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BRANO BIBLICO SCELTO 1 CORINZI 15,1-11

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BRANO BIBLICO SCELTO 1 CORINZI 15,1-11

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

COMMENTO
1 Corinzi 15,1-11
La risurrezione di Cristo
Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede.
Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58).
In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11).

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).
Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata).
L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa.
Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4)
Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto.
Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5).
Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio.
Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15).
Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti.
La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11)
Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16).
La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo.
L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22).
Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza.
L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo.
Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1).
Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3).
Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative
Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa.
La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro. Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 26 avril, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – CRISTO RISORTO NOSTRA SPERANZA (CFR 1 COR 15)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170419_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CRISTO RISORTO NOSTRA SPERANZA (CFR 1 COR 15)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 aprile 2017-

La Speranza cristiana – 19. Cristo Risorto nostra speranza (cfr 1 Cor 15)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci incontriamo quest’oggi nella luce della Pasqua, che abbiamo celebrato e continuiamo a celebrare con la Liturgia. Per questo, nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi desidero parlarvi di Cristo Risorto, nostra speranza, così come lo presenta san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 15).
L’apostolo vuole dirimere una problematica che sicuramente nella comunità di Corinto era al centro delle discussioni. La risurrezione è l’ultimo argomento affrontato nella Lettera, ma probabilmente, in ordine di importanza, è il primo: tutto infatti poggia su questo presupposto.
Parlando ai suoi cristiani, Paolo parte da un dato inoppugnabile, che non è l’esito di una riflessione di qualche uomo sapiente, ma un fatto, un semplice fatto che è intervenuto nella vita di alcune persone. Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano.
Annunciando questo avvenimento, che è il nucleo centrale della fede, Paolo insiste soprattutto sull’ultimo elemento del mistero pasquale, cioè sul fatto che Gesù è risuscitato. Se infatti tutto fosse finito con la morte, in Lui avremmo un esempio di dedizione suprema, ma questo non potrebbe generare la nostra fede. E’ stato un eroe. No! E’ morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua. Paolo fa un elenco delle persone a cui Gesù risorto apparve (cfr vv. 5-7). Abbiamo qui una piccola sintesi di tutti i racconti pasquali e di tutte le persone che sono entrate in contatto con il Risorto. In cima all’elenco ci sono Cefa, cioè Pietro, e il gruppo dei Dodici, poi “cinquecento fratelli” molti dei quali potevano rendere ancora la loro testimonianza, poi viene citato Giacomo. Ultimo della lista – come il meno degno di tutti – è lui stesso. Paolo dice di se stesso: “Come un aborto” (cfr v. 8).
Paolo usa questa espressione perché la sua storia personale è drammatica: lui non era un chierichetto, ma era un persecutore della Chiesa, orgoglioso delle proprie convinzioni; si sentiva un uomo arrivato, con un’idea molto limpida di cosa fosse la vita con i suoi doveri. Ma, in questo quadro perfetto – tutto era perfetto in Paolo, sapeva tutto – in questo quadro perfetto di vita, un giorno avviene ciò che era assolutamente imprevedibile: l’incontro con Gesù Risorto, sulla via di Damasco. Lì non ci fu soltanto un uomo che cadde a terra: ci fu una persona afferrata da un avvenimento che gli avrebbe capovolto il senso della vita. E il persecutore diviene apostolo, perché? Perché io ho visto Gesù vivo! Io ho visto Gesù Cristo risorto! Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede.
Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante –, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore, e non può capire cosa sia il cristianesimo. Perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, e per di più si incontra nello stupore dell’incontro.
E allora, anche se siamo peccatori –tutti noi lo siamo –, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi… Nel mattino di Pasqua possiamo fare come quelle persone di cui ci parla il Vangelo: andare al sepolcro di Cristo, vedere la grande pietra rovesciata e pensare che Dio sta realizzando per me, per tutti noi, un futuro inaspettato. Andare al nostro sepolcro: tutti ne abbiamo un pochettino dentro. Andare lì, e vedere come Dio è capace di risorgere da lì. Qui c’è felicità, qui c’è gioia, vita, dove tutti pensavano ci fosse solo tristezza, sconfitta e tenebre. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle pietre più aride.
Essere cristiani significa non partire dalla morte, ma dall’amore di Dio per noi, che ha sconfitto la nostra acerrima nemica. Dio è più grande del nulla, e basta solo una candela accesa per vincere la più oscura delle notti. Paolo grida, riecheggiando i profeti: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (v. 55). In questi giorni di Pasqua, portiamo questo grido nel cuore. E se ci diranno il perché del nostro sorriso donato e della nostra paziente condivisione, allora potremo rispondere che Gesù è ancora qui, che continua ad essere vivo fra noi, che Gesù è qui, in piazza, con noi: vivo e risorto.

 

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA…

http://www.gliscritti.it/lbibbia/grecia2002/texts/corinto.htm

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale.
Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare .
1 Corinzi 4,18 – 21:

Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza?
Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?”
Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11:
Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi…
Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega:
Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza.
Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”.
Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati.
Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio.
Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi.
Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti:
Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene.
Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa.
E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti.
Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?
Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?
Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa.
Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”
Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno.
Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo:
E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.
Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.
Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice:
Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero!
E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo.
Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti.
La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa.
Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero.

DIO HA SCELTO, DIO HA OPERATO – 1Cor 1,26-31

http://paolocastellina.pbworks.com/w/page/14189814/Dio%20ha%20scelto%20Dio%20ha%20operato

DIO HA SCELTO, DIO HA OPERATO

Le riflessioni bibliche di « Tempo di Riforma »

