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LA MUSICA EBRAICA

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LA MUSICA EBRAICA

Dell’antica musica ebraica non ci sono pervenuti né esempi di melodie notate, né opere di teoria musicale; gli unici reperti sono costituiti da pochi strumenti musicali rinvenuti nel corso di scavi archeologici in Palestina, Mesopotamia (Ur) ed Egitto. Va osservato che, rispetto a Babilonia ed Egitto, Israele non conobbe musici e danzatori professionisti: la musica suonata, cantata e danzata era patrimonio di tutti. Conformemente al divieto ebraico di produrre immagini, manca totalmente la documentazione iconografica disponibile, per esempio, attraverso il complesso di pitture vascolari e tombali tipiche di Babilonia e dell’Egitto. Le testimonianze più importanti, sebbene disorganiche, sono offerte dalla Bibbia, che menziona diverse pratiche di culto connesse alla musica e alla danza e contiene veri e propri canti (Cantica del Mar Rosso, Esodo 15,1 e seguenti; Lamento di Davide, II Samuele 1,19-27; Canto di Debora, Giudici 5 e altri; Salmi).

Gli strumenti e le testimonianze bibliche Le notizie più ampie concernono gli strumenti musicali. Il primo accenno è in Genesi 4, 21: Yuval è definito « padre di tutti i suonatori di lira (kinnor) e di flauto (‘ugâb) ». I libri successivi ci presentano una classificazione degli strumenti in tre categorie, connesse ad altrettante classi sociali: i corni e le trombe, riservati ai sacerdoti; gli strumenti a corda, lire, arpe e salteri, suonati dai leviti, i funzionari addetti al servizio del Tempio; zufoli e flauti ad ancia, in uso presso il popolo. A questi tre gruppi si aggiungono alcuni idiofoni, come campane (pa’amon) e cimbali di bronzo (zilzal), utilizzati al Tempio, e tamburi (tof), generalmente legati alle danze e a complessi femminili (Esodo 15, 20; Giudici 11, 34). Fra tutti spicca lo shofar, corno di ariete, simbolicamente legato al sacrificio di Isacco, l’unico ancor oggi in uso nelle sinagoghe, poiché dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 d.C.) gli altri strumenti non sono più suonati in segno di lutto. Il suo suono peculiare, fortemente evocativo di forze soprannaturali, fa da sfondo alla rivelazione divina sul Sinai (Esodo 19, 16-19), alla caduta delle mura di Gerico (Giosuè 6, 4-5, 20), alla processione dell’Arca dell’alleanza (II Samuele 6, 15) e alla battaglia di Gedeone (Giudici 7, 16 segg.). Per quanto riguarda gli altri strumenti a fiato, popolari, si conoscono tre nomi: ugav per il periodo nomade, halil per l’epoca del Re e dei Profeti, abuv per il periodo talmudico. Benché l’ebraico moderno usi i termini halil per indicare il flauto e abuv per l’oboe, una suddivisione degli strumenti antichi in strumenti ad ancia e a imboccatura diretta non è precisabile. Gli strumenti più frequentemente nominati nella Bibbia sono il kinnor, lira trapezoidale, e il nebel, arpa arcuata, entrambi di origine assira, che divennero i principali strumenti in uso al Tempio di Gerusalemme durante il periodo dei Re, dal 1030 circa a.C. È questa l’epoca d’oro della musica ebraica, sotto Davide (re dal 1004 circa al 966 a.C.) e suo figlio Salomone (966-926 a.C.). Il culto, ormai centralizzato al Tempio di Gerusalemme, era solennizzato da esecuzioni vocali, affidate a grandiosi complessi corali e strumentali. Il Talmud riporta, come strumentazione tipica, un gruppo di 12 strumenti: 9 lire, 2 arpe e un cimbalo. L’organizzazione era rigorosa; l’istruzione dei musicisti avveniva nell’acccademia annessa al Tempio e la tradizione musicale si tramandava all’interno delle famiglie levitiche, assicurando così la continuità. In I Cronache 25 vengono elencati in dettaglio gli addetti al servizio musicale: 288 musicisti, suddivisi in 24 gruppi di 12 membri ciascuno. È questa l’epoca dei Salmi (in ebraico tehillim, « canti di lode »), 70 dei quali sono attribuiti al re Davide. Negli stessi anni si sviluppò la preghiera individuale, tefillàh, di benedizione e supplica, come complemento al culto ufficiale del Tempio.

