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SCRITTI DEI PAPI SULL’ADORAZIONE – GIOVANNI PAOLO I (1978)

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SCRITTI DEI PAPI SULL’ADORAZIONE

GIOVANNI PAOLO I

Durante l’Angelus del 10 settembre 1978

“Noi siamo oggetti da parte di Dio di un amore intramontabile. Sappiamo: ha sempre gli occhi aperti su di noi, anche quando sembra ci sia notte. E’ papà; più ancora è madre”.
Conversazione sulla preghiera :“Io non sono un mistico” di Albino Luciani, quando era vescovo di Vittorio Veneto.

Il Signore ci fa tante raccomandazioni, nel Vangelo, sulla preghiera. L’insistenza. Non basta domandare una volta. Non è come suonare il pianoforte: tocchi il tasto, ne esce il suono. «Signore, dammi questa grazia». Pronti, servito! A tamburo battente. Non è così. Il Signore stesso ha detto che non è così. Voglio che domandiate. Ha raccontato anche la parabola. C’era un giudice iniquo in una città. Non gliene importava niente né di Dio né dei poveri mortali. Una vedova andava ogni giorno da lui: «Rendimi giustizia, rendimi giustizia!». «Via, Via! Non ho tempo, non ho tempo». Ma la vedova tornava. Finalmente un giorno il giudice ha detto tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho nessun riguardo per gli uomini, poiché questa vedova viene sempre ad importunarmi e non mi lascia più in pace, le voglio fare giustizia, così non l’avrò più tra i piedi». Conclusione di Gesù Cristo: questo lo fa un giudice iniquo e per un motivo egoistico, e il Padre vostro, quando voi insisterete nel domandargli che vi faccia giustizia, il Padre vostro dei cieli, che vi ama, non ve lo farà?
E abbiamo già sentito dal Concilio: Bisogna pregare sempre: pregare senza interruzione. Il nostro primo dovere è di insegnare alla gente a pregare, perché quando abbiamo dato loro questo mezzo potente, si arrangiano anche loro ad ottenere le grazie del Signore. Io non posso fare un trattato sulla preghiera, anche perché forse ne sapete più di me. Accennerò solo a qualche cosa. Forse battiamo molto sulla preghiera di petizione: «Signore, ricordati di me; Signore perdonami!». Bellissimo! Però Gesù quando ci ha insegnato il Pater noster, ci ha detto: «Pregate così», e la sua preghiera l’ha divisa in due parti. La prima: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». È questa la parte che riguarda il nostro rapporto con Dio. Solo dopo si passa alla seconda: «Dacci il nostro pane, ecc.». Quindi anche nelle proprie preghiere si deve seguire questo metodo: fare prima la preghiera di adorazione, di lode, di ringraziamento; e solo dopo quella di domanda.
Nelle epistole di san Paolo: «Gratias agamus, Deo gratias, Deo autem gratias…». Queste espressioni, non le ho contate io, ricorrono più di centocinquanta volte. San Paolo rende grazie continuamente. Ma osservate anche le altre preghiere: «Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te». Dopo viene la domanda: «Prega per noi, peccatori». Prima si fa un bel complimento alla Madonna. Bisogna essere diplomatici: si fa una lode, e poi si chiede. Anche gli oremus antichi, non quelli moderni, hanno tutti all’inizio la lode, il complimento. «Deus qui corda fidelium Sancti Spiritus illustratione docuisti…», fatta una bella lode: «da nobis quaesumus…», viene la domanda. Invece: «Concede nobis, famulis tuis…», questo è un oremus moderno; comincia subito col domandare qualcosa. Non ha capito niente, non ha capito niente, chi lo ha composto.
E anche le litanie della Madonna: «Mater purissima», l’elogio, «ora pro nobis», la domanda; tutte così. Questo metodo dobbiamo usarlo nelle nostre preghiere. Preoccuparsi un po’ anche… Non ha bisogno il Signore delle nostre preoccupazioni, ma gli fa certamente piacere che ci occupiamo un po’ di lui. C’è un libro molto bello di padre Faber: Tutto per Gesù; non è “alto”, cose umili; e dice proprio che bisogna preoccuparsi degli interessi di Dio, prima che degli interessi nostri. Dicevo: l’adorazione: «Tu sei lassù, o Dio immenso onnipotente, e io sono qui, piccolo piccolo, Signore», questo senso di adorazione, di stupore davanti a Dio. «Ti devo tutto, Signore!». Il ringraziamento. Il sentirsi sempre piccoli, miseri, davanti a Dio. Bisogna aiutarli, i fedeli, ad adorare, a ringraziare il Signore. Nessuno è grande davanti a Dio. Davanti a Dio anche la Madonna s’è sentita guardata, piccola.
È importantissimo sentirci guardati da Dio. Sentirci oggetto dell’amore che Dio ci porta. San Bernardo, quand’era piccolissimo, in una notte di Natale, s’è addormentato in chiesa e ha sognato. Gli è parso di vedere Gesù bambino che diceva, additandolo: «Eccolo là, il mio piccolo Bernardo, il mio grande amico». S’è svegliato, ma l’impressione di quella notte non si è più cancellata e ha avuto un’enorme influenza sulla sua vita. Sentiamoci piccoli, perché siamo piccoli. Se non ci sentiamo piccoli è impossibile la fede. Chi alza la cresta, chi si vanta troppo, non ha fiducia in Dio. Tu sei grandissimo, Signore, io, di fronte a te, piccolissimo. Non mi vergogno di dirlo. E farò volentieri quello che mi chiedi. Tanto più che non chiedi per prendere, ma per dare, non chiedi a vantaggio tuo, ma nell’interesse mio! Manzoni dice: «L’uomo, mai è più grande di quando si inginocchia davanti a Dio». Nelle preghiere che si fanno manca sempre di più quello che è il senso dell’adorazione. È invece uno degli atteggiamenti fondamentali di tutta la religione cristiana.
