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PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (04/06/2017) OMELIA

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Eppure soffia ancora!

don Alberto Brignoli 

PENTECOSTE (ANNO A) – MESSA DEL GIORNO (04/06/2017) OMELIA

Quasi agli inizi della sua storia, l’umanità si sentiva già numerosa e forte. Voleva evitare di disgregarsi, voleva « farsi un nome », voleva contare qualcosa in faccia a un Dio comodamente e beatamente seduto lassù nei cieli che si divertiva a giocare con le sue stesse creature, con leggi e doveri difficili da rispettare. E come se non bastasse, quando l’umanità provava a divertirsi un po’, il Dio dei cieli apriva le sue riserve e scaricava sulla terra una quantità tale d’acqua da annegare ogni forma vivente in pochi istanti. E allora, dopo un po’, risistemate le cose e perfettamente riasciugatasi la terra dai quaranta giorni di diluvio, gli uomini iniziarono a parlare tra di sé, e a dirsi l’un l’altro: « Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra » (cfr. Gen 11). Ossia: « Forza, tiriamoci insieme. L’unione fa la forza! Diamoci un nome, facciamo vedere a Dio chi siamo, arriviamo fin lassù e avanziamo delle pretese! ». E non era uno scherzo. Dio stesso, che conosce bene l’uomo, sapeva che ce l’avrebbe potuta fare: « Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile ». E poiché Dio ci vuole bene, e usa mille modi per dirci continuamente che la nostra fortuna è quella di essere mortali, risistema le cose: capovolge la punta di quella torre, fatta di un solo popolo e una sola lingua, e la scaraventa sulla terra, creando molti popoli e molte lingue, e gli uomini non si compresero più. E questo perdura fino ad oggi, secondo la logica umana: siamo tanti, siamo diversi, abbiamo costumi diversi, usanze diverse, stili di vita diversi, lingue diverse…è davvero difficile andare d’accordo! Se poi ci si trova a vivere insieme, sullo stesso fazzoletto di terra, intorno allo stesso lembo di mare, le incomprensioni diventano tremende, e addirittura pericolose, violente, assassine… Meglio allora che si torni ognuno a parlare la propria lingua, nel proprio territorio, con i propri usi e costumi, e… alla larga chi cerca di invadere quel poco che abbiamo! È tutto perfettamente logico, secondo la logica umana. Ma non secondo la logica di Dio. Il quale, un giorno, anzi, una sera di un giorno di festa, « mentre il giorno di Pentecoste stava compiendosi », decide di riprendere in mano il discorso di molto tempo prima, e getta sulla terra qualcosa di fragoroso, simile alla punta di quella torre fatta di un solo popolo e di una sola lingua, e accade lo stesso di tanto tempo prima, ovvero gli uomini « parlano in altre lingue ». Ma accade anche l’esatto opposto: attraverso molte lingue la nuova umanità « annuncia a tutti le grandi opere di Dio ». Ciò che a Babele – perché idea dell’uomo – fu causa di divisione, a Gerusalemme, la sera di Pentecoste diventa motivo di unità, perché idea di Dio. Ecco il paradosso di Dio: quando l’uomo vuole unirsi per fare guerra a lui, Dio lo divide per creare unità. E per di più, fa questo attraverso un gruppo di Galilei: pescatori, esattori delle tasse, politici eversivi, forse anche qualche terrorista…questo era, quel gruppo di Galilei. È proprio il caso di dire che Dio scrive dritto sulle righe storte della nostra storia. E la storia della salvezza è piena di queste vicende. Quando l’uomo pensa di una persona « questo è un bambinetto », Dio lo riempie del suo Spirito e lo fa Re d’Israele. Quando uno pensa a sé come a « l’ultimo degli apostoli, l’infimo, quasi un aborto », Dio lo riempie del suo Spirito e lo fa Apostolo delle Genti. Quando uno chiede a Dio di essere « allontanato da lui, perché è un peccatore », Dio lo fa Principe degli Apostoli. Quando una donna viene additata da tutti come « una peccatrice », Dio le affida l’annuncio della Resurrezione di suo Figlio. Quando i muratori gettano via una pietra perché non serve a nulla, Dio la riempie del suo Spirito, e la fa testata d’angolo. Quando noi pensiamo che la diversità sia segno di frammentazione, di debolezza e di contrasto, Dio manda il suo Spirito, e fa dell’umanità « un solo corpo ». Quando noi (soprattutto noi preti) pensiamo che mettere insieme molti « carismi », molti « ministeri », molte « operazioni » rappresenta una perdita di tempo nell’attuazione delle nostre proposte pastorali – che tra l’altro poche volte coincidono con le proposte di Dio – egli ci fa capire che la diversità è il luogo in cui si manifesta lui stesso, che è « un solo Spirito », « un solo Signore », « un solo Dio ». « Eppure il vento soffia ancora », diceva un noto cantautore italiano. E menomale! Perché quando lo Spirito soffia sulla Chiesa, anche se in apparenza sembra che venga a scompigliare le cose, così come un « vento che si abbatte impetuoso » scompiglia la messa in piega di chi si era da poco fatta bella, in realtà porta freschezza, porta voglia di vivere, porta voglia di fare, ma soprattutto porta pace. « La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato », Gesù sarebbe potuto entrare in quel luogo che aveva le porte chiuse « per timore », e rimproverare i discepoli che non volevano credere all’annuncio della sua Resurrezione da parte di quella peccatrice della Maddalena. Invece, dona loro il suo Spirito, dà loro il potere di perdonare, li manda in missione, ma soprattutto dice loro: « Pace a voi ». Certo, lo Spirito non ti lascerà in pace, ma di sicuro ti dona la pace. Come un cuore che batte, che a volte va in tachicardia e non lascia in pace il corpo, ma proprio per questo gli dà vita. Che Dio ci liberi da una vita di fede fatta di certezze statiche e acquisite, e che, sia pur balbettanti e insicuri, bruci le nostre teste dure ancora una volta, come allora, con quelle « lingue come di fuoco », e ci sbatta per strada a « annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio ».

