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IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

http://camcris.altervista.org/sacerdozio.html

IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

di Filippo Chinnici

Non raramente è capitato di sentire alcuni che, dietro la facciata di un servizio di culto « ordinato », affermavano la necessità di uno stretto « controllo ». Le testimonianze, tanto per fare un esempio, prima dovrebbero essere ascoltate dal pastore che, dopo aver messo il proprio imprimatur ne consente la viva partecipazione alla comunità. In taluni casi, si è arrivati addirittura a sostenere l’abolizione delle stesse. Questo modo di pensare, però, non solo non tiene conto del fatto che le testimonianze erano parte integrante del culto dei cristiani del tempo apostolico (cfr. At 21:17-19; 12:12-17; 11:4), ma mina anche uno dei pilastri del cristianesimo biblico, qual è appunto quello del sacerdozio universale dei credenti. La concezione di un cristianesimo separato tra clero e laicato trae origine da influssi sociologici pagani e giudaici che man mano, nel corso dei secoli, si è sempre piú sviluppato. E ci sorprende che alcuni, usando una terminologia diversa, arrivino sostanzialmente a cadere nello stesso errore. È vero che Dio ha chiamato alcuni al «ministerio della Parola» per l’edificazione del Corpo di Cristo, ma secondo il Nuovo Testamento tutti coloro che sono nati di nuovo e sono salvati, sono dei «laici» (dal gr. laòs = popolo, folla, gente), in quanto appartengono al popolo di Dio, ma contemporaneamente sono anche membri del «clero», ossia «sacerdoti». D’altra parte, Pietro usa il termine greco kleroi (plurale di «clero») per i credenti affidati alle cure degli anziani (cfr. 1 P 5:3). Quindi, è da escludere il luogo comune secondo cui «io vado ad assistere al culto» e, invece, riaffermare «io vado ad offrire il culto al Signore».

Il «sacerdozio» tra Antico e Nuovo Testamento È vero che nel tempio ebraico dell’Antico Testamento vi erano i sacerdoti i quali rappresentavano il popolo d’Israele davanti a Dio, e molto del loro lavoro consisteva nell’offrire olocausti, oblazioni e sacrifici a Dio per il popolo. Però, la Bibbia afferma esplicitamente che oggi ogni credente può liberamente entrare nel « santuario » di Dio (Eb 10:19-22; 1 P 2:5-9) senza alcun bisogno di un mediatore, in quanto il Signor Gesú Cristo è l’unico Mediatore (1 Ti 2:5). Paolo dice che attraverso Gesú Cristo «abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Ef 2:18). Questo versetto è particolarmente interessante perché sia prima che dopo Paolo parla riferendosi all’immagine del Tempio. Cosí lo Spirito Santo stabilisce una diretta relazione tra noi e Dio. E poiché questa è opera dello Spirito Santo, Pietro può riferirsi a tutti i credenti come a «un sacerdozio santo» a «un sacerdozio regale» (1 P 2:5, 9), un pensiero che riecheggia nel libro dell’Apocalisse, dove l’idea del sacerdozio è legata alla chiamata a regnare al fianco di Cristo (Ap 1:6; 5:10; 20:6). Il Nuovo Testamento parla spesso di sacrifici personali – già adombrati nell’Antico Patto (cfr. Osea 6:6) – e poiché il sacerdozio è spirituale, cosí come il tempio che è il nostro corpo (1 Co 3:16; 6:19) anche i sacrifici da offrire a Dio devono essere spirituali (1 P 2:5), non in quanto metaforici, ma in quanto mossi dall’impulso interiore dello Spirito Santo. Il sacrificio supremo è stato offerto alla croce, ma ora Dio chiede sacrifici viventi. Paolo parla di questo principio quando afferma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1). Quindi, come il sacerdote ebraico era un maestro, un uomo di preghiera e l’offerente qualificato di sacrifici a Dio, cosí il cristiano oggi è l’ambasciatore di Dio, l’uomo di preghiera e l’offerente.

Ambasciatore di Dio Il cristiano è chiamato a proclamare il Vangelo della salvezza in Cristo al mondo. Questo compito, che Paolo considerava un obbligo, è presentato dall’apostolo con una terminologia sacerdotale: «Ma vi ho scritto un po’ arditamente su alcuni punti [...] di essere un ministro di Cristo Gesú tra gli stranieri, esercitando il sacro servizio del vangelo di Dio, affinché gli stranieri diventino un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo» (Ro 15:15, 16). Per cui l’annuncio della salvezza in Cristo è un atto sacro da offrire a Dio non soltanto durante le campagne di evangelizzazione, ma sempre; ed è un compito che spetta a tutti i credenti e non solamente a coloro che Dio ha chiamato al ministerio. Come i «segni che accompagnano» sono per tutti i credenti allo stesso modo anche il mandato di Gesú Cristo è riferito ad ogni credente: «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mr 16:15-18).

L’uomo di preghiera Nel tempio venivano sacrificati quotidianamente degli animali, quindi un profumo di odor soave saliva a Dio; allo stesso modo tutti i cristiani «abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui» (Ef 3:12). In questo contesto viene detto ai nati di nuovo: «offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13:15). Questo «sacrificio di lode» sale a Dio come il profumo dell’incenso, cioè come atto squisitamente sacerdotale (cfr. Ap 8:3-5).

L’offerente L’atto sacerdotale per eccellenza è pur sempre il sacrificio che, però, dopo la morte di Gesú sulla croce non è più congiunto con lo spargimento di sangue. L’apostolo Pietro afferma che i cristiani devono offrire dei sacrifici spirituali (1 P 2:5). Il sacrificio consiste nell’offrire a Dio qualcosa che ci è prezioso e con il quale noi mostriamo il nostro amore e la nostra dipendenza da Lui. Esso può essere vario:

A. L’offerta di denaro Le offerte che Paolo ricevette dai credenti di Filippi per supplire alle sue necessità, vengono da lui chiamate «servizi» (Fl 2:30), «profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fl 4:18). Perciò la lettera agli Ebrei suggerisce: «Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace» (Eb 13:16). Le offerte per l’Opera di Dio e le collette per i poveri sono anch’essi un «sacrificio a Dio» che ogni credente è chiamato ad offrire, esse vanno molto al di là di ciò che è materiale e fanno parte del culto.

B. Vita conforme a quella di Cristo Ad imitazione di Cristo il cristiano deve dire: «Ecco, vengo per fare la tua (di Dio) volontà» (Eb 10:9). La vita del Signore Gesú comportò dei sacrifici continui perché si conformò alla profezia del «Servo sofferente» (cfr. Is 53; 1 P 2:20-25). Per cui il cristiano è chiamato a vivere la propria vita sull’esempio di Cristo: «come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta» (1 P 1:15). I sacrifici spirituali del cristiano, quindi, sono prima di ogni cosa un’imitazione volontaria della vita e del sacrificio di Cristo, necessaria conseguenza del nostro essere uniti a Lui (cfr. Gv 15:1-5; 17:21). Questo concetto è espresso chiaramente nella lettera ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

C. Il dono della vita Talvolta potrebbe essere necessario dare la propria vita per conservare la fede in Cristo o per aiutare i propri fratelli. Poiché la vita non appartiene piú a noi stessi, ma a Cristo che l’ha acquistata con il proprio sangue (1 Co 6:19) come Gesú ha dato la propria vita per i peccatori, cosí pure noi, se è necessario, dobbiamo essere pronti ad offrire la nostra vita in sacrificio per Cristo o per i nostri fratelli (cfr. 1 Gv. 4:11). L’apostolo Paolo era pronto anche a questo pur di difendere e onorare il Vangelo: «Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi» (Fl 2:17). E ciò che era un suo sentimento, piú tardi divenne una realtà, e – alludendo ai sacrifici ebraici sui quali si versava il vino prima della loro offerta a Dio (Nu 28:7) – Paolo scriveva: «Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione» (2 Ti 4:6; cfr. 2 Co 4:10-12).

Conclusione Fino a quando i credenti comprenderanno a fondo il proprio ruolo di sacerdoti e lo metteranno in pratica, noi continueremo a vivere e perpetuare un genuino risveglio evangelico pentecostale. Il cristiano non è chiamato a fare lo spettatore durante le riunioni di culto, ma ad essere un protagonista, un sacerdote che partecipa attivamente al culto attraverso il « sacrificio » della testimonianza, della lode, della preghiera, dell’offerta generosa, del dono della propria vita… Nessuno nega che nel dare spazio alla spontaneità si corrano certi rischi, tuttavia è un « rischio » che vale la pena di correre, perché eliminare la spontaneità dal culto cristiano equivale a «spegnere lo Spirito» (1 Te 5:19), quasi a volerlo controllare o ingabbiare dentro i nostri schematismi. Ma c’è di piú, un corretto ammaestramento dei conduttori disciplinerà i credenti fino ad avere dei culti ordinati e contemporaneamente spontanei dove si manifesta la potenza dello Spirito Santo. Non è assolutamente vero che «ordine» e «spontaneità» non possano coesistere, in quanto esse si integrano a vicenda. «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

Publié dans:SACERDOZIO (sul), STUDI PAOLINI |on 1 juin, 2016 |Pas de commentaires »

IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

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IL SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI

di Filippo Chinnici

Non raramente è capitato di sentire alcuni che, dietro la facciata di un servizio di culto « ordinato », affermavano la necessità di uno stretto « controllo ». Le testimonianze, tanto per fare un esempio, prima dovrebbero essere ascoltate dal pastore che, dopo aver messo il proprio imprimatur ne consente la viva partecipazione alla comunità. In taluni casi, si è arrivati addirittura a sostenere l’abolizione delle stesse. Questo modo di pensare, però, non solo non tiene conto del fatto che le testimonianze erano parte integrante del culto dei cristiani del tempo apostolico (cfr. At 21:17-19; 12:12-17; 11:4), ma mina anche uno dei pilastri del cristianesimo biblico, qual è appunto quello del sacerdozio universale dei credenti. La concezione di un cristianesimo separato tra clero e laicato trae origine da influssi sociologici pagani e giudaici che man mano, nel corso dei secoli, si è sempre piú sviluppato. E ci sorprende che alcuni, usando una terminologia diversa, arrivino sostanzialmente a cadere nello stesso errore. È vero che Dio ha chiamato alcuni al «ministerio della Parola» per l’edificazione del Corpo di Cristo, ma secondo il Nuovo Testamento tutti coloro che sono nati di nuovo e sono salvati, sono dei «laici» (dal gr. laòs = popolo, folla, gente), in quanto appartengono al popolo di Dio, ma contemporaneamente sono anche membri del «clero», ossia «sacerdoti». D’altra parte, Pietro usa il termine greco kleroi (plurale di «clero») per i credenti affidati alle cure degli anziani (cfr. 1 P 5:3). Quindi, è da escludere il luogo comune secondo cui «io vado ad assistere al culto» e, invece, riaffermare «io vado ad offrire il culto al Signore».