  • 26 “Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31 affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»” (1 Corinzi 1:26-31).
  • Il fatto che Dio sovranamente scelga a chi impartire la grazia della salvezza dal peccato e dalle sue conseguenze, suona offensivo a tanti che si vantano della presunta loro capacità di determinare persino il loro destino eterno. Il fatto poi, che Egli scelga di impartire la salvezza a persone non proprio di nostro gradimento o che per questo Egli non segua i criteri che noi useremmo, lo riteniamo particolarmente insopportabile … 
  • Abbiamo visto ieri come Dio abbia scelto il mezzo “debole” della predicazione, e la predicazione proprio della “follia” della croce di Cristo, come un’autentica provocazione all’arroganza della “sapienza” di questo mondo, con la precisa intenzione di “svergognarla”. La provocazione verso “chi si crede chissà chi” viene reiterata anche nel testo di oggi, allorché l’Apostolo considera chi siano le persone che a Corinto sono giunte alla fede e formano ora la prima comunità cristiana. Non si tratta, per la più gran parte, di persone ragguardevoli nella comunità civile, parte dell’élite economica, politica e culturale, ma persone umili del popolo disprezzato, persone tratte prevalentemente da quella che considereremmo “la feccia della società”, le persone a nostro giudizio “più indegne” d’attenzione e considerazione. Non sono le persone che “si distinguono” e nemmeno le più “meritevoli” a nostro giudizio. Si tratta delle persone pazze, deboli, ignobili, disprezzate, le cose che “non sono”. Perché questo? Affinché nessuno si vanti di essere stato scelto da Dio, affinché sia chiaro che la salvezza dipende solo dalla misericordia di Dio e da nulla che noi potremmo vantare come “titolo di merito”. Il peccato, infatti, intacca ogni espressione della nostra umanità, anche quella che noi riterremmo “più nobile”.
  • Dobbiamo veramente “mettercelo in testa una volta per tutte”: così come siamo, non c’è assolutamente nulla,che potrebbe farci considerare meritevoli del favore di Dio. Meriteremmo solo la Sua condanna. È soltanto grazie al Salvatore Gesù Cristo che un uomo o una donna giunge alla salvezza. La sapienza che ci salva è la Sua. La giustizia che ci salva è la Sua. La santificazione, quella che ci distingue dagli altri, che ci rende “speciali” non si basa su quel che siamo in noi stessi: l’unico ad essere “speciale” è Cristo! La redenzione che noi otteniamo non è il risultato dei nostri sforzi ad attirare l’attenzione di Dio, ma è solo grazie soltanto al Salvatore Gesù Cristo. È per questo motivo che non possiamo assolutamente vantarci di essere “in stato di grazia”. Il nostro “vanto” è Cristo. Della nostra salvezza a Lui solo va ogni onore, lode e gloria.
  • Preghiera. Ti ringrazio, o Signore, di avere abbattuto ogni mia presunzione e di avermi impartito, per la mia salvezza, i meriti di Cristo. Egli è la mia sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Amen.
Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 28 janvier, 2017 |Pas de commentaires »

I MONASTERI DELLE METEORE E LA RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI

http://www.gliscritti.it/lbibbia/grecia2002/texts/meteore.htm

I MONASTERI DELLE METEORE E LA RIFLESSIONE PAOLINA SUL CELIBATO E LA VERGINITÀ NELLA PRIMA LETTERA AI CORINTI

(meditazione sul terrazzo del monastero di San Nicola Anapafsas)

