Archive pour la catégorie 'Lettera ai Corinti – prima'

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010206_thomas-aquinas_it.html

CIÒ CHE È STOLTO DINANZI A DIO, È PIÙ SAPIENTE CHE GLI UOMINI (CFR. 1 COR 2, 15)

« Cristo scelse per sé genitori poveri e tut­tavia perfetti nella virtù, affinché nessuno si glori della sola nobiltà del sangue e delle ricchezze dei genitori. Condusse vita povera per insegnare a disprezzare le ricchezze. Visse in semplicità, senza ostentazione, allo scopo di tenere lontani gli uomini dalla disordinata brama degli onori. Sostenne la fatica, la fame, la sete e le afflizioni del corpo affinché gli uomini proclivi alle voluttà e delicatezze, a motivo delle asprezze di questa vita non si sottraessero all’esercizio della virtù. Infine sostenne la morte per impedire che il timore di essa facesse abbandonare a qualcuno la verità. E perché nessuno avesse paura di incorrere in una morte spregevole a causa della verità, scelse il più orribile genere di morte, cioè la morte in croce. Così dunque fu conveniente che il Figlio di Dio fatto uomo patisse la morte, per indurre col suo esempio gli uomini alla pratica della virtù, di modo che risulti vero ciò che Pietro dice: “Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio affinché ne seguiate le orme »(1 Pt 2,21).
Se infatti fosse vissuto ricco nel mondo e rivestito di potere e di qualche grande dignità, si sarebbe potuto credere che la sua dottrina e i suoi miracoli fossero accolti in forza del favore degli uomini e della potenza umana. Perciò, affinché fosse manifesta l’opera della divina potenza, scelse tutto ciò che nel mondo è vile e debole: una ma­dre povera, una vita indigente, discepoli e messaggeri incolti, il disprezzo e la condanna a morte da parte dei magnati della terra, onde apparisse chiaramente che l’accettazione dei suoi miracoli e della sua dottrina non erano opera di potenza umana ma divina.
A proposito di tutto questo c’è ancora un’altra cosa da tener presente. Secondo lo stesso piano provvidenziale per il quale il Figlio di Dio fatto uomo volle prendere su se stesso le debolezze umane, stabilì che anche i suoi discepoli – da lui costituiti ministri dell’umana salvezza – fossero essi pure disprezzati nel mondo. Perciò non li scelse dotti e nobili, ma senza cultura e di bassa condizione sociale, ossia poveri pescatori. E mandandoli a lavorare per l’umana salvezza, comandò loro di praticare la povertà, di accettare persecuzioni e ingiurie, e di subire anche la morte per la verità, cosicché la loro predicazione non apparisse esercitata per vantaggi terreni, e la salvezza del mondo non venisse attribuita alla sapienza e alla potenza dell’uomo, bensì soltanto a quella di Dio: per cui in essi – che secondo il giudizio del mondo sembravano spregevoli – non venne meno la potenza divina che opera cose mirabili.
Questo era necessario per l’umana salvezza, affinché gli uomini imparassero a non confidare orgogliosamente nelle proprie forze, ma solo in Dio. Infatti per la perfezione della santità umana è richiesto che l’uomo si sottometta in tutte le cose a Dio, da lui speri di poter conseguire il possesso di ogni bene e riconosca di averlo da lui ricevuto. »
Dagli “Opuscoli teologici” di san Tommaso d’Aquino, sacerdote. (De rationibus fidei, nell’ed. Leonina di Opera omnia, XL, Roma 1969, pp. 56 ss.)

Preparato dalla Pontificia Università Urbaniana,
con la collaborazione degli Istituti Missionari

 

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 8 avril, 2019 |Pas de commentaires »

« NON SAPETE CHE IL VOSTRO CORPO E’ TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO? » (1 COR 6,19)

https://digilander.libero.it/rinnovamento/documenti/cate_101.html

« NON SAPETE CHE IL VOSTRO CORPO E’ TEMPIO DELLO SPIRITO SANTO? » (1 COR 6,19)

Don Mario Cascone

Siamo tempio dello Spirito Santo, dimora sacra dove Dio abita. Nel nostro essere, costituito dalla totalità unificata del corpo e dello spirito, realizziamo la nostra vocazione alla santità, mediante l’azione incessante dello Spirito di Dio, che spinge tutte le nostre energie al bene, nel clima della verità, che Egli comunica costantemente al nostro cuore.
Anche la vita sessuale rientra in questa vocazione alla santità: nel “tempio” del nostro corpo noi esprimiamo le meraviglie d’amore suscitate da Dio, ci relazioniamo con i nostri fratelli in uno spirito di donazione reciproca, lodiamo il Signore nella gioia dell’incontro d’amore e nella stupenda possibilità di trasmettere la vita ad altri esseri umani.
In questi termini di esaltante bellezza dobbiamo intendere il dono di Dio, che è la sessualità, avvertendo la chiamata a viverla come linguaggio dell’amore e quale strada che conduce alla santità.
Ci avvaliamo di un testo biblico tratto dall’epistolario paolino per vedere ora alcune indicazioni concrete del nostro agire morale in questo delicato campo della nostra vita.

La “vivace” comunità di Corinto
Fondiamo tutta questa riflessione su una bella espressione di S. Paolo, “Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo?”, che si trova in un brano importante della Prima Lettera ai Corinti e non può essere estrapolata da esso. Il brano che vogliamo esaminare è 1 Cor 6, 12-20. Esso va letto nel contesto più ampio dei cc. 5-6-7 della Prima Lettera ai Corinti, nei quali si parla prima di un incestuoso, ossia di un cristiano che convive con la sua matrigna (5, 1-13), poi di una serie di casi riguardanti il celibato e la continenza sessuale (cap.7).
I casi affrontati da Paolo in questi capitoli si situano in un preciso clima culturale in cui vive la comunità cristiana di Corinto. Si tratta di un ambiente fortemente segnato da uno spiritualismo gnostico, che esalta a tal punto l’eccellenza della conoscenza spirituale da far ritenere del tutto ininfluente sull’uomo la realtà mondana e materiale.
Questo clima culturale è ancora più marcato dal fatto che la comunità ha sperimentato con entusiasmo la bellezza dei carismi, giungendo ad un’esaltazione trionfalistica e fanatica dei doni dello Spirito: un vero e proprio carismatismo, che, portato alle estreme conseguenze, faceva approdare a due conclusioni opposte nei confronti della sessualità: da un lato il libertarismo più sfrenato, espresso dallo slogan “Tutto mi è lecito” ( 6,12); dall’altro lato la posizione ascetica radicale, che riteneva necessaria l’astinenza sessuale totale: “E’ bene per l’uomo che non tocchi donna” (7,1).
San Paolo giudica sbagliate entrambe queste posizioni, che si fondano su un’unica radice ideologica: l’entusiasmo spiritualistico di chi ritiene di essere ormai un cristiano perfetto e maturo, al punto tale da poter vivere indifferentemente una pratica sessuale selvaggia o, all’estremo opposto, una totale continenza sessuale. In questo secondo caso, che viene affrontato nel cap.7, Paolo mette in evidenza la bellezza del celibato e della consacrazione verginale al Signore, ma fa comprendere che questa è una vocazione rivolta da Dio ad alcuni, ai quali viene donato uno speciale carisma. San Paolo dice: “Certo, io vorrei che tutti gli uomini fossero come me, ma ognuno ha il proprio carisma da Dio” (7,3); e poi con sano realismo aggiunge: “Ai non sposati e alle vedove io dico: è bene per loro se restano come me, però se non riescono a contenersi si sposino: è meglio sposarsi che bruciare di passione” (7,8-9).

