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Card. Caffarra: Omelia per la Solennità di Tutti i Santi (1996)

dal sito:

http://www.caffarra.it/om001196.php

CARD. CAFFARRA

OMELIA SOLENNITA’ TUTTI I SANTI 1996
Omelia al Cimitero

E’ un contrasto stridente quello che stiamo vivendo con e in questa celebrazione eucaristica. Ci troviamo in un cimitero dove, almeno in apparenza, regna la morte e la Parola di Dio ci porta a contemplare una comunità di viventi in piena festa. Del resto tutta questa liturgia che stiamo celebrando è la celebrazione della vita e della gioia. Che cosa ci dà diritto di fare questo? Di venire ad annunciare la speranza e la gioia proprio vicino alle tombe dalle quali anche la speranza fugge? Ascoltiamo profondamente la parola di Dio e comprenderemo che cosa abbiamo il diritto di sperare anche in un cimitero.

1. “Quale grande amore …” Siamo subito riportati alle radici del nostro esserci. Nessuno di noi esiste per caso o per necessità: ciascuno di noi esiste perché Dio lo ha amato. Esisto perché sono amato. Amato come figlio: il Dio che ci ha creato è il Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Egli ci ha precisamente creati per effondere su di noi, per estendere a ciascuno di noi il suo Amore di Padre. Nessuno di noi può essergli estraneo, essendogli figlio: non è così per “così dire”, ma veramente e realmente. La premessa, la radice da cui sgorga la nostra persona è questo Amore eterno, infinito, immenso, onnipotente che il Padre ha per noi, in Cristo Gesù.
 Proviamo allora a chiederci: quale sarà allora il destino di ciascuno di noi, il destino finale ultimo? Sarà la morte eterna? Finiremo completamente? Fratelli e sorelle, proviamo a pensare ad un’esperienza umanissima che molti di voi vivranno proprio qui, proprio ora davanti alla tomba di una persona cara. Davanti a quella tomba, prova a chiederti: se tu avessi potuto, avresti impedito la morte della persona amata? Certamente: l’amore non vuole la morte della persona amata. Ma il nostro amore non è così forte, non è onnipotente. Orbene: tu sei amato da un Amore che può tutto!
Ecco, perché non permette che tu muoia: perché ti ama con un Amore onnipotente. Ascolta la sua parola: “noi saremo simili a Lui, perché Lo vedremo come Egli è”. Ecco che cosa abbiamo il diritto di sperare: di vedere Dio, il Padre e di vivere con Lui nell’eternità. L’eternità è il nostro destino: “saremo simili a Lui”. E Lui è il vivente in eterno.

2.  Ma il contrasto di cui parlavo al principio sembra allora diventare più intenso e più conturbante: il nostro destino è l’eternità, perché questa realtà in cui ci troviamo, questa realtà di sepolcri, di morte, di corruzione, di sparizione apparentemente totale? Rimettiamoci all’ascolto della parola di Dio. Essa ci rivela che per entrare nella vita eterna occorre passare attraverso la grande tribolazione. “Essi sono coloro che …”
 Di quale “grande tribolazione” si parla? Nella S. Scrittura questa espressione indica, descrive il momento decisivo, ed anche doloroso, in cui Dio il Signore interviene nella nostra storia umana. Questo intervento è stato la morte di Cristo, nella quale siamo stati liberati dalla morte eterna. Chi sono coloro che vedono ora il Signore e vivono nella sua beata eternità? Sono coloro che sono passati attraverso la morte di Cristo: sono morti – e qui ne vediamo il segno – in Cristo e con Cristo. Ciò non toglie nulla alla realtà, al peso della nostra morte: una grande tribolazione. Ma morendo in Cristo, i nostri fratelli non sono caduti in un nulla eterno, ma sono entrati nella vita. Venendo e passando attraverso la grande tribolazione della morte di Cristo e loro, sono giunti “davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario”. Grazie a Cristo, per la sua morte e resurrezione, i nostri morti vivono nella comunione con Dio. Ecco perché possiamo celebrare una liturgia di lode e di gioia dentro un cimitero: è celebrazione della vittoria di Cristo e nostra in Lui sulla disperazione della morte.
“Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata; e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo”.
Ed allora, fratelli e sorelle, prepariamoci all’ora della nostra morte. Come? “in ogni azione , in ogni pensiero, dovresti comportanti come se tu dovessi morire oggi stesso; se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura della morte. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?” (Imitazione di Cristo I, 23.1) 

Car. Caffarra, Giubileo delle Carceri (9 luglio 2000): « Fratelli … mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi ». (2Cor 12,7)

dal sito:

http://www.caffarra.it/giubcarc.php

CARD. CAFFARRA

GIUBILEO DELLE CARCERI

Ferrara 9 luglio 2000

1. « Fratelli … mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di Satana incaricato di schiaffeggiarmi ». (2Cor 12,7)

