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Damasco: Casa di sant’Anania

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Damasco: Casa di sant’Anania

(Messo on line il 28/08/2007)

(alcune immagini sul sito)

Convento francescano
 Deir el-Kabir
 Bab Touma – Damas
 Siria

La tradizione cristiana
Gli Atti degli Apostoli (9, 1-26 e 22, 4-16 ) ci presentano sant’Anania come damasceno di stirpe ebraica. Già cristiano quando battezzò Saulo di Tarso, doveva godere di una posizione speciale nella giovane chiesa di Damasco; a lui infatti Cristo rivelò il destino del futuro Apostolo dei Gentili e a lui toccò la gloria di battezzarlo e iniziarlo alla Fede.
La tradizione orientale raccolta dai padri Bollandisti, assicura che era uno dei “settantadue” discepoli di Gesù, dei quali parla san Luca (10, 1), e che si rifugiò a Damasco dopo la lapidazione di santo Stefano. Più tardi divenne vescovo di questa città.
Mentre evangelizzava le regioni della Siria venne arrestato dal governatore Licinio e condannato a morte. Il suo corpo fu trasportato in città dai cristiani.
Le reliquie di sant’Anania sono conservate a Roma nella basilica di san Paolo. Nel sec. XIV Carlo IV, re di Boemia, ne ottenne il capo e lo donò alla cattedrale di Praga.
Il luogo
Localizzata nella Damasco antica, dentro le mura, la casa di sant’Anania fu trasformata in chiesa fin dai tempi antichissimi, col titolo di “chiesa della Croce”. Non conosciamo esattamente la data di questa trasformazione, ma fu certamente anteriore alla conquista araba (636 d.c.).
La rivista scientifica « Syrie », (V,1924) riferisce che il conte Eustachio De Lorey, capo della missione archeologica in Siria, eseguì degli scavi a Damasco nel 1921 in un lungo detto “Hananieh” situato presso la porta Esh-Sharqi. Lì sorgeva un tempo la chiesa di Santa Croce, o, più esattamente, la Mousallabeh, una delle chiese che Walid Iº restituì ai Cristiani in cambio della Grande Moschea.
Il conte De Lorey ha ritrovato una delle absidi di questa chiesa. I sondaggi eseguiti hanno rivelato che essa fu costruita su di un tempio pagano; lo provano la dedica in greco “al dio celeste di Damasco” e un altare dove appare un toro gibboso sotto una quercia. La stessa rivista (VI, 1925, 356) precisa che l’altare pagano risale al II-III secolo d.c.
Il fatto di trovare un tempio pagano in un luogo venerato di cristiani non deve fare meraviglia. È risaputo che Adriano (117-138) edificò dei templi sul Calvario e sulla Grotta di Betlemme con lo scopo preciso di allontanare i cristiani da questi luoghi venerati.
La presenza di un tempio pagano in un luogo sacro cristiano non fa altro, quindi, che confermare l’esistenza di un santuario della Chiesa primitiva. Lo conferma anche la chiesa bizantina convertita più tardi in moschea.
In Oriente il succedersi di edifici religiosi di differenti confessione nel medesimo sito è un indice che la tradizione ivi localizzata ha una forte garanzia di autenticità.
Qualche secolo più tardi lo scrittore arabo Ibn Asaker (1105-1176) segnala a Damasco una chiesa sotto il nome di El-Mousallaba, cioè “della Croce”, e ci fa sapere che essa si trova presso le mura, tra le due porte orientali – Bab Touma e Bab-Sharqi – e che fu distrutta verso l’anno 700.
Della casa di Anania parla anche il francescano da Poggibonsi, nel 1347, affermando che a quel tempo era convertita in moschea.
Un altro scrittore, In Shaker, che scrive qualche anno dopo, dice che il Califfo Walid Iº (702-712) cedette ai cristiani le rovine della “Chiesa della Croce” in cambio della basilica di san Giovanni Battista che egli trasformò in moschea (l’attuale moschea degli Ommeiadi).
Padre Bonifacio da Ragusa, Custode di Terra Santa, visitò questo luogo nel sec. XVI e scrive che “si scende in questa chiesa per mezzo di alcuni gradini”.
All’inizio del sec. XVII il padre Quaresmio, francescano anch’egli, ci fornisce altri dettagli: “Questa casa (di Anania) si trova nella parte orientale della città: è un’abitazione sotterranea e ci si scende dalla parte orientale per mezzo di una porta stretta e una scala. Essa ha quasi la forma di un triangolo: la lunghezza dei due lati è di venti piedi e la larghezza di dieci; riceve la luce da sopra per mezzo di due finestre rotonde” (Lib. VII, c.III)
Verso il 1630, fra Antonio de Castello OFM afferma che la casa di sant’Anania è tenuta in grande venerazione sia dai Cristiani che dai Turchi: “I Turchi che ne hanno la custodia vi tengono molte lampade accese”.
Nel 1820 i Francescani di Terra Santa poterono ricuperare questo luogo venerato e lo riedificarono riadattandolo al culto. L’edificio, distrutto nei torbidi del 1860 fu ricostruito nel 1867 e finalmente restaurato nel 1973.
La casa di sant’Anania è una cripta formata da due camere; vi si scende per una scala di ventitrè gradini, resa necessaria dal rialzo del terreno a causa dei detriti accumulatisi, durante venti secoli, in questa parte della città.
Lo stesso dislivello si misura attorno alla porta romana di Bab-Sharqi.
La tradizionale casa di sant’Anania che i frati Francescani indicano oggi alla venerazione dei pellegrini è certamente una parte dell’antica basilica bizantina della “Santa Croce” del V-VI secolo, ritrovata durante gli scavi eseguiti dal conte De Lorey.
Questo luogo venerato risponde a tutti i requisiti archeologici a conferma della tradizione che sin dall’inizio del Cristianesimo vi ha ubicato la casa sant’Anania, il primo Vescovo di Damasco.
Testo biblico
La vocazione di Saulo
Saulo frattanto, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare». Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
Ora c’era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, và sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista». Rispose Anania: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti tutto il male che ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. Inoltre ha l’autorizzazione dai sommi sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore disse: «Và, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome». Allora Anania andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Saulo, fratello mio, mi ha mandato a te il Signore Gesù, che ti è apparso sulla via per la quale venivi, perché tu riacquisti la vista e sia colmo di Spirito Santo». E improvvisamente gli caddero dagli occhi come delle squame e ricuperò la vista; fu subito battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù Figlio di Dio. E tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: «Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua precisamente per condurli in catene dai sommi sacerdoti?». Saulo frattanto si rinfrancava sempre più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo. Trascorsero così parecchi giorni e i Giudei fecero un complotto per ucciderlo; ma i loro piani vennero a conoscenza di Saulo. Essi facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli di notte lo presero e lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta.
(Atti 9,1-26)
Preghiera
O Dio, che per mezzo del tuo Figlio risorto hai inviato il tuo servo Anania a Saulo di Tarso, perché questi recuperasse la vista, fosse ricolmo di Spirito Santo e battezzato, fa’ che, per l’intercessione del santo martire Anania, tutte le genti siano illuminate, siano battezzate per la remissione dei peccati e ricevano il dono dello Spirito Santo. Per il nostro Signore, Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna, con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Publié dans:LUOGHI DEL SACRO, TERRA SANTA (LA) |on 16 avril, 2012 |Pas de commentaires »

Il Monte Athos: Maria, unica donna ammessa sulla Santa Montagna

http://www.stpauls.it/madre03/0204md/0204md06.htm

IL MONTE ATHOS

Maria, unica donna ammessa sulla Santa Montagna

di Giorgio Gharib

La Vergine Maria è la vera Regina del Monte Athos, « datole in proprietà da suo Figlio », secondo la tradizione. – Le icone della Panaghìa qui venerate sono un bene comune di tutta l’ortodossia.

Il Monte Athos, da sempre chiamato « giardino della Panaghìa », professa e manifesta una speciale relazione con la Madre di Dio che regna sovrana su un territorio da dove viene esclusa ogni altra donna; e questo, sembra, fin dalle origini monastiche del sacro Monte.

La popolazione athonita, composta da soli monaci, detti familiarmente « calogeri », ha l’anima impregnata di devozione e di amore per la Madre di Dio. La Madonna, invocata di preferenza con il nome di Panaghìa, Tuttasanta, è considerata la Padrona della Santa Montagna, la vera Regina di questa repubblica monastica, la vera proprietaria di uomini e di luoghi.

