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MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

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MAGISTERO, LITURGIA, CULTO POPOLARE: VIAGGIO NELLA DEVOZIONE A SAN GIUSEPPE

La Chiesa ha sempre riconosciuto al padre putativo di Gesù un posto d’onore tra i discepoli di Dio, come testimoniano i documenti magisteriali, la Liturgia e le reliquie

Roma, 19 Marzo 2014 (Zenit.org) Federico Cenci

Nel corso dei secoli la Chiesa si è sempre prodigata per sottolineare il valore della testimonianza dei discepoli del Signore. La diffusa devozione popolare di cui gode, dimostra come una speciale menzione in questo senso sia stata riservata a San Giuseppe, la cui memoria cade non a caso in un tempo di intensa preghiera qual è la Quaresima.
L’otto dicembre 1870, nel giorno “sacro all’Immacolata Vergine Madre di Dio e Sposa del castissimo Giuseppe” e – detto senza infingimenti – in un anno “di tempi tristissimi (per) la stessa Chiesa, da ogni parte attaccata da nemici”, Pio IX proclamò San Giuseppe patrono della Chiesa universale. Quel santo che lo stesso Pontefice definì “il più grande santo e il più potente intercessore che abbiamo in cielo, dopo la Vergine Maria”.
Chiunque si sia seduto sulla Cattedra di Pietro dopo Mastai Ferretti ribadì l’importanza di quello che Pio XII, proclamandolo Patrono degli operai e degli artigiani, chiama “l’umile artigiano di Nazareth”, il quale “non solo impersona presso Dio e la Santa Chiesa la dignità del lavoratore del braccio, ma è anche sempre il provvido custode vostro e delle vostre famiglie”.
Prima di lui Benedetto XV, con il Motu Proprio ‘Bonum sane’, nel 1920, esaltò l’efficacia della devozione a San Giuseppe come rimedio ai problemi del dopoguerra. Decenni più tardi, Giovanni XXIII inserì San Giuseppe nel Canone Romano e gli affidò il Concilio Vaticano II. Giovanni Paolo II ha dedicato a San Giuseppe l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos (15 agosto 1989), emanata proprio un secolo dopo l’enciclica di Papa Leone XIII, sempre dedicata a San Giuseppe, Quamquam Pluries (15 agosto 1889).
Benedetto XVI, battezzato nel nome di Giuseppe, ha testimoniato attraverso profonde meditazioni come la figura di questo santo abbia accompagnato gli anni del suo pontificato. Durante l’omelia pronunciata il 19 marzo 2009, memoria liturgica di San Giuseppe, l’attuale Papa emerito disse: “Giuseppe è, nella storia, l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti ad un annuncio così stupefacente”.
Quel riconoscimento di straordinario coraggio e totale dedizione che Benedetto XVI assegnava a San Giuseppe, è stato raccolto nel maggio scorso da papa Francesco. La Congregazione per il culto divino ha, infatti, pubblicato un decreto che dispone che San Giuseppe venga menzionato accanto alla Madonna anche nelle preghiere II, III e IV del Canone Romano.
Padre Tarcisio Stramare, sacerdote degli Oblati di San Giuseppe nonché direttore del Movimento Giuseppino a Roma, istituto che studia e medita la figura salvifica di San Giuseppe, accolse questa decisione come un “atto dovuto”, aggiungendo – nel corso di un’intervista a ZENIT – che “papa Francesco abbia voluto porre fine a un’attesa che si protraeva ormai da oltre 50 anni”.
Attesa che dà la misura di quanto il popolo cristiano sia saldamente legato alla figura di San Giuseppe. Se la Liturgia e i documenti del Magistero ne onorano la memoria, non di meno avviene a livello di cultura popolare. E il culto delle sue reliquie, enormemente diffuso in Italia e in Europa, lo testimonia.
Frammenti di oggetti da associare a San Giuseppe sono presenti un po’ ovunque. L’anello nuziale che Egli mise al dito anulare di Maria sua sposa è gelosamente conservato nella Cappella di San Giuseppe dedicata al Santo Anello, all’interno del Duomo di Perugia. L’oggetto si trova nella città umbra dal 1473, ma già dal XI secolo si trovava a Chiusi proveniente da Gerusalemme. Secondo la tradizione, la Vergine lo avrebbe consegnato all’apostolo Giovanni prima di morire. E poi, non si sa come, l’anello finì nelle mani di un commerciante che lo vendette a un orafo di Chiusi.
Anche la Cattedrale di Notre Dame, a Parigi, può vantare non uno ma due anelli, quelli di San Giuseppe e di Maria. Si tratterebbe, in questo caso, degli anelli di fidanzamento. Sempre a Parigi, ma nella chiesa dei Foglianti, ci sarebbe poi un frammento della sua cintura, portata in Francia dalla Terra Santa nel 1254 da Jean de Joinville, biografo della Vita di San Luigi. Ad Aquisgrana, entro i confini tedeschi, tra le principali reliquie del tesoro di Carlo Magno sono presenti le fasce che avrebbero avvolto Gesù Bambino, ricavate, data la situazione di estrema necessità, dai calzettoni o bende di San Giuseppe.
Travalicate le Alpi, giunti in Italia, si assiste a un proliferare di reliquie di San Giuseppe. Nel Sacro Eremo di Camaldoli, in Toscana, si conserva all’interno di una teca d’oro a forma di mazza, un frammento del bastone del santo. Sino al 1935 la reliquia si trovava a Firenze, sempre in possesso dei frati camaldolesi. L’uso continuo della reliquia per assistere i malati diffuse talmente il culto del santo da indurre Cosimo III, Granduca di Toscana, a patrocinare la proclamazione di san Giuseppe compatrono di Firenze (1719). Ma i frammenti del bastone sono segnalati anche altrove: a Chambéry, Beauvais, Rabat (a Malta), san Martino al Cimino (vicino Viterbo) e in varie chiese di Roma.
Sempre a Roma, nella chiesa di Sant’Anastasia, si conserva un grande pezzo di mantello attribuito a San Giuseppe. Un documento attesta la visita di detta reliquia il 27 marzo 1628. Particelle del mantello di san Giuseppe sono conservate poi in altre chiese di Roma, ad esempio a San Giovanni in Laterano. Frammenti della tomba di San Giuseppe sono invece segnalati nella chiesa romana di Santa Maria in Campitelli.