Carissimi fratelli, attraverso queste parole l’apostolo Paolo descrive un’esperienza di grave sofferenza ed umiliazione che accompagna la sua vita. Forse si tratta di una malattia particolarmente umiliante. Così umiliante che Paolo pregò per diverse volte il Signore perché lo liberasse. La preghiera di liberazione da un certo punto di vista non è esaudita: l’apostolo non è liberato. Ma poiché la nostra preghiera non cade mai nel vuoto, anche questa riceve risposta, la seguente: « ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza ». Cioè, tu puoi esercitare il tuo ministero apostolico anche in queste condizioni di umiliazione e di sofferenza, dal momento che hai la forza della mia potenza o grazia. Perché l’apostolo possa esercitare efficacemente la sua missione, non ha affatto bisogno di essere sano, forte ed onorato, per se stesso. Gli basta la grazia di Cristo, che si fa particolarmente presente nella debolezza. La debolezza, l’umiliazione del credente non è qualcosa che impedisce al Signore di essere presente nella vita dell’uomo, e di agire in essa: non è necessario che l’uomo esca dalla sua condizione di umiliazione perché Dio possa dire la sua. Al contrario: è soprattutto in questa condizione che il Signore opera e manifesta la sua grazia.

Alla luce delle parole che il Signore dice all’apostolo, questi comincia a vivere in modo nuovo la sua condizione di sofferta umiliazione: « mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo ». Cioè: ha un senso che io sia infermo, oltraggiato … poiché così opera veramente in me la forza divina di Cristo.

2. Carissimi fratelli, leggendo questa pagina di S. Paolo vi ho sentito una singolare analogia o similitudine fra la condizione dell’apostolo e la vostra condizione. Anche voi, come l’apostolo, vi sentite in una condizione di particolare sofferenza, dovuta alla privazione del bene della libertà: bene supremo dell’uomo. E’ possibile anche a voi, come lo è stato per l’apostolo Paolo, vivere questo momento della vostra vita in modo significativo? Riscattare questa vostra condizione, così che il tempo trascorso qui nelle carceri non debba essere da voi considerato come irrimediabilmente perduto?

La parola di Dio vi assicura che questo è possibile: è possibile dare un senso alla vostra detenzione. Ed il Giubileo è « occasione singolarmente propizia » per questo. A due condizioni: una riguarda voi e dipende da voi; l’altra riguarda altri e dipende da altri.

Per quanto riguarda voi. Davanti agli uomini possiamo sempre indossare la maschera che ci fa più comodo nelle varie situazioni: ma davanti a Dio nessuno può nascondere il suo volto. Chi fra voi si è reso veramente colpevole di ciò di cui è stato accusato, viva veramente questa situazione come espiazione e redenzione della propria persona. L’uomo non perde mai la sua dignità ed è grande di particolare grandezza nel pentimento: nella faticosa ricostruzione della propria persona. Pochi atti dimostrano la grandezza dell’uomo come la conversione.

Ma fra voi ci può essere anche chi davanti a Dio non si sente colpevole di ciò di cui è stato accusato, oppure punito in misura superiore alla sua imputazione. Carissimo fratello che vivi questa terribile esperienza, consentimi di dirti almeno due parole. La prima: l’ingiustizia di cui puoi essere vittima non « tocca » la dignità della tua persona; non la danneggia. Gesù dice che possono uccidere il corpo, ma non l’anima. La seconda: questa condizione ti rende particolarmente simile a Cristo, come l’apostolo Paolo nelle sue sofferenze e ti assicura una presenza singolare della sua grazia nella sua persona.

Per quanto riguarda altri. Non possiamo dimenticare però che i detenuti possono vivere la loro detenzione come esperienza degna di una persona umana, solo se si danno alcuni condizioni che non dipendono da loro.

Queste condizioni riguardano in primo luogo l’amministrazione della giustizia. E’ questo un punto fondamentale sul quale il Giubileo che stiamo celebrando deve far riflettere. L’amministrazione della giustizia deve essere caratterizzata da una ragionevole celerità dei processi, dalla reale parità di condizioni fra accusa e difesa, dalla effettiva possibilità offerta anche ai poveri di tutelarsi.

Queste condizioni riguardano la vita dentro le carceri. Sono sicuro che in questo carcere si sta facendo tutto il possibile da parte della direzione e del corpo delle guardie per creare le condizioni degne della persona. A tutti e a ciascuno chiedo di continuare in questo impegno a favore dell’uomo.

Queste condizioni riguardano il necessario ripensamento sulla pena della detenzione, intesa sia come prevenzione sia come punizione del crimine. E’ da chiedersi se non sia il caso di pensare per alcuni reati a forme alternative di pena, evitando anche in questo modo sovraffollamenti di carceri.

