Archive pour janvier, 2014

Giotto, Presentazione del Signore al Tempio

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FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060202_presentation-lord_it.html        

SANTA MESSA PER I RELIGIOSI E LE RELIGIOSE NELLA FESTA DELLA PRESENTAZIONE DEL SIGNORE

GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Giovedì, 2 febbraio 2006

Cari fratelli e sorelle!

L’odierna festa della Presentazione al tempio di Gesù, a quaranta giorni dalla sua nascita, pone davanti ai nostri occhi un momento particolare della vita della santa Famiglia: secondo la legge mosaica, il piccolo Gesù viene portato da Maria e Giuseppe nel tempio di Gerusalemme per essere offerto al Signore (cfr Lc 2, 22). Simeone ed Anna, ispirati da Dio, riconoscono in quel Bambino il Messia tanto atteso e profetizzano su di Lui. Siamo in presenza di un mistero, semplice e solenne al tempo stesso, nel quale la santa Chiesa celebra Cristo, il Consacrato del Padre, primogenito della nuova umanità. La suggestiva processione dei ceri all’inizio della nostra celebrazione ci ha fatto rivivere il maestoso ingresso, cantato nel Salmo responsoriale, di Colui che è « il re della gloria », « il Signore potente in battaglia » (Sal 23, 7.8). Ma chi è il Dio potente che entra nel tempio? È un Bambino; è il Bambino Gesù, tra le braccia di sua madre, la Vergine Maria. La santa Famiglia compie quanto prescriveva la Legge: la purificazione della madre, l’offerta del primogenito a Dio e il suo riscatto mediante un sacrificio. Nella prima Lettura la Liturgia parla dell’oracolo del profeta Malachia: « Subito entrerà nel suo tempio il Signore » (Mal 3, 1). Queste parole comunicano tutta l’intensità del desiderio che ha animato l’attesa da parte del popolo ebreo nel corso dei secoli. Entra finalmente nella sua casa « l’angelo dell’alleanza » e si sottomette alla Legge: viene a Gerusalemme per entrare in atteggiamento di obbedienza nella casa di Dio. Il significato di questo gesto acquista una prospettiva più ampia nel brano della Lettera agli Ebrei, proclamato oggi come seconda Lettura. Qui ci viene presentato Cristo, il mediatore che unisce Dio e l’uomo abolendo le distanze, eliminando ogni divisione e abbattendo ogni muro di separazione. Cristo viene come nuovo « sommo sacerdote misericordioso e fedele nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo » (Eb 2, 17). Notiamo così che la mediazione con Dio non si attua più nella santità-separazione del sacerdozio antico, ma nella solidarietà liberante con gli uomini. Egli inizia, ancora Bambino, a camminare sulla via dell’obbedienza, che percorrerà fino in fondo. Lo pone ben in luce la Lettera agli Ebrei quando dice: « Nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche… a colui che poteva liberarlo da morte … Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono » (cfr Eb 5, 7-9). La prima persona che si associa a Cristo sulla via dell’obbedienza, della fede provata e del dolore condiviso è sua madre Maria. Il testo evangelico ce la mostra nell’atto di offrire il Figlio: un’offerta incondizionata che la coinvolge in prima persona: Maria è Madre di Colui che è « gloria del suo popolo Israele » e « luce per illuminare le genti », ma anche « segno di contraddizione » (cfr Lc 2, 32.34). E lei stessa, nella sua anima immacolata, dovrà essere trafitta dalla spada del dolore, mostrando così che il suo ruolo nella storia della salvezza non si esaurisce nel mistero dell’Incarnazione, ma si completa nell’amorosa e dolorosa partecipazione alla morte e alla risurrezione del Figlio suo. Portando il Figlio a Gerusalemme, la Vergine Madre lo offre a Dio come vero Agnello che toglie i peccati del mondo; lo porge a Simeone e ad Anna quale annuncio di redenzione; lo presenta a tutti come luce per un cammino sicuro sulla via della verità e dell’amore. Le parole che in quest’incontro affiorano sulle labbra del vecchio Simeone – « I miei occhi han visto la tua salvezza » (Lc 2, 30) – trovano eco nell’animo della profetessa Anna. Queste persone giuste e pie, avvolte dalla luce di Cristo, possono contemplare nel Bambino Gesù « il conforto d’Israele » (Lc 2, 25). La loro attesa si trasforma così in luce che rischiara la storia. Simeone è portatore di un’antica speranza e lo Spirito del Signore parla al suo cuore: per questo può contemplare colui che molti profeti e re avevano desiderato vedere, Cristo, luce che illumina le genti. In quel Bambino riconosce il Salvatore, ma intuisce nello Spirito che intorno a Lui si giocheranno i destini dell’umanità, e che dovrà soffrire molto da parte di quanti lo rifiuteranno; ne proclama l’identità e la missione di Messia con le parole che formano uno degli inni della Chiesa nascente, dal quale si sprigiona tutta l’esultanza comunitaria ed escatologica dell’attesa salvifica realizzata. L’entusiasmo è così grande che vivere e morire sono la stessa cosa, e la « luce » e la « gloria » diventano una rivelazione universale. Anna è « profetessa », donna saggia e pia che interpreta il senso profondo degli eventi storici e del messaggio di Dio in essi celato. Per questo può « lodare Dio » e parlare « del Bambino a tutti coloro che aspettavano la redenzione di Gerusalemme » (Lc 2, 38). La lunga vedovanza dedita al culto nel tempio, la fedeltà ai digiuni settimanali, la partecipazione all’attesa di quanti anelavano il riscatto d’Israele si concludono nell’incontro con il Bambino Gesù. Cari fratelli e sorelle, in questa festa della Presentazione del Signore la Chiesa celebra la Giornata della Vita Consacrata. Si tratta di un’opportuna occasione per lodare il Signore e ringraziarlo del dono inestimabile che la vita consacrata nelle sue differenti forme rappresenta; è al tempo stesso uno stimolo a promuovere in tutto il popolo di Dio la conoscenza e la stima per chi è totalmente consacrato a Dio. Come, infatti, la vita di Gesù, nella sua obbedienza e dedizione al Padre, è parabola vivente del « Dio con noi », così la concreta dedizione delle persone consacrate a Dio e ai fratelli diventa segno eloquente della presenza del Regno di Dio per il mondo di oggi. Il vostro modo di vivere e di operare è in grado di manifestare senza attenuazioni la piena appartenenza all’unico Signore; la vostra completa consegna nelle mani di Cristo e della Chiesa è un annuncio forte e chiaro della presenza di Dio in un linguaggio comprensibile ai nostri contemporanei. È questo il primo servizio che la vita consacrata rende alla Chiesa e al mondo. All’interno del Popolo di Dio essi sono come sentinelle che scorgono e annunciano la vita nuova già presente nella nostra storia. Mi rivolgo ora in modo speciale a voi, cari fratelli e sorelle che avete abbracciato la vocazione di speciale consacrazione, per salutarvi con affetto e ringraziarvi di cuore per la vostra presenza. Un saluto speciale rivolgo a Mons. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, e ai suoi collaboratori, che concelebrano con me in questa Santa Messa. Il Signore rinnovi ogni giorno in voi e in tutte le persone consacrate la risposta gioiosa al suo amore gratuito e fedele. Cari fratelli e sorelle, come ceri accesi, irradiate sempre e in ogni luogo l’amore di Cristo, luce del mondo. Maria Santissima, la Donna consacrata, vi aiuti a vivere appieno questa vostra speciale vocazione e missione nella Chiesa per la salvezza del mondo.