Quali preghiere e con quale metodo? Voi siete maestri in Israele; sapete che la preghiera più bella è, per sé, quella passiva, dove ci si abbandona all’azione della grazia. Così è di qualche anima che viene addirittura catturata da Dio, lavorata, dominata, santificata. È la cosiddetta preghiera mistica, di quelli che si danno alla contemplazione. E su questo non posso dirvi niente, perché sinceramente io non sono un mistico. Mi dispiace. L’ho insegnato anche a scuola, ho studiato i vari sistemi, le varie tendenze, i carmelitani di qua, i gesuiti di là… Però santa Teresa, che era una donna molto esperta, dice: «Io ho conosciuto dei santi, dei veri santi, che non erano contemplativi, e ho conosciuto dei contemplativi che avevano grazie di orazione superiore, che però non erano santi». Il che vuol dire che, «salvo meliore iudicio», non sarebbe necessaria la contemplazione alla santità. Sulla contemplazione quindi non posso perciò intrattenervi, perché sinceramente non me ne intendo, anche se ho letto qualche libro. Perciò mi fermo alla semplice orazione, quella umile, quella delle anime semplici.
Io mi spiego di solito con un esempio molto semplice e pratico. Sentite: c’è il papà che festeggia l’onomastico: in casa hanno organizzato un po’ di festicciola. Arriva il momento: lui sa già di che si tratta, e dice: «Adesso vediamo cosa mi fanno di bello!». Per primo viene il più piccolo dei suoi bambini: gli hanno insegnato la poesia a memoria. Povero piccolo! È lì di fronte al papà, recita la sua poesia. «Bravo!», dice il papà, «ho tanto piacere, ti sei fatto onore, grazie, caro». A memoria. Va via il piccolino, e si presenta il secondo figliolo, che fa già le medie. Ah, non si è mica degnato di imparare una poesiola a memoria; ha preparato un discorsetto, roba sua, farina del suo sacco. Magari breve, ma si impanca da oratore. «Non avrei mai creduto», il papà, «che tu fossi così bravo a far discorsi, caro». È contento il papà: ma guarda che bei pensieri!… Non sarà un capolavoro, ma… Terza, la signorina, la figliola. Questa ha preparato semplicemente un mazzetto di garofani rossi. Non dice niente. Va davanti al papà, neanche una parola: però è commossa, è così rossa che non si sa se sia più rossa lei o i garofani. E il papà le dice: «Si vede che mi vuoi bene, sei così emozionata». Ma neanche una parola. Però i fiori li gradisce, specialmente perché la vede tanto commossa e così piena di affetto. Poi c’è la mamma, c’è la sposa. Non dà niente. Lei guarda suo marito e lui guarda lei: semplicemente uno sguardo. Sanno tante cose. Quello sguardo rievoca tutto un passato, tutta una vita. Il bene, il male, le gioie, i dolori della famiglia. Non c’è altro.
Sono i quattro tipi di orazione. Il primo è l’orazione vocale: quando dico il rosario con attenzione, quando dico il Pater noster, l’Ave Maria; allora siamo dei bambini. Il secondo, il discorsetto, è la meditazione. Penso io e faccio il mio discorso col Signore: bei pensieri e anche profondi affetti, intendiamoci. Il terzo, il mazzo di garofani, è l’orazione affettiva. La ragazzina tanto emozionata e tanto affettuosa. Qui non occorrono molti pensieri, basta lasciar parlare il cuore. «Mio Dio, ti amo». Se uno fa anche solo cinque minuti di orazione affettiva, fa meglio che la meditazione. Quarto, la sposa, è l’orazione della semplicità o di semplice sguardo, come si dice. Mi metto davanti al Signore, e non dico niente. In qualche maniera lo guardo. Sembra che valga poco, questa preghiera, invece può essere superiore alle altre. Fate qualche considerazione su ciascuna di queste forme di preghiera. Anche la prima. Si dice: è un bambino, comincia appena. Ma santa Teresa scrive: si può diventar santi con la prima orazione. Certa povera gente non ha imparato a meditare, ma dice bene le preghiere, con cuore, le preghiere vocali. Santa Bernadette è diventata santa solo per questo. Diceva bene il rosario, ubbidiva alla sua mamma. È diventata santa.
Ed ora lasciate che vi raccomandi la devozione alla Madonna, giacché devo fare un cenno al rosario, che in parte è una preghiera vocale. Il rosario è anche la Bibbia dei poveri. Mai tralasciare il rosario, e recitarlo bene. Io sono molto preoccupato dei miei fedeli: ce ne sono ancora di quelli che fanno la preghiera in casa, ma non dicono più il rosario. Quando i figli in famiglia vedono il papà che prega, che prega insieme a tutti, questo ha un effetto sull’educazione, che le nostre prediche non avranno mai, siatene certi. Quindi nella visita pastorale faccio anche questa domanda: «Recitano la preghiera in casa?». Purtroppo pregano poco. Peccato! Allora lo dico in chiesa: «Fate il piacere! Dovete guardare la televisione, capisco. Ma se non potete dire il rosario, tutte le cinque poste, ditene almeno una, dieci Ave Maria, un mistero solo. Vi raccomando tanto, almeno questo. E anche voi insistete sulla devozione alla Madonna. Un giorno mi hanno anche chiesto, sono curiose queste pie anime: «Lei quale Madonna preferisce? Quella del Carmine? Perché, vede, io sono devota della Madonna del Carmine». È gente piuttosto alla buona e io ho risposto: «Se lei mi permette un consiglio, io le suggerirei la Madonna dei piatti, delle scodelle e delle minestre». Guardate che la Madonna si è fatta santa senza visioni, senza estasi, si è fatta santa con queste piccole cose di lavoro quotidiano. Volevo dire: molta devozione alla Madonna. Sì al rosario, la fiducia in lei, ma anche l’imitazione delle sue virtù. Quindi non stancatevi di raccomandare la devozione a Maria