Il «sacerdozio» tra Antico e Nuovo Testamento È vero che nel tempio ebraico dell’Antico Testamento vi erano i sacerdoti i quali rappresentavano il popolo d’Israele davanti a Dio, e molto del loro lavoro consisteva nell’offrire olocausti, oblazioni e sacrifici a Dio per il popolo. Però, la Bibbia afferma esplicitamente che oggi ogni credente può liberamente entrare nel « santuario » di Dio (Eb 10:19-22; 1 P 2:5-9) senza alcun bisogno di un mediatore, in quanto il Signor Gesú Cristo è l’unico Mediatore (1 Ti 2:5). Paolo dice che attraverso Gesú Cristo «abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito» (Ef 2:18). Questo versetto è particolarmente interessante perché sia prima che dopo Paolo parla riferendosi all’immagine del Tempio. Cosí lo Spirito Santo stabilisce una diretta relazione tra noi e Dio. E poiché questa è opera dello Spirito Santo, Pietro può riferirsi a tutti i credenti come a «un sacerdozio santo» a «un sacerdozio regale» (1 P 2:5, 9), un pensiero che riecheggia nel libro dell’Apocalisse, dove l’idea del sacerdozio è legata alla chiamata a regnare al fianco di Cristo (Ap 1:6; 5:10; 20:6). Il Nuovo Testamento parla spesso di sacrifici personali – già adombrati nell’Antico Patto (cfr. Osea 6:6) – e poiché il sacerdozio è spirituale, cosí come il tempio che è il nostro corpo (1 Co 3:16; 6:19) anche i sacrifici da offrire a Dio devono essere spirituali (1 P 2:5), non in quanto metaforici, ma in quanto mossi dall’impulso interiore dello Spirito Santo. Il sacrificio supremo è stato offerto alla croce, ma ora Dio chiede sacrifici viventi. Paolo parla di questo principio quando afferma: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1). Quindi, come il sacerdote ebraico era un maestro, un uomo di preghiera e l’offerente qualificato di sacrifici a Dio, cosí il cristiano oggi è l’ambasciatore di Dio, l’uomo di preghiera e l’offerente.

Ambasciatore di Dio Il cristiano è chiamato a proclamare il Vangelo della salvezza in Cristo al mondo. Questo compito, che Paolo considerava un obbligo, è presentato dall’apostolo con una terminologia sacerdotale: «Ma vi ho scritto un po’ arditamente su alcuni punti [...] di essere un ministro di Cristo Gesú tra gli stranieri, esercitando il sacro servizio del vangelo di Dio, affinché gli stranieri diventino un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo» (Ro 15:15, 16). Per cui l’annuncio della salvezza in Cristo è un atto sacro da offrire a Dio non soltanto durante le campagne di evangelizzazione, ma sempre; ed è un compito che spetta a tutti i credenti e non solamente a coloro che Dio ha chiamato al ministerio. Come i «segni che accompagnano» sono per tutti i credenti allo stesso modo anche il mandato di Gesú Cristo è riferito ad ogni credente: «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mr 16:15-18).

L’uomo di preghiera Nel tempio venivano sacrificati quotidianamente degli animali, quindi un profumo di odor soave saliva a Dio; allo stesso modo tutti i cristiani «abbiamo la libertà di accostarci a Dio, con piena fiducia, mediante la fede in lui» (Ef 3:12). In questo contesto viene detto ai nati di nuovo: «offriamo continuamente a Dio un sacrificio di lode: cioè, il frutto di labbra che confessano il suo nome» (Eb 13:15). Questo «sacrificio di lode» sale a Dio come il profumo dell’incenso, cioè come atto squisitamente sacerdotale (cfr. Ap 8:3-5).

L’offerente L’atto sacerdotale per eccellenza è pur sempre il sacrificio che, però, dopo la morte di Gesú sulla croce non è più congiunto con lo spargimento di sangue. L’apostolo Pietro afferma che i cristiani devono offrire dei sacrifici spirituali (1 P 2:5). Il sacrificio consiste nell’offrire a Dio qualcosa che ci è prezioso e con il quale noi mostriamo il nostro amore e la nostra dipendenza da Lui. Esso può essere vario:

A. L’offerta di denaro Le offerte che Paolo ricevette dai credenti di Filippi per supplire alle sue necessità, vengono da lui chiamate «servizi» (Fl 2:30), «profumo di odore soave, un sacrificio accetto e gradito a Dio» (Fl 4:18). Perciò la lettera agli Ebrei suggerisce: «Non dimenticate di esercitare la beneficenza e di mettere in comune ciò che avete; perché è di tali sacrifici che Dio si compiace» (Eb 13:16). Le offerte per l’Opera di Dio e le collette per i poveri sono anch’essi un «sacrificio a Dio» che ogni credente è chiamato ad offrire, esse vanno molto al di là di ciò che è materiale e fanno parte del culto.

B. Vita conforme a quella di Cristo Ad imitazione di Cristo il cristiano deve dire: «Ecco, vengo per fare la tua (di Dio) volontà» (Eb 10:9). La vita del Signore Gesú comportò dei sacrifici continui perché si conformò alla profezia del «Servo sofferente» (cfr. Is 53; 1 P 2:20-25). Per cui il cristiano è chiamato a vivere la propria vita sull’esempio di Cristo: «come colui che vi ha chiamati è santo, anche voi siate santi in tutta la vostra condotta» (1 P 1:15). I sacrifici spirituali del cristiano, quindi, sono prima di ogni cosa un’imitazione volontaria della vita e del sacrificio di Cristo, necessaria conseguenza del nostro essere uniti a Lui (cfr. Gv 15:1-5; 17:21). Questo concetto è espresso chiaramente nella lettera ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

C. Il dono della vita Talvolta potrebbe essere necessario dare la propria vita per conservare la fede in Cristo o per aiutare i propri fratelli. Poiché la vita non appartiene piú a noi stessi, ma a Cristo che l’ha acquistata con il proprio sangue (1 Co 6:19) come Gesú ha dato la propria vita per i peccatori, cosí pure noi, se è necessario, dobbiamo essere pronti ad offrire la nostra vita in sacrificio per Cristo o per i nostri fratelli (cfr. 1 Gv. 4:11). L’apostolo Paolo era pronto anche a questo pur di difendere e onorare il Vangelo: «Ma se anche vengo offerto in libazione sul sacrificio e sul servizio della vostra fede, ne gioisco e me ne rallegro con tutti voi» (Fl 2:17). E ciò che era un suo sentimento, piú tardi divenne una realtà, e – alludendo ai sacrifici ebraici sui quali si versava il vino prima della loro offerta a Dio (Nu 28:7) – Paolo scriveva: «Quanto a me, io sto per essere offerto in libazione» (2 Ti 4:6; cfr. 2 Co 4:10-12).

Conclusione Fino a quando i credenti comprenderanno a fondo il proprio ruolo di sacerdoti e lo metteranno in pratica, noi continueremo a vivere e perpetuare un genuino risveglio evangelico pentecostale. Il cristiano non è chiamato a fare lo spettatore durante le riunioni di culto, ma ad essere un protagonista, un sacerdote che partecipa attivamente al culto attraverso il « sacrificio » della testimonianza, della lode, della preghiera, dell’offerta generosa, del dono della propria vita… Nessuno nega che nel dare spazio alla spontaneità si corrano certi rischi, tuttavia è un « rischio » che vale la pena di correre, perché eliminare la spontaneità dal culto cristiano equivale a «spegnere lo Spirito» (1 Te 5:19), quasi a volerlo controllare o ingabbiare dentro i nostri schematismi. Ma c’è di piú, un corretto ammaestramento dei conduttori disciplinerà i credenti fino ad avere dei culti ordinati e contemporaneamente spontanei dove si manifesta la potenza dello Spirito Santo. Non è assolutamente vero che «ordine» e «spontaneità» non possano coesistere, in quanto esse si integrano a vicenda. «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, gradito a Dio; questo è il vostro culto spirituale» (Ro 12:1).

 

Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime

dal sito:

http://www.vocazioni.net/index.php?option=com_content&view=article&id=1331:sacerdote-secondo-il-cuore-di-cristo-lo-zelo-per-le-anime&catid=28:articoli-e-studi-di-esperti&Itemid=128

Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime

A cura di Mauro Regazzoni, Barnabita

Terminato il 29 giugno l’anno santo dedicato a s. Paolo, per volere di papa Benedetto XVI si è aperto quello sacerdotale, con il richiamo della figura di s. Giovanni Maria Vianney, a modello di vita sacerdotale. Tanto l’apostolo delle Centi quanto il santo « Curato d’Ars » hanno come denominatore comune lo zelo per Dio e per la salvezza delle anime. Ci soffermiamo, pertanto, sullo « zelo »: una virtù che, per quanto propria di tutti i cristiani, è particolarmente richiesta e auspicata nel sacerdote. Ci viene in aiuto, ancora una volta, l’opera del padre Sigismondo Laurenti, che mette in luce questa virtù « sacerdotale » in S. Paolo.

Parlando dello zelo, s. Agostino dice che è un effetto della carità; per cui, quanto più l’amore è intenso per la cosa che si ama, tanto più è intenso lo zelo. Infatti, poiché l’amore è un certo moto verso l’oggetto amato, l’amore fa ogni sforzo per escludere tutto ciò che gli ripugna e gli è di impedimento, così fa anche lo zelo se è vestito della veste di carità; e, in tal caso, acquista il titolo di amore casto (In Ps. 118). Ne segue che, essendo lo zelo effetto della carità – la quale ha due aspetti: uno riguarda Dio e l’altro il prossimo -, esso, dice s. Tommaso d’Aquino, con un occhio guarda l’onore e la gloria della Divina Maestà, osservando i suoi comandamenti, e con l’altro, la salvezza del suo prossimo e il bene delle anime. Così che lo zelo verso Dio altro non è che un fuoco dentro il cuore e una brama ardente che ha l’anima, perché Dio sia glorificato e onorato e, vedendo accadere altrimenti, si duole e si cruccia. Questo zelo, dice ancora s. Tommaso, viene generato dalla carità, dal fuoco dell’amore divino, il quale procura la sola gloria di Dio, sommo bene e principio di ogni bontà, Creatore, Redentore e Padre nostro.