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4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

http://www.preghiereagesuemaria.it/santiebeati/san%20giuseppe%20mio%20grande%20ptotettore.htm

(questa presentazione di San Giiuseppe è molto lunga, ne ho scelta un parte)

4. SAN GIUSEPPE NELLA INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEI PRIMI SECOLI

Nel primo millennio non si può ancora parlare di una vera josefologia. Giuseppe viene nominato nella storia della salvezza e considerato come padre legale di Gesù e come « uomo giusto », che ha una particolare posizione nella vita del Figlio primogenito di Maria.
I primi grandi teologi della Chiesa sentono soprat­tutto il bisogno di liberare i fedeli dalle opinioni errate degli eretici precedenti. Per annullare certe idee fan­tastiche, senza distruggere un’iniziata devozione vo­gliono presentare la figura di Giuseppe nella chiara luce dei testi evangelici. Per questo, il loro scopo prin­cipale consiste nell’arrivare a un accurato esame della genealogia del Figlio di Dio, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Sono i tre eventi essenziali che rappresentano l’impianto del piano della salvezza di Dio, nel quale Giuseppe ha il suo ruolo e anche la sua missione di partecipare ad essa come nessun altro uomo. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri­stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni. Ma non si arriva a poter presentare un suo profilo biografico e a inse­rire la sua figura nella storia della santificazione.
Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino, il grande apologeta del secolo secondo. Le sue poche parole nel Dialogo con Trifone, le abbiamo già ripor­tate. Nel terzo secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che «Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi­cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno. San Giuseppe si umiliò, dunque, dinanzi a un’opera così grande ed inesprimibile, cercando di allontanarsi, come anche san Pietro si umiliò dinanzi al Signore dicendo: « Signore, allontanati da me, sono un peccatore », e fece come il capitano che confessò: « Signore, non vale vederti entrare nella mia casa. Così anch’io non sono degno di avvicinarmi a te »».
Origene continua con l’esempio di santa Elisabetta che disse alla beata Vergine: «Chi sono io, che da me viene la Madre del mio Signore? Così il giusto Giu­seppe si umiliò. Avendo paura, cercava di non unirsi con Maria e con la sua così grande santità».
Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusa­lemme, san Cromazio di Aquileia e sant’Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe: «Come Elisabetta, a motivo del suo affetto fu chia­mata madre di Giovanni ma non perché Giovanni sia nato da lei, così anche Giuseppe fu chiamato padre di Gesù, non a motivo della generazione, ma a motivo della sua cura ed educazione del bambino».
Non si trovano altri pensieri su Giuseppe in san Cirillo. Invece di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. San Girolamo si è ampiamente ispirato al suo commento che inizia con la « narrazione della nascita ter­rena del Signore, partendo da Abramo, seguendo la linea dei discendenti di Giuda, fino ad arrivare a Giuseppe e a Maria ». Cromazio afferma: «Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale».
Nella terza predica Cromazio, dopo aver gettato lo sguardo sul « segno nuovo e straordinario » del parto verginale di Maria, si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25: «Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun­ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo.
Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que­stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe.
Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’e­spressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppew, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che « »sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore?
La spiegazione del testo evangelico: Ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter­minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi».
E Crornazio si riferisce ad alcuni brani biblici, con l’invito al lettore di cercarli. Tutto serve per conclu­dere il suo Commento di Matteo dicendo: «Quando nel brano citato l’evangelista scrive: Egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, dobbiamo intendere che parla sì di un breve spazio di tempo (fintanto che lei non generò il figlio), ma con l’intenzione di voler includere tutto il tempo posteriore in cui Maria e Giu­seppe vissero insieme».
L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto: «Prosegue l’evangelista: Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nel paese d’Israele; perché sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Il fatto che l’angelo abbia usato la precisa espressione: Sono morti coloro che insidiavano la vita del bambino, quando si rivolse a Giuseppe, dichiara a tutte note che il Figlio di Dio, perfetto Dio e perfetto uomo, ha assunto tutto quanto l’uomo, cioè non solo il suo corpo, ma anche la sua anima. Se siamo costretti a fare tale afferma­zione, è perché vi sono stati degli sciocchi, i quali, nella loro stolta predicazione, hanno avuto l’ardire di sostenere che il Figlio di Dio avrebbe assunto uni­camente il corpo umano. Ma la loro stolta ipotesi trova una precisa smentita, non solo nelle parole del­l’angelo».
Ma non ci si può fermare al semplice racconto, che cioè Giuseppe, dopo la morte di Erode, sia stato avvi­sato di tornarsene nel paese d’Israele con il bambino e sua madre. Negli stessi eventi del Signore va ricer­cata anche la significazione dell’intelligenza dello Spi­rito. Per tale interpretazione Erode rappresenta il pro­totipo dell’infedeltà dei Giudei, come l’Egitto è tipo del nostro mondo. Dopo che l’Egitto ricevette la visita del Signore, il Signore torna dunque a visitare i figli d’Israele: Morto Erode, dice il testo, cioè dopo aver spento almeno in parte l’incredulità.
La narrazione procede dicendo che Giuseppe, par­tito dall’Egitto, tornò in Israele; il brano evangelico comprende la citazione profetica in cui si dice che il bambino sarà chiamato Nazareno».
Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan­gelisti, annota: «si conferma che in Giuseppe ci fu l’a­mabilità e la figura del giusto, per rendere più degna la sua qualità di testimone. Effettivamente la bocca del giusto non conosce menzogna, e la sua lingua parla secondo giudizio, e il suo giudizio proferisce la verità».
E nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega « l »imlnacolato mistero dell’incarnazione», vide in «Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fècondata nel grembo dal mistero» dello Spirito Santo.
Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 917-16 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori, in cui non si può mettere in ombra una certa derivazione giudea di pensiero.
«Per narrare come nacque e apparve Gesù tra gli uomini», va considerata la sincera, non finta giustizia di Giuseppe, che aveva deciso di «ripudiare Maria in segreto perché non voleva esporla al disprezzo. Come marito egli, è vero, si turba, ma come giusto non incrudelisce. Tanto grande è la giustizia di quest’uomo che non volle tenersi un’adultera né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto – dice la Scrittura – poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. Considerate com’era autentica la sua giustizia! Non voleva infatti risparmiarla, perché desiderava tenerla con sé. Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi­rato dalla misericordia. Quanto è ammirevole questo giusto! Non la tiene come adultera per non dare a vedere di perdonarla, perché l’avrebbe amata sen­sualmente, eppure non la punisce, né la denuncia. Ben a ragione fu scelto come testimone della verginità della sposa. Egli dunque si turba à causa della debo­lezza umana, ma è rassicurato dall’autorità divina.