ALBINO LUCIANI INEDITO (SECONDA PARTE)

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ALBINO LUCIANI INEDITO (SECONDA PARTE)

Intervista a Marco Roncalli, biografo di Giovanni Paolo I

ROMA, martedì, 21 agosto 2012 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista a Marco Roncalli, autore della prima, completa, biografia critica di Giovanni Paolo I, del quale ricorrono il 34° anniversario della sua elezione a Pontefice (26 agosto), quello della morte (28 settembre) e il centenario della nascita (17 ottobre). La prima parte è stata pubblicata ieri, lunedì 20 agosto.
di Renzo Allegri*
E dopo il Seminario?
Marco Roncalli: Venne ordinato sacerdote a 23 anni. Per due anni lavorò in parrocchia come aiutante del parroco, svolgendo “quell’apostolato spicciolo tra la gente che mi piaceva tanto”. E poi tornò di nuovo in Seminario, come insegnante e come vicedirettore. Altri dieci anni di Seminario, dal 1937 al 1947. Sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Anni difficili, drammatici, soprattutto per l’Italia, Egli li visse intensamente, impegnandosi in attività anche fuori del Seminario. Riuscì, in quegli anni, anche a conseguire una laurea, summa cum laude, in teologia, alla Gregoriana di Roma. Ma studiava soprattutto gli eventi che stavano accadendo nel mondo, la vita degli uomini che erano fuori dal Seminario, per i quali egli stava preparando le guide spirituali del futuro.
Poi, nel 1947, arrivò la stagione dell’agire. In un momento difficile per la sua salute, perché, proprio in quel periodo aveva problemi gravi e fu ricoverato in sanatorio. Ma la stima dei suoi superiori era grande e fu egualmente nominato provicario della diocesi, poi vicario generale e, nel 1958, vescovo di Vittorio Veneto. Prese, come motto del suo stemma vescovile, la parola Humilitas, spiegando: “Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto la dignità episcopale dell’illustre diocesi di Vittorio Veneto”. Non ebbe mai grande considerazione di se stesso. Scrisse: “Alcuni vescovi assomigliano ad aquile, che planano con documenti magistrali ad alto livello; io appartengo alla categoria dei poveri scriccioli che, nell’ultimo ramo dell’albero ecclesiale, squittiscono”.
Nel 1962 iniziò il Concilio Vaticano II. Luciani era già vescovo, come lo visse?
Marco Roncalli: Con grandissimo entusiasmo, ma nel nascondimento. Non si conoscono suoi interventi diretti, ma fu sempre presente a tutte le sezioni. Guardava a quell’evento con stupore. Ne parlava esprimendosi con un linguaggio sportivo, paragonandolo a una “partita straordinaria” dove giocano “oltre 2000 vescovi” e “arbitro è il Papa”. Ma quell’evento ebbe un significato enorme per lui. Scrisse: “Il Concilio mi ha obbligato a farmi ancora studente e a convertirmi anche mentalmente”. Dopo il Concilio, la sua azione pastorale ebbe un’impennata di iniziative nuove, forti, che molti giudicarono, a volte, addirittura rivoluzionarie.
In che senso?
Marco Roncalli: Erano anni di cambiamenti, di progresso anche economico e nella vita dei cristiani si affacciavano molti problemi nuovi. Luciani si dimostra un vero pastore, che rifiuta di farsi incasellare nei soliti stereotipi di “conservatore” o di “progressista”. Fermo, quanto a dottrina e principi, ma pieno di comprensione per la fragilità umana, vicino ai problemi reali delle famiglie.
Uno dei problemi più scottanti in quegli anni, e lo è ancora oggi, riguarda il controllo delle nascite. La contraccezione era ed è proibita dalla Chiesa. Ma sono molte le coppie credenti che, avendo già dei figli e, per ragioni varie e anche gravi, non possono averne altri, ricorrono alla contraccezione vivendo in stato di peccato. Luciani soffriva per questa situazione. In varie discussioni espresse parole che dimostravano una sua prudente ma precisa apertura. Ipotizzava e auspicava un’evoluzione della dottrina cattolica su questo problema. Poi, però, arrivò l’enciclica di Paolo VI Humanae vitae che ribadiva la condanna della contraccezione e si adeguò. Era un innovatore, ma sempre pronto a obbedire alla Chiesa.
Era aperto anche al problema delle “coppie di fatto”. Scrisse: “Tutelata una volta la famiglia legittima e fatto ad essa un posto d’onore, non sarà possibile riconoscere, con tutte le cautele del caso, qualche ‘effetto civile’ alle ‘unioni di fatto’?”.
Già allora erano in crescita nel nostro Paese le presenze di emigrati appartenenti a varie religioni. E lui guardava con il cuore di un padre anche a quelle persone. Scrisse: “Qualche vescovo si è spaventato: ma allora, domani vengono i buddisti e fanno la loro propaganda?… Oppure: ci sono quattromila musulmani a Roma: hanno diritto di costruirsi una moschea? Non c’è niente da dire: bisogna lasciarli fare”.
Comprensivo, disponibile, aperto, ma anche inamovibile quanto a rigore dottrinale e disciplina. Ha ribadito sempre l’inconciliabilità tra cristianesimo e marxismo. Ha condannato gli abusi di quanti rischiavano di far diventare il Concilio “un’arma per disobbedire, un pretesto per legittimare tutte le ‘stramberie’ che passano per la testa”. Fu sempre duro con i movimenti cattolici del dissenso. A Venezia, da cardinale, quando gli studenti universitari della FUCI si schierarono per il no alla abrogazione della legge sul divorzio, sciolse l’associazione. Proibì tassativamente ai gruppuscoli uniti da nostalgie preconciliari di celebrare la Messa in latino. Affermava: “Non esigiamo – situati a destra – che la Chiesa conservi oggi, in un mondo profondamente cambiato, tali e quali gli atteggiamenti e i riti, che andavano bene nel medioevo… Viceversa cerchiamo di non essere – situati a sinistra – troppo audaci e di non compromettere l’unità della fede e della Chiesa”.
Se Luciani avesse avuto un pontificato lungo, quali cambiamenti, secondo te, avrebbe realizzato all’interno della Chiesa?
Marco Roncalli: Durante i 33 giorni del suo pontificato ha continuato a comportarsi nella semplicità più assoluta, come aveva sempre fatto. Quando, subito dopo l’elezione, i cardinali gli chiesero che nome avrebbe voluto da Papa, scelse quello dei due Pontefici che lo avevano preceduto, per indicare che voleva mettersi nella scia della continuità. Alla domanda rituale rispose. “Mi chiamerò Giampaolo I”. Ma i cardinali gli fecero notare che quel nome, “Giampaolo”, era di tipo troppo “familiare” per un Papa, e così si adattò a cambiarlo in quello solenne di “Giovanni Paolo I”. Le sue prime parole ai cardinali furono: “Cosa avete fatto? Dio vi perdoni!”. Nei vari discorsi dei suoi 33 giorni di pontificato, continuò a richiamarsi alla essenzialità del messaggio evangelico, con sottolineature alla povertà e al retto uso della proprietà. Aveva per davvero metabolizzato la Popolorum progressio di Paolo VI e avrebbe certamente sistemato un po’ la questione delle ricchezze vaticane, promuovendo una Chiesa più solidale con i poveri e una maggior comunione e condivisione ai vertici.
Fu il primo papa a chiedere di poter parlare alla folla al primo affacciarsi dalla loggia di San Pietro, impedito dall’allora maestro delle cerimonie Virgilio Noè; che rifiutò l’incoronazione, la tiara, come Paolo VI, e la sedia gestatoria, sulla quale qualche volta lo obbligarono nelle udienze generali.. Per parlare con spontaneità, accantonava i testi ufficiali, allarmando ambienti della curia romana e della diplomazia. Per dare lezioni di umanità, nelle udienze chiamava i bambini a dialogare con lui come ai tempi di Vittorio Veneto e di Venezia. Quei 33 giorni bastarono per creare un imprevedibile cambiamento di clima nella Chiesa, e, bandendo ogni forma di retorica, indicare con parole e gesti, la bellezza del cristianesimo. Se avesse avuto un pontificato lungo, avrebbe certamente lasciato un segno forte e inconfondibile.
Qual è la tua opinione sul giallo della morte di Papa Luciani?
Marco Roncalli: Dai documenti che ho esaminato, sono certo che la morte sia avvenuta per cause naturali. Certo al cento per cento. Ci sono state però tante ipocrisie: la prima a trovare morto il Papa nella sua camera da letto, fu la suora che gli portava il caffè, cioè una donna, cosa che parve disdicevole, per cui si cominciarono a raccontare frottole, ad aggiustare la verità, a emettere pasticciati comunicati stampa, e nacque una confusione che, insieme ad altri dettagli e inopportune dichiarazioni, alimentò l’ipotesi del complotto e dell’avvelenamento.
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*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali “Noi” e “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese.
Ha pubblicato finora 53 libri, tutti di grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco, cinese e russo. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondatori).