I calogeri raccontano volentieri molte leggende per avvalorare questa speciale presenza della Panaghìa nei luoghi del Monte Athos e nei loro cuori.

In questo mondo tutto proiettato verso le realtà celesti, la Vergine è onnipresente: realtà profonda, questa, attinta ad una vita liturgica eminentemente mariana come quella bizantina, illuminata da una vita di santità svolta sotto una reale presenza della Vergine e nutrita da una grande mole di tradizioni e leggende che fanno da sfondo all’anima e all’immaginario della popolazione monastica.

Icone mariane dell’Athos

Bisogna anche evocare il mondo delle icone, che per l’Oriente cristiano costituisce un modo di rendere visibile il mondo invisibile. I monaci vivono, infatti, a contatto diretto con una infinità di icone, che spaziano su tutto il mondo della Bibbia, dei Vangeli e della storia della Chiesa. Molte di queste rappresentano la Madre di Dio nella sua realtà storica, per la convinzione radicata nella tradizione dell’Oriente cristiano di possedere per loro tramite riproduzioni, se non l’originale stesso, del ritratto fatto dal vivo dall’evangelista Luca. Le icone mariane vi sono venerate qui da secoli, e ad esse si attribuiscono continui prodigi, quasi tutti connessi alla storia più che millenaria dell’Athos.

Le icone più celebri, la cui fama di miracoli e prodigi è patrimonio di tutto il mondo ortodosso, sono custodite di solito nel katholikón, o chiesa centrale di ogni Monastero, e si presentano alla vista dei fedeli coperte di oro e pesanti gioielli, illuminate dalla debole luce dei ceri e delle lampade a olio. Fra le più venerate spicca quella detta dell’Axion éstin, che si trova nella chiesa di Karyes, capitale amministrativa della Repubblica monastica.

Nel monastero della ‘Grande Lavra’, il primo Monastero fondato all’Athos nel 963, come già riferito, troneggia l’icona della Theotókos Vimatarìssa (o del sacrestano), chiamata anche Ktitorìssa (dei fondatori). Nel monastero di Vatopedi si venera l’icona della Panaghìa Antiphonìtria (colei che ha interdetto). Un antico racconto dice infatti che questa immagine si sarebbe rivolta all’imperatrice Galla Placidia (+ 452), intimandole di non entrare nella chiesa; e così sarebbe nato il divieto d’ingresso per le donne all’Athos.

Le icone mariane dell’Athos portano una infinità di nomi la cui origine è legata ad un fatto miracoloso e ad uno speciale intervento di Maria in favore di un Monastero o di un monaco. Così l’icona più famosa del Monastero di Ivìron è chiamata Portaitìssa, cioè Portinaia o « colei che custodisce la porta ». L’icona del monastero Dionisiou porta il nome Myrrovlitìssa, o « colei che esala il profumo di mirra »; ma è più nota come Vergine dell’Akathistos: viene difatti identificata con l’icona portata in processione nel 625, durante l’assedio di Costantinopoli, dal patriarca Sergio attorno alle mura; egli stesso poi, in segno di gratitudine, avrebbe cantato in piedi in onore della Madonna il famosissimo inno.

L’elenco delle icone della Panaghìa venerate sul Monte Athos comprende molti nomi di icone divenute bene comune di tutta l’ortodossia. Tra le altre, menzioniamo le seguenti come più note:

Panaghìa Koukouzelíssa, di Giovanni Koukouzélis

Panaghìa Vimatirìssa, detta anche Ktitorìssa, o Antiphonìtria, « Colei che ha risposto »

Panaghìa Eleovrytis, « Colei che fa scorrere olio »

Panaghìa Tricheroùsa, « dalle tre mani »

Panaghìa Papadikí, del Papàs

Panaghìa Phovera Prostasía, « della Terribile Protezione »

Panaghìa Gerondìssa, dell’Anziano

Panaghìa Proangellómeni, « Colei che avverte »

Panaghìa Epakouoùsa, « Colei che esaudisce »

Panaghìa Gorgoepìkoos, « Colei che esaudisce prontamente »

Panaghìa Kathrèptis, « Specchio »

Panaghìa Niotìssa, « Insulare »

Panaghìa Odigìtria, « Colei che mostra la via »

Panaghìa Glykophiloùsa, « del dolce bacio », ecc.

Queste e altre icone, alcune delle quali sono venerate anche in Occidente, saranno da noi presentate in seguito, nel contesto dei Monasteri athoniti in cui sono custodite e venerate.

Una visita a Maria sull’Athos?

I monaci del Monte Athos, per giustificare lo specialissimo legame che esiste tra il Monte e la Madre di Dio, ricorrono a molte testimonianze contenute sia nei libri di storia monastica sia nei racconti di apparizioni di cui poterono beneficiare alcuni celebri monaci vissuti sulla Santa Montagna.

Una prima tradizione, riferita dai Patria, specie di raccolta di testi leggendari sulle origini dei Monasteri dell’Athos, riferisce che gli Apostoli, radunati nel Cenacolo dopo la Risurrezione e l’Ascensione di Cristo, avrebbero deciso di mandare missionari per diffondere il Cristianesimo nel mondo conosciuto di allora. La Madonna stessa, in quella occasione, espresse il desiderio di partire e le fu assegnato il compito di andare in Georgia e sull’Athos. Le fu però comunicato, tramite Gabriele, di rimandare la partenza; la Madonna obbedì fino al giorno in cui ricevette da Lazzaro, allora Vescovo di Cipro, l’invito di recarsi da lui, prima della sua morte. Durante il viaggio da Efeso con Giovanni l’evangelista, una violenta tempesta spinse il battello verso l’Athos e costrinse la Madre di Dio a sbarcare nella penisola, non lontano dal luogo in cui sorse poi il monastero di Ivìron. Affascinata dalla bellezza del luogo, la Panaghìa richiese il Monte in dono al Figlio Gesù. Allora si udì una voce: « Questo luogo sia tua eredità e tuo giardino; e sia porto di salvezza per coloro che vogliono salvarsi ».

Monastero di Grigoriu.

In quell’occasione Maria avrebbe pronunziato queste parole: « Questo monte mi è stato dato in eredità da mio Figlio e Dio ». Si mette anche nella bocca di Maria la seguente preghiera (che si ritroverà più tardi nella vita di Pietro Athonita): « Figlio mio e Dio, benedici questo luogo e riversa la tua misericordia su questo monte e sui suoi abitanti sino alla fine del mondo, per il tuo e per il mio nome. Fa’ che siano facilmente rimessi i loro peccati e salvali dalla dannazione eterna. Ricolmali di ogni bene nel secolo presente e della vita eterna; glorifica questo luogo al di sopra di ogni altro e diffondi qui le tende di questi tuoi fedeli da un capo all’altro, dal settentrione al meridione, e salvalo da ogni assalto di nemici visibili e invisibili ».

Leggenda di Galla Placidia

Un’eco lontana della predizione della Vergine è percepibile in racconti più tardi scritti sempre con l’intenzione di riaffermare con forza lo specialissimo legame esistente tra il Monte Santo e la Madre di Dio. E ancora, verso il 1855, un monaco aghiorita, Giacomo di Nea Skiti, riproducendo nella sua monumentale ‘Storia dell’Athos’ (Athonias) la predizione della Madre di Dio a Pietro, aggiungeva che sulla donazione del Monte Santo alla Vergine da parte di Cristo « esistono molti libri manoscritti nelle biblioteche dei Monasteri athoniti in lingua greca e slava ». Ciò facendo, egli ribadiva la realtà « storica » di questa donazione che era invece contestata da altri dotti.

Fra le numerose leggende che si riferiscono a questo argomento, basti citarne solo una, riguardante Galla Placidia (386-452), la figlia di Teodosio I, che voleva rendere visita al suo fratello, l’imperatore Arcadio di Costantinopoli, e si fermò all’Athos; venne in pellegrinaggio al monastero di Vatopedi che il suo padre aveva fondato. I monaci le andarono incontro, la ricevettero con i dovuti onori e la portarono in grande pompa nel Monastero e nella chiesa. I calogeri entrarono dalle grandi porte di bronzo; l’imperatrice, invece, insistette per entrare da una porta più stretta situata al nord. Ma nel momento stesso in cui si apprestava a attraversare la porta, sentì di colpo una voce simile al tuono che proveniva dall’icona vicinissima della Panaghìa, che diceva: « Fermati! Non fare un passo di più! Cosa fai qui, tu una donna? Tu sei sì una regina, ma qui regna un’altra Regina. Esci dalla chiesa: i piedi di una donna non calpesteranno mai più questo territorio! ».

