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CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2014/documents/papa-francesco_20140125_vespri-conversione-san-paolo.html

(questa mattina è morta una mia amica ed ho cercato conforto nel pensiero di Paolo)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Sabato, 25 gennaio 2014

«E’ forse diviso il Cristo?» (1 Cor 1,13). Il forte richiamo che san Paolo pone all’inizio della sua Prima Lettera ai Corinzi, e che è risuonato nella liturgia di questa sera, è stato scelto da un gruppo di fratelli cristiani del Canada come traccia per la nostra meditazione durante la Settimana di Preghiera di quest’anno.
L’Apostolo ha appreso con grande tristezza che i cristiani di Corinto sono divisi in diverse fazioni. C’è chi afferma: “Io sono di Paolo”; un altro dice: “Io invece sono di Apollo”; un altro: “Io invece di Cefa”; e infine c’è anche chi sostiene: “E io di Cristo” (cfr v. 12). Neppure coloro che intendono rifarsi a Cristo possono essere elogiati da Paolo, perché usano il nome dell’unico Salvatore per prendere le distanze da altri fratelli all’interno della comunità. In altre parole, l’esperienza particolare di ciascuno, il riferimento ad alcune persone significative della comunità, diventano il metro di giudizio della fede degli altri.
In questa situazione di divisione, Paolo esorta i cristiani di Corinto, «per il nome del Signore Nostro Gesù Cristo», ad essere tutti unanimi nel parlare, perché tra di loro non vi siano divisioni, bensì perfetta unione di pensiero e di sentire (cfr v. 10). La comunione che l’Apostolo invoca, però, non potrà essere frutto di strategie umane. La perfetta unione tra i fratelli, infatti, è possibile solo in riferimento al pensiero e ai sentimenti di Cristo (cfr Fil 2,5). Questa sera, mentre siamo qui riuniti in preghiera, avvertiamo che Cristo, che non può essere diviso, vuole attirarci a sé, verso i sentimenti del suo cuore, verso il suo totale e confidente abbandono nelle mani del Padre, verso il suo radicale svuotarsi per amore dell’umanità. Solo Lui può essere il principio, la causa, il motore della nostra unità.
Mentre ci troviamo alla sua presenza, diventiamo ancora più consapevoli che non possiamo considerare le divisioni nella Chiesa come un fenomeno in qualche modo naturale, inevitabile per ogni forma di vita associativa. Le nostre divisioni feriscono il suo corpo, feriscono la testimonianza che siamo chiamati a rendergli nel mondo. Il Decreto del Vaticano II sull’ecumenismo, richiamando il testo di san Paolo che abbiamo meditato, significativamente afferma: «Da Cristo Signore la Chiesa è stata fondata una e unica, eppure molte comunioni cristiane propongono se stesse agli uomini come la vera eredità di Gesù Cristo. Tutti invero asseriscono di essere discepoli del Signore, ma hanno opinioni diverse e camminano per vie diverse, come se Cristo stesso fosse diviso». E, quindi, aggiunge: «Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio, 1). Tutti noi siamo stati danneggiati dalle divisioni. Tutti noi non vogliamo diventare uno scandalo. E per questo tutti noi camminiamo insieme, fraternamente, sulla strada verso l’unità, facendo unità anche nel camminare, quell’unità che viene dallo Spirito Santo e che ci porta una singolarità speciale, che soltanto lo Spirito Santo può fare: la diversità riconciliata. Il Signore ci aspetta tutti, ci accompagna tutti, è con tutti noi in questo cammino dell’unità.
Cari amici, Cristo non può essere diviso! Questa certezza deve incoraggiarci e sostenerci a proseguire con umiltà e con fiducia nel cammino verso il ristabilimento della piena unità visibile tra tutti i credenti in Cristo. Mi piace pensare in questo momento all’opera del beato Giovanni XXIII e del beato Giovanni Paolo II. Entrambi maturarono lungo il proprio percorso di vita la consapevolezza di quanto fosse urgente la causa dell’unità e, una volta eletti Vescovi di Roma, hanno guidato con decisione l’intero gregge cattolico sulle strade del cammino ecumenico: Papa Giovanni aprendo vie nuove e prima quasi impensate, Papa Giovanni Paolo proponendo il dialogo ecumenico come dimensione ordinaria ed imprescindibile della vita di ogni Chiesa particolare. Ad essi associo anche Papa Paolo VI, altro grande protagonista del dialogo, di cui ricordiamo proprio in questi giorni il cinquantesimo anniversario dello storico abbraccio a Gerusalemme con il Patriarca di Costantinopoli Atenagora.
L’opera di questi Pontefici ha fatto sì che la dimensione del dialogo ecumenico sia diventata un aspetto essenziale del ministero del Vescovo di Roma, tanto che oggi non si comprenderebbe pienamente il servizio petrino senza includervi questa apertura al dialogo con tutti i credenti in Cristo. Possiamo dire anche che il cammino ecumenico ha permesso di approfondire la comprensione del ministero del Successore di Pietro e dobbiamo avere fiducia che continuerà ad agire in tal senso anche per il futuro. Mentre guardiamo con gratitudine ai passi che il Signore ci ha concesso di compiere, e senza nasconderci le difficoltà che oggi il dialogo ecumenico attraversa, chiediamo di poter essere tutti rivestiti dei sentimenti di Cristo, per poter camminare verso l’unità da lui voluta. E camminare insieme è già fare unità!
In questo clima di preghiera per il dono dell’unità, vorrei rivolgere i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, a Sua Grazia David Moxon, rappresentante a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Con questi due fratelli, in rappresentanza di tutti, abbiamo pregato nel Sepolcro di Paolo e abbiamo detto fra noi: “Preghiamo perché lui ci aiuti in questa strada, in questa strada dell’unità, dell’amore, facendo strada di unità”. L’unità non verrà come un miracolo alla fine: l’unità viene nel cammino, la fa lo Spirito Santo nel cammino. Se noi non camminiamo insieme, se noi non preghiamo gli uni per gli altri, se noi non collaboriamo in tante cose che possiamo fare in questo mondo per il Popolo di Dio, l’unità non verrà! Essa si fa in questo cammino, in ogni passo, e non la facciamo noi: la fa lo Spirito Santo, che vede la nostra buona volontà.
Cari fratelli e sorelle, preghiamo il Signore Gesù, che ci ha reso membra vive del suo Corpo, affinché ci mantenga profondamente uniti a Lui, ci aiuti a superare i nostri conflitti, le nostre divisioni, i nostri egoismi; e ricordiamo che l’unità è sempre superiore al conflitto! E ci aiuti ad essere uniti gli uni agli altri da un’unica forza, quella dell’amore, che lo Spirito Santo riversa nei nostri cuori (cfr Rm 5,5). Amen.