Il canto sinagogale Il declino del Tempio salomonico condusse alla progressiva scomparsa delle orchestre e all’utilizzazione esclusiva della voce umana. Tale processo si affermò irreversibilmente dopo la distruzione del Tempio per opera di Nabucodonosor e il conseguente esilio babilonese (587-538 a.C.), durante il quale l’eliminazione degli strumenti dal culto si identificò spiritualmente con il lutto per la caduta di Gerusalemme. Privati del Tempio e dei rituali sacrificali, gli Ebrei si concentrarono sulla preghiera e sulla lettura e lo studio della Bibbia, elementi primari del nuovo culto sinagogale, basati sugli insegnamenti di Ezra e Neemia. Le sinagoghe, modesti luoghi di riunione, progredirono ancora durante l’epoca del Secondo Tempio: al momento della distruzione di tale edificio a opera dell’imperatore romano Tito (70 d.C.), nella sola Gerusalemme si contavano circa 400 sinagoghe e l’ordinamento liturgico era ormai consolidato. L’elemento musicale è inscindibile dalla preghiera ebraica, ma anche dalla lettura e dallo studio dei testi sacri. Esso si è sviluppato in due forme primarie: la salmodia e la cantillazione nella lettura biblica.

La salmodia e la cantillazione La salmodia è strettamente legata alla struttura poetica e sintattica dei salmi, caratterizzata da due parti (emistichi) parallele per ogni versetto. L’intonazione melodica è organizzata intorno a una nota centrale ripetuta, con brevi fioriture (ornamentazioni) all’inizio, al centro e alla fine del versetto; tale procedimento si adatta facilmente alla lunghezza variabile dei versetti stessi. L’esecuzione era antifonale (canto eseguito all’inizio o alla fine di ciascun salmo) o responsoriale (ritornello corale in risposta al versetto intonato dal celebrante). Tale forma di cantilena venne adottata, oltre che per i Salmi, per altre parti liriche della Bibbia, quali i Proverbi. Passata, con i Salmi stessi, nella liturgia dei primi cristiani, essa costituisce il principale anello di congiunzione con il canto gregoriano e una delle premesse fondamentali della musica occidentale. La cantillazione (o lectio biblica) è l’altra forma primaria, anche se di datazione più tarda, della musica ebraica. Essa consiste nella lettura intonata del Pentateuco e delle altre parti in prosa della Bibbia. È guidata da appositi accenti (teamim) apposti sopra o sotto il testo, che iniziarono a essere indicati intorno al 500 d.C. e completati nell’895 per opera dei Massoreti, nella fissazione definitiva del testo biblico: insieme ai teamim, vennero anche aggiunti i segni che indicano le vocali. I teamim indicano sia la punteggiatura, sia le formule melodiche e sono quindi indissolubilmente legati alla sintassi e al significato del testo; non indicano né l’altezza, né la durata dei suoni e dopo la diaspora si creò una grande varietà di interpretazioni legate alle tradizioni locali, pur su basi concettuali comuni e inalterate.

SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

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SUONI E MOVIMENTI TR ELUL E ROSH HASHANAH: LO SHOFAR

Contrariamente a quanto si possa pensare, l’unica mitzvà esplicitamente comandata per Rosh HaShanà è quella della Tekiat Shofar, del suono dello Shofar, il resto sono usi e minhaghim.

Il nome con il quale la Torà chiama la festa di Rosh HaShanà è Yom Teruà, non Rosh HaShanà e nemmeno il Giorno dello Shofar, bensì Yom Teruà che è proprio uno dei suoni dello Shofar.

וּבַחדֶשׁ הַשְּׁבִיעִי בְּאֶחָד לַחֹדֶשׁ מִקְרָא קֹדֶשׁ יִהְיֶה לָכֶם כָּל מְלֶאכֶת עֲבֹדָה לֹא תַעֲשׂוּ יוֹם תְּרוּעָה יִהְיֶה לָכֶם:  (במדבר פרק כט פסוק א)

Il settimo mese, il primo giorno del mese terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile; sarà per voi il giorno dell’acclamazione con la teruà Deuteronomio 29, 1.