È una bellissima descrizione della vera figura giusta e santa di Giuseppe. Agostino ora mette in luce il significato della sua paternità: «La Scrittura vuol dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe. Siccome era angustiato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida, gli vien detto: È opera dello Spirito Santo. Con tutto ciò non gli vien tolta l’autorità di padre, dal momento che gli viene comandato d’imporre il nome al bambino. Infine la stessa Vergine Maria, sebbene fosse perfettamente consapevole d’aver concepito il Cristo senza aver avuto alcun rapporto o amplesso coniugale con lo sposo, lo chiama tuttavia padre di Cristo».
«State attenti a come ciò avvenne: il Signore Gesù Cristo essendo, in quanto uomo, nell’età di dodici anni, egli che, in quanto Dio, esiste prima del tempo ed è fuori del tempo, rimase separato dai genitori nel tempio a disputare con gli anziani, che rimanevano stupiti della sua scienza. I genitori, invece, ripartiti da Gerusalemme, si misero a cercarlo nella loro comitiva, cioè tra coloro che facevano il viaggio con loro, ma non avendolo tro­vato, tornarono a Gerusalemme angosciati e lo trova­rono che disputava con gli anziani, avendo egli – come ho detto – solo dodici anni. Ma che c’è da stupirsi? Viene dunque trovato nel tempio ed egli disse ai geni­tori: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. « Ecco – dice qualcuno – non ammise d’essere figlio di Giuseppe ». Fate un po’ d’attenzione, fratelli, affinché la strettezza del tempo ci basti per il discorso. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre».
Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre. Riprende un’errata interpretazione di una frase di Rm 9,5: «Occor­reva che mi occupassi delle cose del Padre mio, essa sta ad indicare che Dio è suo Padre in modo da non ricono­scere come padre Giuseppe. In qual modo lo dimo­striamo? Attenendoci alla Scrittura che non dice era sottomesso alla madre, ma a loro, (chiediamo): Chi sono questi, ai quali era sottomesso? Non erano forse i suoi genitori? Erano entrambi i suoi genitori coloro ai quali Cristo era sottomesso per la degnazione per cui era figlio dell’uomo. Giuseppe non solo doveva essere padre, ma doveva esserlo in sommo grado…, perché con l’animo compiva meglio ciò che altri desiderano compiere con la carne. Così, per esempio, anche coloro che adottano dei figli, non li generano forse col cuore più castamente, non potendoli generare carnalmente?.
Per Agostino è molto importante spiegare la pater­nità di Giuseppe. Le generazioni sono infatti contate secondo la linea genealogica di Giuseppe e non di Maria: «Abbiamo dunque esposto a sufficienza il motivo per cui non deve turbarci il fatto che le generazioni sono enumerate seguendo la linea genealogica di Giu­seppe e non quella di Maria; come infatti essa è madre senza la concupiscenza carnale, così egli è padre senza l’unione carnale. Quindi le generazioni discendono e ascendono tramite lui. Non dobbiamo quindi metterlo da parte perché mancò la concupiscenza carnale. La maggiore sua purezza conferma la paternità, perché non ci rivolga un rimprovero la stessa Santa Maria. Essa infàtti non volle porre il proprio nome innanzi a quello del marito, ma disse: Tuo padre e io, angosaàt; ti cercavamo. Non facciano dunque i maligni detrattori, ciò che non fèce la casta sposa. Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre. Dobbiamo invece mettere l’uomo al di sopra della donna secondo l’ordine della natura e della legge di Dio. Se infatti metteremo da parte lui e al suo posto metteremo lei, egli ci dirà giustamente: « Perché mi avete messo da parte? Perché le generazioni non ascen­dono o discendono per la mia linea genealogica? ». Gli si risponderà forse: « Perché tu non hai generato mediante la tua carne? ». Ma egli ci risponderà: “Par­torì forse anche Maria mediante la sua carne?”. Ciò che lo Spirito Santo eflèttuò, lo effettuò per ambedue. È detto: Essendo un uomo giusto. Giusto dunque l’uomo, giusta la donna. Lo Spirito Santo, che riposava nella giustizia (nel senso di santità) di ambedue, diede un figlio ad entrambi».
Dopo Agostino, nel secolo VI, nacquero due grandi Omelie latine su san Matteo, quella dello Pseudo-Cri­sostomo e quella dello Pseudo-Origene che è pro­babilmente di origine italiana (Ravenna?).
In questi due anonimi si incontrano splendide pagi­ne sulla figura e sulla missione di san Giuseppe. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo sorprende un’in­terpretazione tipologica del falegname Giuseppe. Come «figura verginale e feconda egli appare come tipo» di Cristo e della Chiesa e costituisce un certo simbolo della redenzione degli uomini sul legno della croce. «Maria era sposata con il falegname» e Giu­seppe era sotto due titoli (sposo e carpentiere) pre­sentato nel Vangelo come tipo di «Christus sponsus ecclesae» dal quale «omnem salutem hominem’» dipende e «per lignum crucis fuerat operatus »».
Nella stessa Omelia, Giuseppe viene messo in luce come «uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia». Per questo intendeva lasciare segretamente Maria. Che cosa era capitato? Qualcosa di sopranna­turale, certamente. Giuseppe non poteva dubitare delle parole dette da Maria. Ma una grande angoscia riempì il suo cuore, che dallo Pseudo-Crisostomo è descritta non senza riferirsi a qualche spiegazione nei testi antichi. E quando appare l’angelo a Giuseppe, si domanda perché non si è fatto vedere prima della con­cezione di Maria? L’angelo avrebbe potuto rivelare già prima tutto a Giuseppe perché accettasse il mistero senza difficoltà.
Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: «Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore. Di con­seguenza, mettiti ad aiutare, a servire, a custodire, a proteggere il Figlio che nascerà e colei che lo parto­risce. Anche se essa è chiamata tua moglie o se viene considerata come tua fidanzata, non è la tua donna, bensì la madre scelta da Dio per il suo unigenito».
L’anonimo continua a invitare Giuseppe con le parole dell’angelo a «non aver timore di ricevere Maria come un tesoro celeste, di non turbarsi ad accet­tarla come un tempio onorabile, come la dimora di Dio. La tua missione consiste nel vegliare su di essa e di aver cura di lei durante la fuga in Egitto e poi nel ritorno in terra d’Israele. Quanto al bambino che nascerà, il tuo ruolo si limita a dargli il nome di Gesù, un nome che tu non devi inventare, perché egli lo pos­siede da tutta l’eternità. Nomen eius est salvatorem».
In seguito Giuseppe viene soprattutto nominato nel racconto della fuga in Egitto. È lo Pseudo-Cri­sostomo che interpreta l’ordine dell’angelo di «pren­dere `il bambino e sua madre », come l’espressione della situazione particolare di Giuseppe nella Sacra Fami­glia. Surge et accipe puerum. Non il tuo bambino, ma quello di cui il primo Padre afferma: Hic est puer meus dilectus».
I due scrittori anonimi continuano con una ricca esposizione letteraria dei testi evangelici ispirata anche a riflessioni giudeo-cristiane da loro incontrate nei testi di autori palestinesi e di qualche libro apocrifo.
Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat­tutto le solite realtà biblico-teologiche. Non sono grandi scoperte e novità, neanche si può parlare di pagine abbondanti di carattere letterario. Tra tutti questi autori ha però valore Beda il Venerabile, del quale riportiamo alcune pagine.