Amen!

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO – STORIA

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PRESENTAZIONE DEL SIGNORE NEL TEMPIO – STORIA

Festa delle luci (cfr Lc 2,30-32), ebbe origine in Oriente con il nome di ‘Ipapante’, cioè ‘Incontro’. Nel sec. VI si estese all’Occidente con sviluppi originali: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con la solenne benedizione e processione delle candele popolarmente nota come la ‘candelora’. La presentazione del Signore chiude le celebrazioni natalizie e con l’offerta della Vergine Madre e la profezia di Simeone apre il cammino verso la Pasqua. (Mess. Rom.) La festività odierna, di cui abbiamo la prima testimonianza nel secolo IV a Gerusalemme, venne denominata fino alla recente riforma del calendario festa della Purificazione della SS. Vergine Maria, in ricordo del momento della storia della sacra Famiglia, narrato al capitolo 2 del Vangelo di Luca, in cui Maria, in ottemperanza alla legge, si recò al Tempio di Gerusalemme, quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della sua purificazione. La riforma liturgica del 1960 ha restituito alla celebrazione il titolo di « presentazione del Signore », che aveva in origine. L’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua offerta sacrificale sulla croce. Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce pure una lezione di umiltà, a coronamento dell’annuale meditazione sul grande mistero natalizio, in cui il Figlio di Dio e la sua divina Madre ci si presentano nella commovente ma mortificante cornice del presepio, vale a dire nell’estrema povertà dei baraccati, nella precaria esistenza degli sfollati e dei perseguitati, quindi degli esuli. L’incontro del Signore con Simeone e Anna nel Tempio accentua l’aspetto sacrificale della celebrazione e la comunione personale di Maria col sacrificio di Cristo, poiché quaranta giorni dopo la sua divina maternità la profezia di Simeone le fa intravedere le prospettive della sua sofferenza: « Una spada ti trafiggerà l’anima »: Maria, grazie alla sua intima unione con la persona di Cristo, viene associata al sacrificio del Figlio. Non stupisce quindi che alla festa odierna si sia dato un tempo tale risalto da indurre l’imperatore Giustiniano a decretare il 2 febbraio giorno festivo in tutto l’impero d’Oriente. Roma adottò la festività verso la metà del VII secolo; papa Sergio 1 (687-701) istituì la più antica delle processioni penitenziali romane, che partiva dalla chiesa di S. Adriano al Foro e si concludeva a S. Maria Maggiore. Il rito della benedizione delle candele, di cui si ha testimonianza già nel X secolo, si ispira alle parole di Simeone: « I miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti ». Da questo significativo rito è derivato il nome popolare di festa della « candelora ». La notizia data già da Beda il Venerabile, secondo la quale la processione sarebbe un contrapposto alla processione dei Lupercalia dei Romani, e una riparazione alle sfrenatezza che avvenivano in tale circostanza, non trova conferma nella storia.

DAGLI SCRITTI…

DAI « DISCORSI » DI SAN SOFRONIO, VESCOVO – ACCOGLIAMO LA LUCE VIVA ED ETERNA Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1, 9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1, 78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno. La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1, 9) é venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente. Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, é la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene.(Disc. 3, sull’«Hypapante» 6, 7; PG 87, 3, 3291-3293). 

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CATECHESI SU SAN PAOLO (dal testo: « questo uomo che è un vulcano »)

http://www.sacrafamiglia.diocesipa.it/testo%20catechesi%20paolina%20don%20massimiliano%20purpura.htm  

