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IL CAMMINO DI FEDE DELL’APOSTOLO PAOLO – Don Claudio Doglio

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CORSO BIBLICO

IL CAMMINO DI FEDE DELL’APOSTOLO PAOLO

Riflessioni di don Claudio Doglio

- 4 -

UOMO DI FEDE PROPRIO NELLE DIFFICOLTÁ

(25 ottobre 2012)

L’esperienza di fede dell’Apostolo Paolo è stata caratterizzata dall’incontro personale con Gesù Cristo e questo incontro ha trasformato il discepolo in un maestro.
È rimasto discepolo tutta la vita, ha imparato continuamente da Cristo ma ha comunicato ad altri la ricchezza di quello che aveva capito ed è diventato il grande maestro della giustificazione per fede.
Ha insegnato con forza e decisione, ispirato da Dio chiaramente, che l’uomo è messo in buona relazione con Dio sulla base della fede.
Superando la visione giudaizzante, condivisa da alcuni cristiani che ritenevano necessaria l’obbedienza alla legge in tutti i particolari e l’esenzione delle opere della legge, Paolo dice che la fede di Cristo è sufficiente,è quella che salva.
Nella Lettera ai Galati, capitolo 5 versetto 6, troviamo una frase emblematica:
In Cristo Gesù non è la circoncisione che conta o la non circoncisione ma la fede che opera per mezzo della carità.
Questa è una frase sintetica, che ci permette di riassumere la meditazione dell’incontro precedente e di lanciare l’ultima questione: essendo inseriti in Cristo Gesù, quello che conta non è la circoncisione, che ci sia o che non ci sia; non è determinante. Che cosa conta?
La fede che opera per mezzo della carità.
E qui Paolo avvicina la fede alle opere, dicendo che è importante una fede operativa, una fede che agisce, che compie le opere della carità cristiana.
In tutte le sue Lettere, infatti, l’Apostolo ha ripetutamente insistito sulla necessità di vivere bene e ha dato tanti consigli, molte indicazioni pratiche sul comportamento da tenere.
È quindi un fraintendimento di Paolo nel vedere che insegnasse una fede avulsa dalla vita, e non è semplicemente una accettazione di teorie, ma una adesione alla persona di Gesù Cristo che giustifica, cioè mette nella buona relazione con Dio.
Trasforma la persona, la rende capace di una vita nuova.
Questa capacità di vita si traduce nelle opere.
Non ha senso essere capaci di qualche cosa e non fare quello che siamo stati resi capaci di fare.
Quindi le opere sono importanti, ma sono conseguenza.
Questa è un’idea cardine che dobbiamo avere ben chiara: la vita morale è conseguenza della fede, non causa. Non siamo salvati perché ci comportiamo bene ma essendo stati salvati possiamo comportarci bene.
Se io verifico la mia vita, e mi accorgo che è buona, e posso dire che compio delle opere di bene, allora so che il Signore mi ha salvato, e io ho accolto la salvezza nella pratica della mia vita.
Non mi sono guadagnato la salvezza, ma ho messo in opera il dono che ho ricevuto. La fede causa la salvezza, la salvezza porta alla vita buona.
La salvezza è essere con Dio; è essere in comunione con il Signore. È l’amicizia che ci lega a Lui e segna, cambiandola, la nostra vita.
Ed è in forza di questa amicizia che ci ha cambiato, che noi siamo in grado di vivere una vita buona.
Quello che conta è la fede che opera per mezzo della carità.
Dunque, una fede operativa.
Ma, dal momento che Paolo parlava spesso in polemica con i giudaizzanti, sostenendo che le opere della legge non bastano e non servono per la salvezza, qualcuno fraintendeva gli insegnamenti di Paolo.
E abbiamo degli indizi, nel Nuovo Testamento, in base ai quali si può affermare che era cambiato; cioè qualcuno riportava l’insegnamento di Paolo in modo scorretto, attribuendogli degli insegnamenti sbagliati.
Una generazione, seguente a Paolo, dovette affrontare il problema serio di questo paolinismo deteriore, cioè una situazione in cui l’insegnamento di Paolo era stato deformato, si era deteriorato ed era diventato lassismo.
Come dire: il Signore ci ha salvati, non serve nient’altro. Ognuno viva come vuole, tanto, basta credere; la salvezza è automatica, la vita morale non conta; l’ha detto Paolo.
Non è vero! Paolo non ha mai detto una cosa del genere!
Ha detto che ciò che conta è la fede operativa per mezzo della carità. Ha detto che le opere della legge non salvano. Ma cosa intendeva per opere della legge?
Facciamo tre esempi, mettiamoceli in testa come elementi cardini: circoncisione, sabato, cibi puri e impuri; queste sono osservanze giudaiche che difatti noi abbiamo lasciato perdere.
La circoncisione, l’osservanza del sabato, la distinzione dei cibi, sono regole rituali giudaiche, che la chiesa ha ritenuto superate, non necessarie.
Queste sono le opere che non servono, mentre sono assolutamente necessarie le opere della carità,che non sono le opere rituali ma è la vita buona.
Però le opere della carità sono possibili solo come conseguenza, e il rischio è che noi pensiamo di essere buoni, sostanzialmente buoni.
È un po’ una mentalità diffusa quella di immaginare l’umanità come una serie di brave persone; è una idea che attraversa anche la storia del pensiero: in fondo siamo tutti buoni.
D’altra parte c’è un filone opposto che teorizza la condizione dell’uomo come radicalmente corrotta, irrecuperabile, un non senso: l’uomo è un groviglio di cattiveria, di malizia, di disgrazia, un nucleo impazzito nell’universo.
Abbiamo gli eccessi opposti di pessimismo e ottimismo: visione negativa dell’uomo assolutamente corrotto, visione idealizzata dell’uomo come buono in sé; e questi due estremi poi, si concretizzano, banalmente, in molti ragionamenti quotidiani: tutto va male, sono tutti cattivi, sono tutti corrotti, sono tutti ladri, tutti delinquenti, il mondo ormai è alla fine; oppure: ma in fondo siamo tutti buoni, va bene così, ognuno faccia un po’ come vuole, perché, in fondo, c’è questa bontà.
Sono due atteggiamenti pratici diffusissimi, sbagliati.
Per il pessimista la salvezza non è possibile; l’uomo è irrecuperabile, è cattivo e resterà cattivo, non c’è speranza di salvezza. Pensate a qualche poeta tragico, esistenzialista; magari ci prende anche il cuore e l’affetto, ma ci lascia in una posizione disperata.
Per il buonista, invece, la salvezza non è necessaria perché siamo già salvi; siamo già buoni, non è possibile e non è necessaria. È una mentalità diffusa, sebbene con motivazioni diverse; nel nostro mondo la salvezza è messa ai margini perché o ritenuta impossibile o ritenuta inutile.
La nostra fede cristiana, invece, riguarda proprio Gesù che è il salvatore dell’uomo e affermiamo che è necessaria, perché non è vero che siamo buoni. Siamo cattivi!
In fondo siamo cattivi, tutti. E abbiamo bisogno di salvezza e di redenzione.
Questa salvezza è possibile.
È possibile in forza di Gesù Cristo e può redimere l’uomo. E lo libera.
La nostra fede nella persona di Gesù ritiene che Egli sia il Salvatore necessario, e la sua opera è realmente possibile, ne abbiamo bisogno; possiamo diventare buoni e quindi c’è un cammino, una crescita, una dinamica di trasformazione.
Questo insegna Paolo.
Il punto di partenza è la fede; è il momento iniziale in cui la persona si apre all’incontro con Dio, riconosce di non farcela e di avere bisogno di aiuto. E accoglie così il Salvatore, che entra nella sua vita, e inizia un’opera di redenzione; cioè lo salva da se stesso, dal proprio carattere, dai propri difetti, dai propri peccati e lo rende capace di una vita buona.
È possibile compiere le opere buone, come conseguenza della salvezza.
 Se non si capisce questa dinamica, e si pensa che la fede sia sufficiente, si cade in un cristianesimo lassista, dove, solo una teoria accettata con la testa mette a posto una persona ma lasciandola come prima; diventa un discorso banale.
 Contro questa banalizzazione di Paolo si scaglia l’apostolo Giacomo, nella Lettera di Giacomo; al capitolo 2 dal versetto 14 al 26, troviamo una polemica che non è rivolta a Paolo ma al paolinismo deteriore, a quei maestri che deformavano l’insegnamento di Paolo e dicevano che basta solo la fede.

Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere? Forse che quella fede può salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti di cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi’ , ma non date loro il necessario, che giova?Così anche la fede se non ha le opere è morta in se stessa.

Paolo sarebbe perfettamente d’accordo; soltanto che Paolo parla dell’inizio, mentre Giacomo insiste sulla continuità; non sono le opere che iniziano la salvezza, ma la fede; una volta che la persona ha incontrato il Salvatore, e si lascia redimere, allora conta la fede, che opera per mezzo della carità.
Se la fede non ha le opere è morta. Se la fede non segna la vita, non è fede!
Il rischio di questi predicatori paolinisti deteriori era quello di accontentarsi di una fede teorica, quella che i teologi chiamano fides quae creditur: la fede che si crede, cioè il contenuto gli articoli del credo.
Questa è la nostra fede: credo in Dio Padre, in Gesù Cristo suo unico Figlio, nello Spirito Santo, credo la Santa Chiesa Cattolica, la comunione di Santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna.
Questa è la nostra fede. Se io mi fermo ad un elenco teorico, ad una accettazione di verità, ma la mia vita non ne è segnata, è una fede morta.
Paolo invece parla di quella che i teologi chiamano fides qua creditur: la fede per mezzo della quale si crede, cioè l’atteggiamento.
Molte volte anche noi facciamo confusione tra queste due sfumature; parlando di fede rischiamo di pensare soprattutto ad un discorso intellettuale, teorico, legato alla conoscenza di verità astratte, magari astruse, che si accettano senza capirle, appunto si accettano per fede.
Ma questa concezione di fede, puramente teorica, non segna la vita.
Uno accetta una dottrina e continua a vivere come l’altro che tale dottrina non accetta; invece, quando si parla di fede, dobbiamo soprattutto intendere quella relazione personale con la persona di Gesù.
Attraverso di Lui conosciamo il Padre, riceviamo lo Spirito, entriamo in comunione con le persone divine; è l’atteggiamento di fiducia, di affidamento con cui una persona si abbandona al Signore.
Questo atteggiamento permette al Signore di salvarci.
Inizia così la personale storia di salvezza; ognuno di noi, affidandosi al Signore, inizia un cammino di purificazione, di trasformazione, di santificazione; e questo cammino formativo porta alle opere.
Se si ferma a livello cerebrale di conoscenza teorica e astratta di verità, e non ha le opere, è morta in se stessa, è un parlare a vuoto. Se al povero dici: mangia pure, non serve a niente; è una presa in giro. Per dirgli mangia pure, devi dargli qualcosa da mangiare.

Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede e io ho le opere mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.