 

ECUMENISMO, LA VIA DELLA BIBBIA DI ENZO BIANCHI (2011)

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07/09/2011

ECUMENISMO, LA VIA DELLA BIBBIA DI ENZO BIANCHI

AVVENIRE, 7.9.11

LA SCRITTURA NELLA VITA SPIRITUALE

Inizia oggi a Bose il XIX Convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa che si protrarrà fino a sabato. A tema, “La parola di Dio nella vita spirituale”.Tra gli argomenti in dibattito, le ermeneutiche della Bibbia elaborate dai padri della Chiesa, la dimensione ecclesiale della Parola di Dio, l’oggi delle diverse chiese, la realtà della presenza della Scrittura nella vita dei credenti grazie anche alla testimonianza del monachesimo contemporaneo. Nella giornata inaugurale interverranno il priore di Bose, Enzo Bianchi (del quale pubblichiamo qui a lato una sintesi della relazione) e il metropolita Chrysostomos di Messenia (Chiesa ortodossa di Grecia). Concluderanno i lavori il metropolita Elpidophoros di Bursa del Patriarcato di Costantinopoli e il metropolita Ilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Saranno presenti come relatori anche esponenti dei Patriarcato di Antiochia, delle chiese ucraina, serba e bulgara, i cardinali Angelo Sodano e Achille Silvestrini, il vescovo di Pistoia Mansueto Bianchi presidente della Commissione ecumenismo e dialogo interreligioso della Cei.
«La Parola di Dio è simile a un grano di senape, sembra ben piccola prima d’essere coltivata. Ma quando è stata coltivata abbraccia il significato di tutti gli esseri»: così Massimo il Confessore applica alla Parola di Dio la similitudine che il Vangelo usa per indicare la realtà del regno di Dio. È con questa convinzione che la Chiesa indivisa ha saputo cogliere nella Parola di Dio contenuta nelle Scritture sante la fonte viva della vita spirituale del credente, l’autentica vita secondo lo Spirito. Spirito che, entrato nel credente attraverso il battesimo, nutre e fa crescere la vita divina nel cristiano alimentato dalla Parola. Gregorio Magno aveva espresso questa verità spirituale con una formula icastica: Scriptura crescit cum legente, la comprensione della Scrittura si accresce con la maturazione spirituale di colui che la legge e la interpreta. Ma la lettura della Scrittura, soprattutto nella tradizione delle Chiese d’Oriente, è sempre una lettura nello Spirito, e quindi anche nella comunità dei credenti radunata dallo stesso Spirito, in unità vivente tra adempimento dei comandamenti, preghiera e rendimento di grazie nella liturgia. La lectio divina è l’incontro con una persona viva, con Dio stesso che parla, per questo, secondo i padri, presuppone un certo grado di maturità spirituale e non può essere svincolata da una vita di ascesi interamente orientata a Dio: «Qualunque cosa tu faccia, appoggiati sulla testimonianza delle sante Scritture», diceva Antonio, il padre dei monaci. Se le parole della Scrittura sono “spirito e vita” (Gv 6,63), la conoscenza che scaturisce dalla Scrittura è “insegnamento dello Spirito”, è conoscenza rivelata ai “piccoli” (cf. Mt 11,25-27) ed è frutto di interpretazione spirituale. La Scrittura stessa rimanda il lettore allo Spirito santo come proprio principio ermeneutico. «È in essa che si comprende lo Spirito», scrive Massimo il Confessore indicando la Scrittura come principio di trasfigurazione, di divinizzazione. Dal canto suo, Gregorio Magno afferma che la Scrittura è “interprete di se stessa”, riprendendo un adagio caro alla tradizione co­mune all’Oriente e all’Occidente che Pietro Damasceno ben sintetizza: «Chi cerca il fine della Scrittura, ha come maestro, come dicono il grande Basilio e san Giovanni Crisostomo, la Scrittura stessa». Guglielmo di Saint-Thierry (1075 ca.