Archive pour mai, 2016

The Visitation of the Blessed Virgin Mary

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Publié dans:immagini sacre |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

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SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

Giovanni Gentili

La storia, il culto, la memoria dei due apostoli nei primi secoli della cristianità La grande mostra archeologica promossa dal Pontificio Consiglio per i Laici e organizzata dal Meeting in collaborazione con i Musei Vaticani, dal 30 giugno fino al 10 dicembre prossimi, è chiave di lettura indispensabile alla comprensione del sorgere e del diffondersi del primo cristianesimo romano, e perciò universale. Una tappa fondamentale del pellegrinaggio giubilare Milano, anno 313: l’editto imperiale di Costantino, che concede alla Chiesa e alla fede cristiana tolleranza e libertà di espressione e culto, pone fine a un lungo e tribolato periodo di esistenza per le prime comunità cristiane disseminate nei vari territori dell’impero. Succede, alle prove e alle persecuzioni, un periodo finalmente di pace, carico di possibilità e sviluppi. Da subito e per volontà imperiale, si erigono edifici religiosi sui luoghi storici più cari alla devozione e alla fede dei cristiani, a Gerusalemme, a Betlemme e a Roma. È proprio nella “capitale del mondo” che sorgono anzitutto la basilica vaticana e, poco più tardi, quella dedicata a San Paolo sulla via Ostiense, mentre precede le medesime quel luogo dedicato alla venerazione e culto dei due apostoli, per tanti versi straordinario, noto come Memoria Apostolorum, al terzo miglio della via Appia, la regina viarum, fuori la porta detta oggi di San Sebastiano. Sul cosiddetto “trofeo” di Pietro, ammirato e descritto insieme a quello paolino dal presbitero Gaio intorno al 200 della nostra era (una forma assai semplice di monumentalizzazione di sepolcro, per quello che l’evidenza archeologia del “trofeo” vaticano oggi ci racconta, come si evince anche dal plastico realizzato per la mostra “Pietro e Paolo” allestita a Roma), sorge, nei pressi del circo che fu di Caligola, la grande basilica che Costantino, in qualità di pontifex maximus, fa erigere, di fatto celando sotto immani quantità di terreno rimosso una necropoli pagana lì esistente. È qui infatti – oggi all’interno del percorso archeologico della medesima realizzato sotto le Grotte vaticane – che il corpo di Pietro venne deposto, intorno al 64 o 67 d. C., da mani pietose, in una fossa terragna a cielo aperto, oggetto di attenzione e di venerazione crescente, e perciò, probabilmente nel II secolo, abbellita da una forma architettonica importante, destinata a custodire più solennemente le spoglie dell’apostolo.

La tomba di Paolo Stessa sorte sarebbe capitata, nei pressi di Aquas Salvias, oggi Tre Fontane, alla sepoltura di Paolo, decapitato fuori le mura, com’era costume per i cittadini romani, probabilmente nel 67. Lì, lungo la via Ostiense, si poteva contemplare, tra la fine del II e gli inizi del III secolo, una tomba, probabilmente simile nell’aspetto a quella di Pietro, sulla quale Costantino fece innalzare una basilica, assai più piccola della vaticana, lungo un asse esattamente inverso all’attuale, poi oggetto, sotto il pontificato di Damaso nel IV secolo, di profonda ristrutturazione e ingrandimento. Poco si sa della vera forma della tomba dell’Apostolo delle genti, mai fatta oggetto di scavi sistematici – come avvenne, invece, in questo nostro secolo per la Memoria vaticana -. Qualche evidenza archeologica riaffiorò, quasi fortuitamente, in occasione della ricostruzione della basilica ed in particolare degli sterri del 1838 intrapresi nell’area dell’altare maggiore, dopo il rovinoso incendio della stessa nel 1823. Oltre alla lastra dedicatoria che si può ammirare in calco nella mostra (l’originale non è più visibile), è attestato, da schizzi risalenti all’epoca ed eseguiti dall’architetto Vespignani, un locus venerationis, un loculo, protetto da una grata, inserito in un monumento formato da uno zoccolo in opera reticolata e definito agli angoli da paraste; il che, pur nella scarsità dei dati, permette di presupporre una Memoria monumentale, stavolta paolina, simile nell’aspetto, alla vaticana. Più oltre, a qualche chilometro di là e ad est, un pergolato cintato ed affrescato con scene di giardino, con fiori e uccelli ospitati tra graticci di canne e fogliami, era già oggetto, da qualche tempo – probabilmente dalla seconda metà del III secolo – di una forma di devozione singolare. Qui, nei pressi dell’area cimiteriale di Callisto e nelle immediate adiacenze del sepolcro del martire Sebastiano sulla via Appia, si riuniva una folla di fedeli, non solo romani, a venerare la memoria dei Principi degli apostoli, come si evince dagli oltre seicento graffiti – di cui alcuni, preziosissimi, esposti in mostra al Palazzo della Cancelleria – su intonaco rosso della cosiddetta triclia, straordinaria “reliquia” architettonica oggi sotto la basilica di San Sebastiano, eretta sul luogo detto ad catacumbas, un avvallamento interessato da cave di pozzolana. La triclia, un edificio per metà pergolato e per l’altra metà porticato, doveva probabilmente servire per i refrigeria, i banchetti rituali funerari lì svoltisi in onore di Pietro e Paolo nel giorno anniversario del loro martirio, il 29 giugno; e fu probabilmente per questo motivo che più tardi il luogo si definì come memoria apostolorum. In questo spazio all’aperto, appena fuori porta, tra orti e i giardini intensamente coltivati per i fabbisogni e gli usi commerciali della città, sicuramente nel 258, essendo consoli Tusco e Basso, ma probabilmente anche da prima, si celebrava dunque il culto congiunto di Pietro e Paolo, in una sede unica e diversa dai luoghi delle rispettive sepolture. Non è certo il perché di tale scelta logistica. Di certo il culto agli apostoli continuò anche dopo l’interramento e quindi, la cancellazione fisica della triclia – riemersa, peraltro, grazie agli scavi intrapresi dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra proprio in questo secolo – letteralmente ricoperta dalla basilica cimiteriale dedicata a Sebastiano, il cui culto si affiancò intorno al IV secolo a quello preesistente dedicato a Pietro e Paolo. Assieme ai tre edifici ora ricordati, il panorama della capitale dell’impero si caratterizzava, tra IV e V secolo, da altre significativi monumenti, legati da antica tradizione alle memorie dei due apostoli: Santa Pudenziana, Santa Prassede e Santa Prisca, care ai primi cristiani per la permanenza in esse di Pietro a Roma nel I secolo, così come gli edifici di San Pietro in Vincoli, il “Quo Vadis” sulla via Appia e il Carcere Mamertino nei pressi del Foro Romano. Quanto a Paolo e alla sua presenza nella città, un’antica tradizione ne addita la memoria nella chiesa di San Paolo dalla Regola, nelle adiacenze del Ghetto ebraico, in Santa Prisca all’Aventino (indicata come abitazione di Prisca ed Aquila, già ben noti all’Apostolo delle genti prima del suo arrivo a Roma) e il martirio nel luogo denominato ad Aquas Salvias, oggi le Tre Fontane nei pressi dell’Eur.

