Archive pour la catégorie 'Lettera ai Romani'

IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

http://old.cinquepani.it/opuscoli/N-Z/sofferenza.htm

IN TUTTE LE TRIBOLAZIONI NOI SIAMO PIÙ CHE VINCITORI PER VIRTÙ DI COLUI CHE CI HA AMATI! (ROM 8,37)

A nessuno piace soffrire. E se qualcuno gode di soffrire, costui è malato, malato di masochismo o di autolesionismo.
E’ normale che gli uomini evitino la sofferenza, tanto normale che gran parte delle energie del mondo sono impiegate nella lotta contro la sofferenza.
Anche Pietro non voleva sentir parlare di sofferenza. Questa parola in bocca al suo Maestro lo ha messo in stato d’allarme: ha reagito con le solite frasi d’occasione: « no, a te non succederà… ». Credeva, con questi complimenti, di esprimere amore per Gesù. Riteneva che amore fosse augurare di non soffrire. Si faceva in tal modo portavoce del senso comune di tutti gli uomini che sono in continua lotta contro la sofferenza propria o altrui. La vedono come il principale nemico dell’uomo e dell’umanità.
Ma Gesù rispose decisamente a Pietro: Va’ via Satana! tu non pensi con la mentalità di Dio, tu porti in cuore le paure degli uomini!
Pietro aveva messo al centro dell’attenzione la sofferenza, cioè, in fin dei conti, l’uomo! L’uomo che bada a se stesso ha paura della sofferenza e della morte, e questa paura aumenta I , attenzione a se stesso. Così Dio rimane fuori gioco, fuori di ogni calcolo e ragionamento. L’uomo si ritrova nudo, come Adamo dopo il peccato, solo, in balia di se stesso, senza difese, senza protezione, ateo, senza relazione d’amore né con Dio (dimenticato) né con l’uomo (gli diventa nemico!).
L’uomo che rifiuta ad ogni costo la sofferenza si ritrova a rifiutare, alla fin fine, anche Dio.
L’adesione a Dio, alla Sua paternità, può comportare talvolta anche sofferenza: se la rifiuto in partenza posso rifiutare la mia figliolanza a Dio.
La sofferenza non deve stare al centro dell’attenzione, né deve essere elemento da prendersi in considerazione nelle decisioni. Non si può decidere qualcosa in base a maggiore o minore sofferenza, decidere quello che fa soffrire di meno o quello che fa soffrire di più! In questo caso la sofferenza diverrebbe idolo, qualcosa che sta al posto di Dio.
Al centro dell’attenzione lascerò Dio; Egli è degno di occupare il posto centrale, ed io sono figlio se decido ogni cosa in base ai Suoi progetti, alle sue chiamate.
E’ quanto ci mostra Gesù pregando nella notte nell’orto degli ulivi. « Non la mia, ma la tua volontà sia fatta ». In questo modo Egli allontana quella tentazione che gli era pervenuta anche tramite Pietro: distoglie gli occhi dalla sofferenza, « il calice amaro », per posarli sul Padre: Egli va amato, anche se quest’amore comporta grandi sofferenze.
Tre tipi di sofferenze
Si possono classificare le sofferenze dell’uomo?
Una semplice osservazione mi fa scoprire la differenza tra le sofferenze del corpo e quelle dell’anima e quelle dello spirito. Le sofferenze del corpo le chiamiamo dolore, e sono causate da privazioni e malattie, dalla fragilità delle nostre membra e dal loro esaurirsi!
Le sofferenze dell’anima sono più complesse e provengono in genere dalla rottura di rapporti affettivi o dalle loro esagerazioni, da accentuazioni d’importanza del proprio passato o del proprio futuro, da paure e incertezze di vario genere.
Le sofferenze dello spirito, talvolta nemmeno consciamente percepite, sono procurate dalla distanza da Dio, dal rifiuto del suo amore; e ciò porta nello spirito dell’uomo tensioni e ansie, confusioni e aberrazioni che lasciano una sofferenza tale che s’estende all’anima e pure – a lungo andare – al corpo.
Siccome poi anima e spirito e corpo sono un’unità inscindibile, la sofferenza che inizia in una parte può invadere tutta la persona. A meno che lo spirito non sia saldamente unito a Dio. Allora le sofferenze dell’anima e del corpo possono esser incanalate nell’offerta e nell’amore: così non danneggiano la persona, anzi, la fanno crescere interiormente fino alla somiglianza col Figlio di Dio che offre se stesso al Padre attraverso la croce.
Le cause
Ci sono sofferenze che incontriamo, direi, naturalmente. L’evolversi naturale della vita diviene causa di dolore già fin dalla nascita, sia per la madre sia per il figlio!
Lo spuntare dei denti, compresi quelli del « giudizio », non fanno parte di un dolore naturale, inevitabile?
Così pure le sofferenze psichiche dell’adolescenza o di altri stadi della vita sono semplicemente attribuibili alla maturazione dell’uomo e ne divengono strumenti provvidenziali.
Un limite insito nella nostra carne, o meglio nella nostra natura ci rende costantemente vigilanti, prudenti e attenti a un’infinità di possibili nemici: freddo e caldo, malattie e ostacoli, cadute e incidenti.
Ma la capacità di peccare porta l’uomo a contatto con la sofferenza più indesiderata: quella che si trova ad essersi comprata con la propria disobbedienza. Che dire del mal di fegato dell’alcoolista? o delle gambe rotte dell’imprudente? o dei disastri ecologici che causano sofferenze a popolazioni intere?
Gesù, quando può – quando è favorito dalla fede dell’uomo toglie agli uomini le sofferenze del corpo e dell’anima e col perdono elimina quelle dello spirito. Le guarigioni, i miracoli, le risurrezioni, la moltiplicazione dei pani, il dominio del vento, il dono del vino agli sposi di Cana, ci fanno intuire che nessun tipo di sofferenza dell’uomo è gradito a Dio, né voluta da Lui. Non Dio vuole la sofferenza. Questa è conseguenza o della ribellione generale dell’umanità o del peccato di qualcuno o di qualche convivenza umana. Se Dio avesse voluto il male, Gesù non lo avrebbe tolto a nessuno. Egli, in piena unità col Padre, lo ha tolto a chi lo incontrava con fede: ciò significa che il male non è da Dio. E non era da Dio nemmeno in quelle ore e in quei giorni in cui ha toccato l’anima e il corpo di Gesù stesso.
Sofferenze benedette
Ma se le sofferenze non sono volute da Dio, io le posso però offrire a Lui! e allora, da segno del Male divengono strumento d’amore.
Talvolta le posso anche prendere come dono di Dio: il fatto che Dio le permette lo posso cogliere come suo dono. Se Egli non ne è mai la causa, Egli però non impedisce che arrivino a me. E ciò che Egli non impedisce non mi potrà far del male, benché mi possa far soffrire.
Colui che ha scritto la lettera agli Ebrei vede le sofferenze dei cristiani in questa dimensione: « è per la vostra correzione che voi soffrite ». La sofferenza è occasione con cui Dio – Padre premuroso – corregge quelli che ritiene suoi figli. Diviene segno dell’amore di Dio!
E S. Paolo scrivendo ai Corinzi interpreta quasi allo stesso modo una grossa sofferenza che lo tormenta: « perché non montassi in superbia mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia ».
Così egli professa che il male non è da Dio, ma che Dio glielo permette per un bene spirituale, per una sorta di prevenzione dall’orgoglio, dalla superbia! Paolo riceve questa sofferenza come Dono di Dio!
Altre volte le sofferenze possono diventare segnali, segni della Volontà di Dio. Sempre S. Paolo dice ai Galati: «sapete che fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il Vangelo!».
E anche noi conosciamo persone che – grazie alla malattia hanno conosciuto l’amore del Signore o ne hanno approfondito qualche aspetto. Forse a noi stessi è stata concessa questa grazia.
Molti Santi grazie alla « disgrazia » della sofferenza hanno conosciuto e accolto la Volontà di Dio!
E molti malati che vivono nelle nostre case, grazie alla sofferenza, divengono testimoni di Gesù. Dal modo con cui sopportano nella fede e accettano il dolore e dal modo con cui continuano ad amare si può vedere la bellezza e la forza dell’amicizia con Gesù!
Sofferenze d’amicizia
C’è un tipo di sofferenza che sembra assurdo. E trova la sua occasione nell’amicizia con Gesù! L’amicizia con Gesù è sempre fonte di gioia e serenità, di pace e fortezza, ma è pure l’occasione di grandi sofferenze.
Gesù stesso lo aveva compreso e non ne aveva fatto mistero ai suoi: « se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi » (Gv 15, 20).
Il mondo, cioè le persone che ci stanno attorno, qualche volta addirittura parenti o amici e conoscenti, mi rifiutano in quanto cerco di essere obbediente a Dio. 0 mi calcolano un poveretto da lasciar in disparte perché sono e voglio restare in amicizia con Gesù. Rientro in quella classe di emarginazione che non viene calcolata tra i classici emarginati della società. Un tipo di emarginazione che non rientra nelle attenzioni di chi vuole eliminare ogni emarginazione!
Le scelte che uno opera in obbedienza al Vangelo lo mettono in situazione di esser rifiutato da molti.