 

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19 MARZO: SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE – OMELIA DI PAPA PAOLO VI (19 marzo 1969)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1969/documents/hf_p-vi_hom_19690319_it.html

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

Mercoledì, 19 marzo 1969

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.
È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.
Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . .
Se osservate con attenzione questa vita tanto modesta, ci apparirà più grande e più avventurata ed avventurosa di quanto il tenue profilo della sua figura evangelica non offra alla nostra frettolosa visione. S. Giuseppe, il Vangelo lo definisce giusto (Matth. 1, 19); e lode più densa di virtù e più alta di merito non potrebbe essere attribuita ad un uomo di umile condizione sociale ed evidentemente alieno dal compiere grandi gesti. Un uomo povero, onesto, laborioso, timido forse, ma che ha una sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta, per offrire così, con sacrificio totale, l’intera esistenza alle imponderabili esigenze della sorprendente venuta del Messia, a cui egli porrà il nome per sempre beatissimo di Gesù (Matth. 1, 21), e che egli riconoscerà frutto dello Spirito Santo, e solo agli effetti giuridici e domestici suo figlio. Un uomo perciò, S. Giuseppe, «impegnato», come ora si dice, per Maria, l’eletta fra tutte le donne della terra e della storia, sempre sua vergine sposa, non già fisicamente sua moglie, e per Gesù, in virtù di discendenza legale, non naturale, sua prole. A lui i pesi, le responsabilità, i rischi, gli affanni della piccola e singolare sacra famiglia. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato.
È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande (ricordiamo l’effusione di Gesù, al capo undecimo di San Matteo: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose – le cose del regno messianico! – ai sapienti ed ai dotti, che hai rivelate ai piccoli»); qui ciò ch’è misero diventa degno della condizione sociale del Figlio di Dio fattosi Figlio dell’uomo; qui ciò ch’è elementare risultato d’un faticoso e rudimentale lavoro artigiano serve ad addestrare all’opera umana l’operatore del cosmo e del mondo (cfr. Io. 1, 3 ; 5, 17), e a dare umile pane alla mensa di Colui che definirà Se stesso «il Pane della vita» (Io. 6, 48). Qui ciò ch’è perduto per amore di Cristo, è ritrovato (cfr. Matth. 10, 39), e chi sacrifica per lui la propria vita di questo mondo, la conserva per la vita eterna (cfr. Io. 12, 25). San Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro, annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche.
E qui la meditazione sposta lo sguardo, dall’umile Santo al quadro delle nostre condizioni personali, come avviene di solito nella disciplina dell’orazione mentale; e stabilisce un accostamento, un confronto tra lui e noi; un confronto dal quale non abbiamo da gloriarci, certamente; ma dal quale possiamo trarre qualche buono incitamento; all’imitazione, come nelle nostre rispettive circostanze è possibile; alla sequela, nello spirito e nella pratica concreta di quelle virtù che nel Santo troviamo così rigorosamente delineate. Di una specialmente, della quale oggi tanto si parla, della povertà. E non ci lasceremo turbare per le difficoltà, che essa oggi, in un mondo tutto rivolto alla conquista della ricchezza economica, a noi presenta, quasi fosse contraddittoria alla linea di progresso ch’è obbligo perseguire, e paradossale e irreale in una società del benessere e del consumo. Noi ripenseremo, con S. Giuseppe povero e laborioso, e lui stesso tutto impegnato a guadagnar qualche cosa per vivere, come i beni economici siano pur degni del nostro interesse cristiano, a condizione che non siano fini a se stessi, ma mezzi per sostentare la vita rivolta ad altri beni superiori; a condizione che i beni economici non siano oggetto di avaro egoismo, bensì mezzo e fonte di provvida carità; a condizione, ancora, che essi non siano usati per esonerarci dal peso d’un personale lavoro e per autorizzarci a facile e molle godimento dei così detti piaceri della vita, ma siano invece impiegati per l’onesto e largo interesse del bene comune. La povertà laboriosa e dignitosa di questo Santo evangelico ci può essere ancora oggi ottima guida per rintracciare nel nostro mondo moderno il sentiero dei passi di Cristo, ed insieme eloquente maestra di positivo e onesto benessere, per non smarrire quel sentiero nel complicato e vertiginoso mondo economico, senza deviare, da un lato, nella conquista ambiziosa e tentatrice della ricchezza temporale, e nemmeno, dall’altro, nell’impiego ideologico e strumentale della povertà come forza d’odio sociale e di sistematica sovversione.
Esempio dunque per noi, San Giuseppe. Cercheremo d’imitarlo; e quale protettore lo invocheremo, come la Chiesa, in questi ultimi tempi, è solita a fare, per sé, innanzi tutto, con una spontanea riflessione teologica sul connubio dell’azione divina con l’azione umana nella grande economia della Redenzione, nel quale la prima, quella divina, è tutta a sé sufficiente, ma la seconda, quella umana, la nostra, sebbene di nulla capace (cfr. Io. 15, 5), non è mai dispensata da un’umile, ma condizionale e nobilitante collaborazione. Inoltre protettore la Chiesa lo invoca per un profondo e attualsimo desiderio di rinverdire la sua secolare esistenza di veraci virtù evangeliche, quali in S. Giuseppe rifulgono; ed infine protettore lo vuole la Chiesa per l’incrollabile fiducia che colui, al quale Cristo volle affidata la protezione della sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal Cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del Corpo mistico di Cristo medesimo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante.
E poi per il mondo invocheremo S. Giuseppe, sicuri che nel, cuore, ora beato d’incommensurabile sapienza e potestà, dell’umile operaio di Nazareth si alberghi ancora e sempre una singolare e preziosa simpatia e benevolenza per l’intera umanità. Così sia.

 

19 MARZO: SAN GIUSEPPE: L’UOMO DEL SILENZIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Santo_del_mese/03-Marzo/San_Giuspeppe.html