Questo è un discorso che molte volte possiamo incontrare; se ci sono delle persone che hanno le opere e dicono teoricamente di non avere la fede, è tutto da vedere che non abbiano la fede; perché se ci sono le opere, e sono opere buone, c’è anche una fede. Magari non è quella teorica, non è quella espressa dalla dottrina, ma c’è una fiducia nel Signore, un affidamento profondo.
Al contrario se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere, non è vero, ha solo delle fissazioni religiose, oppure conosce delle dottrine e quante dottrine conosciamo! Quante ricette per fare da mangiare o segreti per fare certi lavoretti, quante conoscenze teoriche di lunghezze di fiumi o di altezze di monti abbiamo!
E cosa ci servono per la salvezza? A niente.
È come sapere le dottrine religiose; se non mi cambiano la vita, a cosa mi servono? Non ho fede se la mia vita non è segnata.
Tu credi che c’è un Dio solo?
Notate, non dice tu credi a un Dio solo; non dice nemmeno tu credi in un Dio solo; ma tu credi che c’è un Dio solo.
Fai bene, anche i demoni lo credono e tremano!
È una frase tremenda: credere che c’è un Dio solo ci mette alla pari del diavolo. Anche il diavolo crede che c’è un Dio solo, ma non crede a Dio e tanto meno si fida affidandosi a Lui. Semplicemente ne accetta l’esistenza. Non è questo che determina la vita.
Vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?
Abramo nostro padre non fu forse giustificato per le opere quando offrì Isacco suo figlio sull’altare? Vedi che la fede cooperava con le opere di lui e che per le opere quella fede divenne perfetta.
Non dice il contrario di Paolo, dice la stessa cosa.
Paolo sottolinea l’inizio, Giacomo la continuazione.
Abramo si fidò. Cosa vuol dire si fidò?
Nel momento in cui Dio gli chiese il figlio, Abramo lo fece; proprio perché si è fidato, è passato alle opere concretamente; è arrivato fin sul monte, ha alzato la mano e Dio lo ferma in quel momento.
Abramo dimostra di avere fede nel momento della difficoltà, quando gli sembra impossibile credere, quando il Dio, che gli ha dato il figlio, glielo chiede.
E come è possibile ? Può crollare tutto; Dio è cattivo, è invidioso, ma perché mi chiede una cosa del genere?
Domande di questo tipo significano: non mi fido, mi difendo, non gli credo, faccio di testa mia.
Abramo si fidò e, concretamente nella fede, operò.
La fede coopera con le opere; è chiaro, la fede è operativa, la fede autentica porta ad un atteggiamento concreto, nuovo, buono.
Vedete che l’uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede.
La differenza fra Giacomo e Paolo sta anche nella visione delle opere.
Lo ripeto: Paolo parla delle opere della legge giudaica rituali; Giacomo, invece, parla delle opere della carità cristiana.
Quelle non sono necessarie, lo dicono tutti e due; queste sono necessarie, lo dicono tutti e due. Quindi dobbiamo leggere con attenzione i testi, perché l’apparente contraddizione non esiste, sono perfettamente concordi; Giacomo ribadisce soprattutto la fede della vita cristiana che diventa operativa.
Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta.
E Paolo visse una fede vivace, non morta.
La sua non fu un’esperienza di fede teorica, discussione su verità astratte; ma, come ho detto molte volte, la sua esperienza fu l’incontro con una persona, fu un incontro che coinvolse la sua vita, la segnò, fu innamorato, conquistato da Cristo.
Di conseguenza visse una vita in comunione con Cristo, e la fede si dimostra proprio nei momenti di difficoltà, e Paolo visse situazioni molto dolorose.
Essere diventato cristiano non gli semplificò la vita, anzi, gli creò una infinità di problemi.
Proprio la sua predicazione cristiana gli diede molti problemi e nelle difficoltà concrete egli manifestò la fede, e si impegnò ad una vita buona, e insegnò a tutte le persone, con cui entrava in contatto, a impegnarsi in questa docilità allo Spirito per diventare nuove creature, per vivere bene, come a Dio piace.
Mi soffermo su un passaggio della seconda lettera ai Corinzi, capitolo 12, dove l’Apostolo fa riferimento a situazioni difficili della propria vita.
Ha accennato a doni di grazia, visioni, grandi momenti di spiritualità che ha vissuto ma, insieme a questi doni di grazia, sa di aver attraversato molte difficoltà e accenna ad una situazione per noi oscura che egli chiama:
..una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi. A causa di questo, per ben tre volte, ho pregato il Signore che lo allontanasse da me.
 Non sappiamo di preciso che cosa fosse questa spina nella carne; qualcuno pensa ad una malattia, una malattia cronica, con momenti di aggravamento, per cui si trovava in situazioni molto dolorose, faticose nel ministero.
Qualcun altro pensa che si tratti piuttosto di una tentazione o di una inclinazione al male, di qualche difetto che portava dentro e non riusciva a superare; altri ancora pensano che si tratti di qualche persona.
Io, personalmente, propendo per quest’ultima interpretazione, in riferimento concreto alla situazione di Corinto, dove c’era una comunità particolarmente litigiosa, e c’era qualcuno, nella comunità, che si poneva contro Paolo, lo criticava, lo contestava e sobillava la gente ad andare contro Paolo.
E questa persona rovinava l’ambiente comunitario. Una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarlo.
Probabilmente fu proprio un fatto concreto; Paolo fu preso a schiaffi da questo personaggio che in una riunione pubblica lo insultò e lo mandò via. Paolo confida:
 Per tre volte ho pregato il Signore che lo allontanasse da me tre volte vuol dire con insistenza ripetutamente ho chiesto al Signore liberami da questo problema ma egli mi ha detto: ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.
Qualunque sia l’interpretazione che diamo, Paolo ha un problema serio, chiede al Signore: allontanalo da me e il Signore gli dice no, tienilo pure questo problema, ti basta la mia grazia.
La mia grazia ti dà la capacità di vivere, non ostante quel problema; ti permette di attraversare il problema e di superarlo.
Ecco la dimensione della fede operativa; non semplicemente come una fede che porta a fare delle opere di bene, ma una fede che dà coraggio, che consola, che rende la persona capace di affrontare le difficoltà.
Non risolve automaticamente i problemi, non elimina le spine; aiuta a sopportarle, a superarle, a vivere nonostante quelle difficoltà.
La mia potenza- dice il Signore a Paolo- si manifesta proprio nella debolezza.
Nel momento in cui la persona è debole, e riconosce la propria debolezza, si manifesta la potenza di Dio.
E Paolo continua, confidandoci:
allora io mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze.  
Non intende i suoi difetti.