CATECHESI SU SAN PAOLO

DI DON MASSIMILIANO PURPURA

Quest’anno dedicato a San Paolo è un anno di particolare grazia, voluto dal nosstro amato Papa Benedetto XVI a cui dobbiamo tutto e per il quale dobbiamo continuamente pregare il Signore affinchè ce lo custodisca ancora a lungo, a servizio della sua chiesa e a servizio della verità,della luce, della chiarezza,della giustizia,dell’amore e della sintesi. Voluto da questo papa é un anno in cui siamo chiamati da questa chiesa  a riscoprire certamente la figura di questo uomo che è un vulcano, che non finiremo mai di conoscere e di approfondire; però è un’occasione, perché attraverso San Paolo, attraverso la sua persona, attraverso la sua missione, noi possiamo approfondire la nostra fede, riscoprirne la bellezza e soprattutto quella che è la missione specifica che ogni cristiano credente ha che  è quella, innanzi tutto, di annunciare la Parola di Dio. S. Paolo è stato apostolo delle genti, un annunziatore mite e coraggioso della Parola di Dio,qualcuno ritiene addirittura  che sia il 2° fondatore del cristianesimo. Il cuore di S. Paolo era un cuore totalmente aperto alla missionarietà, era un cuore che sapeva amare perché era un cuore completamente avvolto dal cuore di Cristo. Bisognerebbe riflettere sul valore fondamentale della parola annunciata, cioè la Parola di Dio, all’interno della quale rifletteremo sul rapporto che c’è tra la Parola e la Missione, tra la Parola e la Croce, tra la Parola e il Sacramento. Il cristianesimo non si impianta se non mediante la Parola. Ci può essere la testimonianza della vita vissuta, come si dice, nell’esercizio dell’amore, tuttavia, questo, ritengo che non basta se non c’è una Parola che annuncia, che dà senso della mia testimonianza , della mia vita; non c’è evangelizzazione vera e propria; il comandamento dell’amore o comunque l’esigenza dell’amore è molto diffuso anche a livello religionista, pensate al Buddismo o anche in qualche modo l’Induismo, hanno questo atteggiamento di grande simpatia con tutti gli esseri. Ciò che è proprio del Cristianesimo è un annuncio ed è dunque quest’annuncio un mezzo per impiantare il Vangelo che ne esclude altri, soprattutto l’esatto contrario che è la violenza, perché se c’è qualcosa di debole, di molto debole, questa è la Parola; non per nulla si parla di fractus vocis; la parola come io in questo momento sto emettendo del fiato dalla mia bocca e nient’altro, come ciascuno di noi quando comunica con altri. Ritengo che non c’è comunicazione senza parola, parola detta, formulata verbalmente; voi avete presente che c’è  una certa  raffigurazione di S. Paolo con la spada in mano, quell’iconografia è un po’ equivoca, un po’ ambigua perché potrebbe far pensare nei confronti di Paolo come di un uomo violento che annuncia l’Evangelo prendendo un’arma offensiva, quale potrebbe essere questa spada; bisogna stare attenti a non interpretare questa cosa , tra l’altro se si volesse fare la storia dell’iconografia Paolina si scoprirebbe che sostanzialmente nel primo millennio, quindi per mille anni Paolo non è mai stato rappresentato così, con la spada in mano; nei primi secoli Paolo era rappresentato con un libro in mano oppure con un rotolo, sapete che nell’antichità prevaleva il rotolo più che il libro; è stato il Cristianesimo in realtà a imporre la forma del libro, questa è la rappresentazione più antica, diremmo più tradizionale di Paolo; dunque che si serva di qualche cosa di debole quale la parola; noi non ci serviamo della spada, noi non imponiamo il Vangelo con la spada! Il vero annunciatore del Vangelo non ha altra arma, ha solo quella, la più debole, ma che ha in sè una forza particolare, se è vero che le parole sono pietre, hanno uno spessore così pesante e sono soprattutto pesanti quando contengono un messaggio forte diremmo anche nuovo, originale,incisivo, che ci segna per la vita e per tutta la vita il valore fondante della parola annunciata; per cui ritengo che non c’è comunità cristiana come pure non c’è Chiesa che non sia partita da un’annuncio. Paolo è proprio l’esempio classico, paradogmatico di questo tipo di impegno, di questo tipo di risultato; ecco perché ho scelto questi tre altri argomenti: il primo è Parola e Missione: Il testo della lettera ai Romani 10,14s “come potranno invocarlo senza avere prima creduto in Lui e come potranno credere senza averne sentito parlare, e come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzia, e come lo annunzieranno senza essere prima inviati? “ allora a monte della Parola annunciata c’è una missione,  il chè vuol dire che l’annuncio non parte da un capriccio o da una voglia personale, soggettiva ma parte da una consegna che viene fatta; questa consegna , nel caso di Paolo, è in prima battuta, una consegna non direttamente ecclesiale, cioè non è la Chiesa che investe Paolo dell’autorità per potere annunciare il Vangelo; voi avete presente i racconti della conversione di Paolo: né Luca negli Atti degli Apostoli, né Paolo parlano di conversione, non usano mai questo lessico, ne usano degli altri; in quei racconti si vede bene che Paolo è posto a diretto contatto con il Cristo che incontra sulla strada di Damasco; in effetti, nella lettera ai Galati si farà un impegno è un punto di onore per Paolo, proprio questo, che lui non ha ricevuto queste cose dagli uomini ma direttamente da Gesù Cristo, Gal 1,11-12 “ vi dichiaro dunque fratelli che il Vangelo da me annunciato non è modellato sull’uomo, infatti io non l’ho ricevuto ne imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo e allora ci può essere dunque una missione che parte direttamente dal Cristo e dal Cristo nel caso di Paolo, risorto e glorificato; Non per nulla allora nei primi secoli Cristiani Paolo ebbe a soffrire una avversione e anche un rifiuto da parte di frange del Cristianesimo delle origini cosidette Giudeocristiani che non riconoscevano in lui la qualità di Apostolo perché lui diceva di avere ricevuto la missione dall’Alto, non da Gesù terreno come gli altri Dodici; Paolo non è uno dei Dodici, non l’ha mandato il Gesù terreno, il Gesù storico, ma l’ha mandato il Risorto, il Glorificato, uno che è al di là della storia; Paolo difende questa sua caratteristica, il termine apostolo è un termine greco, noi semplicemente lo abbiamo traslitterato in caratteri latini e scriviamo apostolo ma corrisponde al greco apostolos; non è una traduzione bensì una traslitterazione, però il vocabolo greco vuol dire proprio quest: “inviato”, ma inviato da chi nel caso di Paolo, nel caso di Paolo abbiamo questa fonte ultima o fonte prima dell’invio oltre la quale non ce n’è un’altra: è il Cristo che manda Paolo; nei Vangeli noi leggiamo spesso “ Ti mando come agnello in mezzo ai lupi , “ Ti mando