Pietro e Paolo romani Fu al termine del suo terzo viaggio – iniziato nel 53 d. C. e che vide Paolo traversare dapprima la Galizia e la Frigia e soggiornare poi, per circa tre anni, nella città di Efeso e di qui raggiungere Corinto, Filippi e, infine, Gerusalemme – che Saulo di Tarso, il tessitore, venne arrestato dai romani, su istigazione dei giudei, e trasferito a Cesarea, dove subì un processo davanti al procuratore Felice che, ritenutolo innocente, lo fece comunque recludere per due anni. Poco dopo, nel 59, stante la richiesta di estradizione dell’apostolo a Gerusalemme formulata dai giudei al nuovo procuratore Festo, Paolo si appellò a Cesare, in qualità di cittadino romano e fu quindi, di lì, trasferito a Roma. Il viaggio, ricco di avvenimenti e non senza pericoli, lo portò in Italia, a Pozzuoli, scalo fisso per tutti i naviganti provenienti dall’Africa o dall’Oriente. Qui sbarcato, l’apostolo trovò un gruppo di “fratelli”, di cristiani ad attenderlo (cfr. At 28,14). Traversata quindi la Campania alla volta di Roma, Paolo vi giunse nei pressi «e di là i fratelli, che avevano sentito le nostre peripezie, ci vennero incontro fino a Foro Appio e alle Tre Taverne. Quando Paolo li vide, ringraziò Dio e prese coraggio» (At 28,14-15), fidando nell’amicizia dei cristiani di quella comunità, cui Paolo era già ben noto, sia per la grande attività missionaria svolta che per la lettera, scritta nel 57 e loro indirizzata, nella quale, per altro, egli si dichiarava desideroso d’incontrarli. Quanto a Pietro e alla sua venuta nella capitale dell’impero, non è semplice stabilire con certezza quando questi vi arrivò. Fonti antiche datano intorno al 42 d.C. un suo primo probabile viaggio a Roma, quando, fuggito dal carcere a Gerusalemme ed evidentemente impossibilitato a sostare ancora a lungo in quella città per l’estrema insicurezza della situazione, «Pietro se ne andò in altro luogo» – forse Roma? -, come recitano gli Atti (12,17). Di certo, dopo il ritorno a Gerusalemme, dove la sua presenza è testimoniata, assieme a quella di Paolo, nel 49, secondo quanto riportato sempre negli Atti degli Apostoli, il pescatore di Galilea dovette, in seguito, ritrovarsi nell’Urbe. Qui il suo martirio è già datato alla persecuzione neroniana del 64, successiva all’incendio devastante della città accaduto nella notte tra 18 e 19 luglio di quell’anno, da papa Clemente, suo terzo successore nella guida della comunità romana, nella lettera scritta da questi ai fratelli di Corinto nel 96. Vi si apprende che fu per causa di invidie e gelosie che Pietro venne dapprima catturato, processato e quindi crocifisso nel circo fatto costruire da Caligola sulle pendici del colle Vaticano o negli horti imperiali adiacenti, a testa in giù, come raccontano gli Atti di Pietro, uno scritto apocrifo della fine del II secolo, probabilmente nello stesso anno 64, secondo Clemente ed Ireneo; mentre al 67 sembrano datarne la morte Eusebio di Cesarea e san Girolamo.

