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La Madonna e la città

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L’INCARNAZIONE E LA REDENZIONE – G. Florovskij

http://tradizione.oodegr.com/tradizione_index/dogmatica/incarnflorovsky.htm

L’INCARNAZIONE E LA REDENZIONE

G. Florovskij

“Il Logos si è fatto Carne”: in queste parole è espressa la gioia definitiva della fede cristiana; in esse c’è la pienezza della Rivelazione. Il Signore incarnatosi è nello stesso tempo perfetto Dio e perfetto Uomo. Il completo significato ed il fine ultimo dell’esistenza umana è rivelato e realizzato nell’Incarnazione e per mezzo di essa. Egli scese dal Cielo per redimere la terra, per congiungere per sempre l’uomo con Dio. “E divenne uomo”. È così iniziata la nuova epoca. Noi infatti calcoliamo il tempo secondo gli “anni Domini”. Come scrisse sant’Ireneo, “il Figlio di Dio è diventato figlio dell’uomo, perché quest’ultimo diventasse figlio di Dio”. Non solo la pienezza originaria della natura umana è restaurata e ristabilita nell’Incarnazione. Non solo la natura umana ritorna alla sua comunione con Dio ormai perduta. L’Incarnazione è anche la nuova Rivelazione, un nuovo ed ulteriore passo. Il primo Adamo era un’anima vivente, ma l’ultimo Adamo è il Signore che viene dal Cielo (1 Corinti 15, 47). E nell’Incarnazione del Logos l’umana natura non fu solo unta da una sovrabbondanza di Grazia, ma fu assunta in un’unione intima ed ipostatica con Dio stesso. In questa elevazione della natura umana ad una eterna comunione con la vita divina, i Padri della Chiesa primitiva videro unanimi l’essenza della Salvezza, la base di tutta l’opera redentrice del Cristo. “È salvato ciò che è unito a Dio”, dice san Gregorio di Nazianzo. E ciò che non era unito non poteva essere salvato. Questa era la sua principale ragione per insistere, contro Apollinare, sulla pienezza dell’umana natura dall’Unigenito nell’Incarnazione. Questo è il motivo fondamentale ricorrente in tutta la teologia antica, in sant’Ireneo, sant’Atanasio, nei Padri della Cappadocia, in san Cirillo di Alessandria, in san Massimo il Confessore. Tutta la storia del dogma cristologico è determinata da questa fondamentale concezione: l’Incarnazione del Logos intesa come Redenzione. Nell’Incarnazione la storia umana riceve il suo completamento. L’eterna volontà di Dio si realizza, “il mistero nascosto dell’eternità e sconosciuto agli Angeli”. I giorni dell’attesa sono passati. Colui che era promesso è venuto. E da questo momento, per usare la frase di san Paolo, la vita dell’uomo “è nascosta con il Cristo in Dio” (Colossesi 3, 3)…
L’Incarnazione del Logos fu un’assoluta manifestazione di Dio. E soprattutto fu una rivelazione della vita. Il Cristo è il Logos della Vita… “e la Vita si manifestò e noi l’abbiamo vista e ne testimoniamo ed annunciamo a voi la vita, la Vita eterna, che era con il Padre e che si manifestò a noi” (1 Giovanni 1, 1-2). L’Incarnazione è la rinascita dell’uomo, per così dire, la resurrezione della natura umana. Ma il punto culminante dell’Evangelo è la Croce, la morte del Logos incarnato. La vita è stata rivelata nella sua pienezza attraverso la morte. Questo è il mistero paradossale del Cristianesimo: la vita attraverso la morte, la vita dalla tomba ed oltre la tomba, il mistero della tomba apportatrice di vita. Noi siamo nati ad una vita reale ed eterna solo grazie alla nostra morte battesimale ed alla nostra sepoltura nel Cristo; noi siamo rigenerati con il Cristo nel fonte battesimale. Questa è la legge immutabile della vera vita. “Nessun seme rivive se prima non muore” (1 Corinti 15, 36).
“Grande è il mistero della fede: Dio s’è manifestato nella Carne” (1 Timoteo 3, 16). Ma Dio non si manifestò per ricreare il mondo improvvisamente grazie alla sua onnipotenza, o per illuminarlo e trasfigurarlo con l’immensa luce della sua gloria. Fu nell’estrema umiliazione che la rivelazione della divinità si realizzò. La volontà divina non distrugge la condizione originale della libertà umana, la libertà di disporre di se stessi, non distrugge né abolisce l’antica legge della libertà umana. In ciò si manifesta una certa autolimitazione o “kènosis” della potenza divina. E quel che più conta, una certa “kènosis” dell’amore divino stesso. Quest’ultimo, per così dire, restringe e limita se stesso nel rispettare la libertà della creatura. L’amore non impone la guarigione con la costrizione, come avrebbe potuto fare. Non c’era un’evidenza costrittiva in questa manifestazione di Dio. Non tutti riconobbero il Signore della gloria “sotto la forma del servo”, che egli deliberatamente assunse. E chi lo riconobbe non lo fece grazie all’intuito personale, ma grazie alla rivelazione del Padre (cfr. Matteo 16, 17). Il Logos incarnato apparve sulla terra come uomo tra gli uomini. Ciò significava assumere tutta la pienezza umana per redimere gli uomini, pienezza non solo della natura umana, ma anche di tutta la vita umana. L’Incarnazione doveva manifestarsi in tutta la pienezza della vita, nella pienezza dell’età dell’uomo, poiché tutta questa pienezza potesse essere santificata. Questo è uno degli aspetti del concetto della “ricapitolazione” di tutto in Cristo, che con tanta enfasi sant’Ireneo riprese da san Paolo. Era questa l’umiliazione del Logos (cfr. Filippesi 2, 7). Ma questa “kènosis” non era una riduzione della divinità, che nell’incarnazione sussiste immutata. Al contrario era un’elevazione dell’uomo, la deificazione della natura umana, la “thèosis”. Come afferma san Giovanni Damasceno, nell’Incarnazione “tre cose furono realizzate in una sola volta: l’assunzione, l’esistenza e la deificazione dell’umanità per mezzo del Logos”. Bisogna sottolineare che nell’Incarnazione il Logos assume l’originale natura umana, innocente e libera dal peccato originale, senza alcuna macchia. Questo fatto non viola la pienezza della natura umana né diminuisce la somiglianza del Salvatore nei confronti di noi peccatori. Infatti il peccato non è proprio della natura umana, ma è un prodotto parassitico ed anormale. Questo aspetto fu sottolineato da san Gregorio Nisseno e particolarmente da san Massimo il Confessore in relazione alla teoria della volontà come sede del peccato. Nell’Incarnazione il Logos assume la primitiva natura umana, creata “ad immagine di Dio”, per cui quest’ultima è ristabilita nell’uomo. Ciò non era ancora l’assunzione della sofferenza umana o dell’umanità sofferente. Era l’assunzione della vita umana, ma non ancora della morte. La libertà del Cristo dal peccato originale significa anche libertà dalla morte, che è il “compenso del peccato”. Il Cristo è libero dalla corruzione e dalla morte già dalla sua nascita. E, simile al primo Adamo anteriormente alla caduta egli può non morire affatto, sebbene naturalmente egli possa anche morire. Egli era libero dalla necessità della morte, poiché la sua umanità era pura ed innocente. Perciò la morte del Cristo era e non poteva non essere volontaria, non frutto della natura decaduta, ma risultato di una libera scelta ed accettazione.
Una distinzione deve essere fatta tra l’assunzione della natura umana da parte del Cristo ed il fatto che egli prese su di sé i nostri peccati. Il Cristo è “l’agnello di Dio che prende su di sé i peccati del mondo” (Giovanni 1, 29). Ma egli non prende su di sé i peccati del mondo nell’Incarnazione. Prendere su di sé i peccati del mondo è un atto della volontà, non una necessità della natura. Il Salvatore prende su di sé i peccati del mondo per una libera scelta d’amore. Egli li porta in tale modo che ciò non diventa una sua colpa o viola la purezza della sua natura (…) l’assunzione dei peccati ha un valore di redenzione, in quanto è un libero atto di compassione e d’amore. Né si tratta solo di compassione. In questo mondo, che è in preda al peccato, anche la purezza stessa è sofferenza, è una fonte e causa di sofferenza. Perciò un cuore giusto soffre e si addolora per l’ingiustizia che patisce per opera della malvagità di questo mondo. La vita del Salvatore, come quella di un essere giusto e puro, come una vita pura e senza peccato, deve essere stata inevitabilmente su questa terra quella di uno che soffrì. Il bene è oppressivo per il mondo e questo mondo è oppressivo per il bene. Questo mondo si oppone al bene e non volge lo sguardo alla luce. Ed esso non accetta il Cristo e respinge sia lui che il Padre suo (Giovanni 15, 23 sg). Il Salvatore si sottopone all’ordine di questo mondo, sopporta, e l’opposizione di questo mondo è coperta da suo amore che perdona: “Essi non sanno quel che fanno” (Luca 23, 34). Tutta la vita di nostro Signore è una Croce. Ma la sofferenza non è ancora tutta la Croce. Quest’ultima è più che la semplice sofferenza di un giusto. Il sacrificio del Cristo non si esaurisce nella sua obbedienza, sopportazione, pazienza, compassione e perdono. L’unità dell’opera redentrice del Cristo non può essere suddivisa in parti. La vita terrena del Signore è un’unità organica e la sua opera redentrice non può essere connessa esclusivamente con un momento particolare della sua vita. Comunque il punto culminante della sua vita è la morte. Ed il Cristo stesso lo afferma nell’ora della morte: “Ma è proprio per quest’ora che sono venuto” (Giovanni 12, 27). La morte redentrice è lo scopo definitivo per l’Incarnazione.