Attenzione al nostro modo di parlare, perché talvolta ci inganna. Noi se parliamo di debolezze intendiamo piuttosto i nostri peccati i nostri difetti ..è una mia debolezza cioè non riesco a resistere a questo peccato.
No, Paolo sta intendendo qualcos’altro, parla di una sua condizione umana debole, ad esempio una sua malattia, o di inferiorità nei confronti di questa persona; è calunniato, è criticato, è contestato; si trova ad avere delle persone della comunità contro, perché quel tizio parla male di Paolo. Paolo è lontano e non può difendersi è in una situazione di debolezza.
Mi vanterò volentieri della mia situazione debole perché dimori in me la potenza di Cristo perciò mi compiaccio nelle mie infermità non significa provo piacere ma sono contento, capisco che hanno un senso non mi fanno paura, le accetto le infermità, gli oltraggi, le necessità, le persecuzioni, le angosce sofferte per Cristo Quando sono debole è allora che sono forte.
Questo è l’atteggiamento di fede: io sono debole ma non sono solo proprio perché mi sono affidato a Cristo e mi sono messo nelle sue mani; sono con Lui.
Lui diventerà la mia forza. Se faccio forza io, la tolgo a Lui; e invece, fidandomi di Lui, posso affrontare le debolezze, tutte le fatiche e le angosce della vita, perché Lui è la mia forza.
Tutto posso in Colui che mi dà forza.
Questo è l’atteggiamento di fede dell’Apostolo che, scrivendo a Timoteo, dice:
So a chi ho creduto.
È un’altra espressione sintetica, che illumina l’atteggiamento di Paolo.
So, conosco personalmente Colui a cui ho creduto; non ho creduto a delle idee, ho creduto ad una persona, mi sono fidato di una persona e la conosco. So a chi ho creduto, per cui posso continuare nel mio impegno.
Paolo adopera proprio nelle Lettere Pastorali, l’immagine della battaglia della fede; lo dice scrivendo a Timoteo, esortandolo ad un impegno cristiano.
 Uomo di Dio fuggi queste cose, tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità alla pazienza, alla mitezza; combatti la buona battaglia della fede.Cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato.
Ecco un impegno di vita cristiana: combattere la buona battaglia della fede.
La battaglia della fede non si combatte contro i non credenti, ma si combatte con noi stessi, si combatte con le avversità della vita, col nostro carattere.
La battaglia della fede è quell’impegno a lasciare agire il Signore nella nostra vita, a permettergli di salvarci.
La battaglia della fede è la vita cristiana immaginata come un combattimento spirituale, dove continuamente dobbiamo lottare contro il male, per far vincere il bene.
Possiamo vincere il male grazie a Cristo; abbiamo creduto in Lui.
Lui è la nostra forza. Con Lui possiamo combattere, con Lui possiamo vincere e quando, poco prima di morire, scrive l’ultima lettera a Timoteo, dal carcere di Roma, Paolo traccia un breve ritratto della propria esistenza:
Quanto a me il mio sangue sta per essere versato in libagione ed è giunto il momento della partenza; ho combattuto la bella battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
Poche pennellate per fare uno splendido ritratto.
Sto per essere versato in libagione.
La libagione era un sacrificio di liquidi; era pratica degli antichi offrire dei liquidi, ad esempio, anche ai defunti; anziché portare dei fiori o dei ceri, gli antichi romani portavano latte o vino e versavano il liquido sulla tomba. Era un modo di dare da bere, da mangiare al defunto; è un’offerta sacrificale, ma il liquido, versato per terra, è perso.
È un sacrificio versare il liquido e Paolo pensa alla propria vita come ormai versata; non sprecata, offerta.
Io sto per essere versato come una libagione, come un liquido che si spande nel terreno; ormai la mia vita si scioglie, è giunto il momento il kairos cioè l’occasione buona della analysis.
La vecchia traduzione diceva ‘ il momento di sciogliere le vele;’ le vele non ci sono nel testo; in base al testo italiano molti hanno immaginato la scena di chi arriva in porto. Sciogliere le vele, ammainare le vele, perché la nave sta arrivando. Ma non è questa l’immagine; sta parlando proprio di scioglimento nel senso che le membra perdono la connessione, e il morto lascia cadere le braccia, si scioglie, non sta più in piedi; il corpo si dissolve.
La stessa espressione l’adopera nella lettera ai Filippesi, quando dice:
Per me il vivere è Cristo, il morire è un guadagno.
In latino si traduceva la frase: cupio dissolvi et esse cum Christo (desidero essere sciolto per essere con Cristo). Essere sciolto è proprio il sinonimo di morire, versare e sciogliere.
La mia vita ormai sta per sciogliersi ho combattuto la bella battaglia. Non c’è buona ma bella e propriamente non c’è nemmeno battaglia ma agone.
Agone è anche qualcosa di sportivo, è una gara, una corsa; mi sono impegnato in questa bella corsa.
Il discorso non è tanto militare; piuttosto che una metafora bellica è una metafora sportiva: mi sono impegnato in questa gara che è bella la vita, è una bella gara e io l’ho gareggiata con tutto me stesso, ho terminato la corsa.
Quest’altra immagine rafforza la precedente; ormai sono arrivato alla fine, ho corso dietro a Cristo e adesso sto arrivando, sto arrivando alla meta.
Sto arrivando all’incontro con il Cristo e in questo impegno, in questa corsa ho conservato la fede.
Capite che non è un’idea statica di fede? Paolo credente è un uomo impegnato che corre verso la meta. Fuori metafora è uno che diventa santo.
L’incontro con Cristo, credergli, ha fatto sì che potesse mettersi in cammino; e non un cammino lento e faticoso, ma un cammino di corsa verso la meta e in tutto questo cammino la fede lo ha accompagnato.
Ho conservato la fede, l’ho custodita.
Quella relazione con il Signore Gesù l’ho custodita come il tesoro, il deposito della fede il mio capitale, il deposito bancario. Il mio patrimonio è la fede e l’ho fatta rendere, mi ha dato la forza per correre bene e per arrivare alla meta.
Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno ma non solo a me anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.
E noi vogliamo imparare da Paolo, per recuperare l’entusiasmo nel nostro cammino di fede.
Abbiamo creduto, stiamo credendo, vogliamo conservare la fede e correre in questo cammino verso la meta.
Fede come relazione con il Signore che ci ha conquistati e lo seguiamo per raggiungerlo. Ciò che conta è la fede in Cristo Gesù, una fede che opera per mezzo della carità.
E vi auguro che questo anno della fede, appena iniziato, possa essere una buona occasione per rinnovare l’impegno in questa corsa verso la meta.
Buon cammino nella bella battaglia della fede!
Conservatela, fatela crescere, diffondetela perché è proprio credendo che s’impara a credere, ed è parlando ad altri della propria fede che la nostra fede cresce.
Auguri e buon cammino.

