesso pure della nostra stessa quotidianità, con le quali l’umanità, ognuno di noi, è costantemente chiamato a fare i conti. Quanto accade e quanto vediamo accadere, è sempre accaduto, e accadrà ancora, magari anche in forme che ai nostri occhi appariranno sempre più sconvolgenti. Nonostante tutto, però, abbiamo sempre l’opportunità di rialzare il capo, perché la nostra salvezza è vicina. Vicina non nel senso di « prossima ad arrivare », ma nel senso di attigua, di « già presente » al nostro fianco, come una vicina di casa buona e fidata, come un’amicizia di cui, appunto, ci si può fidare e su cui possiamo confidare in ogni momento.
Di certo, occorre saper cogliere l’opportunità della salvezza con accortezza e scaltrezza, senza farsi sconvolgere neppure da cose che noi riteniamo catastrofiche per la nostra vita di fede. Luca, da buon greco pagano convertito al cristianesimo, discepolo di quel Paolo fariseo che abbraccia la nuova fede a prescindere da quanto aveva in precedenza professato, non solo non vede nella distruzione del tempio il crollo di una credenza, ma addirittura vi legge l’opportunità di un’apertura universale alla salvezza da parte di tutti i popoli, anche e soprattutto di quelli che nel tempio non si riconoscevano per nulla.
Perché la grazia di Dio è più grande del tempio, e perché la sua salvezza arriva ai confini della terra nonostante, e a volte attraverso, le più sconvolgenti vicende della storia, come Luca stesso testimonia negli Atti degli Apostoli menzionando le persecuzioni che la prima Chiesa era costretta in continuazione a subire.
Sconvolti, allora, dalle potenze dei cieli, dal fragore del mare e dei flutti, dai segni nel sole, nella luna e nelle stelle? Niente affatto! Sconvolti, forse, lo siamo più dalle aberranti espressioni della mente umana, che non dagli sconvolgimenti cosmici: eppure, anche di fronte a ciò, la nostra speranza è riposta in una salvezza vicina a noi, ben collocata al nostro fianco, compagna di cammino di ogni giorno.
Perché così è Dio. Perché così ci si rivelerà: come il Dio-con-noi della notte di Betlemme.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 30 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

El Greco, Saint Andrew Apotre, Protoclete

El Greco, Saint Andrew Apotre, Protoclete dans immagini sacre El+Greco.+Sant%2527Andrea

http://www.ilpuntostampa.info/2010/11/30-novembre-santandrea-apostolo.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 novembre, 2012 |Pas de commentaires »

Benedetto XVI: Andrea, il Protoclito (30 novembre)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2006/documents/hf_ben-xvi_aud_20060614_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 giugno 2006

Andrea, il Protoclito (30 novembre)

Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime due catechesi abbiamo parlato della figura di san Pietro. Adesso vogliamo, per quanto le fonti permettono, conoscere un po’ più da vicino anche gli altri undici Apostoli. Pertanto parliamo oggi del fratello di Simon Pietro, sant’Andrea, anch’egli uno dei Dodici. La prima caratteristica che colpisce in Andrea è il nome: non è ebraico, come ci si sarebbe aspettato, ma greco, segno non trascurabile di una certa apertura culturale della sua famiglia. Siamo in Galilea, dove la lingua e la cultura greche sono abbastanza presenti. Nelle liste dei Dodici, Andrea occupa il secondo posto, come in Matteo (10,1-4) e in Luca (6,13-16), oppure il quarto posto come in Marco (3,13-18) e negli Atti (1,13-14). In ogni caso, egli godeva sicuramente di grande prestigio all’interno delle prime comunità cristiane.
Il legame di sangue tra Pietro e Andrea, come anche la comune chiamata rivolta loro da Gesù, emergono esplicitamente nei Vangeli. Vi si legge: “Mentre Gesù camminava lungo il mare di Galilea vide due fratelli, Simone chiamato Pietro e Andrea suo fratello, che gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Seguitemi, vi farò pescatori di uomini»” (Mt 4,18-19; Mc 1,16-17). Dal Quarto Vangelo raccogliamo un altro particolare importante: in un primo momento, Andrea era discepolo di Giovanni Battista; e questo ci mostra che era un uomo che cercava, che condivideva la speranza d’Israele, che voleva conoscere più da vicino la parola del Signore, la realtà del Signore presente. Era veramente un uomo di fede e di speranza; e da Giovanni Battista un giorno sentì proclamare Gesù come “l’agnello di Dio” (Gv 1,36); egli allora si mosse e, insieme a un altro discepolo innominato, seguì Gesù, Colui che era chiamato da Giovanni “agnello di Dio”. L’evangelista riferisce: essi “videro dove dimorava e quel giorno dimorarono presso di lui” (Gv 1,37-39). Andrea quindi godette di preziosi momenti d’intimità con Gesù. Il racconto prosegue con un’annotazione significativa: “Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia, che significa il Cristo», e lo condusse a Gesù” (Gv 1,40-43), dimostrando subito un non comune spirito apostolico. Andrea, dunque, fu il primo degli Apostoli ad essere chiamato a seguire Gesù. Proprio su questa base la liturgia della Chiesa Bizantina lo onora con l’appellativo di Protóklitos, che significa appunto “primo chiamato”. Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle. Per sottolineare questo rapporto, il mio predecessore Papa Paolo VI, nel 1964, restituì l’insigne reliquia di sant’Andrea, fino ad allora custodita nella Basilica Vaticana, al Vescovo metropolita ortodosso della città di Patrasso in Grecia, dove secondo la tradizione l’Apostolo fu crocifisso.
Le tradizioni evangeliche rammentano particolarmente il nome di Andrea in altre tre occasioni che ci fanno conoscere un po’ di più quest’uomo. La prima è quella della moltiplicazione dei pani in Galilea. In quel frangente, fu Andrea a segnalare a Gesù la presenza di un ragazzo che aveva con sé cinque pani d’orzo e due pesci: ben poca cosa – egli rilevò – per tutta la gente convenuta in quel luogo (cfr Gv 6,8-9). Merita di essere sottolineato, nel caso, il realismo di Andrea: egli notò il ragazzo – quindi aveva già posto la domanda: “Ma che cos’è questo per tanta gente?” (ivi) – e si rese conto della insufficienza delle sue poche risorse. Gesù tuttavia seppe farle bastare per la moltitudine di persone venute ad ascoltarlo. La seconda occasione fu a Gerusalemme. Uscendo dalla città, un discepolo fece notare a Gesù lo spettacolo delle poderose mura che sorreggevano il Tempio. La risposta del Maestro fu sorprendente: disse che di quelle mura non sarebbe rimasta pietra su pietra. Andrea allora, insieme a Pietro, Giacomo e Giovanni, lo interrogò: “Dicci quando accadrà questo e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi” (Mc 13,1-4). Per rispondere a questa domanda Gesù pronunciò un importante discorso sulla distruzione di Gerusalemme e sulla fine del mondo, invitando i suoi discepoli a leggere con accortezza i segni del tempo e a restare sempre vigilanti. Dalla vicenda possiamo dedurre che non dobbiamo temere di porre domande a Gesù, ma al tempo stesso dobbiamo essere pronti ad accogliere gli insegnamenti, anche sorprendenti e difficili, che Egli ci offre.
Nei Vangeli è, infine, registrata una terza iniziativa di Andrea. Lo scenario è ancora Gerusalemme, poco prima della Passione. Per la festa di Pasqua – racconta Giovanni – erano venuti nella città santa anche alcuni Greci, probabilmente proseliti o timorati di Dio, venuti per adorare il Dio di Israele nella festa della Pasqua. Andrea e Filippo, i due apostoli con nomi greci, servono come interpreti e mediatori di questo piccolo gruppo di Greci presso Gesù. La risposta del Signore alla loro domanda appare – come spesso nel Vangelo di Giovanni – enigmatica, ma proprio così si rivela ricca di significato. Gesù dice ai due discepoli e, per loro tramite, al mondo greco: “E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (12,23-24). Che cosa significano queste parole in questo contesto? Gesù vuole dire: Sì, l’incontro tra me ed i Greci avrà luogo, ma non come semplice e breve colloquio tra me ed alcune persone, spinte soprattutto dalla curiosità. Con la mia morte, paragonabile alla caduta in terra di un chicco di grano, giungerà l’ora della mia glorificazione. Dalla mia morte sulla croce verrà la grande fecondità: il “chicco di grano morto” – simbolo di me crocifisso – diventerà nella risurrezione pane di vita per il mondo; sarà luce per i popoli e le culture. Sì, l’incontro con l’anima greca, col mondo greco, si realizzerà a quella profondità a cui allude la vicenda del chicco di grano che attira a sé le forze della terra e del cielo e diventa pane. In altre parole, Gesù profetizza la Chiesa dei greci, la Chiesa dei pagani, la Chiesa del mondo come frutto della sua Pasqua.
Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù  per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle.
Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”. Ecco ciò che l’Apostolo avrebbe detto in quell’occasione, secondo un antico racconto (inizi del secolo VI) intitolato Passione di Andrea: “Salve, o Croce, inaugurata per mezzo del corpo di Cristo e divenuta adorna delle sue membra, come fossero perle preziose. Prima che il Signore salisse su di te, tu incutevi un timore terreno. Ora invece, dotata di un amore celeste, sei ricevuta come un dono. I credenti sanno, a tuo riguardo, quanta gioia tu possiedi, quanti regali tu tieni preparati. Sicuro dunque e pieno di gioia io vengo a te, perché anche tu mi riceva esultante come discepolo di colui che fu sospeso a te … O Croce beata, che ricevesti la maestà e la bellezza delle membra del Signore! … Prendimi e portami lontano dagli uomini e rendimi al mio Maestro, affinché per mezzo tuo mi riceva chi per te mi ha redento. Salve, o Croce; sì, salve davvero!”. Come si vede, c’è qui una profondissima spiritualità cristiana, che vede nella Croce non tanto uno strumento di tortura quanto piuttosto il mezzo incomparabile di una piena assimilazione al Redentore, al Chicco di grano caduto in terra. Noi dobbiamo imparare di qui una lezione molto importante: le nostre croci acquistano valore se considerate e accolte come parte della croce di Cristo, se raggiunte dal riverbero della sua luce. Soltanto da quella Croce anche le nostre sofferenze vengono nobilitate e acquistano il loro vero senso.