19 MARZO: SAN GIUSEPPE:

SAN GIUSEPPE, L’UOMO DEL SILENZIO

Il silenzio è sempre stato considerato come uno dei pilastri portanti e dei sostegni più solidi e necessari della vita spirituale. San Bernardo dice: “Il silenzio è nostro custode e la nostra forza risiede in lui; il silenzio è il fondamento della vita spirituale, per mezzo di esso si acquisisce la giustizia e la virtù: parlate poco con gli uomini e sperate molto in Dio”.
Un monaco chiese al suo abate: «Padre desidero grandemente conservare la mia anima pura, che debbo fare?». «Fratello, rispose l’abate, lo potete fare col silenzio». Perché il silenzio è la migliore disposizione alla preghiera. Senza di esso la nostra preghiera sarà un pullulare di distrazioni.
Il silenzio produce il raccoglimento, il raccoglimento la devozione, la devozione la preghiera, la preghiera l’unione con Dio e l’unione con Dio la santità.
Senza il silenzio non può esserci il raccoglimento: più un’anima chiacchiera e si distrae in cose del mondo più si svuota perdendo la devozione, e lo spirito di orazione. Quindi tornerà con molta fatica alla preghiera e alla meditazione e all’unione con Dio.
LA SERENITÀ DI SAN GIUSEPPE
Il silenzio interiore consiste nella grande pace di tutte le facoltà dell’anima, nel perfetto riposo di tutte le sue potenze e nella tranquillità della coscienza. Esso nasce dalle parole che Dio sussurra all’orecchio del cuore: “Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli, per chi ritorna a lui con tutto il cuore” (Sal 85,9).
Se guardiamo alla famiglia di Nazareth, noteremo che è proprio questo silenzio interiore che Gesù e Maria hanno insegnato a San Giuseppe. Se il primo dono di Dio all’umanità è stata l’immacolata concezione di Maria, esentandola completamente dal peccato e dalla colpa, il primo dono che la Vergine santissima e il suo benedetto Figlio hanno fatto all’uomo è stato quello del silenzio interiore e San Giuseppe ne è stato il primo beneficiario.
Né la persecuzione di Erode, né la fuga in Egitto, né le traversie di un immigrato, né le difficoltà nella gestione della maternità di Maria, lo hanno sconvolto, ma sempre è rimasto impassibile, confidando unicamente in Dio. Per questo è detto “il giusto”, perché nulla lo ha turbato. Sempre ha cercato Dio.
Ora, San Giuseppe ha avuto la grazia di vivere accanto al Salvatore e a sua Madre, la Tutta Santa, e ha ascoltato dalla loro bocca quelle soavi parole che bastarono a fargli godere il silenzio interiore quale riflesso della celeste beatitudine.
La vita di San Giuseppe fu una continua preghiera. In compagnia del Re del cielo non poteva che meditare e gustare le cose del cielo. Mentre Gesù cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomini, San Giuseppe cresceva in raccoglimento ed unione con il Dio Salvatore; non occupandosi delle cose esteriori se non nella misura strettamente necessaria ai bisogni della Sacra Famiglia. San Bernardino da Siena afferma che: «Il santo padre putativo di Gesù fu innalzato al più alto grado di contemplazione. Egli ebbe l’altissimo favore di godere delle più intime comunicazioni dello Spirito Santo e delle più rare grazie del Cuore divino di Gesù».
Questo silenzio interiore è l’impassibilità davanti agli avvenimenti del mondo. L’anima immersa in Dio conosce perfettamente tutte le tendenze dell’animo umano e non se ne scandalizza, ma le guarda con quel sereno distacco che proviene dall’amore. Tutto avvolge nella misericordia, sapendo che solo quando l’uomo si apre a Dio può cambiare il suo cuore, cioè i suoi pensieri e le sue tendenze e così dominare le sue passioni malvagie.
L’uomo e la donna di Dio hanno una profonda commiserazione della realtà di questo mondo, dei peccati degli uomini e del male che vi è attorno a loro, ma tutto il peso di questo dolore, non diventa in loro né occasione di maledizione, né di lamento, ma solo di compassione verso un mondo che, nonostante i progressi della tecnica, poco ha contribuito a cambiare il cuore dei figli di Adamo.
Questa impassibilità amorosa, o apatheia, come dicevano i Padri greci, è il silenzio interiore. Interiormente tutto tace, non c’è pathos, e l’anima ricerca solo Dio e il suo amore. Non per fuggire dal mondo, ma per guardare ancor più il mondo e gli uomini con gli occhi di Dio. Più tace dentro di noi il nostro io e più cresce in noi la misericordia.
Cercando, anzi bramando, anzitutto l’unione con Dio, tutto il resto passerà in secondo piano. Si potrà anche essere immersi in mille attività, ma lo sguardo interiore è rivolto sempre verso Dio. Allora né onori, né gloria, né successi, né critiche, né difficoltà di vario tipo potranno intaccare la stabilità interiore del cuore. Si potranno fare mille cose, o forse nessuna, ma il cuore rimane fisso sempre in Dio e non sarà mai travolto dagli avvenimenti esterni. Don Bosco è stato proprio uno di questi santi; così moderno, perché profondamente radicato in Dio.
LA SOLITUDINE INTERIORE
In un mondo dominato dal rumore e dall’apparire, il silenzio esteriore è assolutamente necessario per il progresso nella vita spirituale. Tuttavia è il silenzio interiore che dà forza al primo e ne produce gli effetti desiderati: “A che serve la solitudine del corpo se manca quella del cuore?” esclama San Gregorio. E l’Imitazione di Cristo: “Colui che desidera servire Dio deve cercare ed amare la solitudine interiore, senza la quale la solitudine esteriore diventa moltitudine”. Il silenzio interiore è uno degli esercizi più difficili ma anche uno dei più sicuri per giungere alla santità. Con il silenzio interiore, l’anima compie grandi cose anche quando sembra che non faccia nulla; dice molto quando tace, s’avvicina a Dio e si unisce profondamente a Lui allontanandosi dalle creature. Più il suo cuore si libera dal mondo sull’esempio di San Giuseppe, più pensa e si occupa unicamente di Dio. Ma cos’è questa liberazione dal mondo? La fuga dal peccato, certo, ma non solo. È la fuga dalla ricerca di sé: dal voler apparire, dall’essere considerati, stimati, dalla ricerca di potere sugli altri, dalla fama, dal voler imporre il proprio punto di vista. Queste sono solo alcune delle cose che dobbiamo fuggire per cercare il silenzio interiore. È la vanagloria che ci impedisce di entrare in noi stessi e di scoprire in noi e negli altri il volto di Dio.
IL SILENZIO DELL’ANIMA E QUELLO DEL CORPO
Il silenzio dell’anima non è quello del corpo. Il corpo non può parlare che per mezzo della lingua; mentre l’anima parla con l’intelletto, con la volontà, con l’immaginazione e con la passione. Parla con l’intelletto ad una creatura quando si ricorda di essa e nutre per essa dell’affetto; le parla quando se la rappresenta davanti e se la immagina; le parla ancora quando è dominata da una passione per la medesima.
È in questo modo che l’anima parla alle creature. L’anima tace quando non fa nulla di tutto questo, e allora si può dire libera quando si occupa di Dio solo, lo loda, lo adora, lo benedice, lo ringrazia, gli dà gloria, e si lancia in Lui con atti di fede, speranza e carità.
Ma alla perfezione di questo silenzio interiore l’anima vi giunge quando, non parlando più ad alcuna creatura, non parla nemmeno a Dio, ma ascolta attentamente con grande rispetto le mozioni della sua grazia.
Essa Lo vede in se stessa e guarda agli altri non per ciò che essi sono, sovente randagi peccatori, ma per l’immagine di Dio che hanno in se stessi.
È in questo modo che si pratica la preghiera del silenzio, come fece San Giuseppe che quotidianamente guardava a Gesù, nel silenzio del mistero che si fa amore.
IL SILENZIO INTERIORE E LA VITA ATTIVA
Il silenzio interiore supera in eccellenza tutto quello che noi potremmo dirne; esso è uno dei più grandi omaggi che possiamo rendere a Dio.
“Tibi silentium laus”. Il silenzio è la tua lode. Che può mai fare l’uomo davanti all’infinita maestà di Dio? Può soltanto tacere, stupito. Dionigi l’Areopagita dice che quando una cosa oltrepassa il nostro concetto, e non si può esprimerla in parole, si tace.
Sant’Ambrogio afferma che la cosa più conveniente ai misteri della nostra fede è quella di meditarli in silenzio. Questo silenzio interiore unisce l’anima a Dio che è l’unico principio della sua purezza, santità, forza e perfezione.
Geremia dice che il solitario siederà in silenzio e con questo s’innalzerà sopra di sé, delle sue inclinazioni e della sua natura corrotta (cf 15,17 sg.).
Questa virtù ha vari gradi di perfezione, più è perfetta e più Dio agisce nell’anima con ispirazioni così suadenti che ella si lascia condurre fiduciosamente da Lui. E così, fissa in Dio, perde l’attenzione a se stessa; ed è come il ferro nel fuoco che si confonde con esso.
Nel silenzio interiore l’anima, anche occupata esteriormente da mille impegni, cessa di parlare, di vedere e di udire e anche se svolge molte opere buone è immersa in Dio e tutto opera per Lui solo, per la sua gloria, perché il suo Amore sia conosciuto e amato.
È questo silenzio interiore la forza segreta dei santi e, in primo luogo, di colui che è stato santificato dalla presenza stessa di Gesù: San Giuseppe. La sua vita ci insegna che non è il fare che precede l’essere, ma è il come noi siamo interiormente che formerà le nostre azioni esteriori.
Ciò che conta è come noi siamo interiormente e non ciò che facciamo. Questo è talmente vero che ben lo sanno tutti coloro che, pur dandosi a mille opere buone, si sentono affaticati ed oppressi interiormente. Talvolta anche svuotati.
Perché chi si occupa di fare molte opere buone e sante si debilita, si svuota, se gli manca la preghiera. Ed il silenzio interiore è la condizione della preghiera ed è preghiera esso stesso.
IL COMPITO DELLA VOLONTÀ
P. Baldassare Alvarez (maestro di Santa Teresa d’Avila e del ven. Ludovico da Puente gesuita), essendo stato interrogato da Claudio Acquaviva, suo superiore, su come faceva orazione, rispose: “Medito talvolta ruminando nella mia mente qualche parola della Sacra Scrittura; altre volte ragiono e non medito, oppure mi tengo in silenzio e in riposo davanti a Dio”.
Impegniamoci a non lasciarci dominare dall’urgenza del fare ma dominiamo sempre noi la situazione. Quanto è necessario l’ordine nella carità! Regola aurea, ma relegata nel dimenticatoio da molti. Soprattutto oggi, dove presi dalla frenesia di “fare del bene” si dimentica che il primo bene dobbiamo farlo a noi stessi, lasciando che sia Dio, ad amare gli altri, attraverso di noi.
Il primo posto a Dio, poi a noi stessi e poi ai fratelli. Stiamo in guardia che col pretesto di salvare gli altri non trascuriamo noi stessi.
L’esagerato diffonderci di noi verso il prossimo, ci inaridisce; la nostra preghiera diventa superficiale, e il nostro agire, alla fine, diventa solo un ricercare noi stessi e la nostra affermazione.
Raccogliamoci, facciamo tacere le occupazioni e ascoltiamo Dio ed una sola sua parola ci gioverà più di mille parole che vorremmo dire a Lui. Se il Signore ci dice: “Ascolta Israele” (cf Dt 6,4) rispondiamo con Samuele: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3,9).
Il demonio, nemico acerrimo di colui che prega, fa di tutto per immergerci in mille cose buone, in mille occasioni di apostolato, pur di appannarci, con le eccessive occupazioni, le soavi mozioni dello Spirito Santo; ed è sempre lui che ci disturba anche quando partecipiamo alla Liturgia. In questi casi, chiediamo l’aiuto a Dio e ritorniamo con volontà ferma all’interno di noi stessi per adorare Dio Uno e Trino, vivente nel Tempio della nostra anima.
Vigiliamo sulla fantasia, la “matta di casa”, che ci può agitare ed inquietare con le sue chimere. Con fiducia ferma offriamola e deponiamola ai piedi del Signore perché la controlli e la imbrigli, e non ci ostacoli nel servizio a Dio e ai fratelli.
San Giuseppe, il grande contemplativo, interceda presso la sua santissima sposa ed Ella presso Dio, perché ci ottengano il silenzio interiore, mezzo indispensabile per il nostro progresso spirituale che lui praticò fedelmente a Nazareth nella Sacra Famiglia.