Publié dans:Docenti: Claudio Doglio |on 18 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

Lettera ai Filippesi – PARTE I – L’inno cristologico (2,1-11) (Claudio Doglio)

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/doglio_filippesi5.htm

CLAUDIO DOGLIO

Lettera ai Filippesi – PARTE I

4. L’inno cristologico (2,1-11)

Paolo scrive ai cristiani di Filippi non semplicemente per raccontare la sua situazione, dare notizie e mandare saluti, ma soprattutto per formare quella giovane comunità cristiana. Ecco perché ha senso che noi leggiamo e meditiamo questo scritto – anche se occasionale – perché non riguardava solo quelle persone, ma riguarda tutti e sempre.
All’inizio del capitolo 2 incontriamo il testo che è fondamentale in questa lettera; si tratta di un inno cristologico, cioè una celebrazione liturgica in onore di Gesù Cristo, un testo che probabilmente non ha scritto san Paolo, ma che era già stato scritto prima di Paolo e veniva utilizzato nella prima liturgia cristiana. Paolo probabilmente lo cita, cioè lo riporta per esteso, ricordando ai cristiani quello che cantavano nella liturgia, perché avessero modo di ripensare a quelle parole e contemplare il modello di Cristo.
Anche nella nostra liturgia questo è tornato a essere un cantico; ogni sabato sera, a vespro, apriamo la domenica con queste parole, avendo davanti agli occhi il modello fondamentale di Cristo.

Pienezza della gioia
Per arrivare a questo quadro, così importante, Paolo parte da una richiesta:
2 rendete piena la mia gioia con l’unione dei vostri spiriti,
Io sono contento, ma perché lo possa essere pienamente vi chiedo l’unione dei vostri spiriti. Prima però di arrivare a questa richiesta ha premesso quattro formule retoriche.
2, 1 Se c’è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c’è conforto derivante dalla carità, se c’è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, 2 rendete piena la mia gioia
Se ci sono le condizioni, allora fatemi contento fino in fondo. Le condizioni ci sono; le quattro formule che Paolo adopera sono delle affermazioni. È un modo retorico per affermare.
«Se c’è qualche consolazione in Cristo». C’è qualche consolazione in Cristo? Sarebbe come dire: “Se mi vuoi bene devi dirmi questo”; se te lo dico è perché so che mi vuoi bene. È come se io ti dicessi: “Dal momento che tu mi vuoi bene, di conseguenza, fammi questo favore”.
Proviamo allora a rileggere queste frasi come delle affermazioni, anche solenni e ribadite.
In Cristo c’è consolazione proprio perché la consolazione è strettamente legata a lui, è dentro di lui o, meglio, io sono consolato se sono in Cristo. La consolazione, l’esortazione, la formazione, sono caratteristiche dello Spirito Santo; lo Spirito Consolatore è legato a Cristo, è il dono di Cristo. Allora, dal momento che Cristo è la nostra consolazione, rendetemi contento.
Dal momento che c’è conforto derivante dalla carità, non c’è altro conforto se non l’amore, l’agàpe, la buona relazione. Non c’è altro conforto della nostra vita se non il bene che abbiamo fatto e abbiamo ricevuto; e allora – dal momento che esiste questa consolazione – rendete piena la mia gioia.
Terza condizione: dal momento che c’è «comunione di Spirito» – ovvero noi siamo perfettamente uniti in un solo Spirito, perché è lo Spirito Santo di Dio che ci tiene insieme – comunicatemi una gioia più grande.
Quarta condizione: poiché ci sono «sentimenti di amore e di compassione» – ritorna il termine che avevamo già trovato come viscere, amore passionale, viscerale, sentimenti di misericordia, di affetto – siccome ci sono, proprio esistono, allora, dal momento che mi volete bene, perché siamo uniti dallo stesso Spirito, perché siamo confortati dallo stesso amore, perché siamo consolati dello stesso Cristo Gesù, allora fatemi contento.
Ma che cosa vuole? Perché con tanta insistenza dà delle motivazioni, delle condizioni così teologiche? Per chiedere che cosa? Ha bisogno di un piacere: “Rendete piena la mia gioia”. Che cosa sta per chiedere? Evidentemente una cosa importante: «Pensate in modo unitario».
Letteralmente adopera il verbo “sentire”, “ragionare”, “pensare”: pensate la stessa cosa, abbiate una unità di intenti, siate uniti nel modo di pensare. Ha già parlato prima di unanimità e di concordia, adesso dice che bisogna avere tutti lo stesso pensiero: abbiate un pensiero solo, unico, uguale fra tutti. Ma come è possibile? Mio nonno diceva: “Tante teste, tante idee” , lo dite anche voi. Allora, se è vero che ognuno la pensa a suo modo, come può Paolo dire che dobbiamo pensare tutti la stessa cosa?
È un sistema da dittatori, perché i dittatori fanno così: lanciano loro l’idea e tutti devono venire dietro e dire la stessa cosa. È forse questa la strada? Ma che cosa intende Paolo quando dice di pensare tutti la stessa cosa? A questo punto, finalmente, specifica:
avendo tutti lo stesso amore
Parla di pensiero, poi specifica con amore, ma dice: “lo stesso tipo di amore”, cioè avendo un’anima sola, essendo uniti nell’anima. Ragionando ripete lo stesso verbo di prima: “Pensando una cosa sola”, la stessa, tutti una cosa, tutti la stessa cosa. Insiste quindi parecchio e prima di arrivare a spiegare che cosa intende apre una parentesi.
3 Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso,
Comincia a indicare una strada per comprendere il senso di quello che sta dicendo. È una spiegazione di tipo negativo: non fate le cose per rivalità, non fate qualcosa contro qualcuno, di nessun tipo; non fate nulla per rivalità, non fate nulla per vana gloria, cioè per emergere, per farvi vedere, per ottenere onore; è una gloria vuota. Sono due peccati gravi che caratterizzano purtroppo la nostra realtà di Chiesa. Ci sono molti, fra di noi, che peccano di rivalità e di vana gloria, che fanno le cose per rivalità nei confronti degli altri, per essere di più, per essere meglio, per far vedere, per fargliela pagare, anche nelle piccole cose.
Pensate come nelle piccole relazioni quotidiane – talvolta, se non spesso – ci sono queste ripicche: “glielo faccio apposta”; è la vana gloria, la ricerca dell’onore, del titolo, della carriera, della stima, del prestigio. Tutto questo nasce dalla prepotenza dell’io, mettendo me stesso al primo posto.