L’apostolo Andrea, dunque, ci insegni a seguire Gesù con prontezza (cfr Mt 4,20; Mc 1,18), a parlare con entusiasmo di Lui a quanti incontriamo, e soprattutto a coltivare con Lui un rapporto di vera familiarità, ben coscienti che solo in Lui possiamo trovare il senso ultimo della nostra vita e della nostra morte.

Lettera ai Filippesi: Capitolo terzo : Per guadagnare Cristo Fil 3,1-21

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/zaccherini_filippesi9.htm

Gianni Zaccherini  

RENDETE PIENA LA MIA GIOIA

Capitolo terzo : Per guadagnare Cristo Fil 3,1-21 

Il capitolo terzo per molti commentatori moderni è un capito­lo aggiunto, a partire dalla seconda parte del primo versetto fino al primo versetto del quarto capitolo. Infatti, mentre la prima parte del v. 1 (« Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Si­gnore ») si riaggancerebbe al v. 2 del cap. 4 e sarebbe quindi l’avvio dei saluti e delle esortazioni finali, la seconda parte dello stesso v. 1 (« A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stes­se cose » fino a: « Perciò, fratelli miei carissimi e tanto deside­rati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi! ») apparterrebbe ad una se­conda lettera di Paolo, non dalla prigionia, ma inserita in que­sto contesto con un espediente redazionale.
Questo non ci interessa più di tanto, in quanto non ci aiuta nella comprensione della lettera. Noi la leggiamo come profonda­mente unitaria, anche se al suo interno questo capitolo terzo può apparire come una parentesi. Forse Paolo è giunto a co­noscenza di fatti che stanno avvenendo all’interno della Chie­sa di Filippi e che rischiano di mettere in discussione la fedeltà di quei cristiani al Signore. Allora interviene con durezza. Tutto quello che ha detto va bene, però essi non devono dimenti­care ciò che lui ha già ripetuto loro: « A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose ».
Paolo, cioè, scrive alcune cose che i Filippesi già conoscono bene, ma che non si stanca di ripetere, dal momento che vede dei pericoli in mezzo a loro. Passa perciò ad una serie di istru­zioni relative alla vera via della salvezza cristiana, su come  cioè i cristiani devono stare attenti perché la salvezza loro do­nata in Cristo Gesù non venga meno nell’ipotesi che la predi­cazione sia portata avanti da falsi cristiani. 

