Archive pour la catégorie 'Santi – scritti'

DAL « TRATTATO SULLA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI » – SANT’AGOSTINO

http://www.collevalenza.it/Riviste/2009/Riv0509/Riv0509_03.htm

DAL « TRATTATO SULLA PRIMA LETTERA DI SAN GIOVANNI » – SANT’AGOSTINO

(VII, 1. 7. 9; PL 35, 2029. 2032. 2033. 2034)

Se non volete morire bevete la carità
Questo mondo appare a tutti i fedeli, che sono in cammino verso la patria, come appariva il deserto al popolo d’Israele. Se ne andavano vagabondi alla ricerca della patria; ma non potevano smarrirsi perché erano sotto la guida di Dio. La strada per loro fu il comando di Dio. Furono raminghi per quarant’anni, ma il loro viaggio si sarebbe potuto compiere in pochissime tappe, tutti lo sappiamo. Veniva rallentata la loro marcia, perché erano messi alla prova, non perché fossero abbandonati. Quello che Dio ci promette, è una dolcezza ineffabile, un bene, come dice la Scrittura e come sovente udiste dalle nostre parole, che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore d’uomo (cfr. 1 Cor 2, 9; Is 64, 4). Siamo messi alla prova dagli affanni terreni e riceviamo esperienza dalle tentazioni della vita presente.
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato. (GV 13,34)
Ma se non vogliamo morire assetati in questo deserto, beviamo la carità. E’ la sorgente che il Signore volle far sgorgare quaggiù, perché non venissimo meno lungo la strada: ad essa attingeremo con maggiore abbondanza, quando saremo giunti alla patria. « In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi » (1 Gv 4, 9).
Siamo esortati ad amare Dio. Lo potremmo amare, se egli non ci avesse amati per primo? Se fummo pigri nell’intraprendere l’amore, non siamo pigri nel ricambiare l’amore! Egli ci ha amato per primo e in un modo tale come neppure noi sappiamo amare noi stessi. Amò dei peccatori, ma tolse il loro peccato: sì, amò dei peccatori, ma non li radunò in una comunità di peccato. Amò degli ammalati, ma li visitò per guarirli. « Dio, dunque, è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui » (1 Gv 4, 8. 9).
Allo stesso modo il Signore disse: Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15, 13); e, in quella circostanza, fu verificato l’amore di Cristo verso di noi, perché egli morì per noi. Ma l’amore del Padre verso di noi, in quale cosa ebbe la sua verifica? Nel fatto che mandò l’unico suo Figlio a morire per noi. L’Apostolo dice appunto: « Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? » (Rm 8, 32). « Egli ha mandato il suo Figlio, come vittima di espiazione per i nostri peccati » (1 Gv 4, 10), quindi come espiatore, come sacrificatore. Offrì un sacrificio per i nostri peccati. Dove trovò l’offerta, dove trovò la vittima pura che voleva immolare? Non trovò altri all’infuori di sé, e si offerse. « Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri » (1 Gv 4, 11).
Da questo sappiamo d’aver conosciuto Cristo: se osserviamo i suoi comandamenti. (GV 13, 35)
Però, fratelli miei, quando parliamo di carità vicendevole dobbiamo guardarci dall’identificarla con la pusillanimità o con un’inerte passività. Avere la carità non significa certo essere imbelli e corrivi. Non pensate che la carità possa esistere senza una certa bontà o addirittura senza alcuna bontà. La carità autentica non è certo questo. Non credere di amare il tuo domestico unicamente per il fatto che gli risparmi la meritata punizione, o che vuoi bene a tuo figlio solo perché lo lasci in balia di se stesso, o che porti amore al prossimo solo perché non gli fai nessuna correzione. Questa non è carità, ma mollezza. La carità è una forza che sollecita a correggere ed elevare gli altri. La carità si diletta della buona condotta e si sforza di emendare quella cattiva. Non amare l’errore, ma l’uomo. L’uomo è da Dio, l’errore dall’uomo. Ama ciò che ha fatto Dio, non ciò che ha fatto l’uomo. Se ami veramente l’uomo lo correggi. Anche se talvolta devi mostrarti alquanto duro, fallo proprio per amore del maggior bene del prossimo.

Publié dans:SANT'AGOSTINO, Santi - scritti |on 5 mars, 2018 |Pas de commentaires »

LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA – DE TRINITATE, DAI LIBRI XII E XIII (LETTERE PAOLINE)

http://disf.org/agostino-ippona-scienza-sapienza

LA SCIENZA E LA SAPIENZA – AGOSTINO DI IPPONA – DE TRINITATE, DAI LIBRI XII E XIII (LETTERE PAOLINE)

Se la scienza è conoscenza delle cose temporali, la sapienza è conoscenza delle cose eterne. Ambedue, però, sono rivelate in pienezza in Cristo, nostra scienza e nostra sapienza. XII, 14. Perché anche la scienza è benefica alla sua maniera, se ciò che in essa gonfia o suole gonfiare è dominato dall’amore delle cose eterne, che non gonfia, ma che, come sappiamo, edifica (1Cor 8, 1). Senza la scienza infatti non possono esistere nemmeno le virtù con le quali si possa dirigere questa misera vita in modo da raggiungere quella eterna, che è veramente beata. 14, 22. C’è tuttavia una differenza tra la contemplazione delle cose eterne e l’azione con la quale facciamo buon uso delle cose temporali: quella si attribuisce alla sapienza, questa alla scienza. Sebbene infatti anche la sapienza possa venir chiamata scienza, come lo mostra l’affermazione dell’Apostolo, che dice: “Ora conosco parzialmente, allora conoscerò come sono conosciuto” (1Cor13, 12), per questa scienza egli intende certamente la contemplazione di Dio, che sarà il premio supremo dei santi; tuttavia dove l’Apostolo dice: “Ad uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 8), distingue, senza dubbio, l’una dall’altra, benché non spieghi la natura della loro differenza, e i caratteri che permettano di distinguerle. Ma dopo aver scrutato le molteplici ricchezze delle sante Scritture, trovo scritta nel libro di Giobbe questa sentenza del santo uomo: “Ecco, la pietà è la sapienza, la fuga dal male è la scienza” (Gb 28, 28). Questa distinzione ci fa comprendere che la sapienza riguarda la contemplazione, la scienza l’azione. In questo passo Giobbe identifica la pietà con il culto di Dio, che in greco si dice qeosbeia . È questa la parola che si trova presso i codici greci in questo passo. E fra le cose eterne che vi è di più eccellente di Dio, che solo possiede una natura immutabile? E che è il culto di Dio, se non l’amore di lui, amore che ci fa desiderare di vederlo, che ci fa credere e sperare che lo vedremo, perché nella misura in cui progrediamo lo vediamo ora per mezzo di uno specchio, in enigma, ma un giorno lo vedremo nella sua piena manifestazione? È ciò che dice l’apostolo Paolo quando parla della «visione» faccia a faccia (1Cor 13, 12), è anche quello che dice l’apostolo Giovanni: “Carissimi, ora siamo figli di Dio, e ciò che saremo un giorno non è stato ancora manifestato; ma sappiamo che al momento di questa manifestazione saremo simili a lui, perché lo vedremo come è” (1Gv 3, 2). In questi passi e in passi simili si tratta proprio, mi pare, della sapienza (1Cor 12, 8). Astenersi invece dal male (Gb 28, 28), ciò che Giobbe chiama scienza, appartiene certamente all’ordine delle cose temporali. Perché è in quanto siamo nel tempo che siamo soggetti al male, che dobbiamo evitare, per giungere ai beni eterni. Perciò tutto quanto compiamo con prudenza, forza, temperanza e giustizia, appartiene a quella scienza o regola di condotta, che guida la nostra azione nell’evitare il male e nel desiderare il bene e le appartiene pure tutto ciò che, come esempio da evitare o da imitare e come conoscenza necessaria tratta da avvenimenti adatti ad illuminare la nostra vita, raccogliamo attraverso la conoscenza della storia […]. XIII, 19. 24. Tutto ciò che il Verbo fatto carne (Gv 1, 14) ha fatto e sofferto per noi nel tempo e nello spazio appartiene, secondo la distinzione che abbiamo cominciato a chiarire, alla scienza, non alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8; Col 2, 3). Invece ciò che il Verbo è al di fuori del tempo e dello spazio, è coeterno al Padre e tutto intero in ogni luogo; di questo, se qualcuno può, per quanto gli è possibile, parlare secondo verità, ciò che dirà apparterrà alla sapienza (1Cor 12, 8); per questo motivo il Verbo fatto carne, Cristo Gesù, possiede i tesori della sapienza e della scienza (Gv 1, 14; Col 2, 2-3). Ecco perché l’Apostolo scrive ai Colossesi: “Voglio infatti che voi sappiate quanto grande sia la lotta che io sostengo per voi e per questi che sono a Laodicea e per tutti coloro che non mi hanno mai veduto di persona, affinché siano consolati i loro cuori e, intimamente uniti in carità, possano essere del tutto arricchiti d’una pienezza d’intelligenza, per conoscere il mistero di Dio, che è Cristo, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2, 1-3). Chi può sapere in quel misura l’Apostolo conosceva questi tesori, quanto era penetrato in essi, quali misteri aveva scoperto? Da parte mia tuttavia, secondo ciò che sta scritto: “La manifestazione dello Spirito è data a ciascuno di noi per utilità: infatti ad uno è dato dallo Spirito il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza, secondo lo stesso Spirito” (1Cor 12, 7-8), se la differenza tra la sapienza e la scienza risiede in questo: che la sapienza si riferisce alle cose divine, la scienza a quelle umane, riconosco l’una e l’altra in Cristo e con me la riconosce ogni fedele di Cristo. E quando leggo: “Il Verbo si è fatto carne ed abitò tra noi” (Gv 1, 14), nel Verbo vedo con l’intelligenza il vero Figlio di Dio (2Cor 1, 19), nella carne riconosco il vero figlio dell’uomo (Dan 7, 13; Mt 9, 6; Mc 2, 10; Lc 5, 24; Gv 5, 27), l’uno e l’altro uniti nella sola persona del Dio-uomo, per un dono ineffabile della grazia. Per questo l’Evangelista aggiunge: “E abbiamo contemplato la sua gloria, gloria uguale a quella dell’Unigenito del Padre pieno di grazia e di verità (Gv 2, 14). Se riferiamo la grazia alla scienza, la verità alla sapienza (cf. 1Cor 12, 8), penso che non andiamo contro la distinzione tra scienza e sapienza, che abbiamo proposto. Infatti, nell’ordine delle cose che traggono la loro origine nel tempo, la grazia più alta è l’unione dell’uomo con Dio nell’unità della stessa persona, nell’ordine delle cose eterne la più alta verità è, a ragione, attribuita al Verbo di Dio. Ora, quello stesso che è l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità (Gv 1, 14), l’incarnazione fa sì che egli sia pure quello stesso il quale agisce per noi nel tempo affinché, purificati per mezzo della fede in lui, lo contempliamo per sempre nell’eternità. I più grandi filosofi pagani poterono, per mezzo della creazione, contemplare con l’intelligenza le perfezioni invisibili di Dio (Rm 1, 20); tuttavia poiché filosofarono senza il Mediatore, cioè senza il Cristo uomo e non hanno creduto ai Profeti che vaticinarono la sua venuta, né agli Apostoli che proclamarono tale venuta, hanno tenuta imprigionata la verità, come sta scritto di loro, nell’ingiustizia (Rm 1, 18). Posti in quest’ultimo grado della creazione, non poterono infatti che cercare dei mezzi per giungere a quelle realtà di cui avevamo compreso la grandezza; così facendo sono caduti negli inganni dei demoni che hanno fatto loro scambiare la gloria di Dio incorruttibile con delle immagini rappresentanti l’uomo corruttibile, uccelli, quadrupedi e rettili ( Rm 1, 23). Infatti sotto tali forme hanno costruito degli idoli e hanno reso loro culto (cf. Rm 1, 25). Dunque la nostra scienza è Cristo (cf. 1Cor 12, 8); la nostra sapienza è ancora lo stesso Cristo. È Lui che introduce in noi la fede che concerne le cose temporali, Lui che ci rivela la verità concernente le cose eterne. Per mezzo di Lui andiamo a Lui, per mezzo della scienza tendiamo alla sapienza; senza tuttavia allontanarci dal solo e medesimo Cristo in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2, 3). Ma ora parliamo della scienza, riservandoci di parlare in seguito della sapienza, per quanto Egli ci donerà di farlo. Tuttavia guardiamoci dal prendere queste parole in un’accezione così precisa che ci impedisca di parlare di sapienza a riguardo delle cose umane, e di scienza a riguardo delle cose divine. In senso lato si può parlare di sapienza in ambedue i casi ed in ambo i casi si può parlare di scienza. Tuttavia l’Apostolo non avrebbe scritto mai: “ad uno è dato il linguaggio della sapienza, ad un altro il linguaggio della scienza (1Cor 12, 8), se ciascuna di queste parole non avesse un’accezione propria. La Trinità, XII, 14,22 e XIII, 19,24, in “Opere di Sant’Agostino”, tr. it. di Giuseppe Beschin, Città Nuova, Roma 1987, vol. IV, pp. 491-492 e 551-555.