Lo zelo: effetto della carità
Intorno a questo zelo si legga anche s. Gregorio Magno, il quale dice che, quando lo si ha nel petto, muove il cuore a darne un segno chiaro ed evidente (In Ez 12); e ciò lo prova s. Dionigi l’Areopagita con l’esempio di Davide, allorquando, essendo pieno di carità, diceva: Mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta (Sl 69,10). Lo zelo della vostra santa casa, Signore, e del vostro onore consuma e brucia le mie viscere e il mio cuore, perché le ingiurie, che sono fatte alla vostra Maestà, sono ingiurie e offese fatte a me; e l’onore, che si dà a voi, è la mia gloria (De div. Nom. 4); e s. Agostino disse bene a tale proposito: Colui che quando vede che qualcosa non va, si sforza di correggerla, cerca di rimediarvi, non si dà pace: se non trova rimedio, sopporta e geme (In Gv. 10,9). Un tale sentimento adotta l’anima devota, quando, vedendo Dio poco onorato, gene e sospira; come faceva il profeta Davide: Mi divora lo zelo della tua casa, perché i miei nemici dimenticano le tue parole (Sl 119,139). Dallo stesso fuoco fu arso Geremia, che disse: Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti: Terrore all’intorno! (Ger 20,9-10); e similmente il cuore di Elia, toccato da questo zelo: Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza (1 Re 19,10). Anche Pincas, per il grande zelo verso Dio e la sua santa legge, vedendolo vilipeso e la legge violata, uccise quel temerario: Seguì quell’uomo di Israele nella tenda e li trafisse tutti e due, l’uomo d’Israele e la donna (Num 25,8). Un simile omicidio fece Mattatia, uccidendo il sacrilego che adorava gli idoli: Ciò vedendo, Mattatia arse di zelo; fremettero le sue viscere ed egli ribollì di giusto sdegno. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull’altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l’altare. Egli agiva per zelo verso la legge del Signore come aveva fatto Pincas con Zambri figlio di Salmon (1 Mac 2,24-26). Davide stesso ha ragione di piangere, vedendo commettersi nel mondo tanti mali e tali sciagure contro la legge divina: Fiumi di lacrime mi scendono dagli occhi, perché non osservano la tua legge (SI 119,136).
E tutto vero, quanto si dice, ma si deve avvertire che il santo zelo di Dio deve essere sempre accompagnato dalla virtù della compassione e pietà verso le mancanze altrui, come accenna s. Agostino, raccontando il fatto di Mose, che, essendo sceso dal monte e intendendo essersi fatta dal popolo ebreo l’adorazione di un falso Dio in forma di vitello d’oro con tanto vilipendio di Dio, per zelo ruppe le Tavole della Legge, scritta col proprio dito da Dio e datagli sul monte con tanta solennità e con un lungo digiuno di quaranta giorni; con tutto ciò, intenerito nel cuore, Mose stesso, mosso a compassione del suo popolo, si rivolse a Dio pieno di pietà, con tutto l’affetto del suo cuore, e gli disse: 5e tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto! (Es 32,32). Fu questa un’azione tanto grande e un fatto così singolare, dicono s. Agostino e s. Giovanni Crisostomo, che superò di gran lunga tutte le altre azioni meravigliose da lui compiute con tanti segni sulla terra e nel cielo al cospetto del faraone, perché, da una parte, mostrò il santo zelo per l’onore di Dio e, dall’altra, non si scordò della pietà verso il suo popolo, impetrandogli da Dio il perdono totale. Per altro, Dio stesso nella sacra Scrittura è chiamato il Dio di zelo: il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso, che punisce la colpa (Es 20,5; 34,14); così come ci insegna che è la dolcezza stessa e ha viscere di pietà: perché è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza (Gl 2,1 3); e più oltre: Il Signore si mostri geloso per la sua terra e si muova a compassione del suo popolo (Gl 2,18). Quindi s. Gregorio Magno disse che: La vera giustizia sa comprendere, mentre quella falsa nutre disprezzo. Altro è però ciò che si compie sotto il pungolo dell’orgoglio e altro ciò che è suggerito dallo zelo per la rettitudine (In Ev. 34, 2).
Noi sappiamo che Cristo è la giustizia stessa e insieme il fonte della carità: Dio è carità (1 Gv 4,16). Per cui, chi ha questo zelo discreto è molto simile a Dio, al quale non si può fare maggior piacere che, oltre ad avere zelo per la sua gloria, mostrarsi anche con la compassione verso le anime ricomperate con il suo prezioso sangue; e, dice s. Gregorio Magno: Nessun sacrificio è così accetto a Dio onnipotente quanto lo zelo per le anime (In Ez. 12,30). Lo conferma s. Giovanni Crisostomo, che aggiunge che ha maggiore merito salvare un’anima, che avere la grazia di fare miracoli sulla terra, e con ciò si assicura la salvezza propria e di quella del suo fratello. Per questo s. Giacomo disse: Chi riconduce un peccatore dalla sua vita di errore, salverà la sua anima dalla morte (Gc 5,20).

Paolo: il Cacciatore di Cristo
S. Paolo ebbe zelo in eccesso di ricondurre i peccatori a Dio e di salvare le anime; e per raffigurarlo al vivo, per ora chiamerei l’Apostolo il Cacciatore di Cristo. Cacciatore veramente spirituale, del quale Cristo stesso disse in s. Luca, d’averlo eletto: per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele (At 9,15); così come Pietro viene chiamato Pescatore del Signore, al quale, come a tutti gli Apostoli, Cristo in persona disse: Seguitemi, vi farò pescatori di uomini (Mt 4,19).
Paolo fu uno di quei primi cacciatori di Cristo, ai quali fa accenno Geremia e dei quali Dio disse: Ecco, io invierò numerosi cacciatori, che daranno loro la caccia su ogni monte, su ogni colle e nelle fessure delle rocce (Ger 16,16). Paolo andò a caccia per le valli, per i monti e per tutto il mondo, traendo moltissime anime dalle cieche e oscure grotte dell’ignoranza e dalle profonde caverne del peccato e dell’inferno; e Dio gli pose ai fianchi gli sproni della carità: Ci spinge l’amore di Cristo (2 Cor 5,14), perché proseguisse questa caccia spirituale, non di belve, ma di anime e di uomini peccatori, peggiori delle stesse belve; per cui andava là dove Dio voleva, fino agli ultimi confini della terra e fino là fece sentire la sua voce, come di tromba di Dio: Mi sono fatto un punto di onore di non annunziare il Vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo (Rm 15,20), per cui, con particolare ragione si deve cantare di Paolo in modo conforme a quello che la Chiesa canta degli altri Apostoli: Per tutta la terra si diffonde la loro voce e ai confini del mondo la loro parola (Sl 19,5); poiché il suono della sua voce e la predicazione del santo Vangelo di Cristo si udì ovunque, spargendo fiamme di zelo e fuoco di carità per l’universo. Fiamme e fuoco a cui accenna Ezechiele quando dice: Prendi una teglia di ferro (Ez 4,3); e che cosa fare di tale strumento? Risponde s. Gregorio secondo lo spirito: per arrostire le anime in un santo sacrificio a Dio con il fuoco della carità, come aveva fatto della sua nel medesimo fuoco: Sì, lo zelo spirituale fa friggere l’anima di ogni dottore, perché egli si cruccia molto, quando vede i deboli abbandonare le cose eterne e dilettarsi in quelle temporali. Come aveva preso seriamente la teglia di ferro Paolo, quando, tormentato dallo zelo per le anime, diceva: Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema? (2 Cor 11,29). Il medesimo suo cuore, che si accendeva di zelo per le anime, che altro era diventato se non una teglia in cui ardeva di amore per le virtù contro i vizi? Ciò che bruciava era la teglia. Prendeva fuoco e cuoceva, perché si accendeva di amarezza, ma con l’afflizione del suo cuore preparava alimenti di virtù (In Ez. 12, 29).
L’Apostolo si struggeva per lo zelo che aveva di provvedere il cibo a Cristo, con il cuocere i cuori con il fuoco del divino amore; per cui doveva dire con il Signore, che portò il fuoco dell’amore divino dal cielo sulla terra: Come vorrei che fosse già acceso!(Lc 12,49). Così come in effetti egli bruciò molte anime, introducendole nelle viscere di Cristo, tra le fiamme della carità, che vi avvampavano: Dio mi è testimonio del profondo affetto che ho per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù (Fil 1,8).
Lo zelo fu in lui tanto grande che, nel mezzo dei travagli nei quali stava immerso, non si perse mai d’animo, né di cuore, né abbandonò mai l’impresa, ancorché si trovasse circondato da infiniti mali: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte (2 Cor 11,23); e avesse grandi contrasti con i nemici, i demoni, il mondo e la carne: battaglie all’esterno, timori al di dentro (2 Cor 7,5); oltre la sollecitudine e l’affanno continui, che aveva per le Chiese: Il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese (2 Cor 11,28). Senza interrompere mai le fatiche per qualsiasi sinistro incontro, la sua soddisfazione e la sua gloria era trovare nei fedeli una costanza invincibile e ferma e il loro progresso nelle virtù, come scrisse ai Tessalonicesi: Ora sì ci sentiamo rivivere, se rimanete saldi nel Signore (1 Ts 3,8). Per cui s. Giovanni Crisostomo osserva che Paolo attese al frutto e al solo bene del suo prossimo, tanto da scrivere ai Corinti: Vi ho scritto, perché apparisse chiara la vostra sollecitudine per noi davanti a Dio. Ecco quello che ci ha consolati (2 Cor 7,12-13); e ai Tessalonicesi: Abbiamo avuto fiducia nel nostro Dio di annunciarvi il vangelo di Dio con molta sollecitudine (1 Ts 2,2). Quanto a noi, fratelli, dopo poco tempo che eravamo separati da voi, di persona ma non con il cuore, eravamo nell’impazienza di rivedere il vostro volto, tanto il nostro desiderio era vivo, ma satana ce lo ha impedito (1 Ts 2,17-18). Per questo, non potendo più resistere, mandai a prendere notizie sulla vostra fede (1 Ts 3,5). Ho infatti un vivo desiderio di vedervi per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, o meglio, per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune, voi e io (Rm 1,11-12).
Tanto era lo zelo delle anime in lui che, per aiutarle, si accontentò di stare nel mondo, piuttosto che in cielo, perché stimava più il loro acquisto che il godimento di Dio faccia a faccia, anteponendo salvezza degli altri ai gusti del paradiso: Sono messo alle strette tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d’altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,23). Insomma, tale era il suo zelo che, dopo aver mostrato l’affetto di un padre amorevole verso i suoi figlioli: Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri (1 Cor 4,15), mostra anche l’affetto di una madre amorevole: Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore, finché non sia formato Cristo in voi! (Gal 4,19).