I calogeri raccontano che, a partire da quel giorno, l’ingresso della Santa Montagna fu severamente interdetto a tutte le donne. E questa che abbiamo raccontato è, nel Monte Athos, la tradizione monastica relativa alla straordinaria proibizione. Lo stesso divieto, come abbiamo visto in precedenza, è stato invocato più tardi da Sant’Atanasio dell’Athos, il fondatore della ‘Grande Laura’.

Senza dubbio, ragioni ascetiche rigide e il desiderio di massima osservanza della castità a cui è votato il monaco sono all’origine di tale divieto. Esso potrebbe ricondursi forse già ad una decisione dell’Imperatore Basilio I il Macedone (897-886), il quale, in una crisobulla dell’885, in seguito a molte difficoltà ed ingerenze esterne negli affari dei Monaci, riservò a loro soli il diritto di abitare la Santa Montagna, negandolo ai laici e persino ai Pastori delle Chiese. In seguito, oltre che alle donne, il divieto si estese anche agli animali di sesso femminile.

Publié dans:LUOGHI DEL SACRO |on 14 juin, 2011 |Pas de commentaires »

Il Monte Athos, Il Tibet della cristianità

le immagini, nelle parentesi quadre, sul sito:

http://www.stpauls.it/jesus06/0408je/0408je52.htm

(IL MONTE ATHOS)

Servizio speciale: Quel che resta di Bisanzio

Il Tibet della Cristianità

di Piero Pisarra 

«Ci sono luoghi al mondo in cui la natura sembra offrirsi un santuario, con tutta la ricchezza del simbolismo primordiale: centro, asse, bellezza paradisiaca delle acque. E l’Athos è uno di questi», ha scritto il teologo Olivier Clément.
Monte Athos, Aghion Oros, Santa Montagna. Da più di un millennio il promontorio orientale della penisola Calcidica – secondo la mitologia, fu scagliato in mare dal gigante Athos in collera con Poseidone – richiama monaci e viandanti dell’assoluto. Dell’Athos parlano, nelle veglie attorno al fuoco del grande inverno siberiano, i personaggi di Leskov. All’Athos sogna di andare il Pellegrino russo, autore dei celebri Racconti. E all’Athos quando le convulsioni della storia si fanno insopportabili, quando le guerre e l’odio lacerano l’umanità si rivolgono le speranze del mondo ortodosso. Perché l’Aghion Oros non è soltanto un luogo di aspra bellezza, rifugio ideale di asceti in fuga dalle lusinghe del secolo: è anche, come vuole la leggenda, il « giardino della Vergine », precluso a ogni altro volto di donna. Un luogo di battaglie spirituali e di pace, di hesychia, la pace interiore che nasce dalla ripetizione incessante della « preghiera di Gesù » («Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me»), secondo il ritmo della respirazione.
Alla frontiera del mondo greco e del mondo slavo, unito dal Mediterraneo ai patriarcati orientali e alla cattolicità latina, l’Athos – aggiunge Clément – sembrava predestinato «a diventare il cuore di una Chiesa che si definisce soprattutto come un mistero di deificazione». Ed è così che è stato visto da intere generazioni di credenti.

[L’imponente monastero russo di Aghiou Panteleimonos,
situato sul versante occidentale della penisola vicino al mare.]

Cuore dell’ortodossia Tibet della cristianità: queste definizioni possono farci sorridere, ma esse hanno affascinato i viaggiatori dei secoli scorsi, gli antenati di Bruce Chatwin e di William Darlymple, che a dorso d’asino – coi loro pesanti bagagli – venivano qui a respirare una dose di esotismo, senza le fatiche di un viaggio nella lontana India. Nel 1834, sir Robert Curzon concluse il suo viaggio tra i monasteri d’Oriente alla ricerca di antichi manoscritti, qui all’Athos (si veda il suo pittoresco resoconto: Visits to Monasteries in the Levant, Century, Londra, 1983). E quasi un secolo dopo, nel 1926, il giovane Robert Byron, omonimo del celebre lord, vi fece due lunghi soggiorni. Curzon comprò per poche sterline, ingannando i monaci, manoscritti antichissimi. Byron, più disinteressato o squattrinato, si accontentò di raccontare il paesaggio umano e spirituale dell’Athos in un libro che avrebbe influenzato in maniera durevole i travel writer delle generazioni successive (The Station, tradotto sciattamente da Bompiani nel 1952, col titolo Monte Athos). Ma la descrizione più accurata della vita sulla Santa Montagna, prima che i germi della modernità – come lamenta l’autore – introducessero anche qui «gli agi e le usanze mondane», si deve alla penna e al pennello di Fortunato Perilla.
Sfoglio con emozione il Monte Athos del pittore italiano (Parigi e Salonicco, 1926), ricco di xilografie, corredato di acquerelli: monaci dalla lunga barba, con il tradizionale copricapo (lo skufos) oppure con l’abito angelico, il megaloskima dei monaci professi; volti levigati dagli anni, ma da cui emana una luce interiore come nei santi delle icone; novizi coi capelli raccolti a crocchia, secondo l’uso orientale. Perilla non trascura alcun dettaglio: gli affreschi antichi, le reliquie, i sigilli, le simandre, cioè le tavole di legno sulle quali ancora oggi i monaci battono ritmicamente per invitare alla preghiera o al riposo, le fiali, cioè i chioschi con al centro una fontana in cui è così gradevole prendere il fresco nelle sere d’estate.

[Con la campana i monaci vengono chiamati ai Vespri nel cellion
del monastero dell?Annunciazione nei pressi di Karyes.]

Sono passati circa ottant’anni eppure quel libro sembra parlare di oggi. Perché se anche qui trillano i cellulari, se le jeep e le Range Rover hanno sostituito gli asini e i muli, se i monaci non disdegnano Internet e le autostrade telematiche, l’Athos è pur sempre un angolo di Bisanzio sopravvissuto per miracolo agli assalti della modernità. Nulla sembra distinguerlo dall’ambiente circostante, dal resto della penisola Calcidica: qui ritrovi la stessa vegetazione, querce, castagni, cipressi, eucalipti, ulivi, aranci, gli stessi odori di origano e di basilico, la luminosità accecante, i riflessi dorati sull’azzurro dell’Egeo. Ma non appena si arriva nel porticciolo di Dafní sembra di essere in un altro mondo, in un’altra dimensione. E non solo perché si torna indietro di tredici giorni, calendario giuliano oblige. «Qui il tempo sembra essere fatto di una sostanza differente. E il mondo dei vivi riproduce con tanta precisione quello dei morti e degli antenati che i monaci danno talvolta l’impressione di essere icone animate, ombre di ieri smarritesi nel nostro presente», ha scritto Jacques Lacarrière che all’Athos ha dedicato uno dei suoi libri più belli (L’été grec, 1975).

[Classico paesaggio a macchia mediterranea dietro la cappella
dell’arsenale di Zografou, vicino alle coste del mare Egeo.]

Le icone animate, i primi anacoreti, scelsero questi luoghi, le grotte a strapiombo sul mare, già nel VII e nellVII secolo, quando l’impero bizantino era lacerato dalla controversia iconoclasta. Ma il primo eremita venerato dai monaci della Santa Montagna è Pietro, un ex soldato che nelle caverne dell’Athos trascorse cinquantatré anni in solitudine, nel IX secolo. A Pietro l’Atonita apparve in sogno – così racconta la Vita scritta dal monaco Nicola nel X secolo – la Theotokos, la Madre di Dio. «La tua dimora sarà sul Monte Athos che su mia richiesta ho ricevuto in eredità da mio figlio», gli disse la Vergine. «Là quelli che abbandoneranno i turbamenti mondani e abbracceranno le cose spirituali, secondo le loro forze, e invocheranno il mio nome in verità, fede e disposizione d’animo trascorreranno la vita presente e guadagneranno la vita futura per mezzo di opere gradite a Dio». Secondo la profezia, il Monte Athos si sarebbe riempito di monaci da un capo all’altro. E così avvenne. Non lontano dalle caverne degli eremiti, sorse il primo monastero, fondato da Atanasio, un greco di Trebisonda, amico del futuro imperatore Niceforo Foca.

[Il katholikon di Dochiariou, monastero della costa meridionale.]

