Archive pour septembre, 2014

The Three Angels appearing to Abraham; Giovanni Battista Tiepolo

The Three Angels appearing to Abraham; Giovanni Battista Tiepolo dans immagini sacre 1udine

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Publié dans:immagini sacre |on 30 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – SAN GIROLAMO – II (2007): LA DOTTRINA – 30 settembre

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071114_it.html

BENEDETTO XVI – UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 14 novembre 2007

SAN GIROLAMO – II: LA DOTTRINA

Cari fratelli e sorelle,

continuiamo oggi la presentazione della figura di san Girolamo. Come abbiamo detto mercoledì scorso (1 link), egli dedicò la sua vita allo studio della Bibbia, tanto che fu riconosciuto da un mio Predecessore, il Papa Benedetto XV, come «dottore eminente nell’interpretazione delle Sacre Scritture». Girolamo sottolineava la gioia e l’importanza di familiarizzarsi con i testi biblici: «Non ti sembra di abitare – già qui, sulla terra – nel regno dei cieli, quando si vive fra questi testi, quando li si medita, quando non si conosce e non si cerca nient’altro?» (Ep. 53,10). In realtà, dialogare con Dio, con la sua Parola, è in un certo senso presenza del cielo, cioè presenza di Dio. Accostare i testi biblici, soprattutto il Nuovo Testamento, è essenziale per il credente, perché «ignorare la Scrittura è ignorare Cristo» (Commento ad Isaia, prol.). E’ sua questa celebre frase, citata anche dal Concilio Vaticano II nella Costituzione Dei Verbum (n. 25).
Veramente «innamorato» della Parola di Dio, egli si domandava: «Come si potrebbe vivere senza la scienza delle Scritture, attraverso le quali si impara a conoscere Cristo stesso, che è la vita dei credenti?» (Ep. 30,7). La Bibbia, strumento «con cui ogni giorno Dio parla ai fedeli» (Ep. 133,13), diventa così stimolo e sorgente della vita cristiana per tutte le situazioni e per ogni persona. Leggere la Scrittura è conversare con Dio: «Se preghi – egli scrive a una nobile giovinetta di Roma –, tu parli con lo Sposo; se leggi, è Lui che ti parla» (Ep. 22,25). Lo studio e la meditazione della Scrittura rendono l’uomo saggio e sereno (cfr Commento alla Lettera agli Efesini, prol.). Certo, per penetrare sempre più profondamente la Parola di Dio è necessaria un’applicazione costante e progressiva. Così Girolamo raccomandava al sacerdote Nepoziano: «Leggi con molta frequenza le divine Scritture; anzi, che il Libro Santo non sia mai deposto dalle tue mani. Impara qui quello che tu devi insegnare» (Ep. 52,7). Alla matrona romana Leta dava questi consigli per l’educazione cristiana della figlia: «Assicurati che essa studi ogni giorno qualche passo della Scrittura … Alla preghiera faccia seguire la lettura, e alla lettura la preghiera … Che invece dei gioielli e dei vestiti di seta, essa ami i Libri divini» (Ep. 107,9.12). Con la meditazione e la scienza delle Scritture si «mantiene l’equilibrio dell’anima» (Commento alla Lettera agli Efesini, prol.). Solo un profondo spirito di preghiera e l’aiuto dello Spirito Santo possono introdurci alla comprensione della Bibbia: «Nell’interpretazione della Sacra Scrittura noi abbiamo sempre bisogno del soccorso dello Spirito Santo» (Commento a Michea 1,1,10,15).
Un appassionato amore per le Scritture pervase dunque tutta la vita di Girolamo, un amore che egli cercò sempre di destare anche nei fedeli. Raccomandava ad una sua figlia spirituale: «Ama la Sacra Scrittura e la saggezza ti amerà; amala teneramente, ed essa ti custodirà; onorala e riceverai le sue carezze. Che essa sia per te come le tue collane e i tuoi orecchini» (Ep. 130,20). E ancora: «Ama la scienza della Scrittura, e non amerai i vizi della carne» (Ep. 125,11).