Nella Torà, quindi, si menziona Rosh HaShanà con il nome di Yom Teruà, Giorno della Teruà, mentre nelle preghiere del Machazor viene chiamato  Yom Hazikkaron, Giorno del Ricordo.

Rosh HaShanà viene quindi a riportare alla mente ciò che è dimenticato per questo è un YOM HAZIKKARON, UN GIORNO DI RICORDO. La maggior parte di noi vive immersa e legata al presente con tutto il peso delle nostre esigenze quotidiane ed immediate. Dimentichiamo spesso il nostro passato ed evitiamo di occuparci del nostro futuro. Per questo motivo esiste il suono dello Shofar la cui prima espressione è la Tekià: un suono limpido e continuo. Ci insegna la necessità di una continuità nella nostra vita. La vita di un uomo si esprime nel legame tra passato, presente e futuro. Un uomo che non pensa al futuro, che non ha aspirazioni, sogni e programmi e che vive tutto il tempo immerso nel passato è un uomo senza percorsi di vita reale. Yom HaZikkaron rappresenta il legame tra passato e futuro, tra l’esigenza di ricordare e non dimenticare le origini della nostra vita e le nostre aspirazioni ebraiche come non ebraiche.

I suoni dello Shofar sono tutti segni interrogativi. Chiedono all’uomo: Cosa sei? Come sei? Dice Rambam in Hilchòt Teshuvà 3,3 che il suono dello shofar ci dice :  » Svegliatevi fate un esame delle vostre azioni, fate teshuvà e ricordatevi del vostro Creatore. »

E la risposte a queste domande sono  l’essenza del significato di Rosh HaShanà: il giorno nel quale rivediamo quello che abbiamo fatto e  progettiamo dove vorremo arrivare.

La vita di ogni persona non è mai caratterizzata da omogeneità di realtà e momenti: ci  possono esistere momenti orizzontali e momenti verticali, periodi più facili di altri.

I suoni dello shofar possono anche rappresentare acusticamente questi momenti diversi.

La Tekia, una voce chiara, forte, ferma, senza esitamenti e pause…

La Teruà e gli shevarim sono invece totalmente differenti, sono un insieme di suoni spezzati, corti, divisi…proprio come un pianto o un lamento: la voce dello shofar riflette la vita.

Rosh HaShana rappresenta la verità della realtà del mondo e ci invita a trasformare questa realtà e la nostra stessa vita ebraica in una tekià ghedolà, in una completa armonia.

Ci si potrebbe chiedere:  » Che tipo di mitzvà è lo Shofar? Lishmoa kol shofar, di ascoltare la voce dello Shofar? » Praticamente una mitzvà passiva: noi ascoltiamo ed un altro suona.

In realtà è esattamente il contrario: ascoltare lo shofar è una mitzvà attiva.

E’ un atto positivo quando il Rambam scrive: « Uru Yeshenim Mitardematechem…Svegliatevi dormienti dal vostro sonno » Intende dire che lo shofar è come una sveglia per la persona.

Dobbiamo ascoltare il suono dello shofar al di là delle grida e dei rumori esterni, dobbiamo connettere la nostra anima alla voce dello Shofar.

Perchè in realtà il valore dello Shofar non è solo quello di essere un suono.

Siamo, durante il suono dello Shofar nel mese di Elul, di fronte ad un gesto arcaico ed antico che accompagna le preghiere delle Selichot, le richieste di perdono e nell’uso spagnolo e portoghese troviamo lo stesso richiamo:

 » Uomo perché dormi? Alzati e urla i tuoi tachanunim! Spargi i tuoi lamenti, Implora il tuo perdono dal Re dei re. »  (Il tuo appello, le tue preghiere di perdono).

Le Selichòt hanno più o meno una struttura concettuale che è questa:

Selichah 

סליחה) —  Perdono. Noi chiediamo perdono…

Chatanu  

חטאנו) —  Noi abbiamo peccato, testo che si dice da Rosh HaShanà, ma dipende dagli usi. E comunque si recita fino a Yom Kippur.  Alla fine si recitano i Tredici Atributi di Dio e poi il vidui, la confessione dei peccati, ripetendo il motivo che. « חטאנו צורנו סלח לנו יוצרנו »,  Abbiamo peccato nostra Rocca, perdonaci nostro Creatore

Techinah

תחינה) — Ebraico per richiesta, petizione.Questa selichà in genere appare alla fine del servizio delle Selichòt.