Lo zelo verso Dio
Il simbolo dello zelo verso Dio: il ferro ardente e infuocato; e il motto: Noli me tangere.
Lo si dice di Paolo, quando si trattava della difesa dell’onore di Dio: egli si faceva tutto fuoco, come fece contro alcuni di Corinto, che si erano intiepiditi nel servizio di Dio: Che volete, devo venire a voi con la verga? (1 Cor 4,21).
L’Apostolo, desideroso che tutti si mostrassero zelanti nel servizio divino, come egli stesso mostrava di fare, istruì i Corinti ad essere zelanti verso la sua Divina Maestà con l’osservanza della sua legge e dei suoi santi precetti, onorandoli e abbracciandoli volentieri, poiché la circoncisione era abrogata; e lo prova con questa ragione: La circoncisione non conta nulla e la non circoncisione non conta nulla; conta invece l’osservanza dei comandamenti. Ciascuno rimanga nella condizione in cui era, quando è stato chiamato (1 Cor 7,19-20); così come scrisse agli Ebrei: Proprio per questo bisogna che ci applichiamo con maggiore impegno a quelle cose che abbiamo udito (Eb 2,1). Infatti, tale osservanza è il mezzo per farci conoscere Dio, scrive s. Giovanni: Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti (1 Gv 2,3); e ciò in modo conforme alla dottrina del Savio nei suoi Proverbi: Conserva il consiglio e la riflessione, né si allontanino mai dai tuoi occhi: saranno vita per te e grazia per il tuo collo (Pr 2,21-22). Se con zelo osserverai la santa legge di Dio e i suoi consigli, sarà vita per la tua anima e dolcezza al tuo palato, che è la dolcezza di cui disse Davide, che l’aveva gustata: Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca (Sl 139,103); e ciò perché era un diligente osservatore dei precetti divini: Corro per la via dei tuoi comandamenti (Sl 119,32).
Per questo Dio lo favorì tanto, così come favorisce coloro che davvero lo amano, perché: Quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati (Rm 2,13). Perciò non si deve considerare difficile la sua osservanza, sebbene a prima vista possa apparire dura, perché dopo è soave e dolce: Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero (Mt 11,30); e ciò per effetto della carità, che è l’ambrosia stessa: Il fine di questo richiamo è la carità (1 Tm 1,5). Tuttavia, ciò si gusta quando il cuore è puro e netto da ogni colpa: Sgorga da un cuore puro, da una buona coscienza e da una fede sincera. Proprio deviando da questa linea, alcuni si sono volti a fatue verbosità, pretendendo di essere dottori della legge, mentre non capiscono né quello che dicono, né alcuna di quelle cose che danno per sicure. Certo, noi sappiamo che la legge è buona (1 Tm 1,5-7).
Quindi Paolo invita i Romani all’osservanza e allo zelo di essa, con il dare a Dio il dovuto tributo del loro cuore: Perché con un solo animo e una sola voce rendiate gloria a Dio, come sta scritto: Per questo ti celebrerò tra le nazioni pagane e canterò inni al tuo nome (Rm 15,6.9). Di questa osservanza ne parla anche s. Giacomo: Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi (Gc 1,22); e poco oltre: Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e le resta fedele, non come un ascoltatore smemorato, ma come uno che la mette in pratica, questi troverà la sua felicità nel praticarla (Gc 1,25). Per questo l’Apostolo esorta quelli di Corinto a rifiutare le leggi degli infedeli: Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli. Quale rapporto infatti ci può essere tra la giustizia e l’iniquità, o quale unione tra la luce e le tenebre? Quale intesa tra Cristo e Beliar, o quale collaborazione tra un fedele e un infedele? Quale accordo tra il tempio di Dio e gli idoli? Noi siamo infatti il tempio del Dio vivente (2 Cor 6, 14-16). Dovrebbero farsi mutilare coloro che vi turbano. Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà, purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne (Gal 5,12-13). Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre (Ef 5,11). Altrimenti, chi conosce la verità e non la mette in pratica, avrà maggiore colpa, dice s. Isidoro: Male minore è non conoscere ciò che brami, anziché non compiere ciò che conosci.
Paolo, dunque, mosso da santo zelo per il mantenimento dell’osservanza della legge di Dio, scrisse anche a Tito di fuggire i faziosi come la peste, che infetta e dà la morte spirituale: Dopo una o due ammonizioni sta’ lontano da chi è fazioso (Tt 3,10); e a Timoteo, esortandolo ad avere in se questo zelo: Partendo per la Macedonia, ti raccomandai di rimanere in Efeso, perché tu invitassi alcuni a non insegnare dottrine diverse e a non badare più a favole e a genealogie interminabili, che servono più a vane discussioni che al disegno divino manifestato nella fede (1 Tm 1,3-4). Allo stesso scrive con il medesimo zelo: Quelli poi che risultano colpevoli, riprendili alla presenza di tutti, perché anche gli altri ne abbiano timore (1 Tm 5,20); e la stessa cosa consiglia anche a Tito: Vi sono infatti, soprattutto fra quelli che provengono dalla circoncisione molti spiriti insubordinati, chiacchieroni e ingannatori della gente. A questi tali bisogna chiudere la bocca (Tt 1,10-11). Perciò correggili con fermezza, perché rimangano nella sana dottrina e non diano più retta a favole giudaiche (Tt 1,13-14).
Nel contempo, mostra gli inconvenienti, che nascono, allorché cessa lo zelo santo verso la legge divina: 5e qualcuno insegna diversamente e non segue le sane parole del Signore nostro Gesù Cristo e la dottrina secondo la pietà, costui è accecato dall’orgoglio, non comprende nulla ed è preso dalla febbre di cavilli e di questioni oziose. Da ciò nascono le invidie, i litigi, le maldicenze, i sospetti cattivi, i conflitti di uomini corrotti nella mente e privi della verità (1 Tm 6,3-5).

Lo zelo verso il prossimo
Il simbolo dello zelo verso il prossimo: la gallina che cova le uova di varie specie di polli. Il motto: Donec formentur. Quale gallina, che con infinita sofferenza sta covando le uova di vario tipo fino a quando non nascono i pulcini, così s. Paolo, per lo zelo indicibile che aveva indifferentemente verso le anime, non pensava ad altro che a correggerle, purificarle, istruirle e perfezionarle, fino a quando fossero unite perfettamente a Dio; per cui diceva: 5ono debitore verso i Greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti (Rm 1,14), scrivendo ai Galati: Figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché non sia formato Cristo in voi! (Gal 4,19).
L’Apostolo, sembrandogli poco nutrire in petto il fuoco di questo santo zelo, si sforzò di suscitarlo con ogni mezzo anche nel cuore di ogni buon cristiano; e particolarmente i coloro ai quali, come a tanti pastori, da Dio era stata commessa la cura del suo gregge, ricuperando dalle fauci e dalla tirannia di quell’antico lupo, che in cento modi lo insidiava. Per cui scrive a Timoteo: Vigila su te stesso e sul tuo insegnamento e sii perseverante: così facendo salverai te stesso e coloro che ti ascoltano (1 Tm 4,16). Sta attento prima a te stesso e poi alla dottrina: cioè all’ammaestramento del tuo prossimo, per salvare prima te stesso e poi loro. Altrove, manifestò lo stesso pensiero con altre parole: Nessuno cerchi l’utile proprio, ma quello altrui (1 Cor 10,24). Non cercate l’amore interessato di voi stessi, ma di usare la carità verso gli altri, poiché la messe è molta e gli operai sono pochi! (Mt 9,37). Poiché pochi sono gli operai buoni di Cristo; maggiore è il numero delle anime che si dannano per mancanza d’aiuto, di quelle che si salvano: Molti sono i chiamati, ma pochi eletti (Mt 22,14).
Per questo s. Giovanni Crisostomo grida: Ohimè, se vedi un cieco, che va a cadere in un fosso, tu l’aiuti; e non ti muovi per le anime, che se ne vanno all’inferno e che sono costate tanto a Cristo, ricomprate con lo spargimento del suo prezioso sangue? (Ad pop. 16). Infatti siete stati comprati a caro prezzo (1 Cor 6,20). Per cui il Savio dice: Aiuta il tuo prossimo secondo la tua possibilità (Sir 29,20). Quindi Paolo si fa tutto a tutti, né si sottrae alla fatica per salvarli: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo (1 Cor 3,22-23). Perciò conviene anche a voi avere le viscere di pietà e questo santo zelo a lei congiunto. Rivestitevi dunque come amati di Dio, santi e diletti, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza (Col 3,12). È necessaria la compassione per guadagnarsi i cuori e per acquistare anime al Signore: Mediante la carità siate al servizio gli uni degli altri (Gal 5,1 3); e conclude: Soltanto desideriamo che ciascuno di voi dimostri il medesimo zelo, perché la sua speranza abbia compimento sino alla fine (Eb 6,11). Spiegando quel passo s. Agostino disse che l’Apostolo ebbe questo zelo, congiunto con la pietà. Chi è debole, che anch’io non lo sia? (2 Cor 11,29). Imparatelo dal vostro Maestro, Cristo, il quale scese dal cielo in terra, mandato dal Padre per la salvezza degli uomini: Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi (Rm 8,32).
L’Apostolo vuole che, come figli di Dio, ci rivestiamo anche noi di queste viscere di pietà, come santi e diletti di Dio, per assimilarsi alla sua condizione e a quel sommo sacerdote, del quale egli disse: Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità (Eb 4,15). Perciò anche noi dobbiamo compatire volentieri il nostro prossimo, come Cristo compatì tutto il mondo, il che si vede in modo tutto singolare nell’esempio della samaritana. Che cosa non fece Cristo per guadagnare quell’anima? S. Giovanni tratteggia in modo vivo questo affetto compassionevole, quando dice: Gesù, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo (Gv 4,6); e a questo proposito, s. Agostino dice che Cristo, con molta ragione, si paragona a una gallina: Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto? (Mt 23,37). Perché, egli dice, gli altri uccelli si riconoscono se sono madri, o no, se non quando si vedono nei loro nidi; ma la gallina si riconosce sempre essere madre, anche se non è seguita dai pulcini, perché basta osservare il suo solo aspetto: nel vederla distrutta, scaduta e magra; poiché non mangia e, sempre singhiozzando, sta vigilante e attenta solo al governo e alla difesa dei suoi figliuoli. Tale si dimostra Cristo in questo caso: andava per il mondo alla ricerca delle anime così debole, stanco e infiacchito, che, per sfinimento, sedeva presso il pozzo; e, quantunque sia affamato per il viaggio, non vuole mangiare, ancorché pregato dai suoi discepoli; anzi, con cuore zelante, ansioso di ridurre sotto le sue ali una tale anima e farne acquisto, risponde loro: Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete (Gv 4,32). Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura (Gv 4,35).
Noi dobbiamo essergli simili, dice s. Agostino, con l’avere tanto zelo per le anime e con l’essere tanto solleciti e diligenti per il loro acquisto: che questa cura sollecita ci tenga fiacchi, deboli e dimentichi di tutte le nostre comodità, così come se ne dimenticarono Cristo e Paolo, suo imitatore. S. Gregorio Magno tratteggia un tale affetto di carità e di zelo verso il nostro prossimo, rappresentando il cuore di Paolo ferventissimo, come posto dentro a una teglia infuocata e bollente, mentre dice: è più necessario per voi che io rimanga nella carne (Fil 1,24); e ne ricava quale debba essere lo zelo del nostro cuore, per farne un’oblazione e sacrificio a Dio, con queste parole: Quanto plachi Dio onnipotente l’ardore del cuore prodotto dallo zelo spirituale, lo dimostra chiaramente la prescrizione della Legge di offrire in sacrificio fior di farina. A questo pròposito è scritto: Il sacerdote succeduto di diritto al padre friggerà il fior di farina in una teglia cosparsa d’olio e l’offrirà calda, in odore soavissimo al Signore; e soggiunge: Il fior di farina si frigge nella teglia, quando l’anima pura del giusto viene divorata dall’ardore di un santo zelo. Dev’essere cosparsa d’olio, cioè bisogna mescolare allo zelo la misericordia della carità, che arde e splende davanti al Signore onnipotente (In Ez. 12,30). Vuole che arda la mente e il cuore, ma dentro all’olio bollente della compassione verso i deboli e gli infermi per i peccati commessi, aspettando la ricompensa promessa da Dio all’Apostolo stesso, dove disse: Ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo, infatti, collaboratori di Dio (1 Cor 3,8-9).