La prima pietra della Grande Lavra fu posta nel 963. In pochi decenni, sulle tracce di Atanasio l’Atonita, arrivarono, da ogni regione dell’Oriente cristiano e poi anche dall’Occidente centinaia di uomini: greci, georgiani, slavi del Sud, italiani. Lungo la costa, sorsero i monasteri di Vatopediou, Zografou, Filotheou, Dochiariou, Xenophontos e Iviron. Serbi e russi arrivarono più tardi, tra l’XI e il XII secolo. Con la benedizione di patriarchi e imperatori, era nata una curiosa Repubblica monastica, uno Stato federale, senza esercito, ma sotto la protezione della Vergine. Accanto ai venti monasteri maggiori o lavre, furono fondate numerose dipendenze, che ospitavano comunità più piccole. Tutte le forme di vita monastica trovarono rifugio nel giardino dell’Athos da quella eremitica a quella cenobitica e alla idiorritmica, secondo la quale ogni monaco organizza in maniera indipendente la propria vita, con pochi obblighi comunitari. Senza dimenticare i « folli in Cristo » della tradizione russa, dal comportamento che alle cosiddette persone normali può sembrare stravagante, ma che è il segno di una saggezza più alta (quella delle beatitudini). E i sarabaiti, i monaci girovaghi, a volte indicati a cattivo esempio, nella letteratura spirituale, per la loro irrequietezza.

[Chiesetta presso il villaggio di Karyes.]

Arrivarono anche i maestri dell’arte bizantina: nel XIV secolo, Manuele Pansélinos e i suoi discepoli affrescarono le chiese di Vatopediou, Chilandari e Karyes, nello stile della cosiddetta « scuola macedone », conciliando ieraticità e umanità nella raffigurazione dei personaggi e degli episodi del Vangelo. Poi, tra il XV e il XVI secolo, si impose lo stile cretese, più austero e di una religiosità tutta interiore. Ai grandi cicli della « scuola macedone », gli artisti di questa nuova corrente – il cui iniziatore fu il grande Teofane di Creta – preferivano composizioni più vicine, nella tecnica e nello spirito, alle icone o alle miniature destinate a favorire la contemplazione e la preghiera. Sull’Athos sorsero vari atelier, laboratori iconografici che nulla avevano da invidiare alle botteghe dei maestri italiani. E anche per la vita spirituale cominciò una fase nuova.
Gli uomini che avevano scelto il nascondimento, che in alcuni casi avevano abbandonato il potere o rinunciato al mestiere delle armi, che avevano lasciato affetti e amicizie, cantavano nel giardino della Vergine, in liturgie interminabili e affascinanti, le lodi al Signore del cosmo e della storia, il Pantocrator di cui vedevano, alla luce tremula delle candele, la figura maestosa negli affreschi o nei mosaici delle loro chiese. Vita angelica: così la tradizione definisce il monachesimo. Ma quella dell’Athos era una vita dura, povera, essenziale, nel rispetto della sobrietà e della vigilanza, la nepsi, che i Padri consideravano come valore fondamentale, per non lasciarsi sorprendere dal nemico in agguato e non essere vinti dalle passioni.
Vita di lotta spirituale e di penitenza, perché – come scrisse Gregorio Palamas in un encomio di san Pietro l’Atonita – «quando la mente si leva al di sopra di tutte le cose sensibili ed emerge dal diluvio turbinoso che le circonda e osserva l’uomo interiore, e vede la ributtante maschera derivata dalla caduta, cerca di lavarla con l’afflizione». Testimoni dell’unità e dell’universalità dell’Ortodossia i monaci atoniti hanno salvato in almeno due occasioni, secondo Olivier Clment, la Chiesa ortodossa: nel XIV e nel XVIII secolo, al momento della polemica sull’esicasmo che scosse l’Oriente cristiano e all’epoca dell’Illuminismo quando la fede sembrava minacciata dalla dea Ragione.

[Nelle cappelle del monte Athos è bandito l’uso della luce elettrica,
perciò i riti sono celebrati rigorosamente a lume di candela.]

Nato in ambiente monastico, l’esicasmo (da hesychia) trovò sull’Athos il terreno più fertile. Non era soltanto una corrente teologica o un movimento che metteva l’accento sulle « energie divine » all’opera nel mondo e che trasfigurano il creato, bensì una via alla contemplazione. Un « metodo » basato sul respiro e caratterizzato da una particolare postura del corpo, la testa raggomitolata tra le gambe. E che anche per questo si attirò il sarcasmo di un teologo come il monaco calabrese Varlaam di Seminara. «Omfalolatri, adoratori dell’ombelico», fu il giudizio sprezzante e superficiale. Gregorio Palamas (1296-1357), che era stato monaco dell’Athos prima di essere eletto arcivescovo di Tessalonica, definiva la vera hesychia come «il ritorno e la conversione della mente a sé», cammino di unità e di pacificazione interiore, illuminato dalla grazia. Il contrario, insomma, del ripiegamento narcisistico su sé stessi o sul proprio ombelico.

[Un Cristo (Colui che domina ogni cosa) in stile vagamente occidentale,
dipinto nel XVIII secolo sulla cupola della cappella del monastero
di Filotheou. Sull’aureola del Figlio di Dio in gloria, circondato
dagli angeli, è scritto "Ho ôn", vale a dire "Colui che è":
sintesi del messaggio biblico e della filosofia greca.]

L’esicasmo segnò in profondità la vita del monachesimo atonita. E i suoi frutti, dopo periodi di crisi o di stagnazione, si manifestarono nel XVIII secolo, in tutto l’Oriente cristiano, in quella che fu chiamata l’epoca del « rinnovamento filocalico ».
Sull’Athos Macario di Corinto e Nicodemo l’Agiorita compilarono l’antologia che avrebbe rivelato all’Europa nel clima dell’Illuminismo la ricchezza della tradizione ascetica e mistica dell’Oriente cristiano, dai Padri del deserto ai grandi « teorici » dell’esicasmo Gregorio il Sinaita e Gregorio Palamas.
Stampata a Venezia nel 1782, la Filocalia ebbe un impatto fortissimo nel mondo slavo, grazie alla traduzione di un grande maestro spirituale, lo starec Paisij Veli kovskij. La « vita angelica » era, dunque, nient’altro che filocalia, amore della bellezza. Al di là del colore, delle lunghe liturgie e dei riti che tanto colpivano i viaggiatori occidentali, l’Athos aveva conservato per secoli, non come un tesoro inaccessibile ma come pratica di vita ascetica, la tradizione dei santi padri, l’insegnamento di Evagrio, di Massimo il Confessore, di Simeone il Nuovo Teologo. Così come aveva custodito gelosamente la tradizione dell’arte bizantina e ne aveva tramandato i canoni in un manuale preziosissimo per gli iconografi e gli studiosi di iconografia: l’Ermeneutica della pittura di Dionisio da Furnà (XVIII secolo).
Ma forse a queste due epoche, all’esicasmo e al rinnovamento filocalico, bisogna aggiungere il periodo della grande glaciazione comunista, quando anche sull’Aghion Oros si preparava la rinascita dell’Oriente cristiano, con i santi anonimi che qui custodivano i tesori spirituali della Santa Russia. O l’epoca immediatamente precedente la rivoluzione sovietica, quando al monastero di San Panteleimonos viveva, facendo il mugnaio, un uomo semplice, senza grande cultura, ma che fu uno dei grandi mistici del XX secolo: Silvano dell’Athos. Un uomo che bruciava di compassione per i suoi simili e per tutte le creature. E che anche nel buio della tentazione o della prova diceva: «Fratello mio, chiunque tu sia, per quanto grande sia il tuo peccato, per quanto oscura sia la tua tenebra, tieni il tuo spirito agli inferi, e non disperare!».

[Due monaci visitano il laboratorio di un pittore nella scete (struttura
separata ma dipendente da un monastero ufficiale) di Aghia Anna.]

Nato in uno sperduto villaggio della provincia di Tambov, in Russia, nel 1866, Silvano visse per quarantasei anni sul Monte Athos, fino alla morte nel 1938. «Fin dalla mia infanzia amavo il mondo e le sue bellezze», scrisse nei suoi quaderni spirituali. «Amavo i boschi, i verdi giardini e i campi, amavo guardare le nuvole splendenti e vederle correre nell’azzurro cielo, e tutto il mondo di Dio creato in modo così meraviglioso. Ma da quando ho conosciuto il mio Signore, è cambiata ogni cosa dentro di me, non desidero più contemplare questo mondo, ma l’anima mia è attratta incessantemente verso quel mondo dove si trova il Signore». Per tutta la sua vita, l’ex contadino russo, divenuto uno starec amato e ascoltato, volle essere testimone dello Spirito, «perché lo Spirito Santo è la vita eterna».
Quanti monaci come Silvano, quante altre icone viventi hanno percorso i sentieri dell’Athos? Quante altre storie di santità celano le grotte e i monasteri dell’Aghion Oros? Quanti altri uomini spirituali, veri pneumatikoi, praticano la preghiera di Gesù, alla ricerca dell’hesychia il silenzio del cuore e dei pensieri, la serenità piena che nasce dalla lotta contro le passioni e che non è indifferenza al mondo, ma una forma più alta di compassione?