Contro le eresie
 Vv. 1-2: « Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore. A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guarda­tevi da quelli che si fanno circoncidere! ».
Il rischio dell’eresia è presente fin dall’inizio e Paolo lo cono­sce bene perché contro di esso si è ripetutamente battuto, in particolare per quanto riguarda l’eresia dei giudaizzanti. Sono cristiani che non hanno capito la novità del Cristo e continua­no ad insistere con le esigenze della Legge giudaica, la cir­concisione in primo luogo. Contro essi Paolo dovette ripetu­tamente lottare, perché mettevano in discussione la sua pre­dicazione e la sua autorità apostolica all’interno delle comu­nità nei primi decenni di vita della Chiesa. Arrivava Paolo, por­tava il Vangelo, annunciava il mistero del Cristo, lo consolida­va con la potenza dello Spirito, faceva nascere la Chiesa in quel luogo, portava avanti la catechesi… E a un certo punto arrivavano altri missionari – questo è un dato classico della chiesa primitiva: c’era un pullulare di persone che cammina­vano di città in città annunciando il Vangelo o confermando il Vangelo già annunciato, in collaborazione ma anche in ten­sione fra loro – che pretendevano di « rettificare » l’insegna­mento e le disposizioni di Paolo.
Essi, pur riconoscendo Gesù come Signore, ritengono indi­spensabile alla salvezza il rispetto dei precetti della Legge. La circoncisione ad esempio, che risale a Mosè, è ineliminabile. Dalle lettere ai Galati e ai Romani sappiamo cosa vuoi dire tutto questo: vuoi dire mettere radicalmente in crisi la parola evangelica.
Perciò con costoro Paolo è sempre di una durezza inaudita. E anche ora dice: « Guardatevi dai cani ». La parola « cane », che nel nostro linguaggio è molto offensiva, lo è però meno di quanto lo fosse nel mondo giudaico. Questo termine veniva usato dai Giudei nei confronti dei pagani. Per la cultura giu­daica il cane era un animale immondo e di poco conto. Quin­di dare a uno del cane era una delle offese più gravi. Paolo ri­balta l’offesa e la rivolge a coloro che la usavano verso i pa­gani.
Oltre a ciò li chiama « cattivi operai », meglio ancora operai del male, persone che non sanno operare il bene. Le loro opere sono malvagie. Si sottintende che sono figli di Satana, perché Satana è l’operatore del male.
Probabilmente anche a Filippi sono presenti cristiani di que­sta tendenza e Paolo interviene duramente contro di essi. I commentatori fanno notare che la durezza del linguaggio di Paolo è forse giustificata proprio dalla realtà della Chiesa di Filippi: è una Chiesa bella, molto fedele al Signore, molto ge­nerosa, con la quale Paolo ha legami cordialissimi. Proprio perché la realtà è così bella e così cara a Paolo, egli si indigna al pensiero che qualche « falso fratello » possa mettere in crisi la vita e la fede di questa comunità.
Il discorso di Paolo però, anche se così severo, è messo nella cornice di una riflessione di consolazione e di gioia. Cap. 3,1: « Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore » e cap. 4,1: « Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come avete imparato, carissimi! », State nella gioia, state lieti, rimanete saldi, rima­nete fedeli; la vostra fedeltà e la vostra autenticità di obbe­dienza al Vangelo siano fonte radicale di gioia! Sempre, co­munque e dovunque il cristiano dev’essere nella gioia. La gioia nella quale devono stare saldi e sereni i cristiani è quella che proviene dalla fede e dalla comunione con Cristo; è una gioia permanente, perché sostiene l’esistenza cristiana anche nelle difficoltà, nelle sofferenze. Pietro nella sua prima lettera dice la stessa cosa: « Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora do­vete essere un po’ afflitti da varie prove » ( 1 Pt 1,6). Il cristiano, qualunque cosa succeda, resta nella gioia perché la sua vita è nelle mani del Signore. 