Le origini di Roma cristiana Chi erano i fratelli cristiani che si fecero incontro a Paolo alle Tres Tabernae? Come e quando si era diffuso il cristianesimo a Roma? Notizie storiche della prima comunità risalgono a Paolo stesso, che ad essa indirizza la lettera scritta tra 56 e 57. In essa, le sottolineature dottrinali riguardo la giustificazione, e perciò il rapporto quanto mai dialettico tra la fede in Cristo e la legge mosaica, lasciano intendere come anche nella comunità romana fossero vivissimi i contrasti tra quanti avrebbero voluto comunque costretti all’osservanza della legge i pagani convertiti al cristianesimo e tra coloro che, come era anche il caso di Paolo, li volevano invece assolutamente liberi dal carico della precettistica legale e cultuale giudaica. È probabile che tale insistenza paolina testimoni della consapevolezza avuta dall’apostolo di una tendenza pesantemente “giudaizzante”, presente all’interno della prima comunità romana, e che egli si premunisca perciò di chiarire la propria posizione sull’argomento scottante, prima della sua visita, per altro allora irrealizzata nonostante il desiderio dell’apostolo, alla stessa. Un più antico cenno relativo alla presenza dei cristiani nel cuore dell’impero si ha in Svetonio che, a proposito dell’imperatore Claudio, racconta che questi fece allontanare dall’Urbe nel 49 d.C. i giudei che litigavano tra loro “impulsore Chresto”, a causa, cioè, di un rivoluzionario Cristo. È dunque nel nuovo messaggio evangelico che va trovata con certezza la causa dei moti che dovettero caratterizzare, in maniera probabilmente anche violenta, la comunità romana del I secolo, tanto da costringere il Cesare a tale provvedimento. D’altronde, la vicenda del processo e del martirio subiti da Pietro e Paolo – per gelosia e invidia, come ricorda Clemente Romano – dà adito a un’ipotesi di profonda irrequietezza all’interno della comunità cristiana sotto Nerone. Quanto alla sua consistenza numerica, Tacito negli Annali, la descrive come ingens multitudo, tanto da non essere annientata, la stessa, neppure dalla violenta persecuzione, come lo storico certamente non di parte ci riferisce, seguita all’incendio della capitale del 64. Che il cristianesimo si diffondesse ben presto tra le classi agiate della città, fino a lambire da vicino la famiglia imperiale, è testimoniato poco più tardi, esattamente nel 95, dall’uccisione di Flavio Clemente, cugino dell’imperatore Domiziano, e del nobile Acilio Glabrione, già console, nonché dall’esilio imposto a Flavia Domitilla, accusati di ateismo durante il regno di Domiziano stesso. L’accusa allude quasi certamente alla professione di cristianesimo da parte dei suddetti, in quanto “atei” venivano definiti coloro che non veneravano le tradizionali divinità pagane. Lo stesso papa Clemente dà conferma dell’avvenuta persecuzione, nella lettera ai Corinti del 96. Questi, tra l’altro, descrive la comunità romana come governata da un collegio di presbiteri, modalità di organizzazione gerarchica che la chiesa aveva ereditato dalla sinagoga giudaica, diffusa allora anche presso altre comunità di tendenza giudaizzante, anche di origine paolina (come Corinto ed Antiochia) originariamente sorrette in altro modo, tramite sorveglianti (episkopoi) e ministri (diakonoi). Tale forma di organizzazione sarà più tardi sostituita a Roma, verso la fine del II secolo, dall’ordinamento episcopale monarchico, già in atto altrove e comunque destinato a imporsi in Oriente e in Occidente con notevole rapidità.

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CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA

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CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – UFFICIO DELLE LETTURE – SECONDA LETTURA

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50, 477-480)

Paolo sopportò ogni cosa per amore di Cristo Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà della nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3, 13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2, 18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2 Cor 12, 10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2 Cor 2, 14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa. Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro. Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi. Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo.