Secondo una maniera schematica simile possiamo tracciare dei punti per arrivare ad una teshuvà, pentimento e ritorno, consapevole:

Abbandonare il peccato,  

עזיבת החטא

Rimpianto del passato,

חרטא על העבר

Buoni propositi per il futuro,

קבלה על העתיד

Confessione,

וידוי

La confessione dei propri errori, che in realtà è una ammissione di colpa contro la fuga dalle proprie responsabilità, aIl viddui, ha un posto necessario  di  consapevolezza ed ha un posto importante anche nella tefillà pubblica.

E’ in ordine alfabetico ed è al plurale:  una volta gli studenti di Rabbi Itzhak di Vork chesero: perché il viddui di Yom Kippur è secondo l’alfabeto? Rispose il Rav:  » Altrimenti non si saprebbe quando si deve finire di confessare, perché i peccati non hanno fine, ma l’alfabeto sì! »

Per l’ebraismo il viddui tocca punti  profondi dell’animo umano che non fugge dalla responsabilità per azioni che non erano da commettere.

Dobbiamo ascoltare la nostra anima ed arrivare  al secondo passo spirituale e psicologico della nostra teshuvà: la riflessione sui nostri giorni passati.

Camminando da Elul a Rosh HaShana’ al suono dello Shofar, all’ascolto dello Shofar, giungiamo a Yom Kippur. Un passo ed una riflessione alla volta.

LA DANZA NELLA BIBBIA

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LA DANZA NELLA BIBBIA

(il titolo l’ho dato io, ma il sito  – ebraico in dialogo con il cristianesimo – lo conosco bene, forse la pagina non si visualizza perfettamente)

Segno di gioia e di gratitudine
  La Danza, nella Bibbia è intesa soprattutto come lode, manifestazione di gioia spirituale ed espressione liturgica. Si danza per festeggiare una vittoria ottenuta con l’intervento divino; per il ritorno di una persona cara, e in occasione di nascite e matrimoni.
  La profetessa Miriam, sorella d’Aronne, esterna la sua esultanza e ringrazia Dio, dopo il passaggio del Mar Rosso, “formando cori di danze” con le altre donne, suonando i timpani e cantando (Cf Es 15,20). Un’altra danza molto famosa è quella che fece Davide, in occasione del trasferimento dell’arca a Gerusalemme.
  Danzando e saltellando agilmente, il re d’Israele manifesta con tutto il suo essere la gioia incontenibile che prova per il singolare avvenimento.
  “Allora Davide andò e trasportò  l’Arca di Dio  dalla casa di  Obed-Edom  nella città  di Davide, con gioia. (…)  Davide danzava con tutte le forze davanti al Signore.  Davide era cinto di un efod Così Davide e tutta la casa d’Israele trasportarono l’arca del Signore con tripudi e a suon di tromba” (2Sam 6,12; 6,14-15).
  Per descrivere l’esultanza del re Davide di fronte all’arca dell’Alleanza, l’autore sacro usa le parole: “gioia” e “con tutte le forze”, rimarcando così il coinvolgimento  totale della persona nel movimento ritmico della danza.

