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SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

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SS MICHELE, GABRIELE, RAFFAELE – 29 SETTEMBRE

San Michele è potente, specialmente nella lotta contro il Maligno. San Gabriele è lo specialista nel campo delle comunicazioni e san Raffaele è, in modo speciale, il protettore dei viaggiatori, con poteri straordinari per guarire gli infermi.

GLI ARCANGELI
Sono gli angeli inviati da Dio per missioni di particolare importanza. Nella Bibbia se ne nominano soltanto tre: Michele, Gabriele e Raffaele..
San Raffaele dice di sè: Io sono Raffaele, uno dei sette santi angeli, che presentano le preghiere dei giusti e possono stare dinanzi alla maestà del Signore (Tob 12, 15). Alcuni autori li vedono anche nell’Apocalisse, dove si dice: Grazia a voi e pace da Colui che è, che era e che viene, dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono (Ap 1, 4). Vidi che ai sette angeli ritti davanti a Dio furono date sette trombe (Ap 8, 2).
Nel 1561 Papa Pio IV consacrò la chiesa, costruita nel locale del salone delle terme dell’imperatore Diocleziano, a santa Maria e ai sette arcangeli. Si tratta della chiesa di Santa Maria degli Angeli.
La mistica austriaca Maria Simma ci dice: Nella Sacra Scrittura si parla di sette arcangeli dei quali i più conosciuti sono Michele, Gabriele e Raffaele.
San Gabriele è vestito da sacerdote e aiuta specialmente chi invoca molto lo Spirito Santo. È l’angelo della verità e nessun sacerdote dovrebbe lasciar passare nemmeno un solo giorno senza chiedergli aiuto.
Raffaele è l’angelo della guarigione. Aiuta specialmente i sacerdoti che confessano molto ed anche gli stessi penitenti. In particolar modo le persone sposate dovrebbero ricordarsi di san Raffaele.
L’arcangelo san Michele è l’angelo più forte contro ogni tipo di male. Dobbiamo chiedergli spesso che protegga non solo noi, ma anche tutti i membri vivi e defunti della nostra famiglia.

San Gabriele
Il suo nome significa forza di Dio. Lo si rappresenta con una verga di giglio profumato, che ossequiò a Maria nel momento dell’Annunciazione e che rappresenta la purezza immacolata della Vergine Santa. La sua festa è il 25 marzo, ricorrenza dell’Annunciazione.
È il messaggero di Dio per eccellenza e colui che comunica agli uomini le grandi notizie da parte del Signore. Già nell’Antico Testamento parla al profeta Daniele degli avvenimenti importanti che avranno luogo per il popolo di Israele e si parla chiaramente del Messia promesso al popolo d’Israele.
Per questo Gabriele è chiaramente, già dall’Antico Testamento, l’ambasciatore di Dio per i grandi avvenimenti del popolo di Dio. E ciò si manifesta con totale chiarezza nel Nuovo Testamento quando viene annunciata la nascita di Giovanni il Battista e di Gesù.
Dice Gabriele a Zaccaria: Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo (Lc 1, 19-20).
Ma soprattutto egli annuncia a Maria la grande notizia della nascita del Salvatore: Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te (Lc 1, 26-28). Maria si spaventa alla vista dell’angelo, che le ha chiarito fin dal principio che veniva da parte di Dio. E Dio, per mezzo di Gabriele, le dice le belle parole dell’Ave Maria: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te. Parole divine ed evangeliche, la cui ripetizione nell’Ave Maria non può essere se non fonte di immense benedizioni per i credenti.
Ed egli continua dicendo: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore Iddio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre nella casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine (Lc 1, 30-33).
Poi l’angelo le spiega il concepimento miracoloso di Gesù: Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato figlio di Dio. Vedi: Anche Elisabetta tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio. Allora Maria disse: eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto. E l’angelo partì da lei (Lc 1, 35-38).
In questa ambasciata, Gabriele si presenta dinanzi all’umanità come il grande comunicatore, il grande messaggero, come se fosse il corriere di Dio. Perciò papa Paolo VI lo nominò patrono delle poste, dei postini, degli impiegati delle poste e dei filatelici, attraverso la lettera apostolica Quondoquidem del 9 dicembre 1972.
Papa Pio XII lo proclamò patrono delle telecomunicazioni e dei comunicatori col breve apostolico del 12 gennaio 1951, in cui si dice:
Dinanzi alla sollecitudine di molti personaggi che lavorano nel mondo delle telecomunicazioni e che hanno chiesto che venga concesso loro san Gabriele arcangelo come celeste patrono, abbiamo deciso di accogliere favorevolmente questa richiesta che risponde anche ai nostri desideri. Perciò, con il nostro potere apostolico, costituiamo per sempre e dichiariamo san Gabriele arcangelo patrono celeste davanti a Dio delle telecomunicazioni, dei loro specialisti e di tutti gli impiegati, concedendo a san Gabriele tutti gli onori e privilegi che corrispondono normalmente ai patroni principali.
Poiché san Gabriele è ambasciatore di Dio, è anche patrono degli ambasciatori e dei diplomatici; così pure l’hanno per patrono gli annunciatori radiofonici e tutti gli impiegati, i lavoratori e gli operatori della radio e della televisione, nonché gli operatori telefonici e i messaggeri. Attualmente molti lo considerano patrono dei cibernauti e di Internet.