Leggiamo sempre i testi della lettera ai Tessalonicesi, ma, fin da ora, vi invito poi, come in altri luoghi, a stare in silenzio un po’. Qui in particolare, faremo il cammino della discesa tutti in silenzio, per meditare.
Tanti vengono qui solo nella confusione dei turisti, solo per scattare fotografie, ma, così, non capiranno niente di questo luogo. Il motivo per cui questo luogo è nato è quello della ricerca di Dio nel silenzio della preghiera. Qui i monaci sono venuti, secoli fa, per questo motivo, quindi, anche per noi, assaporare momenti di silenzio è l’unico modo per capire veramente l’essenza di questo posto.
Allora innanzi tutto questo: la fede cristiana – e S.Paolo usa queste parole – ha inventato delle distinzioni, che sono di un’importanza grandissima e ci aiutano a capire la vita, per parlare del tempo. S.Paolo usa tre espressioni che sono fondamentali (non le ha inventate lui, ma le usa). C’è il “kronos” che è il tempo che scorre. Noi siamo nell’anno 2002 del kronos (del tempo che scorre).
All’interno di questo tempo che va continuamente avanti c’è un altro tempo che lui chiama il “kairos”. Kairos è il “momento opportuno”, se volete la “grande occasione”. Noi usiamo questa espressione per i saldi, o i ragazzi la usano quando gli scappa una ragazza – “ogni lasciata è persa”. S.Paolo usa questa espressione. “L’occasione” è quando si incontra Cristo. Il tempo non è uguale. Il tempo scorre sempre, ma c’è un momento – S.Paolo dirà per esempio, in un’altra lettera: “Questo è il momento favorevole, lasciatevi riconciliare con Dio” – c’è un momento del tempo, della vita, del tempo che scorre in cui a un certo punto tu devi entrare nella Salvezza. E’ il treno che non devi perdere, quella cosa decisiva che apre il tempo che scorre sempre in maniera orizzontale, ma che proprio allora si apre all’incarnazione di Cristo e si apre all’Apostolo che porta Cristo nella tua vita.
La terza espressione fondamentale è la “Parusia”, una parola che dobbiamo imparare ad usare. Noi parliamo troppo poco della parusia che è la seconda venuta nella gloria di Gesù, che è il giudizio finale. Quando il tempo finisce? Non quando si esaurisce il kronos, quando ad un certo punto la Terra tornerà ad essere un globo di fuoco e morirà tutta la vita. No! Il tempo finisce quando – parusia viene dal greco e significa sia “essere presente” sia “arrivare” – viene Cristo nella gloria. E’ la venuta – o la presenza rivelata pienamente – di Cristo. Allora la presenza monastica – ma ogni cristiano deve avere nella memoria e nella vita questo – è la presenza che ricorda sempre ai cristiani da un lato che oggi è il tempo della Salvezza, dall’altro che questa terra è destinata a finire. E non semplicemente perché viene consumata dal kronos, dal tempo, ma perché Cristo la verrà a rinnovare completamente e tutto ciò che non ha a che fare con Cristo verrà eliminato e tutto ciò che ha a che fare con Lui resterà. Allora è per questo ricordo della venuta ultima, delle nozze escatologiche, che nasce il monachesimo.
Sapete, molti non usano più la parola “escatologia”, ma è importantissima. Escatologico è il discorso sugli ultimi tempi. Il cuore degli ultimi tempi è la venuta di Gesù. E’ uno dei temi tabù. Molti cristiani non lo dicono, ma, tragicamente, non credono nella vita eterna, non credono nel paradiso, e così distruggono anche la loro fede. La vita viene allora giudicata solo in base a quello che uno fa o non fa, a quello che uno costruisce o non costruisce. Invece è fondamentale nel Cristianesimo, è al cuore della vita, la seconda venuta di Cristo. E’ unica, nei suoi molti aspetti: da la Resurrezione, la vita eterna, il perdono, la comunione con il Padre.
Allora S.Paolo ha questo orizzonte ampio del tempo, mentre l’uomo non cristiano vede solo il kronos, vede solo le giornate che sempre uguali oppure sempre diverse, si ripetono, vanno avanti in una linea senza mai nessun dialogo, nessuna relazione decisiva con la venuta del Cristo. Il monaco orientale e occidentale, il celibe o la vergine, è colui che non vive il matrimonio, non tanto per essere più pronto per gli altri – non è questa la cosa più importante – ma soprattutto per essere un segno per gli altri che invece sono sposati, che c’è la vita eterna, che c’è una vita in cui quello che si fa in questa terra avrà un valore diverso, avrà una trasfigurazione.
Allora nella prima lettera ai Tessalonicesi – sapete bene che esistono due lettere ai Tessalonicesi; ieri abbiamo cominciato a leggere la prima, lo scritto più antico di tutto il Nuovo Testamento, perché è inviata un anno prima che Paolo arrivi ad incontrare Gallione, come vedremo – al cap. 4, 6 troviamo:
Non vogliamo poi lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e risuscitato; così anche quelli che sono morti, Dio li radunerà per mezzo di Gesù insieme con lui. Questo vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
La prima cosa – notate il testo com’è preciso – è: “Perché non continuiate ad affliggervi come gli altri che non hanno speranza”. Qui c’è questa divisione netta – noi, gli altri – non per cattiveria, ma perché è la realtà, la verità della fede. Ci sono persone che non hanno speranza. Noi piangiamo, c’è la nostalgia, però non siamo totalmente afflitti, perché abbiamo la speranza. Noi crediamo infatti che Gesù è morto e resuscitato. Il testo continua: “Al suono della tromba di Dio, Gesù verrà”. E’ la Parusia – si usa proprio questa parola, la parusia di Gesù. Poi si dice anche: “Non pensate che voi che siete vivi siete meglio degli altri che sono già morti, perché tutti quanti il Signore richiamerà alla vita”. Allora non è che mio nonno è da meno di me perché io sono ancora vivo, ma la venuta del Signore è per lui e per me e per quelli che verranno dopo di me. E’ la stessa realtà di vita eterna che si apre quando il Signore tornerà. “Confortatevi a vicenda con queste parole”.
Subito dopo Paolo, come già Gesù ha insegnato, continua proprio perché non si sa quando questa attesa si compirà e c’è allora l’attenzione al kairos, al momento presente, all’occasione della salvezza oggi:
Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti voi ben sapete che come un ladro di notte, così verrà il giorno del Signore. E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro: voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della notte, né delle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobrii.
Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, sono ubriachi di notte. Noi invece, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobrii, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza. Poiché Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi, perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. Perciò confortatevi a vicenda edificandovi gli uni e gli altri, come già fate.
Questa venuta del Signore, questo ritorno che può avvenire anche fra un momento – noi non lo sappiamo – è come le doglie di una donna. A quei tempi non c’erano neanche le ecografie e anche adesso, se non c’è un cesareo non è una cosa che tu puoi dire con sicurezza: “Avverrà in questo giorno”. E così è certo che quel bambino nascerà. E’ certo che nascerà, ma quando nascerà, questo la persona non può che attenderlo. Non dipende da lui, ma dipende da un altro, dipende dal Signore stesso. Noi abbiamo, notate già la triade che è molto forte, la fede, la speranza e la carità. Si dice qual è l’armamento del cristiano, la corazza della fede e della carità, l’elmo della speranza della Salvezza. Siccome poi alcune persone avevano interpretato questa lettera come se S.Paolo fosse sicuro che Cristo sarebbe arrivato proprio fra pochissimo, abbiamo la seconda lettera ai Tessalonicesi. Non è proprio sicuro che l’abbia scritta S.Paolo, perché ci sono molte parole uguali, che sembrano delle vere e proprie copiature dello stile paolino ed allora qualcuno dice che potrebbe essere stata scritta da un suo discepolo che ha preso le sue parole e le ha inserite poi in un messaggio comunque paolino. Come sapete ci sono alcuni testi che sono sicuramente autentici, altri che sono della tradizione paolina, ma non proprio della mano di S:Paolo. Tutti sono comunque “di origine apostolica” (come dice la Dei Verbum) ed ispirati da Dio.
S.Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi sottolinea che non è detto che la parousia arrivi subito. Leggiamo 2 Tessalonicesi, al capitolo 2:
Ora vi preghiamo, fratelli, riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla nostra riunione con lui, di non lasciarvi così facilmente confondere e turbare, né da pretese ispirazioni, né da parole, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo!
E poi continua e spiegherà. Paolo comincia dicendo che non è sicuro dell’immediatezza di questa venuta. Lui è sicuro della parousia, ma il fatto che non si sappia il tempo vuol dire che può essere immediata come no. Evidentemente circolavano a quel tempo degli scritti fatti passare a nome di Paolo, come se la parousia fosse una cosa che doveva proprio avvenire da un giorno all’altro. La lettera ai Tessalonicesi – leggiamo l’ultima parte, da 3, 6 – spiega che, per questo, la gente non deve usare l’attesa della vita eterna per non fare niente, per vivere nell’ozio e nella pigrizia. E’ un testo molto divertente questo.

Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi. Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace. Voi, fratelli, non lasciatevi scoraggiare nel fare il bene. Se qualcuno non obbedisce a quando diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello.
Qui c’è l’invito a non vivere disordinatamente, senza fare nulla. Mi ricordo che, nel gruppo giovanile della parrocchia dei SS.Protomartiri usavamo questo passo per prendere in giro un ragazzo. Il nostro vice-parroco ci fece notare che era un segno che tutti cominciavamo a conoscere la Bibbia, perché la usavamo anche per scherzare, citando frasi ormai note a tutti. C’era un ragazzo che era sempre agitato e allora dicevamo che c’era una versione di questo testo di S:Paolo – appunto “Sentiamo dire che alcuni vivono disordinatamente, in continua agitazione, senza fare nulla” – che terminava con le parole: “Li esortiamo: prendi il bibitone”, cioé un litro di camomilla per calmarsi!
Allora questo è un testo che appunto dice questa importanza, nell’attesa, di vivere bene il momento presente.
L’ultimo brano che leggiamo qui è un testo importantissimo, scritto alla comunità di Corinto, dove andremo poi. Ma, probabilmente, queste due lettere sono state lette poi anche a Tessalonica, da dove veniamo. Nella I lettera ai Corinzi al cap. 7 c’è il famoso brano in cui S.Paolo spiega il valore della verginità e del celibato nella Chiesa e nella sua diversificazione e complementarietà rispetto al matrimonio. Possiamo avere nella mente, commentandolo, quello che Gesù aveva detto del celibato e della verginità: “Vi sono alcuni che si fanno eunuchi per il Regno di Dio”. E’ un brano importantissimo questo di 1Corinzi 7, proprio per comprendere il senso di quelle parole del Signore che aveva proposto agli uomini una parola sorprendentemente diversa – almeno apparentemente – dalle parole di Dio nella Genesi: “Non è bene che l’uomo sia solo”.
Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l’uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell’incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Il marito compia il suo dovere verso la moglie; ugualmente anche la moglie verso il marito. La moglie non è arbitra del proprio corpo, ma lo è il marito; allo stesso modo anche il marito non è arbitro del proprio corpo, ma lo è la moglie. Non astenetevi tra voi se non di comune accordo e temporaneamente, per dedicarvi alla preghiera, e poi ritornate a stare insieme, perché satana non vi tenti nei momenti di passione. Questo però vi dico per concessione, non per comando. Vorrei che tutti fossero come me; ma ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro.
Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere.
Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito – e qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito – e il marito non ripudi la moglie.
Agli altri dico io, non il Signore: se un nostro fratello ha la moglie non credente e questa consente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi consente a rimanere con lei, non lo ripudi: perché il marito non credente viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, mentre invece sono santi. Ma se il non credente vuol separarsi, si separi; in queste circostanze il fratello o la sorella non sono soggetti a servitù: Dio vi ha chiamati alla pace! E che sai tu, donna, se salverai il marito? O che ne sai tu, uomo, se salverai la moglie? Fuori di questi casi, ciascuno continui a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato il Signore, così come Dio lo ha chiamato; così dispongo in tutte le chiese. Qualcuno è stato chiamato quando era circonciso? Non lo nasconda! E’ stato chiamato quando non era ancora circonciso? Non si faccia circoncidere! La circoncisione non conta nulla, e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti di Dio. Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato. Sei stato chiamato da schiavo? Non ti preoccupare; ma anche se puoi diventare libero, profitta piuttosto della tua condizione! Perché lo schiavo che è stato chiamato nel Signore, è un liberto affrancato del Signore! Similmente chi è stato chiamato da libero, è schiavo di Cristo. Siete stati comprati a caro prezzo: non fatevi schiavi degli uomini! Ciascuno, fratelli, rimanga davanti a Dio in quella condizione in cui era quando è stato chiamato.
Quanto alle vergini io non ho alcun comando dal Signore, ma do un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia. Penso dunque che sia bene per l’uomo, a causa della presente necessità, di rimanere così. Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla. Però se ti sposi non fai peccato; e se la giovane prende marito, non fa peccato. Tuttavia costoro avranno tribolazioni nella carne, e io vorrei risparmiarvele.
Questo vi dico, fratelli: il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo! Io vorrei vedervi senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo poi lo dico per il vostro bene, non per gettarvi un laccio, ma per indirizzarvi a ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore senza distrazioni.
Se però qualcuno ritiene di non regolarsi convenientemente nei riguardi della sua vergine, qualora essa sia oltre il fiore dell’età, e conviene che accada così, faccia ciò che vuole: non pecca. Si sposino pure! Chi invece è fermamente deciso in cuor suo, non avendo nessuna necessità, ma è arbitro della propria volontà, ed ha deliberato in cuor suo di conservare la sua vergine, fa bene. In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene e chi non la sposa fa meglio.
La moglie è vincolata per tutto il tempo in cui vive il marito; ma se il marito muore è libera di sposare chi vuole, purché ciò che avvenga nel Signore. Ma se rimane così, a mio parere è meglio; credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio.
Notiamo solo alcuni aspetti. Servirebbe una lunga discussione per approfondire tutto, ma ci sono alcune cose che sono subito chiarissime e che sono di un’importanza capitale. Paolo innanzi tutto affronta alcune cose concrete – ed ha il coraggio di farlo, a differenza del tempo presente! – ma poi arriva, al culmine del brano, a parlare del monachesimo appunto, della vita che si conduce qui alle Meteore, come in ogni altro luogo dove vivono vergini e celibi cristiani.
Per quel che riguarda i punti concreti cui accennavo, vedete che parla delle vedove, per esempio, di cui non si parla mai. Lui dice che la vedova può essere vergine anche lei. Sapete che molte delle monache erano in realtà sposate prima, come S.Melania. Ma, da quel momento in poi, dal momento della morte del marito, scelgono di vivere la loro vita come una presenza di dono a Dio, come un segno di vita eterna. Non è sprecata la vita di una vedova perché è un annunzio fondamentale! Nel nostro mondo sembra che una persona vedova non abbia niente da fare, non abbia alcuna testimonianza da dare. S. Paolo dice: “Manco per niente!” E’ una cosa fondamentale, è un annunzio grandissimo che viene portato.
Parla anche del famoso “privilegio paolino” (così lo chiamerà poi il diritto canonico). Cosa fare se uno è sposato con una persona che non crede o addirittura si oppone alla fede. Paolo dice: “Qui è il mio consiglio, non è legge del Signore”. Il diritto canonico darà la possibilità, se una persona viene ostacolata nella sua fede e nell’educazione dei figli, e se è chiaro che era in aperta opposizione alla fede dall’inizio del matrimonio e prima ancora di sposarsi, di dichiarare nullo il matrimonio, di fare un altro matrimonio perché la persona viene impedita dalla sua relazione a vivere realmente la fede. E’ molto realista Paolo, è una persona estremamente concreta, attenta a questi casi veramente reali che accadono. Quante donne – io le chiamo scherzando le “crocerossine” – si sposano volendo essere madri, più che compagne dei loro mariti e si illudono di cambiarli, di salvarli dai loro vizi e macelli e scoprono, dopo poco dall’inizio del matrimonio, che l’altro resterà esattamente com’era prima. A loro Paolo dice: “E che ne sai tu , donna, se salverai il marito?”. E’ un invito all’attenzione, alla lucidità nell’amore. Lo ripetiamo: l’amore non è cieco, ci vede benissimo. Sono l’innamoramento o la superficialità o l’illusione ad essere ciechi.
Ma il grande annuncio paolino è che esiste una dignità altissima: quella dello stato del vergine e del celibe che è “più perfetto” dello stato dello sposato perché anticipa già in questa terra quello che poi tutti vivranno, in qualche modo, nel mistero del Paradiso.
La Chiesa proclamerà nel Concilio di Trento, con un pronunciamento magisteriale, che appunto lo stato del matrimonio e quello del celibato e della verginità cristiana non sono uguali oggettivamente: “Se qualcuno dirà che il matrimonio è da preferirsi alla verginità o al celibato e che non è cosa migliore e più felice rimanere nella verginità e nel celibato che unirsi in matrimonio, sia anatema (Sessione XIV, canone 10 sul sacramento del matrimonio).
Questo resta vero anche se ognuno ha, a livello soggettivo, la sua vocazione e non può seguire quella di un altro, ma la sua perfezione personale è quella della sua vocazione.
Per questo i monaci – monaco, sapete, vuol dire “monos”, solo, non sposato – vivono questo dono come un segno per tutti quanti gli altri. Qui l’affermazione paolina più importante – nonostante ci dica anche, notate bene, lo abbiamo visto prima, che bisogna lavorare, che se uno arde è meglio che si sposi e stia tranquillo, lo faccia tranquillamente – è che, in fondo, le cose che noi viviamo non sono così importanti. Noi diamo loro troppa importanza. Notate bene, Paolo non si unisce a coloro che le disprezzano – S. Paolo dirà anche che chi disprezza il matrimonio, la carne, il mangiare, il cibo, non ha capito niente – ma, lo stesso, ci dice che il rischio è che noi diamo troppa importanza a questo tempo che passa. Dice: “Sei circonciso, non sei circonciso; ma ti rendi conto che non conta nulla? La cosa fondamentale, quella che conta, è se sei in Cristo o se non sei in Cristo”. Questo può avvenire sia che tu sia sposato, sia che non sia sposato. Però conclude: “Il tempo si è fatto breve”. Letteralmente è un’espressione greca molto bella: “Il tempo ha ammainato le vele”, cioè è come una barca che ormai ammaina le vele per entrare in porto. Il tempo, il kronos, è quasi arrivato alla parusia, la cosa più importante. Il kairos, l’evento di Cristo, è avvenuto, stiamo per arrivare alla fine. Allora, chi piange, pianga ma si renda conto che in fondo è più importante un’altra cosa. Chi gode, goda, chi ha moglie, se la tenga, chi non ha moglie, non la prenda, perché passa la scena di questo mondo. Ripeto, passa non perché non è importante – come dicono i manichei – ma passa perché c’è un’altra realtà più importante, che la giudica e la salva. Un posto come le Meteore, come qualsiasi monastero del mondo, è la vita concreta in mezzo a noi, è la testimonianza di questo fatto: c’è qualcuno in mezzo a noi che dice “Cristo tornerà”, il Figlio dell’Uomo tornerà, grazie a Dio, e la vita sarà diversa, sarà rinnovata, sarà nella piena comunione con Lui e questo è il cuore di tutta quanta la vita del mondo.
Si diviene celibi, nella Chiesa, non tanto per essere più disponibili per gli altri, ma soprattutto per amore di Cristo, come segno dell’attesa della sua venuta. Ecco perché il celibato è così diverso dall’essere “single” – scherzando dico sempre che uno “scapolo” non è un “celibe” ed una “zitella” non è una “vergine” – poiché nasce da una vocazione a testimoniare che la parousia è alle porte, poiché il tempo è compiuto ed il Signore è arrivato e presto tornerà. Ed il suo amore basterà!
Dobbiamo sempre tornare ad annunciare questo, tanto più in un tempo che sembra dire sempre e solo che l’unico amore che esiste è quello fra un fidanzato e la sua ragazza e che ti illude facendoti credere che questo ti basterà e che questa è l’unica vera attesa della vita. La Santa Madre Chiesa, con la presenza dei celibi e delle vergini, continua a rispondere alla domanda superficiale del perché i preti ed i monaci non si sposano, con la domanda: “Come è possibile che l’uomo continui a non cercare l’amore di Dio e l’amore di ogni fratello, che solo basta?”