 Giovanni Sabatini ***

Publié dans:SANTI, Santi: San Giuseppe |on 18 mars, 2013 |Pas de commentaires »

SAN GIUSEPPE? Santo sì, ma lavoratore!

http://www.stpauls.it/coopera/1202cp/spiritualita.htm

SAN GIUSEPPE? Santo sì, ma lavoratore!

L’aspetto sociale del lavoro con l’apporto della sua concretezza derivante dalla spiritualità vissuta nella casa di Nazareth.

Il cammino profetico dei fondatori è sempre segnato da « intuizioni », piccole luci interiori emerse nella preghiera, nella riflessione personale e sperimentate nel loro accrescersi passando da piccole fiammelle a grandi fari accesi nella notte nel percorso umano e sociale vissuto da questi « uomini di Dio » che solcano la storia come « maestri », desiderosi di procedere nascostamente nel loro impegno indipendentemente dall’essere più o meno compresi o più o meno acclamati. Così anche il Beato Giacomo Alberione, il nostro Primo Maestro, definito qualche anno prima della sua morte da Paolo VI « umile, silenzioso, instancabile, sempre vigile e raccolto nei suoi pensieri, che corrono dalla preghiera all’opera » ci sprona col suo stile « volutamente nascosto » a farci riflettere e interrogarci sulle note che risuonano dalla sua spiritualità pienamente accordata sulla vita ecclesiale ed apostolica del suo tempo. Sicuramente fu così anche per la « devozione a S. Giuseppe » che egli visse personalmente e trasmise ai suoi fin dai primi anni di fondazione dell’opera paolina. Il 5 ottobre del 1921 lui stesso scelse per sé il nome di Giuseppe, emettendo in quel di Alba la professione religiosa con i suoi primi discepoli. Nella coroncina dedicata al Santo, di vetusta tradizione, e che egli fece propria leggendo uno scritto di Giovanni Bosco, emergono svariati aspetti che, estrapolati dalla vita del santo patrono della Chiesa universale, egli seppe applicare al proprio ministero e promuovere col proprio apostolato a servizio ed in unità al Magistero dell’epoca.

I Papi ispiratori: Pio IX, Leone XIII, Pio XIIi
L’aspetto cristologico di familiare intimità vissuta da S Giuseppe nella Casa di Nazareth, il suo intervento continuo a protezione della stessa, e ben descritta da Papa Leone XIII nell’enciclica del 15 agosto 1889 Quamquam pluries, crearono l’humus, il terreno favorevole, per un rilancio della figura di S. Giuseppe come difensore della cristianità. Rilancio al quale il Primo Maestro non rimase indifferente negli anni a venire e che segnarono alcuni importanti cardini nella spiritualità paolina. Papa Leone XIII riprese e sviluppò quanto già avviato dal suo predecessore, Pio IX, con il decreto della S. Congregazione dei Riti Quemadmodum Deus dell’ 8 dicembre 1870.
Giuseppe, Patrono della Chiesa universale, proponendo ai fedeli di ricorrere a lui riconoscendogli un potere di preghiera d’intercessione inferiore solo a quella di Maria. Verso la fine dell’800 Leone XIII, introducendo la sua lettera sostennne di « ritenere sommamente conveniente » che il popolo cristiano oltre a rivolgersi alla Madre di Dio « si abitui a pregare con singolare devozione e animo fiducioso il suo castissimo sposo San Giuseppe » ed auspicava che la devozione al padre putativo di Gesù mettesse  » profonde radici nelle istituzioni e nelle abitudini cattoliche ». Forse sarà utile sapere, pensando noi paolini al nostro Istituto Santa Famiglia, che già allora lo stesso Pontefice, nella lettera apostolica Neminem fugit del 14 giugno 1892, istituirà canonicamente la Pia Associazione Universale delle Famiglie consacrate alla Sacra Famiglia di Nazareth, sottolineando la partecipazione intima di Giuseppe alla suprema dignità della santa Famiglia. Tornando alla Quamquam pluries, la preghiera che conclude l’enciclica di Leone XIII, « A te beato Giuseppe… » verrà ripresa in più edizioni successive, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, nei libri di preghiera ad uso della Società San Paolo e di alcune delle istituzioni paoline, accompagnando i punti della « Coroncina a San Giuseppe » fin dai primi anni della sua stampa e diffusione. Del resto, cresciuto nella devozione popolare a questo santo, il nostro Fondatore insegnò a coltivarne una considerazione sempre più convinta e apostolicamente motivata; per questo fine introdusse negli istituti da lui fondati l’uso di dedicare il mese di marzo ed il primo mercoledì di ogni mese al Patrono della Chiesa universale.
Nello sviluppo e nella crescita della spiritualità alberioniana in riferimento a S.Giuseppe di non poco conto sono pure le suggestioni mediate dagli scritti di Papa Pio XII. È il pontefice che nel ’45 indica S. Giuseppe come patrono e modello degli operai e che dieci anni dopo il 1° maggio 1955, istituisce la festa liturgica di san Giuseppe operaio; tra gli altri scritti che portano la sua firma è pure il caso di menzionare l’enciclica Sacra Virginitas (25 marzo 1954), sulla verginità consacrata, nella quale trattando del celibato sacerdotale viene ripreso un pensiero di S. Pier Damiani, « il nostro Redentore amò tanto l’integrità del pudore, che non solo nacque da un utero verginale, ma volle essere trattato da un nutrizio vergine ». Don Alberione, già nel manuale di preghiera del 13 marzo 1952, aveva fatto aggiungere alla fine della recita della coroncina a S Giuseppe l’invocazione « O S Giuseppe custode e padre dei vergini » con chiaro riferimento ai consacrati paolini. Perciò si troverà a proprio agio nell’utilizzare, a due mesi di distanza dall’uscita dell’enciclica, la stessa terminologia in una meditazione tenuta alla Famiglia Paolina radunata in Roma nella cripta del Santuario della Regina degli Apostoli, il 2 giugno dello stesso anno a commento proprio del primo punto della coroncina. « S. Giuseppe è fedele cooperatore della nostra redenzione. Ha cooperato, in che cosa? – chiede alle comunità Don Alberione – Sappiamo dal Vangelo come egli ha disposto, ha cercato un rifugio per la nascita di Gesù a Betlemme, come salvò la vita insidiata di Gesù con la fuga in Egitto, come accompagnò il Bambino nel ritorno in Terra santa. Si stabilì a Nazareth e lì fu il nutrizio, il padre putativo di Gesù: insegnò a Gesù stesso il lavoro e lo accompagnava a Gerusalemme per le grandi funzioni. Perciò noi domandiamo al Signore, per intercessione di san Giuseppe, la grazia di essere anche noi strumenti nelle mani di Dio per la cristianizzazione del mondo, la diffusione del Vangelo, l’apostolato ».