“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

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“SE UNO È IN CRISTO, EGLI È UNA CREATURA NUOVA” (PAVEL EVDOKIMOV)

 SPIRITUALITA ORTODOSSA

“Al principio”, nel tempo della prova decisiva per l’uomo, il fallimento clamoroso della sua opzione l’ha fatto cadere al di sotto del suo essere e l’ha immerso nella vita dei sensi e della materia; l’uomo è divenuto carnalmente e sensualmente ottenebrato. L’economia della salvezza lo innalza al di sopra del suo essere, fino al piano della nuova creatura. La dialettica di san Paolo ha qui il suo punto di partenza: “Quantunque l’uomo esterno si disfaccia, pure l’uomo interno si rinnova di giorno in giorno” (2Cor 4,16). “Avete svestito l’uomo vecchio coi suoi atti e rivestito il nuovo” (Col 3,9). La vita spirituale si orienta da allora precisamente verso questa metamorfosi: “rivestire l’uomo nuovo”. Il “nuovo” di quest’uomo è nel fatto che egli non è più solo; più profondamente e al centro della sua trasformazione è l’ “uomo rivestito di Cristo”, “l’essere cristificato”. I Padri prendono in un certo senso alla lettera il fatto di rivestire il Cristo e vedono in questo la proiezione, o più esattamente il prolungamento nell’uomo dell’incarnazione del Verbo, perpetuata anzitutto nel mistero eucaristico. Essi insegnano perciò non a “imitare” ma a “interiorizzare” il Cristo. Questa interiorizzazione non è una pura metafora, che forzerebbe i termini, ma ha radici profonde in Dio stesso. Se l’incarnazione riflette una certa antropomorfia di Dio (una misteriosa conformità originale la condiziona), essa rivela soprattutto e sicuramente la teomorfia dell’uomo. Da un punto di vista biblico l’incarnazione perfeziona la nostra natura fatta a immagine di Dio e rivela la struttura manifestamente cristologica della vita spirituale. L’uomo percorre così una distanza vertiginosa all’interno del suo essere. San Paolo cita un inno della Chiesa primitiva che ha una carica dinamica esplosiva: “Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo t’inonderà di luce”. Una variante ne rafforza ancora il senso: “e toccherai il Cristo” (Ef 5,14). Questo passaggio dallo stato di morte allo stato di vita, dall’inferno al Regno, è esattamente l’itinerario della vita spirituale. Lo spiritualismo moralizzante riduce la salvezza al perdono della disubbidienza. L’ontologia biblica, vigorosa ed esigente, conduce la catarsi (purificazione) morale verso la catarsi ontologica, e questo significa il mutamento dell’intero essere umano, anima, corpo e spirito. E’ anche l’affermazione più forte dell’esegesi patristica che sottolinea l’appello dell’evangelo alla metanoia: “Ravvedetevi perché il Regno dei cieli è vicino” (Mt 3,2).; sarebbe più esatto dire “trasformatevi”, perché si tratta di un pentirsi nel senso più forte, di un mutamento completo della mentalità e di tutto l’essere umano. L’incontro con Dio non potrebbe aver luogo nello stato della natura decaduta; esso presuppone la restaurazione preliminare della natura nel sacramento del battesimo. Il battesimo è difatti, secondo i Padri, una vera e propria nuova creazione dell’essere redento. Il pentimento – la metanoia – nel suo senso più forte dev’essere portato fino alle radici di tutte le facoltà mentali, volitive ed affettive, fino al centro dell’essere intero: corpo e spirito. Nella sua famosa dottrina sulla ricapitolazione di tutta la natura in Cristo, sant’Ireneo segue da vicino san Paolo. Il quarto evangelo lo sottolinea quando parla della “seconda nascita”; i due termini, metanoia e nascita, esprimono in modo molto chiaro questa profonda modificazione dell’essere umano e indicano la sua entrata nel mondo dello