Per Girolamo un fondamentale criterio di metodo nell’interpretazione delle Scritture era la sintonia con il Magistero della Chiesa. Non possiamo mai da soli leggere la Scrittura. Troviamo troppe porte chiuse e scivoliamo facilmente nell’errore. La Bibbia è stata scritta dal Popolo di Dio e per il Popolo di Dio, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Solo in questa comunione col Popolo di Dio possiamo realmente entrare con il «noi» nel nucleo della verità che Dio stesso ci vuol dire. Per il grande esegeta un’autentica interpretazione della Bibbia doveva essere sempre in armonica concordanza con la fede della Chiesa cattolica. Non si tratta di un’esigenza imposta a questo Libro dall’esterno; il Libro è proprio la voce del Popolo di Dio pellegrinante, e solo nella fede di questo Popolo siamo, per così dire, nella tonalità giusta per capire la Sacra Scrittura. Perciò Girolamo ammoniva un sacerdote: «Rimani fermamente attaccato alla dottrina tradizionale che ti è stata insegnata, affinché tu possa esortare secondo la sana dottrina e confutare coloro che la contraddicono» (Ep. 52,7). In particolare, dato che Gesù Cristo ha fondato la sua Chiesa su Pietro, ogni cristiano – egli concludeva – deve essere in comunione «con la Cattedra di san Pietro. Io so che su questa pietra è edificata la Chiesa» (Ep. 15,2). Conseguentemente, senza mezzi termini, dichiarava: «Io sono con chiunque sia unito alla Cattedra di san Pietro» (Ep. 16).
Girolamo ovviamente non trascura l’aspetto etico. Spesso, anzi, egli richiama il dovere di accordare la vita con la Parola divina: solo vivendola troviamo anche la capacità di capirla. Tale coerenza è indispensabile per ogni cristiano e particolarmente per il predicatore, affinché le sue azioni, quando fossero discordanti rispetto ai discorsi, non lo mettano in imbarazzo. Così esorta il sacerdote Nepoziano: «Le tue azioni non smentiscano le tue parole, perché non succeda che, quando tu predichi in chiesa, qualcuno nel suo intimo commenti: “Perché dunque proprio tu non agisci così?”. Carino davvero quel maestro che, a pancia piena, disquisisce sul digiuno; anche un ladro può biasimare l’avarizia; ma nel sacerdote di Cristo la mente e la parola si devono accordare» (Ep. 52,7). In un’altra lettera Girolamo ribadisce: «Anche se possiede una dottrina splendida, resta svergognata quella persona che si sente condannare dalla propria coscienza» (Ep. 127,4). Sempre in tema di coerenza, egli osserva: il Vangelo deve tradursi in atteggiamenti di vera carità, perché in ogni essere umano è presente la Persona stessa di Cristo. Rivolgendosi, ad esempio, al presbitero Paolino (che divenne poi Vescovo di Nola e Santo), Girolamo così lo consiglia: «Il vero tempio di Cristo è l’anima del fedele: ornalo, questo santuario, abbelliscilo, deponi in esso le tue offerte e ricevi Cristo. A che scopo rivestire le pareti di pietre preziose, se Cristo muore di fame nella persona di un povero?» (Ep. 58,7). Girolamo concretizza: bisogna «vestire Cristo nei poveri, visitarlo nei sofferenti, nutrirlo negli affamati, alloggiarlo nei senza tetto» (Ep. 130,14). L’amore per Cristo, alimentato con lo studio e la meditazione, ci fa superare ogni difficoltà: «Amiamo anche noi Gesù Cristo, ricerchiamo sempre l’unione con Lui: allora ci sembrerà facile anche ciò che è difficile» (Ep. 22,40).