E se annuncio il Vangelo senza tagli redazionali operati per incontrare il favore degli ascoltatori, mi ritrovo con qualche amico in meno e con sofferenze di vario genere.
< Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo » (Gv. 16,33).
« Vi consegneranno ai supplizi e vi uccideranno e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome » (Mt. 24,9). Essere amici di Gesù comporta un prezzo alto di sofferenza! Quando il Signore chiama Paolo nella sua sequela, rivela ad Anania: « Io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio Nome! » (Atti 9,16). In questo modo l’amico partecipa alla missione dell’Amico!
Il significato della vita di Gesù viene partecipato a quelli che lo vogliono amare condividendone i compiti. Gesù permette che il principe di questo mondo possa metterlo alla prova.
Il principe di questo mondo non ha potere sulla sua vita, perché Gesù ama il Padre e non smette quest’amore. Gesù non vuole avere altra volontà che quella del Padre, non collabora ad altri programmi che a quelli del Padre. Ma come facciamo a saperlo? Non basta che Gesù lo dica. Le parole sono parole. Gesù dev’essere messo alla prova. Nel corso di tale prova risulta evidente, straordinariamente evidente, che Egli continua l’amore del Padre, che Egli non si lascia trascinare nel vortice di questo mondo. L’amore al Padre da parte di Gesù diventa tanto evidente sul Calvario che il centurione pagano se n’accorge e lo dichiara pubblicamente a tutte le generazioni: « Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio! ».
Gesù aveva accolto la propria sofferenza come il punto culminante della sua missione di annuncio: « bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato ». L’accettazione della condanna e della morte in croce è l’annuncio più forte che Gesù diffonde nel mondo. La croce è il suo ambone più vero e più autorevole. Dal modo con cui Egli soffre si capisce la sua figliolanza di Dio e quindi la sua importanza per noi.
I cristiani che soffrono possono partecipare a questa missione di Gesù, e diffondere il suo annuncio, donandogli forza proprio con l’amore con cui accettano la prova del patire.
Quando i cristiani soffrono la prova, la privazione dei beni, quelli stimati dal mondo, come la libertà e la stessa vita terrena, e soffrono senza smettere l’amore e la gioia della loro salvezza, allora essi sono testimoni. Allora la loro croce diviene annuncio – silenzioso – di un’altra sapienza e di un’altra vita, annuncio della presenza di un Padre che merita obbedienza e di un Signore degno d’amicizia.
La croce non è perciò mai assente dalla storia del vero discepolo. « Tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati » (2 Tim 3,12). « Dovete attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio » (Atti 14,21).
« Soffri anche tu insieme con me per il Vangelo » (2 Tim 1, 8).
Ai due discepoli che Gli vogliono esser vicini, Gesù chiede semplicemente: « Potete voi bere il calice che io sto per bere? » (Mt 20, 23).
E sappiamo che in cielo trionfano « quelli che vengono dalla grande tribolazione »! (Ap 7,14).
Chi si fa figlio di Dio dona se stesso, poiché questa è la natura di Dio – Amore! Donare se stesso è perdere la propria vita.
La sofferenza della persecuzione è solo un modo « accettato » dal discepolo, un modo non cercato di donare se stesso, di rimanere amore fino alla morte, fino alla fine, un modo di partecipare al compito del Figlio di Dio.
Voler soffrire?
Il figlio di Dio sa che il Padre è amore che dona se stesso.
E sa che egli è per davvero figlio di Dio se dona se stesso, come il Padre. Egli cerca perciò il dono totale di sé, cerca il proprio morire.
Per questo lo Spirito Santo dice: « Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli » (Sal. 116, 15) perché la morte è il compiersi della vita del figlio di Dio, che ama donandosi del tutto. Col termine « morte » non s’intende certamente l’attimo del diventare cadavere, ma ogni attimo in cui la mia persona cede il posto, si rinnega, si mortifica per far spazio all’amore. Questa morte è cercata dal figlio di Dio, è cercata, non per il gusto di morire o di annullarsi, ma per fare spazio alla vita del Figlio, all’amore di figlio, alla vita quindi del Padre!
Il cristiano cerca la propria « morte » per amore, per portare a compimento l’amore a Dio e agli uomini.
Porta a compimento l’amore a Dio donandogli spazio in sé: « non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me » (Gal 2,20). « Il vivere è Cristo, il morire un guadagno» (Fil 1, 21).
« Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio » (Col 3,3).
Porta a compimento l’amore agli uomini per essere un dono per loro, un dono di Dio, il dono migliore.
Il figlio di Dio cerca perciò la morte ogni giorno nei modi che gli sono possibili: muore ai propri desideri, al proprio gusto, ai propri progetti e abitudini, ai propri sentimenti e impulsi. Si serve dei contrattempi, delle ostilità, delle volontà dei fratelli, della propria attenzione agli altri: accettandoli muore a se stesso. Cerca la vittoria sui primi moti del cuore per far posto ai suggerimenti dello Spirito Santo.
La sofferenza diventa una strada, una strada maestra! L’uomo non cerca certamente la sofferenza, ma la percorre come si percorre la strada quando si vuol giungere alla meta. L’uomo cerca il Signore, cerca di collaborare con Lui, di fargli posto e perciò cerca di morire a se stesso, per offrirgli spazio in sé. E’ l’amore al Padre e al Figlio che fa sì che il cristiano cerchi anche la sofferenza della morte di se stesso.
Gesù ha avuto parole sufficientemente chiare in proposito:
« Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua ».
« Chi perderà la propria vita per me, la salverà » (Lc 9,23).
« Se uno non odia … perfino la propria vita…. » (Lc 14,26s). Mortificate quella parte di voi che appartiene alla terra (Col 3, 5).
In tal modo l’uomo si prepara alla testimonianza di Gesù anche nella persecuzione che – poco o tanto – c’è per tutte le generazioni cristiane. Gli apostoli non ci lasciano illusioni né ci vogliono ingannare.
« E’ una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente.
Se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza ciò sarà gradito davanti a Dio.
A questo siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi . . . » (I Pt 2, 19).
« Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi»! (3, 14). « I vostri fratelli sparsi nel mondo subiscono le stesse sofferenze di voi » (5,9).
« Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata, e la virtù provata la speranza! » (Rom 5, 3-5). « Mi compiaccio nelle mie infermità … nelle angosce sofferte per Cristo » (2 Cor 12, 10).
« Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza » (Gc 1, 2-4).
Sofferenza di vocazione
Quando non c’è la persecuzione aperta contro il cristiano, egli vigila ancora di più, per non esser sopraffatto nello spirito. Quando è cessata l’epoca dei martiri, nella Chiesa è iniziata l’epoca degli anacoreti, degli eremiti – asceti, di coloro che per amore del Signore rinunciavano a tutto, sottoponendosi a privazioni d’ogni genere: e così ricordavano a tutti che non c’è sequela di Gesù senza croce.
S. Antonio abate con i suoi discepoli, S. Pacomio, S. Benedetto,
S. Romualdo, S. Francesco e un’infinità di altri testimoni hanno
volutamente e consciamente continuato la vita di Gesù crocifisso, secondo la parola dell’Apostolo: « Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo » (Col 1, 24) e « mi affatico e lotto, con la forza che viene da Lui » (1, 26).
Egli, l’apostolo Paolo, continua la sofferenza della lotta contro impulsi interni ed esterni: « nelle mie membra vedo un’altra legge che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo … » (Rm 7,23s). « Tratto duramente il mio corpo, e lo trascino in schiavitù perché non succeda che, dopo aver predicato agli altri, venga io stesso squalificato » (1 Cor 9,27).
Questa durezza con se stesso è il risultato dell’esperienza che se non c’è il dominio di sé, anche a costo di soffrire, l’uomo precipita nella schiavitù delle proprie passioni, e si allontana dalla somiglianza a Dio.
Il cristiano perciò accoglie nella propria vita spirituale di penitenza, di ascesi, cerca talvolta sofferenze volontarie quali il digiuno o altre forme – nascoste – di dominio e sottomissione della propria voglia di comodità.
Non cerca modi di vita eroica, né fa eventuali penitenze per il gusto di diventare « perfetto », cioè per amor proprio.
Se lo fa, lo fa solo per amore, per dire all’Amato la propria volontà di morire per Lui, di cedergli il posto della propria vita.
Ed allora succede che questa sofferenza genera gioia! quando l’uomo raggiunge il culmine dell’amore e il suo cuore si riempie! Proprio così ebbe a scrivere S. Pietro: « Voi esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la meta della vostra fede»! (1 Pt 1, 8).