Publié dans:Papa Giovanni Paolo I |on 21 août, 2012 |Pas de commentaires »

ALBINO LUCIANI INEDITO (PRIMA PARTE)

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ALBINO LUCIANI INEDITO (PRIMA PARTE)

Intervista a Marco Roncalli, biografo di Giovanni Paolo I

ROMA, lunedì, 20 agosto 2012 (ZENIT.org).- Intervista a Marco Roncalli, autore della prima, completa, biografia critica di Giovanni Paolo I, del quale ricorrono il 34° anniversario della sua elezione a Pontefice (26 agosto), quello della morte (28 settembre) e il centenario della nascita (17 ottobre). La seconda parte verrà pubblicata domani, martedì 21 agosto.
di Renzo Allegri*
Agosto, settembre e ottobre, sono tre mesi con importanti anniversari legati alla vita di Albino Luciani, cioè Papa Giovanni Paolo I: il 26 agosto, si ricorda il trentaquattresimo della sua elezione al soglio pontificio; il 28 settembre, la sua improvvisa morte; il 17 ottobre, i cent’anni della sua nascita.
Per queste ricorrenze, e soprattutto per il centenario della nascita, sono in corso innumerevoli iniziative cattoliche, in Italia e all’estero. Albino Luciani apparteneva a una famiglia poverissima di Canale d’Agordo, in provincia di Belluno, ai piedi delle Dolomiti. Fin da bambino, e anche da sacerdote e da vescovo, fu sempre una persona timida e riservata. Nessuno avrebbe potuto immaginare che a 66 anni sarebbe diventato Papa.
Un Papa che ebbe uno sconcertante destino: quello di restare sulla cattedra di San Pietro per soli 33 giorni, e morire all’improvviso, in circostanze misteriose, che hanno dato origine a voci, dicerie e supposizioni di un omicidio perpetrato nella notte da qualche eminente personalità del Vaticano. Un giallo, sul quale sono stati scritti libri e girati anche dei film, ma che, pur essendo una vicenda drammatica e fosca, mai completamente chiarita, non ha fatto dimenticare alla gente il sorriso gioioso di quel papa, passato alla storia come “Il Papa del sorriso” e come una persona di luminosa santità.
“Quella di Giovanni Paolo I resta una figura fasciata di mistero: quando stai per raggiungerla, ti sfugge”, scrisse Jean Guitton, il celeberrimo filosofo cattolico francese. Ma con questo giudizio non è d’accordo Marco Roncalli, storiografo e saggista, autore di una poderosa biografia di Albino Luciani, la prima, completa biografia critica del ‘Papa dei 33 giorni’.
“Il giallo della scomparsa di Papa Luciani”, afferma Roncalli, “ha polarizzato, in modo morboso e per lungo tempo, l’attenzione degli studiosi e dei mezzi di comunicazione impedendo una ricerca serena, ampia e oggettiva. Ma quel giallo ormai ha perso il suo sinistro richiamo. Ora, finalmente, l’attenzione può concentrarsi sulla vita ‘vera e concreta’, di Albino Luciani, e viene a galla la personalità di un grande e autentico cristiano, la cui fede è stata l’anima che ha giustificato sempre tutte le sue azioni”.
Bergamasco, 53 anni, pronipote di Papa Giovanni XXIII (al quale, nel 2006, ha dedicato un volume di 800 pagine), Marco Roncalli è uno dei maggiori esperti di storia della Chiesa contemporanea. Dotato di una profonda e vasta cultura, si è affermato come un ricercatore di straordinario valore, e soprattutto un illuminato e saggio interprete dei documenti che raccoglie. Alla biografia di Giovanni Paolo I ha dedicato 5 anni di viaggi, di interminabili giornate trascorse in biblioteche, in emeroteche, a colloquio con persone che hanno conosciuto bene Luciani, che hanno lavorato con lui. Ma le cose più importanti e inedite le ha scovate negli archivi, compresi quelli inaccessibili e segreti, che, grazie alla sua fama di studioso, per lui si sono aperti. Ha così portato a casa una montagna di materiale preziosissimo, dal quale ha ricavato un volume di 750 pagine, pubblicato dalle Edizioni San Paolo, che è pieno di notizie, vicende, informazioni sorprendenti e inedite, che dimostrano come quello che bonariamente viene chiamato il ‘Papa del sorriso’, era un uomo dalla personalità decisa, granitica, fedele servo della Chiesa, duro e irremovibile difensore dei principi, ma tenero e affettuoso con le persone, soprattutto con i meno fortunati. Un ecclesiastico totalmente evangelico, del quale è giustamente in corso il processo di beatificazione.
A Marco Roncalli abbiamo chiesto di parlarci di Papa Luciani e soprattutto di raccontarci le cose nuove e inedite che ha trovato in questi cinque anni di ricerche.
“Quando ho iniziato a lavorare a questo progetto”, dice Marco Roncalli, “mi sono trovato di fronte a un fatto singolare: un papa che aveva regnato soltanto 33 giorni, un tempo brevissimo per aver potuto fare cose importanti, ma che aveva egualmente lasciato nei credenti un fascino straordinario. La sua attività di Pontefice non giustificava quel fascino, bisognava perciò cercarne la causa altrove. Cioè nella vita di Albino Luciani precedente alla elezione a pontefice.
“Un compito difficile, perché l’ampia letteratura fiorita su di lui dopo la morte, riguardava soprattutto il giallo della scomparsa, In realtà, la vita vera di Albino Luciani era tutta da scoprire e da studiare. E, tenendo conto che lui fu sempre un tipo timido, riservato, geloso della propria privacy, ho dovuto affrontare un lavoro di ricerca massacrante. Ma ho avuto la fortuna e la gioia di scoprire un uomo di uno spessore spirituale incredibile”.
Chi erano i genitori di Albino Luciani?
Marco Roncalli: Albino era il primogenito di Giovanni Luciani e Bortola Tancon, una coppia molto povera e molto provata dalla vita. Giovanni, 40 anni, vedovo, aveva avuto, dal primo matrimonio, cinque figli: tre maschi, morti piccoli, e due femmine sordomute, affidate a parenti. A 11 anni aveva iniziato a emigrare per lavoro ed era stato in vari paesi dell’Europa e anche in America. Le difficoltà e le sofferenze avevano indurito il suo cuore: militava nel partito socialista e aveva dimenticato la fede dei suoi padri.