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020127_lettera-fedeli_it.html

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore (Sal 33,8) e preferiscono le tenebre alla luce (Gv 3,19); non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti; di questi dice il profeta: Maledetti coloro che si allontanano dai tuoi comandamenti (Sal 118,21).Invece, come sono beati e benedetti quelli che amano il Signore e fanno così come dice lo stesso Signore nel Vangelo: Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con purità di cuore e di mente poiché egli sopra ogni altra cosa esigendo questo, dice: I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,23). Tutti infatti coloro che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità (Gv 4,24).E lodiamolo e preghiamolo giorno e notte dicendo: Padre nostro, che sei nei cieli, poiché bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1). Dobbiamo poi confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il corpo e il sangue del Signor nostro Gesù Cristo. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può entrare nel regno di Dio (Cfr. Gv 6,54).Tuttavia lo deve mangiare e bere degnamente, poiché chi indegnamente lo riceve, mangia e beve la sua condanna (1Cor 11,29), non riconoscendo il corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi.Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza (Lc 3,8). E amiamo il prossimo come noi stessi; e se uno non vuole o non può amarlo come se stesso,almeno non gli faccia del male, ma gli faccia del bene. Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore. Il giudizio infatti sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia (Gc 2,13). Abbiamo perciò carità e umiltà, e facciamo elemosine, poiché esse lavano l’anima dalla bruttura dei peccati (Cfr Tb 4,11). Gli uomini infatti perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo; ma portano con sé la ricompensa della carità e le elemosine che hanno fatto e di cui avranno dal Signore il premio e la degna ricompensa. »

Preghiera Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio concedi a noi miseri di fare, per tua grazia, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che ti piace, affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, il Signor nostro Gesù Cristo e a te, o Altissimo, giungere con l’aiuto della tua sola grazia. Tu che vivi e regni glorioso nella Trinità perfetta e nella semplice Unità, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B” (memoria 14 dicembre)