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 16 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

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CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL' UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA) dans GEOGRAFIA, STORIA, CULTO DALLE TERRE DI PAOLO l004

Palazzo vicino la tribuna monumentale, la bemà, dalla quale predicò S.Paolo, secondo la tradizione

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale. Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare . 1 Corinzi 4,18 – 21: Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza? Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?” Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11: Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi… Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega: Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta. Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza. Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”. Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime: Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati. Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio. Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi. Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti: Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene. Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa. E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti. Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana? Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa. Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!” Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno. Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo: E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta. Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice: Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero! E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo. Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti. La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa. Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero

DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

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DALLA « LETTERA » DI S. PAOLO AI PRESBITERI

L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Molte le indicazioni pratiche e le intuizioni pastorali che si possono ricavare dalla sua esperienza e dai suoi scritti. «Io sono l’infimo degli apostoli. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però ma la grazia di Dio che è in me» (1Cor 15,9-10). Con questo autoritratto Paolo invita i sacerdoti a un’esistenza spirituale alta, sul suo esempio: «Fatevi miei imitatori!» (1Cor 4,16). La teologia cristocentrica di Paolo caratterizza anche la sua concezione del presbitero. Questi ha una relazione fondamentale con Cristo, che egli impersona nelle azioni sacerdotali più tipiche; e da Cristo, alla cui sponsalità sacramentale partecipa, è posto in relazione intrinseca con la chiesa. La ragione del sacerdozio non può essere una funzione che si predetermina a partire dalla vita del popolo, ma è la percezione di poter vivere perché Cristo esiste e perché continui ad esistere. La perdita di coscienza della priorità assoluta di Cristo e della sua presenza privilegia il « ruolo » del sacerdote riducendolo a funzionario del settore religioso. In quanto amato, il presbitero può amare gratuitamente: non è senza peccato ma un peccatore «afferrato» da Cristo. L’apostolo itinerante testimonia che la prima comunità cristiana si è irradiata « per contagio », non per programmi e aggiornamenti.