Bortola, 31 anni, aveva trascorso anche lei parte della sua esistenza lontana da casa per lavorare. Conobbe Giovanni a Venezia, dove faceva la cameriera, e si sposarono nel 1911. Bortola era molto credente, praticante, pia, e con la sua bontà riuscì anche a far tornare il marito alla pratica religiosa.
Perché al loro primogenito diedero il nome insolito di Albino?
Marco Roncalli: Giovanni aveva dato quel nome anche ai tre maschi avuti dal primo matrimonio e morti subito dopo la nascita perché Albino era il nome di un suo compagno di emigrazione, morto giovane in un incidente in cantiere. Quel nome gli ricordava i sacrifici terribili che aveva affrontato in giro per il mondo. Dopo Albino, la coppia ebbe altre tre figli, ma solo due sopravvissero.
Che cosa si sa di Albino Luciani bambino?
Marco Roncalli: Fin dall’infanzia dovette affrontare situazioni di vita difficili, che lasciarono nel suo animo segni profondi. Crebbe, praticamente, senza padre. Già nel 1913, quando Albino aveva un anno, suo padre era in Argentina. Rientrò per la guerra 1915-1918, e poi ripartì. Fu la madre a crescere e ad educare il figlio e a trasmettergli i valori cristiani. “La mamma è stata la mia prima maestra di catechismo”, ricordava Luciani.
Gli anni della guerra furono particolarmente duri, in quella zona del Veneto. Il fratello di Albino, Edoardo, ricordava: “C’erano solo erba e le radici delle piante da bollire… Ogni tanto un pezzo di pane fatto di crusca e di segatura degli alberi….”. Albino, gracile per costituzione, portò per tutta la vita le conseguenze di quegli anni di miseria. Lui stesso raccontava di essere stato in sanatorio, otto volte ricoverato in ospedale e di aver subito quattro interventi chirurgici.
Che tipo di scuola aveva seguito?
Marco Roncalli: Le elementari al suo paese natale, e poi era entrato in seminario. A scuola era bravo. Amava leggere e il parroco e altri sacerdoti lo aiutarono prestandogli dei libri. Aveva una grande facilità di scrittura. Si conserva una preghiera che scrisse in quarta elementare e che è importante perché rivela il suo stile chiaro e concreto, che lo caratterizzerà poi da adulto. “Signore, tu che sai tutto e che puoi tutto, aiutami a vivere. Io sono ancora un ragazzo, non ho studi, sono povero, ma desidero conoscerti. Adesso non so veramente chi sei e non so se ti voglio bene, mi piace il Pater noster, mi piace tanto l’Ave Maria, prego per i miei morti e per i miei cari. Aiutami a capire. Sono il tuo Albino. Amen”.
Quando decise di diventare sacerdote?
Marco Roncalli: La vocazione sbocciò spontanea, quando era ancora bambino. Sembra che desiderasse diventare frate francescano, o gesuita. Ma il parroco consigliò il Seminario, dove avrebbe potuto studiare e valutare, in età più matura, se proseguire per il sacerdozio. A 11 anni entrò nel seminario di Feltre. Da vescovo scriverà: “Quando ci si chiama fra noi uomini, la chiamata è chiarissima… Quando chiama Dio, la cosa è diversa; niente di scritto o di forte o di evidentissimo: un sussurro lieve, un sottovoce, un ‘pianissimo’ che sfiora l’anima”.
In pratica visse sempre lontano dal mondo reale.
Marco Roncalli: Ma sempre attento a ciò che accadeva nel mondo reale. Anche in seminario arrivavano, attraverso i professori, le idee politiche, religiose, culturali che si dibattevano in quegli anni. Albino Luciani era una spugna. Ascoltava, pensava, elaborava. E soprattutto leggeva. Non solo libri di carattere religioso, ma soprattutto libri di letteratura, che non sempre erano reperibili in Seminario e non erano neppure ben visti. Se aveva qualche soldo, li comperava, ordinandoli direttamente dall’editore, altrimenti se li faceva prestare. Durante gli anni soprattutto del liceo, lesse libri di Molière, Verne, Walter Scott, Mark Twain, Dikens, Dovstoievskij, Tolstoi, Puskin, Camus, Silone, Peguy, Bernaons, Claudel, Pascal, Erasmo, Montaigne, Chesterton, Goethe, Petrarca, Eliot, Trilussa, Goldoni, Papini, Freud, Darwin, Haine, Nietzsche, Max, Lenin eccetera. Durante i mesi estivi, si dedicò a mettere in ordine l’antica biblioteca parrocchiale del suo paese i cui libri stavano ammucchiati nella soffitta della canonica. Compilò le schede di oltre 1200 volumi, indicando di ognuno l’autore, il titolo, il luogo e la data di edizione, seguiti da una breve sintesi del contenuto e un sintetico giudizio, realizzando un volumetto manoscritto di 100 pagine che ancora si conserva.
Aveva quindi una straordinaria cultura anche profana…
Marco Roncalli: Certamente. E’ difficile ritenere che possa aver trovato tutti quei libri in Seminario. Ma nella sua sfrenata passione per la lettura, cercava ovunque, e quella passione sfrenata provocò una pericolosa crisi interiore che mise in serio pericolo la sua vocazione. Ad aiutarlo a superare quel difficile momento fu un frate cappuccino, san Leopoldo Mandic, che per un certo periodo confessava in quel seminario. I consigli di quel santo furono provvidenziali per il giovane Luciani e da allora egli portò, per tutta la vita, una foto di padre Leopoldo, nel portafoglio, accanto a quella della madre.
Il giovane Luciani non si interessava solo di letteratura, ma anche di cinema, di arte, di giornalismo. Amava scrivere e dirigeva anche un giornalino, dimostrando fin da allora quelle qualità di chiarezza, di sintesi, che contraddistinsero poi i suoi libri.
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*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla “Scuola superiore di Scienza Sociali” dell’Università Cattolica. E’ stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di “Gente” e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali “Noi” e “Chi”. Da dieci anni è collaboratore fisso di “Hongaku No Tomo” prestigiosa rivista musicale giapponese.
E’ direttore di un giornalino che si intitola « Medjugorje Torino » e viene diffuso in 410 mila copie a numero. Ha pubblicato 42 libri, tutti gi grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco e cinese. Tra tutti ha avuto un successo straordinario “Il Papa di Fatima” (Mondatori).