(A cura di MAURO REGAZZONI, Il sacerdote secondo il Cuore di Cristo e di Paolo: lo zelo per le anime, in « Eco dei Barnabiti », n. 4, Dicembre 2009, pagg. 15-20)

Publié dans:BARNABITI, SACERDOZIO (sul) |on 23 août, 2010 |Pas de commentaires »

LA “PAOLINITÁ” DEL PASTORE di Michele Delle Foglie, parroco

dal sito:

http://www.preticattolici.it/Teologia%20spirituale.htm#LA_“PAOLINITÁ

LA “PAOLINITÁ” DEL PASTORE di Michele Delle Foglie, parroco

 Il primo linguaggio che ha sempre aperto il cuore dei fedeli e ha attirato il loro amore verso Chiesa è stato il modo con cui il parroco ha indossato i panni del Pastore. Il linguaggio dei gesti concreti, specialmente dell’attenzione ai periferici o anche lontani, ha sempre aperto un varco per il quale non doveva passare la persona del parroco, il suo saper dire o il suo saper fare: sarebbe questo un fallimento! Doveva invece passare, deve necessariamente passare il messaggio affidato alla nostra predicazione: «Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11). Nella predicazione non ho mai registrato la necessità dell’uso del linguaggio teologico, benché anche a me sia piaciuto studiare un po’ di teologia e tenermene aggiornato. Un conto è il bagaglio delle nozioni e della dottrina, un conto è la comunicazione del messaggio che richiede i segni immediati della percezione e dell’accoglienza. Quel dire di san Paolo – «Mi sono fatto tutto a tutti» (1Cor 9,22) – mi pare che sia misura e compimento dell’esigenza di offrire nel nostro ministero, specialmente nella nostra predicazione e nella presidenza della sacra liturgia, non qualcosa per la vita ma “Qualcuno” che dà la Vita. Se il messaggio della Chiesa è Cristo ieri, oggi e sempre, è Cristo il dono della fede, che si apre all’accoglienza perché i suoi testimoni non predicano una dottrina, bensì il “Vangelo” del Signore Gesù. Paolo getta il fondamento della sua riuscita sul punto essenziale della sua conversione, della sua vocazione e della sua missione: Cristo Gesù è il suo amore, la sua vita offerta in sacrificio. Il Pastore dei tempi moderni attinge a questa inesauribile sorgente dell’amore di Dio in Cristo Gesù che è motivo della sua fedeltà al ministero ricevuto, alla sua difficile missione tanto poco compresa dal mondo e molto più combattuta fino alla persecuzione. Il linguaggio dell’amore è il linguaggio del vangelo e del suo Maestro; è il linguaggio dell’apostolo e dei santi; è il linguaggio della Chiesa quando spoglia se stessa della veste preziosa per indossare, per dirla con il Servo di Dio Don Tonino Bello, il grembiule del servizio. Il linguaggio dell’amore investe la vita ministeriale e apre la strada alla comunicazione, al dialogo, all’intesa reciproca e alla conversione. Quante e quante volte nella nostra vita di parroci, pastori più avvertiti dalla sensibilità del popolo a motivo della qualifica del nostro ufficio pastorale, il nostro contatto con la gente, anche la più lontana dei nostri ambienti, rifulge per un semplice gesto di cortesia, per un saluto, per un qualche interesse al mondo del lavoro o della sofferenza, o del mondo giovanile e degli anziani. All’ascensore dell’ospedale, dove corri perché chiamato ad amministrare il sacramento dell’unzione degli infermi, ti senti dire: «Grazie, Padre, per essere venuto; noi non siamo della sua parrocchia, ma avevamo bisogno del sacerdote. Le saremo grati per sempre». Sali le scale per comunicare alla famiglia la tragica morte del figlio, il giovane Paolo, vittima dell’incidente stradale, e chiedi al Signore la parola giusta per l’ingrato compito. «È successo qualcosa», hanno intuito la ferale notizia che riguarda il figlio di appena 23 anni morto sul colpo per l’urto frontale. Prolungare la presenza nella famiglia e condividerne in silenzio le lacrime apre alla fiducia e alla confidenza nel pastore d’anime. Ti rechi con discrezione nelle case più umili e più povere. La carità non fa chiasso, perciò si fa in modo che il pasto quotidiano vi giunga con il massimo riserbo. Cosa poi senti dirti? «Non sapevo, Padre, di questa carità della Chiesa», e voi cosa sapete, mi domando. «Non l’avrei mai saputo né creduto se la persona beneficata non me lo avesse confidato». Molti parlano e tanti hanno scritto di un’ “arte pastorale”. Essa è anche tra le materie d’insegnamento nei seminari. Ma non basta che sia materia d’insegnamento, perché si rischia l’astrazione se mancasse la “vita del Pastore” offerta senza misura, che è il segno massimo della sua configurazione al buon Pastore, maestro e santificatore, «il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Non dunque la straordinarietà del ministero, ma la quotidianità di vita di ogni giorno vissuta per la causa di Cristo e del vangelo. In tal modo non è difficile percepire i sentimenti del popolo dei fedeli, dei vicini e dei lontani: quel modo di pregare e di celebrare, quella straordinaria sensibilità verso i poveri, quel grande rispetto per i dotti e per gli umili, finanche per i lontani o forse anche nemici della Chiesa; quel farsi piccoli con i piccoli, quella particolare tenerezza verso gli anziani, quel cuore paterno vicino a tutti nella sofferenza nel lutto e nella prova; quella profezia nella sua predicazione, quel piacere di ascoltarlo; quella severità a tempo opportuno, quei richiami forti e amabili al suo gregge, quell’appello rispettoso ma esigente alle istituzioni; quel consenso, spesso tacito e velato, ma sempre vero nella missione pastorale del proprio parroco… L’ardore e l’ansia apostolica di Paolo verso le anime sono propri di chi ha incontrato Cristo e sa di essere stato da Lui amato fino al sangue e a Lui ha offerto tutta la sua vita; di chi ha reso vincente la scommessa che Gesù aveva fatto su di lui riguardo al discepolo Anania, turbato da quella conversione che avrebbe fatto dello spietato persecutore dei seguaci di Cristo un vas electionis: «Va’, perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (At 9,15-16). Lo stile dell’Apostolo va all’essenziale, in molte prove sempre sorretto dalla forza della verità che egli stesso predica: «Vivendo la verità nell’amore» (Ef 4,5). È lo stile semplice ma forte di chi ha creduto e si sente chiamato e consacrato a dare la vita perché il vangelo penetri il cuore di ogni uomo. Anche fino all’inferno, pur di salvarne uno solo! (1Cor 9,22). È la vita fatta dono e sacrificio, dono e servizio, dono e responsabilità. La predicazione di Paolo, ad ampio respiro missionario, è fatta non di dottrina astratta, ma di vita testimoniata fin dal martirio. Paolo non teme le potenze di questo mondo, è proteso al traguardo. In catene a Roma scriverà: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede» (2Tm 4,7). Sa egli di non predicare se stesso, ma il vangelo di Gesù Cristo Salvatore, e Cristo crocifisso: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso come io per il mondo» (Gal 6,14) . E predicare per Paolo non è facoltativo. È invece un obbligo: «Guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Cor 9,16). La vita sacerdotale e il ministero pastorale del parroco hanno da attingere abbondantemente al vangelo di nostro Signore Gesù Cristo. Ma non è passato questo stesso vangelo attraverso l’esperienza dell’apostolato di chi adesso ha per vocazione consacrato la propria vita? Non si chiama, oggi più che mai, l’apostolo Paolo il grande catecheta e il catechista missionario del vangelo predicato a tutte le genti secondo il comando di Gesù? «Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). È tutta qui la ragione e la forza della “paolinità” che investe la vita e la storia della Chiesa, e tutta la permea e la informa durante i secolari percorsi della sua missione. È qui anche la fonte del respiro paolino che a pieni polmoni è presente nel nostro ministero. È una strada tracciata e battuta ormai da duemila anni, perciò è una strada sicura perché il vangelo sia predicato, in parole e in opere, anche oggi a tutti i popoli e a tutte le nazioni. L’Areopago ateniese (At 17,22ss.) ai nostri giorni non è più o esclusivamente il pulpito delle nostre chiese e delle nostre cattedrali, dove forse molto si proclama e poco si ascolta. Ed ecco la necessità di “impiantare “ pulpiti dovunque è presente l’uomo, dove egli vive, dove egli lavora, dove egli si aggrega, gioisce o soffre, discute o riflette. Sono i moderni areopaghi da dove l’apostolo di Cristo annuncia la parola che salva e la sostiene con la buona testimonianza della vita, che le dà credito ed efficacia. Il comando di Gesù di portare il vangelo in ogni angolo della terra impegna gli evangelizzatori e i ministri, dispensatori dei misteri di Dio, a cominciare dalle nostre parrocchie, dai nostri paesi, dalle nostre città. Col linguaggio nuovo, “ma sempre antico” della carità, il più persuasivo e il più fecondo dei linguaggi, perché è il linguaggio comunicativo dell’amore. 

Il celibato sacerdotale è psicologicamente pericoloso? (intervista)

dal sito:

http://www.zenit.org/article-21647?l=italian

Il celibato sacerdotale è psicologicamente pericoloso?

Intervista ad Aquilino Polaino Lorente, docente di Psicopatologia

di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 9 marzo 2010 (ZENIT.org).- Il 5 marzo scorso si è concluso presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma il Congresso “Il celibato sacerdotale: teologia e vita”, organizzato dalla Facoltà di Teologia dell’ateneo e patrocinato dalla Congregazione per il Clero, nel contesto dell’Anno Sacerdotale.

Uno degli interventi più apprezzati dal pubblico, composto soprattutto da diaconi e sacerdoti, è stato “La realizzazione della persona nel celibato sacerdotale”, del professore spagnolo Aquilino Polaino Lorente.

Polaino è medico presso l’Università di Granada. Ha poi studiato Psicologia Clinica all’Università Complutense di Madrid ed è dottore in Medicina presso l’Università di Siviglia. E’ anche laureato in Filosofia presso l’Università di Navarra.

Ha quindi ampliato i suoi studi in vari istituti di istruzione superiore europei e americani. Dal 1978 al 2004 è stato docente di Psicopatologia alla Complutense di Madrid, e attualmente insegna la stessa materia all’Università San Pablo della capitale spagnola.

Ha scritto molti articoli e libri, soprattutto sui problemi psicologici infantili e giovanili e su quelli familiari. E’ membro di accademie di medicina di varie città spagnole, collaboratore di numerosi organismi e per il suo lavoro e il suo bagaglio culturale gli sono stati conferiti molti premi.

ZENIT ha intervistato il professor Polaino, che spiega come una corretta visione della sessualità, in cui si devono integrare amore, apertura alla vita e piacere, possa comprendere anche il senso del celibato al quale sono chiamate alcune persone per essere più disponibili all’apostolato e a vivere l’amore universale. “Dio non chiede cose impossibili a una persona che chiama al suo servizio”, ha detto nel suo intervento riferendosi al tema centrale del Congresso.

Il celibato sacerdotale è psicologicamente pericoloso?

Prof. Polaino: Non è affatto pericoloso, perché forse è ben compatibile con quella che è la struttura antropologica realista della condizione umana. Ha le sue difficoltà, com’è logico, visto che la natura umana è un po’ deteriorata e bisogna integrare tutte le dimensioni. A me sembra più pericoloso il comportamento sessuale aperto, non normativo, in cui tutto vale. Credo che questo abbia conseguenze più destrutturanti per la personalità rispetto al celibato ben vissuto in pienezza, senza rotture.

Di quali mezzi si deve avvalere il sacerdote per essere fedele al voto del celibato tutti i giorni della sua vita?

Prof. Polaino: La tradizione della Chiesa ha una moltitudine di consigli che si possono mettere in pratica e sono efficaci, ad esempio la custodia del cuore e quella della vista. Ciò che non si vede non si sente. Non bisogna neanche guardare per terra, ma si può vedere senza guardare. Ciò assicura la pulizia del cuore, e il vivere il primo comandamento, che è amare Dio al di sopra di tutte le cose. In una pentola a pressione le mosche non entrano. Un cuore soddisfatto non si perde in meschinità o in frammentazioni.

Crede che la cultura edonista di questo nuovo secolo, così diffusa nei mezzi di comunicazione, influisca sul fatto che alcuni sacerdoti non sono fedeli al voto del celibato?

Prof. Polaino: E’ possibile, perché anche i sacerdoti hanno la fragilità della condizione umana. Credo che ci si debba concentrare maggiormente sull’immenso numero di sacerdoti fedeli alla loro vocazione. Una cosa eccezionale avviene anche nella vita sacerdotale, ma è appunto un’eccezione. Anche se a livello giornalistico è corretto guardare all’eccezione, non possiamo essere ciechi di fronte alla stragrande maggioranza dei sacerdoti che sono leali, vivono la loro vocazione in pienezza, sono felici. E’ un aspetto da sottolineare.