Girolamo, definito da Prospero di Aquitania «modello di condotta e maestro del genere umano» (Poesia sugli ingrati 57), ci ha lasciato anche un insegnamento ricco e vario sull’ascetismo cristiano. Egli ricorda che un coraggioso impegno verso la perfezione richiede una costante vigilanza, frequenti mortificazioni, anche se con moderazione e prudenza, un assiduo lavoro intellettuale o manuale per evitare l’ozio (cfr Epp. 125,11 e 130,15) e soprattutto l’obbedienza a Dio: «Nulla … piace tanto a Dio quanto l’obbedienza…, che è la più eccelsa e l’unica virtù» (Omelia sull’obbedienza). Nel cammino ascetico può rientrare anche la pratica dei pellegrinaggi. In particolare, Girolamo diede impulso a quelli in Terra Santa, dove i pellegrini venivano accolti e ospitati negli edifici sorti accanto al monastero di Betlemme, grazie alla generosità della nobildonna Paola, figlia spirituale di Girolamo (cfr Ep. 108,14).
Non può essere taciuto, infine, l’apporto dato da Girolamo in materia di pedagogia cristiana (cfr Epp. 107 e 128). Egli si propone di formare «un’anima che deve diventare il tempio del Signore» (Ep. 107,4), una «preziosissima gemma» agli occhi di Dio (Ep. 107,13). Con profondo intuito egli consiglia di preservarla dal male e dalle occasioni peccaminose, di escludere amicizie equivoche o dissipanti (cfr Ep. 107,4 e 8-9; cfr anche Ep. 128,3-4). Soprattutto esorta i genitori perché creino un ambiente di serenità e di gioia intorno ai figli, li stimolino allo studio e al lavoro, anche con la lode e l’emulazione (cfr Epp. 107,4 e 128,1), li incoraggino a superare le difficoltà, favoriscano in loro le buone abitudini e li preservino dal prenderne di cattive, perché – e qui cita una frase di Publilio Siro sentita a scuola – «a stento riuscirai a correggerti di quelle cose a cui ti vai tranquillamente abituando» (Ep. 107,8). I genitori sono i principali educatori dei figli, i primi maestri di vita. Con molta chiarezza Girolamo, rivolgendosi alla madre di una ragazza ed accennando poi al padre, ammonisce, quasi esprimendo un’esigenza fondamentale di ogni creatura umana che si affaccia all’esistenza: «Essa trovi in te la sua maestra, e a te guardi con meraviglia la sua inesperta fanciullezza. Né in te, né in suo padre veda mai atteggiamenti che la portino al peccato, qualora siano imitati. Ricordatevi che… potete educarla più con l’esempio che con la parola» (Ep. 107,9). Tra le principali intuizioni di Girolamo come pedagogo si devono sottolineare l’importanza attribuita a una sana e integrale educazione fin dalla prima infanzia, la peculiare responsabilità riconosciuta ai genitori, l’urgenza di una seria formazione morale e religiosa, l’esigenza dello studio per una più completa formazione umana. Inoltre un aspetto abbastanza disatteso nei tempi antichi, ma ritenuto vitale dal nostro autore, è la promozione della donna, a cui riconosce il diritto ad una formazione completa: umana, scolastica, religiosa, professionale. E vediamo proprio oggi come l’educazione della personalità nella sua integralità, l’educazione alla responsabilità davanti a Dio e davanti all’uomo, sia la vera condizione di ogni progresso, di ogni pace, di ogni riconciliazione e di ogni esclusione della violenza. Educazione davanti a Dio e davanti all’uomo: è la Sacra Scrittura che ci offre la guida dell’educazione, e così del vero umanesimo.
Non possiamo concludere queste rapide annotazioni sul grande Padre della Chiesa senza far cenno all’efficace contributo da lui recato alla salvaguardia degli elementi positivi e validi delle antiche culture ebraica, greca e romana nella nascente civiltà cristiana. Girolamo ha riconosciuto ed assimilato i valori artistici, la ricchezza di pensiero e l’armonia delle immagini presenti nei classici, che educano il cuore e la fantasia a nobili sentimenti. Soprattutto, egli ha posto al centro della sua vita e della sua attività la Parola di Dio, che indica all’uomo i sentieri della vita, e gli rivela i segreti della santità. Di tutto questo non possiamo che essergli profondamente grati, proprio nel nostro oggi.