-1148), monaco d’Occidente abbeverato alle fonti dell’Oriente, fa sua un’esortazione propria di Gerolamo che il concilio Vaticano II riprenderà nella costituzione dogmatica Dei Verbum: «occorre leggere le Scritture con quello Spirito con cui furono scritte, e con il medesimo Spirito occorre anche comprenderle » (cf. DV 12). S e questo è l’approccio che ogni battezzato è chiamato ad avere nei confronti della Scrittura, vi è anche una indispensabile dimensione ecclesiale della Parola di Dio. Lo Spirito santo, fecondando le Scritture nel grembo della Chiesa, svela il volto del Cristo, guida all’incontro con lui e orienta le esistenze personali e comunitarie a una vita in obbedienza alla Parola emersa dallo “sta scritto”. «Per mezzo della Parola di Dio, tutta la santa Chiesa rimane nella fede, è confermata e salvata per l’aiuto di Colui che ha parlato per mezzo dei profeti e degli apostoli», affermava san Tichon di Zadonsk. Del resto è nell’assemblea liturgica e non altrove che la Parola di Dio risuona e giunge alle orecchie e al cuore dei credenti. È lì, dove la Chiesa si ritrova convocata dall’unico Signore che la Parola stessa edifica la comunità, plasmandola secondo il volere di Dio. Ed è perciò determinante adottare come criterio ermeneutico per comprendere la Scrittura la vita concreta della comunità cristiana. Esegesi in ecclesia significa innanzitutto questo: vivere concretamente la vita comunitaria, ecclesiale. È da questa reale vita in koinonia che possono nascere quell’esperienza umana e spirituale, quella sensibilità e quel discernimento che consentono una penetrazione della vita di cui i testi sono, appunto, i testimoni. La vita comune può così diventare esperienza della Parola, come afferma Giovanni Cassiano in una delle sue Conferenze: «Le Scritture si rivelano a noi più chiaramente e ci aprono il loro cuore e quasi il loro midollo, quando la nostra esperienza non solo ci permette di conoscerle, ma fa sì che ne preveniamo la stessa conoscenza, e il senso delle parole non ci è rivelato da qualche spiegazione, ma dall’esperienza viva che ne abbiamo fatto». In questo senso la Scrittura è sottratta alla “privata spiegazione” (2Pt 1,20) trovando nella liturgia e nella quotidiana, concreta vita cristiana due “luoghi esegetici” fra loro complementari. Questa ecclesialità costitutiva della Scrittura fa sì che tutti i membri della Chiesa, dimore dello Spirito santo, siano chiamati a essere soggetto della sua interpretazione spirituale. La frequentazione assidua delle Scritture, l’immersione quotidiana in esse diviene così per ogni battezzato occasione di rinnovamento dell’immersione battesimale e di consolidamento della propria vocazione cristiana. È il primato della Parola allora che deve trasfigurare il volto della Chiesa, rendendolo luminoso come quello del suo Signore. Se le nostre comunità cristiane sapranno essere docili al magistero della Parola, anche il faticoso cammino verso l’unità dei cristiani conoscerà nuovo slancio e la nostra comune testimonianza ecclesiale sarà il più eloquente e credibile annuncio del Vangelo per gli uomini e le donne del nostro tempo.