sono veramente molto stanca, vi propongo due letture, link

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120527_pentecoste.html

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2015/documents/papa-francesco_20150524_omelia-pentecoste.html

Publié dans:PENTECOSTE |on 29 mai, 2017 |Pas de commentaires »

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI, PENTECOSTE 2005

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2005/documents/hf_ben-xvi_hom_20050515_priestly-ordination.html

SANTA MESSA CON ORDINAZIONI PRESBITERALI

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Pietro

DOMENICA DI PENTECOSTE, 15 MAGGIO 2005

(non è anno B, forse anno A)

La prima lettura ed il Vangelo della Domenica di Pentecoste ci presentano due grandi immagini della missione dello Spirito Santo. La lettura degli Atti degli Apostoli narra come, il giorno di Pentecoste, lo Spirito Santo, sotto i segni di un vento potente e del fuoco, irrompe nella comunità orante dei discepoli di Gesù e dà così origine alla Chiesa. Per Israele, la Pentecoste, da festa della mietitura, era divenuta la festa che faceva memoria della conclusione dell’alleanza al Sinai. Dio aveva mostrato la sua presenza al popolo attraverso il vento e il fuoco e gli aveva poi fatto dono della sua legge, dei 10 Comandamenti. Soltanto così l’opera di liberazione, cominciata con l’esodo dall’Egitto, si era pienamente compiuta: la libertà umana è sempre una libertà condivisa, un insieme di libertà. Soltanto in un’ordinata armonia delle libertà, che dischiude a ciascuno il proprio ambito, può reggersi una libertà comune. Perciò il dono della legge sul Sinai non fu una restrizione o un’abolizione della libertà ma il fondamento della vera libertà. E poiché un giusto ordinamento umano può reggersi soltanto se proviene da Dio e se unisce gli uomini nella prospettiva di Dio, ad un ordinato assetto delle libertà umane non possono mancare i comandamenti che Dio stesso dona. Così Israele è divenuto pienamente popolo proprio attraverso l’alleanza con Dio al Sinai. L’incontro con Dio al Sinai potrebbe essere considerato come il fondamento e la garanzia della sua esistenza come popolo. Il vento ed il fuoco, che investirono la comunità dei discepoli di Cristo radunata nel cenacolo, costituirono un ulteriore sviluppo dell’evento del Sinai e gli diedero nuova ampiezza. Si trovavano in quel giorno a Gerusalemme, secondo quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli, “Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2, 5). Ed ecco che si manifesta il dono caratteristico dello Spirito Santo: tutti costoro comprendono le parole degli apostoli: “Ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (At 2, 6). Lo Spirito Santo dona di comprendere. Supera la rottura iniziata a Babele – la confusione dei cuori, che ci mette gli uni contro gli altri – e apre le frontiere. Il popolo di Dio che aveva trovato al Sinai la sua prima configurazione, viene ora ampliato fino a non conoscere più alcuna frontiera. Il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, è un popolo che proviene da tutti i popoli. La Chiesa fin dall’inizio è cattolica, questa è la sua essenza più profonda. San Paolo spiega e sottolinea questo nella seconda lettura, quando dice: “Ed in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1 Cor 12, 13). La Chiesa deve sempre nuovamente divenire ciò che essa già è: deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze. In essa non vi possono essere né dimenticati né disprezzati. Nella Chiesa vi sono soltanto liberi fratelli e sorelle di Gesù Cristo. Vento e fuoco dello Spirito Santo devono senza sosta aprire quelle frontiere che noi uomini continuiamo ad innalzare fra di noi; dobbiamo sempre di nuovo passare da Babele, dalla chiusura in noi stessi, a Pentecoste. Dobbiamo perciò continuamente pregare che lo Spirito Santo ci apra, ci doni la grazia della comprensione, così da divenire il popolo di Dio proveniente da tutti i popoli – ancor più, ci dice San Paolo: in Cristo, che come unico pane nutre tutti noi nell’Eucaristia e ci attira a sé nel suo corpo straziato sulla croce, noi dobbiamo divenire un solo corpo e un solo spirito.