Grandezza dell’umiltà
Invece l’atteggiamento di umiltà – in greco Paolo adopera una bella parola, un po’ strana: «tapeinofrosu,nh» (tapeinofrosýne). È la sapienza di chi è tapino – è proprio l’umiltà di Maria che nel Magnificat dice: «Il Signore ha guardato la mia condizione tapina». Adopera la stessa parola: ha guardato a come sono piccola, a come sono povera, «per cui tutte le generazioni mi chiameranno beata».
Bisogna allora capire bene questa frase, perché la traduzione non mi piace.
Considerare gli altri superiori a se stessi suona male, ci può portare a un atteggiamento ipocrita. Maria ha la consapevolezza che Dio ha fatto in lei ha grandi cose, ha la consapevolezza di essere piccola, povera, debole, ma non per questo dice: “Io sono l’ultima”; dice invece: “Sono la prima, sono la più fortunata di tutte, tutte le generazioni diranno che io sono beata”. Non si tratta, quindi, di dire: gli altri sono meglio di me, anche quando non ne siamo convinti; si tratta piuttosto di non mettere se stessi al primo posto. Questo vuol dire che ognuno, con tutta umiltà, deve dare più peso agli altri che a sé; deve stare attento agli altri prima di stare attento a sé; prima di mangiare deve guardare se gli altri mangiano, prima di sedersi deve vedere se gli altri sono seduti; è questo il senso dell’umiltà: l’attenzione all’altro. Capiamo allora che se esiste questa umiltà, per cui io mi decentro – non sono più al centro – ma do importanza all’altro, non posso più fare le cose per rivalità e non le faccio neanche per farmi vedere; non mi interessa emergere, perché mi interessa che lui stia bene, che lei emerga Ecco l’atteggiamento di umiltà profonda che deve portarci a non considerarci importanti; non a disprezzare le doti che abbiamo, le qualità che il Signore ci ha donato, ma a non mettere noi stessi al primo posto, riconoscendo che nonostante tutto, nonostante nostre qualità, nonostante i nostri pregi, nonostante il bene che abbiamo fatto e continuiamo a fare, tutto ci è dato gratis.
Un principio a fondamentale della imitazione di Cristo dice: “Ama nesciri et pro nihilo reputari”: “ama essere non conosciuto e ritenuto niente”.
Attenzione, perché il punto decisivo è quell’ “ama”, non “sopporta” se non ti considerano. Non dice infatti: “Datti da fare perché ti considerino, arrabbiati se non ti considerano, ma ama non esser conosciuto, ama essere ritenuto nulla”. Se gli altri non ti ritengono importante, ama quella condizione. “In quella condizione la gioia è piena” così diceva San Francesco a frate Leone: “È perfetta letizia proprio questa, quando non avrai nessuna soddisfazione, quando ti tratteranno male”. Proprio in questo mettere se stessi all’ultimo posto sta l’atteggiamento fondamentale: abbiate tutti questa unica e medesima mentalità, un atteggiamento di umiltà.
4 non cercate ciascuno le proprie cose, ma quelle degli altri.
Ecco di nuovo un’altra spiegazione: non cioè fate i vostri interessi, non pensate a voi stessi e basta, ma occupatevi delle cose degli altri, state attenti alle loro necessità.