Il mistero della Croce supera le nostre capacità intellettive. Questa “terribile visione” sembra estranea ed allarmante. Tutta la vita del Cristo fu un grande atto di pazienza, di grazia e di amore. Ed è tutta illuminata dallo splendore eterno della divinità, sebbene questo splendore sia invisibile nel mondo di carne e del peccato. Ma la salvezza si realizza completamente sul Golgotha, non sul Tabor (cfr. Luca 9, 31). Il Cristo venne non solo per insegnare con autorità e parlare al popolo in nome del Padre, non solo per compiere opere di grazia. Egli venne per soffrire per morire e risorgere. Egli stesso più che una volta lo dichiarò ai discepoli perplessi ed allarmati. Non solo preannunciò l’approssimarsi della passione e della morte, ma chiaramente affermò che egli doveva soffrire ed essere irriso. Egli esplicitamente disse che “doveva”, non semplicemente che “si apprestava a morire”. “E cominciò a spiegare loro che il Figlio dell’Uomo dovrà soffrire molto. Gli anziani del popolo, i capi dei sacerdoti ed i maestri della legge lo condanneranno; egli sarà ucciso, ma dopo tre giorni risusciterà” (Marco 8, 31; Matteo 16, 21; Luca 9, 22; 24; 26). È necessario, non secondo la legge di questo mondo, in cui il bene e la verità sono perseguitati e respinti, non secondo la legge dell’odio e del male. La morte di nostro Signore era una decisione presa in piena libertà. Nessuno gli toglie la vita, ma egli stesso offre la sua anima con un supremo atto di volontà ed autorità. “Io ho l’autorità” (Giovanni 10, 18). Egli soffrì e non morì “non perché non potesse sfuggire alla sofferenza, ma perché scelse di soffrire”, come è detto nel Catechismo Russo. Scelse non semplicemente nel senso di una volontaria sofferenza e non resistenza, non semplicemente perché permise che la rabbia del peccato e dell’ingiustizia si sfogasse su di lui. Non solo permise, ma lo volle. Egli doveva morire secondo la legge della verità e dell’amore. In alcun modo la crocifissione fu un suicidio passivo o semplicemente un assassinio. Era un sacrificio ed un’oblazione. Era necessario che egli morisse, ma non secondo la necessità di questo mondo, bensì secondo la necessità del divino Amore. Il mistero della Croce comincia nell’eternità, nel santuario della santissima Trinità, ed è inaccessibile per le creature. Ed il mistero trascendente della sapienza e dell’amore di Dio si rivela e si compie nella storia. Perciò il Cristo è chiamato l’Agnello “che Dio aveva destinato a questo sacrificio già prima della creazione” (Pietro 1, 9) e “che è stato sgozzato dall’eternità” (Apocalisse 13, 8). La Croce di Gesù, frutto dell’ostilità dei Giudei e della violenza dei Gentili, è in realtà solo l’immagine terrena e l’ombra di questa Croce celeste di amore. Questa “necessità divina” della morte sulla Croce supera in realtà ogni capacità dell’intelletto umano. E la Chiesa non ha mai tentato una definizione razionale di questo supremo mistero. Formule scritturali sono apparse, ed ancora appaiono, le più adeguate. In ogni caso non lo saranno semplici categorie etiche. L’interpretazione morale, o ancor più quella legale o giuridica, non possono essere altro che antropomorfismo scolorito. Ciò è vero anche riguardo all’idea del sacrificio. Il sacrificio di Cristo non può essere considerato come una pura offerta o resa. Ciò non spiegherebbe la necessità della morte, poiché tutta la vita del Logos Incarnato era un continuo sacrificio. Com’è che la sua vita purissima era insufficiente per la vittoria sulla morte? Ed era la morte realmente una prospettiva terrificante per il Giusto, per il Logos Incarnato, tanto più che già precedentemente sapeva che sarebbe giunta la Resurrezione il terzo giorno? Ma anche i comuni martiri cristiani hanno accettato tutti i loro tormenti e sofferenze e la morte stessa con piena calma e gioia, come una corona ed un trionfo. Il capo dei martiri, il Protomartire Gesù Cristo, non era inferiore a loro. E per loro stesso “decreto divino”, per la “stessa necessità divina”, egli “doveva” non solo essere sottoposto all’esecuzione capitale ed ingiuriato e morire, ma anche risorgere il terzo giorno. Quale che sia la nostra interpretazione dell’agonia del Gethsemani, un punto è perfettamente chiaro: il Cristo non era una vittima passiva, ma il conquistatore anche nella sua estrema umiliazione. Egli sapeva che questa umiliazione non era semplicemente sofferenza o obbedienza, ma il vero sentiero della gloria, della vittoria suprema. Né la sola idea della giustizia divina, la “iustitia vindicativa” può rivelare il profondo significato del sacrificio della Croce. Il mistero di quest’ultima non può essere adeguatamente interpretato in termini di una transazione, di una ricompensa, di un riscatto. Se il valore della morte del Cristo fu infinitamente accresciuto dalla sua divina persona, lo stesso si applica anche a tutta la sua vita. Tutte le sue azioni hanno un valore infinito in quanto frutto del Logos di Dio incarnatosi. Ed esse coprono in maniera sovrabbondante sia gli errori che i difetti del genere umano decaduto. Infine, difficilmente ci potrebbe essere una giustizia retributiva nella passione e nella morte del Signore, quale poteva esserci anche nella morte di un qualsiasi giusto. Infatti non si trattava della sofferenza e della morte di un semplice uomo, sopportata con l’aiuto divino a causa della sua fede e pazienza. Questa morte era la sofferenza del Figlio di Dio stesso incarnatosi, la sofferenza di una natura umana senza macchia, già deificata per essere stata unita all’ipostasi del Logos. Né ciò si può spiegare con l’idea di una soddisfazione sostitutiva, la satisfactio vicaria degli scolastici. Non perché la sostituzione non sia possibile. In realtà il Cristo prese su di sé i peccati del mondo, ma Dio non desidera la sofferenza di alcuno, egli ne soffre. Come la pena di morte del Logos Incarnato, purissimo e senza macchia, poteva essere l’abolizione del peccato, se la morte stessa ne è il compenso e se essa esiste solo nel mondo sottoposto al peccato? (…). La Croce non è il simbolo della giustizia, ma dell’amore divino. San Gregorio Nazianzeno esprime con grande enfasi tutti i suoi dubbi a questo proposito nella sua celebre Orazione Pasquale.
“A che e perché questo sangue è stato versato per noi, il preziosissimo sangue di Dio, il Sommo Sacerdote e Vittima?… Noi eravamo schiavi del maligno, venduti al peccato ed abbiamo portato su noi stessi questo danno a causa della nostra animalità. Se il prezzo del riscatto fu dato a nessun altro che a colui di cui ci trovavamo in potere, mi chiedi a chi e perché questo prezzo è stato pagato. Se è stato versato al maligno, allora è veramente insultante! Il ladro riceve il prezzo del riscatto; non lo riceve solo da Dio, ma addirittura riceve Dio stesso. Per la sua tirannide egli riceve un così abbondante prezzo, che era in dovere di aver pietà di noi… Se è stato versato al Padre, in primo luogo, ci chiediamo in che modo. Non eravamo in suo potere?… Ed in secondo luogo per qual ragione? Per qual motivo il Sangue dell’Unigenito era gradito al Padre, il quale non accettò neppure il sacrificio d’Isacco, ma mutò l’offerta sostituendo la vittima razionale con un agnello?…”. Con tutte queste domande san Gregorio cerca di chiarire come sia inesplicabile la Croce in termini di giustizia vendicatrice e così conclude: “Da tutto ciò è evidente che il Padre accettò il sacrificio non perché egli lo richiedesse o ne avesse bisogno, ma per l’economia e perché l’uomo deve essere santificato dall’umanità di Dio”.
La Redenzione non è affatto il perdono dei peccati né la riconciliazione dell’uomo con Dio. Essa è l’abolizione completa del peccato, la liberazione dal peccato e dalla morte. E la Redenzione fu compiuta sulla Croce, con il sangue della sua Croce (Colossesi 1, 20; cfr. Atti 20, 28; Romani 5, 9; Efesini 1, 7; Colossesi 1, 14; Ebrei 9, 22; 1 Giovanni 1, 7; Apocalisse 1, 5-6; 5, 9). Non solo grazie alle sofferenze sulla Croce, ma precisamente con la morte in Croce. E la vittoria definitiva è opera non delle sofferenze o della pazienza, ma della morte e della resurrezione. Entriamo con ciò nella profondità ontologica dell’esistenza umana. La morte del Signore era la vittoria sulla morte non la remissione dei peccati, né semplicemente la giustificazione di un uomo, né la soddisfazione di una giustizia astratta. E la vera chiave del mistero può essere offerta unicamente da una coerente dottrina della morte umana.