Una retta visione della sessualità può dare una retta visione della vita nel celibato?

Prof. Polaino: Sì. Credo che la sessualità sia oggi una realtà molto confusa, una facoltà sulla quale ci sono più errori che punti di accordo rispetto a quella che è la natura umana, e forse è un programma da insegnare a impartire a tutte le età perché, essendo uno degli assi fondamentali della vita umana, se non è ben compresa, se la gente non è ben formata, vivrà una grande confusione. Ciò interessa sia i seminaristi che i giovani o le coppie di fidanzati. E’ un’educazione per la vita. E’ una materia che a volte si insegna male perché si insegnano gli errori, e questo fa confondere ancor di più. Bisogna spiegare questa materia con un rigore scientifico fondato sulla natura umana.

Che cosa significa che il sacerdote è chiamato ad essere padre spirituale?

Prof. Polaino: Credo che questo sia uno dei temi che sono stati poco approfonditi. La paternità spirituale la devono vivere anche i padri biologici, e molti di loro non ne hanno mai sentito parlare. La paternità spirituale è, in qualche modo, vivere tutte le opere di misericordia, consolare chi è triste, redimere il prigioniero, essere ospitali, confermare l’altro in ciò in cui vale, evitargli i problemi, esortarlo e motivarlo perché sperimenti una crescita personale, stimolare la comparsa di valori che ha già perché derivano dalla sua natura, ma forse non si è stati capaci di trovarli o farli crescere. Credo che questo mondo sia orfano di questa paternità spirituale e della maternità spirituale, e penso che sia una dimensione che il sacerdote vive quasi senza rendersene conto.

La vita nel celibato può rendere più feconda questa paternità spirituale?

Prof. Polaino: Necessariamente sì, perchè c’è più tempo, c’è più disponibilità. Se l’obiettivo finale è l’unione con Dio, la paternità spirituale acquista più senso perché è la migliore immagine della paternità divina nel mondo contemporaneo. Per questo ci si pone come mediatori, e nella misura in cui vive la filiazione divina vivrà anche la paternità spirituale.

Publié dans:SACERDOZIO (sul) |on 9 mars, 2010 |Pas de commentaires »

Santità pneumatico-paolina del sacerdote

dal sito:

http://www.cantalamessa.org/it/articoloView.php?id=37

Santità pneumatico-paolina del sacerdote 
 
2004-10-20- Convegno internazionale dei sacerdoti-Malta 

“Per la pedagogia della santità –ha scritto Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte- c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’arte della preghiera… Le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche scuole di preghiera, dove l’incontro con Cristo non si esprima soltanto in implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti…Alla preghiera sono in particolare chiamati quei fedeli che hanno avuto il dono della vocazione ad una vita di speciale consacrazione: questa li rende, per sua natura, più disponibili all’esperienza contemplativa, ed è importante che essi la coltivino con generoso impegno…Occorre allora che l’educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale”[1] .

La preghiera è il mezzo universale e indispensabile per avanzare su tutti i fronti nel cammino di santità. “Se vuoi cominciare a possedere la luce di Dio, dice la B. Angela da Foligno, prega; se sei già impegnato nella salita della perfezione e vuoi che questa luce in te aumenti, prega; se vuoi la fede, prega; se vuoi la speranza, prega; se vuoi la carità, prega; se vuoi la povertà, prega; se vuoi l’obbedienza, la castità, l’umiltà, la mansuetudine, la fortezza, prega. Qualunque virtù tu desideri, prega…Quanto più sei tentato, tanto più persevera nella preghiera… La preghiera infatti ti dà luce, ti libera dalle tentazioni, ti fa puro, ti unisce a Dio” [2] . Agostino dice: “Ama e fa ciò che vuoi” [3] ; con altrettanta verità possiamo dire: “Prega e fa ciò che vuoi”.

Attenendomi al tema assegnatomi “Santità pneumatico-paolina del sacerdote”, in questa meditazione vorrei esporre l’insegnamento dell’Apostolo sulla preghiera, facendo, al termine, qualche applicazione più specifica alla vita del sacerdote. Noi infatti, ci ricorda lo stesso S. Agostino, “per”gli altri siamo sacerdoti e vescovi, ma “con” gli altri siamo dei cristiani [4] .

1. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza

Nel capitolo ottavo della Lettera ai Romani l’Apostolo mette in luce le operazioni più importanti dello Spirito Santo nella vita del cristiano e tra esse, in primissimo piano, figura la preghiera. Lo Spirito Santo, principio di vita nuova, è anche, di conseguenza, principio di preghiera nuova. Partiamo dai due versetti più attinenti al nostro tema:

“Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio” (Rm 8, 26-27).

San Paolo afferma che lo Spirito intercede per “con gemiti inesprimibili”. Se potessimo scoprire per che cosa e come prega lo Spirito nel cuore del credente, avremmo scoperto il segreto stesso della preghiera. Ora, a me sembra che questo sia possibile. Lo Spirito infatti che prega in noi segretamente e senza strepito di parole è lo stesso identico Spirito che ha pregato a chiare lettere nella Scrittura. Egli che ha “ispirato” le pagine della Scrittura, ha anche ispirato le preghiere che leggiamo nella Scrittura.

Se è vero che lo Spirito Santo continua a parlare oggi nella Chiesa e nelle anime, dicendo, in modo sempre nuovo, le stesse cose che ha detto “per mezzo dei profeti” nelle sacre Scritture, è vero anche che egli prega oggi, nella Chiesa e nelle anime, come ha insegnato a pregare nella Scrittura. Lo Spirito Santo non ha due preghiere diverse. Noi dobbiamo, dunque, andare a scuola di preghiera dalla Bibbia, per imparare ad “accordarci” con lo Spirito e pregare come prega lui.

Quali sono i sentimenti dell’orante biblico? Cerchiamo di scoprirlo attraverso la preghiera dei grandi amici di Dio: Abramo, Mosè, Geremia, i salmisti. La prima cosa che colpisce in questi oranti “ispirati” è la grande libertà e l’incredibile ardimento con cui dialogano con Dio. Niente di quel servilismo che gli uomini sono soliti associare alla parola “preghiera”.

Conosciamo bene la preghiera di Abramo a favore di Sodoma e Gomorra (cf Gn 18, 22 ss). Abramo comincia dicendo: “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?”, come per dire: non posso credere che tu vorrai fare una cosa del genere! A ogni successiva richiesta di perdono, Abramo ripete: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore!”. La sua supplica è “ardita” e lui stesso se ne rende conto. Ma è che Abramo è l’“amico di Dio” (Is 41, 8) e tra amici si sa fin dove ci si può spingere.

Mosè va ancora più lontano nel suo ardimento. Dopo che il popolo si è costruito il vitello d’oro, Dio dice a Mosè che è sul monte a pregare: “Scendi in fretta di qui perché il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dall’Egitto, si è traviato”. Mosè risponde dicendo: “Al contrario, essi sono il tuo popolo, la tua eredità, che tu hai fatto uscire dall’Egitto” (Dt 9, 12.29; cf Es 32, 7.11). La tradizione rabbinica ha colto bene il sottinteso che c’è nelle parole di Mosè: “Quando questo popolo ti è fedele, allora esso è il “tuo” popolo che “tu” hai fatto uscire dal paese d’Egitto; quando ti è infedele, allora esso diventa il “mio” popolo che “io” ho fatto uscire dall’Egitto?”. A questo punto Dio ricorre all’arma della seduzione; fa balenare davanti al suo servo l’idea che, una volta distrutto il popolo ribelle, farà di lui “una grande nazione” (Es 32, 10). Mosè risponde facendo ricorso a un piccolo ricatto; dice a Dio: Attento, perché, se distruggi questo popolo, si dirà in giro che l’hai fatto perché non eri in grado di introdurlo nella terra che avevi loro promesso! “E Dio abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo” (cf Es 32, 12; Dt 9, 28).

Geremia arriva alla protesta esplicita e grida a Dio: “Mi hai sedotto”, e: “Non penserò più a lui non parlerò più in suo nome!” (Ger 20, 7.9). Se poi guardiamo ai salmi, si direbbe che Dio non fa che mettere sulle labbra dell’uomo le parole più efficaci per lamentarsi con lui. Il Salterio è di fatto un intreccio unico tra la lode più sublime e il lamento più accorato. Dio è chiamato spesso apertamente in causa: “Dèstati, perché dormi Signore?”, “Dove sono le tue promesse di un tempo?”, “Perché te ne stai lontano e ti nascondi nel tempo della sventura?”, “Tu ci tratti come pecore da macello!”, “Non essere sordo, Signore!”, “Fino a quando starai a guardare?”.

Come si spiega tutto questo? Dio spinge forse l’uomo all’irriverenza verso di lui, dal momento che, in ultima analisi, è lui che ispira e approva questo tipo di preghiera? La risposta è: tutto questo è possibile perché nell’uomo biblico è al sicuro il rapporto creaturale con Dio. L’orante biblico è così intimamente pervaso dal senso della maestà e santità di Dio, così totalmente sottomesso a lui, Dio è così “Dio” per lui, che, sulla base di questo dato pacifico, tutto riposa al sicuro. La sua preghiera preferita, nel tempo della prova, è sempre la stessa: “Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto, tutte le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti i tuoi giudizi [...] poiché noi abbiamo peccato” (Dn 3, 28 ss; cf Dt 32, 4 ss). “Tu sei giusto, Signore!”: dopo queste tre o quattro parole – dice Dio – l’uomo può dirmi ciò che vuole: io sono disarmato!

La spiegazione, insomma, è nel cuore con cui questi uomini pregano. Nel bel mezzo delle sue preghiere tempestose, Geremia rivela il segreto che rimette tutto a posto: “Ma tu, Signore mi conosci, mi vedi; tu provi che il mio cuore è con te!” (Ger 12, 3). Anche i salmisti intercalano, ai loro lamenti, espressioni analoghe di fedeltà assoluta: “Ma la roccia del mio cuore è Dio!” (Sal 73, 26).

La qualità della preghiera biblica emerge anche dal contrasto con quella degli ipocriti. Questi, dicono i profeti (cf. Ger 12,2; Is 29,13), hanno la bocca tutta per Dio, ma il cuore lontano da lui; i veri amici hanno, al contrario, il cuore tutto per Dio e la bocca, a tratti, contro Dio nel senso che non nascondono lo sconcerto di fronte al mistero del suo agire e, come Giobbe, si lasciano sfuggire parole di duro lamento.

2. La preghiera di Gesù

Ma se è importante conoscere come lo Spirito ha pregato in Abramo, in Mosè, in Geremia e nei salmi, è immensamente più importante conoscere come ha pregato in Gesù, perché è lo Spirito di Gesù che ora prega in noi con gemiti inesprimibili. In Cristo è portata alla perfezione quell’interiore adesione del cuore e di tutto l’essere a Dio che costituisce, come si è visto, il segreto biblico della preghiera. Il Padre lo esaudiva sempre, perché egli faceva sempre le cose che gli erano gradite (cf Gv 4, 34; 11, 42); lo esaudiva “per la sua pietà”, cioè per la sua obbedienza e filiale sottomissione (cf Eb 5,7).