“Tutto mi è lecito!”
Esaminiamo ora il brano di 1 Cor 6,12-20, che riguarda la licenziosità sessuale (in greco: pornèia). Fin dall’inizio si evince che il costume sessuale licenzioso dei Corinti pretende di avere una giustificazione ideologica, che in parte è quella di cui abbiamo parlato precedentemente. Paolo cita subito uno slogan, che sicuramente circolava fra i cristiani di Corinto: “Tutto mi è lecito”. Questo slogan si può definire come il manifesto dei boriosi spiritualisti di Corinto, i quali ritenevano che la loro fede consolidata e la loro alta spiritualità non poteva essere contaminata dal contatto con le cose materiali, ivi compreso il rapporto sessuale con prostitute o l’uso licenzioso della sessualità.
L’Apostolo si oppone con vigore a quest’idea, affermando che non tutto ciò che si ritiene lecito risulta essere poi utile e costruttivo per la persona. Tante volte, anzi, può condurre l’individuo a vere e proprie forme di “schiavitù”: “Tutto mi è lecito: sì, ma non tutto è vantaggioso. Tutto mi è lecito: sì, ma non voglio lasciarmi schiavizzare da nulla” (6,12). La libertà come la intendevano i Corinti era in realtà un libertarismo di tipo individualistico, che non metteva in luce l’essenziale dimensione relazionale della persona e, di conseguenza, sganciava la libertà dalla verità e dalla responsabilità morale. Era una libertà ridotta a pura licenza, a soggettivistico arbitrio individuale: non una libertà intesa come compito morale, ma come potere illimitato dell’individuo.
È questa un’idea molto presente anche nella nostra cultura attuale, la quale è fortemente segnata da un individualismo libertaristico, che si colora facilmente di sentimentalismo, facendo ritenere come vero, autentico e buono tutto ciò che sgorga dalle scelte spontaneistiche dell’individuo. La libertà, staccata dalla verità morale, si riduce a scelta provvisoria del singolo uomo, che la pone senza interrogarsi più di tanto sul significato della sua decisione. Si tratta quindi di una serie di scelte fatte nel qui ed ora del vivere quotidiano, le quali vengono ritenute tutte valide e buone, a patto che scaturiscano dalla spontanea decisione dell’individuo. Una tale impostazione è il rovesciamento dell’insegnamento evangelico, in cui si afferma invece che senza verità non c’è libertà, perché solo la verità ci può fare liberi (Gv 8,32). Un pensatore contemporaneo, Uberto Scarpelli, afferma testualmente: “Nell’etica non c’é verità. I valori di vero e falso convengono alle proposizioni del discorso descrittivo-esplicativo, ma non a quelle del discorso prescrittivo-valutativo. Nell’etica non ci sono principi autoevidenti, ma principi che sono il frutto di processi culturali, sociali e personali. L’etica é dunque sempre e radicalmente individuale”.
San Paolo rifiuta quest’idea di libertà di un individuo che agisce solo per se stesso, chiuso nel suo splendido isolamento, noncurante della verità morale. Una tale concezione può degenerare facilmente in schiavitù verso questa o quella realtà, di cui ci si vanta di poter disporre pienamente. Noi siamo certamente in grado di dominare le cose del mondo, ma altrettanto certamente possiamo esserne dominati, specialmente quando non prendiamo atto del fatto che la nostra libertà non è qualcosa di assoluto, ma è un dono che ci è stato fatto per realizzare il bene e vivere nell’amore.
Paolo non concepisce la persona né in senso spiritualistico, né in senso dualistico; egli ritiene che l’uomo sia una persona incarnata, una corporeità stabilmente unita allo spirito. In quanto tale, l’uomo deve sempre disporre di se stesso nell’ambito di una libertà segnata dai limiti dell’istinto, della carnalità, del “ferimento” operato in lui dal peccato originale. Per questo motivo Paolo avverte che non tutte le decisioni individuali sono utili per la costruzione della persona, soprattutto se si discostano dalla verità del suo essere e si fondano principalmente su un “sentire” spontaneistico.

“Il cibo è per il ventre e il ventre per il cibo”
Dopo aver esaminato lo slogan ideologico, che sorreggeva tutta la concezione di morale sessuale della comunità, l’Apostolo prende in considerazione un altro slogan, che sicuramente circolava tra i cristiani di Corinto: “Il cibo è per il ventre e il ventre per il cibo” (6,13). Il significato di questa proposizione è molto evidente: l’atto sessuale è un fatto puramente fisiologico, come il mangiare o il bere; il rapporto sessuale non è qualcosa di diverso dal consumare un pasto…
Anche questa è una concezione oggi largamente diffusa: l’idea che il sesso sia una “cosa” da consumare, una realtà puramente materiale che non coinvolge la totalità della persona, circola abbondantemente nella nostra attuale cultura. Molti messaggi vengono indirizzati alle persone per considerare l’attività sessuale un fatto meramente fisiologico, che si colloca nel clima generalmente consumistico dell’ “usa e getta”…
Paolo si oppone energicamente a quest’idea, negando con decisione l’equiparazione tra consumazione di alimenti e atto sessuale. Dove si fonda la differenza tra il prendere cibo e il vivere un rapporto sessuale? Nel fatto che nel secondo caso è impegnato il corpo , inteso non come semplice apparato biochimico, ma come dimensione totale della persona, considerata nella sua capacità di proiettarsi all’esterno da sé e di relazionarsi con gli altri. “Corpo” nel linguaggio biblico non esprime solo una parte della persona, ma l’intero uomo, visto come essere dialogico, capace di manifestarsi all’esterno e di entrare in relazione con le altre persone e col mondo; “corpo” non esprime la persona come “io interiore e cosciente”, ma indica soprattutto il soggetto visto nella sua visibilità esterna, capace di manifestare al di fuori di sé ciò che coltiva nell’intimità del suo cuore e della sua mente.
San Paolo spiega che nel rapporto sessuale l’uomo si trova impegnato con tutta la sua persona. L’atto sessuale, perciò, non è come consumare un pasto, ma è un incontro interpersonale di donazione reciproca. Per questo motivo esso non è indifferente alla costruzione della persona, la quale è da intendersi sempre come uno “spirito incarnato” e come un “corpo animato dallo spirito”. Di conseguenza la sessualità non può essere ridotta a “cosa”, a bene di consumo…

“Il corpo è per il Signore e il Signore e per il corpo”
A questo punto l’Apostolo esprime un bellissimo concetto di appartenenza tra noi e il Signore: “Il corpo non è per l’immoralità, ma per il Signore e il Signore è per il corpo” (6,13). Noi come persone incarnate (= corpo), apparteniamo a Cristo: siamo totalmente suoi! (cfr. anche 1 Cor. 3,22-23). E Cristo è per noi, dal momento che si è donato totalmente a noi per la nostra salvezza! Egli non ha salvato solo la nostra anima, ma tutto il nostro essere, tant’è vero che il nostro corpo è destinato alla resurrezione! La nostra corporeità non è destinata a scomparire, ma è segnata per l’eternità. Di conseguenza “il corpo non è fatto per l’immoralità”, cioè per la “porneia”, ma per la santità! Vivere la sessualità in modo licenzioso non è un fatto indifferente, ma compromette l’intera nostra persona, che appartiene a Cristo e partecipa della sua risurrezione.
Proseguendo in questa interessantissima descrizione del rapporto tra Cristo e il nostro corpo, San Paolo riprende un tema a lui caro, affermando che noi siamo membra del corpo di Cristo : “Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Strapperò dunque le membra di Cristo per farne membra di una prostituta?” (6,15). Per avvalorare ancora di più quest’affermazione l’Apostolo cita Gen.2,24: “I due diventeranno una sola carne”, cioè un solo essere. La sessualità non è qualcosa di esterno alla persona, ma una dimensione fondamentale, mediante la quale la persona mette in gioco se stessa ed entra in relazione profonda con un’altra persona. Non si può vivere la sessualità solo come una passione istintiva, un cedimento egoistico alla “carnalità” della propria esistenza.
In questa luce comprendiamo anche la frase seguente, che risulta piuttosto sorprendente: “Invece chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (6,17). Noi ci aspetteremmo che Paolo, in coerenza con quanto aveva detto prima, avesse ora concluso “chi si unisce al Signore forma con lui un solo corpo”. Egli invece utilizza l’espressione “un solo spirito”, facendo capire così che l’unione col Signore non viene vissuta nella carnalità, ma “nello spirito”, cioè nella donazione d’amore tipica di chi si lascia guidare dallo Spirito di Dio e non vive le sue relazioni con gli altri a livello puramente materiale e carnale.
Di questo San Paolo parla in Efesini 5, descrivendo il rapporto tra Cristo e la Chiesa quale fondamento della sacramentalità del matrimonio. C’è fra noi e il Signore un rapporto di reciproca appartenenza: noi siamo per il Signore e il Signore è per noi; noi siamo le sue membra e non possiamo staccarci da Lui, dissacrando il tempio del nostro corpo con una maniera immorale di vivere la sessualità. Questa relazione di reciproca appartenenza tra l’uomo e Cristo trova una splendida manifestazione sacramentale nel rapporto sponsale tra il marito e la moglie, chiamati ad essere “una sola carne” nella relazione d’amore che li lega l’uno all’altra “nel Signore”.