   Simbologia rituale
  Nell’Arca sono custodite le Tavole della Legge date da Dio a Mosè sul Monte Sinai. Danzando davanti all’arca, Davide indossa un costume sacerdotale succinto, una specie di perizoma adatto a compiere i sacrifici: l’efod di lino. Il testo sacro ci fa capire che la nudità del re e la sua danza sono in rapporto con gli “olocausti e i sacrifici di comunione” che egli si appresta ad offrire davanti al Signore.
  Il modo in cui Davide esprime la sua gioia per la  Legge (Torà),  è ritenuto sconveniente dalla figlia di Saul che se ne scandalizza. “Mentre l’Arca del Signore entrava nella città di David,  Mikal,  figlia di Saul, guardò dalla finestra; vedendo il  re Davide  che  saltava  e danzava dinanzi al Signore, lo disprezzò in cuor suo” (2Sam 6,16). Più tardi il re chiarirà alla donna il senso rituale del suo gesto: “L’ho fatto dinanzi al Signore, (…) ho fatto festa davanti al Signore” (2Sam 6,21).
  Gli ebrei di oggi, al termine della festa dei Tabernacoli (Sukkot), celebrano nelle sinagoghe la Simchat Torà – o gioia della Legge – danzando, a saltelli ritmati, con i rotoli della Torà e cantando inni in onore dell’Eterno. La danza è anche in questo caso un gesto liturgico che esprime il rapporto di tutto l’essere con Dio. È un’espressione di gioia e di “festa davanti al Signore”, per il dono della Torà. Ed è ancora con la danza che gli ebrei chassidici [i], dopo le preghiere quotidiane, esternano il loro entusiasmo religioso. 

La Danza in cerchio: hag
 Ai tempi biblici, le processioni danzanti di uomini e donne caratterizzavano le tre grandi feste di pellegrinaggio: Pasqua, Pentecoste e Tabernacoli. Sembra che tali danze ritmate avvenissero in modo circolare, ed è forse per questo motivo che nell’ebraismo, la danza in cerchio è chiamata hag: festa.
 In cerchio si danza intorno ad un luogo sacro, o durante una cerimonia religiosa, esprimendo così il clima gioioso e comunitario della festa. La simbologia della danza in cerchio ci dice che nessuno può ritenersi più importante dell’altro, mentre tutti sono rivolti verso Colui che è al centro della vita di ognuno.

Rito Bizantino: la triplice danza
 Ritroviamo il movimento circolare nella celebrazione del matrimonio cristiano nel Rito bizantino, la cui liturgia prevede una triplice danza in cerchio del sacerdote e degli sposi. Dopo essersi recati presso l’iconostasi, essi girano per tre volte intorno all’altare, mentre si cantano alcuni tropari. 

 Rito Romano
 Col progredire dell’inculturazione, il Rito Romano si va arricchendo di gesti e simboli appartenenti ad altre culture. Sempre più frequentemente, anche grazie al mezzo televisivo, si possono vedere celebrazioni liturgiche in cui la danza, la musica e il canto di altri popoli, trovano uno spazio adeguato.
  “I gesti e gli atteggiamenti dell’assemblea, in quanto segni di comunità e di unità, favoriscono la partecipazione attiva esprimendo e sviluppando l’intenzione e la sensibilità dei partecipanti. Nella cultura di un paese, si sceglieranno gesti e atteggiamenti del corpo che esprimano la situazione dell’uomo davanti a Dio, dando ad essi un significato cristiano, in corrispondenza, se possibile, con i gesti e gli atteggiamenti provenienti dalla Bibbia.
  Presso alcuni popoli, il canto si accompagna istintivamente al battito delle mani, al movimento ritmico del corpo o a movimenti di danza dei partecipanti. Tali forme di espressione corporale possono avere il loro posto nell’azione liturgica di questi popoli, a condizione che esse siano sempre espressione di una vera preghiera comune di adorazione, di lode, di offerta o di supplica e non semplicemente spettacolo”.[ii]

[i] Chassidismo, da Chassid: pio, devoto.  È un movimento ebraico sorto in Europa intorno al 1750. I suoi membri pongono l’accento sulla gioia del cuore e sulla retta intenzione.
[ii] Da: “ La Liturgia romana e l’inculturazione” (III, 41-42) – Istruzione della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 25 gennaio 1994.