SAN RAFFAELE
Raffaele significa medicina di Dio e di solito si rappresenta questo arcangelo insieme a Tobia, mentre lo accompagna o lo libera dal pericolo del pesce. Il suo nome compare soltanto nel libro di Tobia, dove egli viene presentato come modello di angelo custode, perché protegge Tobia da tutti pericoli: dal pesce che voleva divorarlo (6, 2) e dal demonio che l’avrebbe ucciso con quegli altri sette pretendenti di Sara (8, 3). Guarisce la cecità del padre (11, 11) e così manifesta il suo carisma speciale di essere medicina di Dio e patrono di coloro che curano i malati. Sistema la faccenda dei soldi prestati a Gabaele (9, 5) e consiglia a Tobia di sposarsi con Sara.
Umanamente, Tobia non si sarebbe mai sposato con Sara, perché aveva paura di morire come i precedenti mariti di lei (7, 11), ma Raffaele guarisce Sara dalle sue paure e tranquillizza Tobia affinché si sposi, perché quel matrimonio è voluto da Dio da tutta l’eternità (6, 17). Lo stesso Raffaele è colui che presenta le preghiere di Tobia e della sua famiglia davanti a Dio: Quando pregavate, io presentavo le vostre orazioni davanti al Santo; quando tu seppellivi i morti, anch’io ti assistevo; quando senza pigrizia ti alzavi e non mangiavi per andare a seppellirli, io ero con te (12, 12-13).
Raffaele viene considerato il patrono dei fidanzati e dei giovani sposi, perché sistemò tutto ciò che riguardava il matrimonio fra Tobia e Sara e risolse tutti i problemi che ne impedivano la realizzazione. Per questo tutti i fidanzati devono raccomandarsi a san Raffaele e, per mezzo di lui, alla Madonna che, come Madre perfetta, si preoccupa della loro felicità. Così Lei fece infatti alle nozze di Cana, durante le quali ottenne da Gesù il primo miracolo per far felici i neo sposi.
Inoltre san Raffaele è un buon consigliere familiare. Invita la famiglia di Tobia a lodare Dio: Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio; lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. [...] Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute (12, 17- 20). E consiglia a Tobia e a Sara di pregare: Prima di unirti a lei, alzatevi tutti e due a pregare. Supplicate il Signore del cielo perché venga su di voi la sua grazia e la sua salvezza. Non temere: Essa ti è stata destinata fin dall’eternità. Sarai tu a salvarla. Ti seguirà e penso che da lei avrai figli che saranno per te come fratelli. Non stare in pensiero (6, 18).
E quando si trovarono da soli nella stanza da letto, Tobia disse a Sara: Sorella, alzati! Preghiamo e domandiamo al Signore che ci dia grazia e salvezza. [...]
Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: Non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine di intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia.
E dissero insieme: Amen, amen! (8, 4-8).
È importante pregare in famiglia! La famiglia che prega unita, rimane unita. Inoltre, san Raffaele è patrono speciale dei marinai, di tutti coloro che viaggiano per acqua e di coloro che vivono e lavorano vicino all’acqua, poiché, siccome liberò Tobia dal pericolo del pesce nel fiume, può liberare anche noi dai pericoli delle acque. Per questo è patrono speciale della città di Venezia.
Per di più è patrono dei viandanti e dei viaggiatori, che lo invocano prima di intraprendere un viaggio, perché egli li protegga come protesse Tobia nel suo viaggio.
Ed ancora è patrono dei sacerdoti che confessano e amministrano l’unzione degli infermi, poiché la confessione e l’unzione degli infermi sono sacramenti di guarigione fisica e spirituale. Per questo i sacerdoti dovrebbero chiedere il suo aiuto specialmente quando confessano ed amministrano l’estrema unzione. È patrono dei non vedenti, perché può guarirli dalla cecità come fece al padre di Tobia. Ed in modo molto speciale è patrono di coloro che curano o badano agli infermi, concretamente, dei medici, degli infermieri e delle badanti.

SAN MICHELE
Michele (Mi-kha-el) vuol dire chi come Dio. Alcuni hanno visto san Michele nell’apparizione a Giosué, poiché si presenta con una spada sguainata in mano, esattamente come viene rappresentato san Michele. Egli disse a Giosué: Sono un principe dell’esercito di Yahvé… togliti i calzari, perché il luogo che calpesti è santo (Gs 5, 13-15).
Quando il profeta Daniele ebbe una visione e rimase come morto, disse: Però Michele, uno dei primi principi, mi è venuto in aiuto e io l’ho lasciato là presso il principe del re di Persia (Dn 10, 13). Io ti dichiarerò ciò che è scritto nel libro della verità. Nessuno mi aiuta in questo se non Michele, il vostro principe (Dn 10, 21).
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, che non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo (Dn 12, 1).
Nel Nuovo Testamento, nella lettera di san Giuda Taddeo, sta scritto: L’arcangelo Michele quando, in contesa con il diavolo, disputava per il corpo di Mosé, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore! (Gd 9).
Ma è soprattutto nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse che appare chiaramente la sua missione di capo degli eserciti angelici nella lotta contro il diavolo e i suoi demoni:
Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto per mezzo del Sangue dell’Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio, poiché hanno disprezzato la vita fino a morire (Ap 12, 7-11).
San Michele arcangelo è considerato il patrono speciale del popolo di Israele, come sta scritto in Daniele al capitolo 12, versetto 1. Inoltre è stato nominato patrono speciale della Chiesa cattolica, il nuovo popolo di Dio del Nuovo Testamento.
Viene acclamato anche come patrono dei giudici e di coloro che esercitano la giustizia, infatti lo si rappresenta con la bilancia in mano. E poiché è il capo degli eserciti celesti nella lotta contro il male e contro il diavolo, viene considerato patrono dei soldati e dei poliziotti. Poi è stato scelto come patrono dei paracadutisti e dei radiologi e di tutti coloro che curano per mezzo del radio. Ma è specialmente potente contro Satana. Per questo gli esorcisti lo invocano come un difensore fortissimo.

 

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29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

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29 SETTEMBRE. SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico».
Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!» . Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di queste!».
Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo»
(Dal Vangelo secondo Giovanni 1, 47-51)