 

Publié dans:Lettera ai Romani |on 12 novembre, 2018 |Pas de commentaires »

“LA SPERANZA CHE NON DELUDE” (RM 5,1-5)

https://anemaecore.myblog.it/2012/02/04/la-speranza-che-non-delude-rm-5-1-5/

“LA SPERANZA CHE NON DELUDE” (RM 5,1-5)

Pubblicato il 4 febbraio 2012

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 3 E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Riflessione:
Pace a tutti voi, carissimi, in Dio Padre nostro e nel Signore Gesù Cristo. Con l’aiuto dello Spirito Santo, volevo proporvi questo passo della Bibbia, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani. Fu composta intorno al 57-58 d. C. L’autore è san Paolo, si rivolge principalmente ai convertiti dal paganesimo e ai convertiti dal Giudaismo, residenti nella città di Roma, all’epoca considerata il centro del mondo. Dagli esegeti è ritenuto uno scritto che compendia in sè l’intero pensiero di Paolo. Or dunque, Paolo ci dice subito che siamo in Pace con Dio Padre grazie a Gesù Cristo. Allude alla passione, morte e resurrezione di Cristo, che come ben sappiamo ci ha abilitati in Lui e con Lui ad essere figli del Padre Celeste e lo Spirito Santo ce nè dà conferma. (cf. Gal 4,4-6). Ci esorta, dunque, a vantarci di questa realtà di cui siamo stati rivestiti, e a vantarci anche nelle tribolazioni! Un’osservazione va fatta: Paolo non esclude dalla vita dei credenti in Cristo le tribolazioni, quindi, la sofferenza che talvolta sembra accanirsi contro chi si sforza di compiere il volere di Dio. Ma bensì Paolo ci svela un bel segreto che è quello che distingue, o ahimè! Dovrebbe distinguere noi Cristiani dal resto del “mondo”, ossia ci dice che lo Spirito Santo che ci è stato donato dal Padre nel Figlio suo Gesù Cristo ha posto la sua Dimora nei nostri cuori! E’ questa dev’essere per noi una GRANDE SPERANZA CHE DIO NON CI DELUDERA’! Ma che tuttavia, malgrado le sofferenze e le persecuzioni che non mancheranno mai al Popolo di Dio, se le viviamo in Cristo e con Cristo con la perseveranza nella PREGHIERA soprattutto, e nell’ascolto della PAROLA di Dio, Dio le trasformerà in un bene per noi e per il prossimo che ci è accanto! Poichè ritengo che l’arte di Dio consiste in questo: da un male peggiore trarne un bene MIGLIORE! Per cui edificati da questa Parola, sforziamoci di restare saldi in Cristo, servendo il Padre Celeste coi doni di cui ci riveste lo Spirito Santo. Così facendo, saremo degni soldati di Cristo e il maligno che è sempre in agguato specie con chi si sforza di servire Cristo, sarà scacciato dalla Potenza del nostro Dio! Che già medinte il “Si” della Vergine Maria lo ha sconfitto e abbattuto con L’AMORE! Tuttavia, noi Cristiani nel nostro tempo e durante il nostro pellegrinaggio terreno, siamo provati dal male, Dio stesso permette questo, per renderci sempre più conformi al suo Amore e per manifestarsi quale Signore Onnipotente nella nostra vita! Invitandoci ad essere vigilanti nella perseveranza della fede in Lui e dell’Amore a Lui che si concretizza nell’Amore che manifestiamo al prossimo, in attesa del suo Glorioso ritorno e del compimento definitivo della nostra salvezza che avverà nel Giorno del Giudizio Universale.

Preghiera
Dio Padre Onnipotente, te ne prego proteggi e custodisci i tuoi figli da ogni male, illuminali con la tua Parola affinchè possano discernere quale direzione tu vuoi che intraprendano, al fine di renderti grazie e servirti come tu desideri in Cristo tuo figlio e nostro Signore, edificali con la Speranza che non DELUDe nei momenti di sconforto e arrecagli un sollievo di pace con il tuo Eterno Amore. Te lo chiedo per Gesù Cristo nostro Salvatore! Amen

Publié dans:Lettera ai Romani |on 10 septembre, 2018 |Pas de commentaires »

BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,1-5

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%205,1-5

BRANO BIBLICO SCELTO – ROMANI 5,1-5

Fratelli, 1 giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio.
3 E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato.

COMMENTO
Romani 5,1-5
La speranza cristiana
L’appartenenza del c. 5 o almeno dei vv. 1-11 alla prima parte della lettera (cc. 1-4), in cui si tratta il grande tema della giustificazione mediante la fede è molto probabile. Sembra infatti che l’apostolo porti qui a termine il discorso riguardante appunto la giustificazione, riservando ai capitoli seguenti la soluzione di alcuni problemi che questa dottrina solleva. In 5,1-11 l’apostolo mette in luce la prospettiva escatologica della giustificazione, nei successivi vv. 12-21 tratta il tema della vittoria sul peccato che essa comporta. nel primo di questi due brani egli sostiene anzitutto che di fronte alle dolorose tribolazioni della vita il credente è sostenuto oltre che dalla fede, anche dalla speranza e dall’amore (vv. 1-5). In un secondo momento mostra come l’esperienza attuale della riconciliazione con Dio sia garanzia della salvezza finale (vv. 6-11).
La giustificazione mediante la fede non è una semplice teoria, ma ha un profondo impatto nella vita di coloro che l’hanno ottenuta: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 1). La frase inizia con il participio aoristo passivo «giustificati» (dikaiôthentes), con cui si indica chiaramente un evento avvenuto nel passato e ormai acquisito: per i destinatari della lettera, così come per lo stesso Paolo, la giustificazione mediante la fede rappresenta ormai un dato di fatto che ha cambiato radicalmente la loro vita. Egli prosegue perciò affermando che ormai «siamo in pace» (eirênên echomen, abbiamo pace) nei confronti di (pros) Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore. Questa frase potrebbe anche essere intesa come un’esortazione: ma da tutto il contesto risulta che con essa si vuole semplicemente sottolineare la nuova realtà che si è verificata nel credente.
Il termine «pace» indica l’esatto opposto della situazione che precede la giustificazione, quella cioè caratterizzata dalla manifestazione dell’ira di Dio. Nel linguaggio biblico la pace rappresenta un’armonia profonda dell’uomo con Dio, che comporta la pienezza di tutti i beni materiali e spirituali. Alla fine dei tempi il pellegrinaggio di tutti i popoli al monte del tempio del Signore alla ricerca della parola di JHWH comporterà l’eliminazione della guerra e una pace universale (Is 2,2-5). Questa pace viene presentata come opera di un discendente di Davide, il quale verrà a consolidare e rafforzare il regno con il diritto e la giustizia (Is 9,5-6). Non solo l’umanità, ma anche tutto il cosmo sarà coinvolto in essa (Is 11,6). Infine è significativo che la pace, strettamente collegata con la giustizia, sia presentata come un dono dello Spirito (Is 32,15-17). Per l’apostolo questa pace è il dono più grande di Cristo.
La pace che i credenti hanno ottenuto porta con sé altri doni: «Per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio» (v. 2). La grazia (charis) a cui hanno accesso i credenti è Dio stesso in quanto si è donato pienamente a loro in Cristo. A differenza di quanto accadeva al sommo sacerdote, il quale solo una volta all’anno poteva venire a contatto con Dio quando entrava nel Santo dei santi in occasione della festa dell’Espiazione (Kippur), essi sono sempre al cospetto di Dio. La giustificazione, è vero, non ha ancora conferito il pieno possesso di quella «gloria di Dio», di cui l’umanità era stata privata a causa dei suoi peccati (cfr. Rm 3,23), ma dà la «speranza» (elpis) di poterla conseguire un giorno. Di questa speranza possono «vantarsi» (kauchaomai), perché si tratta di un dono di Dio, mentre non possono vantarsi delle opere della legge intese come mezzo per diventare giusti (cfr. 3,27; 4,2). Il «già» e il «non ancora» caratterizzano dunque l’esistenza terrena del credente.
Il credente si vanta non solo della sua speranza, ma anche di altre realtà che solitamente non sono collegate con essa: «E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (vv. 3-4). Paolo si riferisce alle «tribolazioni» (thlipseis) della vita, che ora non sono più ostacoli da evitare, ma momenti di crescita e di maturazione nella fede. La tribolazione volontariamente accettata produce infatti la «pazienza» (ypomonê), cioè la capacità di resistere coraggiosamente ai colpi destabilizzanti della prova; questa pazienza si trasforma in una «virtù provata» (dokimê), la quale non è altro che la capacità ormai consolidata di far fronte alle difficoltà della vita, senza perdere l’orientamento verso la meta finale. Da questa virtù provata, o meglio in sintonia con essa, si sviluppa una «speranza» ancora più forte. Il venir meno dei puntelli umani fa sì che il credente riponga sempre più la sua speranza in Dio.
La speranza comporta ulteriori sviluppi nella vita del credente: «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (v. 5). La speranza non può deludere perché non si limita a provocare l’attesa delle realtà future, ma ne dà un’esperienza anticipata mediante l’esercizio dell’«amore» (agapê) che lo Spirito santo «riversa» (ekcheô) nei loro cuori. Nella Bibbia l’amore è anzitutto un attributo di Dio in forza del quale egli sceglie Israele come suo popolo, liberandolo dai suoi nemici e introducendolo nella terra promessa (cfr. Os 11,1; Dt 7,7-8); in forza dell’alleanza Dio esige che Israele lo ami con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze (Dt 6,5), lasciandosi così coinvolgere pienamente nel suo progetto di salvezza (clausola fondamentale). Ciò comporta che ogni israelita sia disposto ad «amare il prossimo suo come se stesso» (Lv 19,18), osservando i comandamenti del decalogo che riguardano la pratica della giustizia nei rapporti vicendevoli.
Ma siccome il cuore degli israeliti si è indurito, diventando incapace di amare, Dio promette di intervenire su di esso per trasformarlo e rinnovarlo. Secondo le profezie escatologiche Dio scriverà su di esso la sua legge (Ger 31,33), sostituirà il cuore di pietra con un cuore di carne e porrà dentro di esso il suo Spirito affinché possano osservare le sue leggi (Ez 36,27); infine applicherà sul loro cuore il segno della circoncisione affinché possano amare il loro Dio (Dt 30,6).
L’apostolo si serve di queste profezie, fondendo insieme soprattutto Ez 36,27 e Dt 30,6, per delineare una prerogativa essenziale dei credenti. L’«amore di Dio» che lo Spirito Santo effonde nei cuori è l’amore con cui Dio ama, operando nel cuore del credente la risposta dell’amore, che necessariamente avrà come termine Dio stesso e il prossimo. In questo brano l’espressione «amore di Dio» è dunque molto ricca, perché indica un amore che, una volta donato e ricevuto, non può che diventare il principio di una vita vissuta nell’amore. Il ruolo che in questo processo compete allo Spirito verrà illustrato successivamente (cfr. 8,1-27).
La giustificazione dunque, eliminando il peccato dell’uomo, lo pone in un rapporto nuovo con Dio, caratterizzato da un dinamismo interiore che si manifesta come fede vissuta, che genera speranza e amore. Con questa ricca dotazione il credente può camminare spedito verso il compimento finale, senza perdersi d’animo a motivo delle tribolazioni che ancora lo aspettano.