http://www.pasomv.it/testi/testivari/giovannidellacroce/

S. GIOVANNI DELLA CROCE CANTICO SPIRITUALE “B”

STROFA 1
1. Dove ti sei nascosto, Amato?
Sola qui, gemente, mi hai lasciata!
Come il cervo fuggisti,
dopo avermi ferita;
gridando t’inseguii: eri sparito!
1-
2- In questa prima strofa, l’anima innamorata del Verbo Figlio di Dio, suo Sposo, desiderando unirsi con Lui mediante la visione chiara ed essenziale, espone le sue ansie d’amore, lamentandosi con Lui della sua assenza. E ciò specialmente perché, essendo ferita dall’amore suo per mezzo del quale è uscita da tutte le cose create e da se stessa, deve ancora soffrire l’assenza dell’Amato, dal momento che Egli non la discioglie dalla carne mortale per renderle possibile di goderlo nella gloria dell’eternità.
Perciò dice: Dove ti nascondesti?
3- Come se dicesse: Verbo, Sposo mio, mostrami il luogo dove stai nascosto. Con queste parole gli chiede la manifestazione della sua divina essenza, perché il luogo dove il Figlio di Dio sta nascosto, è come dice S. Giovanni (1,18), il seno del Padre, cioè l’essenza divina, la quale è lontana e nascosta ad ogni occhio mortale e ad ogni intelletto. Ciò volle dire Isaia quando affermò: Veramente tu sei un Dio nascosto (45,15).
Qui è bene notare come per quanto siano elevate le comunicazioni e gli atti delle divine presenze, alte e sublimi le notizie di Dio che l’anima ha in questa vita, tutto ciò non è essenzialmente Dio né ha a che vedere con Lui, poiché invero Egli è ancora nascosto all’anima. È necessario perciò che essa lo stimi superiore a tutte queste grandezze, lo creda nascosto e lo cerchi come tale dicendo: Dove ti nascondesti?
Poiché né l’alta comunicazione né la presenza sensibile sono indizio maggiore della sua presenza per grazia, né la mancanza di tutto ciò nell’anima ne indica l’assenza perciò il Profeta Giobbe dice: Se verrà a me, non lo vedrò; e se mi fuggirà non me ne accorgerò (9,11).
4- Queste parole ci fanno intendere come, se percepisce qualche grande comunicazione, notizia divina o qualche altro sentimento, l’anima non deve credere che ciò sia vedere chiaramente o possedere essenzialmente Dio, né pensare di essere più in Lui, per quanto grande esso sia. Se tutte queste comunicazioni sensibili e intellegibili le vengono a mancare ed essa rimanesse arida, tra le tenebre e priva di aiuto, non deve credere perciò che le manchi Dio, poiché realmente nel primo caso non può sapere con certezza di essere in grazia di Dio, e nel secondo di esserne priva, secondo quanto afferma il Savio: Nessun uomo mortale può sapere se sia degno di amore o di odio davanti a Dio (Qo 9,1).
Pertanto scopo principale dell’anima nel verso presente non è soltanto quello di chiedere solo la devozione affettiva e sensibile, in cui non v’è né la certezza né la chiarezza del possesso dello Sposo in questa vita, ma specialmente quello di domandare la presenza e la chiara visione della sua essenza con cui desidera di essere assicurata e soddisfatta nella gloria.
5- Proprio questo vuole affermare la sposa nel Cantico (1,6) allorché, desiderando di unirsi con la divinità del Verbo suo Sposo, la chiede al Padre: Mostrami dove ti pasci e dove ti riposi sul mezzogiorno. Chiedendogli dove si pasca, gli domanda di mostrarle l’essenza del Verbo divino, poiché il Padre non si pasce in altra cosa che nell’unico suo Figlio, che è la sua gloria. Pregando che le mostri dove riposa, gli chiede la stessa cosa, giacché il Padre non riposa né sta in altro luogo che nel suo unico Figlio, unica sua delizia, nel quale riposa comunicandogli tutta la sua essenza, sul mezzogiorno, cioè nell’eternità, dove sempre lo ha generato e sempre lo genera. Dunque il Verbo divino dove il Padre si pasce con gloria infinita e questo petto [letto] fiorito dove Egli prende riposo con immenso diletto amoroso, nascosto ad ogni creatura mortale, chiede qui l’anima sposa quando dice: Dove ti nascondesti?
6- Affinché quest’anima sitibonda nella vita presente riesca a trovare il suo Sposo e unirsi con Lui per unione di amore, secondo quanto è possibile, e mitighi la sua sete almeno con una goccia che di Lui si può gustare in terra, sarà bene che io risponda a quello che ella chiede allo Sposo. Sostituendomi a Lui, le mostrerò il luogo più sicuro dove Egli si nasconde, perché sicuramente ve lo trovi con la maggiore perfezione e con il maggior sapore possibile in questa vita, e così non incomincerà ad andare vagando inutilmente dietro le orme delle sue compagne.
A tale scopo c’è da notare che il Verbo Figlio di Dio, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, se ne sta essenzialmente nascosto nell’interno [nell'intimo centro “A”] dell’anima. Quindi l’anima che vuol trovarlo, deve allontanarsi secondo l’affetto e la volontà da tutte le cose create e ritirarsi in sommo raccoglimento dentro di sé come se tutto il resto non esistesse. Perciò S. Agostino dice nei Soliloqui [Pseudo-Agostino, Soliloquiorum animæ ad Deum liber unus, c. 30, ML 40, 888] parlando con Dio: Non ti trovavo, o Signore, di fuori, perché fuori cercavo male te che stavi dentro.
Dio dunque è nascosto nell’anima, dove il bravo contemplativo deve cercarlo: Dove ti nascondesti?
7- O anima bellissima fra tutte le creature, che desideri tanto conoscere il luogo dove si trova il tuo Diletto, per trovarlo ed unirti a Lui! Ormai ti è stato detto che tu stessa sei il luogo in cui Egli dimora e il nascondiglio dove si cela. Tu puoi grandemente rallegrarti sapendo che tutto il tuo bene e l’intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te o, per dire meglio, che tu non puoi stare senza di Lui: Sappiate – dice lo Sposo – che il regno di Dio è dentro di voi (Lc 17,21) e il suo servo, l’apostolo S. Paolo soggiunge: Voi siete il tempio di Dio (2Cor 6,16).
8- È grande conforto per l’anima sapere che Dio non le viene mai meno, anche se essa è in peccato mortale; quanto meno Egli abbandonerà quella che è in grazia!
Che vuoi di più, o anima, e perché cerchi ancora fuori di te, dal momento che hai dentro di te le tue ricchezze, i tuoi diletti, la tua soddisfazione, la tua abbondanza e il tuo regno, cioè l’Amato, che tu desideri e brami? Gioisci e rallegrati con Lui nel tuo raccoglimento interiore, perché lo hai così vicino! Qui desideralo, adoralo, senza andare a cercarlo altrove, poiché ti distrarresti, ti stancheresti senza poterlo né trovare né godere con maggiore certezza e celerità, né averlo più vicino che dentro di te. Vi è un’unica difficoltà e cioè che, pur essendo dentro di te, se ne sta nascosto; però è già molto se si conosce il luogo dove sta nascosto per cercarlo con la certezza di trovarlo. È quanto tu, o anima, chiedi allorché con affetto di amore dici: Dove ti nascondesti?
9- Tuttavia mi puoi dire: se l’Amato dell’anima mia è dentro di me, perché non lo trovo e non lo sento?
Ciò accade perché Egli se ne sta nascosto e tu non ti nascondi per trovarlo e per sentirlo. Infatti chi vuol trovare una cosa nascosta deve entrare fino al nascondiglio dove quella si trova e, quando la trova, anch’egli è nascosto con lei. Dunque poiché il tuo Sposo amato è il tesoro nascosto nel campo dell’anima tua, per il qual tesoro l’astuto mercante vendette tutti i suoi beni (Mt 13,44) sarà necessario che tu, per trovarlo, dimenticando tutte le cose e allontanandoti da tutte le creature ti rifugi nel nascondiglio interiore del tuo spirito (Mt 6,6) e serrata la porta dietro di te, vale a dire chiusa la tua volontà a tutte le cose, preghi occultamente il Padre tuo (Ibid.). Allora, rimanendo nascosta con Lui, lo sentirai e lo amerai di nascosto, lo godrai e ti diletterai con Lui di nascosto, ossia in maniera superiore ad ogni espressione e sentimento umano.
10- Orsù, anima bella, poiché ora sai che il Diletto tanto desiderato dimora nascosto nel tuo seno, procura di essere bene nascosta con Lui e così lo abbraccerai e lo sentirai con affetto d’amore nel tuo seno. Ricordati che Egli ti invita a questo nascondiglio per mezzo di Isaia il quale dice: Vai, entra nel tuo nascondiglio chiudi dietro di te le tue porte, cioè tutte le tue potenze a tutte le creature, nasconditi per un momento (26,20), vale a dire per questo momento della vita temporale. Poiché se nella brevità della vita presente, come dice il Savio, tu, anima fortunata, custodirai con ogni cura il tuo cuore (Pr 4,23), indubbiamente il Signore ti concederà quanto promette per mezzo di Isaia: Ti darò gli occulti tesori e ti svelerò la sostanza dei segreti e dei misteri (45,3), sostanza la quale è Dio stesso, poiché Egli è la sostanza e il concetto della fede, e questa è il segreto e il mistero. Quando verrà rivelato e manifestato quanto la fede ci tiene nascosto, cioè la perfezione di Dio, come dice S. Paolo (1Cor 13,10), allora all’anima sarà manifestata la sostanza dei misteri segreti.
Anche se in questa vita, per quanto si nasconda, l’anima non può giungere mai a conoscere le profondità come nell’altra, tuttavia, se come Mosè si rifugerà nella caverna della pietra (Es 33,22-23), cioè nell’imitazione vera della vita del Figlio di Dio, suo Sposo, con l’aiuto della destra di Dio, meriterà di vedere le spalle di Lui, vale a dire di raggiungere in terra tanta perfezione da unirsi e trasformarsi per amore nel Figlio di Dio, suo Sposo. In tal modo ella si sente tanto unita con Lui e così sapientemente istruita nei suoi misteri che per quanto riguarda la conoscenza di Lui in questa vita, non ha bisogno di dire: Dove ti nascondesti?
11- È già stato detto, o anima, il metodo che ti conviene seguire per trovare lo Sposo nel tuo nascondiglio. Ma se vuoi che io te lo ripeta, ascolta una parola ricca di sostanza e di verità inaccessibile: cercalo con fede e con amore, senza cercare soddisfazione in cosa alcuna, e senza desiderare di gustarla e intenderla fuori di quanto è necessario; queste due cose, come la guida del cieco, ti condurranno per vie a te ignote, al nascondiglio di Dio. Infatti la fede, cioè il segreto di cui si è parlato, è simile alle gambe delle quali l’anima si serve per andare verso Dio, e l’amore è la guida che ve la conduce, di modo che, trattando i misteri e i segreti della fede, meriterà che l’amore le manifesti quello che tale virtù racchiude in sé, vale a dire lo Sposo che ella desidera in terra per mezzo della grazia speciale dell’unione divina e in cielo per mezzo della gloria essenziale, godendo non più nascostamente, ma faccia a faccia.
Intanto, quantunque l’anima arrivi a tale unione, che è lo stato più alto a cui si può giungere in questa vita, poiché lo Sposo è nascosto nel seno del Padre, dove desidera goderlo nell’altra, ella continua a dire: Dove ti nascondesti?
12- Fai molto bene, o anima, a cercarlo sempre nascosto, poiché facendo così glorifichi Dio e ti avvicini molto a Lui stimandolo per l’essere più alto e profondo di tutti quelli che tu puoi raggiungere. Non ti fermare quindi né molto né poco in ciò che le tue potenze possono comprendere, vale a dire, non ti volere mai appagare di ciò che puoi intendere di Dio, ma piuttosto di ciò che di Lui non puoi capire. Non ti fermare mai nell’amore e nel diletto di ciò che intendi e senti di Dio, ama e dilettati solo in ciò che di Lui non puoi né intendere né sentire: questo vuol dire cercarlo in fede. Essendo Dio inaccessibile e nascosto, come è stato detto, anche se ti sembra di trovarlo, di sentirlo e di capirlo, lo devi ritenere sempre per nascosto e come tale lo devi servire in occulto. Non voler essere come i molti insipienti i quali, avendo un concetto volgare di Dio, allorché non lo intendono, non lo gustano e non lo sentono, credono che Egli sia lontano e nascosto, mentre è piuttosto vero il contrario e cioè che quanto meno distintamente l’intendono, più si accostano a Lui, poiché come dice il Profeta David: Pose il suo nascondiglio nelle tenebre (Sal 17,12). Così avvicinandoti a Lui, il tuo occhio fiacco deve necessariamente essere colpito dalle tenebre.
Dunque fai molto bene in ogni tempo, sia nelle avversità che nelle prosperità spirituali o temporali, a considerare Dio come nascosto e ad invocarlo dicendo: Dove ti nascondesti?, …… in gemiti lasciandomi, o Diletto?
13- Lo chiama Diletto per commuoverlo e spingerlo ad esaudire la sua preghiera poiché, se è amato, il Signore con grande facilità ascolta la preghiera di chi lo ama. Lo dice Egli stesso in S. Giovanni: Se rimarrete in me, chiedete ciò che volete e vi sarà dato (15,7). L’anima quindi lo può chiamare veramente Amato allorché dimora interamente con Lui, non avendo il cuore attaccato ad altra cosa all’infuori di Lui e volgendo ordinariamente a Lui il pensiero. Perciò Dalila dice a Sansone, il cui affetto era privo di ciò: Come puoi dire di amarmi, mentre il tuo animo è lontano da me? (Gd 16,15), animo che include il pensiero e l’affetto.
Dunque alcuni chiamano Amato il loro Sposo, ma non lo amano veramente, poiché il loro cuore non è tutto per Lui e quindi la loro richiesta non ha molto valore al cospetto di Dio e non viene esaudita finché perseverando nella loro orazione, non riescono ad intrattenere a lungo in Lui il loro animo e a stabilirvi il cuore con affetto totale, perché dal Signore niente si ottiene se non per mezzo dell’amore.
14- Riguardo a quanto l’anima dice subito: In gemiti lasciandomi, bisogna notare come l’assenza dell’Amato causa un gemito continuo nell’amante poiché, dato che ama solo Lui, all’infuori di Lui non trova alcun riposo e sollievo. Indizio certo per sapere se uno ama veramente Dio è quindi quello di vedere se si contenta di cose inferiori a Lui.
Ma cosa dico: – si contenta? Poiché anche se possedesse tutte le cose insieme, non sarebbe soddisfatto; anzi, la sua soddisfazione sarebbe minore, quanto maggiori fossero le cose possedute, poiché il cuore non si contenta di possedere le cose, ma di essere privo di tutto e povero di spirito. Giacché in questa povertà consiste la perfezione dell’amore in cui si ha il possesso di Dio con vincolo stretto e con grazia speciale, l’anima, una volta che l’abbia raggiunta, vive in terra con una certa soddisfazione, che però non è sazietà piena, simile a David il quale, pur essendo tanto perfetto, aspettava di essere soddisfatto in cielo dicendo: Mi sazierò quando apparirà la tua gloria (Sal 16,15).
Perciò la pace, la tranquillità e la soddisfazione del cuore, a cui può giungere in terra, non sono sufficienti perché l’anima cessi di emettere nell’intimo qualche gemito, anche se pacifico e non penoso, prodotto dalla speranza di ciò che le manca. Il gemito infatti è congiunto alla speranza, come quello che, al dire di S. Paolo, emettevano lui e gli altri, quantunque perfetti: Noi stessi, che godiamo le primizie dello spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione dei figli di Dio ( Rm 8,23).
Tale gemito quindi emette l’anima nel suo cuore innamorato, poiché il gemito scaturisce colà dove si ha la ferita d’amore. Ella grida sempre addolorata per la mancanza dello Sposo, specialmente se, dopo aver gustato qualche dolce e saporosa sua comunicazione, improvvisamente si trova arida e sola.
Perciò soggiunge: Come il cervo fuggisti.
15- C’è da osservare che nel Cantico (2,9) la sposa paragona lo Sposo al cervo e alla capra selvatica dicendo: Il mio Amato è simile alla capra e al figlio dei cervi. Afferma ciò non solo perché, come il cervo, egli se ne sta remoto, solitario ed evita la compagnia, ma anche a causa della velocità con cui l’Amato si nasconde e si mostra durante le visite che fa alle anime devote per ricrearle e animarle e negli smarrimenti e nelle assenze che fa percepire ad esse dopo tali visite per provarle e ammaestrarle. E così fa in modo che esse ne sentano più dolorosamente l’assenza, secondo quanto fa intravedere l’anima quando dice: Dopo avermi ferito,
16- come se dicesse: Non mi basta la pena e il dolore che ordinariamente soffro per la tua assenza poiché, dopo avermi ferito di più d’amore con la tua freccia ed avermi accresciuto la passione e il desiderio della tua vista, fuggi con leggerezza di un cervo e non ti lasci prendere neppure per un istante.
17- Per spiegare maggiormente questo verso è bene notare come, oltre a molti altri generi di visite che Dio fa all’anima, mediante le quali la piaga ed eleva in amore, Egli suole accordarle anche alcuni tocchi d’amore i quali, come saette di fuoco, la feriscono e la trapassano, lasciandola cauterizzata con fuoco amoroso. Queste vengono dette con proprietà ferite d’amore e di esse parla ora l’anima. Esse accendono tanto in affetto la volontà, da fare in modo che l’anima bruci nel fuoco ardente di amore talché le sembra di consumarsi in quella fiamma, la quale la fa uscire fuori di sé, rinnovare tutta e passare ad un nuovo modo di essere, simile alla fenice che brucia e rinasce di nuovo. Parlando della cosa David dice: il mio cuore si infiammò; i miei reni si cambiarono, io fui annichilito e non seppi. (Sal 72,21-22).
18- Gli appetiti e gli affetti che il Profeta comprende sotto il termine di reni, si commuovono tutti, mutandosi in divini durante quell’incendio amoroso del cuore, e l’anima per amore si riduce a niente, non sapendo null’altro che amare. Avviene ora il cambiamento dei reni, accompagnato da un grande tormento ansioso di vedere Dio, in modo che all’anima sembra intollerabile il rigore usato dall’amore con lei. Le accade ciò non perché è stata ferita dal Signore (infatti ella ritiene salutari queste ferite d’amore), ma perché è stata lasciata in preda alla sofferenza, mentre avrebbe dovuto ferirla a morte, onde potersi unire con Lui nella chiara visione dell’amore perfetto.
19- Pertanto, per mettere in risalto il suo dolore, ella dice: Dopo avermi ferita, cioè, dopo avermi lasciata così ferita da morire per amor tuo, ti sei nascosto con la velocità del cervo. Questo dolore è così forte, perché in quella ferita d’amore ricevuta da Dio, l’anima con velocità sublime dirige l’affetto della volontà verso il possesso dell’Amato di cui ha sentito il tocco. Con la stessa velocità però ne percepisce e si accorge che in terra non lo può possedere come desidera. Al tempo stesso questa assenza le fa emettere un gemito, poiché le visite di cui si parla non sono come le altre in cui Dio solleva l’anima e la rende contenta; esse vengono fatte per ferire più che per sanare, per affliggere più che per recare sollievo, poiché servono per avvivare la notizia, per accrescere il desiderio e quindi l’ansia dolorosa di vedere Dio.
Queste, che vengono dette ferite spirituali di amore, sono molto gustose e desiderabili per l’anima, la quale quindi vorrebbe morire mille volte sotto i colpi di questa lancia, perché la fanno uscire da sé e penetrare in Dio. Parla della cosa il verso che segue: ti uscii dietro gridando: ti eri involato.
20- Nessuno, se non chi le ha inflitte, può trovare una medicina per ferite di amore. Perciò l’anima trafitta, spinta dalla forza del fuoco della ferita, è uscita dietro al Diletto da cui era stata colpita, gridando perché la risanasse.
È necessario notare che ella può uscire per andare a Dio in due maniere: prima, uscendo da tutte le cose disprezzandole e aborrendole; seconda, uscendo da se stessa per mezzo dell’oblio di sé, cosa che si attua per amore di Dio.
E così è come se dicesse: Sposo mio, con quel tocco e con quella ferita di amore, hai allontanato l’anima mia non solo da tutte le cose, ma anche da se stessa (in verità sembra che la tragga fuori anche dal corpo) e mi hai elevato a te, mentre io, già distaccata da tutto, gridavo dietro a te per unirmi a te. Ti eri involato!
21- Come se dicesse: Quando ho voluto impadronirmi della tua presenza, non ti ho trovato e sono rimasta vuota e distaccata da tutto, penando nell’aura amorosa, priva del tuo e mio appoggio.
Ciò che l’anima dice uscire per andare verso Dio, la sposa dei Cantici chiama «levarsi» dicendo: Mi alzerò e andrò in giro per la città; per le vie e per le piazze cercherò colui che l’anima mia ama; l’ho cercato e non l’ho trovato e mi ferirono (3,2; 5,7). Il termine «alzarsi» va qui preso in senso spirituale, significa andare dal basso verso l’alto ed equivale a quello di «uscire» usato dall’anima, uscire cioè dal proprio amore imperfetto a quello perfetto di Dio. come innalzarsi dal basso verso l’alto, che è uguale ad uscire da sé, vale a dire, dai propri modi di agire e dall’amore imperfetto a quello perfetto di Dio.
Ma nel testo la sposa afferma di essere rimasta piagata perché non ha trovato lo Sposo; anche nella strofa l’anima dice di essere stata abbandonata dopo essere stata ferita d’amore. Quindi chi ama vive sempre in pena per la lontananza dell’Amato, poiché, essendosi donato a colui che ama, ne spera il contraccambio, spera cioè che Egli faccia lo stesso, mentre invece non le si dona. E perciò, se da una parte è già è perduto a se stesso e a tutte le cose per l’Amato, dall’altra non ha trovato nessun guadagno da tale perdita, perché è ancora privo di Lui.
22- Tale sentimento doloroso dell’assenza dell’Amato, al tempo di questa divina ferita, in coloro che si avvicinano alla perfezione è così grande che, se il Signore non provvedesse altrimenti, essi cesserebbero di vivere. Infatti, avendo la volontà sana e lo spirito puro e sano, ben disposto verso Dio, e gustando nello stato attuale qualche dolcezza dell’amore di Dio, verso il quale tendono sopra tutto, tali anime soffrono in maniera indicibile e perché, come da uno spiraglio, intravedono un bene immenso che viene loro negato.