[Affresco del monastero di Filotheou raffigurante un episodio dell’Apocalisse:
il Verbo di Dio su un cavallo bianco guida il suo esercito e uccide,
con la spada che gli esce dalla bocca, i seguaci della Bestia
e del falso profeta (Ap 19,11-21). Tutte le mura dell’atrio
sono rivestite di scene tratte dall’ultimo libro del Nuovo Testamento.]

Ora, dopo il crollo dell’impero sovietico, l’Athos conosce un fase di rinnovamento. Progressivamente, i monasteri hanno abbandonato il sistema idiorritmico, all’origine di molte contraddizioni e di abusi, per la vita cenobitica. Sotto l’impulso dei monaci di Stavronikita, Iviron, Simonos Petra, hanno riscoperto le radici autentiche della vita monastica, lo studio dei Padri, il valore della nepsi e dell’hesychia. Mai interrotti, i legami con i Paesi di quello che fu il blocco comunista sono ora più frequenti. E anche dai luoghi più lontani della diaspora ortodossa America, Australia arrivano nuovi candidati alla vita monastica, nuovi postulanti. L’Athos vive una nuova primavera. Eppure, di tanto in tanto riaffiora la tentazione della chiusura, dell’integralismo della conservazione gelosa dell’identità ortodossa. Come nel 2003, quando alcuni monaci di Esfigmenou, ribellandosi al Patriarca di Costantinopoli, giudicato troppo aperto, troppo debole verso l’Occidente, issarono la lugubre bandiera: «Ortodossia o morte!».
Battaglie di retroguardia? Scaramucce di una piccola minoranza? Manifestazioni di « zeloti », nemici del dialogo ecumenico, difensori di un ritualismo senz’anima? Certamente. Nella stragrande maggioranza, i monaci disapprovano questo fanatismo, anche se la diffidenza per l’altro in particolare per i latini (fratelli sì, ma eretici ) è ancora forte. Ma è inutile applicare, a una realtà così complessa, troppo riduttive categorie di giudizio, schemi politico-teologici che non reggono alla prova dei fatti.
«L’Athos sconcerta gli occidentali», scrive Olivier Clément nei Dialoghi con Atenagora. «E talvolta di esso si nota soltanto l’aspetto pittoresco o le ombre: la sporcizia, le celebrazioni dall’orario indefinito, la tentazione dell’omosessualità. Ma questo operaio che lavora al mulino è forse uno starec Silvano. La santità non si vede. Tuttavia essa riempie certi luoghi, e l’anima attenta scopre subito che il silenzio dell’Athos è saturo di santità». Saturo di santità e di bellezza.

Piero Pisarra 

Publié dans:LUOGHI DEL SACRO |on 14 juin, 2011 |Pas de commentaires »

La montagna, Spazio evocativo della fede (Nostalgia della sorgente)

dal sito:

http://www.scuolateologicarieti.it/COLLEGAMENTI/Topografia%20della%20fede.%20Spazi%20evocativi.%20La%20montagna.doc

CORSO MONOGRAFICO 2008-2009
NOSTALGIA DELLA SORGENTE

La montagna, Spazio evocativo della fede

p. Mariano Pappalardo

Fra i molti percorsi possibili per affrontare il tema della montagna come luogo evocativo della fede, ho scelto un itinerario semplice e immediato, che spero, però possa rivelarsi anche suggestivo.
Suddivido la mia esposizione in quattro parti:
1. Il Dio dei monti
2. I monti più significativi dell’AT
3. I monti che hanno segnato la vicenda di Gesù
4. Il significato evocativo della montagna come sintesi del vangelo

1.: Il Dio dei monti
Alla maggior parte della gente, uno dei primi aggettivi che viene in mente da associare all’idea di Dio, è la  qualifica di « onnipotente ».
Anche molte delle nostre preghiere liturgiche iniziano, quasi con ossessione, dicendo « O Dio onnipotente ed eterno… », retaggio dell’antica liturgia che esclamava « onnipotens aeterne Deus… ».
Sappiamo molto bene quale sia l’effluvio di significato del termine e come esso si sia caricato di una valenza filosofico-teologica che con il tempo è andata sempre più a qualificare il concetto stesso di Dio. Egli proprio per il fatto di essere Dio, è l’essere che può tutto, a cui tutto è possibile, dinnanzi al quale non vi è ostacolo o impedimento di sorta. E’ talmente potente, Dio, che niente e nessuno può resistere alla sua volontà, alla sua parola, alla sua forza, ai suoi progetti. E’ talmente possente che gli basta una parola per creare dal nulla, un moto del cuore per cambiare le sorti del mondo e della storia, un cenno del capo, un semplice voltar lo sguardo per ridurre in polvere ogni essere. I più addentro alle vicende divine sanno che la sua è una onnipotenza d’amore, che il suo amore è sì grande da vincere ogni resistenza, la sua passione per l’uomo è così immensa da indurlo al folle amore della croce.
Pochi tuttavia sanno che il termine onnipotente, tanto presente nella nostra Bibbia, nella nostra liturgia, nel nostro comune sentire di Dio, è la traduzione di una espressione ebraica che suona « El Saddaj ». Questa espressione, da coloro che hanno tradotto la bibbia in lingua greca (i settanta) è stata resa con « pantocrator » che testualmente significa « Signore di tutto », « dominatore di tutto », o forse anche solo « Signore, Dio dell’universo ». La versione latina della scrittura fatta ad opera del grande s. Girolamo, rende i termini « El Saddaj » – « pantocrator » con « onnipotens »: onnipotente.
Una cosa però è essere Signore di tutto, altra cosa è poter tutto ciò che si vuole.
Molti, certo si staranno chiedendo che cosa c’entri questo excursus sul termine onnipotente col nostro tema circa la montagna come luogo evocativo della fede. In effetti sarebbe ben poco congruente, se non fosse per il fatto che il termine ebraico « El Saddaj » che abbiamo ricordato poco fa, si compone di « El » che significa « Signore », « Dio », e « Saddaj » che è un termine che deriva da « sadù » che significa « montagna ». « El Saddaj » dunque è semplicemente « Dio della montagna ».
E’ una espressione che viene utilizzata come nome proprio di Dio. E’ il più antico nome di Dio che la bibbia conosca. Lo troviamo più volte presente soprattutto nella storia dei patriarchi, prima che Dio riveli il suo nome « javhè » a Mosè dal roveto ardente (Es 3,13-14). Il nuovo nome rivelato da Dio non dice che si tratta di un Dio diverso. Javhè infatti si pone in continuità con il Dio dei padri: « Dio parlò a Mosè e gli disse: « Io sono il Signore! Sono apparso ad Abramo, a Isacco, a Giacobbe come Dio onnipotente, ( El Saddaj) ma con il mio nome di Signore non mi sono manifestato a loro. » (Es 6,3).
La storia dei patriarchi è costellata da questo nome di Dio tanto semplice e tanto fascinoso. Per dei pastori nomadi, quale fascino potevano esercitare le alte vette, irraggiungibili, inafferrabili, avvolte spesso  da nubi, circondate di mistero. Per loro le cime dei monti doveva sembrare il luogo ideale ove collocare l’abitazione di Dio, di un Dio che dalla montagna mutuava il suo stesso nome « montanaro » che allora come oggi significava uno che abita le alte vette, che vive un’altra dimensione, che vede il mondo, non come tutti, dal basso, ma dall’alto verso il basso, che dunque vive di una logica diversa in quanto vede la realtà da un’altra prospettiva. Uno, il montanaro che è schivo del comune consesso degli uomini, non che disdegni la loro compagnia, ma sembra trovarsi più a suo agio tra i silenzi delle vette, nelle solitudini più estreme. Se i patriarchi biblici, invece di essere pastori erranti, fossero stati filosofi, forse il loro Dio lo avrebbero chiamato « Dio trascendente », « Dio altissimo », « Dio misterioso », ma erano pastori e si contentarono di chiamarlo « montanaro » nome che anche per loro evocava la trascendenza e il mistero di Dio.
« Quando Abram ebbe novantanove anni, il Signore gli apparve e gli disse: « Io sono El Saddaj (Dio onnipotente): cammina davanti a me e sii integro. » (Gn 17,1).
« Allora Isacco chiamò Giacobbe, lo benedisse (dicendo) Ti benedica (El Saddaj) Dio onnipotente, ti renda fecondo e ti moltiplichi, sì che tu divenga una assemblea di popoli ». (Gn 28,1-3).
« Dio apparve un`altra volta a Giacobbe, quando tornava da Paddan-Aram, e lo benedisse. Dio gli disse: »Il tuo nome è Giacobbe. Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele sarà il tuo nome ».
Così lo si chiamò Israele. Dio gli disse: « Io sono (El Saddaj)Dio onnipotente. Sii fecondo e diventa numeroso, popolo e assemblea di popoli verranno da te, re usciranno dai tuoi fianchi ». (Gn 35,9-11)
Come si può ben vedere, nel corso dei secoli, anche a ragione delle traduzioni, che a volte sono anche tradimenti, il Dio « montanaro » è diventato un Dio onnipotente.  Non è però di questa trasformazione che dobbiamo occuparci, ma solo del fatto che il Dio della bibbia è il Dio delle vette, cosa che del resto esprimono chiaramente gli Amorrei di ritorno da una sconfitta subita da parte dell’esercito di Israele. Essi dicono al loro re, quasi a scusarsi per la disfatta subita: «  »Il loro Dio è un Dio dei monti; per questo ci sono stati superiori; forse se li attaccassimo in pianura, saremmo superiori a loro ». ( 1 Re)
Giusto appunto, il Dio d’Israele è un Dio dei monti e proprio per questo tutta la storia della salvezza si snoda e si dipana da una cima ad un’altra. Gli appuntamenti salienti della storia che Dio intesse con gli uomini, si svolgono sulle vette dei monti.
Se qualcosa in più di questa storia vogliamo comprendere sembra allora utile, come dice il salmista alzare « gli occhi verso i monti », e compiere, anche se in modo furtivo e fugace un giro di perlustrazione tra le vette di biblica memoria.