LA MUSICA SACRA NELL’EBRAISMO: LA LETTURA DELLA TORAH

http://www.eclettico.org/israele/ebraico/musica.htm

LA MUSICA SACRA NELL’EBRAISMO: LA LETTURA DELLA TORAH

Introduzione alla lettura ed ai diversi « modi » La religiosità ebraica è strettamente collegata all’espressione musicale. Lo si riscontra immediatamente entrando in una sinagoga, durante un servizio, in cui si scopre che i versi sacri della Torah (la Bibbia ebraica) e delle preghiere non vengono semplicemente letti in ebraico, ma vengono « cantillenati », cioè cantati secondo una determinata melodia.
Ai tempi del Tempio di Gerusalemme era uso normale impiegare la musica durante il culto; ora questa abitudine si è persa, anche in ricordo del lutto sempre presente per la distruzione del Tempio stesso. Nell’antichità la musica è sempre stata associata al divino e spesso le erano attribuiti poteri divini (presso gli egiziani, fenici, assiri e babilonesi). L’impiego della musica ha anche avuto forti avversatori per la sua carica di sensualità (Talmud, Trattato Berachot) e quindi per i culti venivano usati solo strumenti particolari. All’epoca del Tempio di Gerusalemme venivano impiegati vari strumenti a fiato, per richiamo (lo shofar – il corno di ariete – e la chatzotzera – una tromba) o per fare musica (a fiato: ugabh – piccola zampogna o flauto – halil – grande zampogna – alamoth – flauto doppio – magrepha – siringa. A percussione: tof – tamburello – metziltayim o tziltzal – cimbalo).
Nel Tempio di Gerusalemme erano impiegati il nebhel (arpa grande), il kinnor (arpa piccola), il tziltzal ed il halil; era presente anche un coro composto da uomini. La danza era considerata parte integrante delle cerimonie religiose. Il canto era in forma responsoriale (più cori che si alternano), unisono, a solo, e, raramente, antifonale (canto alternato fra gruppi equivalenti). Le fonti – la Torah e gli altri testi dell’ebraismo – attestano l’uso di cantare e suonare nei momenti di gioia come espressione di lode al Signore (vedi le varie cantiche: di Mosè, di Miriam, etc.). Purtroppo non ci sono arrivate testimonianze scritte delle melodie e quindi molto di questo patrimonio è andato perso. Sappiamo però come leggere la Torah, grazie alla tradizione orale ed a valenti maestri come Aaron ben Asher di Tiberiade del IX sec. – che fu il primo a dare alla Torah un sistema compiuto di accenti – ed i Masoreti (in ebr. « coloro che trasmettono la tradizione ») del X sec.
Il primo sistema di notazione conosciuto (segni mnemonici, con accenti particolari detti « te’amim », e chironomici, dal termine greco « chironomia », cioè segni fatti con la mano per indicare la melodia, tecnica attestata dal Talmud) descriveva, con il movimento di un dito, l’andamento della melodia ascendente (« kadma »), discendente (« tifha ») o prolungato (« zakef »): è possibile vedere l’impiego di questi segni da parte di colui che assiste il Chazzan, cioè il cantore – necessario in quanto non è permessa la lettura da un testo con scritti gli accenti – andando in una sinagoga durante la lettura della Torah. Qualsiasi ebreo può officiare il culto nella sinagoga, ma deve saper leggere la Torah e le preghiere, pratica che richiede ovviamente uno studio. Solo alcuni libri della Torah, la cui lettura pubblica è obbligatoria, sono provvisti di melodia: Pentateuco, Profeti, Ester, Lamentazioni, Ruth, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Salmi, Giobbe (Proverbi, Esdra, Neemia e Cronache non hanno melodie perché non erano letti durante il servizio).
La musica ebraica sacra è fondata sul sistema modale, composto da un numero di « motivi » (breve figure musicali o gruppi di note) all’interno di una determinata scala. Il modo di leggere la Torah è segnalato fin dal I secolo. Il modo del Pentateuco è influenzato dalla musica greca ed orientale ed esprime dignità ed innalzamento dello spirito. Vi sono vari modi di leggere la Torah, a seconda dell’area geografica. Quello askenazita (Europa dell’Est) – fortemente influenzato dalla musica tedesca ed espressione di sentimenti struggenti e melanconici – è simile a quello in uso nelle comunità ebraiche del sud della Francia – Carpentras, Avignone – e dell’Italia. Il modo sefardita (Spagna ed Africa del nord) ha invece varie somiglianze con il canto gregoriano – che fece propri parecchi elementi dei canti ebraici – ed ovviamente ha molte affinità con le melodie arabe. In Italia, nel XVII secolo, Salomone Rossi – famoso musicista ebreo alla corte di Mantova – introdusse l’armonia e la polifonia nella musica sinagogale ed influenzò anche i paesi di lingua tedesca.
Il modo di cantare la Torah viene effettuato su una base stabilita, che sono appunto i « te’amim », ma il suo svolgimento è diverso non solo tra comunità askenazite, sefardite, italiane, ma anche tra le varie città della stessa nazione. Motivo per cui, per esempio, se si andrà in sinagoga a Roma, Venezia o Torino, non si ascolterà la stessa identica lettura. Ogni comunità ebraica, su una base di regole comuni, ha i propri usi e costumi e ciò è valido anche per il modo della lettura della Torah.