Publié dans:SANTI, Santi - scritti |on 14 décembre, 2015 |Pas de commentaires »

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

http://www.summagallicana.it/lessico/b/Bernardo%20di%20Chiaravalle%20Santo.htm

SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE – 20 AGOSTO

Santo, dottore della Chiesa, mistico e filosofo, detto Doctor mellifluus (Fontaines, Digione, 1090 o 1091 – Clairvaux 1153). È considerato il secondo fondatore dell’ordine dei Cistercensi (dal latino medievale. cisterciensis, da Cistercium, nome antico di Cîteaux, abbazia della Francia, nel comune di Saint-Nicolas-lès-Cîteaux dipartimento della Côte-d’Or dove nel 1098 da una ventina monaci benedettini con l’abate Roberto era stato fondato per la prima volta il Sacer Ordo Cistercensis), Cistercensi che da lui furono detti Bernardini.
Apparteneva a famiglia nobile e pia della Borgogna e venne educato dai canonici regolari. Nel 1112 entrò nell’abbazia di Cîteaux, il che rappresentò l’avvio per una splendida fioritura che vide in pochissimi anni la fondazione di quattro nuovi monasteri. Nel 1115 Santo Stefano Harding inviò Bernardo a fondare quel monastero che assunse il nome di Clairvaux (clara vallis, Chiaravalle), di cui Bernardo fu abate fino alla morte. Egli però percorse in continuazione tutta l’Europa esercitando un grande influsso religioso e anche politico su vescovi e principi.
Sostenne, per esempio, nel Concilio di Étampes (1130) papa Innocenzo II contro lo scismatico Anacleto II; accompagnò quindi il papa in Italia nel 1133 (e vi svolse opera di pacificazione tra Pisani e Genovesi) e nel 1135: data importante, oltre che per l’opera politica svolta a Milano, anche per la fondazione dell’abbazia milanese di Chiaravalle, che inaugurò tutta una serie di nuove fondazioni.
Bernardo si prefisse una propria riforma ecclesiastica contro Arnaldo da Brescia; costruì un proprio mistico cristocentrismo contro la teologia dialettica di Abelardo; combatté l’eresia dei Petrobrusiani. Su incarico del papa Eugenio III predicò nel 1146-47 in Francia la crociata per la liberazione dei luoghi santi. La sua predicazione fu tanto efficace che 200.000 uomini guidati da Corrado III e Luigi VII il Giovane presero le armi. La crociata però finì in modo disastroso.
Nel 1149 Bernardo iniziò il De consideratione libri V ad Eugenium III con un vasto piano di restaurazione della disciplina ecclesiastica. I numerosi scritti di Bernardo comprendono lettere, sermoni, trattati ascetico-mistici, monastici, liturgici, dogmatici, apologetici, agiografici: nel complesso una vera e propria somma di spiritualità. In campo politico Bernardo formulò la dottrina delle “due spade”, cioè del potere religioso e temporale, che assieme dovevano debellare le eresie e i pericoli per l’unità politica e condurre i sudditi cristiani al porto sicuro della concordia sociale e dell’unità nella fede.
Da un punto di vista filosofico, Bernardo insiste sulla cooperazione volontà-grazia nel processo di santificazione dell’uomo, che avviene con la mediazione del Cristo attraverso i gradi dell’umiltà e dell’amore. Il Doctor mellifluus ha esaltato anche Maria, che egli considera “mediatrice universale delle grazie”. Appassionato cultore del canto gregoriano, ne promosse una riforma per liberarlo da arbitrarie interpolazioni e ricondurlo alla sua originaria purezza. Fu canonizzato nel 1174. Festa il 20 agosto. I passi alpini valdostani del Piccolo San Bernardo (2188 m, Alpi Graie) e del Gran San Bernardo (2469 m, Alpi Pennine) sono dedicati a un altro santo, San Bernardo di Mentone (923-1008).
Bernardo di Chiaravalle o Bernard de Clairvaux (Fontaine-lès-Dijon, 1090 – Ville-sous-la-Ferté, 20 agosto 1153) è stato un teologo e abate francese, fondatore della celebre abbazia di Clairvaux. Viene venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Canonizzato nel 1174 da papa Alessandro III, fu dichiarato Dottore della Chiesa, Doctor Mellifluus, da papa Pio VIII nel 1830.

Biografia
Terzo di sette fratelli, nacque da Tescelino il Sauro, vassallo di Oddone I di Borgogna, e da Aletta, figlia di Bernardo di Montbard, anch’egli vassallo del duca di Borgogna. Studiò solo grammatica e retorica (non tutte le sette arti liberali, dunque) nella scuola dei canonici di Nôtre Dame di Saint-Vorles, presso Châtillon-sur-Seine, dove la famiglia aveva dei possedimenti.
Ritornato nel castello paterno di Fontaines, nel 1111, insieme ai cinque fratelli e ad altri parenti e amici, si ritirò nella casa di Châtillon per condurvi una vita di ritiro e di preghiera finché, l’anno seguente, con una trentina di compagni si fece monaco nel convento cistercense di Cîteaux, fondato quindici anni prima da Roberto di Molesmes e allora retto da Stefano Harding.
Nel 1115, insieme a dodici compagni, tra i quali erano quattro fratelli, uno zio e un cugino, si trasferì nella proprietà di un parente, nella regione della Champagne, che aveva donato ai monaci un vasto terreno sulle rive del fiume Aube, nella diocesi di Langres perché vi fosse costruito un nuovo convento cistercense: essi chiamarono quella valle Clairvaux, chiara valle.
Ottenuta l’approvazione del vescovo Guglielmo di Champeaux e ricevute numerose donazioni, l’abbazia divenne in breve tempo un centro di richiamo oltre che di irradiazione: già dal 1118 monaci di Clairvaux partirono per fondare altrove nuovi conventi, come a Trois-Fontaines, a Fontenay, a Foigny, a Autun, a Laon; si calcola che nell’arco dei primi 40 anni furono sessantotto i conventi fondati da monaci provenienti da Chiaravalle.

La polemica con Cluny
Nella Lettera 1, spedita verso il 1124 al cugino Roberto, Bernardo mostra di considerare la vita monastica dei benedettini di Cluny, allora all’apogeo del loro sviluppo, come un luogo che negava i valori della povertà, dell’austerità e della santità; egli rifiuta la teoria della regola benedettina della stabilitas – ossia del legame permanente e definitivo che dovrebbe stabilirsi fra monaco e monastero – sostenendo la legittimità del passaggio da un convento cluniacense a uno cistercense, essendovi in quest’ultimo professata una regola più rigorosa e più aderente alla Regola di San Benedetto, pertanto una vita monastica perfetta. La polemica fu da lui ripresa nell’ Apologia all’abate Guglielmo, sollecitata da Guglielmo, abate del monastero di Saint-Thierry, che ebbe una risposta dall’abate di Cluny, Pietro il Venerabile, nella quale l’abate rivendicava la legittimità della discrezione nell’interpretazione della regola benedettina.
Nel 1130, alla morte di Onorio II, furono eletti due papi: uno, dalla fazione della famiglia romana dei Frangipane, col nome di Innocenzo II e un altro, appoggiato dalla famiglia dei Pierleoni, con il nome di Anacleto II; Bernardo appoggiò attivamente il primo che, nella storia della Chiesa, per quanto eletto da un minor numero di cardinali, sarà riconosciuto come autentico papa, grazie soprattutto all’appoggio dei maggiori regni europei.
Numerosi furono i suoi interventi in questioni che riguardavano i comportamenti di ecclesiastici: accusò di scorrettezza Simone, vescovo di Noyon e di simonia Enrico, vescovo di Verdun; nel 1138 favorì l’elezione a vescovo di Langres del proprio cugino Goffredo della Roche-Vanneau, malgrado l’opposizione di Pietro il Venerabile e, nel 1141, ad arcivescovo di Bourges di Pietro della Châtre, mentre l’anno dopo ottenne la sostituzione di Guglielmo di Fitz-Herbert, vescovo di York, con l’amico cistercense Enrico Murdac, abate di Fountaine.

I Templari
Nel 1119 alcuni cavalieri, sotto la guida di Ugo di Payns, feudatario della Champagne e parente di Bernardo, fondarono un nuovo ordine monastico-militare, l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, con sede in Gerusalemme, nella spianata ove sorgeva il Tempio ebraico; lo scopo dell’Ordine, posto sotto l’autorità del patriarca di Gerusalemme, era di vigilare sulle strade percorse dai pellegrini cristiani. L’Ordine ottenne nel concilio di Troyes del 1128 l’approvazione di papa Onorio II e sembra che la sua regola sia stata ispirata da Bernardo, il quale scrisse, verso il 1135, l’Elogio della nuova cavalleria (De laude novae militiae ad Milites Templi).
L’interesse di Bernardo per le vicende politiche del suo tempo si manifestò anche in occasione dei conflitti che opposero il conte della Champagne, Tibaldo II, da lui sostenuto, al re Luigi VII di Francia e in occasione della repressione, nel 1140, del neonato Comune di Reims, operata dal suo pupillo cistercense, il vescovo Sansone di Mauvoisin.