Vedere il cielo aperto, il desiderio più intimo di ogni uomo. Vederlo ora, in questa storia concreta che stiamo vivendo. Il sogno di Giacobbe, cui fanno riferimento le parole di Gesù, è un’immagine della fede: vedere in ogni evento una scala ben piantata sulla terra ma che sale sino al Cielo. E, nel Cielo aperto, contemplare il Figlio dell’Uomo, il Signore Gesù Cristo risorto dalla morte. Senza questa scala non possiamo vivere in pienezza, gli eventi, le esperienze, ogni aspetto della nostra vita scorre via senza senso, anche se vissuto intensamente. Senza questa scala la via diviene come quella dei « molti che, credendosi degli dei, pensano di non aver bisogno di radici, né di fondamenti che non siano essi stessi. Desidererebbero decidere solo da sé ciò che è verità o no, ciò che è bene o male, giusto e ingiusto; decidere chi è degno di vivere o può essere sacrificato sull’altare di altre prospettive; fare in ogni istante un passo a caso, senza una rotta prefissata, facendosi guidare dall’impulso del momento. Queste tentazioni sono sempre in agguato. È importante non soccombere ad esse, perché, in realtà, conducono a qualcosa di evanescente, come un’esistenza senza orizzonti, una libertà senza Dio » (Benedetto XVI, Madrid 2011). La scala che ha visto Giacobbe è la garanzia di un fondamento sicuro e di un orizzonte certo; la scala di Giacobbe è la Croce del Signore, piantata nella storia nostra di ogni giorno e la « cui cima tocca il Cielo », come recita un inno della Chiesa primitiva.
La scala di Giacobbe ci svela il mistero racchiuso negli eventi della nostra vita: essi non sono qualcosa di evanescente, ma « guardano » al Cielo. Di più, ogni avvenimento che ci coinvolge è « contemporaneo » del Cielo, mentre lo viviamo qui sulla terra esso è « trascritto » lassù. Ogni istante ha un valore eterno, è parte di una storia che trascende il tempo e lo spazio, è unico, irripetibile e santo in Dio. Per questo Gesù ci dice che vedremo cose più grandi, cose meravigliose: esse sono tutte le cose che ci riguardano e che, in Lui, nella sua vittoria sulla morte, oltrepassano l’attimo fuggente, sconfiggono l’ineluttabile scorrere ed evaporare del tempo. Le cose più grandi sono le nostre vite, le cose nostre di tutti i giorni, quelle della routine e quelle degli eventi che ci sorprendono, le gioie e i dolori. Le vedremo tutte grandi della sua grandezza, tutte belle della sua bellezza, tutte affascinanti del suo fascino. Le vedremo più grandi perchè in tutte vi è inscritto il mistero più grande, la scala che conduce al Cielo, la sua Croce che ci attira a sé, alla sua dimora, alla pace e al compimento del Cielo. Come Giacobbe impaurito, solo, ramingo e in fuga dalla storia, nella notte di un deserto di angoscia, anche a noi, così spesso chiusi nelle alienazioni che, stordendoci, ci aiutino a non pensare e soffrire, appare una scala, la Croce di Cristo, e ci schiude il Cielo, il senso unico ed autentico della nostra esistenza.
Ogni cosa che ci appartiene infatti è un frammento di Cielo, una primizia di quella che sarà la vita beata nella sua intimità. Vedremo in ogni cosa, relazione, attività, l’abbozzo di quel compimento cui aneliamo. Ora, in questo istante, è già tutto compiuto: non manca nulla a nessun secondo della nostra vita. Potremmo morire ora, in questo istante, sazi di giorni e di beni, esattamente come siamo e con quello che abbiamo vissuto. Anche se ci sembra di non aver concluso nulla, di essere ancora dispersi nella precarietà degli affetti, del lavoro, della salute: in Lui ogni lembo di terra che calpestiamo è uno spicchio di Cielo, ogni fallimento diviene un successo, ogni debolezza una forza da trasportare le montagne, ogni morte è trasformata in vita. La fede ci apre gli occhi sulla grandezza della nostra vita, perchè in essa è stata deposta la scala che svela il destino autentico, la comunione e l’intimità con Colui che è disceso dal Cielo per raggiungere il nostro presente e farlo contemporaneo del Cielo, per prenderci, ora e sederci accanto a Lui alla destra del Padre.
E’ questa la notizia che gli angeli, instancabilmente, recano a ciascuno di noi. Gli Arcangeli, che salgono e scendono la scala che unisce la terra al Cielo, che consegnano agli uomini il cuore di Dio, l’intimità con Lui da loro vissuta. Essi « portano Dio agli uomini, aprono il cielo e così aprono la terra. Proprio perché sono presso Dio, possono essere anche molto vicini all’uomo. Gli Angeli parlano all’uomo di ciò che costituisce il suo vero essere, di ciò che nella sua vita tanto spesso è coperto e sepolto. Essi lo chiamano a rientrare in se stesso, toccandolo da parte di Dio » (Benedetto XVI, Cappella Papale per l’Ordinazione di nuovi vescovi, 2007).
Per questo la missione degli angeli definisce quella della Chiesa. Non a caso, nella Chiesa primitiva, i vescovi erano chiamati angeli. « In occasione del Giubileo del 2000, il Beato Giovanni Paolo II ha ribadito con forza la necessità di rinnovare l’impegno di portare a tutti l’annuncio del Vangelo «con lo stesso slancio dei cristiani della prima ora». È il servizio più prezioso che la Chiesa può rendere all’umanità e ad ogni singola persona alla ricerca delle ragioni profonde per vivere in pienezza la propria esistenza » (Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Missionaria, 2011). Lo slancio degli angeli, le ali della Chiesa che sospingono gli apostoli sino agli estremi confini della terra: come Michele, per difendere e combattere il drago e distruggere le sue menzogne che accusano Dio e l’uomo; come Gabriele, per annunciare la notizia che Dio si è fatto carne per salvare ogni carne e condurla al Cielo; come Raffaele, per sanare ogni rapporto nella comunione strappata alla concupiscenza, e guarire gli occhi perchè possano contemplare, in tutto, l’amore di Dio.
Attirati nella visione della fede, accompagnati dai messaggeri che ci conducono a salire e ridiscendere la scala della Croce, siamo chiamati anche noi a divenire angeli per chi ci è affidato: « vicini a ciascuno per la compassione ed elevati al di sopra di tutti nella contemplazione… Per questo Giacobbe, quando il Signore risplendeva su di lui in alto ed egli in basso unse la pietra, vide angeli che salivano e scendevano: a significare, cioè, che i veri predicatori non solo anelano verso l’alto con la contemplazione, al Capo santo della Chiesa, cioè al Signore, ma nella loro misericordia scendono pure in basso, alle sue membra » (S. Gregorio Magno, Regola Pastorale, II 5). Ecco dunque la nostra missione, come una scala offerta al mondo: uno sguardo che contempla il Cielo per scorgervi la vita trasfigurata nel Signore vittorioso; e una compassione infinita che consegni, ad ogni uomo qui sulla terra, Cristo vivo in noi, perchè vi prenda dimora il suo amore e lo conduca al Cielo. « Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, che gli donano la materia del mondo e della loro vita, servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, alla riconciliazione dell’universo. Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. Entrando voi stessi in unione con Cristo, potrete portare la chiamata di Cristo agli uomini » (Benedetto XVI, ibid).
Angeli che mettono a disposizione la propria carne perchè Cristo giunga sulla soglia di ogni uomo, la nostra vita è, come quella di Santo Stefano, consegnata alle pietre dei nemici. E’ proprio quando il mondo si ribella contro Dio, quando perseguita e di nuovo crocifigge Cristo nei suoi discepoli che il Cielo si schiude e la salvezza scende dal Trono misericordioso di Dio. Sotto la tempesta di pietre che ne carpivano la vita, il volto di Stefano diveniva, proprio agli occhi dei suoi carnefici, come quello di un angelo; e, piegando le ginocchia mentre raccoglieva gli ultimi respiri, egli contemplava il Cielo aperto ed il Figlio dell’Uomo alla destra del Padre, la bestemmia più grande, la stessa che aveva crocifisso il SIgnore. La bestemmia che annuncia il Cielo finalmente dischiuso sulle vicende di ogni uomo, Dio che si fa prossimo ad ogni sofferenza, che prende carne umana per far santa ogni vita: nessuno può sopportare la bellezza e la santità della propria vita, mentre la sua libertà pervertita gli fa gustare il frutto amaro di dolore, corruzione e morte. Nessuno può accettare il paradosso della misericordia di Dio capace di prendere su di sé ogni peccato e perdonarlo: è troppo per l’orgoglio dell’uomo, significa accettare la propria debolezza e il proprio fracasso. E’ necessario vederla autentica e credibile questa misericordia; è necessario che bussi alla porta del proprio sepolcro, sono necessari angeli come Stefano che la incarnino, e mostrino il Cielo nella morte. E’ necessaria la nostra vita, dove Cristo viene a prendere dimora per replicare, ogni giorno, come in Stefano, il suo mistero d’amore. Così è proprio mentre il mondo ci rifiuta, disprezza e uccide nei tanti nemici che reclamano la nostra vita, che esso riceve la vita. E’ proprio mentre moriamo crocifissi e perdoniamo che il Signore appare vivo in noi; è nel martirio quotidiano che offriamo, ai nostri carnefici, la scala che li conduce al paradiso. Siamo chiamati ad essere Angeli sulla soglia della tomba, ad annunciare il perdono e la vita, che non vi è nulla da temere, che Cristo è risorto dai morti e attende ogni uomo in Galilea, nella sua storia concreta, dove vederlo e incamminarsi con lui verso il Cielo.