In cammino verso un martirologio comune – Se l’ecumenismo riparte dai martiri (2009)

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=1031

01/03/2009  

In cammino verso un martirologio comune

Se l’ecumenismo riparte dai martiri

di Gerolamo Fazzini
Come riappropriarsi di una memoria condivisa dei testimoni della fede? Rappresentanti di tutte le Chiese ne hanno discusso insieme a Bose

«LA COMMEMORAZIONE ecumenica dei martiri? L’argomento non è mai stato approfondito. Forse l’idea stessa di un martirologio comune è troppo avanzata allo stato attuale, viste le differenze di opinione. Tuttavia esistono molte altre opportunità». In queste parole del liturgista Keith Pecklers è sintetizzato il cammino – promettente benché irto di difficoltà – che un drappello di esponenti di varie Chiese cristiane, da tempo va compiendo con l’obiettivo di valorizzare in chiave ecumenica le testimonianze dei martiri. Un cammino particolarmente significativo in un momento come l’attuale, in cui l’ecumenismo ufficiale segna il passo. Basti pensare alle controversie in seno alla Chiesa cattolica sulla scomunica revocata ai vescovi lefebvriani, alla complessa transizione che sta vivendo la Chiesa ortodossa russa, ora affidata alla guida del patriarca Kirill dopo la lunga stagione di Alessio II, alle tensioni interne alle Chiese protestanti….
«Ripartire dai martiri», dunque, come profeticamente chiese Giovanni Paolo II nella celebrazione ecumenica del 7 maggio 2000. Recuperare una memoria condivisa, «purificata». Tornare ad attingere a un patrimonio di fede vissuta genuinamente nel segno del Vangelo, al di là e prima delle distinzioni confessionali. Con questi obiettivi, una quarantina di esperti – in rappresentanza delle diverse confessioni, provenienti da tutt’Europa e non solo (Brasile, Corea, Sudafrica..) – si sono radunati a Bose, a fine ottobre-inizio novembre, su iniziativa del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) e della comunità monastica guidata da Enzo Bianchi.
Il titolo dell’incontro, «Una nube di testimoni», esprime la scelta precisa degli organizzatori di concentrare l’attenzione sul martire in un significato «originario e più ampio», come colui che «semplicemente, come Cristo, testimonia la verità del Vangelo fino alla fine». In questo senso, si legge nel Messaggio finale indirizzato alle Chiese, «coloro che possono essere definiti “eroi della fede”, coloro che hanno testimoniato Cristo con la loro vita anche senza andare incontro a morte violenta sono anch’essi certamente inclusi nella “grande nube” – la comunione dei santi – sia che i loro nomi siano noti o ignoti».
L’intuizione di fondo del simposio si colloca sulla scia di una riflessione avviata a Bangalore nel lontano 1979 dalla Commissione Fede e Costituzione del Cec, volta a redigere un elenco di santi e martiri che fosse ecumenico, ossia condiviso dalle diverse Chiese. Un’idea tanto pionieristica e profetica quanto poco coltivata negli anni successivi, tanto che Mary Tanner, autorevole esponente della Chiesa anglicana, ha definito «quasi frustrante» il tentativo di tracciare un bilancio di quell’intuizione guardando ai documenti prodotti nell’arco dell’ultimo trentennio dal Cec.
Eppure oggi «cresce la consapevolezza che molti testimoni contemporanei della fede cristiana non appartengono solo a singoli gruppi confessionali ma, come nei primi secoli del cristianesimo, sono fonte di ispirazione per tutte le Chiese. E che rilevanti testimonianze di fede del passato non appartengono più in via esclusiva alla confessione nella quale si erano formate, ma costituiscono l’eredità comune dell’unica Chiesa di Cristo».
Del resto, come ha sottolineato il priore di Bose, Enzo Bianchi, il fascino dei martiri rimane intatto. Perché rimanda alla radicalità propria della scelta autenticamente evangelica: «Il martirio e la morte violenta sono il sigillo per eccellenza della missione profetica». Già, perché il valore della testimonianza del martire non è legato alla violenza subìta («ciò che rende martiri non è il supplizio, ma la causa della morte», ha ricordato Bianchi citando Agostino), ma al dono totale di sé, sulle orme del Cristo.