Publié dans:CHIESA ORTODOSSA, TEOLOGIA |on 30 avril, 2014 |Pas de commentaires »

IL CREATO NELLA VITA SPIRITUALE DEL CRISTIANO

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IL CREATO NELLA VITA SPIRITUALE DEL CRISTIANO

(SONO 9 CAPITOLETTI)

1. Introduzione: due difficoltà
Nel trattare questo tema, incontro almeno due difficoltà.
1.1. La prima è quella di rischiare di dire ciò che è già emerso nel primo incontro, il cui titolo era “Il valore del creato secondo la Parola di Dio”.
Il rischio è forte perché le linee guida del modo in cui il cristiano si mette in relazione con il creato sono proprio date dalla Scrittura. Non potrebbe essere altrimenti!
Quindi, necessariamente, il problema deve essere affrontato a partire e ritornando sulla Parola di Dio. Il posto che il creato ha nella vita spirituale del cristiano può essere scoperto solo a partire dall’incontro del credente con la Parola di Dio. Essa è il luogo teologico principale che può gettare la luce per indicare strade di una possibile risposta alla nostra domanda.
Quale Parola di Dio? Il cristiano è colui il quale crede a Cristo. Perciò è proprio al NT che dobbiamo guardare come luogo “specificatamente” cristiano. E’ qui, nel NT, che emerge il tratto caratteristico della concezione cristiana della vita e quindi anche del creato. L’AT ha valore in quanto può essere illuminato dal NT, che ne è il compimento.
In connessione alla Parola di Dio, ci sono altri “luoghi” che possono informarci e dirci qualcosa sul rapporto del cristiano con il creato. Uno di questi è la tradizione della Chiesa, nella sua molteplice ricchezza, fatta di riflessione teologica, di spiritualità e dell’insegnamento autorevole del magistero.
Potrebbero istruirci su questo punto, anche l’arte, la produzione letteraria, la devozione popolare… ma il discorso ci porterebbe molto lontano.
1.2. La seconda difficoltà è che una seppur semplice presentazione di quello che il cristianesimo ha prodotto ed ha vissuto a riguardo del nostro tema si presenta come cimento difficilissimo. Si corre il rischio di dire cose “ovvie”, oppure cose che possono essere errate.
Il sottoscritto confessa di non aver una preparazione specifica sull’argomento.
Quello che dirò è una mia personale valutazione, che ho fatto a partire da alcuni suggerimenti di don Giampiero Zago e di un testo di G. Panteghini, “Il gemito della creazione”, EMP, Padova 1990. Utile ci è parso anche il testo di B. Häring, Liberi e fedeli in Cristo, EP, Roma, 1981, vol. III, pp. 213-263.

2. Il dato più rilevante
Dando una rapida scorsa alla storia della teologia e alla storia della spiritualità cristiana, sembra emergere un dato. Il ruolo del creato nella vita spirituale del cristiano, precedentemente alla nostra epoca (gli ultimi 40 anni, per intenderci), non sembra essere stato preso in considerazione “esplicitamente”.
Dall’epoca dei Padri della Chiesa, fino al Medioevo e poi nell’età moderna, composizioni “esplicite” di carattere teologico e spirituale sul significato del creato per il cristiano non sembra che ve ne siano. Se ne è parlato, ma in forma “indiretta”. Anche i pronunciamenti del Magistero non sembrano essersi occupati di questo rapporto.
Mi sembra importante richiamare la sottolineatura su “esplicitamente”. Se leggiamo una qualsiasi opera di un Padre della Chiesa o un Commentario medioevale, sicuramente vi troviamo riferimenti al creato ed al rapporto tra il credente ed il creato.
Ma non si trovano trattazioni esplicite – salvo meliore iudicio – su questo argomento, come invece si trovano trattazioni esplicite sui sacramenti, sulla preghiera, sulla vita monastica…
Un lavoro che resta da fare (a meno che non sia già fatto ed io non ne sia a conoscenza) è ripercorrere la tradizione cristiana e leggere nella produzione letteraria “il non esplicito”. Sicuramente emergerebbe una concezione cristiana del rapporto uomo-creato nelle varie epoche. Forse potremmo anche fare delle sorprendenti scoperte!
Possiamo dire che il problema “ecologico” nelle epoche che ci hanno preceduto non c’era. C’erano altri problemi, altre tematiche. Ma non quello del rapporto uomo-creato, segnato dalle ansie e dalle preoccupazioni, che contraddistinguono momento attuale. Fino a cinquant’anni fa, una serie di incontri come questa non avrebbe avuto alcun significato. Disastri ecologici – come la diga del Vajont o Porto Marghera – non erano neppure pensabili nelle epoche che ci hanno preceduto.
Va detto che da sempre l’uomo interagisce in forma più o meno distruttiva nei confronti della natura. Non c’è mai stata un’età d’oro nei rapporti tra uomo e natura. Un esempio: la distruzione dei boschi del Cansiglio da parte della Serenissima Repubblica e la deviazione dei fiumi che sfociavano sulla Laguna (Brenta, Piave). Ma dobbiamo riconoscere che erano interventi limitati e frutto di un’azione pluriennale. Ora possiamo deviare un fiume o distruggere un bosco in tempi molto più brevi: imparagonabilmente più brevi!
Nel passato, il rapporto uomo-creato non era sentito come “problema”, perché l’uomo non aveva la possibilità di distruggere la natura come l’abbiamo noi ora.
Il rapporto uomo-creato lo sentiamo come problema perché ci rendiamo conto di essere andati un po’ in là.
Comprendiamo di non saper più gestire le enormi possibilità tecniche che sono a nostra disposizione.
“Ora” il rapporto si fa problema: se sono un cristiano, come mi devo mettere in relazione con la natura? Che senso ha per me il creato? Un tempo, non era così.