“Tempio dello Spirito Santo”
Il testo si chiude con lo sviluppo di questo tema pneumatologico: i cristiani sono “tempio dello Spirito Santo!” (6,19). Nel loro essere corporeo essi sono abitazione santa e consacrata a Dio. Di conseguenza vivono in una costante relazione d’amore col Signore, la quale non può prescindere dalla loro corporeità, ma anzi trova proprio in essa la struttura su cui fondare , anche con gesti concreti e visibili, il proprio rapporto con Dio. Il corpo ci è dato per esprimere all’esterno la nostra appartenenza al Signore e la glorificazione del suo nome. La relazione sessuale è una modalità sublime di questa manifestazione, che per volere di Dio acquista anche forza sacramentale, ossia esprime il legame di Cristo con la sua Chiesa e ne diffonde efficacemente la grazia santificante su tutto il Corpo mistico del Signore!
Poggiando su questa base concettuale, il brano si chiude con una meravigliosa esortazione liturgica: “Glorificate dunque Dio con il vostro corpo” (6,20). Questo corpo, che “è stato riscattato dalla schiavitù a caro prezzo”, deve esprimere la lode al Signore, Salvatore e Redentore dell’uomo. La liturgia non viene intesa così come qualcosa di vuoto e formale, ma come una celebrazione che si incarna in tutta la nostra esistenza. Il culto cristiano non ci distoglie dal mondo e dai rapporti con gli altri, ma anzi si esprime in un’esistenza donata agli altri e animata costantemente dall’amore del Signore.

Sessualità: linguaggio d’amore o fonte di schiavitù?
E’ in questa luce che noi dobbiamo considerare la nostra identità sessuale, in qualunque stato di vita e in qualunque età ci troviamo a viverla. La sessualità non è un bene dell’individuo, ma della persona intesa nella sua unitotalità, ossia nella ricchezza globale del suo essere, nel quale il corpo non può mai essere scisso dallo spirito. Una persona che si autoriconosce come dono di Dio e che, proprio per questo, non può chiudersi in una orgogliosa autosufficienza. Dire persona significa dire relazione con Dio e con i fratelli, una relazione che viviamo non a prescindere dalla nostra corporeità, ma proprio grazie ad essa. Il corpo infatti dice la nostra identità sessuale e rende visibili all’esterno i moti del nostro cuore, le interiorità più nascoste del nostro io. Il corpo agisce così in modo quasi “sacramentale”, perché rende visibile ciò che per sua natura è misterioso ed invisibile: l’amore!
La corporeità e l’identità sessuale ci vengono dati da Dio come linguaggio d’amore: per questo non si può né banalizzare, né cosificare il sesso; non lo si può vivere a…buon mercato, in modo consumistico; né lo si può interpretare come semplice ricerca del piacere, in un rapporto passeggero, non impegnativo, di natura privatistica, pensando che tutto questo non abbia ripercussioni sulla maturazione della nostra persona e sul nostro impegno a camminare nella fede.
Le “ ferite” lasciate dentro di noi da una sessualità vissuta nel peccato sono in genere profonde, sia perché la sessualità è una dimensione fondamentale del nostro io personale, sia perché il maligno opera spesso a questo livello “carnale” della nostra esistenza, scompaginando il nostro equilibrio interiore e rendendo disarmonico il nostro essere, creato ad immagine e somiglianza di Dio.
Siamo oggi tentati da più parti a vivere la sessualità in modo edonistico e consumistico. Ciò che abbiamo visto verificarsi nella comunità di Corinto risulta nel nostro tempo mille volte amplificato da una cultura, che induce a comportamenti sessuali licenziosi, in cui lo stesso concetto di “porneia” viene esaltato quale conquista di un uomo talmente emancipato da potersi porre al di sopra di ogni regola. Le conseguenze di una simile concezione sono sotto gli occhi di tutti: il presunto uomo “maggiorenne” del nostro tempo risulta molte volte minacciato da schiavitù che si annidano nel suo stesso cuore, conducendolo ad abitudini e a scelte che sono libere solo in apparenza, mentre in realtà lo rendono “omologato”, costruito sui modelli standardizzati che vengono manovrati da ingenti interessi economici e sono fatti diabolicamente apposta per spegnere la felicità nel suo cuore.

Sessualità redenta
Davvero non possiamo essere presuntuosi in questa materia, pensando che questo tesoro meraviglioso noi lo custodiamo “in vasi di creta” (2 Cor 4,7): fragili, delicati, bisognosi di molta cura e premura.
Siamo però persuasi che Gesù ha redento anche la nostra corporeità e la nostra sessualità, e ci dona la grazia di viverla nel quadro dell’amore, riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (Rom 5,5). Lo Spirito di Gesù risorto ci rende capaci di vivere anche la sessualità secondo il progetto di Dio, quale ci viene indicato nella Sacra Scrittura e nel Magistero della Chiesa.
Guardiamo perciò a Gesù e agli insegnamenti della Chiesa per conoscere la verità anche in questo campo così prezioso e delicato. Gesù infatti conosce meglio di chiunque l’altro il cuore dell’uomo e può istruirci in maniera autentica. Quando i farisei si rivolgono a lui per chiedergli cosa ne pensa del divorzio (Mt 19,1-9), Gesù fa comprendere che la concessione di Mosè in questo campo è stata solo un “adattamento” della legge di Dio, dovuto alla “durezza di cuore” (“sklerokardìa”) dei suoi connazionali, ma “al principio” non fu così: il progetto originario di Dio era ed è quello dell’unione indissolubile dell’uomo e della donna. A questo riguardo Gesù cita testualmente i testi del libro della Genesi, che si riferiscono a questo progetto del Creatore.
Solo Gesù conosce l’uomo fin dallo “inizio”, ossia fin dal “principio senza principio”, che affonda le sue radici nell’eternità di Dio. A Lui, Divino Maestro, noi guardiamo per conoscere la verità sull’uomo, poiché Egli è l’uomo perfetto, il primogenito dell’umanità rinnovata, Colui che svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (G.S. 22). Dinanzi a Lui, Via Verità e Vita dell’uomo, crollano tutti i pretesti per non vivere secondo il progetto di Dio e tutti i tentativi di “adattare” la sua legge alla debolezza dell’uomo. Egli ha redento tutto il nostro essere, donandoci la grazia di vivere in pienezza il suo disegno d’amore, senza bisogno di fare “sconti” alla verità, ivi compresa la verità che riguarda la vita sessuale.