Publié dans:Papa Giovanni Paolo I |on 20 août, 2012 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO I: LA CARITÀ (1978) [per i mei 70 anni, da leggere insieme)

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_i/audiences/documents/hf_jp-i_aud_27091978_it.html

OGGI COMPIO 70 ANNI, HO CERCATO QUALCOSA DI SPECIALE, DI CARINO, DI SEMPLICE DA LEGGERE CON VOI, DA PAPA GIOVANNI PAOLO I
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GIOVANNI PAOLO I

UDIENZA GENERALE

Mercoledì 27 settembre 1978

La carità

« Mio Dio, amo con tutto il cuore sopra ogni cosa Voi, bene infinito e nostra eterna felicità, e per amor Vostro amo il prossimo mio come me stesso e perdono le offese ricevute. O Signore, ch’io Vi ami sempre più ». È una preghiera notissima intarsiata di frasi bibliche. Me l’ha insegnata la mamma. La recito più volte al giorno anche adesso e cerco di spiegarvela, parola per parola, come farebbe un catechista di parrocchia. Siamo alla « terza lampada di santificazione » di Papa Giovanni: la carità. Amo. A scuola di filosofia il professore mi diceva: Tu conosci il campanile di San Marco? Sì? Ciò significa ch’esso è entrato in qualche modo nella tua mente: fisicamente è rimasto dov’era, ma nel tuo intimo esso ha impresso quasi un suo ritratto intellettuale. Tu, invece, ami il campanile di S. Marco? Ciò significa che quel ritratto, da dentro, ti spinge e ti inclina, quasi ti porta, ti fa andare con l’animo verso il campanile ch’è fuori. Insomma: amare significa viaggiare, correre con il cuore verso l’oggetto amato. Dice l’imitazione di Cristo: chi ama « currit, volat, laetatur », corre, vola e gode (1). Amare Dio è dunque un viaggiare col cuore verso Dio. Viaggio bellissimo. Ragazzo, mi estasiavo nei viaggi descritti da Giulio Verne (« Ventimila leghe sotto i mari », « Dalla terra alla luna », « Il giro del mondo in ottanta giorni », ecc.). Ma i viaggi dell’amore a Dio sono molto più interessanti. Li si legge nella vita dei Santi. S. Vincenzo de’ Paoli, di cui celebriamo oggi la festa, per esempio, è un gigante della carità: ha amato Dio come non si ama un padre e una madre, è stato lui stesso un padre per prigionieri, malati, orfani e poveri. S. Pietro Claver, consacrandosi tutto a Dio, firmava: Pietro, schiavo dei negri per sempre. Il viaggio porta anche dei sacrifici, ma questi non devono fermarci. Gesù è in croce: tu lo vuoi baciare? non puoi fare a meno di piegarti sulla croce e lasciarti pungere da qualche spina della corona, che è sul capo del Signore (2). Non puoi far la figura del buon S. Pietro, che è stato bravo a gridare « Viva Gesù » sul monte Tabor, dove c’era la gioia, ma non s’è neppure lasciato vedere accanto a Gesù sul monte Calvario, dove c’era il rischio e il dolore (3). L’amore a Dio è anche viaggio misterioso: io non parto cioè, se Dio non prende prima l’iniziativa. « Nessuno – ha detto Gesù – può venire a me, se non lo attira il Padre » (4). Si chiedeva S. Agostino: ma, allora, la libertà umana? Dio, però, che ha voluto e costruito questa libertà, sa Lui come rispettarla, pur portando i cuori al punto da Lui inteso: « parum est voluntate, etiam voluptate traheris »; Dio non soltanto ti attira in modo che tu stesso voglia, ma perfino in modo che tu gusti di essere attirato (5). Con tutto il cuore. Sottolineo, qui, l’aggettivo « tutto ». Il totalitarismo, in politica è brutta cosa. In religione, invece, un nostro totalitarismo nel confronto di Dio va benissimo. Sta scritto: « Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte » (6). Quel « tutto » ripetuto e piegato alla pratica con tanta insistenza è davvero la bandiera del massimalismo cristiano. Ed è giusto: è troppo grande Dio, troppo Egli merita da noi, perché gli si possano gettare, come ad un povero Lazzaro, appena poche briciole del nostro tempo e del nostro cuore. Egli è bene infinito e sarà nostra felicità eterna: i denari, i piaceri, le fortune di questo mondo, al suo confronto, sono appena frammenti di bene e momenti fugaci di felicità. Non sarebbe saggio dare tanto di noi a queste cose e poco di noi a Gesù. Sopra ogni cosa. Adesso si viene ad un confronto diretto tra Dio e l’uomo, tra Dio e il mondo. Non sarebbe giusto dire: « O Dio o l’uomo ». Si devono amare « e Dio e l’uomo »; quest’ultimo, però, mai più di Dio o contro Dio o alla pari di Dio. In altre parole: l’amore di Dio è bensì prevalente, ma non esclusivo. La Bibbia dichiara Giacobbe santo (7) e amato da Dio (8), lo mostra impegnato in sette anni di lavoro per conquistarsi Rachele come moglie; « e gli parvero pochi giorni, quegli anni, tanto era il suo amore per lei » (9). Francesco di Sales fa sopra queste parole un commentino: « Giacobbe – scrive – ama Rachele con tutte le sue forze, e con tutte le sue forze ama Dio; ma non per questo ama Rachele come Dio né Dio come Rachele. Ama Dio come suo Dio sopra tutte le cose e più di se stesso; ama Rachele come sua moglie sopra tutte le altre donne e come se stesso. Ama Dio con amore assolutamente e sovranamente sommo, e Rachele con sommo amore maritale; l’un amore non è contrario all’altro perché quello di Rachele non viola i supremi vantaggi dell’amore di Dio » (10). E per amor vostro amo il prossimo mio. Siamo qui di fronte a due amori che sono « fratelli gemelli »e inseparabili. Alcune persone è facile amarle; altre, è difficile; non ci sono simpatiche, ci hanno offeso e fatto del male; soltanto se amo Dio sul serio, arrivo ad amarle, in quanto figlie di Dio e perché questi me lo domanda. Gesù ha anche fissato come amare il prossimo: non solo cioè con il sentimento, ma coi fatti. Questo è il modo, disse. Vi chiederò: Avevo fame nella persona dei miei fratelli più piccoli, mi avete dato da mangiare? Mi avete visitato, quand’ero infermo? (11)
Il catechismo traduce queste ed altre parole della Bibbia nel doppio elenco delle sette opere di misericordia corporali e sette spirituali. L’elenco non è completo e bisognerebbe aggiornarlo. Fra gli affamati, per esempio, oggi, non si tratta più soltanto di questo o quell’individuo; ci sono popoli interi.
Tutti ricordiamo le grandi parole del papa Paolo VI: « I popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale davanti a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello » (12). A questo punto alla carità si aggiunge la giustizia, perché – dice ancora Paolo VI – « la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario » (13). Di conseguenza « ogni estenuante corsa agli armamenti diviene uno scandalo intollerabile » (14).
Alla luce di queste forti espressioni si vede quanto – individui e popoli – siamo ancora distanti dall’amare gli altri « come noi stessi », che è comando di Gesù.
Altro comando: perdono le offese ricevute. A questo perdono pare quasi che il Signore dia precedenza sul culto: « Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono »(15).
Ultime parole della preghiera sono: Signore, ch’io vi ami sempre più. Anche qui c’è obbedienza a un comando di Dio, che ha messo nel nostro cuore la sete del progresso. Dalle palafitte, dalle caverne e dalle prime capanne siamo passati alle case, ai palazzi, ai grattacieli; dai viaggi a piedi, a schiena di mulo o di cammello, alle carrozze, ai treni, agli aerei. E si desidera progredire ancora con mezzi sempre più rapidi, raggiungendo mete sempre più lontane. Ma amare Dio – l’abbiamo visto – è pure un viaggio: Dio lo vuole sempre più intenso e perfetto. Ha detto a tutti i suoi: « Voi siete la luce del mondo, il sale della terra »(16); « siate perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste » (17). Ciò significa: amare Dio non poco, ma tanto; non fermarsi al punto in cui si è arrivati, ma col Suo aiuto, progredire nell’amore.
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(1) L’imitazione di Cristo, 1.III, c. V, n. 4.
(2) Cfr. S. FRANCESCO DI SALES, OEuvres, éd. Annecy, t. XXI, p. 153.
(3) Cfr. Ibid., t. XV, p. 140.
(4) Io. 6, 44.
(5) S. AUGUSTINI In Io. Evang. tract., 26, 4.
(6) Deut. 6, 5-9.
(7) Dan. 3, 35.
(8) Mal. 1, 2; Rom. 9, 13.
(9) Gen. 29, 20.
(10) S. FRANCESCO DE SALES, OEuvres, éd. Annecy, t. V, p. 175.
(11) Cfr. Matth. 25, 34 ss.
(12) Populorum Progressio, 3.
(13) Ibid. 22.
(14) Ibid. 53.
(15) Matth. 5, 23-24.
(16) Matth. 5, 8.
(17) Ibid. 5, 48.

Publié dans:Papa Giovanni Paolo I |on 5 mai, 2012 |Pas de commentaires »

«Lo stupore di Dio» (Papa Luciani)

dal sito:

http://www.30giorni.it/it/articolo.asp?id=15139

«Lo stupore di Dio»