La riscoperta della lingua ebraica in Israele
Eliezer ben Yehuda (1858-1922) è noto come colui che ha « resuscitato » la lingua ebraica rendendola lingua di uno Stato, parlata da milioni di persone.
L’ebraico, un tempo usato correntemente nella terra di Israele, dopo la diaspora (dispersione degli ebrei) avvenuta con la conquista romana di Gerusalemme (70 d.C.), era sopravvissuto come lingua sacra per la lettura della Torah e le preghiere.
Eliezer ben Yehuda, nato come Eliezer Perlman in un villaggio della Lituania, aveva appreso la grammatica ebraica da un maestro di Jeshivah (scuola superiore ebraica) che segretamente condivideva le idee della Haskalah (l’Illuminismo ebraico del XIX sec.) la quale aveva ripreso l’ebraico per farne una lingua scritta correntemente. Eliezer all’università si era appassionato alla storia dei bulgari e turchi, popolazioni oppresse, e fu allora che nacque in lui l’idea che anche il popolo ebraico doveva ritornare nella propria terra. A Parigi, dove studiò medicina, cominciò a parlare ebraico e quando si sposò, nel 1881, decise che anche la sua famiglia doveva parlare ebraico.
Lentamente, ma con costanza, Eliezer diffuse le sue convinzioni tra i suoi amici creando circoli che si proponevano come scopo di rendere l’ebraico di nuovo una lingua comunemente parlata. Cominciò a pubblicare sui giornali in ebraico e redasse un vocabolario di ebraico dopo aver consultato tutti i libri e i manoscritti che poté trovare nella biblioteca del convento di Saint-Etienne o negli istituti archeologici di Gerusalemme e nelle biblioteche di Londra, Oxford, Cambridge, Parigi, Berlino, Pietroburgo, Parma, Livorno e del Vaticano.
Nel 1910, dopo circa quindici anni di lavoro, fu pubblicato il primo volume del Thesaurus della lingua ebraica antica e moderna; i successivi uscirono dal 1912 al 1922, data della morte di Eliezer. L’opera fu portata a termine, postuma, nel 1959 (16 volumi). Nel 1890 venne fondato il primo Comitato per la lingua ebraica (che nel 1954 fu sostituito dall’Accademia ebraica) che aveva il compito di definire le regole di pronuncia (fissata – più vicina a quella sefardita – nel 1913), dell’ortografia e di supplire a tutte le lacune del vocabolario, « creando » i termini moderni. In Israele, nell’ambito scolastico, un gran lavoro per la diffusione della lingua ebraica fu svolto dal gruppo gli « Amanti di Sion » con il sostegno finanziario del barone Edmond de Rothschild.
Già dal 1900 i bambini nelle scuole si esprimevano correntemente in ebraico. Nel 1908, al primo Congresso internazionale sul ruolo dello Yiddish nella vita ebraica a Czernowitz, iniziò la lotta tra i sostenitori dello Yiddish e quelli dell’ebraico come lingua nazionale ebraica. Nel 1919 fu fondato in terra di Israele il primo quotidiano in ebraico: Hadashot ha-Aretz (divenuto in seguito Ha’aretz); tra il 1924 ed il 1934 furono inaugurati il Technion di Haifa, l’Università ebraica di Gerusalemme ed il futuro Istituto Weizmann; nel 1934 iniziarono trasmissioni radio in ebraico; dal 1925 vennero creati teatri dove si rappresentavano opere in ebraico.
Nel 1922, l’art. 22 del Mandato britannico stabilì che l’inglese, l’arabo e l’ebraico erano le lingue ufficiali del paese e dal 1948 l’ebraico divenne di nuovo la lingua ufficiale di uno Stato sovrano, lo Stato di Israele.