Gesù, Sposo verginale dell’umanità
Pur non essendosi preoccupato specificamente di istruirci in modo dettagliato circa i comportamenti da assumere in campo sessuale, Gesù ci offre i principi fondamentali del nostro agire nell’amore, sulla base della ricchezza globale del nostro essere. Egli ci testimonia in modo particolare la bellezza dell’atteggiamento verginale nei confronti di ogni persona, il valore di una relazione che non si pone come rapporto di possesso, ma di donazione gratuita e disinteressata.
I suoi dialoghi con le donne, in particolare, manifestano questa dimensione verginale del suo cuore e ce lo fanno conoscere come lo Sposo purissimo dell’umanità rinnovata nella potenza del suo amore. I dialoghi con la Samaritana, la peccatrice in casa di Simone il fariseo, la Maddalena, l’adultera anche quando toccano tasti delicati ed intimi della vita di queste donne, mettono in evidenza una capacità grande di amore puro, che nasce da un cuore in grado di donarsi a tutti senza nulla pretendere e di valorizzare la ricchezza di essere che c’è in ogni persona. La delicatezza del tratto e la maniera singolare con cui Gesù si pone nei confronti di queste donne, non gli impediscono di insegnare la verità nel campo del comportamento sessuale e di stigmatizzare i comportamenti peccaminosi di queste donne. In maniera davvero sublime, Gesù è capace di distinguere il peccato dal peccatore, bollando in modo fermo i comportamenti peccaminosi, ma esercitando grande misericordia nei confronti delle persone che sono cadute nel peccato. In questo modo egli riesce a recuperare la dignità di queste donne e ad imprimere nella loro vita un radicale cambiamento di rotta.
Dal Signore Gesù, Sposo verginale dell’umanità, impariamo a coltivare il valore della purezza, che rende autentici i nostri rapporti con gli altri, sottraendoli alla bramosia di possesso e all’egoismo sempre incombente. Impariamo il valore della castità, intesa positivamente come l’energia spirituale capace di liberare l’amore dalla mera ricerca del piacere e di condurre al pieno dominio di sé per amare l’altro in modo autentico. Quando non si esercita la virtù della castità è facile che l’altro venga ridotto ad “oggetto”, a strumento da utilizzare per il proprio egoistico godimento; è facile anche che noi stessi ci dimostriamo incapaci di agire da soggetti ragionevoli e precipitiamo nel disordine dei sensi e dell’istinto.

Tutti chiamati alla castità
Da Gesù, vero Amico dell’uomo, gli sposi imparano ad amarsi con cuore puro, vivendo la castità coniugale come capacità costante di vedere nel corpo del proprio coniuge la bellezza e la preziosità della persona, sottraendosi così alla tentazione di dominarla o di farne uso… Gli sposi cristiani sperimentano in questo modo che l’armonia sessuale è un cammino, che non è tanto il frutto di tecniche, quanto piuttosto dell’amore totale, fedele, fecondo, definitivo: un amore che si esprime in queste stesse dimensioni non solo nel rapporto sessuale, ma in tutti gli altri ambiti della vita.
In questa luce i giovani e i fidanzati imparano la castità pre-matrimoniale, intesa come proposito di riservare al sacramento del matrimonio la pienezza di donazione, quale avviene nel rapporto sessuale completo, e di vivere gli altri gesti di affettuosità nel quadro della verità dell’amore: gesti, dunque, che esprimano con sincerità l’amore per l’altro, più che il desiderio di utilizzarlo per il proprio piacere; gesti che conoscano la legge della gradualità e si pongano nel cammino di crescita della coppia: un cammino che non fa crescere l’amore, se si ferma solo ai gesti fisici e non si sforza di far crescere anche l’affetto, la sintonia spirituale, il dialogo, la capacità di costruire insieme qualcosa di bello non solo per sé, ma anche per gli altri. In una società che spinge al sesso in chiave consumistica e fa sentire quasi anormali i giovani che vivono la castità, diventa un’autentica provocazione profetica la scelta di arrivare vergini al matrimonio e di interpretare il fidanzamento come tempo di grazia per crescere nell’amore reciproco e attrezzarsi a vivere in modo autentico il prezioso dono della sessualità.
Imitando Cristo, Sposo verginale dell’umanità, anche gli uomini e le donne chiamati alla verginità consacrata apprendono il significato e lo stile della loro presenza nel mondo: una presenza che si pone non come disprezzo del matrimonio e della sessualità, bensì come loro sublimazione nel quadro di un amore che si riversa su tutti, proprio perché non appartiene a nessuno in particolare; un amore esercitato con cuore indiviso, capace di spendersi con instancabile generosità per il bene dei fratelli e di amare semplicemente tutti, ivi compresi quelli che nessuno ama o di cui non è facile innamorarsi; un amore che, sull’esempio di quello testimoniato da Gesù, si traduce in anticipazione profetica dell’amore che noi tutti potremo sperimentare nel Regno di Dio, dove non ci saranno più moglie e marito, ma “saremo tutti come angeli nel cielo” (Mt 22,30; Mc 12,25).

 

 

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 6 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA (1 COR 11, 23-27)

http://www.divinarivelazione.org/listituzione-delleucaristia-1-cor-11-23-27/

L’ISTITUZIONE DELL’EUCARISTIA (1 COR 11, 23-27)

Il racconto più antico dell’istituzione dell’Eucaristia è quello che San Paolo fa nella sua prima lettera ai Corinti. Questo racconto si inserisce in un contesto di rimprovero per gli abusi contro la carità che i Corinti facevano nei riguardi dei più poveri e indigenti. Nei loro banchetti fraterni che precedevano l’Eucaristia e che avevano la finalità di ricordare le circostanze storiche in cui l’Eucaristia era stata istituita o di sovvenire alle necessità dei bisognosi della Comunità, si assisteva a divisioni e a comportamenti mancanti di carità verso i più poveri che non avevano niente di che mangiare, mentre i ricchi banchettavano.
San Paolo richiama i Corinti, facendogli capire che quello non era il modo giusto per disporsi alla Cena del Signore e per ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo, cibo di vita eterna e scuola di carità. San Paolo narra ciò che è avvenuto durante l’ultima Cena del Signore, ricordando così ai Corinti la ragione del loro riunirsi: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso” (v. 23). Il binomio “ricevere-trasmettere”, desunto dal vocabolario della tradizione rabbinica, esprime la fedeltà ad un dato ricevuto: Paolo ha trasmesso quello che lui stesso, per primo, ha ricevuto e cioè che “il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (vv. 23-26). La formula della consacrazione del pane: “Questo è il mio corpo, che è per voi” (v. 24) esprime bene l’aspetto sacrificale e redentivo del rito eucaristico e la presenza reale di Cristo. Per quanto riguarda la consacrazione del calice, San Paolo usa una formula diversa da quella utilizzata da Matteo (26,26ss.) e da Marco (14, 22ss.), dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”, ponendo così l’accento sull’alleanza nuova con la quale Cristo, nel suo sangue, sostituisce l’antica alleanza, anch’essa stipulata nel sangue, tra Dio e Israele. Sia dopo la prima formula, che dopo la seconda, a differenza del Vangelo di Luca (22, 19s.), San Paolo aggiunge: “fate questo in memoria di me” (vv. 24.25). In questo modo San Paolo sottolinea che il rito eucaristico è il memoriale dell’ultima Cena che differisce dal rito sacrificale dell’agnello dell’Antico Testamento, nel quale si ricordava la liberazione degli Ebrei dall’Egitto. Nell’Antico Testamento l’agnello pasquale era solo un ricordo simbolico ed evocativo, mentre la celebrazione dell’Eucaristia realizza e riproduce il sacrificio di Cristo. È una memoria non solo evocativa, ma creativa del fatto a cui si riferisce.
Afferma Giovanni Paolo II nell’Enciclica “Ecclesia de Eucharistia” che nella celebrazione eucaristica il sacrificio redentore di Cristo “ritorna presente, perpetuandosi sacramentalmente, in ogni comunità che lo offre per mano del ministro consacrato…. In effetti, «il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio»… l’unico e definitivo sacrificio redentore di Cristo si rende sempre attuale nel tempo” (n. 12). Se si trattasse solo di una presenza simbolica, San Paolo non potrebbe dire che “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1Cor 11, 27). Ora, perché il rito eucaristico sia vero memoriale, è necessario che chi lo compie sia stato investito da Cristo stesso di uno speciale potere di consacrazione. Le parole pronunciate da Gesù nell’Ultima Cena: “Fate questo in memoria di me” erano dirette solo agli Apostoli che in quel preciso momento furono ordinati da Cristo stesso sacerdoti. È dunque il sacerdote ministeriale che «compie il Sacrificio eucaristico in persona di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo» (Ecclesia de Eucharistia, n. 28).
In persona di Cristo significa che il sacerdote, nel momento della consacrazione si identifica sacramentalmente “col sommo ed eterno Sacerdote, che è l’autore e il principale soggetto di questo suo proprio sacrificio, nel quale in verità non può essere sostituito da nessuno” (Ecclesia de Eucharistia, n. 29). “Il ministero dei sacerdoti che hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, nell’economia di salvezza scelta da Cristo, manifesta che l’Eucaristia, da loro celebrata, è un dono che supera radicalmente il potere dell’assemblea ed è comunque insostituibile per collegare validamente la consacrazione eucaristica al sacrificio della Croce e all’Ultima Cena”. Il Mistero eucaristico, dunque, “non può essere celebrato in nessuna comunità se non da un sacerdote ordinato” (Ecclesia de Eucharistia, n. 29). Ringraziamo il Signore per il “dono incommensurabile” dell’Eucaristia e preghiamoLo perché mandi santi sacerdoti alla sua Chiesa che perpetuino nei secoli il sacrificio eucaristico.