alle pecore della casa d’ Israele “ oppure la finale del Vangelo di Matteo “ Andate ammaestrate tutte le genti”; E’ un invio questo. È una missione, Paolo ha questa missione dal Risorto. Questo può fare difficoltà perché ha fatto difficoltà ad alcuni settori del cristianesimo nostro, delle origini, a quelli che amano stare terra terra, alla dimensione storica constatabile, percepibile; se non ti ha mandato il Gesù terreno il Gesù storico, che apostolo sei? Un apostolo che si aggancia al Gesù terreno, al Gesù storico e chi difende questa concezione è Luca negli atti degli apostoli, per Luca dire i dodici e dire gli apostoli è la stessa cosa. Per Paolo non è così, per Paolo  sono apostoli  tante persone che non fanno parte dei dodici. Lui è il primo esempio e difende in maniera forte questa sua identità. Nella lettera ai Romani 16,6 , egli computa fra gli apostoli , una coppia ,un uomo e una donna, Andronico e Giunia, è un apostolo questa donna; qui siamo di fronte a una concezione che è diversa da quella lucana  che poi è diventata tradizionale, per cui quando si dice per esempio che i Vescovi sono i successori degli apostolo.  Si parla di apostoli in senso lucano cioè i dodici e apostoli in senso paolino. Paolo non è successore dei dodici ed è un apostolo. I Vescovi sono degli apostoli come sono apostoli tutti i cristiani certo loro con quacosa in più rispetto a noi.In greco nel N.T. c’è poi la qualifica di “episcopos” che è riservato solo ad alcuni, non tutti i cristiani sono episcopoi. Nella chiesa poi c’è qualcuno che ha la funzione di episcopos, cioè il Vescovo; ma l’episcopos, il Vescovo, non esaurisce la funzione dell’apostolatol   ma apostoli siamo tutti non come lo è Paolo, lui lo è stato e lo resta , pur non essendo mai chiamato da Gesù terreno; pur essendo entrato in collusione con S. Pietro “ Galati 2,12-15. C’è questo scontro avvenuto ad Antiochia di Siria, una città che adesso si trova in Turchia, subito dopo i confini con la Siria attuale. Paolo rimprovera Pietro: ”ma quando Cefa venne ad Antiochia  mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto”.La missione in ultima analisi si rimonta a Gesù Cristo e tuttavia Paolo stesso ha voluto in qualche modo confermare, convalidare questa sua missione che viene dall’alto e confrontandosi con quelli di Gerusalemme, con quelli della chiesa madre, che lui non chiama apostoli perché non riservata solo a loro questa qualifica. Paolo dopo l’evento di Damasco va a Gerusalemme a consultare Cefa, per stabilire una comunione con lui, una coinomia, oltre la missione diretta che viene dall’alto, da Gesù Cristo, c’è poi una missione ecclesiale “ Galati 2,2-10 “, Paolo racconta dal suo punto di vista ciò che anche Luca racconta negli Atti 15  in riferimento al Concilio di Gerusalemme, siamo nel 49 cioè il 1° Concilio della storia, non l’ha inventato la Chiesa , i Papi, i successori degli apostoli, i Concili. Il 1° Concilio si è celebrato nel 49, nel Concilio di Gerusalemme avviene una ripartizione di competenze: Paolo e Barnaba vanno fra gli incirconcisi cioè fra i Gentili che sarebbero i pagani, mentre Pietro fra i circoncisi, fra i credenti. Paolo riceve la sua missione ecclesiale ed è sempre interessante rileggere Atti 13, quando Paolo deve partire per il 1° viaggio missionario è la chiesa di Antiochia che si raduna in preghiera e lo Spirito Santo indica; questo vuol dire che c’è una mediazione profetica, diremo noi che c’è qualcuno  che si assume il compito di esprimere quale è l’idea dello Spirito, ispirato egli stesso dallo Spirito Santo di mettere a parte Paolo e  Barnaba e la Chiesa ; la comunità di Antiochia impone le mani, e loro, Paolo e Barnaba partono per il viaggio missionario, quello che è computato come il 1° dei tre viaggi missionari di S. Paolo; ecco, la Chiesa li manda “Atti 8”.Quando in Samaria il diacono Filippo va ad annunciare il Vangelo ci sono vive le conversioni e la chiesa di Gerusalemme manda lì Pietro e Giovanni in Samaria per confermare questo risultato di evangelizzazione e stabilire una comunione fra i neocristiani e la chiesa  madre di Gerusalemme. Ecco cosa dice Paolo: come lo annuncieranno senza essere prima inviati.E’ impossibile allora solo richiamarsi a Gesù Cristo se non c’è una approvazione ,una sansione ecclesiale e nel caso di Paolo si deve solo a questo, nessuno è cristiano per se stesso, nessuno può vantare un rapporto peculiare, ma nel  senso che sia poi questo  rapporto peculiare,sganciato, svincolato da un contesto ecclesiale; questo non appartiene ad una identità cristiana, io non posso dirmi cristiano se poi vivo sganciato dalla comunità, dalla ecclesia, dalla parrocchia. Nella fattispecie non esiste un cristianesimo fai da te , una fede fai da te. Paolo stesso fa conoscere un Gesù Cristo unico, lì a Damasco Paolo Gesù Cristo l’ha conosciuto nella testimonianza di fede della chiesa che lui ha perseguitato per cui non si può essere cristiani senza appartenere alla comunità, non si è cristiani per conto proprio, è la comunità che nel suo insieme è investita di questo senso di missione, di propagazione, di annuncio. Il Concilio Vaticano II definisce l’essenza stessa della chiesa è essere missionaria; quando parte un fratello, quando parte un gruppo che va in missione è sempre la comunità nel suo insieme che è chiamata ad annunciare il Vangelo, perché quel cristiano che parte , quel fratello che parte che va in missione non rappresenta se stesso ma rappresenta la comunità, l’ecclesia, la chiesa, chi opera in terra di missione opera in nome della chiesa, per mandato della chiesa.                                 Nel secondo punto vorrei parlare della Parola e della Croce, si è mandati dice Paolo ad annunciare Gesù Cristo; qualcuno sostiene che Gesù appartiene al mondo unito soltanto alla chiesa per dire che chiunque può richiamarsi alla figura  di Gesù ma da quale angolazione, da quale ambito, ma nel caso specifico cosa voleva dire? A prescindere non solo dalla divinità di Cristo, ma  a prescindere dal valore salvifico della croce di Cristo. Noi cristiani pur vantandoci della croce di Cristo tuttavia abbiamo paura della  Croce di Cristo, non si parla più  della Croce di Cristo, perché richiama alla sofferenza e la sofferenza deve essere esorcizzata come la morte, cancellate queste parole. Bisogna guardare a Gesù  come un maestro, un maestro di sapienza, è quello che dicono gli uomini di oggi ma anche quelli di ieri. Per alcuni Gesù è un maestro  per altri è stato un rivoluzionario, un aspetto caratteristico di Gesù che riempie  molte pagine nei Vangeli; ma non è tutto lì di Gesù, quello lì non è Gesù di Paolo, qui bisogna prendere coscienza della diversità che c’è fra le lettere di Paolo, il corpo paolino così chiamato e i