Spirito, i cui principi sono opposti ai principi di questo mondo. Tra l’essere battezzato e il non battezzato si apre un abisso, la distanza infinita delle due nature. Per sottolineare il carattere dell’assolutamente nuovo, i Padri si servono di preferenza del miracolo delle nozze di Cana, del mutamento dell’acqua in vino. Il simbolismo di questa immagine fa convergere il battesimo nell’eucarestia; in realtà l’acqua battesimale ha il valore del sangue di Cristo, insegna Nicola Cabasilas, “essa distrugge una vita e ne riproduce un’altra: … noi lasciamo la tunica di pelle per rivestire un mantello regale”. Si comprende ora fino a qual punto la vita spirituale operi una rottura completa. Non è la stessa vita alla quale si aggiungano uffici, letture e atteggiamenti pii, ma è essenzialmente una rottura, un combattimento, una violenza che prende d’assalto i cieli e s’impadronisce del Regno. Sulla soglia di questa vita risuona la parola di san Paolo: “Ecco, ogni cosa è nuova” (2Cor 5,17). L’evangelo ricorda il potere tremendo del principe di questo mondo; san Paolo, chiamandolo “dio di questo mondo” (2Cor 4,4), sottolinea la condizione di alienazione dell’uomo a causa delle potenze demoniache, ed è questo potere di Satana che esige la rottura radicale. Ce lo mostra il simbolismo del sacramento del battesimo: l’immersione totale significa la morte vera e totale al passato colpevole, l’emersione, la vittoria definitiva, la risurrezione alla nuova vita. Tuttavia, la “promessa” del battesimo, la “grande professione battesimale”, di fede nella Trinità, presuppone un’operazione di purificazione e un atto personale dello spirito umano. La Chiesa prende molto sul serio il potere del male e la sua ira omicida; per questo i riti antichi pongono prima del battesimo – lavacrum – il rito dell’esorcismo e della solenne rinuncia al maligno. Il sacerdote ripete l’atto divino, soffia sul volto del “morto” il soffio di vita, analogo al soffio di vita al momento della creazione dell’uomo. Di fronte all’Occidente, regno del principe di questo mondo, dove la luce del giorno scompare, il neofita rinunzia al passato, posto sotto la potenza del nemico. Egli mima simbolicamente la lotta che dovrà sostenere per tutto il corso della sua vita spirituale; volgendosi verso Oriente, dove il giorno appare, confessa la sua fede e riceve la grazia. Questo rituale contiene in germe l’essenziale della nuova esistenza. Negativamente, è la lotta incessante; positivamente, è la metamorfosi chiesa nella preghiera finale del battesimo, dagli accenti così paolini: “O Dio, spoglialo del vecchio uomo, rinnovalo e colmano con la potenza del Tuo Spirito Santo, nell’unione con Cristo”. E’ l’intenso sommario della vita spirituale, il so progresso non ha mai fine: “Chi mette la mano all’altro e poi riguarda indietro non è adatto al regno di Dio” (Lc 9,62). Ogni arresto è un regresso. Il carattere totalitario della consacrazione del battezzato è confermato e sottolineato dal rito della tonsura e lo pone nell’estrema tensione di ogni istante, nell’aspirazione a ciò che è ultimo, impossibile. Il rito della tonsura, parte organica del sacramento della confermazione nella Chiesa orientale è identico a quello dell’ingresso nell’ordine monastico. La preghiera del rito dice: “Benedici il tuo servitore che è venuto a offrirti come primizia la tonsura dei capelli del suo capo!”. Il senso simbolico è chiaro, è l’offerta totale della sua vita. Passando per la tonsura, il laico si ritrova monaco del “monachesimo interiore”, sottomesso alle esigenze assolute dell’evangelo. La fedeltà del neofita resisterà alla prova del tempo e all’assalto delle tentazioni, perché il Cristo combatterà in lui, con lui.