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 7 mars, 2018 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO 1 CORINZI 15,1-11

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%2015,1-11

BRANO BIBLICO SCELTO 1 CORINZI 15,1-11

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano!
3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio.
10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

COMMENTO
1 Corinzi 15,1-11
La risurrezione di Cristo
Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede.
Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58).
In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11).

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).
Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata).
L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa.
Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4)
Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto.
Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5).
Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio.
Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15).
Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti.
La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11)
Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16).
La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo.
L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22).
Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza.
L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo.
Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1).
Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3).
Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative
Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa.
La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro. Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.

Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 26 avril, 2017 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – CRISTO RISORTO NOSTRA SPERANZA (CFR 1 COR 15)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170419_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – CRISTO RISORTO NOSTRA SPERANZA (CFR 1 COR 15)

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 19 aprile 2017-

La Speranza cristiana – 19. Cristo Risorto nostra speranza (cfr 1 Cor 15)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci incontriamo quest’oggi nella luce della Pasqua, che abbiamo celebrato e continuiamo a celebrare con la Liturgia. Per questo, nel nostro itinerario di catechesi sulla speranza cristiana, oggi desidero parlarvi di Cristo Risorto, nostra speranza, così come lo presenta san Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi (cfr cap. 15).
L’apostolo vuole dirimere una problematica che sicuramente nella comunità di Corinto era al centro delle discussioni. La risurrezione è l’ultimo argomento affrontato nella Lettera, ma probabilmente, in ordine di importanza, è il primo: tutto infatti poggia su questo presupposto.
Parlando ai suoi cristiani, Paolo parte da un dato inoppugnabile, che non è l’esito di una riflessione di qualche uomo sapiente, ma un fatto, un semplice fatto che è intervenuto nella vita di alcune persone. Il cristianesimo nasce da qui. Non è un’ideologia, non è un sistema filosofico, ma è un cammino di fede che parte da un avvenimento, testimoniato dai primi discepoli di Gesù. Paolo lo riassume in questo modo: Gesù è morto per i nostri peccati, fu sepolto, e il terzo giorno è risorto ed è apparso a Pietro e ai Dodici (cfr 1 Cor 15,3-5). Questo è il fatto: è morto, è sepolto, è risorto ed è apparso. Cioè, Gesù è vivo! Questo è il nocciolo del messaggio cristiano.
Annunciando questo avvenimento, che è il nucleo centrale della fede, Paolo insiste soprattutto sull’ultimo elemento del mistero pasquale, cioè sul fatto che Gesù è risuscitato. Se infatti tutto fosse finito con la morte, in Lui avremmo un esempio di dedizione suprema, ma questo non potrebbe generare la nostra fede. E’ stato un eroe. No! E’ morto, ma è risorto. Perché la fede nasce dalla risurrezione. Accettare che Cristo è morto, ed è morto crocifisso, non è un atto di fede, è un fatto storico. Invece credere che è risorto sì. La nostra fede nasce il mattino di Pasqua. Paolo fa un elenco delle persone a cui Gesù risorto apparve (cfr vv. 5-7). Abbiamo qui una piccola sintesi di tutti i racconti pasquali e di tutte le persone che sono entrate in contatto con il Risorto. In cima all’elenco ci sono Cefa, cioè Pietro, e il gruppo dei Dodici, poi “cinquecento fratelli” molti dei quali potevano rendere ancora la loro testimonianza, poi viene citato Giacomo. Ultimo della lista – come il meno degno di tutti – è lui stesso. Paolo dice di se stesso: “Come un aborto” (cfr v. 8).
Paolo usa questa espressione perché la sua storia personale è drammatica: lui non era un chierichetto, ma era un persecutore della Chiesa, orgoglioso delle proprie convinzioni; si sentiva un uomo arrivato, con un’idea molto limpida di cosa fosse la vita con i suoi doveri. Ma, in questo quadro perfetto – tutto era perfetto in Paolo, sapeva tutto – in questo quadro perfetto di vita, un giorno avviene ciò che era assolutamente imprevedibile: l’incontro con Gesù Risorto, sulla via di Damasco. Lì non ci fu soltanto un uomo che cadde a terra: ci fu una persona afferrata da un avvenimento che gli avrebbe capovolto il senso della vita. E il persecutore diviene apostolo, perché? Perché io ho visto Gesù vivo! Io ho visto Gesù Cristo risorto! Questo è il fondamento della fede di Paolo, come della fede degli altri apostoli, come della fede della Chiesa, come della nostra fede.
Che bello pensare che il cristianesimo, essenzialmente, è questo! Non è tanto la nostra ricerca nei confronti di Dio – una ricerca, in verità, così tentennante –, ma piuttosto la ricerca di Dio nei nostri confronti. Gesù ci ha presi, ci ha afferrati, ci ha conquistati per non lasciarci più. Il cristianesimo è grazia, è sorpresa, e per questo motivo presuppone un cuore capace di stupore. Un cuore chiuso, un cuore razionalistico è incapace dello stupore, e non può capire cosa sia il cristianesimo. Perché il cristianesimo è grazia, e la grazia soltanto si percepisce, e per di più si incontra nello stupore dell’incontro.
E allora, anche se siamo peccatori –tutti noi lo siamo –, se i nostri propositi di bene sono rimasti sulla carta, oppure se, guardando la nostra vita, ci accorgiamo di aver sommato tanti insuccessi… Nel mattino di Pasqua possiamo fare come quelle persone di cui ci parla il Vangelo: andare al sepolcro di Cristo, vedere la grande pietra rovesciata e pensare che Dio sta realizzando per me, per tutti noi, un futuro inaspettato. Andare al nostro sepolcro: tutti ne abbiamo un pochettino dentro. Andare lì, e vedere come Dio è capace di risorgere da lì. Qui c’è felicità, qui c’è gioia, vita, dove tutti pensavano ci fosse solo tristezza, sconfitta e tenebre. Dio fa crescere i suoi fiori più belli in mezzo alle pietre più aride.
Essere cristiani significa non partire dalla morte, ma dall’amore di Dio per noi, che ha sconfitto la nostra acerrima nemica. Dio è più grande del nulla, e basta solo una candela accesa per vincere la più oscura delle notti. Paolo grida, riecheggiando i profeti: «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (v. 55). In questi giorni di Pasqua, portiamo questo grido nel cuore. E se ci diranno il perché del nostro sorriso donato e della nostra paziente condivisione, allora potremo rispondere che Gesù è ancora qui, che continua ad essere vivo fra noi, che Gesù è qui, in piazza, con noi: vivo e risorto.