La seconda immagine dell’invio dello Spirito, che troviamo nel Vangelo, è molto più discreta. Ma proprio così fa percepire tutta la grandezza dell’evento della Pentecoste. Il Signore Risorto attraverso le porte chiuse entra nel luogo dove si trovavano i discepoli e li saluta due volte dicendo: la pace sia con voi! Noi, continuamente, chiudiamo le nostre porte; continuamente, vogliamo metterci al sicuro e non essere disturbati dagli altri e da Dio. Perciò possiamo continuamente supplicare il Signore soltanto per questo, perché egli venga a noi superando le nostre chiusure e ci porti il suo saluto. “La pace sia con voi”: questo saluto del Signore è un ponte, che egli getta fra cielo e terra. Egli discende su questo ponte fino a noi e noi possiamo salire, su questo ponte di pace, fino a lui. Su questo ponte, sempre insieme a Lui, anche noi dobbiamo arrivare fino al prossimo, fino a colui che ha bisogno di noi. Proprio abbassandoci insieme a Cristo, noi ci innalziamo fino a lui e fino a Dio: Dio è Amore e perciò la discesa, l’abbassamento, che l’amore ci chiede, è allo stesso tempo la vera ascesa. Proprio così, abbassandoci, noi raggiungiamo l’altezza di Gesù Cristo, la vera altezza dell’essere umano.

Al saluto di pace del Signore seguono due gesti decisivi per la Pentecoste: il Signore vuole che la sua missione continui nei discepoli: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Gv 20, 21). Dopo di che egli alita su di loro e dice: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 23). Il Signore alita sui discepoli, e così dona loro lo Spirito Santo, il suo Spirito. Il soffio di Gesù è lo Spirito Santo. Riconosciamo qui, anzitutto, un’allusione al racconto della creazione dell’uomo nella Genesi: “Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gn 2, 7). L’uomo è questa creatura misteriosa, che proviene tutta dalla terra, ma in cui è stato posto il soffio di Dio. Gesù alita sugli apostoli e dona loro in modo nuovo, più grande, il soffio di Dio. Negli uomini, pur con tutti i loro limiti, vi è ora qualcosa di assolutamente nuovo – il soffio di Dio. La vita di Dio abita in noi. Il soffio del suo amore, della sua verità e della sua bontà. Così possiamo vedere qui anche un’allusione al battesimo ed alla cresima – a questa nuova appartenenza a Dio, che il Signore ci dona. Il testo del Vangelo ci invita a questo: a vivere sempre nello spazio del soffio di Gesù Cristo, a ricevere vita da Lui, così che egli inspiri in noi la vita autentica – la vita che nessuna morte può più togliere. Al suo soffio, al dono dello Spirito Santo, il Signore collega il potere di perdonare. Abbiamo udito in precedenza che lo Spirito Santo unisce, infrange le frontiere, conduce gli uni verso gli altri. La forza, che apre e fa superare Babele, è la forza del perdono. Gesù può donare il perdono ed il potere di perdonare, perché egli stesso ha sofferto le conseguenze della colpa e le ha dissolte nella fiamma del suo amore. Il perdono viene dalla croce; egli trasforma il mondo con l’amore che si dona. Il suo cuore aperto sulla croce è la porta attraverso cui entra nel mondo la grazia del perdono. E soltanto questa grazia può trasformare il mondo ed edificare la pace.