2.: I monti più significativi del Primo Testamento
 Il primo monte che troviamo menzionato nella scrittura sacra è il monte Ararat. Di esso si parla nel libro di Genesi quando si racconta del diluvio universale. Quando si compiono i giorni del diluvio e non piovve più sulla terra, e le acqua che avevano ricoperto tutta la terra cominciarono a ritirarsi, allora, dice il testo sacro: « Nel settimo mese, il diciassette del mese, l`arca si posò sui monti dell`Ararat »(Gn 8,4). Si tratta di una regione montuosa dell’Armenia. Come fa notare Erri De Luca, il primo monte menzionato dalla scrittura lo si raggiunge non salendo, ma scendendo. Questo monte da cui ricomincia la vita sulla terra, da cui riprende la storia dell’uomo e da cui si inaugura un’alleanza ecumenica tra Dio e tutta l’umanità, inizia tutta una storia che vede come protagonisti un Dio della montagna e uomini di fede che, gioco forza, sono chiamati a divenire montanari anch’essi.
Il primo uomo chiamato da Dio, Abramo, è anche il primo uomo a doversi incamminare verso la montagna: « Il Signore disse ad Abram: « Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò…Allora Abram partì, …Arrivarono al paese di Canaan. Il Signore apparve ad Abram e gli disse: « Alla tua discendenza io darò questo paese ». Allora Abram costruì in quel posto un altare al Signore che gli era apparso. Di là passò sulle montagne a oriente di Betel e piantò la tenda, avendo Betel ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare al Signore e invocò il nome del Signore ». (Gn 12, 1ss )
Obbedendo al comando di Dio Abramo si mette in viaggio verso l’ignoto di una terra che solo Dio conosce, quando vi giunge spontaneamente si dirige verso la montagna. Ancora non sa che proprio un monte sarà l’epilogo del cammino di tutta la sua vicenda spirituale e il prologo di una storia che caparbiamente vorrà pervenire alla salvezza: « Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: « Abramo, Abramo! ». Rispose: « Eccomi! ». Riprese: « Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò » (Gn 22,1-3). L’epilogo della vicenda di Abramo si svolge sulla vetta del monte Moria, sul quale è chiamato ad offrire in olocausto l’unico figlio, il sorriso della sua vita, il suo futuro, la sua speranza, il suo stesso cuore, la sua stessa vita affidata ad un Dio tanto misterioso che sembra smentire d’un tratto le promesse di una vita. Su quel monte Abramo è chiamato a morire alle promesse di Dio per vivere solo per il Dio della promessa. Salendo su quella cima, ad ogni passo Abramo è chiamato a seguire Dio solo perché è Dio e non per le promesse che Egli fa. Ma l’epilogo quel giorno si fa prologo di una nuova e più grande benedizione, di una più duratura e forte alleanza, si fa inizio di una nuova immagine di Dio, che non sarà più il Dio che pretende dagli uomini il dono dei primogeniti, ma il Dio della provvidenza, che provvede lui stesso le vittime per il sacrificio, sostituendo il capro al dono del figlio. Al primogenito di Abramo, Dio, sullo stesso monte (Moria-calvario) sostituirà il suo primogenito, segno massimo della sua provvidenza amorosa nei confronti dell’uomo. « Abramo chiamò quel luogo: « Il Signore provvede », perciò oggi si dice: « Sul monte il Signore provvede »" (Gn 22,14).
 Un altro uomo di Dio, Mosè, è stato chiamato a legare la sua vicenda alla montagna. Questa montagna, anche se la sua localizzazione è incerta, sarà particolarmente significativa per il popolo ebraico. Si tratta del Horeb o altrimenti chiamato Sinai. Su questo monte Dio si rivela a Mosè: « Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l`Oreb. L`angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. » (Es. 3,1s). Al monte della sua vocazione, Mosè sarà chiamato a condurre tutto il popolo di Israele, traendolo fuori dalla schiavitù, affinché da questo monte le tribù ricevessero da Dio il dono della Legge e venisse stipulata quell’alleanza che rende popolo quel gruppo impaurito di schiavi fuggiaschi, e ancor più lo rende « popolo di Dio ».
Da questo monte Dio si manifestava « al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba: tutto il popolo che era nell`accampamento fu scosso da tremore: « Il monte Sinai era tutto fumante, perché su di esso era sceso il Signore nel fuoco e il suo fumo saliva come il fumo di una fornace: tutto il monte tremava molto. Il suono della tromba diventava sempre più intenso: Mosè parlava e Dio gli rispondeva con voce di tuono. Il Signore scese dunque sul monte Sinai, sulla vetta del monte, e il Signore chiamò Mosè sulla vetta del monte ». (Es 19,16-20).
 Questo monte, sarà la delizia e la croce del povero Mosè che dovrà più volte  salire e  scendere dalla vetta di quel monte, quasi a fare da spola tra il popolo e Dio, mediatore tra l’umano e il divino. Ma la frequentazione di quella vetta lo renderà raggiante, e avrà il volto intriso di luce. Frequentare il monte di Dio, frequentare il Dio dei monti, salire le vette, ieri come oggi rende luminosi, figli della luce. Da vero montanaro Mosè morirà solo sulla vetta del monte Nebo: « Poi Mosè salì dalle steppe di Moab sul monte Nebo, cima del Pisga, che è di fronte a Gerico. Il Signore gli mostrò tutto il paese: Gàlaad fino a Dan, tutto Nèftali, il paese di Efraim e di Manàsse, tutto il paese di Giuda fino al Mar Mediterraneo e il Negheb, il distretto della valle di Gerico, città delle palme, fino a Zoar. Il Signore gli disse: « Questo è il paese per il quale io ho giurato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe: Io lo darò alla tua discendenza. Te l`ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai! ». Mosè, servo del Signore, morì in quel luogo, nel paese di Moab, secondo l`ordine del Signore » (Dt 34,1-5).
Quanto è struggente questo passo della scrittura: Dio spalanca dinnanzi agli occhi del suo eletto tutta la terra promessa, gli mostra la terra da destra a sinistra, quasi gliela legge, come si legge la scrittura ebraica. Mosè non entrerà nella terrà verso la quale aveva condotto il popolo di Dio. Forse possiamo solo intuire l’anelito, la nostalgia, la gioia e l’amarezza del suo sguardo. E morirà solo, sul monte, con dinnanzi agli occhi la terra e alla spalle Colui che era stato la sua guida per tutta la sua vita. I suoi occhi si chiuderanno con d’innanzi la bellezza della terra della promessa, bellezza effimera dinnanzi alla bellezza di Colui tra le cui braccia si addormenterà per risvegliarsi a contemplarne lo splendore del volto senza veli.
Sul monte Horeb fulcro della vicenda di Mosè, e di tutta l’epopea dell’esodo, un altro uomo di Dio, il profeta Elia, vivrà una delle esperienze più struggenti della sua vita, la rivelazione più dolce, intima e delicata di Dio che l’antica scrittura sacra conosca: il Signore si manifesta non più nel fuoco, nel fumo di una fornace ardente, e nel fragoroso suono della tromba, ma nel « mormorio di un vento leggero » o come dice letteralmente il testo ebraico « nell’impercettibile suono di un ineffabile silenzio ».
Elia, profeta tenace, irruente, zelante tanto da divenire disumanamente violento (sarà proprio lui, su un altro monte, il Carmelo, a sgozzare 500 profeti di Baal), Elia, dicevo perseguitato dalla regina Gezabele che aveva giurato a se stessa che gli avrebbe fatto fare la stessa fine che lui aveva fatto fare ai profeti di Baal, per fuggire e sottrarsi dalla persecuzione si inoltra nel deserto e qui, preso dallo sconforto decide di lasciarsi morire. Dice il sacro testo che, sdraiato all’ombra di un ginepro attende la morte. Un angelo del Signore più volte lo sveglia e lo invita a mangiare perché non è ancora tempo di morire ma tempo di mettersi in cammino verso la sacra montagna: « Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l`Oreb. »Ivi entrò in una caverna per passarvi la notte, quand`ecco il Signore gli disse: « Che fai qui, Elia? ». Egli rispose: « Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita ». Gli fu detto: « Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore ». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l`udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all`ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: « Che fai qui, Elia? » (1 Re 19, 8-13).
Questa teofania, segna un giro di boa, questa teofania che rinnega e rigetta gli elementi tipici di una teofania, elementi atti a far colpo, a terrorizzare, a catturare l’attenzione, ad imporsi con forza, anticipa nel primo testamento la scelta di Dio che sarà chiara nel secondo testamento, la scelta di un Dio che si spoglia della sua divinità per far propria la logica della debolezza fino alla scandalo della croce. Non ha nulla di divino colui che nei giorni della passione perde anche le sembianze di uomo, senza onore né bellezza, fatto verme e non uomo, (Ps. 22,7) un grumo di sangue da cui si storna lo sguardo.
 Con l’ingresso nella terra promessa, con la vicenda di Davide e dei suoi successori un altro monte verrà alla ribalta: il Sion. E’ il nome della collina sulla quale sorgeva la città strappata da Davide ai Gebusei, che sarà chiamata città di Davide. Su di essa sarà costruito il Tempio, e dunque il monte Sion indicherà il tempio stesso, l’intera città di Gerusalemme, la popolazione che la abita. Sion è il luogo che Dio ha fondato, che si è scelto, di cui ha pietà e che riempie di gloria. « Da Sion, splendore di bellezza, Dio rifulge » (Ps. 49,2). Da Sion Dio si rivela, india il suo aiuto e la sua benedizione. Sion sarà il luogo del raduno escatologico di tutti i popoli convocati a salvezza: « Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre che copriva tutte le genti. Eliminerà la morte per sempre; il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto; la condizione disonorevole del suo popolo farà scomparire da tutto il paese, poiché il Signore ha parlato » (Is. 25,6-8). L’appuntamento è per tutti sulla cima di un monte, converrà abituarsi alle ascese, converrà fin d’ora allenarsi percorrendo almeno spiritualmente gli impervi sentieri di montagna, il banchetto della vita e della gioia, il pranzo della festa senza fine sarà apparecchiato per noi da Dio sulla cima di un monte. Sulla cima di quello stesso monte che, dopo l’esperienza dell’esilio, sarà per Israele il luogo dei propri sogni, delle speranze segretamente alimentate, dell’anelito di ogni giorno e di ogni notte, la città di Dio, città del grande sovrano, città della pace.