ANCHE IL PRIMATE anglicano Rowan Williams, nel messaggio inviato, ha spiegato come – al di là delle diversità confessionali – si possa identificare un riferimento comune quando si parla di santità. «La persona che le Chiese riconoscono come un santo sarà colui che mostra ciò che è vero per tutti i cristiani, colui che offre una definizione particolare di ciò che la vita battesimale può significare».
Nel caso dei sei membri della Melanesian Brotherwood (una fraternità missionaria anglicana), uccisi nella primavera del 2003 nelle Isole Salomone, perseguire la «santità» ha voluto dire servire la popolazione locale e lavorare per la pace. Come ha raccontato a Bose un loro confratello, Richard Carter: «La comunità era vista molto bene; pensavamo che non ci potesse succedere nulla. La popolazione si rifugiava da noi per sfuggire alla violenza. E invece scoprimmo che tutti eravamo mortali».
Ma che significa «memoria dei santi» in una Chiesa divisa? Ancora Williams: «Se un cattolico guarda a un santo del mondo cristiano orientale, potrebbe pensare che la testimonianza di quel santo è in qualche modo indebolita o compromessa dalla sua separazione o addirittura ostilità nei confronti della comunione con la sede romana. Anglicani e protestanti non possono non rendersi conto che i santi della Chiesa cattolica successivi alla Riforma sono appartenuti a un corpo che considerava la loro testimonianza cristiana riformata come imperfetta e deviata».
C’è, dunque, una memoria da purificare, per costruirne una condivisa. Ma rileggere il passato può significare riaprire vecchie ferite, mai del tutto cicatrizzate, esplorare situazioni storiche che hanno visto i cristiani perseguitare i loro fratelli. Helmut Harder, segretario generale della Conferenza dei Mennoniti del Canada, ha ripercorso il lungo e articolato cammino di riconciliazione fra la sua Chiesa e la cattolica. Un cammino i cui protagonisti hanno dovuto misurarsi con le reciproche diffidenze e con il peso della storia. «Una ricerca condotta in ambito protestante stima che 1500 mennoniti (discendenti degli anabattisti) furono perseguitati dentro i territori cattolici». Sottolinea Harder: «Nel corso dei dialoghi, ci siamo resi conto che tanto noi quanto i nostri interlocutori dovevano entrambi impegnarci in un’autocritica: “Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo”: entrambi siamo peccatori».
Tanto in Occidente come in Oriente – è stato ricordato – «ci sono coloro che hanno patito tormenti e la morte per mano di altri cristiani e che vengono considerati martiri. Cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti sono stati tutti coinvolti. Come si può celebrare la memoria di qualcuno che è morto per nostra stessa mano?».
E che dire quando addirittura i carnefici di preti, suore e laici si proclamano cattolici? Daniel Bruno, pastore metodista di Buenos Aires, ha lanciato la sua provocazione alla luce dell’esperienza dolorosa della Chiesa latinoamericana. «Rispetto alla maggior parte dei casi nella storia, in America latina i carnefici dei cattolici rivendicavano il loro essere veri cristiani. Era normale vedere rosari e crocefissi nelle sale di tortura». Ancora: «La persecuzione non era esercitata contro i cristiani in quanto credenti in una dottrina, ma contro la prassi da loro adottata. Come Gesù, i martiri dell’America Latina hanno dato la vita in nome del Regno, uccisi dalla forze dell’anti-Regno».
Tutti d’accordo sulla possibilità di estendere i «confini» del martirio, ai fini di una condivisione ecumenica. Fino a che punto? Se lo è chiesto William T. Cavanaugh, docente negli Usa, aggiungendo che già oggi il caso di Maria Goretti fa capire che l’odium fidei non può essere l’unico criterio. Dopo aver puntualizzato criticamente le tesi di Bravo – «Il potere ecclesiastico non deve essere opposto alla base profetica; anche all’interno del vertice ci sono stati profeti (come nel caso di Romero)» – Cavanaugh ha rilevato: «I dittatori latinoamericani sapevano benissimo che “il sangue dei martiri è seme dei cristiani”, come diceva Tertulliano. Perciò la strategia è stata quella di atomizzare la Chiesa, occultando martiri: i loro corpi avrebbero dato visibilità al corpo di Cristo».
Dal simposio di Bose i partecipanti sono ripartiti con la speranza di ridare slancio al cammino ecumenico riaffermando l’eredità comune dei testimoni della fede, donne e uomini delle Beatitudini. «Anche se durante il simposio ci si è confrontati (pure) sulle modalità per individuare santi e martiri, il nostro intento non era certo quello di “forzare” i criteri attuali o pretendere di istituire un meta-criterio», spiega Guido Dotti, della comunità di Bose e organizzatore dell’incontro. «Più semplicemente, usciamo dai lavori convinti – una volta di più – di dover rendere maggiormente consapevoli le rispettive Chiese del tesoro di fede comune. È un cammino avviato, esempi positivi non mancano, ma c’è ancora molta strada da percorrere»