Linee interpretative
Dio poteva pretendere una pesante riparazione da parte dell’uomo peccatore, invece è intervenuto lui stesso per riconciliarlo gratuitamente con sé, trasformandolo da nemico in amico. Il dono più grande che la giustificazione comporta è proprio questa trasformazione interiore, che pone l’uomo in un rapporto nuovo non solo con Dio, ma anche con i suoi simili. Su ciò si basa la fiducia che deve accompagnare il credente nella sua nuova vita: egli infatti può ormai vantarsi non solo in Dio, ma anche nelle tribolazioni che lo attendono, in quanto già fin d’ora assapora in modo anticipato la gloria stessa che un giorno Dio gli conferirà in modo pieno.
La forza del messaggio cristiano sta per Paolo soprattutto nella sua capacità di toccare il cuore dei credenti, trasformando i loro sentimenti, desideri e aspirazioni, in pratica tutta la loro visione del mondo e della vita. L’uomo non diventa giusto per una costrizione esterna o per una decisione personale, ma perché è trasformato interiormente dalla grazia di Dio. I suoi doni non presuppongono la buona volontà dell’uomo che per definizione è peccatore, ma la creano, dandogli così la possibilità di vivere spontaneamente secondo la sua volontà. Colui che è stato giustificato va verso una pienezza di gioia e di realizzazione personale di cui fin d’ora percepisce i segni anticipatori. La speranza cristiana non si basa infatti su un fideismo cieco, ma sulla gioia interiore che emerge quotidianamente nel confronto con le tribolazioni e nell’esercizio di un amore che sgorga spontaneamente dal cuore.
In questo brano appare chiaramente che il cristianesimo non consiste in un complesso di dogmi o di norme morali da accettarsi ciecamente, ma è piuttosto una scuola di vita in cui l’uomo è educato, mediante la fede, all’amore e alla speranza. Il titolo più grande che compete a Gesù è dunque quello di «Maestro». Un Maestro che, sebbene fisicamente assente, porta continuamente a termine la sua opera mediante lo Spirito santo, che rappresenta la personificazione di quella potenza divina che sgorga dal suo esempio e porta i discepoli ad immedesimarsi con lui.

Publié dans:Lettera ai Romani |on 31 mai, 2017 |Pas de commentaires »

« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

http://www.collevalenza.it/Riviste/2008/Riv0308/Riv0308_04.htm

Conferenza di S.E. Mons. Domenico Cancian,
vescovo di Città di Castello
8 febbraio 2008

« NELLA SPERANZA SIAMO STATI SALVATI » (SPE SALVI FACTI SUMUS: RM 8,24)

Il tema e la sua attualità

La seconda enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata il 30 novembre 2007, si apre con una citazione della Lettera di S. Paolo ai Romani. L’Apostolo afferma che non solo il cristiano, ma ogni uomo, anzi, « tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto », aspettando con perseveranza la redenzione e la salvezza. « Poiché nella speranza noi siamo stati salvati » (Rm 8, 19-25).
Mons. Domenico Cancian fam e P. Aurelio Pérez fam, Superiore GeneraleÈ evocata qui l’immagine di una dona che attende con gioiosa sofferenza di dare alla luce un figlio. Non possiamo non vederci la Madonna della Speranza, Madre di Gesù e nostra, la Chiesa che accoglie e accompagna quelli che seguono Gesù ed anche la nostra venerabile Madre Speranza che molto spesso si rivolgeva alla persona che aveva di fronte con l’espressione: »Figlio/a mio/a ». Voleva dire che aveva piacere di incontrarla, che l’attendeva, che l’avrebbe senz’altro aiutata e incoraggiata. Lei ha testimoniato la Speranza fondata nell’indubitabile certezza dell’Amore Misericordioso di Dio. »Sicuri dell’Amore infinito di Dio, possediamo nella misericordia la speranza di salvezza per noi e per ogni uomo … perché anche «l’uomo più povero, il più miserabile e perfino il più abbandonato è amato con tenerezza immensa da Gesù che è per lui un Padre e una tenera Madre» » (Cost. art 14).
Cosa vuol dire « speranza » nella non sempre facile situazione personale, famigliare, sociale? E a quale tipo di speranza possiamo affidarci in modo sicuro?

Presentazione sintetica dell’Enciclica
Introduzione
La speranza vera ci consente di affrontare e superare il faticoso presente (cf. n. 1). « Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente » (n. 2).
Parte prima
Cos’è la speranza cristiana? (cf nn. 2-31). È evidente che il Papa propone la speranza rivelata dalla Parola di Dio e quindi come « virtù teologale », non come sentimento, atteggiamento, « speranza corta », ideologia…
San Paolo nella lettera agli Efesini ricorda che, prima dell’incontro con Cristo, essi erano « senza speranza e senza Dio », senza speranza perché senza Dio. « Giungere a conoscere Dio – il vero Dio, questo significa ricevere speranza » (n. 3).
È questo il caso della schiava africana santa Giuseppina Bakhita, che, dopo essere stata venduta e maltrattata, si aprì alla speranza di una vita nuova quando si sentì accolta e amata da Dio.
Il cristianesimo non si concretizza in un messaggio sociale rivoluzionario, come quello di Spartaco. Gesù ha portato una speranza che « rivoluziona » l’uomo dal di dentro, al punto da renderlo realmente figlio di Dio e fratello di tutti.
« La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire… essa ci dà già ora qualcosa della realtà attesa e questa realtà presente costituisce per noi una « prova » delle cose che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro… Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente, [il quale] viene toccato dalla realtà futura » (n. 7).
Una speranza che, d’altra parte, matura sopportando pazientemente le prove della vita. Questo tipo di speranza, quindi, non è semplicemente « informativa » (non ci offre solo una nozione sul futuro), ma è « performativa », ossia è « una comunicazione che produce fatti e cambia la vita… Chi ha speranza vive diversamente » (n. 2).
La fede ci offre la vita eterna. Per capire meglio, il Papa rileva che « vita » non deve essere intesa come la realtà che conosciamo e che spesso è più fatica che appagamento, cosicché se per un verso la desideriamo, per un altro non la vogliamo; « eterna » non significa un interminabile susseguirsi di giorni. La « vita eterna » è il compimento di tutto ciò che noi desideriamo di veramente bello e buono nella vita terrena, e che non possiamo mai raggiungere; l’ »eternità… è il momento dell’immergersi nell’oceano dell’infinito amore… sopraffatti dalla gioia » (n. 12). Gesù promette ai suoi una gioia piena e sicura che nessuno può togliere.
La fede-speranza cristiana dev’essere compresa non in forma individualistica, ma in forma comunitaria, perché alla vita eterna con Dio sono chiamati tutti. Non si tratta di « fuga » dal mondo e dai suoi problemi, ma di ulteriore impegno per la costruzione di un mondo più umano e più giusto, prefigurazione e anticipazione del Regno di Dio.
La fede-speranza si è profondamente trasformata nel tempo moderno. Con le nuove conquiste dell’uomo è nata un’epoca storica nuova, segnata, come afferma F. Bacone dal dominio della scienza e della tecnica sulle leggi naturali. La fede, con ciò, non viene semplicemente negata: « essa viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private e ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo… La speranza, in Bacone, riceve una nuova forma. Ora si chiama « fede nel progresso » (n. 17).
Ma il progresso resta fondamentalmente ambiguo: è « il progresso dalla fionda alla megabomba » (Th. Adorno) che « offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male… Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male. Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore… allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo » (n. 22).
Anche la fede nella ragione e nella libertà, come nell’epoca dell’Illuminismo, resta ambigua. La ragione può essere a servizio della verità e farci superare l’irrazionalità, ma può anche chiudersi nei ragionamenti soggettivi ed egoistici, può mettersi al servizio del potere. Questo significa che senza il riferimento a Dio l’uomo può perdere la Speranza o trovarsi con delle speranze « corte ». Come dire che l’uomo limitato e difettoso non può assicurare la Speranza certa. Questa può essere garantita da Colui che tiene in mano il mondo e la storia, come Creatore e Salvatore.