Pavel Evdokimov Le età della vita spirituale

Publié dans:spiritualità ortodossa |on 29 mai, 2016 |Pas de commentaires »

The last supper, 2nd_15th_Siecle

The last supper,  2nd_15th_Siecle dans immagini sacre 07%20CAMBRIDGE%20CORPUS%20CHRISTI%20COLLEGE%20CENA
http://www.artbible.net/3JC/-Mat-26,26_The%20last%20supper_La%20Cene/2nd_15th_Siecle/slides/07%20CAMBRIDGE%20CORPUS%20CHRISTI%20COLLEGE%20CENA.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 mai, 2016 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150604_omelia-corpus-domini.html

SANTA MESSA, PROCESSIONE A SANTA MARIA MAGGIORE E BENEDIZIONE EUCARISTICA NELLA SOLENNITÀ DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Giovanni in Laterano

Giovedì, 4 giugno 2015

Abbiamo ascoltato: nella [Ultima] Cena Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue mediante il pane e il vino, per lasciarci il memoriale del suo sacrificio di amore infinito. E con questo “viatico” ricolmo di grazia, i discepoli hanno tutto il necessario per il loro cammino lungo la storia, per estendere a tutti il regno di Dio. Luce e forza sarà per loro il dono che Gesù ha fatto di sé, immolandosi volontariamente sulla croce. E questo Pane di vita è giunto fino a noi! Non finisce mai lo stupore della Chiesa davanti a questa realtà. Uno stupore che alimenta sempre la contemplazione, l’adorazione e la memoria. Ce lo dimostra un testo molto bello della Liturgia di oggi, il Responsorio della seconda lettura dell’Ufficio delle Letture, che dice così: «Riconoscete in questo pane, colui che fu crocifisso; nel calice, il sangue sgorgato dal suo fianco. Prendete e mangiate il corpo di Cristo, bevete il suo sangue: poiché ora siete membra di Cristo. Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto». C’è un pericolo, c’è una minaccia: disgregarci, svilirci. Cosa significa, oggi, questo “disgregarci” e “svilirci”? Noi ci disgreghiamo quando non siamo docili alla Parola del Signore, quando non viviamo la fraternità tra di noi, quando gareggiamo per occupare i primi posti – gli arrampicatori -, quando non troviamo il coraggio di testimoniare la carità, quando non siamo capaci di offrire speranza. Così ci disgreghiamo. L’Eucaristia ci permette di non disgregarci, perché è vincolo di comunione, è compimento dell’Alleanza, segno vivente dell’amore di Cristo che si è umiliato e annientato perché noi rimanessimo uniti. Partecipando all’Eucaristia e nutrendoci di essa, noi siamo inseriti in un cammino che non ammette divisioni. Il Cristo presente in mezzo a noi, nel segno del pane e del vino, esige che la forza dell’amore superi ogni lacerazione, e al tempo stesso che diventi comunione anche con il più povero, sostegno per il debole, attenzione fraterna a quanti fanno fatica a sostenere il peso della vita quotidiana, e sono in pericolo di perdere la fede. E poi, l’altra parola: che cosa significa oggi per noi “svilirci”, ossia annacquare la nostra dignità cristiana? Significa lasciarci intaccare dalle idolatrie del nostro tempo: l’apparire, il consumare, l’io al centro di tutto; ma anche l’essere competitivi, l’arroganza come atteggiamento vincente, il non dover mai ammettere di avere sbagliato o di avere bisogno. Tutto questo ci svilisce, ci rende cristiani mediocri, tiepidi, insipidi, pagani. Gesù ha versato il suo Sangue come prezzo e come lavacro, perché fossimo purificati da tutti i peccati: per non svilirci, guardiamo a Lui, abbeveriamoci alla sua fonte, per essere preservati dal rischio della corruzione. E allora sperimenteremo la grazia di una trasformazione: noi rimarremo sempre poveri peccatori, ma il Sangue di Cristo ci libererà dai nostri peccati e ci restituirà la nostra dignità. Ci libererà dalla corruzione. Senza nostro merito, con sincera umiltà, potremo portare ai fratelli l’amore del nostro Signore e Salvatore. Saremo i suoi occhi che vanno in cerca di Zaccheo e della Maddalena; saremo la sua mano che soccorre i malati nel corpo e nello spirito; saremo il suo cuore che ama i bisognosi di riconciliazione, di misericordia e di comprensione. Così l’Eucaristia attualizza l’Alleanza che ci santifica, ci purifica e ci unisce in comunione mirabile con Dio. Così impariamo che l’Eucaristia non è un premio per i buoni, ma è la forza per i deboli, per i peccatori. E’ il perdono, è il viatico che ci aiuta ad andare, a camminare. Oggi, festa del Corpus Domini, abbiamo la gioia non solo di celebrare questo mistero, ma anche di lodarlo e cantarlo per le strade della nostra città. La processione che faremo al termine della Messa, possa esprimere la nostra riconoscenza per tutto il cammino che Dio ci ha fatto percorrere attraverso il deserto delle nostre povertà, per farci uscire dalla condizione servile, nutrendoci del suo Amore mediante il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Tra poco, mentre cammineremo lungo la strada, sentiamoci in comunione con tanti nostri fratelli e sorelle che non hanno la libertà di esprimere la loro fede nel Signore Gesù. Sentiamoci uniti a loro: cantiamo con loro, lodiamo con loro, adoriamo con loro. E veneriamo nel nostro cuore quei fratelli e sorelle ai quali è stato chiesto il sacrificio della vita per fedeltà a Cristo: il loro sangue, unito a quello del Signore, sia pegno di pace e di riconciliazione per il mondo intero. E non dimentichiamo: «Per non disgregarvi, mangiate questo vincolo di comunione; per non svilirvi, bevete il prezzo del vostro riscatto».

 

Publié dans:CORPUS DOMINI, PAPA FRANCESCO |on 26 mai, 2016 |Pas de commentaires »

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/2016/05-Ordinario_C/Omelie/09a-Corpus_Domini/14-09a-Corpus-Domini-C_2016-SC.htm

29 MAGGIO 2016 | 9A DOMENICA: CORPUS DOMINI – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

SS. CORPO E SANGUE DI CRISTO

« Fate questo in memoria di me »

Parlando dell’Eucaristia e rifacendosi a san Tommaso d’Aquino, il Concilio Vaticano II dice che « in essa è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo ». Proprio per questo essa si presenta anche come « fonte e culmine di tutta la evangelizzazione ». Il che significa che l’Eucaristia rappresenta la « sintesi » non solo della nostra fede, ma anche il polo di attrazione e il modulo espressivo della nostra vita cristiana. Ciò sta a dire la solennità e l’importanza della festa che oggi celebriamo, come anche la difficoltà di parlarne esaurientemente, data la molteplicità degli aspetti e degli elementi che formano della Eucaristia il « mistero della fede » per eccellenza, come appunto proclamiamo nella celebrazione liturgica, subito dopo la consacrazione. Cercheremo perciò di cogliere qualcuna delle più stimolanti intuizioni teologiche, che le letture bibliche odierne ci suggeriscono.

« Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane… » Incominciamo dalla seconda lettura (1 Cor 11,21-26), che mi sembra la più ricca di teologia eucaristica, dato che, oltre tutto, essa sola parla direttamente di questo mistero. Giova richiamare brevemente il contesto in cui si inserisce questo racconto così lapidario della istituzione della Eucaristia. Nella comunità di Corinto era invalso l’uso di far precedere la celebrazione eucaristica da un banchetto, forse per creare un clima di fraternità attorno al « memoriale » più grande dell’amore di Dio verso di noi. Sta di fatto, però, che tutto questo non contribuiva alla edificazione della comunità, anzi ne esasperava le « divisioni » e umiliava i più poveri e i meno abbienti. Per questo Paolo taglia corto e condanna tale prassi liturgica, che non aiutava a penetrare meglio il senso vero della Eucaristia, che si capisce invece molto più facilmente se si ricrea, narrandolo, l’ »ambiente » di austerità e di dramma in cui essa venne istituita. Per dare maggiore autorità a quello che afferma, l’Apostolo si rifà a quanto egli stesso ha ricevuto per « tradizione », risalente direttamente a Cristo (v. 23): « Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: « Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me ». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me »" (vv. 23b-25). Gli studiosi sono d’accordo nel dire che qui Paolo non compone direttamente, ma piuttosto riporta dalla prassi liturgica, quale forse egli aveva appreso nella Chiesa di Antiochia. È risaputo anche che la narrazione eucaristica di Luca (22,14-20), discepolo di Paolo, è molto simile alla nostra. Paolo vi aggiunge di proprio solo la connotazione storica iniziale: « Nella notte in cui veniva tradito », quasi a mettere a confronto il gesto e le parole di Gesù, che esprimono il massimo di donazione, con il « tradimento » di Giuda. E questo non solo per rievocare un fatto del passato, ma per ammonire i Corinzi che lo stesso poteva capitare (anzi già stava capitando!) anche a loro: la « notte » della incomprensione, della rivalità e del tradimento stava già avvolgendo la loro comunità, dal momento che essi con il loro comportamento dimostravano di « non riconoscere più il corpo del Signore » (v. 29) in quanto segno di amore e di fraternità! Questa palese sottolineatura dell’ »amore », oltre che dalla circostanza storica, è messa in evidenza anche da altri particolari propri della tradizione liturgica seguita da Paolo o, comunque, da lui rielaborata. Per esempio, il fatto che egli soltanto dice del « corpo » di Cristo: « che è per voi » (Luca completa: « che è dato per voi »), cioè consegnato alla morte « in favore » degli uomini. L’Eucaristia perciò non riproduce il mistero della « presenza » di Cristo semplicemente, ma il mistero della sua vita « offerta » per noi sulla croce, cioè nel momento del suo massimo amore per gli uomini. Lo stesso discorso ovviamente vale per il sangue, in cui la cosa è anche più evidente; e forse per questo S. Paolo omette la formula: « che è versato per voi », che ritroviamo invece in Luca (22,20), oltre che in Matteo (26,28) e in Marco (14,24).

L’Eucaristia come « memoriale » del Signore È poi caratteristico il fatto che solo in Paolo abbiamo per ben due volte il comando di Gesù: « Fate questo in memoria di me » (vv. 24.25). Anche Luca (22,19) ci riporta la stessa formula, ma riferita solo al « corpo ». Che cosa significa questa espressione, su cui Paolo sembra insistere con compiacenza? Certamente essa vuol esprimere la volontà di Cristo che quanto egli sta in quel momento compiendo, con il significato che egli dà ai suoi gesti (ad esempio lo spezzare il pane, l’offrirlo come suo « corpo » dato alla morte, ecc.), debba essere « ripetuto » dai suoi fino alla sua « venuta » (v. 26). Se questo è, vuol dire che la ripetizione dei suoi gesti non può essere meramente « rievocativa »: io, infatti, perderei il « significato » di quello che Gesù ha compiuto allora, se non riuscissi a rendere presente tutta la « forza » salvante di ciò che egli intendeva realizzare in quel momento. Io non celebro la sua « memoria », se non a condizione di renderla totalmente operante anche oggi, per me e per tutti gli uomini. La « anámnesis » (= memoria), a cui ci rimanda san Paolo, perciò, è la riproduzione, nel presente, dei gesti eucaristici di Cristo con la « pienezza di significato » che ha voluto loro annettere: il che presuppone che egli sia ancora colui che presiede alla mensa, che ridice quelle parole, ecc. Il sacerdote celebrante è solo la « trasparenza » di Cristo! Del resto, tutti gli studiosi rimandano a una espressione ebraica, relativa al « rinnovarsi » della Pasqua vetero-testamentaria, come fonte della formula paolina. Nel racconto della istituzione della Pasqua, infatti, si legge: « Questo giorno sarà per voi un memoriale (in ebraico: le-zikkarôn); lo celebrerete come festa del Signore; di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne » (Es 12,14). Questa formula passò ben presto nel rituale della celebrazione della Pasqua ebraica, che Gesù sicuramente seguì nell’ultima Cena: « Che Tu sia benedetto, Signore, Dio nostro e re della terra, che hai dato al popolo tuo Israele questi tempi di festa per la gioia e per il memoriale » (le-zikkarôn). Nel mistero del banchetto pasquale si produceva come una sovraimpressione di due tempi della storia, il presente e la lontana uscita degli Ebrei dall’Egitto: l’avvenimento passato diventava presente, o meglio, ognuno diventava contemporaneo all’avvenimento passato. « E in questa celebrazione veniva affermata l’unità dell’atto redentore del Signore; la Chiesa di Cristo designerà questo mistero dell’unità dell’opera redentrice, compiuta una volta per tutte e tuttavia sempre nuova, attuale, operante, con la parola mystérion o sacramentum. Il mistero sacramentale appartiene alla tradizione giudaica e cristiana ed esprime il senso biblico della storia della salvezza, che si compie nel tempo una volta per tutte, ma che è ugualmente presente in tutti i tempi attraverso la Parola e il Sacramento ». Alla luce di queste riflessioni si capiscono molto bene le parole conclusive che Paolo aggiunge, a modo di commento, al racconto della istituzione della Eucaristia: « Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga » (v. 26). Si noti quel presente (« voi annunciate »): ogni celebrazione eucaristica è la « proclamazione » di un mistero di morte, come pienezza di amore, e perciò dilatantesi lungo tutto l’arco della storia con la stessa pienezza di efficacia. Perciò essa non può non coinvolgerci, rinnovandoci nell’amore, in questa capacità di donarsi fino ad esaurirci per Dio e per i fratelli, come ha fatto Cristo: se no, rimarrebbe solo « ricordo » del passato e non sarebbe più una « anámnesis » creativa di situazioni sempre nuove e inedite. Ed a questi « inediti » di esperienza e di vita ci rimanda l’ultimo accenno di Paolo: « finché egli venga ». L’Eucaristia dunque è tesa fra il passato e l’avvenire, è « ricordo » e « profezia » nello stesso tempo. Il che significa che essa neppure è l’ultima parola dell’amore. L’ultima parola sarà detta soltanto quando, insieme a Cristo, anche noi berremo « il vino nuovo nel regno di Dio » (cf Mc 14,25), che nella sua pienezza ha ancora da « venire »!