Paolo apostolo mistico Nel bagliore sulla via di Damasco, Paolo ha colto non un cambiamento morale immediato, ma un’illuminazione interiore della realtà. Egli non ha parlato di « conversione » ma di « rivelazione e di grazia », accentuando che tutto gli è stato donato: l’obiettivo non è stato raggiunto per sforzo morale o per pratiche ascetiche. Paragonandosi ad un «aborto», Paolo non ha fatto una dichiarazione di umiltà, ma ha ribadito che il Risorto è entrato nella sua esistenza con violenza, sradicandolo dalla sua vita precedente come un feto strappato a forza dal grembo materno. Attirato da Cristo, egli ha avviato con lui un’intimità profonda, tanto da non sentirsi inferiore agli altri apostoli. Paolo non ha basato la sua esistenza su un’idea o su un mito e neppure su un modello di condotta morale, ma su Colui che aveva « visto ». Il suo approccio al mistero di Cristo non è di tipo storico ma mistico: non narra miracoli, parabole o episodi della vita di Gesù. Questi non sta davanti a Paolo o al suo fianco, ma dentro di lui, è vita della sua vita: «Non io, ma Cristo in me» (Gal 2,20). La personalità di Paolo non viene annullata dalla presenza di Cristo: al centro del suo « io » sta la presenza reale e regale di Cristo, morto e risorto per lui. Lo Spirito di Gesù ha trasformato il suo cuore. San Giovanni Crisostomo suggeriva: «Cor Pauli cor Christi». Nella Bibbia il « cuore »è sede di grandi decisioni e centro di ogni ricchezza personale. Per Paolo il presbitero è colui che ha lo stesso cuore di Cristo: un uomo sedotto dal Dio di Gesù Cristo, un alter Christus! Egli non scioglie il fatto cristiano in una serie di valori condivisibili dai più, per la tolleranza e l’apertura al mondo. La sollecitudine di incontrare i fratelli non si traduce in un’attenuazione della verità. Sulla via di Damasco l’apostolo ha percepito che Cristo si identificava con i suoi discepoli: «Perché mi perseguiti?». Un’esperienza travolgente: egli ha visto Cristo e intravisto la chiesa, negando quindi « Cristo sì, chiesa no ». L’affezione a Cristo fonda la sua missione apostolica. Percezione mistica di Dio e chiamata all’apostolato sono unite in Paolo. Il presbitero può spaziare nell’ampiezza risanante e affascinante del kerigma, rifiutando corte vedute e orizzonti limitati che intrappolano mente e cuore e negano la « cattolicità » dell’eucaristia. L’attività del presbitero nasce come conseguenza inevitabile del rapporto vivo, vivente e vitale col Cristo risorto. Benedetto XVI invita spesso i sacerdoti a non lasciarsi prendere dall’attivismo e dalla fretta, quasi che il tempo dedicato a Cristo in silenziosa preghiera sia tempo perduto. È proprio lì, invece, che nascono i più meravigliosi frutti del servizio pastorale. I fedeli si aspettano che il sacerdote sia esperto nella vita spirituale, specialista nel promuovere l’incontro con Dio, testimone dell’eterna sapienza contenuta nella parola rivelata, esercitato nella comunanza del pensare e del volere di Cristo, capace di paternità spirituale. Le attuali comunità sono ben più organizzate e complesse di quelle della chiesa originaria e abbisognano di essere movimentate dall’interno. Guai se il primato dell’amministrazione prevale sul primato dell’azione pastorale mediante la Parola e l’esempio, la vicinanza e il consiglio. La grandezza del prete non sta nell’esercitare questo o quell’incarico nella comunità ma nell’essere guida e maestro del gregge.

Prima di tutto evangelizzatore Paolo ha descritto con vari termini e immagini il ministero apostolico: diacono e servitore, architetto dell’edificio di Dio, rematore nella barca della chiesa, amministratore di un bene che non è suo. L’apostolo non è il padre-padrone della propria comunità, ma un seminatore e un collaboratore nel campo del Signore. Chi fa crescere è Dio. Due termini definiscono la natura del ministero sacerdotale: liturgo (la Cei traduce «ministro») e ambasciatore. Ai Romani Paolo scriveva di aver ricevuto da Dio la grazia di «essere liturgo/ministro di Cristo fra i pagani, esercitando l’ufficio sacro del vangelo di Dio perché i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,16). Egli esercitava il suo sacerdozio annunciando il vangelo così da fare dei neoconvertiti un’offerta sacra al Signore. Per qualificarsi, Paolo non usava il titolo di hiereus-sacerdote, termine legato alla liturgia del tempio. Egli equiparava la vera liturgia all’evangelizzazione: da questa sintesi scaturiva il culto spirituale, capace di trasformare l’esistenza dei credenti in un sacrificio santo e gradito a Dio. Paolo si è sentito ambasciatore della riconciliazione (in greco il verbo è presbeuo, da cui «presbitero»). Col vangelo e i sacramenti il presbitero porta a tutti l’amnistia universale di Dio in Cristo. Ciò che è costitutivo del ministero non può essere il prodotto delle proprie capacità personali. Si è mandati non ad annunciare se stessi o opinioni personali, ma il mistero di Cristo e, in lui, la misura del vero umanesimo. Si è incaricati non di dire molte parole, ma di farsi eco e portatori di una sola Parola. Cristo affida se stesso al presbitero così che possa parlare con il suo « io », in persona Christi capitis. Benché incardinato in una chiesa particolare, in quanto partecipe della missione di Cristo, il presbitero riceve una destinazione universale e missionaria. Il suo servizio a una determinata porzione del popolo di Dio non può mai essere esaustivo ed esclusivo del suo ministero. Compito del ministero pastorale è far crescere la gioia di credere e di essere gregge di Cristo, di prestarsi ad andare nei territori e ambiti di vita della diocesi dove la chiesa soffre la povertà della testimonianza evangelica nel quotidiano (quartieri più poveri della città e zone più lontane e meno servite del territorio diocesano).