Parte seconda:
« Luoghi » di apprendimento e di esercizio della speranza (cf. nn. 32-48).
La preghiera come scuola della speranza.
Con il Signore possiamo essere sempre in comunione per purificare, allargare, accogliere il suo Amore nel nostro cuore.
« Il giusto modo di pregare è un processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini. Nella preghiera l’uomo deve imparare… che non può chiedere le cose superficiali e comode che desidera al momento, la piccola speranza sbagliata che lo conduce lontano da Dio. Deve purificare i suoi desideri e le sue speranze. Deve liberarsi dalle menzogne segrete con cui inganna se stesso… Il non riconoscimento della colpa, l’illusione di innocenza non mi giustifica e non mi salva, perché l’intorpidimento della coscienza, l’incapacità di riconoscere il male come tale in me, è colpa mia. L’incontro invece con Dio risveglia la mia coscienza, perché essa non mi fornisca più un’autogiustificazione, non sia più un riflesso di me stesso e dei contemporanei che mi condizionano, ma diventi capacità di ascolto del Bene stesso… Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa » (nn. 33-34).
Agire e soffrire.
« Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto » (n. 35). Il Regno di Dio è un dono offerto a tutti; tuttavia il nostro agire non è indifferente per Dio, per gli uomini e per la storia. Possiamo con la nostra libertà inquinare o purificare, far progredire o regredire la Chiesa e il mondo.
Anche la sofferenza che deriva dalla nostra finitezza e dalle nostre colpe, dal male che è nel mondo e dal maligno – e che dovremmo cercare di affrontare, alleviare e superare – chiama in causa la speranza. È questa che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene, anche dinanzi a situazioni impossibili o disperanti.
La tribolazione, mediante l’unione con Cristo che ha sofferto con infinito amore, si trasforma in beatitudine e dolcezza. (A proposito viene citato un brano della lettera del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (+ 1857). « Cristo è disceso « nell’inferno » e così è vicino a chi vi viene gettato » (n. 37) ed allora troviamo nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di speranza.
Anzi Cristo ci insegna ad assumere in qualche modo la sofferenza dell’altro per amare e consolare, ossia per essere vicino all’altro che soffre.
La verità, la giustizia, l’amore non raramente chiedono il sacrificio del proprio interesse, comodità, salute, « altrimenti la mia vita diventa menzogna » (n. 38). È questa la strada del martirio che si concretizza nelle molteplici alternative quotidiane. È proprio dal genere e dalla misura della nostra speranza che abbiamo la forza « di poter « offrire » le piccole fatiche del quotidiano, che ci colpiscono sempre di nuovo come punzecchiature più o meno fastidiose, conferendo così ad esse un senso » (n. 40), quello di attualizzare la com-passione di Gesù e in qualche modo di « completarla » a favore del prossimo (cf. 1Pt 4, 13; 2Cor 1, 7; Col 1, 24).
Il Giudizio.
Il Signore che ritorna come Re e Giudice della storia richiama la speranza della giustizia definitiva dinanzi alla quale emerge la nostra responsabilità. Non è possibile all’uomo fare giustizia in senso assoluto. Per evitare distorsioni (paure o superficialità) occorre riferirsi al Cristo crocifisso e risorto, dinanzi al quale la nostra vita appare nella sua verità di amore (paradiso) o di egoismo (inferno), e l’eventuale necessità di purificazione (purgatorio).
« L’incontro con Lui è l’atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l’incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l’amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi » (n. 47).
Maria, che col suo sì ha aperto a Dio stesso la porta del nostro mondo, è la stella della speranza che brilla sul nostro cammino. Lei vide morire il Figlio come un fallito, esposto allo scherno più totale. « La spada del dolore trafisse il suo cuore. Era morta la speranza? » (n. 50). In quell’ora tenebrosa avrà riascoltato dentro di sé le parole dell’angelo forse tante volte ripetute da Gesù: « Non temere, Maria » (Lc 1, 30). Il Regno del Signore non finiva (cf. Lc 1,33), anzi nella fede intravedeva la Pasqua, già preannunciata nel suo Magnificat. La sua fede e la sua speranza le consentirono di animare i discepoli scandalizzati e dispersi, di accompagnarli dal venerdì santo alla Pasqua e alla Pentecoste.
« Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare con te » (n. 50).
« Gesù, sii il mio compagno e la mia speranza. Guidami nel vasto mare di questo mondo. Mi serva di porto sicurissimo l’abisso del tuo amore e della tua misericordia »

(M. Speranza, Novena all’A.M.

“LA SPERANZA CHE NON DELUDE” (RM 5,1-5)

http://anemaecore.myblog.it/2012/02/04/la-speranza-che-non-delude-rm-5-1-5/

“LA SPERANZA CHE NON DELUDE” (RM 5,1-5)

Pubblicato il 4 febbraio 2012

Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; 2 per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. 3 E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata 4 e la virtù provata la speranza. 5 La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Riflessione:
Pace a tutti voi, carissimi, in Dio Padre nostro e nel Signore Gesù Cristo. Con l’aiuto dello Spirito Santo, volevo proporvi questo passo della Bibbia, tratto dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani. Fu composta intorno al 57-58 d. C. L’autore è san Paolo, si rivolge principalmente ai convertiti dal paganesimo e ai convertiti dal Giudaismo, residenti nella città di Roma, all’epoca considerata il centro del mondo. Dagli esegeti è ritenuto uno scritto che compendia in sè l’intero pensiero di Paolo. Or dunque, Paolo ci dice subito che siamo in Pace con Dio Padre grazie a Gesù Cristo. Allude alla passione, morte e resurrezione di Cristo, che come ben sappiamo ci ha abilitati in Lui e con Lui ad essere figli del Padre Celeste e lo Spirito Santo ce nè dà conferma. (cf. Gal 4,4-6). Ci esorta, dunque, a vantarci di questa realtà di cui siamo stati rivestiti, e a vantarci anche nelle tribolazioni! Un’osservazione va fatta: Paolo non esclude dalla vita dei credenti in Cristo le tribolazioni, quindi, la sofferenza che talvolta sembra accanirsi contro chi si sforza di compiere il volere di Dio. Ma bensì Paolo ci svela un bel segreto che è quello che distingue, o ahimè! Dovrebbe distinguere noi Cristiani dal resto del “mondo”, ossia ci dice che lo Spirito Santo che ci è stato donato dal Padre nel Figlio suo Gesù Cristo ha posto la sua Dimora nei nostri cuori! E’ questa dev’essere per noi una GRANDE SPERANZA CHE DIO NON CI DELUDERA’! Ma che tuttavia, malgrado le sofferenze e le persecuzioni che non mancheranno mai al Popolo di Dio, se le viviamo in Cristo e con Cristo con la perseveranza nella PREGHIERA soprattutto, e nell’ascolto della PAROLA di Dio, Dio le trasformerà in un bene per noi e per il prossimo che ci è accanto! Poichè ritengo che l’arte di Dio consiste in questo: da un male peggiore trarne un bene MIGLIORE! Per cui edificati da questa Parola, sforziamoci di restare saldi in Cristo, servendo il Padre Celeste coi doni di cui ci riveste lo Spirito Santo. Così facendo, saremo degni soldati di Cristo e il maligno che è sempre in agguato specie con chi si sforza di servire Cristo, sarà scacciato dalla Potenza del nostro Dio! Che già medinte il “Si” della Vergine Maria lo ha sconfitto e abbattuto con L’AMORE! Tuttavia, noi Cristiani nel nostro tempo e durante il nostro pellegrinaggio terreno, siamo provati dal male, Dio stesso permette questo, per renderci sempre più conformi al suo Amore e per manifestarsi quale Signore Onnipotente nella nostra vita! Invitandoci ad essere vigilanti nella perseveranza della fede in Lui e dell’Amore a Lui che si concretizza nell’Amore che manifestiamo al prossimo, in attesa del suo Glorioso ritorno e del compimento definitivo della nostra salvezza che avverà nel Giorno del Giudizio Universale.

Preghiera
Dio Padre Onnipotente, te ne prego proteggi e custodisci i tuoi figli da ogni male, illuminali con la tua Parola affinchè possano discernere quale direzione tu vuoi che intraprendano, al fine di renderti grazie e servirti come tu desideri in Cristo tuo figlio e nostro Signore, edificali con la Speranza che non DELUDe nei momenti di sconforto e arrecagli un sollievo di pace con il tuo Eterno Amore. Te lo chiedo per Gesù Cristo nostro Salvatore! Amen

Publié dans:Lettera ai Romani |on 28 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

LETTERA AI ROMANI CAP 10

http://www.esegesidellescritture.it/index.php?option=com_content&view=article&id=59:lettera-ai-romani-cap10&catid=17&Itemid=112

LETTERA AI ROMANI CAP 10

Cap. 10

1Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per la salvezza.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero: 4 Fine infatti della legge è Cristo per la giustizia ad ogni credente.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo che avrà fatto quelle cose vivrà per esse. 6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo; 7 o, Chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo dai morti.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca il Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lo risuscitò da morti sarai salvo.
10 Col cuore infatti si crede per la giustizia con la bocca invece si confessa per la salvezza. 11Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, essendo infatti lo stesso Signore di tutti ricco verso tutti quelli che lo invocano. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
14 Come dunque invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come poi crederanno a colui del quale non hanno udito?
Come poi ascolteranno senza uno che annunci?
15 Come annunceranno se non sono stati inviati?
Come è scritto: Come sono belli i piedi di coloro che annunciano la buona notizia, le cose buone.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
17 Dunque la fede (è) da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
19 Ma dico: Forse Israele non ha capito?
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato da quelli che non cercano me, manifesto divenni a quelli che di me non domandano. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.