Vangeli, c’è un pluralismo che esiste,una diversità tra il Nuovo Testamento e le lettere di Paolo, che è caratteristico anche delle origini cristiane, non c’è un solo modo di rifarsi a Gesù e di annunciare Gesù. Comunque per Paolo il Gesù che annuncia è il Crocifisso o integrando, il Crocifisso Risorto, ma primariamente per Paolo è il Crocifisso ” Non ci sia altro vanto in me che nella Croce del Signore  nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo è stato crocifisso come io per il mondo, il mio vivere è in Cristo e il morire è un guadagno”. Se Paolo parla 2 volte della resurrezione di Gesù parla 3 volte della croce, della crocifissione. Non è possibile pensare a Gesù senza pensare alla sua Croce. Nella  prima lettera ai Corinzi 1,17 dice: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare ma a predicare il Vangelo non però come un discorso sapiente ma perché non venga resa vana la croce di Cristo”; questo è l’annuncio evangelico e dobbiamo prendere coscienza come Chiesa, anche come Diocesi, dobbiamo ritornare ad annunciare il Cristo Crocifisso e Risorto, dobbiamo ritornare a parlare della Croce di Gesù; viviamo in una società in cui Dio stesso fa problema, noi come cristiani non arriveremo al nocciolo delle cose, della nostra identità se ci limitassimo a parlare dell’esistenza di Dio, questo non è un discorso tipicamente cristiano che sarà importante anche necessario.Al tempo di Paolo nel mondo ellenistico del secolo primo c’erano anche dei settori di ateismo nel mondo greco e romano, Paolo anche se dice  che ci possono essere vari dei e molti signori 1° Corinzi 8,4-5, ma per noi c’è un solo Dio e Padre, un solo Signore Gesù Cristo, noi non possiamo allora evangelizzare se non parliamo di Gesù Cristo, non sarebbe Vangelo, parlare di Gesù Cristo significa si parlare del Gesù storico, del Gesù terreno, ma vuol dire recuperare anche la dimensione teologica nel senso stretto  e Paolo stesso che scrive a Galati 4,4 “ quando venne la pienezza del tempo Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare coloro che erano sotto la legge”. La figura di Dio entra necessariamente in gioco ma il punto focale dell’Evangelo di Paolo è il Crocifisso e i Santi  qui nella lettera di S. Paolo hanno percorso questo cammino di santificazione; pensate a P. Pio che amava e meditava  tantissimo le lettere di Paolo soprattutto  in rapporto al discorso della croce. Attenzione perché quando dice croce Paolo intende sempre e soltanto la croce di Cristo, attenzione si corre il rischio di evangelizzare in un certo modo, come si  dice moralistico, di parlare cioè delle nostre  croci e dire che è la croce che ci salva, anche se noi soffriamo dobbiamo portare le nostre croci, Dio non vuole la sofferenza, non vuole le nostre croci, Dio non vuole che  l’uomo soffra come pure Dio non vuole che l’uomo si perda, non vuole la morte bensì la conversione, questo non è il Vangelo paolino sia ben chiaro; la frase che leggiamo nei sinottici” se qualcuno vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua”. Questa frase non è paolina , per Paolo non ci sono le nostre croci c’è solo quella di Cristo che peraltro non è presentata come modello da seguire in termini di limitazioini, non è questo il Vangelo paolino della croce di Cristo ma è  sempre presentata da Paolo in termini positivi, se volete scandalosi come nella 1° Corinzi 1,18-25 ,scandalosi nel senso che noi scopriamo la rivelazione di Dio in ciò che è più  abbietto, più ignominoso, questo è lo scandalo di un Crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i Pagani, ma per noi che crediamo la Croce di Cristo è sapienza; un Dio allora che non si rivela soltanto  diremmo nella bellezza della natura, nei bei tramonti, o nelle belle aurore o nei bei panorami, ma che si rivela questo Dio in un Crocifisso, nell’estrema debolezza anzi ritengo che l’esistenza di Dio è dimostrata dalla croce di  Cristo, la croce di Cristo è la dimostrazione dell’esistenza di Dio, che non c’è amore più grande come ha detto Gesù di colui che dà la vita per i propri amici e anche di un Dio che si lascia crocifiggere per amore , allora ha ragione la beata Angela da Foligno, la grande mistica francescana, la quale dice “ o Tu o Cristo non ci hai amati per scherzo “ e Paschal “ Cristo è in agonia fino alla fine del mondo”; allora noi diciamo a Gesù “ Cristo non scendere dalla croce ma rimani lì”, è tipico di Paolo insistere su questa dialettica; come dice Lutero” Dio si rivela su contraria specie”, cioè Dio si rivela in ciò che è opposto, rivela la sua potenza nell’impotenza, rivela la sua sapienza nell’insipienza, rivela la sua forza nella debolezza. Paolo “ sono forte quando sono debole”, è nella debolezza la nostra forza non come cerca di farci credere il mondo che l’uomo  è forte se, o certi stili di vita o certe mode che si diffondono in maniera pericolosa anche nella mentalità e nel cuore dei giovani, tu vali se corrispondi a queste categorie, questo allora è il Dio del Vangelo?  ; non è allora questo il Dio di Platone, noi diremmo o dei filosofi, Pascal dice “ non il Dio dei filosofi ma il Dio di Gesù Cristo” è questo ciò che ha conquistato Paolo. E’ facile credere al Dio dei filosofi perché il Dio dei filosofi è un Dio costruito dalla mente dell’uomo, ma il Dio che si rivela nella Croce suscita una ripulsa, ecco perché anche oggi la croce dà fastidio, ecco perché la croce anche oggi continua ad essere perseguitata ecco perché ancora oggi si dice che la croce deve essere tolta dai luoghi pubblici apportando motivazioni sciocche, infondate, illogiche che tradiscono soprattutto l’identità di un popolo, di una nazione quale l’Italia. In quella croce lì, quella e non altre Dio rivela la sua originalità, la sua magnificenza, la sua alterità rispetto a ciò che noi potremmo pensare di Lui; è un Dio, allora, il Dio in cui noi crediamo, il Dio di Gesù Cristo,un Dio sorprendente, è un Dio che ci provoca, che ci scandalizza, dice Paolo “ scandalo per i giudei e stoltezza per i gentili” , in quel testo lì il discorso si limita a questa idea della rivelazione inopinabile, insospettata,  di un Dio sì fatto, invece Paolo annette il discorso sulla croce di Cristo una valenza, in termine tecnico, la croce ha una valenza sotereologica di salvezza, noi siamo stati salvati per mezzo della croce di Gesù Cristo; dunque se non annunciamo la croce di Gesù Cristo, il Cristo crocifisso il Vangelo è vuoto, si svuota senza la croce di Gesù, Galati 2,20, questo per noi, questo Cristo è morto dice S.Paolo per tutti gli empi, è morto per i miei fratelli, è morto per i peccatori; sono tutte formazioni paoline queste che indicano la positività dell’evento della croce che ha sconvolto l’umanità, è come una sorgente la croce di Cristo e