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FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – OMELIA (2007)

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FESTA DELLA SANTA FAMIGLIA – OMELIA (2007)

Let. 1a Sir. 3, 3 – 7. 14 – 17. 2a Col.1, 12 – 21. Vang. Mt. 2, 13 – 15. 19 – 23.

Introduzione

Nella Festa della Famiglia di Nazarhet la Liturgia ci invita a meditare sui valori della famiglia cristiana, che sono la comunione di amore, l’indissolubilità, l’armonia semplice e austera per l’adempimento di una missione sacra, che è quello dell’inizio di nuove vite e dello sviluppo di esse. E’ stato questo il meraviglioso disegno di Dio su di essa e ciò certamente contrasta oggi con la confusione delle idee proposte dalle varie ideologie, che tentano di dissacrare quella che dovrebbe essere « Chiesa Domestica ». Per disporci alla celebrazione domandiamo perdono per aver contribuito alla perdita dei valori dell’amore, della gratuità e della riconciliazione nelle Famiglie.

OMELIA Il Papa Paolo VI°, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, nella Basilica di Nazareth disse: « Insegni Nazareth che cosa è la famiglia, quale la sua comunione di amore, quale la sua semplice ed austera bellezza, quale il suo carattere sacro e inviolabile ». Ciò mi fa pensare alla necessità di porre l’attenzione sui valori spirituali della Famiglia Cristiana, che trovano i suoi punti di appoggio sulla rivalutazione dell’amore, sulla Fede vissuta e sulla visuale di Speranza, che aiuta i membri della Famiglia ad affrontare i problemi con ottimismo cristiano e con rinnovato impegno. Del resto sono questi i valori che ci presentano i membri di quella Famiglia, che il Figlio di Dio si è scelta per seguire la via di tutti gli uomini nella sua esperienza terrena. La sacra Famiglia di Nazareth è proposta dalla Chiesa come modello di ogni famiglia proprio perché è fondata sull’amore autentico e perché in essa Dio è sempre al primo posto; tutto è subordinato a Lui; niente si vuole o si fa al di fuori del suo volere. Anche la sofferenza è abbracciata con profondo spirito di Fede, vedendo in ogni circostanza l’attuazione di un piano divino anche se questo resta spesso avvolto nel mistero. Le vicende più aspre e dure non turbano l’armonia appunto perché tutto è considerato alla luce di Dio; perché Gesù è il centro degli affetti; perché Maria e Giuseppe gravitano intorno a Lui, dimentichi di sé, interamente associati alla sua Missione. La Parola di Dio ascoltata ci aiuta a comprendere sempre di più questa esigenza. Nel brano del Siracide la famiglia descritta come baluardo contro il paganesimo ellenistico, ci presenta un ideale terreno che non è solo quello di una lunga vita come meta dell’onore reso ai genitori e della stima e della reputazione conseguente alla saggia educazione dei figli, ma al fondo c’è un significato religioso dei doveri verso i genitori, che è richiamato da tre valori: l’espiazione dei peccati, l’esaudimento della preghiera, la benedizione di Dio. E’ già un preludio della nuova fisionomia che il nuovo testamento dà ai rapporti familiari. S. Paolo nella seconda lettura ci dice che il primato di Cristo ha ripercussioni morali sulla vita della famiglia perché la signoria di Cristo si deve manifestare non solo nelle celebrazioni liturgiche, ma anche nelle relazioni coniugali e familiari. La portata della formula  » nel Signore « , riportata dall’Apostolo è di grande peso perché si tratta di fare sempre ciò che è gradito al Signore, imitando il Cristo nel quale il Padre si è compiaciuto. Il brano del Vangelo ci dice che la Famiglia di Gesù rivive l’Esodo dall’Egitto e realizza così la profezia di Osea : »Dall’Egitto ho chiamato il mio Figlio ». Giuseppe e Maria rappresentano l’Israele fedele che il Messia guida a compiere l’ultimo e definitivo Esodo in vista della formazione della Nuova Comunità Messianica.. E’ chiaro che L’Ecvangelista Matteo vede nella Sacra Famiglia come una concentrazione delle sorti del Popolo di Dio: essa è « una Chiesa domestica »! La salvezza della famiglia di Gesù dal potere oppressore dei nuovi faraoni che la minacciano è l’inizio della salvezza del nuovo Popolo di Dio che fugge dall’Egitto e va nel paese d’Israele. Questi riferimenti bibblici possono farci allargare lo sguardo, dopo la celebrazione del Natale, al periodo che Gesù trascorse a Nazareth, dove Egli cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e dove il Figlio di Dio per lunghi anni condivise la vita e la fatica di ogni giorno con Maria e Giuseppe e  » stava loro sottomesso  » . E ciò ci introduce nella considerazione del progetto di Dio sulla famiglia, avendo voluto che il suo Figlio, « generato prima dell’aurora del mondo », divenisse membro dell’umana famiglia. Dio con ciò mostra l’intenzione di darci un modello nella Famiglia di Nazareth e di segnalarci i suoi insostituibili valori. L’importanza della dimensione familiare per l’accoglienza della vita umana e della crescita della persona prima di essere dimostrata dalla psicologia e dalla pedagogia, prima di essere tragicamente confermata dalle vicende dolorose e dalle indicibili sofferenze dei senza famiglia, è affermata da Dio stesso, che ha scelto di inserirsi di persona in questa realtà. Del resto Egli stesso ha da sempre pensato e voluto l’uomo e la donna creandoli secondo la propria immagine e somiglianza affinché ricevessero la benedizione dell’amore reciproco, della vicendevole integrazione, della fecondità di nuove vite e del compito di portarle a maturità. Di questa benedizione la Santa Famiglia di Nazareth è la prima erede e la più sicura custode. Ma ciò mi fa pensare alle molte famiglie oggi provate dalle sofferenze e da tanti problemi che appaiono insolubili. Forse in tante famiglie non è entrata la gioia del Natale. In certe famiglie i genitori hanno vissuto il Natale con il cuore triste perché il figlio o la figlia non hanno voluto prendere parte con loro al Natale e di Gesù o viceversa. Allora la celebrazione della Festa della Famiglia di Gesù potrebbe rimarcare il divario insuperabile tra la famiglia ideale e quella reale. Ma allora in che senso la Famiglia di Gesù è modello delle nostre famiglie, pur tenendo conto che quella Famiglia era composta di personaggi eccezionali? Proprio gli orientamenti della Liturgia ci fanno capire che la Famiglia di Nazareth è modello perché in essa l’armonia era fondata sulla comunione di amore. I membri della famiglia di Nazareth erano convinti più d’ogni altro che amarsi per Dio significa sapersi accogliere in quanto immagini viventi del Signore e figli di Dio; quindi anche i membri di ogni famiglia cristiana dovrebbero innestare su quelli che sono i vincoli della natura le motivazioni soprannaturali dell’amore.