Il conflitto con Abelardo
Grande fu la risonanza del conflitto che oppose Bernardo al filosofo Pietro Abelardo. Nel 1140 Guglielmo di Saint-Thierry, cistercense del convento di Signy, scriveva al vescovo di Chartres, Goffredo di Lèves e a Bernardo, denunciando che due opere di Abelardo, il Liber sententiarum e la Theologia scholarium, contenevano, a suo giudizio, affermazioni teologicamente erronee, elencandole in un proprio scritto, la Discussione contro Pietro Abelardo.
Bernardo, senza preoccuparsi di leggere i testi (ma è vero?), scrisse a papa Innocenzo II la Lettera 190, sostenendo che Abelardo concepiva la fede una semplice opinione; davanti agli studenti parigini pronunciò il sermone de La conversione, attaccando Abelardo e invitandoli ad abbandonare le sue lezioni.
Abelardo reagì chiedendo all’arcivescovo di Sens di organizzare un pubblico confronto con Bernardo, da tenersi il 3 giugno 1140, ma questi, temendo l’abilità dialettica del suo controversista, il giorno prima presentò 19 affermazioni chiaramente eretiche, attribuendole ad Abelardo, chiamando i vescovi presenti a condannarle e invitando il giorno dopo lo stesso Abelardo a pronunciarsi in proposito. Al rifiuto di Abelardo, che abbandonò il concilio, seguì la condanna dei vescovi, ribadita il 16 luglio successivo dal papa.

La lotta contro gli eretici
Nel 1144 il monaco Evervino di Steinfeld lo informò di un’eresia, di tipo pauperistico, diffusa in quel di Colonia, alla quale rispose con i Sermoni 63, 64, 65 e 66; l’anno successivo accolse l’invito del cardinale di Ostia, Alberico, a combattere un’eresia diffusa nella regione di Tolosa dal monaco Enrico di Losanna, seguace di Pietro di Bruys, critico nei confronti delle gerarchie ecclesiali e propositore di una vita improntata alla povertà e alla penitenza; in questa occasione Bernardo ritenne necessario recarsi, insieme con il suo segretario Goffredo d’Auxerre, a Tolosa. Ottenuta, dopo molti contrasti, una professione di fede, tornò a Chiaravalle e indirizzò una lettera agli abitanti di Tolosa – la Lettera 242 – nella quale esprimeva la sua convinzione che quelle dottrine fossero state definitivamente confutate.
Richiesto ancora di pronunciarsi sulle tesi trinitarie del vescovo di Poitiers e maestro di teologia a Parigi, Gilberto Porretano, nel 1148, nuovamente Bernardo tentò di far approvare da vescovi da lui riuniti a parte, una preventiva condanna che il sinodo da tenere il giorno successivo a Reims avrebbe dovuto semplicemente ratificare; questa volta, tuttavia, i vescovi non appoggiarono la sua iniziativa, tanto che Bernardo dovette cercare appoggio da papa Eugenio III. La difesa di Gilberto – che affermò di non aver mai sostenuto le tesi a lui contestate, frutto, a suo dire, di interpretazioni erronee dei suoi studenti – fece cadere ogni accusa.

La seconda crociata
Il 15 febbraio 1145, a Roma, nel convento di san Cesario, sul Palatino, il conclave eleggeva nuovo papa Eugenio III, abate del convento romano dei Santi Vincenzo e Anastasio; il nuovo papa, Bernardo Paganelli, conosceva bene Bernardo, per averlo incontrato nel concilio di Pisa del 1135 e per essersi ordinato cistercense proprio a Chiaravalle nel 1138. Bernardo, felicitandosi per l’elezione, gli ricordava curiosamente che si diceva «che non siete voi a essere papa, ma io e ovunque, chi ha qualche problema si rivolge a me» e che era stato proprio lui, Bernardo, ad «averlo generato per mezzo del Vangelo».
Eugenio III incaricò Bernardo di predicare a favore della nuova crociata che si stava preparando, e che avrebbe dovuto essere composta soprattutto da francesi, ma Bernardo riuscì a coinvolgere anche i tedeschi. La crociata fu un completo fallimento che Bernardo giustificò, nel suo trattato La considerazione, con i peccati dei crociati, che Dio aveva messo alla prova. Questo trattato, finito di comporre nel 1152 si occupava anche dei compiti del papato, e Bernardo lo mandò a papa Eugenio che si dibatteva tra le difficoltà procurategli dall’opposizione dei repubblicani romani, guidati da Arnaldo da Brescia.
Le sue condizioni di salute cominciano a peggiore alla fine del 1152: ha ancora la forza di intraprendere un viaggio fino a Metz, in Lorena, per mettere fine ai disordini che travagliavano quella città. Tornato a Chiaravalle, apprende la notizia della morte di papa Eugenio, avvenuta l’8 luglio 1153 e muore il mese dopo. Rivestito con un abito appartenuto al vescovo Malachia, del quale aveva appena finito di scrivere una biografia, viene sepolto davanti all’altare della sua abbazia.

La restaurazione della natura umana
Riguardo il suo pensiero teologico e filosofico, Bernardo esprime sul piano morale un orientamento ispirato, apparentemente, al pessimismo: « [...] generati dal peccato, noi peccatori generiamo peccatori; nati corrotti, generiamo dei corrotti; nati schiavi, generiamo degli schiavi. » San Bernardo, dunque, combatte alcune tesi del suo tempo, come la teoria secondo la quale i discendenti di Adamo (cioè noi) non abbiano in sé un «peccato originale» sin dalla nascita, ma solo un «malum poenae», un «male di pena». Bernardo dice anche: « L’uomo è impotente di fronte al peccato. »
Ciò, evidentemente non è una giustificazione al peccato stesso, ma una spiegazione della miseria umana che nei nostri peccati si rivela, ma che è originata dal peccato originale che in ciascuno è impresso come un marchio. Dunque, la questione fondamentale è restaurare la natura umana, per riportare l’uomo al suo stato di «figlio di Dio», e dunque «essere eterno» nella beatitudine del Padre. Poiché ognuno porta in sé il peccato originale, però, nessuno può restaurare la propria natura da solo, ma può farlo solamente attraverso la «mediazione» di Cristo, che è «Soter» (cioè «Salvatore»), proprio in quanto per noi è morto, espiando al nostro posto quel peccato originale che nessun altro poteva espiare, essendone sottoposto. Nella sua opera De gradibus humilitatis et superbiae, tuttavia, dice che, per avere la «mediazione» di Cristo, l’uomo deve superare l’«io di carne», deve limitare e poi annullare la superbia e l’amore di sé, attraverso l’umiltà. Contro di sé, dunque, deve porre l’amore di Dio, poiché solo col Suo amore si ottiene anche la Sua vera intelligenza, e solo con esso « [...] l’anima passa dal mondo delle ombre e delle apparenze all’intensa luce meridiana della Grazia e della verità. »

I quattro gradi dell’amore
Nel De diligendo Deo, San Bernardo continua la spiegazione di come si possa raggiungere l’amore di Dio attraverso la via dell’umiltà. La sua dottrina cristiana dell’amore è originale, indipendente dunque da ogni influenza platonica e neoplatonica. Secondo Bernardo esistono quattro gradi sostanziali dell’amore, che presenta come un itinerario, che dal sé esce, cerca Dio, e infine torna al sé, ma solo per Dio. I gradi sono:
1) L’amore di se stessi per sé: « [...] bisogna che il nostro amore cominci dalla carne. Se poi è diretto secondo un giusto ordine, [...] sotto l’ispirazione della Grazia, sarà infine perfezionato dallo spirito. Infatti non viene prima lo spirituale, ma ciò che è animale precede ciò che è spirituale. [...] Perciò prima l’uomo ama sé stesso per sé [...]. Vedendo poi che da solo non può sussistere, comincia a cercare Dio per mezzo della fede, come un essere necessario e Lo ama. »
2) L’amore di Dio per sé: « Nel secondo grado, quindi, ama Dio, ma per sé, non per Lui. Cominciando però a frequentare Dio e ad onorarlo in rapporto alle proprie necessità, viene a conoscerlo a poco a poco con la lettura, con la riflessione, con la preghiera, con l’obbedienza; così gli si avvicina quasi insensibilmente attraverso una certa familiarità e gusta pura quanto sia soave. »
3) L’amore di Dio per Dio: « Dopo aver assaporato questa soavità l’anima passa al terzo grado, amando Dio non per sé, ma per Lui. In questo grado ci si ferma a lungo, anzi, non so se in questa vita sia possibile raggiungere il quarto grado. »
4) L’amore di sé per Dio: « Quello cioè in cui l’uomo ama sé stesso solo per Dio. [...] Allora, sarà mirabilmente quasi dimentico di sé, quasi abbandonerà sé stesso per tendere tutto a Dio, tanto da essere uno spirito solo con Lui. Io credo che provasse questo il profeta, quando diceva: « -Entrerò nella potenza del Signore e mi ricorderò solo della Tua giustizia- ». [...] » (San Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo, cap. XV)
Nel De diligendo Deo, dunque, San Bernardo presenta l’amore come una forza finalizzata alla più alta e totale fusione in Dio col Suo Spirito, che, oltre a essere sorgente d’ogni amore, ne è anche «foce», in quanto il peccato non sta nell’«odiare», ma nel disperdere l’amore di Dio verso il sé (la carne), non offrendolo così a Dio stesso, Amore d’amore.

 

Publié dans:SANTI, Santi - scritti, SCRITTI |on 19 août, 2015 |Pas de commentaires »

SANTA CHIARA SCRITTI – TESTAMENTO (11 agosto memoria)