3. Ragioni teologiche e filosofiche
Abbiamo detto che dai testi e dalla riflessione del passato, il creato sembra non essere preso in considerazione in modo esplicito nella trattazione teologica, spirituale e magisteriale. Non se ne parla molto, insomma. Al di là degli eventi contingenti (assenza di gravi disastri ecologici), possiamo chiederci come mai?
Potremmo forse individuare alcune motivazioni di carattere teologico e filosofico che possono aver contribuito a questo silenzio.
3.1. Pende sulla teologia latina una certa impostazione, di matrice agostiniana, secondo la quale la storia della salvezza è vista principalmente come un problema tra l’uomo e Dio. Il dramma della storia della salvezza è legato con doppio filo al peccato dell’uomo. Dio con la redenzione operata dal suo figlio riapre la strada all’uomo della riconciliazione.
Con una parola difficile è una storia “amartiocentrica”: si mette al centro il peccato dell’uomo e la sua redenzione, senza coinvolgere il creato.
Il creato funge piuttosto da palcoscenico, mentre gli attori del dramma sono l’uomo e Dio. Il palcoscenico, dopo che il dramma è stato consumato, si smonta. Non ha un ruolo significativo, bensì accessorio.
3.2. Ha influito su questa polarizzazione Dio-uomo (con la conseguente marginalizzazione del creato) la questione “ariana”. Nel V secolo per “staccare” Gesù dal creato e sottolineare la sua trascendenza si è marginalizzata – o comunque non si è presa in cospicua considerazione – la tematica del creato, che avrebbe potuto far riassorbire Cristo sul versante delle creature.
Ario diceva infatti che Gesù non era Dio, bensì una sorta di intermediario tra Dio e il mondo: una “supercreatura”, ma separata da Dio e collocata più decisamente sul versante del creato. Contro questa riduzione del mistero di Cristo la Chiesa ha reagito sottolineando la trascendenza di Cristo rispetto al creato e quindi “sottacendo” la relazione tra Cristo e il mondo. Relazione che è affermata (come vedremo) dai testi biblici.
3.3. Un altro aspetto che contraddistingue la tradizione cristiana dei primi secoli è il dialogo e lo scambio con il pensiero greco, che guardava con sospetto alla materia. Per la filosofia greca (almeno quella di derivazione platonica, che di più ha trovato accoglienza nel pensiero cristiano delle origini) divina è l’anima: essa è chiamata alla vita e all’immortalità. Il corpo e la materia sono imperfezione: il corpo, in particolare, è concepito come tomba dell’anima (Platone).
3.4. Col passare dei secoli si sviluppa in epoca medievale la mentalità “simbolica”. Secondo questa mentalità, la natura è concepita come ciò che significa, indica e rimanda ad un’altra realtà.
La natura non è colta in quanto realtà ricca di senso in sé, ma in quanto realtà che mette in relazione con Dio: allude, evoca, simboleggia, dà indizi che ci fanno salire a Dio. La natura è vista come segno dell’opera di Dio: non ci si sofferma su di essa in quanto natura, ma in essa in quanto simbolo, che rimanda a qualcosa di ulteriore.
3.5. Una certa modalità di intendere la vita spirituale come distacco dal mondo della natura per entrare nella soprannatura. In certi mistici, in una spiritualità anche recente, si è guardato con sospetto al corpo e alla natura, intesi come luogo di tentazione e di peccato. Il vero credente era chiamato a “disprezzare il mondo” (a patto di capire bene che cosa si intenda per mondo, perché anche Gesù parla di un mondo dal quale prendere le distanze).
Questi aspetti, tra loro disomogenei, non esauriscono duemila anni di Cristianesimo, tuttavia dicono una direzione che è stata intrapresa. Senza dubbio non è l’unica, ma certamente una che è stata vissuta in modalità diverse dai cristiani dell’occidente.

4. Segni di recupero
Qui tracceremo in modo molto sommario alcuni segni di un recupero del tema. Crediamo che resti da dire e da riscoprire molto di più di quello che noi diciamo ora. La tradizione deve essere senza dubbio molto più ricca.
4.1. La riscoperta del pensiero aristotelico (XIII secolo) ha avviato la teologia ad una comprensione più reale (meno simbolica) del creato. In questo senso spicca la figura di san Tommaso.
Il suo contributo potremmo sbrigativamente riassumerlo nel superamento (o ridimensionamento) della visione simbolica, tipica del medioevo.
Egli recupera in concetto di “Dio creatore”. La creazione non è un atto compiuto una volta per tutte, ma Dio in quanto creatore, continua ad esserlo e continua a sostenere la creazione con la sua potenza: creazione continua.
Dio è la “causa prima”, che sorregge tutto il mondo. Su questa base, si collocano le “cause seconde”, che si attuano secondo una propria ed autonoma regolamentazione. La natura, in quanto tale e nella sua realtà, ha una legge (lex naturalis) che è stata posta da Dio e dà alle cose stesse una propria legittima indipendenza.
Questa stessa legge interna alla natura permette all’uomo di risalire a Lui (la cinque vie: gnoseologia) e di comprendere la sua volontà (la legge naturale: morale).
La concezione tomista della realtà permette una rivalutazione sostanziale della creazione in quanto tale, non semplicemente in quanto simbolo.
4.2. Un posto del tutto speciale, ma – dobbiamo confessare – anche del tutto unico è quello di san Francesco (XII sec.). Unico, nel senso che pochi alludono al tema del rapporto tra creato e uomo, come ha fatto lui. Bisogna riconoscerlo. La sua unicità è una prova del fatto che questo tema nella tradizione cristiano è rimasto in parte disatteso.
4.3. Altri segni di un recupero della tematica del rapporto uomo-creato ci sono dati da alcune piste delle teologia contemporanea (XX secolo). La teologia delle realtà terrene (Thills); la teologia del lavoro (Chenu); Theilard de Chardin; la teologia politica (Metz, Moltmann); la teologia della liberazione… Potremmo dire che il problema (ecologia) è posto come noi oggi lo intendiamo solo a partire dal XX seclo.
4.4. Anche il Magistero recente segnala un ravvivato interesse per il tema della salvaguardia del creato e per l’importanza del creato nella vita spirituale del credente.
I documenti più noti: GS, Octagesima Adveniens (1971), Redemptor Hominis nn. 8. 15. 18 (1979), Laborem exercens nn. 4-5 (1981), SRS n. 34 (1987), Centesimus Annus n. 37 (1990).
Due documenti dell’episcopato tedesco: Futuro della creazione e futuro dell’umanità (1981); Assumersi la responsabilità della creazione (1985).
I Documenti comuni delle Chiesa cristiane: in particolare l’Assemblea di tutte le chiese cristiane tenutasi a Basilea (1989) e la Charta ecumenica del 2001.
Ricordiamo infine il Messaggio per la giornata mondiale della pace del 1990 di Giovanni Paolo II.

5. Perché la tradizione cristiana non si è occupata del rapporto uomo-creato?
Senza colpevolizzare nessuno e senza giudicare un tempo passato con la sensibilità di oggi, il problema semplicemente non era sentito o non era sentito come lo sentiamo noi oggi. La situazione era diversa dalla nostra. Noi oggi sentiamo un po’ ogni cosa come “problema”: pregare, credere, avere dei figli, accettare noi stessi, il nostro compito nel mondo… Un tempo il rapporto con la vita stessa era più “spontaneo”, immediato: non c’era il bisogno di tematizzare (verbalizzare) ogni cosa.
Va detto che se prendiamo in esame le opere d’arte della cristianità, forse emerge un rapporto più complesso con la natura, in cui emergono tratti per noi superati e inattuali: la natura matrigna e la natura come forza da dominare (perché sfugge al controllo).

6. Il creato nella vita del cristiano: linee per una risposta “spirituale”
6.1. Lo stupore di fronte alla maestosità (salmo 8)?
Questo è un atteggiamento di tutti. Credenti o meno. Quante volte abbiamo sentito dire dello stupore di fronte alla bellezza del creato?
Il creato ci apre ad una dimensione misteriosa. C’è qualcosa di più grande di noi. E’ qualcosa di buono e bello, che ci sovrasta e dinanzi al quale noi siamo piccola cosa: “che cosa è l’uomo perché te ne curi?”. Il creato è vissuto come suscitazione del mistero: come una esperienza che ci apre al mistero. L’AT, non solo lui, è pieno di testimonianze della grandezza e maestosità del creato.
Ma questo non è ancora proprio del cristiano: non è specifico della fede cristiana. Tuttavia è un passo, un primo passo, che può condurre alla fede. Il cristiano non può accontentarsi di questo generico richiamo alla fede. La creazione è qualcosa di più. Ma che cosa?

6.2. Dove guardare per rispondere alla nostra domanda?
Lo specifico cristiano traspare dal NT. Per rispondere alla nostra domanda è necessaria una analisi dell’atteggiamento di Gesù e degli apostoli nei vangeli e negli scritti del NT.
Gesù ed i discepoli non dicono “esplicitamente” come debba comportarsi il cristiano nei confronti del creato. Tuttavia, indirettamente, ci possono aiutare.
Da un lato, si deve riconoscere una sostanziale continuità tra NT ed AT (il creato fonte di mistero, opera di Dio, opera buona di Dio, dato all’uomo perché egli lo custodisca…). In questo senso il creato viene “desacralizzato”: non è una realtà sacra in quanto tale, bensì è luogo dell’agire umano, affidato all’uomo da Dio, l’unica realtà “sacra”.
Dall’altro, il NT suggerisce l’idea di una solidarietà tra uomo e creato molto più forte dell’AT. Il creato infatti non è una realtà che si “sgonfia” alla fine del mondo, ma è chiamata a partecipare alla redenzione di Cristo.