Silvia Haia Antonucci

Associazione di Amicizia Marche Israele – Pagina attiva dal 1995 – E mail: aami@eclettico.org
Ultimo aggiornamento: 16/01/10

PARLARE DI EBRAISMO ATTRAVERSO LA DANZA – IL CORPO E L’ESTASI

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PARLARE DI EBRAISMO ATTRAVERSO LA DANZA

IL CORPO E L’ESTASI

« Di nuovo ti ornerai dei tuoi tamburi e uscirai fra la danza dei festanti » (Ger 31,4): il corpo e l’estasi, la danza nella tradizione ebraica, la danza come espressione di lode all’Eterno nell’ebraismo biblico e post-biblico, la ricerca di nuove forme di danza, sono i temi che sono stati affrontati dalla Prof.ssa Elena Bartolini – che sta preparando un libro su questo tema ed è attiva, tra Israele ed Italia, nel dialogo ebraico-cristiano – nel ciclo di incontri dedicati alla danza nell’ebraismo presso la Libreria Menorah di Roma.
Nella tradizione ebraica il « corpo » rappresenta la sintesi di corpo e spirito (la parola ebraica « nefesh », in genere tradotta come « anima », indica la persona nel suo complesso). La danza nella Torah è intesa come forma di preghiera, come parola e gesto rituale; era impiegata per mantenere la tradizione quando non si potevano usare le parole. Il concetto di danza è fondamentale nella cultura ebraica (durante le feste di pellegrinaggio si svolgevano danze alternate di uomini e donne) e non a caso è legato alla figura della donna, centrale nella liturgia familiare: da lei dipende l’ebraicità del figlio, è lei che insegna la cultura, tutte le feste ruotano intorno a lei.
Nella Torah sono narrati vari episodi di danze che esprimono l’esperienza mistica con una grande ricchezza di linguaggio. « Hol » è la radice ebraica di « danza », da essa deriva « halil », parola ebraica che vuol dire « flauto »; da questo semplice raffronto di parole si rileva una connessione tra danza e musica che viene spesso impiegata per lodare D-o: « Lodate il Signore con l’accompagnamento del cembalo e di liete danze » (salmo n.150). In ebraico biblico vi sono 11 radici verbali riferite alla danza: « Karar », che vuol dire « saltare roteando » (Davide nel II libro di Samuele); « Rakad »: « saltellare di gioia e anche di paura » (si riferisce al rapporto con il Creatore); « Dalag »: « saltare balzellando » (presente nel Cantico dei cantici); « Paraz »: « muoversi flessuosamente » (Davide nel II libro di Samuele); « Cafaz »: « saltellare, muoversi a piedi nudi sulla Terra di Israele » (presente nel Cantico dei cantici); « Sabab »: « circondare, volteggiare, andare e venire », riferito alla danza in cerchio; « Zalan »: « zoppicare » (popolo di Israele è a volte rappresentato nella Torah come un capretto zoppicante); « Pesach »: « salto al di là »; « Hagag »: « esultare »; « Sahak »: « ridere di gioia », riferito alla danza come segno di festa; « Hag »: « festa » e « cerchio ».
La danza che si svolgeva in cerchio era anticamente la danza sacra intorno all’altare; il cerchio rappresenta ciò che è senza fine, il mondo a venire, nel cerchio tutti sullo stesso piano; il suo centro simboleggia il Monte Sion, mentre la periferia rappresenta il cammino, la strada da percorrere. Troviamo vari esempi di danze nella Torah: in Esodo 15 (dopo il « Canto del mare » di Mosè, che è stato aggiunto posteriormente, vi è la danza di Miriam: « Miriam la profetessa, sorella di Aron, prese in mano il cembalo, e la seguirono tutte le altre donne con cembali e con strumenti di danza »); nel II libro di Samuele, 6,14 (« David stesso poi, cinto di un efod di lino, saltava con tutta forza davanti al Signore »: Davide compie danze estatiche davanti l’arca indossando un perizoma che si usava per eseguire un sacrificio, e Mical lo rimprovera perché danza in modo sconcio – verrà resta sterile da D-o per punizione – senza capire che Davide compie ciò di fronte a D-o, si tratta di una danza sacra, esprime la lode a D-o con tutta la persona); nell’episodio del vitello d’oro.

 Associazione di Amicizia Marche Israele

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