http://www.santimartiri.org/italiano/basilica/frati/chiara_scritti1.html

SANTA CHIARA SCRITTI – TESTAMENTO

1Nel nome del Signore. Amen.
2Tra gli altri benefici, che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle misericordie, per i quali siamo molto tenute a rendere a Lui glorioso vive azioni di grazie, 3grande è quello della nostra vocazione. E quanto più essa è grande e perfetta, tanto maggiormente siamo a lui obbligate. 4Perciò l’Apostolo ammonisce: «Conosci bene la tua vocazione».
5Il Figlio di Dio si è fatto nostra via; e questa con la parola e con l’esempio ci indicò e insegnò il beato padre nostro Francesco, vero amante e imitatore di lui.
6Dobbiamo, perciò, sorelle carissime, meditare gli immensi benefici di cui Dio ci ha colmate, 7specialmente quelli che Egli si è degnato di operare tra noi per mezzo del suo diletto servo, il beato padre nostro Francesco, 8e non solo dopo la nostra conversione, ma fin da quando eravamo ancora tra le vanità del secolo.
9Mentre infatti, lo stesso Santo, che non aveva ancora né frati né compagni, quasi subito dopo la sua conversione, 10era intento a riparare la chiesa di San Damiano, dove, ricevendo quella visita del Signore nella quale fu inebriato di celeste consolazione, 11sentì la spinta decisiva ad abbandonare del tutto il mondo, in un trasporto di grande letizia e illuminato dallo Spirito Santo, profetò a nostro riguardo ciò che in seguito il Signore ha realizzato.
12Salito sopra il muro di detta chiesa, così infatti allora gridava, a voce spiegata e in lingua francese, rivolto ad alcuni poverelli che stavano lì appresso: 13«Venite ed aiutatemi in quest’opera del monastero di San Damiano, 14perché tra poco verranno ad abitarlo delle donne, e per la fama e santità della loro vita si renderà gloria al Padre nostro celeste in tutta la sua santa Chiesa».
15Possiamo, dunque, ammirare in questo fatto la grande bontà di Dio verso di noi: 16Egli si è degnato, nella sovrabbondante sua misericordia e carità, di ispirare tali parole al suo Santo a proposito della nostra vocazione ed elezione. 17Non solo di noi, però, il beatissimo nostro padre predisse queste cose, ma anche di tutte le altre che avrebbero seguito questa santa vocazione, alla quale il Signore ci ha chiamate.
18Con quanta sollecita disponibilità e con quanta applicazione di spirito e di corpo dobbiamo perciò eseguire i comandamenti di Dio e del padre nostro Francesco, perché, con l’aiuto divino, possiamo riconsegnare a lui, moltiplicati, i talenti ricevuti!
19Infatti, proprio il Signore ha collocato noi come modello, ad esempio e specchio non solo per gli altri uomini, ma anche per le nostre sorelle, quelle che il Signore stesso ha chiamato a seguire la nostra vocazione, 20affinché esse pure risplendano come specchio ed esempio per tutti coloro che vivono nel mondo.
21Avendoci, dunque, Egli scelte per un compito tanto elevato, quale è questo, che in noi si possano specchiare tutte coloro che chiama ad essere esempio e specchio degli altri, 22siamo estremamente tenute a benedire e a lodare il Signore, ed a crescere ogni giorno più nel bene. 23Perciò, se vivremo secondo la predetta forma di vita, lasceremo alle altre un nobile esempio e, attraverso una fatica di brevissima durata, ci guadagneremo il pallio della beatitudine eterna.
24Dopo che l’altissimo Padre celeste si fu degnato, per sua misericordia e grazia, di illuminare il mio cuore perché incominciassi a fare penitenza, dietro l’esempio e l’ammaestramento del beatissimo padre nostro Francesco, 25poco tempo dopo la sua conversione, io, assieme alle poche sorelle che il Signore mi aveva donate poco tempo dopo la mia conversione, liberamente gli promisi obbedienza, 26conforme alla ispirazione che il Signore ci aveva comunicata attraverso la lodevole vita e l’insegnamento di lui.
27Il beato Francesco poi, costatando che, nonostante la debolezza e fragilità del nostro corpo, non avevamo indietreggiato davanti a nessuna penuria, povertà, fatica e tribolazione, né ignominia o disprezzo del mondo, 28che, anzi, sull’esempio dei santi e dei suoi frati, tutto ciò stimavamo sommo diletto – cosa questa che lui stesso ed i suoi frati avevano potuto verificare più volte –, molto se ne rallegrò nel Signore.
29Perciò, mosso da un sentimento di paterno affetto verso di noi, obbligò se stesso e la sua Religione ad avere sempre diligente cura e speciale sollecitudine di noi, allo stesso modo che per i suoi frati.
30E così, per volontà del Signore e del beatissimo padre nostro Francesco, venimmo ad abitare accanto alla chiesa di San Damiano. 31Qui, in breve tempo il Signore, per sua misericordia e grazia, ci moltiplicò assai, perché si adempisse quanto egli stesso aveva preannunciato per bocca del suo Santo. 32Prima, infatti, avevamo dimorato, ma solo per poco tempo, in altro luogo.
33In seguito egli scrisse per noi una forma di vita, e principalmente che perseverassimo nella santa povertà. 34Né si accontentò, durante la sua vita terrena, di stimolarci con molte esortazioni e col suo esempio all’amore e alla osservanza della santissima povertà, ma anche ci lasciò molti ammaestramenti scritti, affinché, dopo la sua morte, non ci allontanassimo in nessun modo da essa; 35poiché anche il Figlio di Dio, mentre viveva sulla terra, mai volle allontanarsi da questa santa povertà. 36Ed il beatissimo padre nostro Francesco, seguendo le sue orme, scelse per sé e per i suoi frati questa santa povertà del Figlio di Dio, né mai, finché visse, se ne allontanò in nessuna maniera, né con la parola né con la vita.
37Ed io, Chiara, che sono, benché indegna, la serva di Cristo e delle Sorelle Povere del monastero di San Damiano e pianticella del padre santo, poiché meditavo, assieme alle mie sorelle, la nostra altissima professione e la volontà di un tale padre, 38ed anche la fragilità delle altre che sarebbero venute dopo di noi, temendone già per noi stesse dopo la morte del santo padre nostro Francesco – che ci era colonna e nostra unica consolazione dopo Dio e sostegno –, 39perciò più e più volte liberamente ci siamo obbligate alla signora nostra, la santissima povertà, perché, dopo la mia morte, le sorelle che sono con noi e quelle che verranno in seguito abbiano la forza di non allontanarsi mai da essa in nessuna maniera.
40E come io sono stata sempre diligente e sollecita nell’osservare io medesima, e nel fare osservare la santa povertà, che abbiamo promessa al Signore e al santo padre nostro Francesco, 41così le sorelle che succederanno a me in questo ufficio, siano obbligate ad osservarla e a farla osservare dalle altre fino alla fine.
42Ma ancora, per maggior sicurezza, mi preoccupai di ricorrere al signor papa Innocenzo, durante il pontificato del quale ebbe inizio il nostro Ordine, ed ai successori di lui, perché confermassero e corroborassero con i loro papali privilegi, la nostra professione della santissima povertà, che promettemmo al nostro beato padre, 43affinché mai, in nessun tempo ci allontanassimo da essa.
44Per la quale cosa, piegando le ginocchia e inchinandomi profondamente, anima e corpo, affido in custodia alla santa madre Chiesa romana, al sommo Pontefice, e specialmente al signor cardinale che sarà deputato per la Religione dei frati minori e nostra, tutte le mie sorelle, le presenti e quelle che verranno, 45perché, per amore di quel Signore, che povero alla sua nascita fu posto in una greppia, povero visse sulla terra e nudo rimase sulla croce, 46abbia cura di far osservare a questo suo piccolo gregge – questo che l’altissimo Padre, per mezzo della parola e dell’esempio del beato padre nostro Francesco, generò nella sua santa Chiesa, proprio per imitare la povertà e l’umiltà del suo diletto Figlio e della sua gloriosa Madre vergine –, 47la santa povertà, che a Dio e al beato padre nostro Francesco abbiamo promessa, e si degni ancora di infervorare e conservare le sorelle in detta povertà.
48Inoltre, come il Signore donò a noi il beatissimo padre nostro Francesco come fondatore, piantatore e sostegno nostro nel servizio di Cristo e in quelle cose che promettemmo a Dio ed al medesimo nostro padre, 49ed egli, finché visse, ebbe sempre premurosa cura di coltivare e far crescere noi, sua pianticella, con la parola e con le opere sue; 50così io affido le mie sorelle, presenti e future al successore del beato padre nostro Francesco e ai frati tutti del suo Ordine, 51perché ci siano d’aiuto a progredire sempre di più nel bene nel servizio di Dio e soprattutto nell’osservare meglio la santissima povertà.
52Se poi dovesse succedere in qualche tempo, che le dette sorelle lasciassero questo monastero di San Damiano e si trasferissero altrove, siano nondimeno tenute, ovunque abitassero dopo la mia morte, ad osservare la stessa forma della povertà, che abbiamo promessa a Dio e al beatissimo padre nostro Francesco. 53Tuttavia, tanto colei che sarà in ufficio [di abbadessa], quanto le altre sorelle, abbiano sempre sollecitudine e precauzione di non acquistare né accettare terreno attorno al sopraddetto monastero, se non in quella quantità che esigesse l’estrema necessità di un orto per coltivarvi degli erbaggi. 54Se poi in qualche tempo dovesse occorrere, per un conveniente isolamento del monastero, di avere un po’ di terreno fuori del recinto dell’orto, non permettano d’acquistarne più di quanto richiede l’estrema necessità; 55detto terreno poi non sia lavorato né seminato, ma rimanga sempre inarato e incolto.
56Ammonisco ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le mie sorelle, presenti e future, che si studino sempre di imitare la via della santa semplicità, dell’umiltà e della povertà, ed anche l’onestà di quella santa vita, 57che ci fu insegnata dal beato padre nostro Francesco fin dal principio della nostra conversione a Cristo. 58Per mezzo di queste virtù, e non per i nostri meriti, ma per la sola misericordia e grazia del Donatore, lo stesso Padre delle misericordie, effondano sempre il profumo della loro buona fama su quelle che sono lontane, come su quelle che sono vicine.
59E amandovi a vicenda nell’amore di Cristo, quell’amore che avete nel cuore, dimostratelo al di fuori con le opere, 60affinché le sorelle, provocate da questo esempio, crescano sempre nell’amore di Dio e nella mutua carità.
61Ancora prego colei che sarà al governo delle sorelle, che si studi di presiedere alle altre più con le virtù e la santità della vita, che per la dignità, 62affinché, animate dal suo esempio, le sorelle le prestino obbedienza, non tanto per l’ufficio che occupa, ma per amore. 63Sia essa, inoltre, provvida e discreta verso le sue sorelle, come una buona madre verso le sue figlie; 64e specialmente si studi di provvedere a ciascuna nelle sue necessità con quelle elemosine che il Signore manderà. 65Sia ancora tanto affabile e alla portata di tutte, che le sorelle possano manifestarle con fiducia le loro necessità e 66ricorrere a lei ad ogni ora con confidenza, come crederanno meglio, per sé o a favore delle sorelle.
67Le sorelle poi, che sono suddite, ricordino che è per amore del Signore che hanno rinunciato alla propria volontà. 68Quindi voglio che obbediscano alla loro madre, come di loro spontanea volontà promisero a Dio; 69affinché la loro madre, osservando la carità, l’umiltà e l’unione che regna tra loro, trovi più leggero il peso che sostiene per ufficio 70e, per merito della loro santa vita, ciò che è molesto e amaro si tramuti per lei in dolcezza.
71Ma poiché stretta è la via e il sentiero, ed angusta la porta per la quale ci si incammina e si entra nella vita, pochi son quelli che la percorrono e vi entrano; 72e se pure vi sono di quelli che per un poco di tempo vi camminano, pochissimi perseverano in essa. 73Beati però quelli cui è concesso di camminare per questa via e di perseverarvi fino alla fine!
74E perciò noi, che siamo entrate nella via del Signore, guardiamoci di non abbandonarla mai, per nostra colpa o negligenza o ignoranza. 75Recheremmo ingiuria a così grande Signore, alla sua Madre vergine, al beato padre nostro Francesco, a tutta la Chiesa trionfante ed anche alla Chiesa di quaggiù. 76Sta scritto, infatti: Maledetti quelli che si allontanano dai tuoi comandamenti.
77Per questa ragione, io piego le mie ginocchia davanti al Padre del Signore nostro Gesù Cristo, affinché, per i meriti della gloriosa santa Vergine Maria sua Madre, del beatissimo padre nostro Francesco e di tutti i santi, 78lo stesso Signore, che ci ha donato di bene incominciare, ci doni ancora di crescere nel bene e di perseverarvi fino alla fine. Amen.
79Questo scritto, perché sia meglio osservato, io lascio a voi, sorelle mie amatissime e carissime, presenti e future, in segno della benedizione del Signore, del beatissimo padre nostro Francesco e della benedizione della vostra madre e serva.