« Allora egli prese i cinque pani e i due pesci… » Il brano di Vangelo, che ci descrive la prima moltiplicazione dei pani secondo il racconto di Luca (9,11-17), pur non essendo direttamente un racconto eucaristico, ci aiuta tuttavia a penetrare più a fondo il mistero dell’Eucaristia, nel senso che è lo stesso Evangelista a mettere in rapporto fra di loro i due avvenimenti. Egli infatti fa compiere a Gesù, nel moltiplicare i pani, gli stessi gesti che farà durante l’ultima Cena: « Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai suoi discepoli perché li distribuissero alla folla » (v. 16. Cf Lc 22,19). Anche Govanni, del resto, ha visto nella moltiplicazione dei pani il « segno » della Eucaristia (6,26). Importante poi è, in questo racconto, il coinvolgimento diretto degli Apostoli, che Cristo invita a prestare almeno la loro azione per « distribuire » alla folla il cibo da lui prodigiosamente procurato. È quanto anche oggi fanno coloro che presiedono alla Eucaristia, che solo la « parola » di Cristo riproduce in mezzo a noi che abbiamo ancora « fame » della sua bontà, del suo amore, di una sicurezza che lui solo può darci. Ma il coinvolgimento degli Apostoli va molto oltre queste indicazioni, pur così trasparenti: afferra tutti coloro che dalla Eucaristia in qualsiasi maniera vengono come contrassegnati. Se essa per tutti noi rappresenta l’anámnesis dell’amore e della donazione per gli altri, c’è da domandarsi in che misura le nostre celebrazioni eucaristiche riescono a diventare « ricordo » vissuto, per coloro che osano chiamarsi « cristiani », dell’amore gratuito e generoso del loro Signore per tutti. È qui che possiamo confermare o smentire quello che noi crediamo quando proclamiamo solennemente la Eucaristia « memoriale della Pasqua del Signore » (Orazione). Un « memoriale » non reso vivo e presente è solo un « ricordo » del passato!

Melchisedek « re e sacerdote » In questo senso diventa attuale perfino il gesto remoto del misterioso Melchisedek, « re di Salem » e « sacerdote del Dio altissimo », che « offrì pane e vino » e « benedisse » Abramo che ritornava vittorioso dalla sua campagna contro i re orientali (Gn 14,18-20). Un atto di culto, o solo un atto di umanità per « rifocillare » chi aveva bisogno delle cose più elementari per sopravvivere, come sono appunto il pane e il vino? Sono problemi che non possiamo qui affrontare e che, del resto, sia la tradizione biblica (Sal 110,4; Eb 7) sia quella patristica hanno letto in chiave « profetica » e « cristologica ». A noi interessa dire che l’Eucaristia è vera soltanto se diventa « offerta » di quello che siamo e di quello che abbiamo, servizio, compartecipazione, amore, fraternità. Soltanto così essa sarà vera « anámnesis » e « annunzio » della morte di Cristo « finché egli venga » (1 Cor 11,26) nella gloria definitiva del suo regno.

Settimio CIPRIANI  (+

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