Conclusione Amare cioè il coniuge e i figli in Dio; amarli per quanto di veramente grande e bello essi possiedono; volere cioè per loro il massimo bene, che è la partecipazione alla vita stessa di Dio. Ma questa è una grazia a cui è necessario collaborare tutti i giorni, specialmente alimentando la propria Fede con la preghiera in modo da attirare la benedizione di Dio sulla Famiglia e su tutti i suoi membri. E’ questo l’auspicio per tutte le vostre famiglie perché diventino testimonianza per tante altre famiglie che hanno bisogno di ritrovare la via di Dio.

Publié dans:FESTE, OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 27 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

9 NOVEMBRE : DEDICAZIONE BASILICA LATERANENSE – LETTURE ED OMELIA

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-B/basilica_lateranense.htm

9 NOVEMBRE : DEDICAZIONE BASILICA LATERANENSE  - LETTURE ED OMELIA

I LETTURA (EZ  47,1-2.8-9.12)

Dal libro del profeta Ezechiele
In quei giorni, (un uomo, il cui aspetto era come di bronzo,) mi condusse all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. Mi condusse fuori dalla porta settentrionale e mi fece girare all’esterno, fino alla porta esterna rivolta a oriente, e vidi che l’acqua scaturiva dal lato destro.
Mi disse: « Queste acque scorrono verso la regione orientale, scendono nell’Àraba ed entrano nel mare: sfociate nel mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il torrente, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché dove giungono quelle acque, risanano, e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà. Lungo il torrente, su una riva e sull’altra, crescerà ogni sorta di alberi da frutto, le cui foglie non appassiranno: i loro frutti non cesseranno e ogni mese matureranno, perché le loro acque sgorgano dal santuario. I loro frutti serviranno come cibo e le foglie come medicina ».

Salmo (45)
Rit. Un fiume rallegra la città di Dio.

Dio è per noi rifugio e fortezza,
aiuto infallibile si è mostrato nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra,
se vacillano i monti nel fondo del mare. Rit.

Un fiume e i suoi canali rallegrano la città di Dio,
la più santa delle dimore dell’Altissimo.
Dio è in mezzo a essa: non potrà vacillare.
Dio la soccorre allo spuntare dell’alba. Rit.

Il Signore degli eserciti è con noi,
nostro baluardo è il Dio di Giacobbe.
Venite, vedete le opere del Signore,
egli ha fatto cose tremende sulla terra. Rit.

II LETTURA (1COR 3,9-11.16-17)
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
 Fratelli, voi siete edificio di Dio.
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un saggio architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.

VANGELO (GV 2,13-22)
Dal vangelo secondo Giovanni
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme.
Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.
Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: « Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato! ».
I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: « Lo zelo per la tua casa mi divorerà ».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: « Quale segno ci mostri per fare queste cose? ». Rispose loro Gesù: « Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere ». Gli dissero allora i Giudei: « Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere? ». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