1. http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20071107_it.html

29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

http://kairosterzomillennio.blogspot.it/2014/09/29-settembre-santi-arcangeli-michele.html

29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»
(Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 47-51)

Vedere il cielo aperto, il desiderio più intimo di ogni uomo. Vederlo ora, in questa storia concreta che stiamo vivendo. Il sogno di Giacobbe, cui fanno riferimento le parole di Gesù, è un’immagine della fede: vedere in ogni evento una scala ben piantata sulla terra ma che sale sino al Cielo. E, nel Cielo aperto, contemplare il Figlio dell’Uomo, il Signore Gesù Cristo risorto dalla morte. Senza questa scala non possiamo vivere in pienezza, gli eventi, le esperienze, ogni aspetto della nostra vita scorre via senza senso, anche se vissuto intensamente. Senza questa scala la via diviene come quella dei « molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio » (Benedetto XVI, Madrid 2011). La scala che ha visto Giacobbe è la garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo; la scala di Giacobbe è la Croce del Signore, piantata nella storia nostra di ogni giorno e la « cui cima tocca il Cielo », come recita un inno della Chiesa primitiva.
La scala di Giacobbe ci svela il mistero racchiuso negli eventi della nostra vita: essi non sono qualcosa di evanescente, ma « guardano » al Cielo. Di più, ogni avvenimento che ci coinvolge è « contemporaneo » del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra esso è « trascritto » lassù. Ogni istante ha un valore eterno, è parte di una storia che trascende il tempo e lo spazio, è unico, irripetibile e santo in Dio. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose più grandi, cose meravigliose: esse sono tutte le cose che ci riguardano e che, in Lui, nella sua vittoria sulla morte, oltrepassano l’attimo fuggente, sconfiggono l’ineluttabile scorrere ed evaporare del tempo. Le cose più grandi sono le nostre vite, le cose nostre di tutti i giorni, quelle della routine e quelle degli eventi che ci sorprendono, le gioie e i dolori. Le vedremo tutte grandi della sua grandezza, tutte belle della sua bellezza, tutte affascinanti del suo fascino. Le vedremo più grandi perchè in tutte vi è inscritto il mistero più grande, la scala che conduce al Cielo, la sua Croce che ci attira a sé, alla sua dimora, alla pace e al compimento del Cielo. Come Giacobbe impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, nella notte di un deserto di angoscia, anche a noi, così spesso chiusi nelle alienazioni che, stordendoci, ci aiutino a non pensare e soffrire, appare una scala, la Croce di Cristo, e ci schiude il Cielo, il senso unico ed autentico della nostra esistenza.
Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. Vedremo in ogni cosa, relazione, attività, l’abbozzo di quel compimento cui aneliamo. Ora, in questo istante, è già tutto compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perchè in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l’intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci, ora e sederci accanto a Lui alla destra del Padre.
E’ questa la notizia che gli angeli, instancabilmente, recano a ciascuno di noi. Gli Arcangeli, che salgono e scendono la scala che unisce la terra al Cielo, che consegnano agli uomini il cuore di Dio, l’intimità con Lui da loro vissuta. Essi « portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio » (Benedetto XVI, Cappella Papale per l’Ordinazione di nuovi vescovi, 2007).
Per questo la missione degli angeli definisce quella della Chiesa. Non a caso, nella Chiesa primitiva, i vescovi erano chiamati angeli. « In occasione del Giubileo del 2000, il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora». È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza » (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria, 2011). Lo slancio degli angeli, le ali della Chiesa che sospingono gli apostoli sino agli estremi confini della terra: come Michele, per difendere e combattere il drago e distruggere le sue menzogne che accusano Dio e l’uomo; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne e condurla al Cielo; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza, e guarire gli occhi perchè possano contemplare, in tutto, l’amore di Dio.
Attirati nella visione della fede, accompagnati dai messaggeri che ci conducono a salire e ridiscendere la scala della Croce, siamo chiamati anche noi a divenire angeli per chi ci è affidato: « vicini a ciascuno per la compassione ed elevati al di sopra di tutti nella contemplazione… Per questo Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto ed egli in basso unse la pietra, vide angeli che salivano e scendevano: a significare, cioè, che i veri predicatori non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra » (S. Gregorio Magno, Regola Pastorale, II 5). Ecco dunque la nostra missione, come una scala offerta al mondo: uno sguardo che contempla il Cielo per scorgervi la vita trasfigurata nel Signore vittorioso; e una compassione infinita che consegni, ad ogni uomo qui sulla terra, Cristo vivo in noi, perchè vi prenda dimora il suo amore e lo conduca al Cielo. « Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete portare la chiamata di Cristo agli uomini » (Benedetto XVI, ibid).
Angeli che mettono a disposizione la propria carne perchè Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo, la nostra vita è, come quella di Santo Stefano, consegnata alle pietre dei nemici. E’ proprio quando il mondo si ribella contro Dio, quando perseguita e di nuovo crocifigge Cristo nei suoi discepoli che il Cielo si schiude e la salvezza scende dal Trono misericordioso di Dio. Sotto la tempesta di pietre che ne carpivano la vita, il volto di Stefano diveniva, proprio agli occhi dei suoi carnefici, come quello di un angelo; e, piegando le ginocchia mentre raccoglieva gli ultimi respiri, egli contemplava il Cielo aperto ed il Figlio dell’Uomo alla destra del Padre, la bestemmia più grande, la stessa che aveva crocifisso il SIgnore. La bestemmia che annuncia il Cielo finalmente dischiuso sulle vicende di ogni uomo, Dio che si fa prossimo ad ogni sofferenza, che prende carne umana per far santa ogni vita: nessuno può sopportare la bellezza e la santità della propria vita, mentre la sua libertà pervertita gli fa gustare il frutto amaro di dolore, corruzione e morte. Nessuno può accettare il paradosso della misericordia di Dio capace di prendere su di sé ogni peccato e perdonarlo: è troppo per l’orgoglio dell’uomo, significa accettare la propria debolezza e il proprio fracasso. E’ necessario vederla autentica e credibile questa misericordia; è necessario che bussi alla porta del proprio sepolcro, sono necessari angeli come Stefano che la incarnino, e mostrino il Cielo nella morte. E’ necessaria la nostra vita, dove Cristo viene a prendere dimora per replicare, ogni giorno, come in Stefano, il suo mistero d’amore. Così è proprio mentre il mondo ci rifiuta, disprezza e uccide nei tanti nemici che reclamano la nostra vita, che esso riceve la vita. E’ proprio mentre moriamo crocifissi e perdoniamo che il Signore appare vivo in noi; è nel martirio quotidiano che offriamo, ai nostri carnefici, la scala che li conduce al paradiso. Siamo chiamati ad essere Angeli sulla soglia della tomba, ad annunciare il perdono e la vita, che non vi è nulla da temere, che Cristo è risorto dai morti e attende ogni uomo in Galilea, nella sua storia concreta, dove vederlo e incamminarsi con lui verso il Cielo.

Publié dans:ANGELI ED ARCANGELI |on 30 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Tiberias ancient picture above the Sea of Galilee shore

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Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – EZECHIELE 18,25-28

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Ezechiele%2018

BRANO BIBLICO SCELTO - EZECHIELE 18,25-28

Così dice il Signore: 25 « Voi dite: Non è retto il modo di agire del Signore. Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa.
27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà ».