Intercessione sicura per l’apostolato
Dato che la preghiera del beato Alberione non poteva che tradursi in azione apostolica, anche il riferimento a Giuseppe di Nazareth non poteva che seguire la stessa traiettoria, assumendo una valenza operativa. Così il Primo Maestro pur rifacendosi fino agli anni ’50 alla coroncina  » I sette dolori e le sette allegrezze di san Giuseppe » attribuita ad uno dei primi discepoli di sant’Alfonso de Liguori, il beato Gennaro Sarnelli (+ 1744) e ampiamente diffusa nei libri di devozione, sentì che occorreva guardare in modo nuovo la figura di S.Giuseppe, lasciando quel profilo devozionale, ormai non più convincente. Detto, fatto: siamo al 15 febbraio 1953. Ne è testimone il suo segretario personale, Don Antonio Speciale, che annota nel suo diario che dopo aver celebrato in cripta alle ore 4 ed essersi lì fermato a pregare ascoltando altre SS. Messe fino alle 6.30, per dettare la meditazione alle comunità paoline sul XIII capitolo della lettera ai Corinti, il Primo Maestro cambia l’ordine del giorno precedentemente stabilito. « Il Primo Maestro- scrive Don Speciale – pensava partire dopo la meditazione, come era inteso con D. Cordero, che avrebbe dovuto accompagnarlo in macchina fino a Pescara; ma forse per il tempo cattivo, o per altro motivo, non parte. .. Alle 7 è chiuso in camera e lavora. Ha composto una nuova coroncina su S. Giuseppe per il libro delle nostre « Preghiere ». Alcune parti o punti sono stati rifatti distruggendo lui stesso gli originali. E pare abbia terminato di scrivere l’articolo per il « San Paolo » composto di undici foglietti del suo notes. Nella coroncina verranno messi in rilievo i vari aspetti inerenti alla vita del Santo e del suo operare a favore della Santa Famiglia e dell’intera umanità: dall’aspetto pedagogico a quello sociale, dall’ambito familiare a quello ecclesiale ed escatologico Quali potevano essere però le novità riportate se non quelle che ne attualizzassero i contenuti in vista della missione paolina? I titoli tradizionali venivano ad essere accostati ad aspetti e funzioni più dinamiche quali la cooperazione in un progetto di redenzione che investe l’umanità, o il recepire che l’essere S. Giuseppe « maestro di lavoro allo stesso Figlio di Dio »; sfociava nel suo essere modello di impegno per tutti i lavoratori nella società o di operosità silenziosa nelle Case paoline. Specialmente lo diventava per tutti i « maestri »e « maestre » d’apostolato, esperti in un’antropologia apostolica appresa dall’unico testo che era la vita paolina vissuta ora per ora, giorno dopo giorno, nelle comunità in Italia e nel mondo; non più come nella casa di Nazareth dietro la pialla del falegname, ma dietro le macchine da stampa e le risme di carta pronte a ricevere l’inchiostro ed i caratteri allineati preparati da esperti linotipisti.

Paternità formativa
Dare corpo e forma alle idee utili per evangelizzare, trasferire su supporti cartacei la Parola di Dio ed il pensiero cristiano, redatto in Casa in unità col Magistero e diffuso con tutti i mezzi, era l’entusiasmante carica che impegnava tutti, piccoli e grandi, a crescere insieme lavorando. Ecco perché alla figura di S. Giuseppe, Don Alberione associava sempre la « paternità formativa » guardando all’aspetto umanistico del lavoro che è attività creativa che aiuta le persone a crescere, le opere di Dio a realizzarsi, le potenzialità ricevute – nelle opere e nelle persone stesse – ad essere valorizzate per tradursi in feconda profezia paolina. È sempre degli anni ’50 il Catechismo sociale di Don Alberione e del ’54 l’opuscolo Il lavoro nelle Famiglie paoline: in entrambe integrava l’aspetto sociale del lavoro con l’apporto della sua concretezza e della sua spiritualità ispirata alla vita nella Casa di Nazareth, formulando una sorta di teologia del lavoro i cui tratti vide confermarsi ed arricchirsi di nuove motivazioni e approfondimenti partecipando alle Sessioni del Concilio Vaticano II. La vita di S. Giuseppe e quella del Beato Alberione sembrano compararsi e descriversi in uno dei brani più originali della spiritualità alberioniana nelle parole che nel 1960 il fondatore ebbe a dire in una meditazione sul lavoro, fatta alla luce della Casa di Nazareth, nella prima settimana del Corso di Esercizi in Ariccia: « I Santi sono tutti lavoratori. In proporzione degli anni vissuti, quanto hanno operato ed in quante direzioni…Tutti! Diedero il primo posto al lavoro interiore; poi questo fruttò l’operosità esterna, così meravigliosa, fruttuosa, umanitaria, che desta in tutti grande ammirazione ». È questa ammirazione che sperimentiamo guardando la dedizione di Giuseppe: lo sposo di Maria nella casa di Nazareth, ma anche Giuseppe Giacomo Alberione nella Famiglia Paolina. Santi, sì, ma lavoratori!