I veri circoncisi 
V. 3: “Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù senza avere fiducia nella carne « .
L’ultima ammonizione di Paolo nel versetto precedente era « per quelli che si fanno circoncidere ». Si tratta evidentemen­te di cristiani giunti alla fede dal paganesimo e che si lascia­no convincere alla circoncisione dai « nemici della croce di Cri­sto », cioè dai giudaizzanti. Paolo dice: « Siamo noi i veri cir­concisi », ricorrendo a un concetto già utilizzato in altre lette­re: veri e falsi circoncisi. C’è una circoncisione nella carne che non è quella vera e ce n’è una nello Spirito che è quella vera. Ed è la nostra, dice Paolo. È il cristiano il vero circonciso, non nella carne, che non conta nulla; egli è circonciso nel cuore, perché è lì che si colloca la vera e autentica esistenza del fi­glio di Dio.
« Noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio »: è la pre­senza dello Spirito che individua il vero circonciso. Qui pro­babilmente c’è un’allusione al sacramento del Battesimo. I Giudei erano segnati nella carne, i cristiani sono segnati nello spirito dal Battesimo e sono mossi dallo Spirito di Dio, che opera in loro non in virtù di segni carnali, ma in virtù della po­tenza della Resurrezione del Cristo Signore.
« E ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne »: i cristiani si gloriano in Cristo Gesù, non nelle opere della carne, cioè nella circoncisione. Per un Giudeo la circoncisione era il segno della sua gloria, per il cristiano la gloria è solo nel Si­gnore.
La parola « carne », che torna in molti modi nelle lettere paoline, qui sta a significare la modalità di esistenza tipicamente giudaica. Non si fa riferimento, qui, a fatti legati alla sessualità o al mangiare e bere eccessivi. Paolo, parlando qui di carne, in­tende appunto quello che era specifico dei Giudei, che so­prattutto nei fatti legati alla circoncisione fondavano la loro gloria. 