Dove la memoria  è gia ecumenica
Dove già oggi si esercita una «memoria ecumenica» dei martiri? Il caso più emblematico e noto è quello della Basilica di San Bartolomeo a Roma, che ospita il memoriale dei “nuovi martiri”. Presso quella chiesa, per due anni, in preparazione al Giubileo del 2000, lavorò una commissione istituita da Papa Wojtyla per indagare sui martiri cristiani del Ventesimo secolo. Vennero raccolti circa 12.000 dossier relativi a testimoni della fede di tutto il mondo. Giovanni Paolo II volle che la memoria dei martiri del Novecento rimanesse anche oltre il Giubileo. Il 12 ottobre 2002, con una solenne celebrazione ecumenica, l’icona dei Testimoni della fede del XX secolo fu posta sull’altare maggiore della Basilica di San Bartolomeo e benedetta. Furono anche collocate croci e memorie cristiane nelle sei cappelle laterali, dedicate ai diversi contesti storici (nazismo e comunismo) e geografici in cui i testimoni della fede hanno vissuto.
In altre parti d’Europa non mancano esempi di condivisione della memoria dei «testimoni della fede». Nella cattedrale protestante di Utrecht c’è una cappella per i martiri di tutte le confessioni. Anche a Canterbury una cappella propone figure di «testimoni universali», quali il missionario Charles de Foucauld, il pastore protestante Martin Luther King, l’arcivescovo Oscar Romero e altri cristiani di tutte le confessioni.  G.F.

Prima lettera ai Tessalonicesi : San Paolo e l’ecumenismo

dal sito:

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_councils/chrstuni/weeks-prayer-doc/rc_pc_chrstuni_doc_20080117_fortino-ecumenismo_it.html

PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI

RIFLESSIONE DI MONS. ELEUTERIO F. FORTINO*

Prima lettera ai Tessalonicesi
San Paolo e l’ecumenismo

L’attualità dell’iniziativa di padre Paul Wattson e
i fondamenti teologici nel Concilio Vaticano II 

« Ancora e ancora preghiamo il Signore ». Quest’invito del diacono, spesso ripetuto nel corso delle celebrazioni bizantine, sembra fare eco al tema scelto per la Settimana di preghiera per l’unità di quest’anno. A cento anni dall’inizio della prassi organizzata di una preghiera per l’unità dei cristiani, viene rivolto l’invito a « pregare continuamente », incessantemente, « senza interruzione » (1 Tessalonicesi 5, 17).