Gesù non è un vegetariano: mangia carne e pesci… I suoi discepoli non si fermano nemmeno alle pratiche igieniche e cultuali degli ebrei, suscitando scandalo. Ciò lascia emergere una sostanziale libertà del cristiano nell’uso dei beni della terra, che però non significa prevaricazione, abuso o disprezzo.
Ma proviamo a mettere in luce alcuni dettagli.

7. Il NT ed il creato
7. 1. Incarnazione
Dio assume la natura umana ed entra nello spazio e nel tempo del creato. Il creato è capace di accogliere Dio. La materia, il creato, la carne sono una realtà diversa da Dio, ma non in opposizione a Lui (contro il manicheismo, il docetismo, l’eresia albigese e càtara). Dio può assumere una natura umana e perciò essa è buona. Non semplicemente perché Dio lo dice (“vide che era cosa buona”), ma perché egli stesso si fa carne.
Questa è una novità tipicamente cristiana. La sapienza dell’AT arriva a dire della bontà del creato, perché Dio ne è il creatore (Gn 1-3).
Ma che Dio si incarni in questa realtà buona, è solo il NT a dirlo. Solo il NT afferma che la natura è una realtà così buona, che persino Dio si “degna” di assumere.
Questa affermazione, nuova rispetto all’AT, è sconvolgente anche per il pensiero greco, che vedeva nella materia l’imperfezione e la mutevolezza: il divenire. Un Dio che si fa uomo?!?
L’incarnazione porta ad una decisiva rivalutazione della “carne” come strumento del Verbo. Nell’umanità del Verbo, vertice della creazione, la materia diviene segno e veicolo della stessa autocomunicazione divina (Rahner). Attraverso la natura umana, Dio comunica la sua realtà all’uomo. Ma anche compie la redenzione dell’umanità.

Gv 1, 14
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Fil 2, 1-11
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù,
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
7 ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
8 umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
9 Per questo Dio l’ha esaltato
e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra;
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

7.2. Creazione e Redenzione
Il creato è opera di Dio in Gesù Cristo. Precisamente: tutto il creato è stato posto in essere da Dio guardando al Cristo. E’ Cristo il modello a cui Dio ha guardato nella creazione del mondo. Potremmo dire che c’è una struttura “cristica” che connota tutta la creazione: non solo l’uomo, ma tutta la realtà porta in sé l’orma di Cristo.
Quale Cristo? Non semplicemente la seconda persona della Trinità, il Figlio di Dio, ma il Figlio di Dio fatto uomo: Gesù Cristo incarnato e redentore. Dio Padre ha creato l’universo per mezzo dello Spirito guardando al Figlio suo, Gesù Cristo, nella prospettiva dell’incarnazione.

Gesù Cristo è:
- la causa “strumentale” della creazione: “per mezzo di lui”;
- la causa “finale” della creazione: “in vista di lui”;
- egli continua a “sostenere” la creazione con la sua potenza: “sussistere in lui” (creazione continua);
- la causa “strumentale” della redenzione: “per mezzo di lui” sono state rappacificate le cose visibili e invisibili. Non solo l’uomo, ma tutta la creazione partecipa alla redenzione operata da Cristo.
In Cristo Gesù si saldano creazione e redenzione. Non c’è stata una creazione dall’inizio, secondo un certo progetto, e poi, siccome il piano di Dio ha fallito, Dio ha cambiato programma (redenzione).
Ma dall’inizio Dio Padre ha pensato alla creazione guardando al Figlio incarnato. La creazione è stata fatta pensando all’incarnazione del Figlio. Per questo essa poteva “strutturalmente” accogliere la natura di Dio. Essa era stata fatta appositamente capace di ospitare il divino. La redenzione non è un “cambio” del programma, ma la continuazione dell’unico piano di Dio in una realtà che l’uomo ha sconvolto con il peccato originale.
L’AT parla di creazione del mondo da parte di Dio, ma non di una creazione in Cristo. Si parla della “sapienza”: una potenza di Dio, per mezzo della quale egli ha creato il mondo. Per noi quella “sapienza” è il Figlio di Dio. Per gli ebrei è una delle “forze” di Dio e la creazione non è stata fatta in previsione dell’incarnazione di Dio.

1 Cor 8, 5-6
E in realtà, anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra, e difatti ci sono molti dèi e molti signori, per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui.

Giov 1:1-3
1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Colossesi 1, 15-20
15 Egli è immagine del Dio invisibile,
generato prima di ogni creatura;
16 poiché per mezzo di lui
sono state create tutte le cose,
quelle nei cieli e quelle sulla terra,
quelle visibili e quelle invisibili:
Troni, Dominazioni,
Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create
per mezzo di lui e in vista di lui.
17 Egli è prima di tutte le cose
e tutte sussistono in lui.
18 Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa;
il principio, il primogenito di coloro
che risuscitano dai morti,
per ottenere il primato su tutte le cose.
19 Perché piacque a Dio
di fare abitare in lui ogni pienezza
20 e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,
rappacificando con il sangue della sua croce,
cioè per mezzo di lui,
le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Eb 1, 1-4
Eb 1:1 Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, 2 in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo.
3 Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4 ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

Ef 1, 3-12
3 Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù
Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei
cieli, in Cristo.
4 In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella
carità,
5 predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo,
6 secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia,
che ci ha dato nel suo Figlio diletto;
7 nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue,
la remissione dei peccati
secondo la ricchezza della sua grazia.
8 Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi
con ogni sapienza e intelligenza,
9 poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua
volontà,
secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui
prestabilito
10 per realizzarlo nella pienezza dei tempi:
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose,
quelle del cielo come quelle della terra.
11 In lui siamo stati fatti anche eredi,
essendo stati predestinati secondo il piano di colui
che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà,
12 perché noi fossimo a lode della sua gloria,
noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

- Il creato permette all’uomo di riconoscere Dio. Questo ci è testimoniato da Rm 1, 18-25:
18 In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia, 19 poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. 20 Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; 21 essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. 22 Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti 23 e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili.
24 Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, 25 poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
- Che il creato stesso sia chiamato a far parte della redenzione dell’uomo viene ribadito anche da Rm 8, 17-22: il gemito della creazione.
18 Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
19 La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; 20 essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza 21 di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; 23 essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
- La bontà del creato. Ogni cosa che esiste è buona. Contro ogni concezione che disprezza la terra: cfr. At 11 (Pt che mangia animali “immondi”).

7.3. Il creato nelle parole e nelle opere di Gesù
Gesù nella sua vita terrena usa spesso la terminologia dell’uomo comune per esprimere le verità divine e compie gesti utilizzando oggetti e forme presi dalla realtà in cui vive. Egli si serve delle realtà creaturali con molta semplicità ed immediatezza.

a) le parabole
Gesù si serve di fatti ed eventi del creato per dire il rapporto del credente con Dio. La natura è capace di esprimere qualcosa della vita spirituale del credente. Essa ci può istruire a volte su temi marginali, altre volte su temi centrali. Alcuni esempi:

Il tema della semina:
- la parabola del seminatore: i diversi terreni che è l’uomo (Mt 13, 4 e parr.)
- il regno di Dio e il seme: l’agire nascosto del regno di Dio (Mc 4, 26)
- il seme che porta frutto se muore: la resurrezione di Cristo (Gv 12, 24)
- il grano buono e la gramigna: la pazienza di Dio (Mt 13, 24)
- l’albero che non porta frutto: la pazienza di Dio (Lc 13, 6)

Il tema della vigna:
- I vignaioli omicidi (Mt 21, 28 ss.)
- La vite ed i tralci (Gv 15, 1 ss.)
- Gli operai dell’ultima ora (Mt 20, 1 ss.)