 

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA…

http://www.gliscritti.it/lbibbia/grecia2002/texts/corinto.htm

CORINTO E LE LETTERE AI CORINZI (MEDITAZIONE SULLA FATICA DELL’ UNITÀ CRISTIANA, NELLO SCAVO DELLA CITTÀ ANTICA)

La comunità di Corinto è una delle comunità paoline che conosciamo meglio, per l’ampiezza dei testi che si sono conservati. Paolo, dicono gli Atti deg li Apostoli, abitò a Corinto un anno e mezzo, la prima volta che vi giunse, poi si fermò qui una seconda volta. Ha scritto ai Corinzi non solo le due lettere che possediamo, ma, probabilmente, almeno altre due. Gli studiosi dicono che la 1 lettera ai Cori n zi è una lettera unitaria. Invece nella seconda lettera ne riconoscono due, poiché ipotizzano che la seconda parte della lettera sia la lettera “ dalle molte lacrime” che Paolo dice di aver inviato precedentemente a quella che è la nostra 2 Cor. Infatti nel la seconda parte di 2 Cor, nei capitoli da 10 a 13, vediamo Paolo che si offende, si agita, si commuove, che è profondamente adirato con i Corinzi. Se è vera questa ipotesi, allora la prima parte della seconda lettera ai Corinzi – dal capitolo 1 al capito l o 9 – sarebbe in realtà la terza lettera scritta da Paolo a questa città e la nostra 2 Cor sarebbe un insieme di queste due lettere. L’ ultima parte, più antica, evidenzierebbe questa profonda frizione con Paolo, la prima parte, più recente, ci mostrerebbe Paolo ormai tornato in buoni rapporti con la comunità locale.
Vorrei farvi notare prima di tutto questo – e questo già basterebbe per oggi. Ogni volta che affrontiamo Paolo tocchiamo il valore della vita ecclesiale, il valore della vita della Chiesa. S.Pa olo non ci racconta, nelle sue lettere, l’ inizio della fede, perché le lettere sono scritte quando già le comunità esistono. Le lettere affrontano quello che avviene dopo, quello che avviene durante lo svilupparsi della vita. Le lettere non sono scritte p e r “ mettere la prima pietra” , ma perché , dopo averla messa, è importante come si continua a costruire. Pensate alle nostre famiglie per esempio, alla loro evoluzione, ai rapporti con i figli, con i nipoti; tutto questo dice una continuità . Chi vuole brucia r e in un attimo le cose, o pensa che avendo fatto una cosa all’ inizio con il proprio figlio, giusta o sbagliata che sia, è a posto per sempre, ha già risolto tutto, in realtà non riesce più ad amare. Perché in realtà se ha sbagliato può cambiare, se ha fat t o bene deve continuare sulla giusta via. Questa continuità di rapporto, già di per sé , dice – noi lo cogliamo nelle varie lettere ai Corinzi – una continuità di rapporti. C’ è un passato, ma la vita va avanti. Vi faccio vedere tre passaggi di questo. Nella 1 Corinzi in cui Paolo comincia ad alzare un po’ il tono perché li vuole rimproverare .
1 Corinzi 4,18 – 21:

Come se io non dovessi più venire da voi, alcuni hanno preso a gonfiarsi d’ orgoglio. Ma verrò presto, se piacerà al Signore, e mi renderò conto al lora non già delle parole di quelli, gonfi di orgoglio, ma di ciò che veramente sanno fare, perché il regno di Dio non consiste in parole ma in potenza. Che volete? Debbo venire a voi non il bastone, o con amore e con spirito di dolcezza?
Paolo dice “Cosa volete, vengo a bastonarvi?” E’ una domanda reale, seria. O vengo perché state capendo, vi state convertendo? E’ una comunità che va avanti e Paolo come Apostolo la vuole veder crescere – non gli basta l’inizio – e, per questo, si domanda: “Cosa debbo fare con voi? Il bastone o la tenerezza?”
Il rapporto si modifica – e diviene più severo, nell’amore – nella 2 Corinzi 10, che è appunto la lettera “dalle molte lacrime” – io condivido questa posizione; da 10 fino a 13 non è la stessa lettera, ma è un’altra lettera che sta tra 1 Cor e 2 Cor. Leggiamo allora in 2 Corinzi 10, 1 – 11:
Ora io stesso, Paolo, vi esorto per la dolcezza e la mansuetudine di Cristo, io davanti a voi così meschino, ma di lontano così animoso con voi…
Questa era l’accusa che gli facevano, è una lettera viva! Evidentemente i Corinzi avevano mandato a dire che Paolo, quando stava con loro, era dolce, ma quando si allontanava era uno che picchiava duro e diceva: “Qui bisogna cambiare, convertirsi, così non va”. Allora Paolo riprende queste critiche a lui rivolte e spiega:
Vi supplico di far in modo che non avvenga che io debba mostrare, quando sarò tra voi, quell’energia che ritengo di dover adoperare contro alcuni che pensano che noi camminiamo secondo la carne. In realtà, noi viviamo nella carne ma non militiamo secondo la carne. Infatti le armi della nostra battaglia non sono carnali, ma hanno da Dio la potenza di abbattere le fortezze, distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo. Perciò siamo pronti a punire qualsiasi disobbedienza, non appena la vostra obbedienza sarà perfetta.
Guardate le cose bene in faccia: se qualcuno ha in se stesso la persuasione di appartenere a Cristo, si ricordi che se lui è di Cristo lo siamo anche noi. In realtà, anche se mi vantassi di più a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio da vergognarmene. Non sembri che io vi voglia spaventare con le lettere! Perché “Le lettere – si dice – sono dure e forti, ma la sua presenza fisica è debole e la parola dimessa”. Questo tale rifletta però che quali noi siamo a parole per lettera, assenti, tali saremo anche con i fatti, di presenza.
Questa è la lettera in cui sale ancora di più di livello. Paolo dice “Attenzione, se continua così io vengo veramente e dalle parole forti passeremo alla mia presenza forte che chiederà conto ad ogni persona”.
Poi, invece, nell’ultima lettera che noi abbiamo – che probabilmente è la 2 Corinzi 1-9 – poiché evidentemente c’è stata una conversione, c’è stato un salire di livello della comunità, allora Paolo, in 2 Corinzi 7, 8 – 13, così si esprime:
Se anche vi ho rattristati con la mia lettera, non me ne dispiace. E se me ne è dispiaciuto – vedo infatti che quella lettera, anche se per breve tempo soltanto, vi ha rattristati – ora ne godo; non per la vostra tristezza, ma perché questa tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza vi ha portato a pentirvi. Infatti vi siete rattristati secondo Dio e così non avete ricevuto alcun danno da parte nostra; perché la tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte. Ecco, infatti, quanta sollecitudine ha prodotto in voi proprio questo rattristarvi secondo Dio; anzi quante scuse, quanta indignazione, quale timore, quale desiderio, quale affetto, quale punizione! Vi siete dimostrati innocenti sotto ogni riguardo in questa faccenda. Così se anche vi ho scritto, non fu tanto a motivo dell’offensore o a motivo dell’offeso, ma perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati.
Questa è una lettera in cui Paolo ha superato questo momento di rimrpovero alla comunità di Corinto e dice: “Che qualcuno sia stato triste per la mia parola, va benissimo, purché la tristezza sia servita a portare un pentimento, di cui non ci si pente” – cioè il pentirsi è l’unica cosa di cui non ci si pente, il chiedere perdono a Dio.
Ci sono due tipi di tristezza, c’è la tristezza del peccato, quando uno si accorge che ha sbagliato, che produce la conversione. C’è la tristezza invece secondo il mondo, l’essere tristi, che produce solo morte. Notate sempre il discernimento degli spiriti, la capacità di capire che tipo di tristezza la parola dell’Apostolo ha generato. Allora riassumiamo. C’è innanzi tutto questa prima cosa che credo sia utile per noi come Chiesa, per ogni relazione familiare, per i figli, i nipoti. Sapere cioè che la relazione non si esaurisce in un istante, ma, anzi, ha bisogno di tempi lunghi, di tutta una vita, e se ci sono momenti in cui si dicono dei “no”, questi momenti non sono la fine. Ci sono dei momenti in cui è bene aprire delle porte, poi altri in cui è bene richiuderle, poi si riaprirle – un rapporto non è mai lo stesso. La cosa importante è essere presenti in questa storia, metterci il Signore dentro e avere questa capacità di pentirsi che genera continuamente la possibilità di riavvicinarsi.
Una seconda cosa importantissima è data dalle affermazioni intorno al fatto di costruire, di mettere una pietra, un fondamento che è Cristo e che non può essere diverso, ma insieme alla necessità di doverci poi costruire bene sopra. Vediamo 1 Cor 3, 5 e seguenti:
Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa; ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco. Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.
In questa comunità si litigava: perché? Paolo l’aveva fondata. Allora Paolo era quello che aveva messo il primo fondamento. Poi era arrivato un altro, Apollo, che aveva cominciato a dire alcune cose. Allora nella comunità alcuni si schieravano con Paolo e dicevano di “essere di Paolo”, altri si schieravano con Apollo e dicevano di “essere di Apollo” e altri dicevano: “Noi siamo di Cristo e non siamo né dell’uno né dell’altro”. S.Paolo spiega che così la Chiesa non crescerà mai. Nella Chiesa bisogna che ci sia un fondamento e bisogna però che poi si continui a costruire bene.
Un figlio bisogna farlo nascere. Però, una volta che è nato, bisogna poi educarlo ed è importante chi gli ha dato fisicamente la vita ma è anche importante chi gli sta poi vicino perché cresca. Paolo spiega allora: “Il fondamento deve essere messo bene, non può essere messo male. Se uno mette un fondamento diverso da Cristo è un disastro. Però poi una volta messo il fondamento bisogna continuare a costruire bene. La comunità, la Chiesa, ha bisogno di una crescita nel bene e non bisogna distruggere il tempio di Dio che siete voi”. Notate che luce! E’ una cosa semplice ed insieme profondissima. Pensate – ripeto – a qualsiasi rapporto che dura nel tempo. S.Paolo allora fa riflettere su questo e poi si arrabbia sia con chi si richiama all’uno o all’altro, sia addirittura con chi si richiama solo a Cristo senza fare i conti con le persone concrete che Dio mette fra i piedi, come il padre, la madre, il nonno. Io non posso essere educato solo da Dio senza mia madre, mio padre, mio nonno, i miei fratelli e così via. La cosa importante è accogliere ogni persona come un ministro di Dio e Cristo come la pietra fondante che è all’origine di tutto. La Chiesa non può non avere come fondamento Cristo. Chi mette un altro fondamento sbaglia. Non si costruisce la Chiesa sulla psicologia, sul gioco, sulle pizze o sulla cultura. Ci si incontra perché conquistati da Cristo. Ma, posto quel fondamento, si accolgono tutte le persone che il Signore stesso manda alla sua Chiesa. Non esiste un cristianesimo senza Chiesa.
E qui veniamo appunto al tema grande che affrontano queste lettere, all’orizzonte più grande. Leggiamo l’inizio del cap. 3, dove Paolo, daccapo, riflette su questa crescita che ci deve essere. C’è una cosa iniziale e poi pian piano bisogna andare avanti.
Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo. Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete; perché siete ancora carnali: dal momento che c’è tra voi invidia e discordia, non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?
Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?
Paolo dice che c’è, proprio come avviene ad un bambino – all’inizio ad un bambino non si può dare da studiare la Divina Commedia o tutta la scienza, ad un bambino si dà il latte – se il bambino cresce bene si comincia a poter dare da mangiare la carne, la verdura. Lui dice che nel cammino spirituale è la stessa cosa. Qual è il dramma? Paolo afferma che il dramma è che questa comunità è neonata, è appena nata – sebbene non lo sia anagraficamente – perché c’è un aspetto importante che non va. Notate, fra l’altro, cos’è lo “spirituale” per Paolo. La gelosia, l’invidia, la discordia, fanno sì che le persone siano dei bambini. Vogliono essere trattati come bambini e lui non riesce a dare loro un cibo diverso perché sono così presi da beghe interne, da cose di poco conto che sono tipiche dell’infante, che non riescono, invece, a digerire un cibo buono, che li renda evangelizzatori, li renda uomini di carità, ecc. In particolare questa cosa viene fuori proprio parlando della Chiesa. Lo vediamo ora leggendo 1 Corinzi 1, 10 – 16. Abbiamo visto che la lettera ai Corinzi affronta tanti problemi, abbiamo visto il problema delle vergini, delle vedove, poi c’è il problema dell’incesto, dei tribunali. Paolo affronta una serie di problemi che gli vengono posti, ma il primo problema è quello dell’unità della Chiesa.
Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e d’intenti. Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo, fratelli, dalla gente di Cloe, che vi sono discordie tra voi. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”
Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati? Ringrazio Dio di non aver battezzato nessuno di voi, se non Crispo e Gaio, perché nessuno possa dire che siete stati battezzati nel mio nome. Ho battezzato, è vero, anche la famiglia di Stefana, ma degli altri non so se abbia battezzato alcuno.
Paolo qui addirittura aggiunge il nome di Cefa, poiché alcuni si richiamano a Pietro l’apostolo – notate, di passaggio, come veramente siano ancora vivi tutti gli apostoli e come questa storicità dia forza alla nostra fede. Pensate anche ai problemi odierni dei movimenti, dei vari gruppi nella Chiesa, cose buonissime, ma terribili se diventa preponderante essere di qualcuno rispetto all’essere di Cristo. A Paolo non va neanche bene che ci sia solo Cristo. Ognuno deve riconoscere chi ha fondato, chi ha continuato, ma deve riconoscere prima di tutto che Cristo è l’unità di tutti e deve vivere in questa comunione. La stessa cosa avviene anche quando parla dell’eucarestia, un altro brano molto bello e insieme duro, in 1 Cor 11, 17 – 34. E’ l’ultimo che leggiamo:
E mentre vi do queste istruzioni, non posso lodarvi per il fatto che le vostre riunioni non si svolgono per il meglio, ma per il peggio. Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. E’ necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo!
Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. E’ per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo.
Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna. Quanto alle altre cose, le sistemerò alla mia venuta.
Come sapete, anticamente, la messa veniva celebrata insieme ad una vera cena. Avveniva come abbiamo fatto per spiegare la Pasqua ebraica. Si cenava tutti insieme e si celebrava la messa. Cosa avveniva? Di fatto le persone andavano per partecipare tutti insieme all’eucarestia, però ognuno aveva la sua cena, cucinava per i suoi amici, per il suo giro di persone. Nessuno aspettava gli altri, nessuno condivideva con gli altri. Non c’era questa attenzione. Allora c’era chi era ubriaco, chi completamente satollo di cibo e c’era chi non mangiava niente. Cosa avveniva, che c’era il corpo di Cristo nell’eucarestia, ma non c’era il corpo di Cristo nella Chiesa. Allora Paolo dice: “Esaminatevi, perché chi riconosce il corpo di Cristo, ma non riconosce il fratello, sta mangiando la propria condanna”. Volete fare le vostre cose? Fatele a casa, ma che questa cosa non avvenga dove c’è la Chiesa di Cristo. Questo aiuta tantissimo a capire proprio il senso profondo che Paolo ha della Chiesa. Tutte le persone che vivono di Cristo, che ricevono il suo Battesimo, sono la Chiesa – questo ha delle conseguenze anche nei rapporti con gli ortodossi, ma non possiamo parlare di questo ora. La Chiesa è diversa dagli amici. La Chiesa non è fatta dagli amici. Non è vero che oltre l’amicizia non ci sia nulla. Non è vero che gli amici sono gli amici e gli altri non sono nulla, non li saluto neanche. La fratellanza, l’essere fratelli, non vuol dire essere amici. Gesù non ha ordinato che noi dobbiamo tutti essere amici tra di noi, tutti amici a S. Melania, tutti amici a Roma, tutti amici nel mondo. Sarebbe assurdo! Ma c’è il livello della fratellanza. Questa sì, il Signore l’ha ordinata. Ecco il posto dell’ attenzione, della comunicazione, della condivisione con coloro di cui a volte non conosco neanche il nome, che è il livello della Chiesa, dove io riconosco che ognuno è corpo di Cristo con me. C’è l’eucarestia che è Cristo presente nel pane e nel vino e c’è Cristo che è presente nella Chiesa. Vi ricordate quel brano che ci ha letto il nostro Vescovo, d.Rino Fisichella? E’ un brano di di Sant’Agostino, che dice:
Fate questo in memoria di me”: è con queste parole di S.Agostino che possiamo comprendere il senso della memoria eucaristica: « Se vuoi comprendere il corpo di Cristo, ascolta l’apostolo che dice ai fedeli: Voi però siete il corpo di Cristo, le sue membra (1 Cor 12, 27). Se voi, dunque, siete il corpo di Cristo e le sue membra, sulla mensa del Signore viene posto il vostro sacro mistero: il vostro sacro mistero voi ricevete. A ciò che voi siete, voi rispondete “Amen” e, rispondendo, lo sottoscrivete. Odi infatti: « Il corpo di Cristo » e rispondi: « Amen ». Sii veramente corpo di Cristo, perché l’Amen (che pronunci) sia vero!
E’ fondata da Cristo la comunione cristiana. Non nasce dalle mie simpatie e non muore con le mie difficoltà ad andare d’accordo. E’ radicata nell’essere tutti noi membra del suo corpo.
Ecco, Paolo nella comunità di Corinto, ha insistito molto su questo. Mi viene in mente un’espressione di d.Francesco – molto vera – che ha fatto molto discutere in parrocchia. Ha detto ai giovani che vedeva in loro una mediocrità spirituale. Qualcuno se l’è presa come fosse un’offesa personale, dicendo. “Come può conoscerci tutti per dare questo giudizio?” E lui ha risposto: “Dico questo perché non siamo stati capaci di celebrare nemmeno un vespro insieme, in un anno di cammino, ma ognuno faceva le sue cose, senza essere disponibile ad un cammino comune” Questa è mediocrità spirituale ecclesiale. “Lo dico, perché vi voglio bene” – dice don Francesco – “non lo dico perché non vi sopporto o perché vi odio, ma perché è mio compito dire che non è possibile che dei cristiani non trovino la disponibilità una volta, in Quaresima, a celebrare un vespro o un ritiro insieme, su invito del loro vice-parroco”. E’ segno di un livello basso, di un livello da neonati, se tutto viene anteposto a vivere certi momenti.
La comunità è anche segno per l’evangelizzazione. Se ognuno è cristiano da solo ma non vive il segno della fratellanza, è più difficile per il non credente, per una persona lontana, trovare questo slancio, questo entusiasmo. Ecco che qui a Corinto abbiamo riflettuto molto su questo grande tema, che è il tema della Chiesa. La fede Dio la da personalmente ad ognuno, è nostra, non possiamo mai demandarla ad un altro, ma essa nasce dall’annuncio della Chiesa – la Chiesa è la nostra madre – e ci fa nascere anche come persone che vivono la Chiesa, che sono la Chiesa, che si riconoscono vicendevolmente come corpo di Cristo e che sanno in alcuni momenti rinunciare a delle particolarità per vivere il segno profondo dell’essere insieme il corpo di Cristo, in quel momento storico, in quella tappa.
Si potrebbero dire tante altre cose – le lettere ai Corinti sono lunghissime – ma volevo sottolineare soprattutto questi due aspetti, la Chiesa e questa fiducia nel lungo periodo, che ognuno di noi deve avere come educatore. Ci sono dei momenti in cui uno dice ad un nipote un “no” e l’altro, sul momento, è triste, ma dopo due anni se l’è dimenticato, non è più un problema. L’importante è che si cresca, che si cammini. Bisogna avere sia il coraggio di dire dei “no”, sia il coraggio di consolare, di dire dei “sì”, l’uno e l’altro in momenti diversi. Paolo con questa città ha avuto un rapporto molto lungo negli anni, con dei momenti alti, dei momenti bassi. Da qui il Vangelo ha continuato la sua corsa nel mondo intero.