la nostra fede in Cristo non è fondata sui miracoli, a noi non interessano i miracoli di Gesù, la nostra fede in Cristo non scaturisce dai miracoli ma scaturisce dalla croce . Parola e Croce vuol dire che se l’evangelizzazione non parla di questo, gira attorno al centro senza colpire il bersaglio. Ultimo punto, il terzo punto è il testo alla prima lettera ai Tessalonicesi 2,13 , ci permette di dire una parola sulla sacramentalità  della Parola, noi dice Paolo ringraziamo Dio continuamente perché avendo ricevuto da noi la Parola divina della predicazione e l’averla accolta non quale parola di uomini ma come è veramente quale Parola di Dio che opera in voi, io parlo qui di sacramentalità della Parola. Nella nostra tradizione cattolica abbiamo perso un po’ di vista queste cose invece i nostri fratelli protestanti l’hanno coltivato di più; voi sapete che la riforma protestante è stata fatta nel nome di S.Paolo;  Lutero, Calvino, Zwingli ecc. hanno valorizzato di più, almeno certi aspetti. Prima, allora, dei sette sacramenti codificati,  c’ è un sacrameno anteriore e non parlo del sacramento primordiale come dice una certa teologia  che sarebbe l’umanità di Cristo, che è sacramento di Dio; ma al di fuori di Cristo e dopo Cristo qual è il primo sacramento che dovrebbe essere amministrato? È proprio il sacramento della Parola! Noi cristiani cattolici siamo ignoranti in materia di scrittura. Dice San Girolamo che l’ignorante della scrittura è ignorante di Gesù Cristo, ecco perché tanti nostri cristiani quando incontrano i protestanti, in particolare i Testimoni di Geova, di fronte a citazioni estrapolabili rimangono così attoniti. Che cos’è che fa il sacramento? Il sacramento è un atto umano al quale si aggiunge una parola, una formula ad esempio si prende l’acqua e si dice “io ti battezzo”, è una formula; ecco, l’acqua è la materia poi il sacramento; così l’olio per la Cresima, il pane per l’Eucarestia. Su una realtà fisica si innesta una formulazione che dà il senso della cosa che viene compiuta e la combinazione di questa, se raccolta con fede, provoca una realtà nuova, del battezzato, del cresimato, del comunicato; La grazia, dice San Tommaso D’Aquino, suppone la natura. In questo versetto si dice qualcosa di analogo alla parola che dal punto di vista fenomenologico è solo parola di uomini, attenzione ecco la materia paragonabile all’acqua del Battesimo e al pane dell’Eucarestia , “ la Parola”. E’ come diceva all’inizio “ fractus vocis”, qualcosa che esce dalla bocca, è un suono unito ad un certo alito che viene emesso, questo è il dato materiale ma qua dice l’avete accolto non come parola di uomini ma come veramente è Parola di Dio. Attenzione, ma Dio non parla mica, Dio non ha bocca, gola, alito, lingua.Se uno si ferma allora alla semplice parola umana non percepisce, anche perché Dio non parla, siamo noi che parliamo; Dio parla solo per mezzo nostro. Ecco perché c’e bisogno di collaboratori; Dio nella storia della salvezza non ha fatto mai nulla, nessuna cosa da solo, ha sempre cercato dei collaboratori, sino ad arrivare a suo Figlio; ma anche suo Figlio per continuare sulla scia del Padre non ha voluto fare nulla da solo. Ha cominciato a chiamare a sé dei collaboratori, discepoli e così via. Sarebbe interessante un confronto tra il racconto “ Lucano” della Pentecoste e il modello della Epifania del Sinai, quando Dio darà la Torah , cioè la legge al suo popolo; là è Dio che parla secondo il testo biblico, ma naturalmente  a Pentecoste Dio non parla, chi parla sono gli uomoni, coloro che hanno ricevuto lo Spirito, solo loro parlano. Questa è una smitizzazione di qualunque concetto poetico di Dio, che si può dare di Dio, diremmo antropomorfico di Dio. Quando diciamo Parola di Dio, noi non intendiamo altro che una parola di uomoni scritta nella bibbia, oppure pronunciata oralmente da un annunciatore che però è di contenuto o origine extraumana; come nel caso di Paolo, che dice: “Io non l’ho ricevuta dagli uomoni ma per mezzo di Gesù Cristo, ma l’avete accolta non quale parola di uomini che è quello che appare; il  pane dell’Eucarestia non appare altro se non altro che pane, ma l’avete accolta come Parola di Dio”. Qui c’è il salto  qualitativo che suppone una combinazione inesplicabile tra i due livelli; Dio è presente in noi attraverso la Parola ed ha bisogno di noi perché questa parola corra e raggiunga Gesù Cristo; la parola cammina allora nel mondo con i nostri piedi, da sola non può camminare, ha bisogno di noi. Come ha fatto Gesù Cristo ad essere conosciuto in una tribù sperduta dell’Amazzonia? se non ci sono due piedi che vanno sin là, di uomini, di persone umane; Gesù Cristo là non arriva. Come fa Gesù Cristo a raggiungere i lontani che sono la preoccupazione della Chiesa e del Vescovo se non ci sono uomini che dicono: “ Ecco, Gesù, ti do tutto me stesso, ti presto i miei piedi e la mia bocca per andare, per portarti, questo significa essere missionari, ecco l’avete accolto come Parola di Dio nell’annuncio evangelico ed è Dio stesso che opera. Allora ecco il 3° elemento del sacramento che dice, che opera in voi che credete, cioè non in voi che credete nel senso che già credete, opera in voi in questo credere, l’operazione che opera la parola è proprio la suscitazione della fede perché dobbiamo entrare in confidenza con la Parola di Dio. Quante volte ci lamentiamo che la nostra fede è insufficiente è nana oppure a causa di quella situazione abbiamo perso la fede; Dice l’apostolo che la fede nasce, cresce, si nutre, si sviluppa; se noi ci poniamo in atteggiamento di ascolto Shemà Israele, ascolto, è attraverso l’ascolto della Parola di Dio che la fede in me cresce; è l’effetto Sacramentale, come si dice nella teologia dei Sacramenti. L’effetto procurato dall’acqua del battesimo, procurato dal pane eucaristico e via di questo passo. Questo è l’effetto procurato dalla parola di uomini che ha in sé una forza, questa parola, una vitalità peculiare, incomparabile che suscita non automaticamente ma che può suscitare questo risultato che non è ascrivibile ad una certa parola umana. E’ ascrivibile solo alla fede. Se aveste fede quanto un granellino di senapa direste a questa montagna di spostarsi; è la fede nella parola. E’ attraverso la parola della quale ci si nutre che noi possiamo spostare persino le montagne e spalancare il cuore di Dio, per ottenere, come ci ha insegnato Gesù, tutto quello che volete: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Tutto questo Paolo l’aveva ben chiaro, e da tutto questo scaturiva la sua forza, la sua focosità, il suo carattere, la sua passione di annunciare la Parola di Dio che voleva portarla perfino in Spagna, Dio poi lo fece approdare a Roma dove ha terminato la sua corsa.    