Vittorio Stesuri, ssp

Publié dans:Santi: San Giuseppe |on 30 avril, 2012 |Pas de commentaires »

NEL MITE GIUSEPPE IL VERO COLPO DI SCENA (GIANFRANCO RAVASI)

http://digilander.libero.it/joseph_custos/ravasi.htm

Dallo sposo di Maria riverberi sulla nostra vita


NEL MITE GIUSEPPE IL VERO COLPO DI SCENA

di GIANFRANCO RAVASI

Anni fa, mentre ero in viaggio verso Montréal in Canada, rimasi stupito vedendo in lontananza ergersi ai bordi della città un’enorme mole bianca su un colle: seppi poi che si trattava del santuario di s. Giuseppe, eretto nel 1904 da fratel André (frate laico della Congregazione della S. Croce) e divenuto una sorta di tempio nazionale cattolico canadese. Era la testimonianza di una devozione derivata, certo, dall’Europa, ma ormai ramificata in tutti i continenti (sono un’ottantina le congregazioni religiose che hanno s. Giuseppe nel loro titolo). Ebbene, nel giorno dedicato a questo santo così popolare – il cui nome è il più diffuso (coi vari diminutivi e vezzeggiativi) in Italia – vorremmo evocare qualche tratto del suo volto che Luca con una pennellata dipinge come «uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe, fidanzato di Maria» (1,27).
In verità, a raffigurare maggiormente questo personaggio, tanto caro alla tradizione cristiana (la voce a lui riservata nella Bibliotheca Sanctorum occupa quaranta grandi colonne) e alla storia dell’arte, è Matteo che s’incrocia con Luca nel dichiarare innanzitutto la sua discendenza davidica. Entrambi gli evangelisti ribadiscono che era «figlio di Davide» (Matteo 1,20), ossia «della casa e della famiglia di Davide» (Luca 2,4), e confermano questo dato, in modo indiretto, attraverso la nascita di Gesù a Betlemme, patria del celebre re ebraico, e in modo diretto attraverso le due genealogie di Gesù che essi offrono. Sono note le discrepanze tra questi due elenchi (Matteo 1 e Luca 3), persino sul nome del padre di Giuseppe, Giacobbe per Matteo ed Eli per Luca. Lo scopo però di quelle liste nell’antico Vicino Oriente non era storiografico bensì celebrativo: si voleva, così, mostrare che Gesù – oltre che figlio di Adamo, cioè vero uomo – era partecipe della stirpe ebraica attraverso Abramo ed era inserito nella linea davidica che in sé conteneva la promessa messianica.
Giuseppe è, perciò, attraverso un phylum generazionale, il tramite della messianicità di Cristo, « incarnata » nella vicenda della « casa di Davide ». Il ritratto più accurato – come si diceva – ci è, però, offerto da Matteo in quella sua pagina che è stata definita « l’annunciazione a Giuseppe », parallela all’analoga di Luca che vede Maria come protagonista (Matteo 1, 18-25). Non è questo il luogo, in cui affrontare un simile testo, così pieno di colpi di scena ma anche di difficoltà interpretative. Certo è che, dalle pagine di Matteo e di Luca, emerge nitidamente la funzione di Giuseppe: egli sarà il padre legale di Gesù. Sarà lui, perciò, a recarsi con Maria incinta a Betlemme per la nascita, sarà lui a imporgli il nome durante la circoncisione, sarà lui a dirigere la piccola famiglia nei primi drammatici eventi, sarà ancora lui a partecipare alla vicenda collegata alla maggior età di Gesù, a dodici anni nel tempio di Gerusalemme («Tuo padre e io angosciati ti cercavamo», dirà Maria) e sarà lui con la sua sposa a guidare il giovane figlio («stava loro sottomesso»).
Ma a quel punto Giuseppe si ritira dalla ribalta della vita di Cristo. Vi affiorerà indirettamente solo nelle occasioni in cui si ironizzerà su Gesù e sulle sue origini da parte dei suoi avversari. Ne vogliamo citare solo una, ambientata proprio a Nazaret, allorché i suoi concittadini, un po’ sprezzantemente, dicono di Gesù: «Non è egli forse il figlio del tékton?» (Matteo 13,55). Abbiamo lasciato la parola greca – che tra l’altro in Marco (6, 3) è applicata allo stesso Gesù – perché su di essa si è aperto un piccolo dibattito. Non è mancato, infatti, qualche studioso, come G.W. Buchanan, che ha immaginato che quel vocabolo potesse applicarsi anche a un piccolo imprenditore o a un amministratore commerciale di impresa di costruzioni (il titolo del saggio era in inglese significativo: Jesus and the upper class!).
In realtà il termine greco indica di per sé chi lavora materiale duro come legno, pietra, corno, avorio, forse anche il ferro (pur se il vocabolo meno s’ada tta all’idea di « fabbro »). La resa « carpentiere » o, quella più tradizionale, di « falegname » è quindi corretta. Si è cercato di elevare questa attività ricorrendo al vocabolo aramaico equivalente, aggara’, che vuol dire sia « carpentiere » o « artigiano » ma anche « artista », « mastro ». Sta di fatto che Giuseppe non può essere collocato in una sorta di middle class, come ha voluto qualche esegeta, perché la struttura sociale della Galilea – accuratamente vagliata dallo studioso americano S. Freyne – comprendeva solo due classi: da un lato, i latifondisti, i notabili, i mercanti, gli ufficiali e i sovrintendenti fiscali (ad esempio, Zaccheo) e dall’altro, una classe modesta di artigiani, agricoltori, pescatori, braccianti e pubblicani (ossia piccoli impiegati). Oltre queste due fasce, c’era solo la povertà assoluta e l’emarginazione.
Giuseppe e Gesù, quindi, si ritrovano in questa seconda fascia, certo fluida, non riducibile alla povertà ma non comparabile alla nostra piccola o media borghesia, tant’è vero che i contemporanei di Cristo ironizzavano proprio sul contrasto tra la modestia delle sue origini e le « pretese » delle sue parole e opere. E’, dunque, nel lavoro semplice e quotidiano che Giuseppe ha condotto la sua vita e ha educato quel figlio che aveva accolto come dono assicurandogli la sua paternità legale.
Null’altro di lui sappiamo: saranno gli apocrifi a intessere sul silenzio evangelico le loro dolci creazioni, fino a quell’estremo trapasso, tanto caro all’arte cristiana. L’apocrifa « Storia di Giuseppe il falegname », scoperta nel 1722 dallo svedese G. Wallin, mette sulle labbra dell’agonizzante Giuseppe questa suggestiva invocazione: «O Gesù nazareno, o Gesù mio consolatore, Gesù liberatore della mia anima, Gesù mio protettore, Gesù nome soavissimo sulla mia bocca e su quella di tutti coloro che l’amano!».

“AVVENIRE” – 19 marzo 2004

S. Giuseppe, custode di Gesù – preghiera

http://www.preghiereagesuemaria.it/preghiere/preghiere%20a%20san%20giuseppe.htm

S. Giuseppe, custode di Gesù

O san Giuseppe, custode di Gesù, sposo castis­simo di Maria, che hai trascorso la vita nell’a­dempimento perfetto del dovere, sostentando col lavoro delle mani la sacra Famiglia di Nazareth, proteggi propizio coloro che, fidenti, a te si rivol­gono! Tu conosci le loro aspirazioni, le loro angu­stie, le loro speranze, ed essi a te ricorrono, per­ché sanno di trovare in te chi li capisce e proteg­ge. Anche tu hai sperimentato la prova, la fati­ca, la stanchezza; ma, pure in mezzo alle preoc­cupazioni della vita materiale, il tuo animo, ri­colmo della più profonda pace, esultò di gioia inenarrabile per l’intimità col Figlio di Dio, a te affidato, e con Maria, sua dolcissima madre.
Comprendano i tuoi protetti che essi non sono soli nel loro lavoro, ma sappiano scoprire Gesù accanto a sé, accoglierlo con la grazia e custo­dirlo fedelmente, come tu hai fatto. E ottieni che in ogni famiglia, in ogni officina, in ogni la­boratorio, ovunque un cristiano lavora, tutto sia santificato nella carità, nella pazienza, nel­la giustizia, nella ricerca del ben fare, affinché abbondanti discendano i doni della celeste pre­dilezione.

Giovanni XXIII

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