La parola di Dio, culminante nella vita di Gesù, ci insegna, dunque, che la cosa più importante della preghiera non è ciò che si dice, ma ciò che si è; non ciò che si ha sulle labbra, ma ciò che si ha nel cuore. Non è tanto nell’oggetto quanto nel soggetto. Anche per Agostino, il problema fondamentale non è sapere “cosa dici nella preghiera”, quid ores, ma “come sei nel pregare”, qualis ores [5] . La preghiera, come l’agire, “segue l’essere”. La novità recata dallo Spirito Santo, nella vita di preghiera, consiste nel fatto che egli riforma, appunto, l’“essere” dell’orante; suscita l’uomo nuovo, l’uomo amico di Dio; toglie da lui il cuore pieno di paure e interessato dello schiavo e gli da un cuore di figlio.

Venendo in noi, lo Spirito non si limita a insegnarci come bisogna pregare, ma prega in noi, come – a proposito della legge – egli non si limita a dirci cosa dobbiamo fare, ma lo fa con noi. Lo Spirito non dà una legge di preghiera, ma una grazia di preghiera. La preghiera biblica non viene dunque a noi, primariamente, per apprendimento esteriore e analitico, cioè in quanto cerchiamo di imitare gli atteggiamenti che abbiamo riscontrati in Abramo, in Mosè, in Giobbe e nello stesso Gesù (anche se tutto ciò sarà, esso pure, necessario e richiesto in un secondo momento), ma viene a noi per infusione, come dono.

Questa è l’incredibile “buona notizia” a proposito della preghiera cristiana! Viene a noi il principio stesso di tale preghiera nuova e tale principio consiste nel fatto che “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). Questo vuol dire pregare “nello Spirito”, o “mediante lo Spirito” (cf Ef 6, 18; Gd 20).

Anche nella preghiera, come in tutto il resto, lo Spirito “non parla da sé”, non dice cose nuove e diverse; semplicemente, egli risuscita e attualizza, nel cuore dei credenti, la preghiera di Gesù. “Egli prenderà del mio e ve lo annunzierà”, dice Gesù del Paraclito (Gv 16, 14): prenderà la mia preghiera e la darà a voi. In forza di ciò, noi possiamo esclamare con tutta verità: “Non sono più io che prego, ma Cristo prega in me!”. “Il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, scrive Agostino, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote, prega in noi come nostro capo, è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce” [6] .
Il grido stesso Abbà! dimostra che chi prega in noi, attraverso lo Spirito, è Gesù, il Figlio unico di Dio. Per se stesso, infatti, lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a Dio, chiamandolo Padre, perché egli non è “generato”, ma soltanto “procede” dal Padre. Quando ci insegna a gridare Abbà! lo Spirito Santo – diceva un autore antico – “si comporta come una madre che insegna al proprio bambino a dire “papà” e ripete tale nome con lui, finché lo porta all’abitudine di chiamare il padre anche nel sonno” [7] . La madre non potrebbe rivolgersi al suo sposo chiamandolo “papà” perché è sua moglie non sua figlia; se lo fa è perché parla a nome del suo bambino e si identifica con lui.

Qualcuno si è chiesto come mai nel “Padre nostro” non viene nominato lo Spirito Santo; nell’antichità ci fu perfino chi cercò di colmare questa lacuna, aggiungendo in alcuni codici, dopo l’invocazione per il pane quotidiano, le parole: “lo Spirito Santo venga su di noi e ci purifichi”. Ma è più semplice pensare che lo Spirito Santo non è tra le cose chieste perché è colui che le chiede. “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6). È lo Spirito Santo che intona ogni volta in noi il “Padre nostro”; senza di lui grida a vuoto “Abbà!” chiunque lo grida.

3. Il respiro trinitario della preghiera cristiana

È lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel cuore il sentimento della figliolanza divina, che ci fa sentire (non soltanto sapere!) figli di Dio: “Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio” (Rm 8, 16). A volte questa operazione fondamentale dello Spirito si realizza nella vita di una persona in modo repentino e intenso e allora se ne può contemplare tutto lo splendore. L’anima è inondata di una luce nuova, nella quale Dio le si rivela, in un modo nuovo, come Padre. Si fa esperienza di cosa vuol dire veramente la paternità di Dio; il cuore si intenerisce e la persona ha la sensazione di rinascere da questa esperienza. Dentro di lei appare una grande confidenza e un senso mai provato della condiscendenza di Dio che, a tratti, si alterna con il sentimento altrettanto vivo della sua infinita grandezza, trascendenza e santità. Dio appare davvero “il mistero tremendo e affascinante” che ispira, nello stesso tempo, somma fiducia e riverente timore. La preghiera del cristiano si risolve tutta, in questi momenti, in “commossa gratitudine”.

Quando san Paolo parla del momento in cui lo Spirito irrompe nel cuore del credente e gli fa gridare: “Abbà Padre!”, allude a questo modo di gridarlo, a questa ripercussione di tutto l’essere, nel grado più alto. Così avveniva in Gesù quando, “in un impeto di esultanza nello Spirito Santo”, esclamava : “Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra” (Lc 10, 21).

Non bisogna però illudersi. Questo modo vivido di conoscere il Padre di solito non dura a lungo; ritorna presto il tempo in cui il credente dice “Abbà!”, senza “sentire” nulla, e continua a ripeterlo solo sulla parola di Gesù. È il momento, allora, di ricordare che quanto meno quel grido rende felice chi lo pronuncia, tanto più rende felice il Padre che lo ascolta, perché fatto di pura fede e di abbandono.

Noi siamo, allora, come Beethoven. Divenuto sordo, egli continuava a comporre splendide sinfonie, senza poter gustare il suono di alcuna nota. Quando fu eseguita per la prima volta la sua Nona sinfonia, terminato l’inno finale alla gioia, il pubblico esplose in un uragano di applausi e qualcuno dell’orchestra dovette tirare il maestro per il lembo della giacca perché si voltasse a ringraziare. Lui non aveva gustato nulla della sua musica, ma il pubblico era in delirio. La sordità, anziché spegnere la sua musica, la rese più pura e così fa anche l’aridità con la nostra preghiera.

E proprio in questo tempo di “assenza” di Dio e di aridità spirituale che si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Egli, da noi non visto e non sentito, riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio, di umiltà, di amore, “e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito”. Noi non lo sappiamo, ma lui sì! Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra preghiera “debole”, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera. Davvero, egli “irriga ciò che è arido” (rigat quod est aridum), come diciamo nella sequenza in suo onore.

Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: “Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesù; formando, perciò, un solo Spirito con Gesù, io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora di persona dalla terra”.

Da tutto ciò emerge la caratteristica unica della preghiera cristiana che la distingue da ogni altra forma di preghiera. Ispirandoci a un’espressione della B. Angela da Foligno, potremmo dire che pregare significa “raccogliersi in unità e inabissare la propria anima nell’infinito che è Dio” [8] . Nella preghiera si attuano così i due movimenti più propri dello spirito umano che sono rientrare in se stesso e uscire da se stesso.

Al centro di ogni essere umano c’è un punto di unità e di verità che chiamiamo cuore, coscienza, io profondo, centro della personalità o con altri nomi ancora. È più facile conoscere ed entrare in contatto con il mondo intero fuori di noi che non giungere a questo centro di noi stessi, come è più facile, per gli scienziati, inviare sonde su Marte ed esplorare gli spazi interplanetari che esplorare cosa c’è, a poche migliaia di chilometri da noi, al centro della terra, dove nessuno infatti è mai arrivato. La preghiera, quando è autentica, permette anche ai più semplici, di attingere questo traguardo: ci raccoglie in unità, ci mette in contatto con il nostro io più profondo. La persona non è mai se stessa come quando prega.

Appena però l’essere umano si raccoglie in sé, si accorge che non basta a se stesso, sperimenta il limite e il bisogno di superarlo, di evadere verso spazi meno angusti. A volte prendere coscienza di quello che siamo in verità, ci può incutere perfino spavento…La preghiera è l’unica a offrire alla creatura umana la possibilità di superare il suo limite. Essa le permette di “inabissare la propria anima nell’infinito che è Dio”. La persona che ha anche un attimo solo di vera preghiera sente di poter far sue le parole di Leopardi nell’Infinito: “Il naufragar m’è dolce in questo mare”.

In ciò si rivela la differenza della preghiera cristiana rispetto a forme di preghiera e di meditazione di altra provenienza: yoga, meditazione trascendentale, enneagramma… Queste tecniche di concentrazione possono essere di aiuto per realizzare il primo dei due movimenti della preghiera – quello verso il centro di sé -, ma sono impotenti a realizzare il secondo movimento, quello dall’io a Dio. Per questo contatto con un Dio personale, “totalmente Altro” dal mondo, noi cristiani crediamo che non c’è altra via che lo Spirito di colui che ha detto: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”.

4. “Dammi ciò che mi comandi!”

C’è in noi, a causa di tutto ciò, come una vena segreta di preghiera. Parlando di essa, il martire sant’Ignazio d’Antiochia, scriveva: “Sento in me un’acqua viva che mormora e dice: Vieni al Padre!” [9] . Cosa non si fa, in alcuni paesi afflitti da siccità, quando, da certi indizi, si scopre che c’è, nel terreno sottostante, una vena d’acqua: non si smette di scavare, finché quella vena non è stata raggiunta e portata alla superficie.

Io stesso mi trovavo una volta in Africa, in un villaggio dove l’acqua da sempre era qualcosa di prezioso che le donne andavano a cercare lontano e portavano a casa con poveri recipienti appoggiati sulla testa. Un missionario che aveva il dono di “sentire” la presenza dell’acqua aveva detto che ci doveva essere una vena d’acqua che passava sotto il villaggio e si stava scavando un pozzo. La sera del mio arrivo si stava rimuovendo l’ultimo strato di terra, dopo di che si sarebbe visto se c’era o no acqua. C’era! Agli abitanti del villaggio sembrò un miracolo e fecero festa danzando tutta la notte al suono di tamburi. L’acqua scorreva sotto le loro case e non lo si sapeva! Per me era un’immagine di ciò che capita a noi a proposito della preghiera. Vi sono cristiani che si recano fino all’estremo oriente per imparare a pregare; non hanno ancora scoperto di avere in se, per il battesimo, la sorgente stessa della preghiera.

Questa vena interiore di preghiera, costituita dalla presenza dello Spirito di Cristo in noi, non vivifica soltanto la preghiera di petizione, ma rende viva e vera ogni altra forma di preghiera: quella di lode, quella spontanea, quella liturgica. Soprattutto, direi, quella liturgica. Infatti, quando noi preghiamo spontaneamente, con parole nostre, è lo Spirito che fa sua la nostra preghiera, ma quando preghiamo con le parole della Bibbia o della liturgia, siamo noi che facciamo nostra la preghiera dello Spirito, ed è cosa più sicura. Anche la preghiera silenziosa di contemplazione e di adorazione trova un incalcolabile giovamento a essere fatta “nello Spirito”. Questo è ciò che Gesù chiamava “adorare il Padre in Spirito e verità” (Gv 4, 23).

La capacità di pregare “nello Spirito” è la nostra grande risorsa. Molti cristiani, anche veramente impegnati, sperimentano la loro impotenza di fronte alle tentazioni e l’impossibilità di adeguarsi alle esigenze altissime della morale evangelica e concludono, talvolta, che è impossibile vivere integralmente la vita cristiana. In un certo senso, hanno ragione. È impossibile, infatti, da soli, evitare il peccato; ci occorre la grazia; ma anche la grazia – ci viene insegnato – è gratuita e non la si può meritare. Che fare allora: disperarsi, arrendersi? Risponde il concilio di Trento: “Dio, dandoti la grazia, ti comanda di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi” [10] . Quando uno ha fatto tutto quanto sta in lui e non è riuscito, gli resta pur sempre una possibilità: pregare e, se ha già pregato, pregare ancora!