COMMENTO
Ezechiele 18,25-28

La responsabilità individuale
Il libro di Ezechiele contiene due raccolte di oracoli, che risalgono rispettivamente al periodo prima della caduta di Gerusalemme (cc. 1-24) e a quello posteriore ad essa (cc. 33-39). Tra queste due raccolte si situano gli oracoli contro le nazioni (cc. 25-32). Al termine viene posta una sezione chiamata «Torah di Ezechiele» (cc. 40-48), dove sono descritte le istituzioni future. Gli oracoli anteriori alla caduta di Gerusalemme hanno come tema la condanna della città peccatrice e l’annunzio del castigo divino. Dopo l’introduzione che narra la vocazione del profeta (1,1-3,15), la raccolta si divide in due parti che mettono in luce rispettivamente il destino di Gerusalemme (cc. 4-12) e la colpevolezza dei suoi abitanti (cc. 13-24). La struttura portante della seconda di queste due parti è formata da tre requisitorie nelle quali il profeta ripercorre le grandi tappe della storia religiosa di Israele (cc. 16; 20; 23). Accanto a questi significativi quadri storici è stato collocato altro materiale il cui scopo è quello di far comprendere più a fondo il tema della responsabilità di Gerusalemme. Un passaggio qualificante del messaggio di Ezechiele è il capitolo 18, nel quale si affronta il tema della responsabilità individuale. Da esso è stato ricavato il testo liturgico che ne contiene la parte conclusiva.
Con formule pedanti e casistiche, di evidente origine sacerdotale, ma anche con calde esortazioni, Ezechiele mette in discussione, come aveva già fatto Geremia (cfr. Ger 31,29), il proverbio secondo cui «i padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (v. 2). Egli esordisce affermando, a nome di JHWH, che questo proverbio non deve essere più ripetuto, e ne dà il motivo: «Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morrà» (v. 4). E subito, ispirandosi alle liste di precetti morali (cfr. Es 20,1-17; Lv 19) e alle formule con cui i sacerdoti dichiaravano a chi è permesso di entrare nel santuario (cfr. Sal 15; 24), indica quali sono le condizioni perché un uomo possa vivere: «Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa di Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l’affamato e copre di vesti l’ignudo, se non presta ad usura e non esige interesse, desiste dall’iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola del Signore Dio» (vv. 5-9).
A questa affermazione di principio fa seguito un elenco di casi a cui essa si applica. Anzitutto essa trova riscontro nell’ambito della famiglia: se uno è figlio di un giusto, ma trasgredisce queste norme, dovrà morire (vv. 10-13); se uno invece è figlio di un empio, ma osserva queste prescrizioni, egli vivrà (vv. 14-17); suo padre invece, pur avendo avuto un figlio giusto, dovrà morire (v. 18). Il motivo di ciò è semplice: ciascuno è responsabile delle sue azioni, e non di quelle di suo padre o di suo figlio (vv. 19-20). Si passa poi all’ambito più strettamente personale: se un malvagio cambia vita e diventa giusto, le iniquità da lui commesse sono dimenticate ed egli vivrà (vv. 21-22). Il motivo è questo: Dio non ha piacere della morte del malvagio, ma piuttosto vuole che egli desista dalla sua condotta perversa e viva (v. 23). D’altra parte se un giusto si allontana dalla retta via, tutte le sue opere giuste sono dimenticate ed egli, a causa del suo peccato, è destinato alla morte (v. 24).
Inizia qui il testo liturgico nel quale si trova una sintesi di quanto detto precedentemente. Il profeta immagina che gli israeliti accusino JHWH dicendo: «Non è retto il modo di agire del Signore». JHWH allora risponde: «Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?» (v. 25). Da questo botta e risposta appare che l’idea di una retribuzione strettamente personale è nuova e va contro un certo modo di pensare abbastanza diffuso. Il pensiero di scontare la pena di peccati commessi dai loro padri era per i giudei un comodo alibi per non mettersi in questione, per non convertirsi. L’idea di una responsabilità personale invece li provocava a fare una scelta personale. Ciò valeva soprattutto per gli esuli, a cui il profeta ripete lo stesso principio (cfr. 33,10-20): per loro il pensiero di un ritorno nella loro terra era possibile solo nella prospettiva di una conversione, resa posibile dal perdono di Dio.
Dopo aver difeso il comportamento di Dio il profeta sintetizza il suo messaggio in due periodi ipotetici. Nel primo si dice: «Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa» (v. 26). L’ipotesi è quella del giusto che si allontana dalla retta strada: nonostante la giustizia praticata fino a quel momento, egli è destinato a morire. La morte che gli è minacciata è certamente un evento fisico, visto però nella sua componente esistenziale che consiste nella sofferenza e soprattutto nella perdita di senso conseguente al distacco da Dio. Il secondo periodo ipotetico prospetta il caso opposto: «E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà (vv. 27-28). Se il giusto può peccare, nello stesso modo anche l’empio può allontanarsi dal suo peccato. In tal caso egli vivrà. Anche qui la vita significa non solo sfuggire alla morte ma anche la pienezza di pace e di benessere nella comunione con Dio. Su questa affermazione di principio si basa il successivo appello alla conversione (cfr. vv. 29-32).