Gli uccelli del cielo e i fiori dei campi (Mt 6, 25-34): la provvidenza di Dio.
25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?
28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.
Questo è un testo istruttivo, perché dice che la provvidenza di Dio non si preoccupa in modo esclusivo dell’uomo, ma ha a cuore la realtà di tutto il creato.
Il tema della provvidenza di Dio nei confronti di tutte le creature è caro anche alla tradizione biblica dell’AT: cfr. salmi 103, Gb 38 e ss.
Dio ha creato tutta la realtà e non la abbandona a se stessa o all’ingiuria dell’uomo. Continua a prendersene cura. Dio ama il creato che ha posto in essere.
Il NT sottolinea questa verità perché afferma che anche esso è chiamato alla redenzione: anche il creato ha un “futuro” in Dio. Non è un semplice palcoscenico per le vicende dell’uomo.

b) i miracoli
Essi manifestano la Signoria di Gesù su una natura che è ancora segnata dal dolore e dalla carenza, bisognosa anch’essa di essere redenta.
Gesù si manifesta Signore della natura, perché è capace di modificarla. Egli agisce sulla natura con l’obiettivo del “segno”, cioè egli intende mostrare che è Dio.
Agisce a partire dalla natura (dalla realtà che c’è) e dalla fede dei presenti. Il miracolo ha senso lì dove c’è disponibilità a mettere a disposizione quello che si è e a credere in lui.
Il miracolo svela la natura “liberata” grazie all’intervento di Gesù. La natura viene liberata dal giogo della sofferenza e del dolore, che spesso la contraddistingue. Questo (quello di Gesù) allora è il tempo “messianico”: quello che Dio desiderava per l’uomo e quello che sarà alla fine.
Come Gesù stesso afferma in Luca 7, 18-23.
18 Anche Giovanni fu informato dai suoi discepoli di tutti questi avvenimenti. Giovanni chiamò due di essi 19 e li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che viene, o dobbiamo aspettare un altro?». 20 Venuti da lui, quegli uomini dissero: «Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare un altro?». 21 In quello stesso momento Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la vista a molti ciechi. 22 Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella. 23 E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!».

Alcuni esempi:
- le guarigioni
- la tempesta sedata (Mt 8, 24)
- i morti richiamati alla vita (Gv 11; Mt 9, 20)
- la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14, 15)

c) la resurrezione di Gesù
Essa è la vittoria di Dio su una natura votata alla morte e con la resurrezione si chiarifica il significato stesso della morte. La morte è “passaggio” dallo stato presente a quello definitivo, non più il muto accesso al silenzio delle Scheol.
La resurrezione è una trasformazione che non tocca solo l’anima, ma che coinvolge in modo unitario corpo e anima. Cristo risorto non è un fantasma ma un corpo glorificato, che porta i segni della passione e che si ferma a mangiare con i discepoli (Gv 20-21 ed i racconti postpasquali).

d) l’ascensione di Gesù
Con la sua ascensione una parte del creato si trova già presso Dio. Una parte della natura umana e della creazione si trovano presso Dio. Questo significa glorificazione della corporeità umana: glorificazione della natura e del creato. Nell’incarnazione Dio entra nel mondo, il divino entra nell’umano. Con l’ascensione è l’umano che entra nel divino, nella santa Trinità e svela il destino della corporeità umana e con essa di tutto il creato. Il creato – anch’esso – ha un futuro in Dio (cfr. Lc 24 e At 1).

8. Considerazioni conclusive a partire da san Francesco
San Francesco si presenta come il la figura più istruttiva e più originale della spiritualità cristiana nel rapporto con il creato. Non ci sono – o almeno non mi pare di averle incontrato – altre figure che pongano così in rilievo la bontà della creazione. Dobbiamo dire che quanto Francesco dice è tanto più francescano quanto più è cristiano. Egli non aggiunge nulla alla fede cristiana: “esplicita” una attenzione che è già presente “in nuce” nel NT e nella storia della tradizione.
Il merito comunque è notevole, perché allarga l’angolo di visuale (non solo l’uomo e Dio, ma anche le creature) e infonde un senso di letizia e di riconciliazione all’uomo con la natura.
Mi pare che l’apporto più originale di Francesco è l’attribuzione della qualità della “fraternità” alle cose del creato. “Fratello” non è solo il mio prossimo (uomo o donna), ma – ovviamente cogliendo una diversità di intensità – “fratelli” sono anche le cose e gli animali.
Il suo Cantico è una testimonianza (non l’unica nella sua vita) di questo atteggiamento. La novità sta nel guardare alle cose con uno sguardo “carico di affetto”. Non si tratta di oggetti da prendere e usare a nostro piacimento (utor). Bensì di creature “buone”, che vengono da Dio e che sono poste in essere perché l’uomo ne usufruisca (fruor), rispettandole e custodendole.
La bontà del creato non è vista semplicemente perché io lo usi e lo mangi. Il creato non è “buono” esclusivamente in vista dell’utilizzo dell’uomo. Esse sono “buone” perché sono nostri compagni di viaggio, con una identità ed un significato proprio, che è stato loro donato da Dio.
Compagni di viaggio, dal momento che questo creato – come abbiamo già detto – non è destinato alla distruzione, bensì alla partecipazione al Regno di Dio ed alla gloria della Gerusalemme celeste. La salvezza infatti è cosmica ed universale. Questa terra è destinata a diventare dimora del regno attraverso una trasfigurazione di essa: “cieli nuovi e terra nuova”.
San Francesco ci invita ad un profondo rispetto del creato, perché esso vale in sé. Perché c’è una relazione di amicizia tra cose e uomini. Perché la strumentalizzazione del creato esprime una mentalità manipolatrice, tendenzialmente egoista e senza dubbio in antitesi con quella del Poverello d’Assisi (povertà). Perché l’abuso (ma questo Francesco ancora non lo sapeva) può originare gravi disordini e danneggiare i più poveri.
La terra è di Dio. Siamo chiamati a vivere in essa come inquilini e stranieri. La terra che Dio ha dato all’uomo è da condividere con gli animali e le piante, perché c’è una comunione di co-creature che va riscoperta.

9. Uno spunto critico
- Il limite di questo discorso è la sovradeterminazione del creato rispetto all’uomo. Cioè, molto semplicemente, che l’uomo ami di più la natura dell’uomo. Questo non è cristiano!
L’amore per le creature – questo Francesco ce lo testimonia – è una delle vie che può aiutarci ad amare di più il prossimo e Dio. L’amore per la natura non esclude o mette “in secondo piano” il fratello, a volte molto più scomodo e fastidioso di un simpatico cagnolino.
Infine, amore per la natura non significa fermare qualsiasi intervento sulla natura (fruor). C’è un’opera di umanizzazione della natura che è necessario e legittimo, per renderla degna della dimora dell’uomo. Umanizzare la natura infatti non vuole necessariamente distruggerla. L’intervento dell’uomo può essere benefico per l’uomo e per la natura. La natura, in relazione al peccato dell’uomo, è segnata da una ambiguità. Il cristiano è chiamato a liberare se stesso, ma anche la natura, da questa ambiguità (madre o matrigna). In questo modo egli continua l’opera creatrice di Dio Padre e l’azione redentrice di Cristo.

Santa Caterina da Siena

Santa Caterina da Siena dans immagini sacre 2007_1597938

http://www.artic.edu/aic/collections/artwork/25778

Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2014 |Pas de commentaires »