Don Bosco al suo tavolo, Torino 1878

Don Bosco al suo tavolo, Torino 1878 dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 30 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

SAN GIOVANNI BOSCO – 31 GENNAIO

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SAN GIOVANNI BOSCO – 31 GENNAIO

Breve biografia di Don Bosco

Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 al Colle dei Becchi, una località presso Castelnuovo d ‘Asti, ora Castelnuovo Don Bosco. Di famiglia povera si preparò, fra stenti ed ostacoli, lavorando e studiando, alla missione che gli era stata indicata attraverso un sogno fatto all’età di nove anni e confermata più volte in seguito, in modo straordinario. Studiò a Chieri, a pochi chilometri da Torino. Tra le belle chiese di Chieri Santa Maria della Scala (il duomo) fu la più frequentata da Giovanni Bosco,ogni giorno, mattino e sera. Pregando e riflettendo davanti all’altare della Cappella della Madonna delle Grazie egli decise il suo avvenire. A 19 anni voleva farsi religioso francescano. “Informato della decisione, il parroco di Castelnuovo, don Dassano, avvertì Mamma Margherita con queste parole molte esplicite: “Cercate di allontanarlo da questa idea. Voi non siete ricca e siete avanti negli anni. Se vostro figlio va in convento, come potrà aiutarvi nella vostra vecchiaia?”.Mamma Margherita si mise addosso uno scialle nero, scese a Chieri e parlò a Giovanni: “Il parroco è venuto a dirmi che vuoi entrare in convento. Sentimi bene. Io voglio che tu ci pensi e con calma. Quando avrai deciso, segui la tua strada senza guardare in faccia nessuno. La cosa più importante è che tu faccia la volontà del Signore. Il parroco vorrebbe che io ti facessi cambiare idea, perché in avvenire potrei avere bisogno di te. Ma io ti dico. In queste cose tua madre non c’entra.Dio è prima di tutto.Da te io non voglio niente, non mi aspetto niente. Io sono nata povera, sono vissuta povera, e voglio morire povera. Anzi, te lo voglio subito dire: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco non metterò mai più piede in casa tua. Ricordatelo bene”. Giovanni Bosco quelle parole non le avrebbe dimenticate mai. Dopo molta preghiera, ed essersi consultato con amici e con il suo confessore Don Giuseppe Cafasso, entrò in seminario per gli studi della teologia.  Fu poi ordinato sacerdote a Torino nella chiesa dell’Immacolata Concezione il 5 giugno del 1841. Don Bosco prese con fermezza tre propositi: “Occupare rigorosamente il tempo. Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime. La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa”. Venuto a Torino, fu subito colpito dallo spettacolo di centinaia di ragazzi e giovani allo sbando, senza guida e lavoro: volle consacrare la sua vita per la loro salvezza. L’8 dicembre 1841, nella chiesa di San Francesco d ‘Assisi, ebbe l’incontro con il primo dei moltissimi ragazzi che l’avrebbero conosciuto e seguito: Bartolomeo Garelli. Incomincia cosi l’opera dell’Oratorio, itinerante al principio, poi dalla Pasqua 1846, nella sua sede stabile a Valdocco, Casa Madre di tutte le opere salesiane. I ragazzi sono già centinaia: studiano e imparano il mestiere nei laboratori che Don Bosco ha costruito per loro. Nella sua opera educativa fu aiutato da sua madre Mamma Margherita, che fece venire dai Becchi, per sostenerlo e perchè facesse da mamma a tanti suoi ragazzi che avevano perso i propri genitori. Nel 1859 poi invita i suoi primi collaboratori ad unirsi a lui nella Congregazione Salesiana: rapidamente si moltiplicheranno ovunque oratori, scuole professionali, collegi, centri vocazionali, parrocchie, missioni. Nel 1872 fonda l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA)che lavoreranno in svariate opere per la gioventù femminile. Confondatrice e prima superiora fu Maria Domenica Mazzarello (1837-1881)che verrà proclamata santa il 21 giugno 1951, da Pio XII. Ma Don Bosco seppe chiamare anche numerosi laici a condividere con i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice la stessa sua ansia educativa. Fin dal 1869 aveva dato inizio alla Pia Unione dei Cooperatori che fanno parte a pieno titolo della Famiglia Salesiana e ne vivono lo spirito prodigandosi nel servizio ecclesiale. A 72 anni, sfinito dal lavoro, secondo quanto aveva detto: “Ho promesso a Dio che fin l’ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani” Don Bosco muore a Torino-Valdocco, all’alba del 31 gennaio 1888.  Fu beatificato il 2 giugno 1929 edichiarato santo da Pio XI il l aprile 1934, domenica di Pasqua. In seguito, molti altri sono venuti a gettare nei solchi semi di vita: Domenico Savio, Don Rua, Don Rinaldi…affinché il terreno continuasse ed essere fertile, anche dopo Don Bosco. 

Publié dans:SANTI, Santi - biografia |on 30 janvier, 2014 |Pas de commentaires »

IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

http://camcris.altervista.org/sacerdozio.html

IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

(anche Paolo, naturalmente)

di Filippo Chinnici

Non raramente è capitato di sentire alcuni che, dietro la facciata di un servizio di culto « ordinato », affermavano la necessità di uno stretto « controllo ». Le testimonianze, tanto per fare un esempio, prima dovrebbero essere ascoltate dal pastore che, dopo aver messo il proprio imprimatur ne consente la viva partecipazione alla comunità. In taluni casi, si è arrivati addirittura a sostenere l’abolizione delle stesse. Questo modo di pensare, però, non solo non tiene conto del fatto che le testimonianze erano parte integrante del culto dei cristiani del tempo apostolico (cfr. At 21:17-19; 12:12-17; 11:4), ma mina anche uno dei pilastri del cristianesimo biblico, qual è appunto quello del sacerdozio universale dei credenti. La concezione di un cristianesimo separato tra clero e laicato trae origine da influssi sociologici pagani e giudaici che man mano, nel corso dei secoli, si è sempre piú sviluppato. E ci sorprende che alcuni, usando una terminologia diversa, arrivino sostanzialmente a cadere nello stesso errore. È vero che Dio ha chiamato alcuni al «ministerio della Parola» per l’edificazione del Corpo di Cristo, ma secondo il Nuovo Testamento tutti coloro che sono nati di nuovo e sono salvati, sono dei «laici» (dal gr. laòs = popolo, folla, gente), in quanto appartengono al popolo di Dio, ma contemporaneamente sono anche membri del «clero», ossia «sacerdoti». D’altra parte, Pietro usa il termine greco kleroi (plurale di «clero») per i credenti affidati alle cure degli anziani (cfr. 1 P 5:3). Quindi, è da escludere il luogo comune secondo cui «io vado ad assistere al culto» e, invece, riaffermare «io vado ad offrire il culto al Signore».