Linee interpretative
La riflessione del profeta, più che un cambiamento di rotta rispetto al passato, rappresenta una esplicitazione e un approfondimento di quanto già affermavano i testi più antichi: è vero infatti che la colpa del padre ricade sui suoi figli e nipoti fino alla tersa e alla quarta genenerazione e che la grazia di Dio si estenda per mille generazioni ma solo, rispettivamente, per quelli che odiano Dio e per quelli che lo amano (cfr. Es 20,5-6; Dt 7,9-10). Ezechiele non nega infatti il carattere sociale del peccato e delle sue conseguenze (sofferenza e morte), ma afferma che l’uomo è pur sempre libero di dissociarsi dal peccato commesso dagli altri o anche da lui stesso: se lo fa, rientra sotto il flusso costante e benefico della misericordia divina, che egli, proprio con il peccato, aveva allontanato da sé. Per il popolo di Giuda, nella situazione drammatica in cui si trova, ciò significa che non può attribuire ai propri padri la colpa dei mali che lo sovrastano o sperare di esserne liberato per i loro meriti; d’altro canto però Ezechiele cerca di fargli comprendere che può ancora allontanare da sé il giusto castigo con una sincera conversione.
Dio mette davanti a Israele la vita e il bene, la morte e il male, e comanda che il popolo lo ami, minacciando in caso contrario i castighi più terribili (Dt 30,15-20). Ma Dio non è indifferente alle scelte delle sue creature. Egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (v. 23). La fede in un Dio amante della vita sta alla base della fede di Israele. Questa fede implica implica l’osservanza dei comandamenti riguardanti la giustizia e la solidarietà con i più poveri. Se Dio vuole che il popolo gli sia fedele, l’unico motivo è che da questa fedeltà deriva al popolo la possibilità di essere prospero e felice. In un momento in cui non si parla ancora di una vita oltre la morte, la comunione con Dio non può prescindere da un benessere materiale. Ma questo diventa segno della benedizione divina solo se se è condiviso. Altrimenti diventa un furto che apre la strada alla morte.

28 SETTEMBRE 2014 | 26A DOMENICA: « CHI DEI DUE HA COMPIUTO LA VOLONTÀ DEL PADRE? DICONO: « L’ULTIMO »

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28 SETTEMBRE 2014 | 26A DOMENICA A | T. ORDINARIO | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« CHI DEI DUE HA COMPIUTO LA VOLONTÀ DEL PADRE? DICONO: « L’ULTIMO »

Non è facile vedere un legame fra le varie letture di questa Domenica. La prima, infatti, è ripresa da un contesto di Ezechiele, in cui il Profeta, proprio per demolire un certo senso di fatalità e di scoraggiamento degli Ebrei in esilio, che davano la colpa dei loro mali attuali alle mancanze dei « padri » esalta la responsabilità « personale »: « Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele: I padri hanno mangiato l’uva acerba e i denti dei figli si sono allegati? Come è vero che io vivo, dice il Signore Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. Ecco, tutte le vite sono mie; la vita del padre e quella del figlio è mia: chi pecca morirà » (Ez 18,2-4).
Questo sentirsi coinvolti e, più ancora, travolti dalle colpe dei padri, poteva costituire un facile alibi per il disimpegno morale degli Ebrei: tutto avviene per colpa degli altri, oggi si direbbe per colpa della società, o delle « strutture » ingiuste. Oltre a ciò, un tale sentimento quasi fatalmente provocava anche una forma di ribellione verso Dio, che veniva avvertito più come un alleato della « conservazione », che non l’amico dei poveri e degli oppressi, capace di creare situazioni di « novità » per tutti.

« Non è retta la mia condotta, o piuttosto non è retta la vostra? »
Per bocca del Profeta, invece, il Signore ribalta l’accusa di immobilismo contro Israele. Sono gli Ebrei che, per non volersi convertire e rinnovare spiritualmente, accusano Dio di non trattarli secondo i loro meriti (Ez 18,25-28).
Sono dunque gli Israeliti attuali, con le loro colpe e i loro peccati, responsabili del disastro nazionale che ancora li opprime e della desolazione dell’esilio. « Si allontanino dalle loro colpe » (v. 28), « riflettano » sui loro comportamenti, si convertano al Signore, ed egli li farà « vivere » di nuovo spiritualmente, e anche materialmente.
Era un deteriore « sociologismo » quello che portava gli Ebrei a « fatalizzare » il loro destino; dietro, però, stava la viltà del loro spirito: che non voleva affrontare il faticoso cammino della « conversione », che si opera soltanto se si capovolgono i sentimenti del cuore. Lo stesso « sociologismo » che anche oggi tende a colpevolizzare più le « strutture » che non i veri responsabili, che siamo un po’ tutti noi, sia nell’ambito civile che in quello più propriamente ecclesiale.