DIO HA SCELTO, DIO HA OPERATO – 1Cor 1,26-31

http://paolocastellina.pbworks.com/w/page/14189814/Dio%20ha%20scelto%20Dio%20ha%20operato

DIO HA SCELTO, DIO HA OPERATO

Le riflessioni bibliche di « Tempo di Riforma »

  • 26 “Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono tra di voi molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; 27 ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i sapienti; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; 28 Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, 29 perché nessuno si vanti di fronte a Dio. 30 Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; 31 affinché, com’è scritto: «Chi si vanta, si vanti nel Signore»” (1 Corinzi 1:26-31).
  • Il fatto che Dio sovranamente scelga a chi impartire la grazia della salvezza dal peccato e dalle sue conseguenze, suona offensivo a tanti che si vantano della presunta loro capacità di determinare persino il loro destino eterno. Il fatto poi, che Egli scelga di impartire la salvezza a persone non proprio di nostro gradimento o che per questo Egli non segua i criteri che noi useremmo, lo riteniamo particolarmente insopportabile … 
  • Abbiamo visto ieri come Dio abbia scelto il mezzo “debole” della predicazione, e la predicazione proprio della “follia” della croce di Cristo, come un’autentica provocazione all’arroganza della “sapienza” di questo mondo, con la precisa intenzione di “svergognarla”. La provocazione verso “chi si crede chissà chi” viene reiterata anche nel testo di oggi, allorché l’Apostolo considera chi siano le persone che a Corinto sono giunte alla fede e formano ora la prima comunità cristiana. Non si tratta, per la più gran parte, di persone ragguardevoli nella comunità civile, parte dell’élite economica, politica e culturale, ma persone umili del popolo disprezzato, persone tratte prevalentemente da quella che considereremmo “la feccia della società”, le persone a nostro giudizio “più indegne” d’attenzione e considerazione. Non sono le persone che “si distinguono” e nemmeno le più “meritevoli” a nostro giudizio. Si tratta delle persone pazze, deboli, ignobili, disprezzate, le cose che “non sono”. Perché questo? Affinché nessuno si vanti di essere stato scelto da Dio, affinché sia chiaro che la salvezza dipende solo dalla misericordia di Dio e da nulla che noi potremmo vantare come “titolo di merito”. Il peccato, infatti, intacca ogni espressione della nostra umanità, anche quella che noi riterremmo “più nobile”.
  • Dobbiamo veramente “mettercelo in testa una volta per tutte”: così come siamo, non c’è assolutamente nulla,che potrebbe farci considerare meritevoli del favore di Dio. Meriteremmo solo la Sua condanna. È soltanto grazie al Salvatore Gesù Cristo che un uomo o una donna giunge alla salvezza. La sapienza che ci salva è la Sua. La giustizia che ci salva è la Sua. La santificazione, quella che ci distingue dagli altri, che ci rende “speciali” non si basa su quel che siamo in noi stessi: l’unico ad essere “speciale” è Cristo! La redenzione che noi otteniamo non è il risultato dei nostri sforzi ad attirare l’attenzione di Dio, ma è solo grazie soltanto al Salvatore Gesù Cristo. È per questo motivo che non possiamo assolutamente vantarci di essere “in stato di grazia”. Il nostro “vanto” è Cristo. Della nostra salvezza a Lui solo va ogni onore, lode e gloria.
  • Preghiera. Ti ringrazio, o Signore, di avere abbattuto ogni mia presunzione e di avermi impartito, per la mia salvezza, i meriti di Cristo. Egli è la mia sapienza, giustizia, santificazione e redenzione. Amen.
Publié dans:Lettera ai Corinti - prima |on 28 janvier, 2017 |Pas de commentaires »
12345...36

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01