29 APRILE: SANTA CATERINA DA SIENA

http://www.caterinati.org/vitasanta.htm

29 APRILE: SANTA CATERINA DA SIENA

La Vita

Caterina nasce a Siena il 25.3.1347, dal tintore Jacopo Benincasa e da Lapa di Puccio de’ Piacenti. E’ la 24.ma, gemella, di 25 fratelli e sorelle.
All’età di sei anni (1353) ha la prima visione (via del Costone) di Cristo Pontefice, accompagnato dagli apostoli Pietro e Paolo e dall’evangelista Giovanni; è un’esperienza fondamentale per tutta la sua vita, infatti intuisce che deve rivolgere cuore e mente a Dio facendo sempre la Sua volontà. A sette anni fa voto di verginità perpetua; ma la famiglia ostacola la vocazione e la vorrebbe maritare. Le impediscono di avere una camera per sé e la costringono a servire in casa. Un giorno il padre la sorprende in preghiera con una colomba aleggiante sul capo. Decide allora di lasciare libera la giovane di scegliere la propria strada.
Dopo anni di preghiere e penitenze, riceve (1363) l’abito domenicano del Terz’ordine (Mantellate, laiche). Nella sua cameretta, molto spoglia, conduce per alcuni anni vita di penitenza.
A venti anni (1367) impara a leggere, riceve l’anello delle mistiche nozze con Gesù, detta le prime lettere, ha inizio la sua attività caritativa: poveri, malati, carcerati, spesso ripagata da ingratitudine e calunnie. Nel 1368 muore il padre. Nel 1370 avviene lo scambio dei cuori tra Caterina e Gesù. Nel 1371 si aggiungono a Caterina i primi discepoli, chiamati per scherno “caterinati”. Nel 1373 Caterina comincia ad indirizzare lettere a personalità di rilievo del mondo politico. Nel maggio del 1374 è a Firenze, dove acquista nuovi amici e discepoli. In questo stesso periodo le è dato come direttore spirituale fra Raimondo da Capua (suo biografo postumo). Nell’estate si prodiga a Siena per assistere gli appestati.
Nell’autunno è a Montepulciano. Nel 1375 viaggia a Pisa ed a Lucca, per dissuadere i capi delle due città dall’aderire alla lega antipapale. Il 1° aprile (in S.Cristina, Pisa) riceve le stimmate (invisibili). Si colloca in quest’anno l’eccezionale vicenda di Niccolò di Toldo, assistito da Caterina fin sul palco dell’esecuzione capitale. Nel 1376, a maggio, parte per Avignone, arrivando il 18 giugno; il 20 vede Gregorio XI, che si decide a partire per l’Italia il 13 settembre, passando da Genova, dove Caterina lo convince di nuovo a proseguire il viaggio per Roma (dove arriva il 17.1.1377).
Tornata a Siena, Caterina fonda il monastero di S.Maria degli Angeli, nel castello di Belcaro. In estate si reca in Val d’Orcia per pacificare due rami rivali dei Salimbeni e qui riceve quella straordinaria illuminazione sulla Verità che sta alla base del Dialogo; impara anche a scrivere.
Nel 1378, su incarico del Papa, va a Firenze per trattare la pace (ottenuta il 18 luglio). Frattanto Gregorio XI è morto (27 marzo) e gli succede Urbano VI (8 aprile), osteggiato nel collegio dei cardinali che (20 settembre) eleggono Clemente VII (Roberto di Ginevra): è l’inizio dello scisma d’occidente. Caterina, chiamata a Roma da Urbano VI (28 novembre), nel concistoro incoraggia fervorosamente il Pontefice ed i cardinali rimasti fedeli. Nel 1379 è intensa l’attività epistolare per dimostrare a prìncipi, uomini politici ed ecclesiastici, la legittimità dell’elezione di Urbano VI. Caterina si consuma nel dolore per la Chiesa divisa: se ne trova un’eco nelle Orazioni che i discepoli colsero dalle sua labbra. La rivolta dei romani (1380) contro Urbano VI è per Caterina nuovo motivo di sofferenza. Quasi allo strenuo delle sue forze riesce ancora, sotto l’impeto della volontà, ad andare ogni mattina a S.Pietro e trascorrervi l’intera giornata in preghiera. Ma dalla metà di febbraio è immobilizzata a letto. Muore il 29 aprile 1380 sul mezzogiorno (da circa un mese ha compiuto 33 anni). E’ sepolta in S. Maria sopra Minerva. Successivamente Raimondo da Capua soddisferà il desiderio dei senesi portando a Siena il capo della Santa, tuttora in San Domenico. Il corpo, dal 1855, si trova sotto l’altare maggiore della Basilica minerviana a Roma.
Nel 1461 (29 giugno) Pio II (Enea Silvio Piccolomini, senese e già vescovo di Siena) proclama Caterina santa (festa: prima domenica di maggio; successivamente 30 aprile, ed oggi il 29 aprile, giorno del transito). Nel 1866 (8 marzo) Pio IX proclama Caterina compatrona di Roma. Nel 1939 (18 giugno) Caterina da Siena e S.Francesco d’Assisi sono proclamati da Pio XII patroni primari d’Italia. Nel 1970 (4 ottobre) Paolo VI riconosce a Caterina il titolo di Dottore della Chiesa Universale. Il 1.10.1999 Giovanni Paolo II proclama Caterina compatrona d’Europa.