« Un uomo aveva due figli »
Partendo da questa tentazione, forse connaturata alla psicologia umana, di trovare appoggio o fuga dalle proprie responsabilità nel dato sociale più che nell’interno del proprio cuore, è però possibile un raccordo anche con la pagina del Vangelo, che, di fatti, è una contestazione di Gesù contro gli Ebrei del suo tempo, i quali, in nome della Legge e della loro tradizione religiosa, non sanno né vogliono vedere in lui il Messia lungamente atteso.
Egli non rientrava negli schemi che si erano fatti di lui. Soprattutto la sua azione di « pulizia » nel Tempio, cacciando i venditori che lo profanavano e rivendicando un suo particolare dominio su quel luogo di preghiera (« la mia casa sarà chiamata casa di preghiera »: cf Is 56,7), aveva suscitato violente reazioni contro di lui (cf Mt 21,12-27). Il Messia avrebbe dovuto tener più conto delle convinzioni religiose e « sociali » del suo tempo! E invece egli buttava all’aria tutto. Ma chi ha mai detto che ciò che fanno tutti, o pensano tutti, sia vero, o giusto, o buono?
Rispondendo a questo atteggiamento di chiusura puntigliosa e ostile nei suoi riguardi, Gesù in tre successive parabole (dei due figli, dei vignaioli omicidi e degli invitati a nozze) mette sotto accusa Israele, facendo vedere come esso, in nome della fedeltà alla Legge, tradisca di fatto il progetto di Dio che si sta attuando in Cristo.
Fare la « volontà » di Dio era il cardine su cui ruotava tutta la religione dell’Antico Testamento e del giudaismo. E la Legge ne era l’espressione più chiara e più convincente. Ora però che Dio si manifestava in Cristo, non si poteva pensare di dire di « sì » alla Legge dicendo di « no » al Cristo, solo perché egli non rientrava negli schemi prestabiliti e addirittura cambiava, « completandola », qualcosa di quella Legge. Solo accettando Cristo gli Ebrei, come del resto tutti gli uomini, potevano ormai compiere la « volontà di Dio ».
La parabola dei due figli vuol descrivere precisamente questo dramma in cui è venuto ad impigliarsi Israele quando ha respinto Cristo, pensando in tal modo di rendere « onore » a Dio (cf Gv 16,2) e di salvaguardare la dignità della Legge. « Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Rivoltosi al primo, disse: « Figlio, va’ oggi a lavorare nella vigna ». Ed egli rispose: « Sì, signore », ma non andò. Rivoltosi al secondo, gli disse lo stesso. Ed egli rispose: « Non ne ho voglia », ma poi, pentitosi, ci andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? Dicono: « L’ultimo ». E Gesù disse loro: « In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio »" (Mt 21,28-31).
Esclusiva di Matteo, la parabola punta direttamente a provocare una presa di coscienza e anche una decisione con il doppio interrogativo: quello iniziale (« Che ve ne pare? »: v. 28), e soprattutto quello conclusivo (« Chi dei due ha compiuto la volontà del padre? »: v. 31). Saranno così gli stessi suoi ascoltatori ad autocondannarsi: se sanno così bene distinguere quale dei due figli ha fatto la « volontà » del padre, perché non si comportano alla stessa maniera?
I due figli stanno a significare due tipi diversi di risposta che gli uomini possono dare all’invito, che Dio rivolge a tutti, di andare a « lavorare nella vigna ». C’è l’adesione formale, piena di rispetto, del primo, che dice « sì » e poi elude di fatto l’impegno assuntosi; c’è l’adesione contrastata, e come ripensata, del secondo figlio che, dopo un iniziale diniego, passa all’azione. Quest’ultimo, pur essendo stato scortese verso il padre, di fatto è quello che ne compie la « volontà ».
Potremmo dire che essi esprimono due tipi diversi di religione: la religione « formalistica » del mero e astratto assenso di fede, che non costa molto all’intelligenza e tanto meno alla volontà, e lascia le cose così come sono; e la religione delle opere, che attuano le esigenze della fede, e perciò costano fatica: di qui il primo impulso a dire di « no », che poi viene riassorbito dalla faticosa riflessione su se stessi e dal cambiamento di mentalità (« pentitosi, ci andò »: v. 30).