Il «sacerdozio» tra Antico e Nuovo Testamento È vero che nel tempio ebraico dell’Antico Testamento vi erano i sacerdoti i quali rappresentavano il popolo d’Israele davanti a Dio, e molto del loro lavoro consisteva nell’offrire olocausti, oblazioni e sacrifici a Dio per il popolo. Però, la Bibbia afferma esplicitamente che oggi ogni credente può liberamente entrare nel « santuario » di Dio (Eb 10:19-22; 1 P 2:5-9) senza alcun bisogno di un mediatore, in quanto il Signor Gesú Cristo è l’unico Mediatore (1 Ti 2:5). Paolo dice che attraverso Gesú Cristo «abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Ef 2:18). Questo versetto è particolarmente interessante perché sia prima che dopo Paolo parla riferendosi all’immagine del Tempio. Cosí lo Spirito Santo stabilisce una diretta relazione tra noi e Dio. E poiché questa è opera dello Spirito Santo, Pietro può riferirsi a tutti i credenti come a «un sacerdozio santo» a «un sacerdozio regale» (1 P 2:5, 9), un pensiero che riecheggia nel libro dell’Apocalisse, dove l’idea del sacerdozio è legata alla chiamata a regnare al fianco di Cristo (Ap 1:6; 5:10; 20:6). Il Nuovo Testamento parla spesso di sacrifici personali – già adombrati nell’Antico Patto (cfr. Osea 6:6) – e poiché il sacerdozio è spirituale, cosí come il tempio che è il nostro corpo (1 Co 3:16; 6:19) anche i sacrifici da offrire a Dio devono essere spirituali (1 P 2:5), non in quanto metaforici, ma in quanto mossi dall’impulso interiore dello Spirito Santo. Il sacrificio supremo è stato offerto alla croce, ma ora Dio chiede sacrifici viventi. Paolo parla di questo principio quando afferma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1). Quindi, come il sacerdote ebraico era un maestro, un uomo di preghiera e l’offerente qualificato di sacrifici a Dio, cosí il cristiano oggi è l’ambasciatore di Dio, l’uomo di preghiera e l’offerente.

Ambasciatore di Dio Il cristiano è chiamato a proclamare il Vangelo della salvezza in Cristo al mondo. Questo compito, che Paolo considerava un obbligo, è presentato dall’apostolo con una terminologia sacerdotale: «Ma vi ho scritto un po’ arditamente su alcuni punti [...] di essere un ministro di Cristo Gesú tra gli stranieri, esercitando il sacro servizio del vangelo di Dio, affinché gli stranieri diventino un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo» (Ro 15:15, 16). Per cui l’annuncio della salvezza in Cristo è un atto sacro da offrire a Dio non soltanto durante le campagne di evangelizzazione, ma sempre; ed è un compito che spetta a tutti i credenti e non solamente a coloro che Dio ha chiamato al ministerio. Come i «segni che accompagnano» sono per tutti i credenti allo stesso modo anche il mandato di Gesú Cristo è riferito ad ogni credente: «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mr 16:15-18).

L’uomo di preghiera Nel tempio venivano sacrificati quotidianamente degli animali, quindi un profumo di odor soave saliva a Dio; allo stesso modo tutti i cristiani «abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui» (Ef 3:12). In questo contesto viene detto ai nati di nuovo: «offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13:15). Questo «sacrificio di lode» sale a Dio come il profumo dell’incenso, cioè come atto squisitamente sacerdotale (cfr. Ap 8:3-5).

L’offerente L’atto sacerdotale per eccellenza è pur sempre il sacrificio che, però, dopo la morte di Gesú sulla croce non è più congiunto con lo spargimento di sangue. L’apostolo Pietro afferma che i cristiani devono offrire dei sacrifici spirituali (1 P 2:5). Il sacrificio consiste nell’offrire a Dio qualcosa che ci è prezioso e con il quale noi mostriamo il nostro amore e la nostra dipendenza da Lui. Esso può essere vario:

A. L’offerta di denaro Le offerte che Paolo ricevette dai credenti di Filippi per supplire alle sue necessità, vengono da lui chiamate «servizi» (Fl 2:30), «profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fl 4:18). Perciò la lettera agli Ebrei suggerisce: «Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace» (Eb 13:16). Le offerte per l’Opera di Dio e le collette per i poveri sono anch’essi un «sacrificio a Dio» che ogni credente è chiamato ad offrire, esse vanno molto al di là di ciò che è materiale e fanno parte del culto.

B. Vita conforme a quella di Cristo Ad imitazione di Cristo il cristiano deve dire: «Ecco, vengo per fare la tua (di Dio) volontà» (Eb 10:9). La vita del Signore Gesú comportò dei sacrifici continui perché si conformò alla profezia del «Servo sofferente» (cfr. Is 53; 1 P 2:20-25). Per cui il cristiano è chiamato a vivere la propria vita sull’esempio di Cristo: «come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta» (1 P 1:15). I sacrifici spirituali del cristiano, quindi, sono prima di ogni cosa un’imitazione volontaria della vita e del sacrificio di Cristo, necessaria conseguenza del nostro essere uniti a Lui (cfr. Gv 15:1-5; 17:21). Questo concetto è espresso chiaramente nella lettera ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

C. Il dono della vita Talvolta potrebbe essere necessario dare la propria vita per conservare la fede in Cristo o per aiutare i propri fratelli. Poiché la vita non appartiene piú a noi stessi, ma a Cristo che l’ha acquistata con il proprio sangue (1 Co 6:19) come Gesú ha dato la propria vita per i peccatori, cosí pure noi, se è necessario, dobbiamo essere pronti ad offrire la nostra vita in sacrificio per Cristo o per i nostri fratelli (cfr. 1 Gv. 4:11). L’apostolo Paolo era pronto anche a questo pur di difendere e onorare il Vangelo: «Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi» (Fl 2:17). E ciò che era un suo sentimento, piú tardi divenne una realtà, e – alludendo ai sacrifici ebraici sui quali si versava il vino prima della loro offerta a Dio (Nu 28:7) – Paolo scriveva: «Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione» (2 Ti 4:6; cfr. 2 Co 4:10-12).

Conclusione Fino a quando i credenti comprenderanno a fondo il proprio ruolo di sacerdoti e lo metteranno in pratica, noi continueremo a vivere e perpetuare un genuino risveglio evangelico pentecostale. Il cristiano non è chiamato a fare lo spettatore durante le riunioni di culto, ma ad essere un protagonista, un sacerdote che partecipa attivamente al culto attraverso il « sacrificio » della testimonianza, della lode, della preghiera, dell’offerta generosa, del dono della propria vita… Nessuno nega che nel dare spazio alla spontaneità si corrano certi rischi, tuttavia è un « rischio » che vale la pena di correre, perché eliminare la spontaneità dal culto cristiano equivale a «spegnere lo Spirito» (1 Te 5:19), quasi a volerlo controllare o ingabbiare dentro i nostri schematismi. Ma c’è di piú, un corretto ammaestramento dei conduttori disciplinerà i credenti fino ad avere dei culti ordinati e contemporaneamente spontanei dove si manifesta la potenza dello Spirito Santo. Non è assolutamente vero che «ordine» e «spontaneità» non possano coesistere, in quanto esse si integrano a vicenda. «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

 

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