La differenza tra l’antica e la nuova alleanza consiste proprio in questo: nella legge, Dio comanda, dicendo all’uomo: “Fa’ quello che ti comando!”; nella grazia, l’uomo domanda, dicendo a Dio: “Dammi quello che mi comandi!”. Una volta scoperto questo segreto, sant’Agostino, che fino allora aveva combattuto inutilmente per riuscire a essere casto, cambiò metodo e anziché lottare con il suo corpo, cominciò a lottare con Dio; disse: “O Dio, tu mi comandi di essere casto; ebbene, dammi ciò che mi comandi e poi comandami ciò che vuoi!” [11] .E ottenne la castità!

5. Il sacerdote maestro di preghiera

Nella Novo millennio ineunte il papa dice che la santità è un “dono” che si traduce in “compito” [12] . Lo stesso si deve dire della preghiera: essa è un dono di grazia che crea però in chi lo riceve il dovere di corrispondervi, di coltivarlo. Di questo vorrei occuparmi nella seconda parte di questa meditazione: la preghiera come compito primario del sacerdote.

Se le comunità cristiane devono essere ”scuole di preghiera”, i sacerdoti che le guidano devono, di conseguenza, essere “maestri di preghiera”. Non posso, a questo proposito, trattenere un lamento. Un giorno gli apostoli dissero a Gesù: “Insegnaci a pregare”. Oggi tanti cristiani fanno silenziosamente al sacerdote e alla Chiesa la stessa richiesta: “Insegnaci a pregare!” Purtroppo in tante parrocchie si fa di tutto; ci sono iniziative di ogni genere, per i giovani, gli anziani, gruppi per lo sport, le gite, il tempo libero…, ma niente che invogli e aiuti la gente a pregare.

Spesso chi avverte questo bisogno di spiritualità è indotto a cercare al di fuori di Cristo, in forme di spiritualità esoteriche e orientaleggianti, di cui ho messo in rilievo sopra il limite intrinseco per un cristiano. “Non è forse un ‘segno dei tempi’ –prosegue il papa nella sua lettera apostolica – che si registri oggi, nel mondo, nonostante gli ampi processi di secolarizzazione, una diffusa esigenza di spiritualità, che in gran parte si esprime proprio in un rinnovato bisogno di preghiera? Anche le altre religioni, ormai ampiamente presenti nei Paesi di antica cristianizzazione, offrono le proprie risposte a questo bisogno, e lo fanno talvolta con modalità accattivanti. Noi che abbiamo la grazia di credere in Cristo, rivelatore del Padre e Salvatore del mondo, abbiamo il dovere di mostrare a quali profondità possa portare il rapporto con lui” [13] .

Nessuno può insegnare ad altri a pregare se non è lui stesso un uomo di preghiera e qui tocchiamo il punto nevralgico. Ricordiamo ciò che dice Pietro in occasione della prima ripartizione dei ministeri fatta in seno alla comunità cristiana: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense…Noi ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola” (At 6, 2-4). Se ne deduce che il pastore può delegare ad altri tutto, o quasi tutto, nella conduzione della comunità, eccetto la preghiera.

Può essere di grande sostegno a un pastore, in questo campo, avere intorno a sé quello che santa Caterina da Siena chiamava “un muro di preghiera”, formato da anime desiderose del bene della Chiesa [14] . Ne abbiamo un esempio negli Atti degli apostoli. Pietro e Giovanni sono rilasciati dal Sinedrio con l’ingiunzione di non parlare più nel nome di Cristo. Se ignorano il comando espongono tutta la comunità a rappresaglie, se obbediscono tradiscono il mandato di Cristo. Non sanno che fare. È la preghiera della comunità che permette di superare la grave crisi. La cpmunità si mette in preghiera; uno legge un salmo, un altro ha il dono di applicarlo alla situazione presente; si determina un clima di intensa fede; avviene come una replica della Pentecoste e gli apostoli, pieni di Spirito Santo, riprendono ad annunciare “con parresia” il messaggio di salvezza (cf Atti 4, 23-31).
Noi conosciamo di solito due forme fondamentali di preghiera: la preghiera liturgica e la preghiera privata o personale. La preghiera liturgica è comunitaria, ma non spontanea, nel senso che in essa ci si deve attenere a parole e formule stabilite e uguali per tutti. La preghiera personale è spontanea, ma non comunitaria. Esiste un terzo tipo di preghiera che è spontanea e comunitaria insieme: è la preghiera di gruppo, o il gruppo di preghiera. I “gruppi di preghiera”, di varia ispirazione, sono un segno dei tempi da accogliere con gratitudine, pur vigilando a che operino in modo sano e in umiltà all’interno della comunità

Questo è il tipo di preghiera a cui si riferisce Paolo quando scrive ai Corinzi: “Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento, una rivelazione, un discorso in lingue, il dono di interpretarle. Ma tutto si faccia per l’edificazione” (1 Cor 14,26); è quello che suppone anche il passo della Lettera agli Efesini: “Siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo “ (Ef 5,19-20).

6. Preghiera e azione pastorale

Una cosa soprattutto è necessario rinnovare nella vita del sacerdote ed è il rapporto tra preghiera e azione. Si deve passare da un rapporto di giustapposizione a un rapporto di subordinazione. Giustapposizione è quando prima si prega e poi si passa all’attività pastorale; subordinazione è quando prima si prega e poi si fa quello che il Signore ha mostrato in preghiera! Gli apostoli e i santi non pregavano semplicemente prima di fare qualcosa; pregavamo per conoscere cosa fare!

Per Gesú pregare e agire non erano due cose separate, o giustapposte; di notte egli pregava e poi di giorno eseguiva quello che aveva capito essere la volontà del Padre: “In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in orazione. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli” (Lc 6,12-13).

Se crediamo veramente che Dio governa la Chiesa con il suo Spirito e risponde alle preghiere, dovremmo prendere molto sul serio la preghiera che precede un incontro pastorale, una decisione importante; non accontentarci di recitare, in tutta fretta, una Ave Maria e fare un segno di croce per poi passare all’ordine del giorno, come se questo fosse la vera cosa seria.

A volte può sembrare che tutto continui come prima e che nessuna risposta sia emersa dalla preghiera, ma non è così. Pregando si è “presentata la questione a Dio” cf Es 18, 19); ci si è spogliati di ogni interesse personale e della pretesa di decidere da soli, si è dato a Dio la possibilità di intervenire, di far capire qual è la sua volontà. Qualunque sia la decisione che si prenderà in seguito sarà quella giusta davanti a Dio. Spesso facciamo l’esperienza che più è il tempo che dedichiamo alla preghiera su un problema, tanto meno è il tempo che occorre poi per risolverlo.

Molti sacerdoti possono testimoniare che la loro vita e il loro ministero sono cambiati a partire dal momento in cui hanno preso la decisione di mettere un’ora di preghiera personale al giorno nel loro orario, recintando, come con filo spinato, questo tempo sulla loro agenda per difenderlo da tutti e da tutto.

Un posto particolare deve occupare, nella vita del sacerdote, la preghiera di intercessione. Gesù ce ne da l’esempio con la sua “preghiera sacerdotale”. “Prego per loro, per coloro che mi hai dato. [...] Custodiscili nel tuo nome. Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Consacrali nella verità. [...] Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me…” (cf Gv 17, 9 ss). Gesù dedica relativamente poco spazio a pregare per sé (“Padre, glorifica il figlio tuo!”) e molto di più a pregare per gli altri, cioè a intercedere.

Dio è come un padre pietoso che ha il dovere di punire, ma che cerca tutte le possibili attenuanti per non doverlo fare ed è felice, in cuor suo, quando i fratelli del colpevole lo trattengono dal farlo. Se mancano queste braccia fraterne levate verso di lui, egli se ne lamenta nella Scrittura: “Egli ha visto che non c’era alcuno, si è meravigliato perché nessuno intercedeva” (Is 59, 16). Ezechiele ci trasmette questo lamento di Dio: “Io ho cercato fra loro un uomo che costruisse un muro e si ergesse sulla breccia di fronte a me, per difendere il paese perché io non lo devastassi, ma non l’ho trovato” (Ez 22, 30).

Quando, nella preghiera, noi sacerdoti sentiamo che Dio è in lite con il popolo che ci è stato affidato, non dobbiamo schierarci con Dio, ma con il popolo! Così fece Mosè, fino a protestare di voler essere radiato lui stesso, con loro, dal libro della vita (cf Es 32, 32), e la Bibbia fa capire che questo era proprio ciò che Dio desiderava, perché egli “abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo”.

Quando saremo davanti al popolo, allora dovremo, con tutta la forza, difendere i diritti di Dio. Solo chi ha difeso il popolo davanti a Dio e ha portato il peso del suo peccato, ha il diritto – e avrà il coraggio –, dopo, di gridare contro di esso, in difesa di Dio. Quando, scendendo dal monte, Mosè si trovò di fronte al popolo che aveva difeso sul monte, allora si accese la sua ira: frantumò il vitello d’oro, ne disperse la polvere nell’acqua e fece trangugiare l’acqua alla gente, gridando: “Così ripaghi il Signore, o popolo stolto e insipiente?” (cf. Es 32, 19 ss.; Dt 32, 6).

Ho ricordato alcuni “doveri” del sacerdote riguardo alla preghiera, ma non vorrei che l’idea di dovere rimanesse, al termine di questa riflessione, la nota dominante, facendoci dimenticare che essa è prima di tutto dono. Se ci sentiamo tanto al di sotto di questo modello del sacerdote “uomo di preghiera”, non dimentichiamo mai quello che ci ha assicurato S. Paolo all’inizio: “Lo Spirito Santo viene in aiuto della nostra debolezza”. Forti di tale parola, noi possiamo iniziare ogni mattina la nostra giornata di preghiera dicendo: “Spirito Santo vieni in aiuto della mia debolezza. Fammi pregare. Prega tu in me, con gemiti inesprimibili. Io dico Amen, sì a tutto ciò che tu chiedi per me al Padre nel nome di Gesú”.

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[1] Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 32-34.
[2] Il libro della B. Angela da Foligno, Quaracchi, Grottaferrata, 1985, p. 454 s.
[3] S. Agostino, Commento alla prima lettera di Giovanni, 7,8 (PL 35. 2023).
[4] S. Agostino, Sermoni, 340,1 (PL 38, 1483): “Vobis sum episcopus, vobiscum sum christianus”.
[5] Cf. S. Agostino, Lettere, 130, 4, 9 (CSEL 44, p.50).
[6] Agostino, Enarrationes in Psalmos 85, 1: CCL 39, p. 1176.
[7] Diadoco di Fotica, Capitoli sulla perfezione 61 (SCh 5 bis, p. 121).
[8] Il libro della B. Angela da Foligno, ed. Quaracchi, Grottaferrata 1985, p. 474 (“recolligere nos in Deo, scilicet totam animam in ista infinitate divina”).
[9] S. Ignazio d’Antiochia, Ai Romani 7, 2.
[10] Denzinger-Schönmetzer, Enchiridion Symbolorum, n. 1536.
[11] Agostino, Confessioni, X, 29.
[12] NMI, 30.
[13] NMI, 33.
[14] S. Caterina da Siena, Preghiere, 7. 

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