OMELIA
Per capire il senso della festa odierna, cioè la dedicazione della Basilica Lateranense, bisogna che ci portiamo col pensiero al tempo in cui avvenne la sua costruzione e consacrazione. Dobbiamo metterci accanto ai cristiani di allora che, dopo decenni e decenni di persecuzioni, videro innalzarsi le mura della basilica. Era il segno della libertà di culto che Costantino aveva promulgato. Era la prima basilica cristiana. Era la sede del successore di Pietro, la cui parola veniva così considerata efficace per l’edificazione della società.
Noi non festeggiamo l’esecuzione e la dedicazione dell’edificio in sé, che del resto conobbe distruzioni e ricostruzioni, ma ciò che la dedicazione esprime: la libertà di culto, il riconoscimento del valore sociale della fede cristiana, la possibilità di una evangelizzazione delle masse.
Non possiamo fermarci all’edificio in sé; dobbiamo guardare a ciò che esso promuove nella storia: il Vangelo, l’assemblea eucaristica, la parola di Pietro, la fraternitas dei figli di Dio, il bene sociale.
Si tratta di una dedicazione i cui effetti sono planetari, infatti non è difficile comprendere come ogni chiesa ha come chiesa madre la Basilica Lateranense, essendo la prima basilica e la sede del successore di Pietro. Giustamente essa viene definita la chiesa dell’Urbe e dell’Orbe.
Questa festa ci rammenta il bene che e venuto a noi dalla dedicazione di quella basilica. Quell’evento, ottenuto dopo secoli segnati dalla generosità – fino a sostenere morti di strazio – da parte di tanti cristiani, braccati, costretti alla clandestinità, considerati come socialmente pericolosi, ci raggiunge come un’onda fertile che ci lancia in avanti.
Noi viviamo di quell’evento, e non possiamo che adoperarci perché esso sia presente, nei suoi effetti, in ogni luogo della terra; là dove è impedito ai cristiani di esprimere la loro fede, là dove la Chiesa è considerata elemento di disturbo.
Pietro, il primo pontefice, non aveva chiese, ma ben sapeva che la Chiesa è un edificio spirituale che ha Cristo come pietra angolare. Sapeva che l’edificio spirituale che è la Chiesa, ha la necessità, la missione di costituire chiese di pietra, come punti di culto e di irraggiamento della fede. I primi cristiani desideravano chiese di pietra, al sole; non pensavano ad una Chiesa in permanente stato di clandestinità.
La costruzione di una chiesa esprime sempre una qualche accoglienza della Chiesa da parte dei poteri della terra. La massima accoglienza si ha quando il potere della terra si apre a Cristo: allora si arriva ad una civitas christiana. Questa parola non piace oggi, ma ne abbiamo una migliore, più espressiva: la società dell’amore.
Società dell’amore; società che ha accolto Cristo e ne vive la Parola. A questa società dobbiamo continuamente aspirare; nel Padre Nostro quando diciamo « venga il tuo regno », questo invochiamo. Stranamente, tuttavia, oggi ci si è abituati ai lontani, all’esistenza dei lontani. I lontani ormai ci vogliono per la nostra mentalità, che ormai non si figura più una civitas christiana, ma solo comunità cristiane quasi catacombali destinate a restare tali. Ci vogliono i lontani, per illudersi di essere nella situazione delle origini, non vedendo che si ama respirare un’alterata atmosfera delle origini. Ma si va oltre questo, fino a dire che « i lontani non esistono ». Non esistono – dicono alcuni tali -, perché tanti lontani sono migliori di noi! (E va bene; ma intanto non sono praticanti e quindi lontani dal banchetto eucaristico, condizione di vita) (Gv 6,54): « Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita », dice il Signore. Non esistono, dicono; perché solo Dio può vedere la realtà di un cuore e noi no, e quindi come si fa a vedere se uno è lontano o vicino? Verissimo, solo Dio conosce in profondità il cuore dell’uomo. Ma noi non siamo del tutto sprovveduti nello Spirito Santo, visto che Gesù ci ha detto che (Mt 7,20): « dai loro frutti dunque li riconoscerete » . E, allora? Allora, se il Vangelo viene pensato come un sovrappiù, un coronamento che è bello aggiungere al resto che deve restare tale, esso non è più recepito per quello che è: fondamento di vita, di civiltà, di salvezza.
Allora è stato inutile il sangue di tanti martiri che hanno portato la Chiesa alla grazia della dedicazione della Basilica Lateranense; grazia riguardante la possibilità che le masse degli uomini potessero essere evangelizzate senza l’ostacolo dei traumi delle persecuzioni. Di quella grazia, ripeto, noi partecipiamo. Ogni chiesa è espressione del radicamento della Chiesa nella storia, nelle civiltà.
Una chiesa dà sicurezza, dà pace, dà presente e futuro. Ogni chiesa è espressione dell’offerta universale della salvezza.
« Acclamiamo la roccia della nostra salvezza », invitava il salmista, mentre i pellegrini entravano nel tempio di Gerusalemme. Quel tempio, luogo di preghiera, di ascolto della Parola, di riflessione, era tutto centrato nel santo dei santi dove, sopra l’arca, c’era la misteriosa presenza della gloria di Jahweh. La chiesa cristiana ha altra configurazione. Essa è centrata su Cristo, di cui la presenza misteriosa della « gloria » sull’arca era una figura. La chiesa cristiana nasce dall’incarnazione del Verbo; attesta l’incarnazione; vive dell’incarnazione, della passione, morte e risurrezione di Cristo. Vive della presenza di un popolo rigenerato nello Spirito Santo. La chiesa cristiana dà sicurezza, dà pace, dà comunione, dà slancio missionario. Ecco, fratelli e sorelle, slancio missionario; e questo è carente. Perché è carente? Appunto perché i lontani non ci sono; non ci sono lontani da salvare. Il Magistero parla di nuova evangelizzazione, anzi di rievangelizzazione, ma intanto non ci si muove con ardore, poiché  troppo spesso circola il corrosivo micidiale che « i lontani non esistono »; eppure tutti i giorni diciamo nel Benedictus che esistono quelli « che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte » (Lc 1,79). Guai ad una comunità che si chiude in se stessa, che perde slancio missionario. Guai ad una comunità che non aspira a costruire una chiesa, una chiesa che sia segno visibile, eloquente della propria identità. Un salone, un appartamento, un qualche locale, non possono che essere un momento provvisorio in attesa della costruzione di una chiesa, architettonicamente chiesa.
Ogni chiesa edificata non è solo il frutto degli sforzi di una comunità, ma di tutta la Chiesa. Certo una determinata comunità avrà carichi economici, ma a questa comunità non manca l’aiuto orante di tutta la Chiesa, animata dal vincolo della comunione dei santi, per il quale il bene di un membro ridonda su tutta la Chiesa.
Ogni chiesa in muratura rimanda immediatamente a tutta la Chiesa. Una chiesa, se fosse costruita senza la comunione con la Chiesa, sarebbe luogo sterile, non promuoverebbe pace e fraternità; non potrebbe essere chiesa consacrata dalla Chiesa, luogo dove la Chiesa, nella frazione di una comunità particolare, prega.
Noi oggi, dunque, non celebriamo semplicemente la dedicazione di uno spazio architettonico al culto. Celebriamo il mistero della presenza di Dio nella storia;  mistero che trova nelle chiese il segno di un radicamento culturale, sociale, che, essendo fondato da Cristo e su Cristo, non potrà, pur in mezzo a rivolgimenti e persecuzioni, venir meno. Le chiese saranno sempre costruite. Il mondo le potrà abbattere, come ha fatto tante volte, ma esse ritorneranno sempre ad esserci. E verrà il giorno in cui il segno del Figlio dell’Uomo, cioè la croce, si staglierà nel cielo, in alto sui monti, sulle cime dei campanili, in tutta la terra.
E così verrà il giorno che la terra – pur essendovi inevitabilmente ancora i peccati – sarà un immenso coro da cui si innalzerà un’incessante lode a Dio. Sarà il tempo della civiltà dell’amore; sarà il tempo in cui la massa dei cristiani sarà veramente cristiana. Poi verrà il tempo della fine. « Venga il tuo regno », diciamo, dunque. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

Publié dans:CHIESA CATTOLICA, FESTE |on 8 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (31/05/2013)

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VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (31/05/2013)

VANGELO: LC 1,39-56  

Nell’Antico Testamento, la visita di Dio era di vera salvezza, ma anche di severo giudizio sull’uomo peccatore. Dio visita Abramo e gli porta la lieta notizia del figlio che sarebbe nato a breve. Dio visita la città di Sodoma e annunzia per essa il castigo.

Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione (Gen 18,16-33).
Oggi la Beata Trinità, presente tutta in Maria, si reca a visitare la Elisabetta per recarle il conforto della santificazione del suo bambino ancora nel suo grembo. Il saluto di Maria inonda di Spirito Santo quella casa. Il suo canto di lode a Dio è rivelatore del giudizio di Dio sopra ogni uomo. Veramente il Signore è il Giudice Sovrano.
Noi tutti cristiani siamo adoratori di un falso Dio, un falso Cristo, un falso Spirito Santo. Adoriamo uno Spirito Santo fuori di noi e non in noi, come era nella Vergine Maria. Adoriamo un falso Cristo, perché Cristo non è concepito in noi come era concepito nella Vergine Maria. Adoriamo un falso Dio perché Lui non è il nostro Giudice così come viene cantato oggi dalla Vergine Maria. Noi adoriamo un Dio privato della sua eterna e divina verità. Adoriamo un Dio fatto e pensato dalla mente dell’uomo.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci adoratori del vero Dio.

OMELIA PER LA SOLENNITÀ DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/18596.html

OMELIA PER LA SOLENNITÀ DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO

PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA

CELEBRARE E RIPRESENTARE

« Questo è il mio Corpo » nelle lingue orientali equivale a dire: « Questo sono io » e anche nell’originale greco dei vangeli la copula « è » viene resa con « esti »= è. Insomma con questi termini si intende davvero esprimere che c’è identità reale e sostanziale fra il pane e il Corpo di Cristo. Quello che Gesù invita a mangiare è infatti il suo Corpo reale e non metaforico o simbolico, il suo vero corpo che presenzia nel pane in forma reale e sostanziale. Non è un caso che Gesù decida di rendersi presente nelle sembianze del pane: esso è l’alimento comune di tutti gli uomini, nel quale i popoli e gli individui si ritrovano in unità e per il quale si combattono anche sanguinose guerre e conflitti armati. Se ci trova tutti d’accordo su un qualsiasi argomento, questo è dato dal pane; se si discute sull’importanza di un cibo, ritenuto insosatituibile questo è quello che maggiormente mette tutti d’accordo. Se il pane è l’alimento più accessibile, ebbene Cristo come pane vivo intende farsi mangiare, per essere egi stesso alimento di vita eterna e « farmaco di immortalità. »: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà in sè la vita e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. » In effetti, quale altro luogo poteva indicarci Gesù, invitandoci a nutrirci della sua carne, se non il Sacramento dell’Eucarestia, nel quale Egli stesso si rende presente nelle specie di un pezzo di pane?
A partire da quella sera nella stanza al piano superiore di una casa ben ammannita e adornata a Gerusalemme, il pane vivo disceso dal cielo ci si offre costantemente per essere da noi consumato nella comunione, perché viviamo la relazione con Dio attraverso Cristo nello Spirito Santo e perché tale comunione si estenda anche fra di noi. Afferma il teologo De Lubach che l’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucarestia, perché nel pane che noi spezziamo ad ogni assemblea liturgica ci si propone Cristo che riunisce tutti in un solo Corpo; allo stesso tempo però non possiamo celebrare il mistero eucaristico se non formiamo prevamente l’unità e la concordia, se cioè la comunione non caratterizza la nostra vita associata di credenti.

Anche in merito al suo Sangue Gesù si esprime negli stessi termini per presentare se stesso: Matteo (26, 27-28) lo descrive come « il mio sangue dell’alleanza »; Marco 14, 24 lo esprime con maggior vigore « Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. »Luca e Paolo invece pongono l’accento piuttosto sull’Alleanza che non sul sangue: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc, 22, 20); « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue » (1 Cor 11, 25). Si tratta infatti del Sangue che Cristo stesso offre in oblazione per l’umanità, quello che effonderà sulla croce per riscattare gli uomini dal peccato per risollevarne le sorti e giustificarli presso il Padre. Quella sera a Gerusalemme infatti Gesù da un saggio di quanto sta per accadergli sul Golgota al luogo detto Cranio: il suo Sangue sarà l’avallo dell’alleanza fra l’uomo Dio, il suggello del nuovo patto che avrà come protagonista lo stesso amore sacrificale di Dio in Cristo: Gesù offrirà se stesso per espiare i nostri peccati e nel suo Sangue si realizzerà la nuova ed eterna Alleanza. Il Sangue di Cristo verrà versato a beneficio di tutta l’umanità perché tutti sono chiamati a salvezza universale. Ma non tutti trarranno beneficio da questo effetto salvifico; i suoi frutti infatti saranno riscontrabili solamente in coloro che accetteranno il mistero dell’amore di Dio in Cristo e che vi aderiranno nella fede. Per questo motivo il testo originale greco, che nella liturgia eucaristica noi erroneamente traducianmo con « per voi e per tutti », in realtà è reso con « per voi e per molti ». Come si sa, anche per esortazione del papa Benedetto XVI e della Pontificia Commissione Liturgica, si intende correggere il testo anche nei nostri messali parrocchiale per la fdeltà alla traduzione letteraria ma anche per esprimere come la portata del sacrificio eucaristico sulla croce debba comportare l’adesione da parte della comunità e del sigolo credente.
In ogni caso Gesù dona se stesso ai suoi discepoli nelle sembianze di quel pane e di quel vino in cui si idetnifica per sottolineare e offrire caparra di quel sacrificio che egli realizzerà per volere del Padre sulla croce, ai fini di instaurare un nuovo patto con l’umanità. Tutte le volte dunque che celebriamo la Messa non solamente Cristo presenzia fra di noi come alimento, ma ripresenta sull’altare il medesimo sacrificio consumato una volta per tutte nella sua immolazione gratuita: nella fede rivediamo lo stesso evento del Golgota.
C’è tuttavia un’ altra espressione che si presenta nel racconto del pasto sarale: « Fate questo in memoria di me ». Come giustamente osserva Mons. Cipriani, secondo la descrizione di Paolo nella 1Lettera ai Corinzi, questi termini vengono ripetuti due volte: 1) subito dopo la consacrazione del pane 2) al termine del pasto, dopo la presentazione del vino divenuto suo Sangue e questo evidenzia con forza come l’Eucarestia non sia soltanto la memoria di un fatto accaduto, ma esprime la necessità che questo fatto si perpetui nella storia.
In altre parole, con quei gesti e con quelle espressioni Gesù dispone che fintanto che Lui non sarà tornato visibilmente alla fine dei tempi il rito eucaristico debba ripetersi perché lui sia presente nelle specie del pane e del vino e perché allo stesso tempo si ripresenti il suo sacrificio sulla croce. E così oggi avviene che tutte le volte che noi assistiamo ad una celebrazione eucaristica oltre che « ricordare » quanto avvenne durante l’Ultima Cena abbiamo davanti lo stesso Cristo Gesù, realmente presente nelle sembianze del pane e del vino e allo stesso tempo ci viene ripresentato il sacrificio cruento che Lo interessò duemila anni fa. Esso certamente avvenne una volta per tutte, ma in forza di un mistero che noi accogliamo solo in quanto credenti (nella fede) esso ci si ripropone.
Celebrare infatti vuol dire riattualizzare, rendere presente, rivivere. Commemorare invece si limita alla sola rievocazione di un fatto passato. Se in tutti gli altri sacramenti Cristo opera e agisce invisibilmente nel Sacramento dell’Eucarestia egli è presente nella sostanza che dalla consacrazione in poi non è più quella del pane (e del vino) ma quella del suo Corpo e del suo Sangue per cui la grazie che in Essa egli esercita è permanente e continua, edifica la vita della Chiesa e santifica il soggetto credente nel suo solo essere esposta sull’altare o nel suo semplice presenziare nel tabernacolo. Egli comunica tutti gli elementi della santificazione e dell’edificazione spirituale che si rendono fruttuosi man mano che il Sacramento lo si assume con fede e tutte le volte che con fare dimesso ci si pone davanti ad Esso in atto di profonda venerazione. Nella misura in cui infatti io mi dispongo a ricevere con vera devozione e senso di partecipazione personale l’Eucarestia non posso che trarne vantaggio poiché a lungo andare riscoprirò come essa trasforma la mia vita in meglio e attribuendomi la pienezza e la consistenza dello spirito…

CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA DI APPROFONDIMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/09-Corpus-Domini-2013/09-Corpus-Domini-2013_C-MM.html

2 GIUGNO 2013 | 9A DOM. : CORPUS DOMINI – T. ORDINARIO C  |  OMELIA DI APPROFONDIMENTO

CORPO E SANGUE DI CRISTO

Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la morte del Signore,
finché Egli venga.

I testi della Sacra Scrittura, che la Liturgia oggi offre, ci aiutano a celebrare nel migliore dei modi la solennità del Corpo e del Sangue di nostro Signore Gesù Cristo.
Questa solennità è stata istituita sia per lodare e ringraziare il Signore Gesù del grande dono che ci ha fatto, proprio nell’imminenza della sua passione e morte, lasciandoci la prova del suo amore per noi, sia per riparare le tante offese che vengono recate a questo Sacramento e per compensare le negligenze e le indifferenze con cui è circondato.
Il brano del libro della Genesi (1a lettura) ci presenta la figura ed il sacrificio di Mechisedech, re di giustizia e di pace. Nella figura di questo re e sacerdote, che offre pane e vino al Dio altissimo, che benedice il patriarca Abramo, e al quale lo stesso Abramo rende omaggio, la tradizione cristiana ravvisa una figura profetica di Gesù Sacerdote, ed una prefigurazione del sacrificio eucaristico.
Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato dall’evangelista Luca, troviamo un riferimento ancora più diretto alla Eucaristia; i gesti e le parole con cui Gesù compie il miracolo sono i medesimi gesti con i quali, durante l’ultima Cena, Gesù istituisce l’Eucaristia: prese i pani, alzò gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò, li diede ai discepoli.
Le parole della 1a lettera di S. Paolo ai cristiani di Corinto rappresentano poi il passaggio dalle figure profetiche alla loro realizzazione, e costituiscono il racconto più antico della istituzione dell’Eucaristia; S. Paolo scrive a non più di 20 anni dalla morte di Gesù!
L’occasione della lettera di S. Paolo è data dal modo scandaloso con il quale a Corinto si celebrava l’Eucaristia; egli scrive: quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la Cena del Signore. E questo perché i Corinzi, alla celebrazione vera e propria dell’Eucaristia, facevano precedere un banchetto, una cena che risultava il trionfo dell’egoismo e dell’individualismo: chi aveva possibilità, mangiava e beveva a sazietà, mentre gli indigenti non avevano nulla.
S. Paolo fa capire che il modo di celebrare l’Eucaristia non è lasciato ai capricci o all’arbitrio di ciascuno, ma è fissato da una tradizione che risale a Gesù stesso: Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. E ciò che Gesù ha compiuto, ed ha ordinato di ripetere, è il rito della consacrazione del pane e del vino: questo è il mio corpo; questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo in memoria di me.
In questo consiste la comunione o partecipazione al suo corpo e al suo sangue: ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, annunziate la morte del Signore finché Egli venga.
S. Paolo e la Chiesa primitiva, fin dalle origini, hanno avuto piena coscienza della preziosità del dono della Eucaristia, e della sua funzione di cuore e centro della vita liturgica del Popolo di Dio, di nutrimento spirituale e di elemento di unione tra i fratelli e le sorelle.
Negli Atti degli Apostoli troviamo infatti che i primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nella unione fraterna, nella frazione del pane (Eucaristia) e nelle preghiere; e la comunità della Troade si riuniva con Paolo, il primo giorno della settimana (la domenica) a spezzare il pane.
Sempre nella 1a lettera ai Corinzi S. Paolo continua: parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
Alla luce di queste esortazioni di S. Paolo, esaminiamoci anche noi: le nostre celebrazioni eucaristiche sono veramente Cena del Signore, segno cioè di amore, di fratellanza, di dono di sé? davvero noi formiamo un solo corpo, noi che ci nutriamo dello stesso Pane?
Se permangono tra noi divisioni, egoismi, freddezze ed indifferenza reciproca, se tolleriamo o, peggio se facciamo delle ingiustizie nei riguardi dei fratelli, questo non è più mangiare la Cena del Signore.
Accostiamoci pertanto alla Mensa Eucaristica con animo retto e con volontà di bene, tenendo sempre presente ancora il monito di S. Paolo: ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

La Madonna che ci ha portato Gesù, ci aiuti ad essere sempre degni di riceverlo nel nostro cuore con le dovute disposizioni.

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