Publié dans:SANTI, Santi - scritti |on 11 août, 2015 |Pas de commentaires »

L’ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI S. BENEDETTO

http://ora-et-labora.net/chittister.html

L’ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI S. BENEDETTO

Vivere oggi la Regola di San Benedetto

Estratto dal libro « Fermati e ascolta il tuo cuore – Vivere oggi la Regola di San Benedetto » di Joan Chittister, OSB, Effatà editrice

La Regola: un libro di saggezza
« Chiunque tu sia, che ti affretti verso la patria celeste, attua, con l’aiuto di Cristo, questa piccola regola che abbiamo scritto per i principianti, e soltanto allora giungerai, con la protezione di Dio, alle vette più elevate della dottrina e della saggezza di cui abbiamo parlato più sopra. Amen. » (Regola di S. Benedetto cap.73, 8-9)
I Padri del Deserto narrano un racconto sulla vita spirituale che può spiegare nel modo migliore questo libro:
« Un giovane monaco incontrò per caso un monaco più anziano seduto tra gente che pregava, lavorava e meditava.
« Sono in grado di camminare sull’acqua », disse il giovane discepolo. « Quindi, andiamo sul quel laghetto laggiù, ci sediamo e intavoliamo una discussione spirituale ».
Ma il maestro rispose: « Se ciò che stai cercando di fare è fuggire da questa gente, perché non vieni con me a volare nell’aria, a muoverti spensierato nel quieto cielo aperto e lì parlare? »
E il giovane novizio replicò: « Non posso perché io non possiedo il potere di cui parli ».
E il maestro spiegò: « Esattamente. Il tuo potere di rimanere immobile sul pelo dell’acqua è lo stesso che possiedono i pesci. E la mia capacità di fluttuare nell’aria è propria di qualsiasi mosca. Queste capacità non hanno niente a che vedere con la verità vera e, in effetti, possono facilmente diventare la base dell’arroganza della competizione, non della spiritualità. Se dobbiamo parlare di argomenti spirituali, dobbiamo parlarne proprio qui in questo posto »".
Quasi tutte le persone che ho incontrato e che prendono sinceramente in considerazione le cose dello spirito, pensano che il nocciolo del racconto sia vero: la vita quotidiana è la vera sostanza di cui è fatta la grande santità. Ma quasi nessuna delle persone che ho incontrato ritiene che ciò sia facilmente realizzabile. Abbiamo tutti in qualche modo imparato che, per poter trovare la spiritualità, si deve lasciare il luogo dove viviamo. Ognuno di noi spera di ottenerne abbastanza in un determinato momento della sua vita affinché essa l’accompagni in tutti gli altri momenti. L’idea che la santità sia un aspetto della vita matrimoniale o della vita celibataria, tanto quanto lo è della vita religiosa o di quella sacerdotale, è un’idea molto amata ma in cui di rado si crede profondamente.
Al giorno d’oggi, così come ai tempi del racconto, le mode riempiono la vita spirituale. Un anno ci viene detto che la panacea sono le novene, un altro anno i ritiri e un altro ancora i luoghi di meditazione. Alcuni credenti convinti ci assicurano che il culto da loro scelto è la sola risposta alle battaglie della vita. Gli amanti dell’occulto promettono una salvezza che viene dalle stelle o da un’antica tradizione orientale. Le comunità terapeutiche offrono maratone di incontri o laboratori per liberare la nostra anima dall’ira. Più e più volte, cure, culti ed esercizi psicologici vengono regolarmente provati e regolarmente abbandonati, mentre le gente cerca qualcosa che la faccia sentire bene, che rafforzi la sua visione della realtà e che dia un senso e un orientamento alla sua vita. Tuttavia, come dimostra l’antico racconto, se non ci comportiamo in modo spirituale là dove ci troviamo e così come siamo, a nulla valgono i nostri sforzi. Stiamo semplicemente consumando l’ultima moda spirituale che intorpidisce la nostra confusione ma non riempie mai i nostri spiriti né libera i nostri cuori.
Dopo anni di vita monastica ho scoperto che, diversamente dalle mode spirituali che vanno e vengono con i loro maestri o le culture che le hanno generate, la Regola di San Benedetto guarda il mondo con occhi interiori e dura nel tempo. In essa, senza considerare chi siamo o cosa siamo, la vita e il suo scopo si incontrano.
La Regola di San Benedetto è stata una guida per la vita spirituale della gente comune a partire dal VI secolo. Qualcosa che è durato così a lungo e che ha avuto un tale impatto sulla società dell’usa e getta, è certamente degno di considerazione. E il libro che hai tra mano cerca di rispondere alle seguenti domande: come rendere conto di un modo di vivere che è durato per più di millecinquecento anni e che cosa ha da dire – se qualcosa ce l’ha- alla vita spirituale nel mondo d’oggi?
La spiritualità benedettina offre proprio ciò che manca ai nostri tempi. Essa cerca di riempire il vuoto e di comporre la frammentarietà nelle quali molti di noi vivono e lo fa in modo sensato, umano, completo e accessibile in un mondo che è oppresso dal lavoro, eccessivamente stimolato e programmato.
La Regola di San Benedetto chiamò alla comunione il mondo romano, che era basato sulle classi sociali, e chiama noi, che viviamo in un mondo frammentato, a fare lo stesso. La Regola spinse verso l’ospitalità in un’epoca di invasioni barbariche e spinge noi alla sollecitudine in un mondo di vicini tra loro estranei. Essa spinse all’uguaglianza in una società piena di classi e di caste e spinge noi all’uguaglianza in un mondo dove ognuno è dichiarato uguale ma viene giudicato in modo diverso. San Benedetto, che sfidò la società patrizia di Roma a essere umile, provoca allo stesso modo il nostro mondo, i cui eroi sono Rambo, James Bond, il potere militare e le stelle dello sport, l’uomo »macho » e quello violento.
La spiritualità benedettina invita alla profondità in un mondo quasi sempre contraddistinto da superficialità e fragilità. Essa propone un insieme di atteggiamenti ad una società che è stata sedotta da iniziative promozionali e soluzioni temporanee. La spiritualità benedettina offre profondità e saggezza dove la devozione ha perso significato e l’ascetismo valore.
Soprattutto, la spiritualità benedettina è una buona novella in tempi difficili. Insegna alla gente a considerare il mondo come qualcosa di buono, le sue necessità come legittime e il sostegno umano come necessario. La spiritualità benedettina non chiama a compiere grandi imprese o a esprimere grandi rifiuti. Semplicemente essa ci invita a stabilire delle relazioni, mostrando come metterci in contatto con Dio, con gli altri e con la parte più profonda di noi.
Prima di tutto, la Regola di San Benedetto è destinata alla gente comune che vive una vita qualunque. Non è scritta per preti o mistici o eremiti o asceti; essa venne scritta da un laico per laici. Venne scritta per fornire un modello di crescita spirituale all’uomo medio intenzionato a vivere un’esistenza che andasse oltre la superficialità o l’indifferenza. Essa è scritta per quanti hanno una profonda sensibilità e un serio interesse spirituale e non cercano di mettersi in cammino per fuggire dal proprio mondo, ma per infondere la visione di Dio nelle loro scelte etiche.
La Regola di San Benedetto è saggezza distillata dalla vita quotidiana. E questo libro è semplicemente il resoconto di come io – che ho vissuto questa Regola in una comunità monastica per più di trent’anni – sia arrivata a capire quanto la spiritualità benedettina abbia da dire all’uomo di oggi.
Spiritualità è più che andare in chiesa. Anzi, si può andare in chiesa e non crescere affatto nella spiritualità. La spiritualità è il modo in cui noi esprimiamo la fede vissuta in un mondo reale, è la somma degli atteggiamenti e delle azioni che definiscono la nostra vita di fede.
Per l’apostolo Paolo, la spiritualità consisteva nel vivere « in Cristo » e nel considerare i doni dello Spirito come volti a « formare il corpo di Cristo » qui e adesso. Ma la comprensione di ciò che costituisce la perfetta vita cristiana è cambiata da un’epoca all’altra attraverso i tempi. Un tempo essa veniva assimilata, in diversi modi, al martirio, al ritiro dal mondo, all’evangelizzazione e al rinnegamento di se stessi. Nel periodo della storia della Chiesa più vicino al nostro, ad esempio, spiritualità era sinonimo di obbedienza a « superiori debitamente costituiti » e in grado di suscitare una forte reazione emotiva nella preghiera individuale. Molti misuravano la spiritualità, o « la vita secondo lo Spirito », dal numero dei rosari recitati o da quello degli ordini accettati con docilità o dal numero di cose che venivano « abbandonate » in modo da poter condurre una vita più alta o più « perfetta ». Il risultato di questi criteri fu che solo alle suore, ai frati e ai preti veniva riconosciuta la capacità di vivere una vita veramente spirituale. Questa interpretazione resistette fino al Concilio Vaticano II, che riconobbe la chiamata universale alla santità e l’autenticità della vocazione laica nella Chiesa.
Come le persone vissute in epoche più lontane, oggi stiamo ricominciando a guardare la vita spirituale attraverso lenti angolari più ampie. La spiritualità che sviluppiamo influenza il nostro modo di immaginare Dio, il nostro metodo di preghiera, il tipo di ascetismo che pratichiamo, lo spazio che diamo al nostro ministero e alla comunità nel definire la « vita spirituale ». E’ la spiritualità che ci porta oltre noi stessi per trovare il senso e l’importanza della nostra vita. E’ la spiritualità che definisce i valori della nostra vita: abnegazione o valorizzazione di se stessi; vita di comunità o solitudine; contemplazione o evangelizzazione; trasformazione personale o giustizia sociale; gerarchia o uguaglianza. In altre parole, la spiritualità che facciamo crescere in noi è il filtro attraverso il quale noi vediamo il mondo e i limiti entro cui agiamo.
La spiritualità che emerge dalla Regola di San Benedetto è ricolma della quotidianità vissuta straordinariamente bene. Qui, trasformare la vita conta più che trascenderla. Ecco perché la Regola di San Benedetto è destinata alle persone che, nel mondo di oggi, lavorano faticosamente, sempre indaffarate, consumate dalla vita familiare, dai conti, dai doveri civili e dal duro lavoro, così come è destinata a chi ha dedicato se stesso a vivere una vita religiosa in mezzo agli uomini.
La questione è: quali sono i valori spirituali custoditi da circa millecinquecento anni nella Regola di San Benedetto e che cosa dicono – se qualcosa hanno da dire – alla nostra epoca e a noi che cerchiamo di vivere con serenità nel caos che ci circonda, con produttività nell’arena dello spreco, con amore in un vortice di individualismo e con gentilezza in un mondo pieno di violenza? Che cosa insegnano a noi che siamo alla ricerca di risposte alle grandi domande della vita, mentre il nostro lavoro ci sommerge e i nostri debiti crescono, mentre le nostre famiglie contendono la nostra attenzione e i nostri amici minimizzano le nostre preoccupazioni, mentre i nostri uomini politici ci dicono che la vita sta migliorando quando sappiamo che, almeno per molti, la vita sta in gran parte peggiorando?
La maggior parte di noi non può precipitarsi verso il mare per allontanarsi o volare via verso altri luoghi per fuggire, come i personaggi del racconto. Semplicemente, la maggior parte di noi vive lì dove si trova, in mezzo alla folla e nell’intrico delle domande. La maggior parte di noi non ha altro modo di arrivare a Dio e a una vita giusta se non il « qui » e l’ »ora ».Il problema è allora di scoprire come rendere il « qui » e l’ »ora » qualcosa di giusto e santo per noi. Il « qui » e l’ »ora » sono tutto ciò che ognuno di noi ha per rendere la vita degna di essere vissuta, Dio presente e la santità un modo di vivere normale anziché innaturale.
Per le persone come noi, la spiritualità benedettina è come una casa perché riguarda proprio il « qui » e « l’ora ». La spiritualità benedettina è impastata della materia grezza che è la vita di tutti i giorni e non presuppone un grande ascetismo, né promette esperienze straordinarie dello spirito. Non richiede grandi mortificazioni della carne e non offre eccezionali garanzie di misticismo. Essa non descrive un particolare tipo di vita e non si affida a un grande piano organizzativo. La Regola di San Benedetto prende semplicemente la polvere e l’argilla di ogni giorno e la trasforma in bellezza.
La Regola di San Benedetto non è un insieme di esercizi spirituali, né un elenco di proibizioni o devozioni o discipline. Non è affatto una regola nel senso moderno della parola.