Ma c’è una domanda di fondo che la celebrazione del Giubileo pone ed impone ad ogni persona pensosa del bene comune: abbiamo veramente fatto tutto il possibile per prevenire il crimine? Non ci siamo mai chiesti se uno dei fondamentali « terreni di crescita » del medesimo non sia proprio ciò che consideriamo essere conquiste di civiltà: l’aver affermato che non esiste una distinzione assoluta fra bene e male; l’aver confuso la libertà colla spontaneità; l’aver svuotato le due principali agenzie educative, la scuola e la famiglia, di ogni precisa proposta educativa?

Nel disegno di Dio, ciascuno deve assumersi la sua responsabilità nell’edificazione di una società più giusta. Il luogo in cui ci troviamo è particolarmente indicato perché il Giubileo rinnovi il cuore di tutti, perché ogni persona sia riconosciuta nella sua dignità!

CAR. CAFFARRA: « La vita è la più romantica delle avventure… »

dal sito:

http://uomovivo.blogspot.com/2009/06/il-card-caffarra-la-vita-e-la-piu.html

CAR. CAFFARRA: « La vita è la più romantica delle avventure… »

Gagliardissimo discorso tenuto dal card. Carlo Caffarra alle Tre Fontane ai giovani della diocesi di Bologna a Roma per il Pellegrinaggio Paolino 2009, discorso che culmina con una delle più belle citazioni di Chesterton.

Grazie alla segnalazione di Alessandro Canelli.

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Cari giovani, qui ha avuto termine la vita di Paolo. Ha avuto termine col martirio: morendo l’Apostolo ha dato a Cristo la testimonianza suprema del suo amore. Propongo alla vostra considerazione due ordini di riflessione

1. Il cristiano vero, l’autentico discepolo del Signore o prima o poi si scontra coi poteri che dominano il mondo. Non illudetevi su questo punto. Se siete fedeli a Cristo, se custodirete la sua parola sarete perseguitati: su questo non dovete avere dubbi.

Certamente le modalità della persecuzione nel nostro Occidente è molto diversa da quella usata da Roma. Non mancherà la derisione. C’è stato perfino chi ha scritto che « cristiano » deriva da « cretino ». Non mancherà un tentativo subdolo di delegittimare la vostra fede: christianos non licet esse, come dicevano i romani. Quale tentativo? « tieniti la tua fede per te, nel tuo privato. In pubblico non hai il diritto di proporla: è contro la democrazia; è contro la tolleranza, è contro il rispetto che si deve agli altri … specialmente i mussulmani ». È la traduzione moderna di un’antica accusa: i cristiani sono nemici della società; sono pericolosi per lo Stato.

In questo luogo santo, cari giovani, sappiate che essere cristiani è cosa che appartiene ai forti, ai grandi di spirito non ai pusillanimi. Siate saldi nella vostra fede; vivete nell’unità della Chiesa, fondati sulla roccia che è Pietro, il santo Padre Benedetto XVI, nella docilità al suo magistero. E niente potrà vincervi.

2. Prima di morire l’apostolo Paolo si preoccupò di lasciare nelle comunità dei successori che continuassero la sua opera: la testimonianza a Cristo doveva essere continuata, per sempre.

Ed ora, cari giovani, l’apostolo dice anche a voi: « continua la mia testimonianza a Cristo: sii suo testimone ».

Può essere che a qualcuno, o a molti di voi ragazzi, Cristo chieda proprio in questo luogo di essere testimoni proprio come fu Paolo: nella forma dell’apostolato come sacerdoti. Cristo vi chieda di dare tutta la vostra vita alla predicazione del Vangelo, all’edificazione delle sue comunità cristiane.

Ma tutti potete, dovete essere testimoni. Che cosa significa essere testimoni? Lasciare trasparire nella vostra persona, nella vostra vita quotidiana una presenza che vi ha trasformati, la presenza di Cristo. E come si fa, in che modo si è testimoni? Sia che mangiate, sia che beviate – vi risponderebbe l’apostolo – fatelo in Cristo. Potrei aggiungere: sia che studiate/lavoriate; sia che pregate o vi divertite; sia che state colla vostra ragazza/o o coi vostri amici. Sempre: essere trasparenze di Cristo. Difficile? Ve l’ho già detto: il cristianesimo è per le anime grandi. Ma, e termino, pregate ogni giorno la Madonna: lei vi aiuterà.

«La vita quotidiana è la più romantica delle avventure e soltanto l’avventuriero lo scopre» [G.B. Chesterton, Eretici, Piemme; Casale Monferrato 1998, pag. 131]

Publié dans:Card. Caffarra |on 24 septembre, 2009 |Pas de commentaires »

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