1 Fratelli, il desiderio del mio cuore e la preghiera presso Dio per loro per salvezza.
Nessun rancore in Paolo verso il proprio popolo e nessun sentimento di rifiuto, ma un amore molto grande e un pungolo nel cuore e una preghiera incessante a Dio. L’inganno va scoperto e non si deve tenere nascosto. C’è uno zelo negli Israeliti che bisogna pur riconoscere. L’Apostolo stesso ne è testimone; ma è senza luce e porta fuori strada.
2 Infatti rendo ad essi testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo conoscenza.
Certamente gli Ebrei molto si danno da fare per Dio, ma peccano in conoscenza. Sono molto attenti a quello che fanno per il Signore, non comprendono e non tengono in considerazione quello che Dio ha fatto e fa per loro. Israele deve innanzitutto capire il senso della propria elezione e della propria diversità. E’ una diversità data e creata dalla visita del Signore e non dai propri meriti. Bisogna ascoltare e comprendere quello che il Signore dice, per imboccare la strada giusta e non affannarsi invano. Non si risponde ad una chiamata del tutto particolare ed eccezionale semplicemente con uno zelo quantitativamente diverso, ma deve essere anche diverso dal punto di vista della qualità. Deve lasciarsi illuminare dalla Parola rivelata. Altrimenti tutto si risolve in una esaltazione di coloro che egli ha visitato e non di Colui che li ha visitati. Chi riceve un annuncio deve innanzitutto ben ascoltare per ben comprendere. Non si diventa bravi discepoli con un impegno senza ascolto. Se Dio non avesse niente da dire all’uomo e tutto si risolvesse con le nostre opere, quale il senso e l’utilità della Parola rivelata. Paolo ha già dimostrato che la legge non è prerogativa esclusiva di Israele. Tutti gli uomini ricevono da Dio una legge che viene da Dio, diversa per quel che riguarda la forma, la stessa per quel che riguarda il suo fondamento ed il suo fine. Nella Parola data ad Israele vi è qualcosa di più, così come l’Apostolo ha ampiamente ed insistentemente dimostrato. In essa si viene manifestando la giustizia divina, in un crescendo continuo, che prepara la venuta del Cristo e l’annuncio del Vangelo. Ma gli Ebrei non comprendono e non vogliono comprendere altra giustizia se non quella dell’uomo.
3 Ignorando infatti la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria giustizia, alla giustizia di Dio non si sottomisero:
Tutta la Parola rivelata attesta la giustizia del Signore, non è data perché l’uomo accresca la fiducia in se stesso e nel proprio operare per Dio, ma al contrario per insinuare il dubbio e portare alla fede nella giustizia del Signore, così come si manifesta da ultimo nella pienezza del Figlio. Soltanto un pervicace ed ostinato attaccamento alla propria giustizia spiega il rifiuto di Cristo. Se non hanno accolto la parola di Gesù, vuol dire che non hanno ascoltato e compreso la Parola che è data prima di Gesù. Non è un’altra Parola, è l’unica e medesima, si pone sulla stessa lunghezza d’onda. E’ data per creare nell’uomo una migliore e maggiore conoscenza della giustizia divina, non perché si affermi e si accresca un’altra. Per gli Ebrei tutto è andato alla rovescia. L’insistenza e la persistenza del dono della Parola, non ha creato in loro una fede insistente e persistente nella giustizia divina, al contrario si è radicata in loro una fede nell’operare dell’uomo, assai difficile da estirpare. Il seme della Parola è buono, ma coltivato in un terreno cattivo, senza intelligenza e discernimento è stato soffocato da un altro seme che ha bensì parvenza divina, ma conduce alla morte. Perché la Parola del Satana non si arrende e non si ritira davanti alla Parola del Signore, semplicemente la fa sua , volgendola in una direzione opposta, ottenebrando le menti di coloro che la ricevono. Invece di accogliere il Salvatore, con quello spirito che è dato e creato dall’ascolto della Parola gli Ebrei hanno continuato a rincorrere se stessi, illudendosi di una salvezza meritata in virtù delle proprie opere e non semplicemente donata in virtù del sacrificio di Cristo.
4 Fine infatti di legge Cristo per giustizia ad ogni credente
La legge è in funzione di Gesù e porta alla fede nel Salvatore. Afferma nell’uomo una giustizia, ma è una giustizia creata da Gesù in virtù della fede nel suo nome, e non in virtù delle opere. C’è anche chi si arena in una propria giustizia : è pago di essa e vive per essa, ma si inganna: è cieco e guida di ciechi.
5 Mosè infatti scrive la giustizia quella dalla legge: L’uomo avente fatto quelle cose vivrà in esse.
E’ Mosè stesso che spiega il senso di quella giustizia che viene da una osservanza piena e veritiera della Legge. “L’uomo che avrà fatto quelle cose, vivrà in esse. Giustamente dice vivrà e non vive in virtù di esse. Perché la vita, quella vera, non è nell’immediatezza dell’osservanza della Legge, ma ne è il risultato finale, allorché esaurito il suo compito di pedagogo, la Legge ci porta all’incontro con il Cristo.
Il frutto della fede, al contrario, è nell’attualità e nell’immediatezza della nostra vita. Con la venuta del Cristo, la Legge è adempiuta nel senso più proprio e pieno. L’opera dell’uomo cede il posto a quella di Dio.
Felice l’uomo che non crede alla propria giustizia e non la insegue vanamente. Non ha la presunzione di salire in cielo, così da farne discendere Cristo; né si illude di poter scendere nell’abisso per far fuori Satana, così da vanificare la morte di Gesù. Chi innalza se stesso al Cielo abbassa il Signore e chi crede di vedersela da solo col Diavolo rende nulla la vittoria del Signore sul Maligno. Cristo è disceso dal cielo ed è risuscitato dai morti, perché tu abbia posto con Lui e non perché tu prenda il suo posto. La salvezza che tu vedi lontana è in realtà vicina, è già fatta ed è già donata in virtù del solo Figlio.
6 Invece la giustizia da fede così dice: Non dire nel tuo cuore: Chi salirà nel cielo? Questo è far discendere Cristo, 7 o chi discenderà nell’abisso? Questo è far risalire Cristo da morti.
Non c’è più bisogno di fare tanta strada in su fino al cielo ed in giù fino all’abisso. Perché salire in cielo per riportare Dio sulla terra, quando il Salvatore è già venuto tra noi? Non ci sarà un’altra e diversa salvezza. Perché discendere nell’abisso per strappare la vita dalla morte, quando l’ha già fatto Cristo? Non ci sarà un’altra morte e resurrezione del Salvatore. Cerca più da vicino, guarda e vedi più attentamente chi si è posto accanto a te.
8 Ma cosa dice? Vicino a te è la parola, nella tua bocca e nel tuo cuore. Questa è la parola della fede che annunciamo.
Se la salvezza è già stata operata dal Cristo, a te non resta che farla tua. Ma come? Semplicemente invocandola con la tua bocca, confessando che Gesù è Signore e Salvatore, e credendo nel tuo cuore, che Dio lo ha risuscitato dai morti e che vive in eterno perché noi in eterno viviamo con Lui, nell’unica gloria dell’unico Dio. E’ questa la fede annunciata dall’Apostolo.
9 Poiché se confessi con la tua bocca Signore Gesù e credi nel tuo cuore che Dio lui risuscitò da morti sarai salvo.
Mi chiederai perché Paolo metta prima la professione di fede che viene dalla bocca e poi la fede che viene dal cuore. Da un punto di vista logico sembra proprio il contrario: prima si crede col cuore, poi si fa professione di fede con la bocca. Quello che è scritto subito dopo sembra quasi una rettifica ed una correzione.
10 Col cuore infatti si crede per giustizia con la bocca invece si confessa per salvezza. 11 Dice infatti la Scrittura: ogni credente in lui non sarà svergognato.
L’Apostolo recupera la priorità della fede che viene dal cuore rispetto alla fede che viene confessata con la bocca. Si è dunque sbagliato L’Apostolo ed ha voluto alla fine rettificare? Niente affatto! Perché se noi aspettiamo che la fede venga dal cuore, va a finire che mai la proclamiamo. Non si deve aspettare, ma si deve subito confessare la nostra adesione piena e totale all’opera di Dio. Sarà il Signore a rafforzare la fede nel nostro cuore. Aprendo la nostra bocca, esprimiamo bensì la pochezza della nostra fede, ma spalanchiamo la porta a Dio perché arrivi al nostro cuore. Nessuna confessione di fede cade a vuoto. Se ne esce sempre rafforzati e vivificati. Hai bisogno dell’imbeccata di Dio? Apri prima la bocca e non resterai col cuore vuoto. La bocca, innanzitutto, è veicolo di fede. Non manifesta semplicemente la fede che abbiamo, ma è strumento offerto a Dio, perché entri nel nostro cuore. E’ bello e giusto dar lode al Signore, non solo per esprimere a lui gratitudine, ma anche per essere da Lui confermati e rafforzati. Non perdere tempo e non lasciarti prendere dai tuoi vani ragionamenti riguardo alla fede. Non ne avrai alcun giovamento. Da lode subito al Signore, proclama la tua fede e lascia poi fare a Lui.
Dice infatti la Scrittura che chiunque crede in lui non arrossirà.
E’ il rossore e solo il rossore il vero specchio del cuore, il suo riflesso immediato, quello che lo manifesta per ciò che è. La parola non può manifestare pienamente il cuore, in essa può esserci l’equivoco e l’inganno. Ma non c’è altra via per andare a Dio e per essere da lui visitati, se non attraverso la bocca. Comprendi quanto sia importante dar lode a Dio, invocare la sua salvezza, nella confessione dei propri peccati. Alla fine ti troverai con un cuore nuovo e non dovrai arrossire davanti al Signore. Si prova rossore per colui che non si conosce, quando non c’è familiarità e si sta poco assieme, quando c’è senso di colpa per i torti fatti. Ma rotto il muro di silenzio, si comincia a parlare, a mettere le cose in chiaro, si diventa amici e fratelli e figli e si gode dell’aiuto e dei doni del Padre. Altro è ragionare di Dio, altro è parlare con Dio. Altro è disquisire ed indagare sulla fede, altro è proclamare la propria fede.
12 Non c’è infatti distinzione di Giudeo e di Greco, infatti lo stesso Signore di tutti essente ricco verso tutti gli invocanti lui. 13 Ognuno infatti che invochi il nome del Signore sarà salvato.
Niente di più bello e di più confortante delle parole dell’apostolo Paolo. Non c’è più distinzione che tenga. Che tu sia Giudeo o gentile, che tu sia più o meno peccatore, non ha rilevanza alcuna per la salvezza. C’è un solo Signore per tutti, e a tutti dona con ricchezza. Ma bisogna aprire il proprio cuore e prima ancora la propria bocca, perché Dio non può arrivare al cuore senza prima passare per la bocca. Non si può ascoltare per forza altrui, ma si può venire ingozzati della sua parola. “Dilata la tua bocca ed io la riempirò”.Certo l’ascolto passa per l’udito, ma allorché l’uomo ha scarsa capacità di ascolto, il Signore può ben seguire un’altra via, affermare non semplicemente la potenza della Parola che viene udita, ma ancor prima quella della parola che viene detta, allorché la nostra bocca invoca il Suo nome. La Parola ha una sua potenza, non soltanto quando viene ascoltata, ma anche quando viene invocata. Se noi siamo sordi alla voce di Dio, Dio non è sordo alla nostra voce. L’ascolto è già dell’uomo maturo. Non segna semplicemente l’ingresso nella fede, ma il cammino della fede. Può Dio accrescere la nostra capacità e volontà di ascolto se prima non gli manifestiamo la nostra fede in Lui: non semplicemente quella che abbiamo ma quella che vorremmo avere? Da un punto di vista logico sembrerebbe tutto il contrario. Dapprima si ascolta la parola del Signore, poi si aderisce ad essa col cuore, infine si confessa la propria fede. Ma la fede che viene dall’ascolto è quella già radicata e cresciuta, quella che viene dalla confessione e dall’invocazione al Signore è la fede che vuole crescere e chiede di essere accresciuta.