PAPA LUCIANI

Disse Luciani: «Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto». Un professore universitario, suo amico, ricorda quei trentatré giorni di pontificato

di Vittore Branca
filologo, critico letterario

      Quella mattina del 29 settembre del 1978, quando alle 8, alla radio, sentii del misterioso transito di papa Luciani, mi si ripresentò subito la sua immagine, ridente e familiare, ventidue giorni prima alla stessa ora. Mi aveva accolto nel suo studio, con mia moglie, in quel limpido inizio di mattina settembrina, dopo che avevamo attraversato logge e sale vaticane ancora deserte. E, mentre discorreva domesticamente con noi, guardava insistente l’angolo del tavolo dov’era un pulsante bianco con le insegne pontificie. «Vorrei suonare per farvi portare un caffè ma temo disturbare». Una delicatezza umanissima che forse quella notte lo fece morire tutto solo.
      Un’umiltà e un abbandono tutti rosminiani (in lui che aveva iniziato i suoi studi con Rosmini) caratterizzarono la sua vita, illuminarono episodi esemplari della sua vicenda terrena. Ce n’è tutta una serie, quasi aneddotica, che offrirebbe a un poeta o a un agiografo, alla Jacopone da Todi o alla Tommaso da Celano, occasione facile per scrivere di lui una “legenda dorata” di conformità a Gesù, di Speculum Christi, e per raccogliere lungo la sua vita una serie di “fioretti” gentili ed edificanti. Trentatré giorni come vicario di Cristo per i trentatré anni sulla terra del suo Signore; quattro discorsi ufficiali nelle udienze generali come quattro sono i Vangeli; un linguaggio tutto fatto delle realtà più quotidiane, tutto aforismi e parabole, tutto semplicità e immediatezza come quello evangelico; un sorriso d’umiltà che illuminava tutto e tutti e un interesse spiegato e continuo, come quello del Buon Pastore, per i semplici, i poveri, i sofferenti di ogni specie.
      Tutta la vita di Albino Luciani fu impegnata a ricercare la sostanza del Vangelo, come unica ed eterna verità, al di là di ogni contingenza storica o peggio di moda. E come il Vangelo, senza rinnegare nulla dell’Antico Testamento, impose il Nuovo e il suo stile di realtà e non di forme, così Albino Luciani con la sua disarmata e disarmante semplicità demitizzava ogni forma anche religiosa o ecclesiastica per riportare tutto alla sostanza. A chi a Venezia lo richiamava alla tradizione di gloria e di potentato racchiusa nel titolo di patriarca, ultimo vestigio dello splendore della Serenissima, rispondeva: «Ma io sono solo un vescovo tra i vescovi, un pastore fra i pastori che deve avere come unico impegno l’annuncio della Buona Novella e la salvezza delle sue pecorelle. In San Marco non posso dire che le cose che dicevo a Canale, a Belluno, a Vittorio Veneto».
      Ed era proprio per questo – e per la radicata e tranquilla convinzione di essere come san Francesco «servus inutilis et ineptus» – che poteva senza sdegno alcuno sfocare forme e titoli, mirando alla sostanza.
      Bastarono quell’ieri e quell’io iniziali del suo primo discorso papale per spazzare via le solennità del plurale maiestatico; bastò quel suo gesto familiare di ravviarsi il ciuffetto per relegare in museo la tiara che già Paolo VI aveva posto in oblio; bastò la sua decisione, da pastore, di presentarsi al mondo nella nuova veste di vescovo di Roma celebrando una messa di fronte al suo popolo, per respingere nei ricordi storici le incoronazioni e i cortei trionfali. Ma bastarono anche il richiamo ai preti a essere soprattutto preti, sempre al servizio di tutti, e il ricordo del valore del sacrificio e dell’obbedienza, come suprema povertà e carità, a far capire che quel sorriso, quel francescano disprezzo di sé, quell’oblio di ogni solennità non significavano incuria o insipienza ma volontà di mirare a quello che solo contava secondo il Vangelo.
      Raccontava che quando, fatto vescovo da papa Roncalli, fu da lui in udienza, aprirono insieme – secondo una pia consuetudine – l’Imitazione di Cristo quasi a raccogliere una direttiva al nuovo pastore. Capitò il capitolo 23 del libro III: «Studiati, figliuolo, di fare la volontà altrui piuttosto che la tua. Cerca sempre l’ultimo posto e di sottostare a tutti. Desidera sempre e prega che si compia in te la volontà di Dio». Erano parole che consacravano una vocazione e un’ascesi interiore divenute in Albino Luciani regola di vita e di apostolato.
      Eppure, nonostante questa dedizione e questa immediatezza tutte evangeliche, il patriarca Luciani non fu popolare a Venezia. Non poteva essere popolare chi andava risolutamente contro corrente. Mentre era umanissimo e tollerante per debolezze ed errori episodici, il patriarca Luciani fu severo con coloro che, come ripeteva Danielou, «invece di servire in umiltà la Chiesa sono diventati dei divi, dei personaggi alla moda: criticano, contestano, demoliscono incoraggiati da una pubblicistica che riferisce ogni parola che dicono come se soltanto quella fosse verità». Fu a Venezia, negli anni della contestazione, alle volte come Geremia quando predicava contro l’idolatria, chiuso in una fossa: in una fossa di isolamento e di rancore. Divenne per lui vero quello che un suo autore, Gregorio di Nissa, scriveva dei profeti: «Gli amici e maestri della verità diventano sempre dei nemici per quei discepoli che essi rimproverano».
      Era proprio in questa situazione, il patriarca Luciani, quando partì per il conclave. E difatti né i vaticanisti né i cosiddetti “consiglieri dello Spirito Santo”, pensavano a lui.
      Eppure forse nessun papa ebbe tanto rapidamente e tanto largamente i consensi dei cardinali e l’entusiasmo del popolo. «La pietra rigettata da quelli che presumevano di costruire è stata posta come chiave di volta dal Signore: ed è miracolo agli occhi nostri» (Salmo 117).
      Quel motto «Humilitas» che aveva voluto sul suo stemma, non era solo, come ha ben detto don Mario Senigaglia, suo segretario a Venezia per lunghi anni, un ricordo delle sue origini contadine ma «uno stile di vita e di servizio vissuto da prete, da vescovo, da patriarca e da papa con questa certezza, come egli scrisse: “Siamo i figli della speranza, lo stupore di Dio… Io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto”».
      Dirà a Bernardin Gantin, suo ultimo interlocutore la sera del 28 settembre: «Solo Gesù Cristo dobbiamo presentare al mondo. Fuori di questo non avremmo nessuna ragione di parlare: non saremmo, del resto, per la nostra incapacità, neppure ascoltati». Lo diceva poche ore prima della sua improvvisa scomparsa mentre tutti, anche i più fedeli, dormivano, come al Getsemani.

Publié dans:Papa Giovanni Paolo I |on 12 avril, 2011 |Pas de commentaires »

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