Il vanto « secondo la carne » 
Vv. 4-6: “Sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della Legge « .
Che per « carne » si debba intendere qui la logica del giudai­smo intesa appunto come realtà ormai fragile, caduca, inuti­le e anzi nociva per il cristiano, Paolo lo conferma in questi ver­setti, portando il proprio esempio. Si potrebbe anche sottoli­neare un altro aspetto: la fiducia dei Giudei nella carne è le­gata alla fiducia di essere discendenti di Abramo. Figli di padri e madri ebraiche, appartengono alla sua stirpe: questo è il loro vanto e la loro gloria. Il vangelo di Giovanni ci mostra Gesù in polemica con gli Ebrei che si vantano di essere figli di Abra­mo secondo la carne (cf. Gv 8,37 -40). Dio, dice il Vangelo, può suscitare figli di Abramo anche dalle pietre (cf. Lc 3,8). Ormai l’appartenenza carnale a una stirpe non conta più per la sal­vezza; ciò che conta è l’appartenenza al Signore nella poten­za dello Spirito mediante la fede in Cristo morto e risorto.
I giudaizzanti si vantano « nella carne »? Ebbene, dice Paolo, se servisse a qualcosa, io potrei vantarmi più di loro; ed enumera i suoi « titoli di gloria »: è stato circonciso « ottavo giorno, cioè nei termini stabiliti dalla Legge; è della stirpe d’Israele, in quanto membro della tribù di Beniamino (Paolo, come ogni buon israe­lita, aveva i suoi documenti e la sua genealogia per attestare la propria ascendenza); è « ebreo da ebrei », può cioè rivendicare la purezza delle sue origini e della sua cultura. 
Tutto quello che un giudaizzante può dire di sé, anche Paolo può dirlo. Aggiunge, però, un’ulteriore appartenenza: « fariseo quanto alla legge ». Non solo appartenente alla stirpe di Israe­le, ebreo tra gli ebrei, ma fariseo. All’interno del giudaismo i fari sei erano il gruppo più osservante, che si poneva come cu­stode della Legge. E i fari sei osservavano non soltanto la legge scritta, ma anche quella orale, tramandata di bocca in bocca da Mosè fino agli ultimi rabbini. Paolo rivendica la sua fedeltà a tutte le tradizioni del giudaismo al pari dei farisei.
« Quanto a zelo, persecutore della Chiesa »: se poi si deve met­tere in conto anche quello che Paolo ha fatto concretamente per garantire e difendere la tradizione dei Padri, egli ha per­seguitato i cristiani; quanti di coloro che polemizzano con lui possono dire altrettanto? In conclusione, chi più di Paolo ha dimostrato di essere un autentico giudeo?
« Irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservan­za della legge »: qui Paolo dice una cosa impressionante; si po­trebbe pensare che la vis polemica gli faccia superare ogni mi­sura. Lui, che nella Lettera ai Romani dirà che nessun giudeo ha mai osservato pienamente la Legge del Signore, qui dice di sé: « irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’os­servanza della legge », cioè presenta se stesso come un os­servante scrupoloso e irreprensibile di tutti i precetti della Legge. Paolo ha una coscienza fortissima di quella che è stata la sua vicenda all’interno del giudaismo e sembra quasi do­mandare: chi è stato più scrupoloso osservante di me? lo sono stato irreprensibile!
Quando poi dice « irreprensibile quanto alla giustizia che deri­va dall’osservanza della legge », parla secondo la logica del­l’Antico Testamento: la giustizia veniva all’uomo dall’osser­vanza della Legge. Osservando la Legge – quindi con le sue forze, con la sua tensione spirituale – l’uomo si faceva giusto e meritava la salvezza come premio. Per un giudeo osservan­te la salvezza non è un dono, ma il compenso che spetta alla sua fedeltà.
Paolo è stato tutto questo; quindi quando affronta così dura­mente i giudaizzanti lo fa a ragion veduta. All’interno del giu­daismo c’è stato a lungo e con coerenza estrema, con un impegno di perfezione altissimo. Può dunque ben dire quello che sta dicendo. 

Il guadagno e la perdita 
v. 7: “Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo ».
A questo punto Paolo introduce la sua testimonianza di fede: tutto questo mio vanto secondo la carne, che nella logica del­l’Antico Testamento mi avrebbe permesso di chiedere a Dio il premio meritato, in realtà è una perdita in confronto a Cristo Gesù. C’è qui il rovesciamento totale della logica cristiana ri­spetto a quella giudaica, del Vangelo rispetto alla Legge.
Perché è una perdita? Perché l’uomo che si vanta di fronte a Dio in realtà ha saputo, in Gesù Cristo, di non avere alcuna ca­pacità, alcuna possibilità di salvezza. Quello che lui poteva pensare come un guadagno secondo la logica giudaica, in realtà è la pretesa di Adamo di essere lui l’arbitro di ciò che è bene e di ciò che è male.
Il cristiano sa che chi segue questa logica così non può ere­ditare la salvezza. Chi si salva, allora? Chi sa di non poter fare nulla da sé in ordine alla salvezza. Di fronte al Cristo che è morto e risorto per la nostra salvezza, rivelando la nostra ra­dicale impotenza e la nostra totale necessità di ricevere da lui la grazia e la misericordia, tutto ciò che secondo una logica giudaica e carnale avrebbe potuto essere un vanto è invece una perdita e l’unica cosa da fare è buttarsi sciolto da queste presunte ricchezze nelle braccia del Cristo accogliendo la sua grazia nella fede. 