3.: I monti che hanno segnato la vicenda di Gesù
 Secondo quanto riferisce l’evangelista Luca, la città di Nazaret sarebbe collocata su un monte o su una collina. Infatti narrando dell’inaugurazione del ministero pubblico di Gesù nella sinagoga di Nazaret, dopo che egli riferì a sé le profezie messianiche i nazaretani « All`udire queste cose, (tutti nella sinagoga) furono pieni di sdegno; « si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio »(Lc 4,28s). Al di là del fatto in sé, i lunghi anni della vita nascosta trascorsi da Gesù nel villaggio di Nazaret, posto sulla cima di un monte, spiegano forse la predilezione di Gesù per la montagna. La maggior parte della vita pubblica del profeta Galileo è trascorsa sulle rive del lago, per le vie polverose della Palestina, tra città e villaggi di quella regione. Eppure gli eventi più significativi hanno avuto come cornice i monti.
Su un monte istituisce i dodici: « Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì » (Mc 3,13-19).
Spesso si ritira tutto solo sul monte a pregare:
« Ordinò poi ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull`altra riva, verso Betsàida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare ». (Mc 6,45-46)
Dalla cima di un monte, proclama la nuova legge, le beatitudini: « Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli… » (Mt 5, 1ss)
Ancora su un  monte (Tabor) alcuni discepoli prescelti da Gesù saranno spettatori di un evento indimenticabile, presagio e promessa della risurrezione: la trasfigurazione.
Dal monte degli ulivi, che è di fronte a Gerusalemme comincia il cammino della sua pasqua che approderà sulla cima del Golgota: « Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: « Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui ». (Lc 19, 28ss)
Sul monte Calvario (Moria) Gesù concluderà la sua vicenda terrena, sullo stesso monte del sacrificio di Isacco l’unigenito di Abramo, Dio offrirà il suo unigenito in riscatto per molti, e questa volta non sarà risparmiato al Padre di porgere il suo più grande dono d’amore: la vita del Figlio, permettendo al Figlio e a tutti i figli di affidare il proprio spirito nelle mani paterne.
Alla morte di Cristo le rocce si squarciarono, molti morti tornarono in vita e neppure Cristo poté essere tenuto prigioniero dall’abisso della morte e la pietra tombale, diverrà fenditura nella roccia da cui fuoriesce la vita.
Dopo la sua risurrezione Gesù darà appuntamento ai suoi in Galilea su un non meglio precisato monte, che diverrà il monte della missione universale, della bella e gioiosa notizia predicata a tulle le genti: « Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo » (Mt 28,16-20).
Dalla cima di un monte sarà elevato in alto, verso il cielo per fare il suo ingresso trionfante nel regno del Padre suo: « Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n`andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: « Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l`avete visto andare in cielo ». Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato » (At 1,9-12).
Anche Gesù dunque, è stato un assiduo frequentatore della montagna.
Il percorso fatto fin qui, ci induce a porci un domanda: perché la montagna è così presente nella scrittura? E’ davvero un luogo evocativo, oltre ad essere un sito geografico? E’ possibile che sia un luogo del cuore, un luogo interiore, una vocazione?