Se con questo termine si intendono restrizioni, leggi o richieste, la Regola di San Benedetto non rientra in questa categoria. Anzi, essa è semplicemente un progetto di vita, un insieme di principi chiaramente più vicino al significato originario della parola latina regula, o guida, piuttosto che al termine lex, o legge. La legge è ciò che noi siamo arrivati ad aspettarci dalla religione; ciò di cui abbiamo veramente bisogno è la direzione.
Regula, la parola che adesso viene tradotta con « regola », nell’accezione originaria significava « indicatore stradale » oppure « ringhiera », qualcosa a cui aggrapparsi nel buio, qualcosa che indica la strada e conduce in una determinata direzione, che fornisce un sostegno per arrampicarsi. In altre parole, la Regola di San Benedetto è più saggezza che legge. Non è una serie di istruzioni, ma uno stile di vita.
Ecco la chiave per capire la Regola: comprendere che essa non è tale.
Per questo essa vale tanto per i laici quanto per i monaci. « Ascolta… chiunque tu sia », dice Benedetto nel Prologo alla sua Regola. Chiunque tu sia.
La Regola di San Benedetto è semplicemente un pezzo di letteratura sapienziale sulle grandi questioni della vita al fine di renderle comprensibili e attuali, chiare e raggiungibili.
Ma non è facile arrivare a rendersene conto in una Chiesa e in un mondo che vogliono o tutto legge o nessuna legge. Le formule e la licenza sono molto più semplici di un’attenzione, un’attenzione continua, alla qualità della vita che stiamo creando e allo stesso tempo cercando. In altre parole, è molto difficile quando siamo giovani renderci conto che, per arrivare dove si vuole nella vita, dobbiamo fare spesso cose che non avremmo scelto di fare. Alzarsi presto al mattino per pregare e per leggere è un modo di pensare estraneo ad un arrampicatore aziendale, convinto che ciò di cui ha veramente bisogno sia accumulare sonno e conservare le forze per il duro giorno che lo aspetta. Per la mentalità monastica, tuttavia, non vi può essere niente di più sensato. Senza la preghiera e la lettura spirituale – ecco la convinzione dei monaci – chi sarà mai in grado di capire verso che cosa tenda il desiderio umano di far carriera o in che cosa consista la sua realizzazione? Interrompere il lavoro per pregare, nel bel mezzo di una giornata caotica, appare una pura irrealtà a molti giovani monaci per i quali il lavoro o lo studio sono molto attraenti e proficui. Ma dopo qualche anno diventa chiaro che la consuetudine giornaliera di fermarsi, per ricordare in che cosa consista veramente la vita nelle sue vette più vertiginose, rappresenti la sola genuina realtà di quel periodo dell’esistenza.
La Regola di San Benedetto, in altre parole, porta nella spiritualità l’attenzione e la consapevolezza. L’essenza della vocazione monastica benedettina non è un insieme di prescrizioni congelate nel tempo, ma è il tempo esaminato minuziosamente alla luce dei valori del Vangelo. Il benedettino non si mette in cammino per evitare la vita; si mette in cammino per vivere straordinariamente bene la vita quotidiana. Così, il vero monaco diventa sensibile al mondo.
I monasteri difficilmente appaiono luoghi da cui analizzare il mondo. Entrare in monastero, secondo la mitologia popolare, significa lasciare il mondo e non già esserne coinvolti ancora più profondamente. Ma solo da lontano possiamo vedere meglio. Forse solo chi non ha denaro può sapere meglio degli altri che il denaro non è essenziale per vivere bene. Forse chi dispone solo di un letto, di libri e di un armadietto in una piccola stanza, può rendersi chiaramente conto di quanta confusione possano portare nella vita tante cose che ingombrano. Forse solo quelli che fanno voto di obbedienza a qualcun altro riescono ad intuire quanto l’egocentrismo corroda il cuore. Forse solo chi vive nella solitudine capisce veramente che cosa sia la comunità. Forse solo quelli che per scelta non hanno alcun potere possono dimostrare meglio il potere che deriva dal non averne. Forse solo quelli che hanno deciso di opporsi all’accumulo di beni personali. possono rendersi conto che il fallimento economico, l’assistenza dei servizi sociali e il minimo indispensabile per vivere non sono le cose peggiori che possano accadere nella vita di una persona. Forse solo quelli che per scelta non si sono sposati riescono ad ascoltare con maggiore sensibilità chi è stato abbandonato, chi è vedovo o chi è solo. Forse solo quelli che non hanno una scala aziendale o ecclesiale da salire, possono parlare meglio di uguaglianza. Davvero il monastero offre una prospettiva privilegiata da cui parlare al mondo.
Una volta che ci si è resi conto che il testo della Regola di San Benedetto è solo un elemento della vita monastica, diventa evidente che le altre tre dimensioni di questa scelta esistenziale – il Vangelo di Cristo, le interpretazioni dei capi della comunità, l’esperienza e l’intuito di ogni singola comunità – sono destinate a mantenere una persona fortemente radicata nel mondo reale e sono regola tanto quanto la Regola stessa. Sono quelle dimensioni che danno vita, larghezza di vedute, profondità e portata, antichità e rilevanza, carattere locale e possibilità universale. Questi quattro elementi – le Scritture, il testo della Regola, guide sagge, l’intuito e le esperienze di vita, le condizioni della comunità o della famiglia in cui viviamo – sono ciò che rendono la Regola qualcosa di vivo e non un testo morto di norme passate, non un documento storico, non il passatempo di eccentrici antiquari.
La Regola di San Benedetto vive e respira di età in età. Essa esamina e si adatta da un secolo all’altro e da una cultura all’altra. La Regola di San Benedetto guida la gente verso un atteggiamento mentale, ma non la soffoca con una serie di prescrizioni particolari. E’ scritta per il nostro tipo di vita e le nostre condizioni, così come lo è stata per ogni epoca del passato. Cresce con i diversi periodi storici e ci offre un appiglio, un parapetto, una guida che non ci permetterà di arenarci nella nullità spirituale e nel torpore dei nostri tempi.
Il monaco cerca la santità « qui » e « ora » senza il peso di una particolare alimentazione o di una devozione esoterica o di un nocivo rinnegamento di se stesso. Il vero monaco attraversa la vita con un’anima spoglia, attenta, cosciente, piena di riconoscenza e che solo parzialmente si sente a casa.
Che cosa significa, dunque, seguire la Regola di San Benedetto, pensare con un’attitudine mentale monastica, vivere la vita più come un dono che come una lotta?
Prima di tutto, la spiritualità benedettina è un impegno più verso i princípi che verso le pratiche. Il monaco benedettino non segue tanto un orario o un rigido programma quotidiano, quanto predispone un equilibrio fra le varie attività della vita. Il benedettino non segue tanto un insieme di comportamenti quanto piuttosto sviluppa un’attitudine in armonia al suo posto nell’universo ed essa guida ogni sua conversazione e ogni suo gesto comune. Per la spiritualità benedettina conta di più vivere bene la vita che seguire perfettamente la legge.
In secondo luogo, la spiritualità benedettina è semplicemente una guida per i Vangeli, non un fine in se stesso. Benedetto definisce la sua Regola una « piccola regola per principianti » (RB 73, 8) nella vita spirituale, non un manuale per un’élite o per persone colte o per chi è già arrivato. Casalinghe e padri di famiglia, uomini e donne in carriera, monaci e laici « voi tutti che cercate la casa del Cielo » (RB 73, 8), la Regola vi sprona non verso una ginnastica spirituale ma verso la coscienza contemplativa secondo cui il Vangelo, e questo solo, è il criterio adatto per qualunque azione umana.
In terzo luogo, la Regola dimostra chiaramente che vivere la vita secondo il Vangelo non è un’avventura in balia del capriccio privato e dei voli di fantasie personali, ma è trarre coscientemente profitto dalla saggezza di altri che possono incoraggiarci e aiutarci ad esaminare minuziosamente il valore e il coraggio delle nostre scelte.
Infine, la spiritualità benedettina si fonda direttamente sull’idea che non siamo noi l’unica misura dei nostri bisogni spirituali, ma che l’intera umanità e l’universo hanno dei diritti sul valore delle nostre azioni quotidiane.
In un mondo dove l’intero pianeta è diventato il nostro prossimo e le nostre vite private sono caratterizzate da un’interminabile fiumana di gente, la Regola di San Benedetto, con il rilievo che dà alla qualità spirituale della vita di comunione, non è forse mai stata così attuale. Io stessa ho iniziato a vedere, sotto le apparenze di quest’antica regola monastica, una sembianza di ragionevolezza nell’irragionevolezza del mondo che mi circonda.
Quando iniziai la vita monastica, mi venne consegnata una copia della Regola. Per me non aveva alcun senso. Volevo delle indicazioni. Volevo una formula. Volevo la santità a rate: compra adesso, paghi più tardi. Mi ci sono voluti anni per capire che, se avessi pagato adesso, avrei ottenuto ciò che stavo cercando solo se e quando fossi diventata ciò di cui andavo in cerca. Mi ci sono voluti anni per rendermi conto che la Regola distillava anni di esperienza, era una sorta di saggio su ciò che Benedetto considerava la vita spirituale e una testimonianza di ciò che nella sua epoca erano stati i modi più efficaci per raggiungerla. Ma non si trattava affatto di un progetto dettagliato.
Nel 72° capitolo della Regola, Benedetto ci mette in guardia dal « cattivo zelo », dal fanatismo e dall’assolutismo che fanno della religione uno strumento di oppressione verso noi stessi e gli altri. Nel 73° capitolo, egli promette che se
« metti in pratica… questa piccola Regola… allora raggiungerai finalmente le più grandi vette della conoscenza e della virtù ».
Io iniziai a capire che questa vita richiedeva costanza, pazienza ed equilibrio. Qui si compiva una crescita, non delle norme. Questa vita sarebbe stata una santificazione della normalità, non una ginnastica spirituale. Per noi si trattava di un modo di vivere, non di vivere la vita in un certo modo.
Come risultato, adesso scopro di fare riferimento alla Regola quando mi chiedo quale dovrebbe essere la risposta cristiana ai problemi ecologici. Mi rivolgo ad essa per trovare la mia strada attraverso l’intrico dei rapporti umani. Mi affido ai suoi valori e ai suoi principi perché mi mostrino come gestire le stravaganze della vita. Guardo la Regola per spiegare la mia depressione, la mia frustrazione e la mia noia spirituale. Dipendo da essa per smettere di pensare solo a me stessa. La considero come un insieme di valori che trascendono il tempo ma che hanno un significato particolare per il mio tempo.
Ho scritto questo libro per condividere anni di riflessioni trascorsi con persone che ho trovato sinceramente interessate alle domande che mi pongo e preoccupate del cammino da seguire proprio come me. Di fronte a una continua confusione, dobbiamo tornare alla Chiesa di prima? Questo risolverebbe i nostri dilemmi? O una chiesa qualsiasi è la risposta in un’epoca in cui le chiese stesse si confrontano sulla questione nucleare, la questione della donna, quella che concerne il modo di vivere o la pastorale o la famiglia o l’alienazione o l’inquietudine personale? Quale significato ha la spiritualità rispetto a tutto questo: un rosario al giorno, l’astinenza dalle carni, dei ritiri regolari, il coinvolgimento nei gruppi della parrocchia, l’attività pubblica? E’ un crescendo di domande. Credo che le risposte si trovino in ciò che non va e viene con il passare degli anni e le diverse epoche. Le risposte consistono nell’offrire la saggezza e non un insieme di ricette.
Queste pagine sono le mie riflessioni sulla saggezza che emerge da un testo antico a proposito delle nostre antichissime e nuovissime preoccupazioni. Per vivere la Regola di San Benedetto non abbiamo bisogno di una serie di meccanismi, ma di un cambiamento del cuore e di una nuova disposizione della mente.
C’era una volta, narra un antico racconto monastico, un anziano monaco che disse ad un mercante:
«  »Come il pesce muore sulla terraferma, così tu morirai quando rimarrai impigliato nel mondo. Il pesce deve tornare nell’acqua e tu devi tornare allo Spirito ».
Il mercante rimase stupefatto: « Stai dicendo che devo abbandonare i miei affari ed entrare in un monastero? », chiese.
E l’anziano monaco disse: « Assolutamente no. Ti sto dicendo di rimanere aggrappato al tuo lavoro ed entrare nel tuo cuore »"
Questo libro vuole aiutare le persone normali a vedere il mondo di oggi attraverso il filtro della Regola di San Benedetto e i più forti desideri del loro cuore.

12345...59

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01