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Un tempo per giocare

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Rubriche Giovani

Un tempo per giocare

Dicembre 2011

Sebbene il gioco sia sempre stato considerato come qualcosa legato esclusivamente all’infanzia, da qualche anno si sta sviluppando una nuova concezione dell’attività ludica, non più vista come momento gratuito di svago, ma come un vero e proprio metodo finalizzato a stimolare l’apprendimento degli studenti nelle scuole e ad aumentare la produttività dei dipendenti nelle grandi aziende.
A causa di questo nuovo orientamento, ormai da tempo vediamo comparire, per esempio, videogiochi « istruttivi » e assistiamo al sorgere di palestre e aree di ricreazione nei luoghi di lavoro.
A prima vista, la Bibbia sembra tacere su questo argomento, ma noi desideriamo applicarci nello studio della Parola, affinché essa possa disciplinare ogni aspetto della nostra vita…
Al contrario di quanto si possa pensare, il gioco esiste fin dagli albori della storia umana.
Nelle Scritture questo termine ricorre raramente, eppure possiamo rintracciarvi degli indizi che testimoniano l’esistenza di questa pratica persino nel popolo d’Israele.
Nel corso dei secoli, molti filosofi, psicologi e sociologi hanno studiato il gioco, classificandolo in varie tipologie a seconda delle caratteristiche ed evidenziandone l’importanza dal punto di vista pedagogico, ma senza disperdersi in tali inutili ripartizioni, a noi occorre distinguere a grandi linee le forme di gioco e svago riscontrabili nella Bibbia.
Nelle Sacre Scritture troviamo riferimenti più o meno espliciti ai giochi d’azzardo, ai divertimenti conviviali (come i banchetti) e ai giochi sportivi.
Di fronte a questa prima suddivisione, possiamo già individuare una particolare forma di gioco che il mondo sembra praticare in maniera febbrile, ma che non si addice ad un cristiano: il gioco d’azzardo.
La Bibbia ci testimonia che tale attività era già in voga nell’antichità, infatti è scritto che quando Cristo fu crocifisso, i soldati tirarono a sorte per aggiudicarsi come vincita la sua tunica (Matteo 27:35).
Oggi il gioco d’azzardo è una delle molte piaghe che affliggono la nostra società, la quale, essendo attirata dalla possibilità di vincere del denaro, tenta la sorte ma poi viene ingannata dal laccio del vizio.
La Parola è molto chiara su questo argomento: « Ma coloro che vogliono arricchirsi cadono nella tentazione, nel laccio e in molte passioni insensate e nocive, che fanno sprofondare gli uomini nella rovina e nella distruzione » (1 Timoteo 6:9).
Alcuni ritengono che non ci sia nulla di male nel giocare senza scommettere denaro, ma al di là di questo, personalmente ritengo che non sia molto edificante, per esempio, vedere un cristiano seduto ad un tavolo con delle carte da gioco in mano.
Leggendo la Bibbia, ci si potrebbe giustificare affermando che presso il popolo d’Israele fosse consuetudine tirare a sorte, ma in questo caso occorre fare un chiarimento.
Nella Scrittura è riportato che gli israeliti usavano tirare a sorte non per giocare, per tentare la fortuna o per aggiudicarsi delle vincite, ma unicamente per prendere decisioni importanti o per spartirsi la proprietà della terra.
In Giosuè 18:10 è chiaramente detto che Giosuè tirò le sorti per il popolo davanti all’Eterno.
Questa dicitura significa che anche se Israele utilizzò una pratica apparentemente regolata dal caso e dalla fortuna, ogni decisione e ogni evento era stato già stabilito da Dio e da Lui gli uomini attendevano la rivelazione e la manifestazione della sua volontà, perché: « Le disposizioni del cuore appartengono all’uomo, ma la risposta della lingua viene dall’Eterno » (Proverbi 16:1).
Oggi, per noi credenti, non è più necessario tirare a sorte per conoscere la volontà di Dio, perché Egli ci ha donato lo Spirito Santo, il quale ci rivela la volontà del Padre contenuta nella Parola che leggiamo.
Veniamo ai banchetti: nei tempi antichi essi costituivano il modo più consueto di divertirsi e rilassarsi.
Ogni avvenimento particolare e ogni ricorrenza come la mietitura, la vendemmia o la nascita di un figlio, offrivano il pretesto per organizzare dei conviti nei quali, oltre al cibo, erano protagonisti la musica, le danze e alcuni giochi come la proposta di enigmi e indovinelli (Giudici 14:12, 1 Re 10:1).
Israele aveva delle occasioni particolari nelle quali si riuniva per condividere il cibo, come ad esempio la festa della Pasqua, ma anche in questo caso l’attitudine del popolo di Dio era diversa da quella dei gentili, poiché essi celebravano delle feste comandate dalla legge in onore dell’Eterno.
Questa considerazione fa nascere spontanea una domanda: le agapi organizzate dai credenti del nuovo testamento, possono essere considerate delle occasioni di svago e divertimento?
Innanzitutto l’agape non è un’opportunità di « svagarsi in maniera cristiana », ma nasce dal dovere dell’amore fraterno, che fra le tante opere, trova espressione anche tramite la partecipazione dei credenti ad un pasto comune.
Un’agape, per essere tale, non può nascere dalla volontà di pochi fedeli che decidono di riunirsi tra loro, ma deve essere decisa dal pastore e richiede la partecipazione di tutti i credenti dalla chiesa.
Bisogna stare attenti al modo con il quale ci si accosta a tali attività e non bisogna dimenticare che l’apostolo Paolo dovette intervenire nella chiesa di Corinto perché si erano introdotti dei disordini nello svolgimento delle agapi, che erano diventate soltanto delle occasioni per sollazzarsi.
Infine abbiamo lo sport, alla cui pratica la cultura ebraica lasciava poco spazio, sebbene l’abilità bellica di alcuni uomini fa supporre che si praticasse comunque l’allenamento e l’esercizio fisico (Giudici 20:16).
La cultura ellenista, imperante ai tempi dell’apostolo Paolo, incoraggiava l’organizzazione di giochi e gare atletiche che infondevano nei partecipanti il senso della disciplina, uno stile di vita sano e il rispetto delle regole.
Ai credenti di Corinto dovevano essere ben noti questi elementi culturali, infatti Paolo li utilizza per istituire un paragone tra l’atleta mondano e l’atleta cristiano: « Non sapete voi che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo ne conquista il premio? Correte in modo da conquistarlo » (1 Corinzi 9:25).
Abbiamo ampiamente dimostrato che la Bibbia ci testimonia dell’esistenza di varie tipologie di gioco e divertimento, ma ora è il momento di domandarsi: è lecito per un cristiano dedicarsi a queste forme di svago?
Ho investigato a lungo il Nuovo Testamento alla ricerca di un accenno ad un momento ludico o di ricreazione o di ilarità da parte del Signore e degli apostoli, ma non l’ho trovato.
Persino durante la sua infanzia, Gesù non prendeva parte ai giochi dei suoi coetanei ma preferiva stare presso il tempio a discutere con i dottori della legge: « E avvenne che, tre giorni dopo, lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, intento ad ascoltarli e a far loro domande » (Luca 2:46) e i primi convertiti, a quanto pare, seguivano il suo esempio: « E perseveravano con una sola mente tutti i giorni nel tempio e rompendo il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore… » (Atti 2:46).
Timoteo era un giovane ministro sul quale gravava il peso di un’opera importante e sicuramente anche lui era soggetto a momenti di malattia e di stanchezza, ma nonostante questo, l’apostolo Paolo non gli consiglia di prendersi un periodo di riposo per dedicarsi ai suoi interessi e ricrearsi, anzi lo incoraggia a dedicarsi maggiormente all’opera: « Applicati alla lettura, all’esortazione e all’insegnamento, finché io venga. Non trascurare il dono che è in te che ti è stato dato per profezia, con l’imposizione delle mani da parte del collegio degli anziani.
Adoperati per queste cose e dedicati ad esse interamente, affinché il tuo progresso sia manifesto a tutti » (1 Timoteo 4:13- 15).
Ricordo che quando facevo parte del coro dei bambini della chiesa, cantavo un cantico tratto dalle parole del Predicatore, il quale mi ricordava che c’era un tempo per giocare, ma anche un tempo per fare tante altre cose: « Per ogni cosa c’è la sua stagione, c’è un tempo per ogni situazione sotto il cielo » (Ecclesiaste 3:1).
L’apostolo Paolo ci dice ancora che: « Quand’ero un bambino, parlavo come un bambino, avevo il senno di un bambino, ragionavo come un bambino; quando sono diventato uomo, ho smesso le cose da bambino » (1 Corinzi 13: 11).
Quando entrai nel periodo dell’adolescenza cominciai a ricevere qualche piccolo incarico nella chiesa e di ciò ero entusiasta, perché mi sentivo più adulto e responsabile, ma ben presto compresi che servire il Signore significava sacrificare gran parte del mio tempo libero che fino a quel momento avevo dedicato ai miei giochi infantili.
Per un lungo periodo affrontai di malavoglia quei doveri che inizialmente avevo accettato di buon grado, ma successivamente, notando lo zelo che avevano gli altri giovani neoconvertiti, compresi di non avere più tempo da sprecare nei giochi e nei divertimenti proposti dal mondo e così pregai il Signore affinché potessi ricevere la stessa passione e lo stesso zelo dei miei fratelli per l’opera sua.
Questo mondo ci ruba già troppo tempo, ci obbliga a lavorare o a studiare per tante ore al giorno e ci lascia ben poco a disposizione, perciò non permettiamo che esso eserciti il controllo anche sul nostro tempo libero.
Il gioco è un elemento importante per la crescita di ogni bambino e sicuramente ha un forte valore formativo, ma prima o poi va abbandonato per dedicarsi con serietà ai doveri che giungono con l’età adulta.
L’adolescenza è proprio il momento adatto per iniziare questa prova di maturità: se ti accorgi che i giochi, i passatempi, i divertimenti e le proposte di svago di questo mondo ti impediscono di leggere la Bibbia, di pregare e di dedicarti all’opera di Dio, chiedi al Signore che possa infondere in te la fede e la costanza necessaria per non stimare più queste cose futili.
Il mondo mostra il suo zelo dedicandosi interamente a determinate attività ricreative con lo scopo di dare un significato la propria esistenza, ma i cristiani, che conoscono il vero scopo della vita su questa terra, devono profondere un impegno maggiore nelle cose del Padre, perché riceveranno un premio celeste: « Ora, chiunque compete nelle gare si auto-conrtolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi dobbiamo farlo per riceverne una incorruttibile » (1 Corinzi 9:25)

NESSUNO È SALITO AL CIELO, FUORCHÉ IL FIGLIO DELL’UOMO CHE DAL CIELO DISCESE – SANT’AGOSTINO

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20010525_agostino_it.html

NESSUNO È SALITO AL CIELO, FUORCHÉ IL FIGLIO DELL’UOMO CHE DAL CIELO DISCESE

DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO (SERM. DE ASCENS. DOM., 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

« Oggi il nostro Signore Gesù Cristo è salito al cielo; salga con lui il nostro cuore. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose dell’alto, dove Cristo è assiso alla destra di Dio; pensate alle cose dell’alto, non a quelle della terra. Come infatti egli è salito ma non si è allontanato da noi, così anche noi siamo già là con lui, sebbene nel nostro corpo non sia ancora avvenuto ciò che ci è promesso.
Egli viene ormai esaltato al di sopra dei cieli; tuttavia soffre qui in terra tutti gli affanni che noi, che siamo sue membra, sopportiamo. Di questo diede testimonianza gridando dall’alto: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti? E: Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare. Perché anche noi non fatichiamo sulla terra, in modo tale che per mezzo della fede, carità e speranza, tramite le quali siamo uniti a lui, riposiamo già fin d’ora con lui in cielo?
Egli, pur essendo là, è anche con noi; anche noi, pur vivendo quaggiù, siamo anche con lui. Egli può fare quello sia per la potestà, sia per la divinità, sia per l’amore; noi invece, anche se non possiamo fare questo, come lui, per la divinità, lo possiamo tuttavia per l’amore che nutriamo verso di lui.
Egli non abbandonò il cielo, quando di là discese fino a noi; e neppure si e allontanato da noi quando è nuovamente asceso al cielo. Infatti che fosse là, mentre si trovava qui, lo asserisce così lui stesso: Nessuno, dice, è salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che dal cielo discese e che è in cielo. Questo è stato detto in conseguenza dell’unità, perché egli è il nostro capo e noi siamo il suo corpo. Dunque nessuno può fare questo se non lui, perché anche noi siamo lui, per il motivo che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.
Così infatti l’Apostolo dice: Come, infatti, il corpo è uno, sebbene abbia molte membra; e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, formano un solo corpo, così anche il Cristo. Non dice: così Cristo, ma dice: così anche il Cristo. Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo. Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è asceso se non lui, mentre noi siamo saliti in lui per grazia. E parimenti non discese se non Cristo, e non salì se non Cristo, non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo. »

Preghiera
Dio onnipotente, guarda la tua Chiesa che esulta e ti rende grazie in questa liturgia di lode, poiché in Cristo che ascende al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te: concedi a noi, membra del suo corpo, di vivere la speranza che ci chiama a seguire il nostro capo nella gloria: Lui che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

« a cura del Dipartimento di Teologia Spirituale
della Pontificia Università della Santa Croce »

 

Publié dans:SANT'AGOSTINO |on 28 avril, 2014 |Pas de commentaires »
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