Finalmente esprime chiaramente quello che aveva in testa:
5 Abbiate in voi gli stessi sentimenti [pensieri] che furono in Cristo Gesù,
Più che “sentimenti” io direi “pensieri”, perché in greco Paolo adopera di nuovo lo stesso verbo che ha già adoperato due volte dicendo: “pensate”, pensate la stessa cosa, pensate una cosa sola. Adesso ripete: “Pensate al modo di Cristo”. Forse la traduzione migliore potrebbe essere questa:
abbiate la stessa mentalità che fu in Cristo Gesù
Modello esemplare è la mentalità di Cristo
La parola cardine è “mentalità”, cioè modo di pensare, modo di vedere le cose. Qual è l’unico modo buono, valido, di vedere le cose? Quello di Gesù Cristo! Abbiate tutti quell’unico e identico modo che è quello di Gesù Cristo.
Non si tratta allora di dire la stessa frase, di pensare la stessa cosa, ma di avere come fondamento la stessa mentalità. Questo non è un atteggiamento da dittatore, è l’offerta del modello fondamentale dell’unica strada di salvezza.
Questo è il vertice della Lettera ai Filippesi, è il cuore della nostra riflessione: Cristo è il modello, la mentalità di Cristo è fondamentale, è un imperativo di base: «Abbiate la sua mentalità»; se non avete la mentalità di Cristo noi gli appartenete, se ne avete un’altra cambiatela, criticate fortemente il vostro modo di pensare, analizzatelo, valutatelo, confrontatelo con Cristo; se corrisponde al suo: bene; se non corrisponde al suo cambiatelo, perché va male. La conformazione a Cristo misericordioso è il primo punto della nostra adesione a lui, del nostro cammino di fede, di conversione.
«Conformarsi a Cristo!»: allora la nostra meditazione adesso raggiunge un punto decisivo.
Prima di ragionare su di me devo ragionare su di lui, devo tenere fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della nostra fede, punto di partenza e punto di arrivo.
Dobbiamo continuamente rimanere fissi su Gesù Cristo, dobbiamo essere come lui, possiamo essere come lui, stiamo diventando come lui.

Lettera ai Filippesi, l’Inno Cristologico – PARTE II (Claudio Doglio)

CLAUDIO DOGLIO

Lettera ai Filippesi – PARTE II

4. L’inno cristologico (2,1-11)

La struttura dell’inno

Ed ecco il testo dell’inno che Paolo riporta per spiegare quale è la mentalità di Cristo.
Nell’esortazione alla concordia e alla stima reciproca per il buon andamento della comunità, Paolo inserisce un inno che probabilmente i Filippesi conoscevano e cantavano nella liturgia. Si tratta di uno dei testi più antichi della liturgia cristiana che celebra il grande mistero di Cristo nella sua ricca completezza teologica, ricordando la sua natura divina preesistente, l’incarnazione, la morte e la risurrezione, per concludere con l’intronizzazione a Signore dell’universo.
Gli studiosi non sono d’accordo sull’origine di questo inno cristologico: alcuni lo ritengono una composizione liturgica scritta dallo stesso Paolo per altre circostanze ed inserita qui con qualche lieve ritocco; altri invece pensano che si tratti di un inno di autore giudeo-cristiano che l’apostolo avrebbe fatto suo adattandolo al contesto. Vari indizi linguistici fanno propendere per una composizione pre-paolina, ritoccata da Paolo. La celebrazione ha per oggetto il Cristo storico, Dio e uomo, nell’unità della sua persona; la distinzione dei vari momenti non implica separazione, ma mostra piuttosto il suo evolversi nel tempo ed il suo ritorno al Padre.
L’inno si divide nettamente in due parti: la prima discendente, la seconda ascendente.
Gesù Cristo scese fino in fondo, perciò Dio lo innalzò fino in cima. Potremmo semplificare così il contenuto: nella prima parte si presenta la discesa di Cristo fino in fondo, nella seconda parte la salita di Cristo fino in cima. Il punto determinante è quel «perciò» del versetto 9. Dio lo ha innalzato proprio perché egli si è abbassato.
Questo inno deve essere nato nella comunità cristiana come riflessione su un detto di Gesù riportato diverse volte nei vangeli: «Chi si umilia sarà esaltato, mentre invece chi si esalta sarà umiliato». Ma l’obiettivo è essere esaltati, quindi è questa la parte buona: chi si umilia, chi si comporta in modo umile, sarà esaltato; sarà esaltato da Dio. Gli esperti dicono che si tratta di un passivo divino, cioè un modo di parlare tipico della Bibbia per evitare il nome di Dio.
Chi umilia se stesso sarà esaltato da Dio; è proprio l’atteggiamento di Maria, discepola fedele del Cristo. Maria è grande perché ha imitato Gesù. Il modello è Gesù. Maria è l’esempio di una che lo ha seguito davvero, così i Santi: il modello è sempre Gesù.
Maria e i Santi sono persone che hanno realizzato il modello, in tanti modi diversi. L’unico modello, che è Gesù Cristo, viene realizzato in una infinità di sfumature differenti. Ci sono i santi uomini e le sante donne, ci sono i dottori e gli analfabeti, ci sono quelli morti giovani e quelli invece morti vecchissimi, quelli che hanno fatto tante opere e quelli che non hanno fatto quasi nulla, ci sono santi di tutti i tipi, di tutte le qualità, con tutti i caratteri possibili, con tutte le attività, gli stati. Questo vuol dire che i modi di realizzazione sono infiniti, ma il modello è uno e uno soltanto: è il modello di Gesù Cristo…

Cristo umiliò se stesso
6 il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;