Paolo recupera alla fine la priorità della fede che viene dall’ascolto, ma essa nulla toglie a quella che viene dalla confessione della bocca e dall’invocazione del nome del Signore: è la prima, la più semplice e la più immediata, il primo canale d’ingresso per Dio. Quello che tutti gli uomini possono fare da subito, indipendentemente dalla loro capacità di ascolto e dal cammino già fatto.
14 Come dunque invocheranno colui non hanno creduto? Come poi crederanno del quale non hanno udito?
Quando si invoca il nome del Signore c’è già una fede in atto, anche se piccola. Non si invoca colui nel quale non si crede. Non cresce la fede che non c’è, ma quella che ha già messo qualche radice. Allorché la fede si mette in moto vuole una propria chiarezza in rapporto a Colui che è oggetto del credere, per poter crescere di conoscenza in conoscenza; vuole anche una propria profondità in rapporto al proprio cuore, per mettere salde radici. E a questo punto si rivela l’importanza dell’annuncio evangelico. Si crede a Dio nell’immediatezza del proprio cuore e si afferra al volo la sua chiamata. Ma non c’è sequela senza ascolto. Dopo aver proclamato la nostra fede nel Signore dobbiamo far silenzio, chiudere la bocca ed aprire le orecchie per ascoltare la sua parola.
Come poi ascolteranno senza annunciante?
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
Se è Dio stesso che chiama alla fede ogni uomo e a tutti chiede l’invocazione del suo nome, certo non si può nascere e crescere nella vita di Dio, tramite un rapporto immediato con Lui, attraverso le vie di una parola che è semplicemente in un rapporto a due. Quello che Dio dice ad ognuno di noi, lo dice a tutti, non seguendo le vie di tante rivelazioni, una per ogni uomo, ma attraverso le vie di una sola rivelazione. A nessun uomo Dio parla in maniera immediata, se non a quelli di cui si è servito per la stesura scritta della sua Parola. Di loro nessun ricordo, perché la Parola appartiene tutta a Dio e solo a Dio. Nessuno può pretendere una propria rivelazione che sia fuori ed oltre l’unica rivelazione. E a nessuno può arrivare l’annuncio della Parola se non attraverso la sua chiesa e coloro che da essa sono mandati.
15 Come poi annunceranno se non sono stati inviati?
C’è anche chi predica senza essere inviato. E c’è anche chi li ascolta. Non c’è annuncio se non nell’umiltà e non c’è verità se non in coloro che si sottomettono alla chiesa. Nessuno può vagliare l’autenticità della parola che esce dalla propria bocca. Spetta alle altre parti del corpo. E bisogna saper pazientare ed operare nell’obbedienza e perdere ogni spirito di prevaricazione. Vi è un silenzio che fa bene all’intera chiesa e vi è una parola che fa male a tutto il corpo. Attenti ai visionari presuntuosi che sempre parlano e mai ascoltano. Fanno male a molti, dopo aver fatto male a se stessi. Non ascoltare la parola di chi non sa ascoltare, e non sottometterti a chi non è sottomesso. Se la testimonianza è di tutti, l’annuncio della parola è solo per coloro che sono inviati.
Come è scritto: Come belli i piedi degli annuncianti la buona notizia cose buone.
Come dunque sono belli i piedi di coloro che evangelizzano cose buone.
Capita raramente o forse mai di sentire lodata la bellezza dei piedi. Che siano utili è fuori discussione, ma che siano anche belli è tutto da vedere. E’ l’annuncio del vangelo che li fa belli ed è la parola di Dio che dona ad essi un soave profumo.
16 Ma non tutti obbedirono alla buona notizia. Isaia infatti dice: Signore chi credette all’ascolto di noi.
Se la salvezza è annunciata a tutti, non tutti accolgono l’annuncio. C’è anche chi oppone un netto rifiuto e chi rimane indifferente alla chiamata.
17 Dunque la fede da ascolto, l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
In queste poche parole è riassunto il senso della nostra fede. Sono il centro ed il cuore della Lettera ai Romani, non semplicemente perché occupano una posizione centrale nel testo, ma perché condensano in sé tutto quanto detto L’Apostolo è venuto fino ad ora affermando.
17 Dunque la fede da ascolto… Non giunge alla fede chi non ha volontà di ascolto. La fede è un dono semplicemente per ciò che essa porta con sé, per il cammino attraverso il quale si viene accrescendo ed è accresciuta da Dio. Ma in quanto alla sua origine ed al suo essere originata, dipende dalla volontà dell’uomo, è legata alla libertà dello spirito. Non ascolta chi non vuole ascoltare. E non c’è ascolto se non in un rapporto a due. Se uno parla, l’altro può ascoltare. Questa possibilità di ascolto non è garantita dall’uomo che vuol ascoltare, ma unicamente dalla Parola di Dio. Dai tempi di Adamo nel cuore dell’uomo, parla la voce di Dio, attraverso la coscienza, beninteso, non quella ripiegata su se stessa che ascolta se stessa, ma quella aperta all’Altro da sé, ovvero al suo Dio ed al suo Signore. Da sempre Dio si fa garante attraverso la sua voce della veridicità dell’ascolto. L’ascolto della voce della coscienza è veramente ascolto di Dio, ma si ammette pure la possibilità di una coscienza che non ha volontà di ascolto. Non per questo diventa sorda a qualsiasi parola, semplicemente si afferma in essa la voce dell’altro Dio, del Maligno, il riflesso di un io ribelle e disobbediente. V’è una buona coscienza e vi è una cattiva coscienza. Ma come può l’uomo giudicare da se stesso, quella coscienza che non è vera se non nel momento in cui viene giudicata e si fa giudicare da Colui che è il suo fondamento ed il suo fine? Nessuno è buon giudice di se stesso. Ed ecco l’importanza della Parola rivelata che viene data ad Israele.
l’ascolto poi per mezzo della parola di Cristo.
La Parola di Dio così come è stata data ad Israele non crea semplicemente la volontà di ascolto, ma la rafforza, la rinsalda, la fa crescere, non in un ambiguo confronto di se con se stesso, ma in quel confronto che si ha con una parola scritta, di per sé non suscettibile di cambiamento alcuno. Non solo. La Parola esce dalle secche di un confronto puramente individuale, da coscienza individuale, diventa coscienza collettiva di un intero popolo. In questo non annulla la propria individualità, ma la rafforza, la rincalza, le dà maggior chiarezza e sicurezza. Posso ben dubitare di quello che io solo comprendo, certamente son più sicuro quando la mia intelligenza è confermata o smentita da quella di un’intera comunità. La Parola di Dio quindi non solo accresce la volontà di ascolto, ma mi dà anche la capacità di ascolto, non in modo immediato, ma con quella mediazione che passa attraverso la comunità dei credenti, che è l’intero corpo della chiesa. Soltanto nella chiesa e per la chiesa, seguendo il suo cammino e la strada da essa indicata, la fede può crescere di conoscenza in conoscenza. C’è un ascolto immediato della Parola, c’è un ascolto mediato, che passa attraverso le vie dell’istruzione, dello studio della parola, del confronto con i fratelli che ci hanno preceduto e che hanno già aperto una strada. La Parola può ben dire qualcosa di nuovo ad ognuno di noi, ed effettivamente vuole dire sempre qualcosa di nuovo, ma non a chi abbandona la via maestra segnata da Israele prima, dalla chiesa poi. La potenza della Parola trova la sua espressione e manifestazione ultima nel Logos che si fa carne. In Lui è la vita e la pienezza di ogni vita. Non è giustificato un ritorno alla Parola del passato, se non per una migliore intelligenza della Parola che è ora presente, così come si fa ascoltare nel Nuovo Testamento e così come si fa mangiare nell’Eucarestia.
Se la salvezza viene solo dalla fede, la fede viene innanzitutto dalla volontà d’ascolto. Ma la nostra volontà di ascolto è di per sé vana se non viene garantita dalla Parola di Dio, così come è storicamente data ad ogni uomo attraverso le vie della coscienza. In Israele la Parola di Dio è data in una forma più piena come Legge, per raggiungere infine ogni adempimento ed ogni pienezza col Cristo. Colui che porta alla pienezza della fede è anche Colui che autentica e giudica ogni fede. Possiamo concludere che basta la fede per essere salvi? Dobbiamo concludere che non basta una qualsiasi fede, ma quella che è confermata e riconosciuta dal Figlio. Qualsiasi disquisizione su una salvezza che viene dalle opere o dalla sola fede è vana ed insensata. La fede non è un semplice assenso psicologico all’opera del Signore, è anche questo, ma è molto più di questo. E’ un cammino di salvezza. E’ la fede che garantisce un cammino in Dio, viceversa è Dio solo che garantisce la verità di una fede. Se la fede getta luce sulle opere, Gesù getta luce sulla stessa fede. Approvando, ma anche disapprovando, giustificando, ma anche condannando. Oltre la fede va solo il giudizio sulla fede. La fede chiede dunque la salvezza, ma prima ancora chiede di essere giudicata. Per l’uomo certo la fede si vede solo dalle opere, ma Dio vede oltre nel cuore dell’uomo. Vi è una dimensione esteriore della fede, che è data dalle opere: Vi è una dimensione interiore molto più grande e molto più profonda che solo il Signore comprende. Non è dato all’uomo di giudicare, ma gli è chiesto di lasciarsi giudicare. Allorché viviamo nella consapevolezza dell’incombente giudizio finale, la fede si arricchisce di contenuti e significati nuovi. Non c’è fede senza speranza nell’amore di Dio. E’ vera fede quella che confessa umilmente non i propri peccati, ma il proprio stato di peccato. Non entrerà nella vita eterna la fede che non rinnega il proprio spirito e la propria anima, fino a desiderare l’unico e solo Spirito Santo. Non c’è fede senza carità, ovvero non si ama Dio, se non nella consapevolezza che si è da Lui amati, fino a rinnegare ogni nostro amore per affermare e volere per sempre l’unico eterno Amore. Tutto questo è la fede e non solo parte di questo.
Qualcuno forse potrebbe obiettare che l’annuncio non è arrivato a tutti, e giustificare in questo modo la mancanza di fede. In realtà già ai tempi di Paolo gli apostoli avevano fatto il giro del mondo. Se la Parola di Dio non è ancora giunta in tutti gli angoli della terra, certamente il suo eco è arrivato lontano.
18 Ma dico: forse non udirono? Anzi! Per tutta la terra uscì il loro suono ed alle estremità del mondo le loro parole.
Per quel che riguarda Israele il discorso si fa più serio e più grave.
19 Ma dico: Forse Israele non ha conosciuto?
Israele non solo ha udito la parola di Dio, ma ha conosciuto anche la sua potenza, e la dolcezza del suo amore.
Perché mai Dio dovrebbe insistere e persistere in una elezione che non ha trovato risposta né gratitudine alcuna? Cerca altri figli adottivi, più umili e più ricettivi del suo amore. A costo di suscitare la gelosia di Israele: una gelosia estrema che arriva all’ira e alla persecuzione di chi si fa discepolo di Cristo.
Per primo Mosè dice: Io vi spingerò a gelosia di una non nazione, per una nazione insipiente provocherò sdegno a voi.
La legge e i profeti hanno preannunciato i tempi nuovi. Alla parola di Mosè, fa eco quella di Isaia.
20 Isaia poi osa e dice: Sono stato trovato dai me non cercanti, manifesto divenni ai di me non domandanti. 21 Riguardo poi Israele dice: Tutto il giorno distesi le mie mani verso un popolo disobbediente e contraddicente.
Se ci sono belle novità per i Gentili, brutte notizie per Israele: Il Signore si è stancato di protendere le sue mani verso un popolo non credente e ribelle. Di fronte ad una incredulità e ad una ribellione così manifeste, Dio non può più far finta di niente. I peccati d’Israele hanno sempre incontrato la misericordia divina, ma come ignorare il rifiuto del Cristo? Il Padre è stato ferito in Colui che gli è più intimo e più caro. La rottura ormai è consumata e niente e nessuno potrà ricucirla, se non per coloro che si ravvedono e dividono la loro causa da quella del loro popolo. Non tutti gli Israeliti hanno rifiutato il Salvatore, non tutti sono da Lui rigettati.