4.: Il significato evocativo della montagna come sintesi del vangelo
Nel comune sentimento religioso i monti, per il loro innalzarsi verso il cielo appaiono più prossimi alla divinità, dimora visibile del Dio invisibile, la cui maestà è celata dalle nubi. Non meraviglia dunque che la divinità fosse associata alla montagna e spesso ne desumesse il nome. Abbiamo già visto come presso gli ebrei il nome divino più antico fosse El Saddaj (Dio della montagna). Similmente in Egitto il dio Atum è chiamato « colle », mentre la divinità suprema dei sumeri, Enlil, era soprannominato « grande monte ».
Nella Scrittura (sia nell’AT che nel NT), come abbiamo accennato per sommi capi, i monti, sono pietre miliari dello snodarsi di tutta la storia della salvezza. In tutto il testo sacro ogni monte « poggia sopra un suolo di parole ardenti » , e diviene quasi la guglia ove queste parole ricevono spessore, solidità, durata. Come le montagne, quelle parole di fuoco, non passeranno. Come le montagne la fede porta con se un atteggiamento di solidità, di stabilità. Come una roccia chi crede è stabile e sicuro, non vacilla, non teme, l’edificio della sua vita poggia sulle solide fondamenta della fedeltà di Dio, unico baluardo, unica difesa, la sola certezza. Dinnanzi a Lui, alla vista delle sue opere « i monti saltellarono come arieti, e le colline come agnelli di un gregge » (Ps 113,4). Anche i  credenti, per la loro fede,
riusciranno spostare le stesse montagne. Nella scrittura sacra neppure la geografia sta ferma, l’unico punto fermo e solo Dio. Dunque seppur abbondantemente utilizzata come luogo simbolico la montagna, dai sacri testi viene spesso relativizzata, quasi demitizzata. Ciò nonostante il loro valore evocativo resta in tutta la sua valenza.
? La montagna evoca qualcosa della realtà di Dio. Innanzitutto la sua stabilità e la sua fedeltà:  » Voglio proclamare il nome del Signore – esclama Mosè – Egli è la Roccia: perfetta è l’opera sua…è un Dio fedele e senza malizia, egli è giusto e retto » (Dt 32, 3-4). Il titolo di « roccia » più volte è attribuito a Dio. E’ una metafora a cui fanno ricorso i profeti « Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna » (Is 26,4)  e spesso anche i salmi « Vengono meno la mia carne e il mio cuore, ma la roccia del mio cuore è Dio » (Ps. 73,26); « Lui solo è mia roccia e mia salvezza, mia difesa: mai potrò vacillare » (Ps. 62,3). Con tale metafora si vuole indicare la forza e la stabilità di Dio, solo in lui si trova sicurezza.  Ecco perché occorre rivolgere lo sguardo verso i monti da dove viene l’aiuto (Cf. Ps 121,1) e guardare « alla roccia da cui siete stati tagliati » (Is 51,1).
Le alte vette rocciose evocano poi la grandezza, l’altezza, l’indisponibilità, il mistero, il fascino, l’immensità, la trascendenza di Dio. Eppure un segreto anelito, fin dall’antichità ha percorso le speranza del popolo di Dio: « se Tu scendessi… ». La religione biblica non è solo religione delle altezze.
Per Gesù, che pur ama le alte vette, la montagna sarà anche l’espressione della tentazione: « Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria » (Mt 4,8). Quanto grande poteva essere la seduzione delle altezze, da cui guardare e dominare ogni cosa, da cui godersi la gloria dei regni della terra. Quale fascino poteva esercitare nel cuore di Gesù abbracciare l’idea di un Dio che non si compromette, che non si lascia scalfire da quanto succede in basso, che gode dei privilegi della propria divinità senza doverseli « guadagnare » perché gli vengono offerti su un piatto d’argento dal principe di questo mondo. Il demonio offre a Gesù la sua missione già conclusa, senza affanni, senza croci, senza la fatica di conquistarsi l’amore degli uomini e la loro adorazione.
Quella di Gesù, però, sarà religione dell’abbassamento, della Kenosi, dell’umiliazione di un Dio che abbandona le vette della propria divinità, per rivestirsi della fragilità dello schiavo, per farsi polvere calpestata dagli uomini, Cristo infatti « umiliò se stesso » (Cf. Fil. 2,5-8), decise di scendere in basso, di assumere carne e sangue,  fino al giorno in cui dal monte degli ulivi inizierà l’ultima discesa, e questa volta verso gli abissi del dolore, della morte onde donare quella carne e versare quel sangue che aveva assunti e sprofondare fino negli inferi. Nessuno avrebbe mai immaginato « che Dio dalle sue altezze scendesse fino a questo punto, così in basso » .
Il Dio dei monti sceglie di abitare in basso, elegge come sua dimora la città degli uomini, scegliendo di essere il « Dio-con-loro »; con loro crocifisso, per loro risorto, affinché gli uomini potessero risorgere con lui. E una volta risorto ritorna sui monti e qui riceverà l’adorazione dei suoi discepoli che saranno inviati ad ogni creatura, ad ogni nazione (Cf Mt. 28).
E dunque le montagne non perdono la loro valenza evocativa, e non solo per dire qualcosa di Dio.
? Esse raccontano anche qualcosa della realtà dell’uomo.
Dinnanzi alla consistenza delle montagne l’uomo non può che riconoscere la sua friabilità. Immersi in un panorama di alta quota non si può che sentirsi piccoli, piccoli, quasi insignificanti, talmente fragili da sentirsi smarriti. Frequentare la montagna fa toccare con mano ad ogni uomo di essere quasi un intruso in questo pianeta, certo un ospite, mai un padrone o un possidente. Sulle cime non puoi che sentirti accolto da una forza più grande di te che ha il potere di custodirti, o di rigettarti in qualsiasi momento. Cade ogni delirio di onnipotenza quando si è aggrappati ad una roccia con la sola punta delle dita , quando sei sospeso tra cielo e terra, quando ogni passo richiede un calcolo, una scelta, una decisione, e non puoi sbagliare. Frequentare la montagna ti abilita a vedere la realtà da un altro angolo prospettico, guardando dall’alto si comprende quanto del nostro umano affanno e quanto nelle nostre umane vicende ci sia di effimero, di irrisorio, di insignificante; quanto i nostri più grandi costrutti siano come un atomo sulla bilancia; quanto tutto sia relativo, felicemente e fortunatamente relativo. Solo sulle vette ci si rende conto di quanto a valle ci si agiti inutilmente per troppe cose, mentre una sola è la cosa necessaria.
Dimorare sulle cime è scuola di vita evangelica si scopre che la verità di se stessi non può che essere l’umile sentire di sé; si comprende come il cammino della vita richieda prudenza ad ogni passo; si sperimenta come sia necessario essere sempre attenti e vigilare; quanto sia di aiuto guardare in alto, tendere ad una meta; quanto convenga il rispetto per ciò e per chi ti sta accanto; quanto serva l’aiuto degli altri; quanto sia indispensabile una guida esperta; quanto sia pericoloso essere temerari e non affidarsi all’esperienza degli altri; quanto sia controproducente non tenere il passo senza arditezze, ma con costanza e perseveranza. Solo tra le vette ci si rende conto di quanta passione e di quanto amore occorra nutrirsi per affrontare le difficoltà, per non arrendersi al primo intoppo.
Sì la montagna è scuola di vita, è scuola di vangelo, è sintesi e sunto del vangelo stesso. Lassù i valori sono rovesciati, quasi per costituzione. Solo sul monte Gesù ha potuto proclamare felici e beati, i poveri, i perseguitati, gli affamati…solo a partire dalle cime ci è dato di poter cominciare a vedere il mondo sottosopra, con una logica inversa che perverta la perversa logica mondana, per cui nel mondo ci sarebbe posto solo per i furbi e i potenti, e dove avrebbe pieno diritto di cittadinanza solo il ricco e il violento.
Il credente non può che essere un alpinista. Ogni buon alpinista non potrà, prima o poi, che divenire credente.
E però le cime dei monti sono inabitabili, da lì bisogna scendere, occorre rifare pace con la pianura. Neppure sul Tabor è lecito piantar le tende, la vita, la missione risiede a valle. Scendendo però si sa che esiste un punto all’orizzonte verso cui voltarsi, c’è una altura verso cui volgere lo sguardo. E nasce sempre più in cuore la convinzione che « la terra verrà giudicata dai suoi monti » .
Più passa il tempo e più ci rendiamo conto che se il mondo e l’umanità vogliono salvaguardare se stessi necessitano di una logica alternativa, di una logica diversa, quella logica delle beatitudine proclamata da Gesù sul monte. L’anelito segreto e struggente verso un mondo migliore richiede che lo sguardo sia rivolto verso i monti e che i nostri piedi, almeno di tanto in tanto, calchino le vette.
Non ci resta che attendere che si realizzi l’auspicio del salmista che invoca: « le montagne portino pace al popolo e le colline salvezza » (Ps. 72,3). Non risulterà strano credere che proprio dalle rocce possa sgorgare l’acqua spirituale apportatrice di pace e salvezza, quell’acqua  che sola è capace di placare la sete di infinto insita nel cuore di ciascun uomo, basta far memoria di quanto affermato dall’apostolo Paolo: « Non voglio che ignoriate fratelli, che i nostri padri (nel deserto)…tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che  li accompagnava, e quella roccia era il Cristo » (1 Cor. 10, 1-4).
A Cristo roccia della nostra salvezza, volgiamo dunque lo sguardo. Da Lui, vero monte di Dio, attendiamo pace e salvezza. Poniamoci sui sentieri del suo cuore, per giungere un giorno dinnanzi al Volto che è l’oggetto, spesso inconfessato, della ricerca di ogni uomo

Publié dans:LUOGHI DEL SACRO |on 3 mai, 2010 |Pas de commentaires »

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