La sublimità della conoscenza 
V. 8: “Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le con­sidero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo ».
Paolo ribadisce il concetto precedente allargandolo alla tota­lità: « tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù ». Cos’è tutto? Tutto ciò che non è Gesù Cristo, tutto ciò che si contrappone alla cono­scenza di Lui. Qual è l’obiettivo della vita cristiana che emerge da queste affermazioni di Paolo? L’obiettivo della vita cri­stiana è capire che l’unica cosa che conta è il riferimento a Cri­sto; è appunto la conoscenza di Gesù Cristo in quanto ade­sione piena a Lui, conformità al suo pensiero e alla sua vita.
Con l’espressione « di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù », Paolo ci rivela un’esistenza cristiana che non è un dato acquisito una volta per tutte. È un altro modo per esprimere un concetto che già abbiamo incontrato nella lettera di Paolo: l’indicazione della crescita, del perfezionamento nella vita cristiana. La vita cristiana parte dall’accoglienza del Cri­sto e dal riconoscere che tutto ciò che appartiene al passato è una perdita e addirittura – dice Paolo – « spazzatura », cioè cosa ignobile. Riconoscendo ciò, ci si affida al Cristo e si cre­sce nella conoscenza di Lui. La conoscenza del Cristo è una forma di rapporto dinamico con il Signore; è il rapporto per­sonale con Colui che ci invita ad uscire sempre più da noi stes­si per entrare nella Comunione.
La parola « conoscenza » nel linguaggio biblico non indica solo un rapporto intellettuale e ma, pur essendolo, è soprattutto un fatto di esperienza, di esistenza; è un possesso, è un entrare in comunione. Comunione esistenziale con Lui, destinata a crescere, a raggiungere un vertice di perfezione, come abbia­mo già visto nel primo capitolo. Mentre nella prospettiva giu­daica veterotestamentaria la propria vita è un guadagno quan­do è ciò che costruiamo giorno per giorno in un’assoluta fe­deltà alla Legge – e quindi ci si aspetta la salvezza come un diritto -, per Paolo e per il cristiano il guadagno è Gesù Cristo, che non può essere oggetto di conquista, ma ci viene dato come dono in assoluta gratuità; si avvia così un cammino che lascia cadere alle proprie spalle tutto ciò che non è Lui per muovere, invece, verso la piena conoscenza-esperienza-possesso di Lui. 

La giustizia che viene dalla fede 
V. 9: “e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede ».
« Essere trovato » da chi? Da Dio, in modo da incontrarlo al ter­mine della propria esistenza. « In lui », in Cristo, cioè con una giustizia che non è quella costruita con le proprie mani, met­tendo in pratica le indicazioni della legge, ma è quella ricevu­ta da Dio per la fede.
In cosa si contrappongono radicalmente la giustizia secondo la Legge e la giustizia che viene da Dio per la fede in Gesù Cristo?
La giustizia che viene dalla Legge è la giustizia conquistata dall’uomo con le sue forze, con il suo impegno, con la sua ca­pacità di mettere in pratica tutte le richieste della Legge; la giu­stizia cioè che afferma e realizza le virtù dell’uomo.
Invece, la giustizia che viene da Dio nella fede in Cristo Gesù è puro dono, è grazia. Trasforma l’impotenza dell’uomo nella capacità di portare frutto.
È molto importante sottolineare il fatto che la giustizia che viene dalla fede non è una giustizia che non opera, che non porta a compimento delle realtà; ma queste realtà compiute dalla giustizia che viene dalla fede, le compie nel credente la potenza di Dio in Gesù Cristo. È lo Spirito che opera; è Dio, come Paolo aveva detto in precedenza, che dona il volere e il fare: non l’uomo con le sue forze, ma la potenza di Dio in lui (cf. Fil 2,13). 
La giustizia che viene dalla fede non è una giustizia vuota, ma una giustizia piena di opere, che non sono più opere dell’uo­mo, ma opere di Dio. Questa è la differenza essenziale: non è l’uomo che compie le opere, ma è Dio che compie le opere della fede in lui. 