 

Publié dans:Lettera ai Romani |on 8 décembre, 2016 |Pas de commentaires »

ROMANI 13,11-14 (seconda lettura)

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Romani%2013,11-14

ROMANI 13,11-14

Fratelli, 11 è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti.
12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. 14 Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri.

COMMENTO
Romani 13,11-14
La fine ormai imminente
La lettera ai Romani viene solitamente divisa in due grandi sezioni, una dottrinale (Rm 1,16-11,36) e l’altra parenetica, cioè esortativa (Rm 12,1-15,13), il cui scopo è quello di rileggere in chiave pratica il vangelo della giustificazione per mezzo della fede. In Rm 12 Paolo spiega in modo abbastanza ampio come devono essere i rapporti dei credenti in Cristo fra di loro e con gli estranei. In Rm 13 egli riprende gli stessi temi in modo più specifico. Nella prima parte del capitolo mette in luce i rapporti con le autorità dello stato (13,1-7); egli affronta poi il tema dell’amore verso il prossimo (13,8-10); infine richiama la dimensione escatologica della vita cristiana (13,11-14). Il testo liturgico riporta la terza di queste parti.
Dopo avere esortato i lettori a non avere altro debito se non quello dell’amore vicendevole, di cui parla poi in 13,8-10, Paolo fa una considerazione riguardante i tempi della salvezza: «Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti (v. 11). Il credente deve praticare l’amore del prossimo consapevole del «momento speciale» (kairos) in cui sta vivendo. Come per chi dorme il sopraggiungere del mattino segna l’ora in cui deve ormai svegliarsi dal sonno, così per il credente il tempo attuale è quello in cui deve rendersi conto che la salvezza finale è ormai più vicina di quando ha aderito alla fede. Paolo si rifà qui alla convinzione, ampiamente diffusa tra i primi cristiani, secondo cui il ritorno del Signore è imminente (cfr. 1Ts 4,13-18), e ogni momento che passa lo rende più prossimo.
Il paragone del mattino che si avvicina viene poi ulteriormente elaborato: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (v. 12). Come coloro per i quali la notte sta ormai per passare devono disporsi alla giornata che comincia, così i credenti devono disfarsi delle «opere delle tenebre» e «rivestire le armi della luce». La contrapposizione tra luce e tenebre, considerate rispettivamente come la sfera di Dio e quella delle forze a lui avverse, appare già in diversi testi biblici (cfr. Is 9,1; Sal 27,1) e nei testi esseni ritrovati a Qumran, come per esempio nel Manuale della Guerra che dovrà un giorno combattersi tra i figli della luce e i figli delle tenebre; ad essa si ispirano anche gli scritti cristiani successivi (cfr. Ef 5,8-14; Gv 1,4-5; 8,12). Le tenebre producono «opere» che devono essere abbandonate, mentre la luce fornisce «armi» (cfr. Ef 6,13-17) con cui combattere: forse si suppone che di fronte alle tenebre l’uomo è succube di un potere avverso, mentre, quando è investito dalla luce, diventa attivo nella ricerca del bene.
Il paragone della notte che lascia il posto al giorno suggerisce a Paolo un’altra esortazione «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie» (v. 13). Il credente deve «comportarsi» (peripateô, camminare) onestamente, come in pieno giorno. Ciò significa l’abbandono degli atteggiamenti negativi che caratterizzano quelli che operano nelle tenebre. Questo comportamento negativo viene delineato mediante un piccolo catalogo che comprende tre coppie di vizi, che hanno come ambito la mancanza di autocontrollo (orge e ubriachezze), i rapporti sessuali (lussurie e impurità), i rapporti vicendevoli (litigi e gelosie): ad essi Paolo si è richiamato all’inizio della lettere descrivendo il comportamento dell’umanità fuori di Cristo (cfr. Rm 1,29-30). I credenti non devono cedere di fronte ad essi, ma reagire in modo deciso e coerente: «Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (v. 14). Rivestirsi del Signore Gesù Cristo (cfr. Gal 3,27) significa diventare una sola cosa con lui, cioè partecipare pienamente alla sua esperienza di morte e di risurrezione assumendo la sua mentalità e il suo comportamento: è questo il modo migliore per resistere alle lusinghe del male. In pratica, ciò richiede, letteralmente, di «non prendersi cura (pronoian mê poiein) della carne per i desideri (eis epithymias)»: i credenti dunque non devono venir meno al proprio impegno, portando così a termine il cammino iniziato nel battesimo.

Linee interpretative
La vita cristiana è posta all’insegna del compimento finale. Il credente non è uno che è già arrivato alla meta, ma uno che si orienta quotidianamente verso di essa, lottando coraggiosamente contro tutti gli ostacoli e le tentazioni che gli rendono difficile il cammino. Egli deve dunque vivere nell’attesa della pienezza finale, ormai imminente, anticipando nell’oggi i valori che essa implica. Ciò richiede una continua identificazione con Cristo, il quale è già entrato nella fase finale del Regno e attira a sé coloro che credono in lui. La prospettiva escatologica diventa così una dimensione fondamentale dell’etica cristiana.
In un contesto in cui è ormai caduta l’idea di una fine imminente, il compimento finale viene a identificarsi con un progetto di vita elaborato alla luce del vangelo, nel quale il credente trova non solo le motivazioni per cui agire, ma anche la forza per non cedere alle suggestioni del male. Senza la visione di un mondo da trasformare, cambiando anzitutto se stessi, la vita cristiana rischia di diventare semplicemente una pratica di comandamenti morali, senza quella spinta di rinnovamento che stimola al miglioramento e al progresso individuale e comunitario.

12345...32

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01