1. Il Decreto del Concilio Vaticano II sull’ecumenismo si chiude con l’affermazione che « questo santo proposito di riconciliare tutti i Cristiani nell’unica Chiesa di Cristo, una e unica, supera le forze e le doti umane », e « perciò » il Concilio « ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa » (UR, 24). Quando il Decreto tratta l’esercizio dell’ecumenismo, chiede di situare le preghiere private e pubbliche in quel nucleo centrale che indica come « l’anima di tutto il movimento ecumenico », sottolineando che « queste preghiere in comune sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell’unità » (UR, 8).

2. In quest’anno 2008 ricorre il centenario dell’inizio della prassi di pregare regolarmente per l’unità dei cristiani per opera di padre Paul Wattson, un ministro episcopaliano (anglicano degli Stati Uniti), co-fondatore della Society of the Atonement (Comunità dei frati e delle suore dell’Atonement) a Graymoor (Garrison, New York), che in seguito aderì alla Chiesa cattolica; la sua iniziativa continua fino ai nostri giorni. A Roma la Congregazione dei Frati francescani dell’Atonement è presente e impegnata nella promozione della ricerca dell’unità dei cristiani attraverso il « Centro Pro Unione ».

Proprio per commemorare questo avvenimento, il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha chiesto alla Comunità dell’Atonement di Graymoor di ospitare il Comitato misto per la preghiera composto da rappresentanti del Consiglio ecumenico delle Chiese e della Chiesa cattolica che annualmente prepara i sussidi che vengono poi divulgati nel mondo intero. Dal 1908 la prassi della preghiera per l’unità ha avuto una lenta, ma graduale evoluzione, nella sua impostazione e nella diffusione nel mondo.

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nel 2008 celebra il centenario dell’istituzione dell’Ottavario per l’unità della Chiesa. Questo titolo scelto da padre Wattson è stato trasformato in Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani in seguito all’impostazione data dall’abbé Paul Couturier (1936). Il cambiamento di terminologia rispecchia lo sviluppo della storia della preghiera per l’unità. Per la Chiesa cattolica, il Decreto del Concilio Vaticano II ha dato un’impostazione teologicamente fondata ed ecumenicamente aperta tanto da rendere possibile un’ampia partecipazione degli altri cristiani alla preghiera comune. Dal 1968 si è instaurata una feconda collaborazione con il Consiglio ecumenico delle Chiese, elaborando e divulgando insieme i sussidi su un tema concordato, diverso di anno in anno.

In relazione a questo centenario, il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha chiesto alla Commissione ecumenica dei vescovi degli Stati Uniti di scegliere e di proporre un primo progetto per i sussidi dell’anno 2008. È stato scelto il tema « Pregate continuamente », indicando come testo base una breve pericope della Lettera di san Paolo ai primi cristiani di Tessalonica (1 Ts 5, 12a.13b-18), una delle più antiche lettere di Paolo. La prima comunità cristiana di Tessalonica era stata fondata da Paolo; in seguito egli aveva sentito che serie difficoltà, provenienti dall’esterno, ma anche da divisioni interne, agitavano quella comunità provocando divisioni e opposizioni. Informato, Paolo si indirizzò a quella comunità con due lettere.

3. Il breve ma denso testo biblico contiene una serie di consigli, esortazioni, ordini paterni emananti dall’amore che Paolo nutriva per questa comunità sorta dalla sua predicazione. Egli si rivolge ai Tessalonicesi con « Vi prego … vivete in pace tra voi » (1 Ts 5, 13b). I cristiani riconciliati in Cristo devono dare testimonianza della redenzione ricevuta e della comunione ristabilita con Dio. Il tema della riconciliazione e della pace tra i discepoli di Cristo è dominante nell’insegnamento di Paolo.

Anche ai primi cristiani di Efeso egli ricorda questo tema fondamentale e lo collega direttamente a quello della vocazione cristiana. « Vi scongiuro di tenere una condotta degna della vocazione a cui siete stati chiamati … studiandovi di conservare l’unità di spirito nel vincolo della pace » (Ef 4, 3). E ripresenta loro il fondamento teologico: « Non c’è che un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo » (Ef 4, 5). La pace è un dono di Dio che i discepoli ricevono e che sono chiamati a tradurre nelle espressioni concrete della vita personale e comunitaria.