«Essere con e per» L’addio di Paolo ai presbiteri di Mileto, suo testamento spirituale, descrive il suo modo di esercitare il ministero di evangelizzatore e ambasciatore: servizio al bene comune, distacco dai beni materiali e aiuto ai poveri (At 20,17-35). Il suo «farsi tutto a tutti» si esprime per i sacerdoti nella vicinanza quotidiana, nell’attenzione per ogni persona e famiglia, nella santa inquietudine di portare a tutti la salvezza. Lasciarsi santificare porta a capire la profondità dell’uomo e a servirlo. Non c’è vera conoscenza dell’altro senza amore fattivo, che impedisce ai presbiteri di ridursi a distributori di « cose » sacre o a cedere a depressione e rassegnazione. Paolo ha esercitato il suo ministero nella condivisione e nella comunicazione con i fratelli. L’analogia con l’amore di un genitore esprime l’intenso rapporto di Paolo con i suoi: «Potreste infatti avere anche mille pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri, perché sono io che vi ho generati in Cristo Gesù, mediante il vangelo» (1Cor 4,14-15). E: «Siamo stati amorevoli in mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature» (1Ts 2,7). Il presbitero è nella chiesa e per la chiesa, ma è anche di fronte ad essa in quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della chiesa. La sua identità lo porta ad essere amorevole garante dell’ortodossia e dell’ortoprassi, mai spettatore silente e tollerante di fronte a errori o a deviazioni. Cristo ha bisogno di sacerdoti maturi, virili, capaci di coltivare un’autentica paternità spirituale, e tale obiettivo è raggiungibile tramite l’onestà con se stessi, l’apertura al direttore spirituale e la fiducia nella divina misericordia. La presidenza è ben più di un’assistenza spirituale o di una consulenza religiosa: pur fratello tra fratelli, si tratta di guidare i credenti nell’annuncio, nella fedeltà e nel servizio di Cristo Signore. Sempre per la verità e l’edificazione. Per costruire comunità, Paolo non ha legato i credenti a sé ma ha fatto loro sentire il cuore di Cristo, rendendoli così liberi e aperti. La vera « vicinanza » avviene nel Signore. La cura pastorale richiede sacerdoti di qualità dal punto di vista sia intellettuale sia spirituale e morale, che rendano per tutta la loro vita una testimonianza di attaccamento senza riserve alla persona di Cristo e alla sua chiesa. Ebreo della diaspora con studi a Gerusalemme, greco di Tarso, cittadino romano, Paolo è vissuto con gruppi di diversa estrazione sociale e culturale. Le sue comunità composte da ebrei, greci e romani, schiavi e liberi, uomini e donne come potevano non creare problemi? Paolo ha colto due grandi dimensioni della vita ecclesiale, l’unità nella molteplicità, la complementarietà nella reciprocità. Unica la sorgente («Un solo Signore, un solo Dio che opera tutto in tutti») e molteplice la sinergia dei membri, chiamati ad armonizzare nel bene comune i doni e le funzioni differenti. Un posto per ognuno e ognuno al suo posto nella fraternità presbiterale. Inoltre, non una casta sacerdotale, che monopolizza tutto e impedisce la crescita matura dei cristiani laici. Il presbitero non possiede la sintesi di tutti i carismi, ma ha ricevuto il ministero di facilitare la comunione fra i vari carismi. A livello personale, nelle liturgie e nei rapporti sociali ha raccomandato di agire sempre per l’edificazione comune. Ogni presbitero può imparare qualcosa di importante dal modo di essere dell’apostolo delle genti: una vita appassionata e appassionante, in continua ricerca, conscia della propria miseria e del primato della grazia di Dio. Liberato da tanti impegni di supplenza, il sacerdote può dedicarsi a ciò che è essenziale e insostituibile del suo ministero, nella « pace » di Cristo.

Umiltà e fierezza A Mileto Paolo sintetizzava così il suo ministero: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra lacrime e prove». L’apostolo è anzitutto un servitore del Signore e questo gli genera una grande libertà. Egli risponde solo a Cristo e tramite lui può amare tutti. Dal riconoscimento della propria indegnità, primo dei peccatori e ultimo degli apostoli, fiorisce l’ammirazione di ciò che il Signore opera in lui e attraverso di lui. Per il bene della comunità, Paolo non si astiene da un sano orgoglio per avversare quanti cercano di inquinare la fede autentica e di avere un pretesto per apparire. Paolo non si vanta per mettersi in mostra, ma per la foga dell’amore, per l’ansia di aprire gli occhi a chi si lascia trascinare da falsi apostoli, così da riconquistarli a Cristo. La fonte del suo vanto è la stessa della sua umiltà: «Chi si gloria si glori nel Signore!» (2Cor 10,17). In Paolo, annotava il cardinale G. Biffi, non c’è l’eccessivo senso autocritico che affligge la cristianità odierna. Il pianto rivela l’intensità emotiva che ha caratterizzato l’esperienza pastorale dell’apostolo che, lungi dall’essere un freddo burocrate si lasciava coinvolgere in ciò che faceva. Prove e insidie, battiture e lapidazioni, disavventure e pericoli: un elenco sconcertante. La fondazione e l’accompagnamento delle comunità sono state un travaglio generativo: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi!» (1Ts 2,7). Tutto rientrava nell’assillo quotidiano della preoccupazione per tutte le chiese, forse la sua vera «spina nella carne». Per il bene dei suoi figli, l’apostolo era pronto ad agire sia con il bastone che con amore e spirito di dolcezza; distingueva i suoi pareri e consigli dalla volontà del Signore; si poneva al servizio della gioia dei suoi fratelli di fede, godeva del loro sostegno nella preghiera; temeva di trovare i fratelli diversi da come desiderava e di apparire egli stesso diverso da come era atteso; non si lasciava condizionare da quanto si diceva di lui (autorevole nelle sue lettere e fragile come persona); di tutti conosceva i nomi, le situazioni di famiglia, di lavoro e di malattia. Niente di generico e di burocratico.