Spiritualità pasquale 
Vv. 10-11: « E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua resurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla resurrezione dei morti ».
La giustizia che gli deriva dalla fede in Cristo porta quindi Paolo alla conoscenza, con tutta la ricchezza che questo termine ha nella Bibbia: cioè a fare esperienza di Lui e della potenza della sua Resurrezione.
La potenza della Resurrezione di Gesù si sperimenta già ora, mentre si è in attesa di pervenire alla resurrezione dei morti. Ma come? Paolo sa bene che la resurrezione dei morti è un evento futuro; ma sa anche che la potenza della Resurrezio­ne del Signore viene verificata fin d’ora, nelle sofferenze che in qualche modo anticipano la morte. Siccome nelle sofferen­ze si partecipa in qualche misura alla morte di Cristo, nella ca­pacità che ci è data di accettarle con fede e speranza si ha la garanzia di partecipare anche alla sua Resurrezione. La co­munione con il Cristo della croce è anche comunione con il Cristo della gloria.
Questo è un altro modo di illustrare il mistero pasquale: come Cristo passando attraverso la passione e la morte è giunto alla Resurrezione, così il cristiano, che partecipa ora alla passio­ne e alla morte del Cristo, parteciperà anche alla sua resurre­zione. Egli sperimenta fin da ora la propria resurrezione dai morti nella partecipazione alla Croce del Cristo. Questo punto va messo in evidenza perché si collega ai versetti successivi, nei quali si parlerà dei nemici della Croce del Cristo.
Nella logica cristiana Croce e Resurrezione sono inseparabili e ineliminabili: non c’è una Resurrezione che non passi attra­verso la Croce , non c’è una vita di comunione con Dio che non passi attraverso la sofferenza. Ecco perché Paolo se la pren­de con quelli che chiama « nemici della Croce di Cristo », con coloro, cioè, che pensano sia possibile sperimentare la Re ­surrezione senza sperimentare concretamente la Croce del Cristo. Essi vogliono soltanto l’aspetto vincente e non quello perdente, ma in questo c’è la rottura del mistero pasquale. 

I perfetti 
V. 12: « Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di corre­re per conquistar lo, perché anch’io sono stato conquista­to da Gesù Cristo ».
Riprende la polemica di Paolo con i suoi avversari e contrad­dittori, che acquistano un volto sempre più preciso. Essi molto probabilmente parlavano di essere già giunti alla perfezione, di essere già entrati nella consumazione perfetta della vita cri­stiana; invece Paolo dice: « Non però che io abbia già conqui­stato il premio o sia arrivato alla perfezione ».
Qui vale la pena di aprire una parentesi sui cristiani che nei primi tempi dicevano di aver già conseguito, fin da questo mondo, la pienezza della perfezione. Era un fatto abbastanza diffuso. Paolo lo presenta in questo contesto, ma appare anche da altri scritti del Nuovo Testamento e ne abbiamo co­noscenza dalla storia della Chiesa dei primi secoli.
L’affermazione secondo cui il cristiano per il fatto di aver cre­duto in Cristo, di aver praticato la circoncisione e di praticare la legge è già perfetto, si sposa perfettamente con la menta­lità del giudaismo e quindi con la continuazione del giudaismo nel cristianesimo. Questa prospettiva si è poi aperta in mille rivoli nella storia della Chiesa e ha avuto molti sbocchi. Uno dei più classici nella Chiesa antica è l’eresia di quelle sette in cui tutti, ritenendosi già santi, pensavano di poter fare quello che volevano, perché quello che volevano era già nella san­tità di Dio. Così davano la stura a mille vizi e perversioni, con conseguenze spesso drammatiche.
Il fondamento di tutto ciò sta nel dissociare l’esistenza di fede dalla possibilità di commettere errori: ormai sono perfetto; se sono in Cristo non posso fare il male; tutto ciò che faccio è buono! Questo è il punto di crisi.
L’esistenza cristiana, dice invece Paolo, è ancora un cammi­no, è la corsa, non il traguardo della corsa. Non è ancora il pre­mio, ma uno sforzo verso il premio. Il cristiano sa di essere stato conquistato dal Cristo, ma lui non ha ancora conquista­to il Cristo: « Mi sforzo di correre per conquistarlo, perché an­ch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo », Se il cristiano pensa di aver già conquistato il Cristo perché il Cristo lo ha conquistato, è fuori strada. A quel punto è nemico della Croce del Cristo, perché la sua è una prospettiva che non passa at­traverso la Croce; pensa di essere già nel mondo della Re­surrezione senza essere passato attraverso la Croce. 

Publié dans:Lettera ai Filippesi |on 29 novembre, 2012 |Pas de commentaires »
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