Egli è nella forma di Dio, egli è Dio, ma questo essere come Dio non lo ha tenuto per sé. In greco si adopera una parola strana, che in italiano è stata tradotta in un modo fantasioso: “tesoro geloso”, come una stranezza, perché in genere il tesoro non è geloso, semmai è il proprietario a essere geloso del suo tesoro, ma lo comprendiamo a senso.
Nel testo originale Paolo non adopera però né parola tesoro né la parola geloso, dice «a`rpagmo.n» (harpagmòn). È la stessa radice da cui nella commedia hanno tirato fuori il nome di Arpagone, in genere è chiamato così l’avaro, perché è una parola che vuol dire proprio prendere, è il verbo che indica “arraffare”; Arpagone è la figura comica del vecchio avaro che vuole prendere, che vuole guadagnare, che tiene tutto per sé, che non vuole dare niente.
Gesù, che è Dio, non tenne per sé – come un oggetto da custodire gelosamente – l’essere come Dio. Non pretese di prendere. Adamo, invece, prese dell’albero con la prospettiva di essere come Dio. Mentre l’uomo pretende di essere come Dio, senza esserlo, e quindi cerca di prendere per diventare come Dio, Dio – che lo è – non tiene per sé questa prerogativa esclusivamente divina: è il capovolgimento della mentalità di Adamo.
L’uomo mira a prendere, invece lo stile di Dio è quello di dare.
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un oggetto di rapina, un oggetto da tenere gelosamente per sé la sua uguaglianza con Dio, ma, al contrario…
7 ma spogliò se stesso,
Il verbo greco è ancora più forte dell’italiano “spogliare”, è il verbo «evke,nwsen» (ekénosen) “svuotare”: «Gesù svuotò se stesso». È una frase forte dire che Dio si è svuotato. In latino hanno tradotto “exinanivit”, “rese se stesso inanis”, cioè inutile: Dio si è svuotato.
Pensate che quando una persona invece è superba, noi diciamo che è piena di sé; quando una persona si dà delle arie, diciamo che si gonfia, che è un pallone gonfiato; adoperiamo quindi delle immagini simili. L’uomo tende a gonfiarsi a essere pieno di sé.
Sono le nostre soddisfazioni: “Io, io so, io sono, io faccio, io ho”; questo è l’atteggiamento della pienezza, della superbia, dell’orgoglio.
Dio si è svuotato. Lui, che aveva tutti i motivi di essere, di avere, di sapere, si è svuotato, addirittura ha perso l’essere, è arrivato a morire;

7 ma svuotò se stesso,
prendendo forma di servo
Di schiavo, la categoria più bassa immaginabile.
e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana,

«evtapei,nwsen» (etapeínosen), si fece tapino, si fece piccolo, povero. L’umiltà non è un atteggiamento spirituale, è proprio una condizione, è l’essere piccolo, povero, che non conta; si fece una povera persona. Non si fece un uomo potente, si fece uomo e un uomo marginale, senza un ruolo sociale, senza un ruolo politico, senza potere, nato in un paesino sperduto, figlio di persone senza nome, senza gloria. Ha vissuto in un ambiente povero, non ha mai comandato, non ha mai governato, non ha mai avuto un titolo di onore. Dio si è fatto quell’uomo lì.

8 Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.

Più in basso di così non si può… fino alla morte di croce, la morte più umiliante che ci sia; più in basso non poteva scendere, ma fin dove poteva, scese. Questa è la mentalità di Dio, Dio è così; se non hai quella mentalità non hai il pensiero di Gesù Cristo, non hai il pensiero di Dio, sei contrario. Tutto il resto è di conseguenza; puoi essere l’ultimo sacrestano o il primo papa, ma devi avere quella mentalità. Può essere più umile un papa di un sacrestano, ma tutti e due devono esserlo.

Perciò Dio lo ha esaltato

Al centro dell’inno troviamo la svolta decisiva:
9 Perciò Dio l’ha super-esaltato
Si adopera qui un verbo inventato, che non c’è in greco come non c’è in italiano. Con il prefisso super, “super esaltato”; Dio lo ha esaltato al di sopra di ogni possibilità,

e gli ha dato il nome
che è al di sopra di ogni altro nome;
10 perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi,
nei cieli, sulla terra e sotto terra;

Perché nel suo nome si pieghino le ginocchia di quelli che sono nei cieli, cioè degli angeli; si pieghino le ginocchia di quelli che sono sulla terra, cioè degli uomini e le donne vivi in questo mondo; si pieghino anche le ginocchia di quelli che sono sotto terra, cioè dei morti. Cielo, terra inferi: tutto l’universo deve piegare le ginocchia.

L’espressione è presa dal profeta Isaia:

Is 45, 23 davanti a me [è Dio che parla] si piegherà ogni ginocchio, per me giurerà ogni lingua».

Qui, però, avviene un fatto eccezionale: si dice che invece le ginocchia devono essere piegate davanti a Gesù, davanti a quell’uomo che si è abbassato così tanto. Tutti: in cielo, in terra, sotto terra, devono inginocchiarsi davanti Gesù.
11 e ogni lingua proclami
che Gesù Cristo è [Kyrios] il Signore, [Dio] a gloria di Dio Padre.
Quell’uomo Gesù, che si è abbassato fino alla morte di croce, è la persona più grande che esista nel mondo: è Dio in persona. Il riconoscimento della divinità di Gesù non è sufficiente se non riconosciamo che Dio si è abbassato; il modello è l’abbassamento.
Abbiate in voi la stessa mentalità che fu di Cristo Gesù. Questo testo la liturgia ce lo propone al sabato come luce della domenica, ce lo propone nella Settimana Santa, nel Triduo Pasquale, per avere sotto gli occhi il modello fondamentale, ce lo propone continuamente, è il cuore dei nostri esercizi.
Stateci tanto sopra, contemplate Cristo che si è umiliato: per questo è stato esaltato da Dio. Chiedete che la nostra mentalità diventi sempre più simile alla sua, una sola; dobbiamo avere tutti la stessa mentalità, quella di Cristo.

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