« I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio »
In concreto, questi due tipi di religione Gesù li ha incontrati lungo la sua strada: i farisei, i dottori della Legge, i capi del popolo, che professavano la più rigorosa ortodossia e osservavano scrupolosamente tutte le prescrizioni ritualistiche (cf Mt 23,13-32) sono gli uomini del « sì » facile e rispettoso finché la « volontà » di Dio si identifica con la loro. Quando però il disegno di Dio cammina fuori della loro strada, gli si oppongono in tutti i modi, anche con la violenza fisica: proprio come è capitato con Gesù. La volontà di Dio non era più buona quando hanno scoperto o sospettato che si identificava nella missione rinnovatrice e contestatrice di Cristo!
Accanto a loro vi erano anche gli uomini del « no », cioè tutti coloro che non osservavano la Legge, come i ladri, i pubblicani, le prostitute, ecc. Si capisce come per gente simile l’annuncio di Cristo fosse anche più duro, proprio perché esigeva un cambiamento radicale: però, nello stesso tempo, era un messaggio « liberatore », che non tendeva a emarginarli, ma li reinseriva di pieno diritto nella casa del Padre. Rinnovandoli, il Vangelo restituiva loro tutta la loro dignità, così come era avvenuto con il figlio prodigo, della cui storia la nostra parabola riecheggia alcuni spunti.
Proprio per questo essi hanno accettato il messaggio di Cristo, a differenza dei presuntuosi, impeccabili farisei, ai quali Gesù lancia un’ultima, spietata minaccia: « In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio » (v. 31). Uno studioso, ricorrendo all’originale aramaico che starebbe dietro al testo greco, aggrava la sentenza traducendo così: « I pubblicani e le prostitute entreranno nel regno di Dio, invece voi no ».1 La cosa è probabile: ma già il sentirsi paragonati a simile gente doveva essere per i farisei un’offesa mortale; peggio ancora il sentirsi dire che essi vengono dopo!
Insistendo su questo confronto, Gesù esaspera la situazione dicendo che la loro sordità ai disegni di Dio risale già ai tempi di Giovanni il Battista: « È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli » (v. 32).
Il problema è tutto qui: la capacità di lasciare spazio alla iniziativa di Dio, « pentendosi » della propria durezza di cuore. La gente perduta è stata capace di « pentirsi »; i « giusti », invece, proprio perché osservavano la Legge, ritenevano di non averne bisogno e sono rimasti chiusi davanti al nuovo disegno di salvezza che passava per Cristo. Anche qui abbiamo un capovolgimento di situazioni: in forma diversa ci viene detto che coloro, i quali sembrano essere i « primi » secondo la valutazione corrente, possono diventare gli « ultimi » alla luce del regno (Mt 19,30; 20,16).

« Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù »
La seconda lettura ci dà, quasi per contrasto all’atteggiamento del primo e anche del secondo figlio, un esempio di radicale adesione alla volontà di Dio, che è quello di Cristo, per noi « fattosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (Fil 2,8).
Paolo sta parlando, in questo contesto, dell’unità dei « sentimenti » e degli « spiriti » che dovrebbe regnare nella comunità di Filippi: probabilmente alcune divisioni intestine, a livello di contrapposizioni di interessi personali, dovevano minacciare la pace di quella Chiesa a lui tanto cara.2 La ragione principale di tutto questo egli la vedeva nei sentimenti di orgoglio e di egoismo da cui alcuni si erano lasciati prendere.
Di qui, la raccomandazione accorata, in nome dell’affetto che lo legava a ciascuno di loro, a vincere questo stato di disagio spirituale, che rischiava di rendere infruttuoso il suo lavoro (Fil 2,1-4).
A questo punto, per essere più incisivo, l’Apostolo porta l’esempio stesso di Cristo che « pur essendo di natura divina… spogliò se stesso, assumendo una condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce » (vv. 6-8). Proprio per questo, però, Dio lo ha « esaltato » facendolo risorgere da morte e costituendolo « Signore » dell’universo (vv. 9-11).
Non è possibile qui commentare questo densissimo « inno cristologico » che, oltre tutto, ci viene presentato anche in altre circostanze liturgiche (Domenica delle Palme ed Esaltazione della santa Croce). Vogliamo solo notare che l’Apostolo lo introduce con l’invito ai cristiani ad « avere gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù » (v. 5), cioè ad assumere lo stesso atteggiamento di « obbedienza » totale davanti a Dio, anche là dove il suo disegno poteva sembrare pura « follia ».
Gesù non è stato l’uomo del « no » e neppure del « sì » pigro e inerte: egli è stato l’uomo del « sì » radicale, senza dubbi o ripensamenti. « Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu sì e no; ma in lui c’è stato il sì. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute sì » (2 Cor 1,19-20).
La parabola dei due figli è stata superata dalla realtà immensamente più grande che si è verificata in lui.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola.

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 septembre, 2014 |Pas de commentaires »

Gesù e i bambini

Gesù e i bambini dans immagini sacre christ-children

Publié dans:immagini sacre |on 25 septembre, 2014 |Pas de commentaires »
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