4. Nel corpo del testo scelto, Paolo dà alcune « indicazioni per risolvere le tensioni » della comunità di Tessalonica, indicazioni che vengono proposte come utili anche per la situazione attuale dei cristiani per la ricerca della loro riconciliazione e della loro piena unità. La divisione, e spesso le contrapposizioni polemiche tra i cristiani nel nostro tempo, vanno risolte per mezzo del dialogo teologico, ma vi è un grande spazio di relazioni fraterne da istituire e realizzare per creare nuove condizioni di vita fraterna e pacifica.

Il brano si conclude con l’affermazione che « questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi », verso i discepoli: fare il bene reciprocamente, evitare le ritorsioni al male ricevuto, sostenere i deboli, esercitare la pazienza con tutti, vivere nella letizia, rendere grazie a Dio in ogni cosa. Il testo paolino dà altre indicazioni valide pure come metodo per l’ecumenismo e come apertura al futuro: « Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono » (1 Ts 5, 19). Quest’ultima indicazione favorisce un atteggiamento positivo verso il patrimonio delle altre Chiese e Comunità ecclesiali con cui si può avere uno scambio di beni per la crescita cristiana e quindi ecumenica comune. Un tale processo nella storia dell’ecumenismo recente è stato indicato come « dialogo della carità », essenziale per ristabilire il clima di fraternità, necessario per una cooperazione di tutti verso l’unità. Paolo non presenta questo orientamento come semplice strumento utilitaristico di politica ecclesiastica, ma lo riconduce a Dio stesso. Questa è la volontà di Dio in Cristo verso l’insieme dei discepoli. In questa prospettiva Paolo auspica che « il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione » (1 Ts 5, 23).

5. Tra le indicazioni date da san Paolo vi è il consiglio che è stato proposto come titolo del tema della preghiera per l’unità di quest’anno: « Pregate continuamente » (1 Ts 5, 17), pregate di continuo, « senza interruzione » (adialèiptos), « incessantemente », « senza intermissione », secondo altre traduzioni. In « ogni tempo e luogo », come richiede la preghiera delle ore nella Chiesa bizantina. Il paradossale consiglio di san Paolo – pregare senza interruzione – ha fatto molto riflettere gli uomini spirituali. I Racconti di un pellegrino russo hanno inizio proprio con questo problema: « Come è possibile pregare senza interruzione? ». Eppure il consiglio di san Paolo si riferisce a tutti i discepoli di Cristo. Il Comitato misto che ha proposto il tema applica il consiglio della preghiera ininterrotta anche alla promozione dell’unità di tutti i cristiani. La proposta della preghiera non è limitata ad « una » settimana, ma si estende all’intero anno.

In un’indicazione sull’uso dei sussidi, il Comitato misto, che ha preparato i testi, afferma: « Incoraggiamo i fedeli a considerare il materiale presentato in questa sede come un invito a trovare opportunità in tutto l’arco dell’anno per esprimere il grado di comunione già raggiunto tra le Chiese e per pregare insieme per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo stesso. Il testo viene proposto nella convinzione che, ove possibile, venga adattato agli usi locali, con particolare attenzione alle pratiche liturgiche nel loro contesto socio-culturale e alla dimensione ecumenica ».

Cento anni or sono ha avuto inizio la pratica della preghiera per l’unità. Quest’anno si celebra quell’inizio per una nuova sollecitazione. Si incoraggia a continuare la preghiera per l’unità e a farla « senza interruzione ». Il pellegrinaggio verso la piena unità ha bisogno assoluto del viatico della grazia di Dio da invocare ogni giorno. La piena unità è dono di Dio.

6. La prassi della preghiera per l’unità offre l’opportunità a tutti i battezzati di partecipare al movimento ecumenico e non si limita a coloro che vivono in contesti interconfessionali, ma a tutti coloro che professano la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.

Nell’enciclica sull’ecumenismo (UUS, 22) il servo di Dio Giovanni Paolo II ha sottolineato l’importanza della preghiera comune e continua: « Sulla via ecumenica verso l’unità, il primato spetta senz’altro alla preghiera comune, all’unione orante di coloro che si stringono insieme attorno a Cristo stesso ».

* Sottosegretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani

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