Debolezza e comunione Paolo ha creduto che Cristo lo ha amato e ha dato la sua vita per lui. Il Crocifisso è diventato il punto d’appoggio su cui egli ha fondato la sua esistenza. Dopo l’insuccesso di Atene, l’apostolo è sceso a Corinto con «timore e tremore» per opporsi alla pretesa del mondo greco di salvarsi con il sapere e per annunciare Cristo crocifisso. Dio è entrato nella storia in una forma scandalosa (skandalon e morìa, cioè »stupidità »). Dio salva non con la forza orgogliosa della ragione, ma con la «follia della croce», cioè con il dono totale di sé. È questa la sapienza del credente: la grazia è anteposta alla giustizia, alle opere e alla ragione degli uomini. Il Signore sceglie di preferenza i piccoli e gli umili per far risaltare la sua potenza e per confondere i forti e i sapienti di questo mondo. Paolo ha sperimentato anche nella sua carne il disegno di Colui che lo aveva chiamato a condividere il destino pasquale di Cristo. È divenuto missionario del vangelo senza altro mezzo e strategia che la forza dell’annuncio. Il senso di sproporzione tra la sua debolezza e il compito immane affidatogli lo ha sempre accompagnato. Alla richiesta di aiuto si è sentito dire:«Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Nell’apparente assenza di mezzi si evidenzia un’altra forza che opera con grande vigore: «Mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché in me dimori la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte» (2Cor 12,9-10). È, questo, il più grande paradosso paolino, che riconosce, da un lato, la propria pochezza ma, dall’altro, la potenza della grazia divina. È un messaggio forte per i presbiteri di oggi, tentati di cedere all’efficientismo. Paolo insegna che al tempo dello slancio missionario e dell’assestamento subentra il tempo delle prime delusioni e delle stanchezze, delle deviazioni e delle fughe, delle dottrine erronee e delle divisioni. Si avverte il peso dei cattivi cristiani e ci si accorge che l’evangelizzazione non cammina tanto rapidamente come si era pensato. È il messaggio delle Lettere Pastorali, che sollecitano discernimento e vigilanza, cooperazione e speranza, pazienza e longanimità, preziose virtù del presbitero. Paolo non ha agito da solo. All’inizio ha avuto bisogno di chiarire e di approfondire il messaggio di Cristo. Anania lo ha battezzato, Barnaba gli è stato vicino, Pietro gli ha garantito la validità e solidità del vangelo che intendeva predicare (Gal 2,2). In tutta la sua azione missionaria, l’apostolo si è preoccupato di formare un’équipe di evangelizzatori. Non un gruppo elitario chiuso, autoreferenziale o separato dal tessuto sociale; non una setta di « perfetti », ma una comunità alternativa che aveva la funzione di orientamento e di proposta nella società di allora. Tra questi collaboratori non si possono dimenticare Aquila e Priscilla, una coppia che ha accolto Paolo a Corinto e, su sua indicazione, si è trasferita prima ad Efeso e poi a Roma per preparargli il terreno dell’evangelizzazione. Paolo è stato da loro aiutato sia sul piano materiale (lavoro e alloggio) sia sul piano pastorale. Dal come affronta il tema del matrimonio in 1Cor 7 a come ne parla, in modo mirabile, nella lettera in Efesini 5,21-33, si comprende quanto Paolo abbia maturato a contatto con questi sposi un’alta teologia sponsale e familiare. Dagli Atti e dalle Lettere emerge il nome di ben 72 collaboratori di Paolo, numero non casuale perché indicativo delle razze e dei popoli allora conosciuti. Con sorpresa di molti, si contano ben 14 donne come fedeli collaboratrici. Per Paolo il presbitero non è un eroe solitario: si fa aiutare, accetta la collaborazione di tanti e punta a formare dei formatori, per un effetto moltiplicatore. La pastorale integrata non nasce anzitutto dalla scarsità del clero, ma da uno stile comunionale generato dal mistero creduto, celebrato e condiviso.

Originale e creativo Paolo è stato un seguace appassionato di Gesù. Il suo amore per Cristo non poteva rimanere nascosto o silenzioso. Egli ripeteva a se stesso: «Guai a me se non annunciassi il vangelo!». La successione dei viaggi missionari sta a dimostrare quella forza interiore da cui era afferrato: «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4,13). È intrinseco alla condizione di cristiani il desiderio che Gesù di Nazaret sia riconosciuto da tutti come il Figlio di Dio e l’unico Salvatore del mondo. La sua passione nell’evangelizzazione si può definire originale, creativa e aderente alla situazione socio-culturale dei suoi destinatari. Ciò che per pura grazia aveva compreso nella folgorazione di Damasco, egli ha saputo tradurlo in un linguaggio diversificato che, cammin facendo, ha assunto la forma dell’esposizione dottrinale, della catechesi, dell’esortazione, della diatriba e altre forme ancora. La capacità di evangelizzare di Paolo si è manifestata nell’aderenza alla situazione culturale dei suoi destinatari. Nessuno più di Paolo ha saputo « inculturare la fede » ed « evangelizzare la cultura ». Ad esempio: a Listra, scambiato per il dio Hermes, ha parlato del Dio unico che ha fatto il cielo e la terra (At 14,13-17); all’areopago di Atene ha valorizzato l’ara dedicata al dio ignoto, citando a memoria i poeti greci (At 17,22-31). Ai cristiani di Efeso, città dei « misteri » pagani e delle luminarie, ha esposto il mistero della salvezza (Ef 1,3-14) e raccomandato di essere «figli della luce» (Ef 5,8). In ambiente giudaico ha ripercorso la storia del popolo ebreo (At 13,16-41), mentre in Grecia, sede delle Olimpiadi, ha usato molte immagini tratte dal mondo sportivo. Modi diversi e complementari per andare incontro alle esigenze degli uditori, così da portare tutti alla maturità della fede nel Crocifisso-Risorto. Paradossalmente, l’apostolo delle genti non si è sentito di respingere neppure un’evangelizzazione compiuta in malafede e senza retta intenzione da chi era a lui ostile: «Purché in ogni maniera, per ipocrisia o per sincerità, Cristo venga annunciato, io me ne rallegro e continuerò a rallegrarmene (Fil 1,18). «Purché Cristo venga annunciato»: questo è il principio in base al quale ogni iniziativa deve essere valutata. La grazia trasforma la natura umana, che lascia però il segno. Certe intemperanze ed eccessi del carattere di Paolo risultano evidenti nelle sue lettere. È l’uomo del paradosso nell’esprimere la gioia (2Cor 7,4) e le pene (2Cor 1,8). Pur non amando la contestazione come metodo, era capace di grande franchezza e di foga polemica (Gal 55,2 e Fil 3,2). È stato un uomo consacrato a Dio, con lo sguardo fisso sulla meta, Cristo (1Cor 9,26; Fil 2,12-13), ispirato dai consigli evangelici. La povertà come garanzia di un annuncio gratuito e solidale del vangelo; la castità come donazione indivisa del cuore al Signore, nella libertà e nella dedizione ai fratelli; l’obbedienza come offerta gradita al Signore. L’apostolo delle genti, contemplativo e attivo, è un modello per i presbiteri di oggi. Pastori « formato Paolo », innamorati di Cristo e felici della propria vocazione pur nelle difficoltà del trapasso culturale e pastorale della modernità, desiderosi di affascinare altri con l’esempio e la parola. Non sarebbe difficile trarre dalle Lettere Pastorali il « decalogo » del presbitero secondo il cuore di Paolo. Lo lasciamo ai lettori.

Guglielmoni L. – Negri F.

(Da settimana del clero n. 16 2009)

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