Se paragoniamo i due eventi di Pentecoste, il vento potente del 50° giorno e il lieve alitare di Gesù nella sera di Pasqua, ci può tornare in mente il contrasto fra due episodi, accaduti al Sinai, di cui ci parla l’Antico Testamento. Da una parte c’è il racconto del fuoco, del tuono e del vento, che precedono la promulgazione dei 10 Comandamenti e la conclusione dell’alleanza (Es 19 ss); dall’altra, il misterioso racconto di Elia sull’Oreb. Dopo i drammatici avvenimenti del Monte Carmelo, Elia era fuggito dall’ira di Acab e Gezabele. Quindi, seguendo il comando di Dio, aveva pellegrinato fino al Monte Oreb. Il dono dell’alleanza divina, della fede nel Dio unico, sembrava scomparso in Israele. Elia, in un certo qual modo, deve riaccendere la fiamma della fede sul monte di Dio e riportarla ad Israele. Egli sperimenta, in quel luogo, vento, terremoto e fuoco. Ma Dio non è presente in tutto questo. Allora egli percepisce un mormorio dolce e leggero. E Dio gli parla da questo soffio leggero (1 Re 19, 11 – 18). Non è forse proprio quel che accade la sera di Pasqua, quando Gesù compare ai suoi Apostoli ad insegnarci cosa qui si vuol dire? Non possiamo forse vedere qui una prefigurazione del servitore di Jahwé, del quale Isaia dice: “Egli non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce” (42, 2)? Non appare forse così l’umile figura di Gesù come la vera rivelazione nella quale Dio si manifesta a noi e ci parla? Non sono forse l’umiltà e la bontà di Gesù la vera epifania di Dio? Elia, sul Monte Carmelo, aveva cercato di combattere l’allontanamento da Dio con il fuoco e con la spada, uccidendo i profeti di Baal. Ma in questo modo non aveva potuto ristabilire la fede. Sull’Oreb egli deve apprendere che Dio non è nel vento, nel terremoto, nel fuoco; Elia deve imparare a percepire la voce leggera di Dio e, così, a riconoscere in anticipo colui che ha vinto il peccato non con la forza ma con la sua Passione; colui che, con il suo patire, ci ha donato il potere del perdono. Questo è il modo con cui Dio vince.

Cari ordinandi! In questo modo il messaggio di Pentecoste si rivolge ora direttamente a voi. La scena pentecostale del Vangelo di Giovanni parla di voi ed a voi. A ciascuno di voi, in modo personalissimo, il Signore dice: pace a voi – pace a te! Quando il Signore dice questo, non dona qualcosa ma dona se stesso. Infatti egli stesso è la pace (Ef 2, 14). In questo saluto del Signore, possiamo intravedere anche un richiamo al grande mistero della fede, alla Santa Eucaristia, nella quale egli continuamente ci dona se stesso e, in tal modo, la vera pace. Questo saluto si colloca così al centro della vostra missione sacerdotale: il Signore affida a voi il mistero di questo sacramento. Nel suo nome voi potete dire: questo è il mio corpo – questo è il mio sangue. Lasciatevi attirare sempre di nuovo nella Santa Eucaristia, nella comunione di vita con Cristo. Considerate come centro di ogni giornata il poterla celebrare in modo degno. Conducete gli uomini sempre di nuovo a questo mistero. Aiutateli, a partire da essa, a portare la pace di Cristo nel mondo.

Risuona poi, nel Vangelo appena udito, una seconda parola del Risorto: “come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21). Cristo dice questo, in modo molto personale, a ciascuno di voi. Con l’ordinazione sacerdotale voi vi inserite nella missione degli apostoli. Lo Spirito Santo è vento, ma non è amorfo. E’ uno Spirito ordinato. E si manifesta proprio ordinando la missione, nel sacramento del sacerdozio, con cui continua il ministero degli apostoli. Attraverso questo ministero, voi siete inseriti nella grande schiera di coloro che, a partire dalla Pentecoste, hanno ricevuto la missione apostolica. Voi siete inseriti nella comunione del presbiterio, nella comunione con il vescovo e con il Successore di San Pietro, che qui in Roma è anche il vostro vescovo. Tutti noi siamo inseriti nella rete dell’obbedienza alla parola di Cristo, alla parola di colui che ci dà la vera libertà, perché ci conduce negli spazi liberi e negli ampi orizzonti della verità. Proprio in questo comune legame col Signore noi possiamo e dobbiamo vivere il dinamismo dello Spirito. Come il Signore è uscito dal Padre e ci ha donato luce, vita ed amore, così la missione deve continuamente rimetterci in movimento, renderci inquieti, per portare a chi soffre, a chi è nel dubbio, ed anche a chi è riluttante, la gioia di Cristo.

Infine, vi è il potere del perdono. Il sacramento della penitenza è uno dei tesori preziosi della Chiesa, perché solo nel perdono si compie il vero rinnovamento del mondo. Nulla può migliorare nel mondo, se il male non è superato. E il male può essere superato solo con il perdono. Certamente, deve essere un perdono efficace. Ma questo perdono può darcelo solo il Signore. Un perdono che non allontana il male solo a parole, ma realmente lo distrugge. Ciò può avvenire solo con la sofferenza ed è realmente avvenuto con l’amore sofferente di Cristo, dal quale noi attingiamo il potere del perdono.

Infine, cari ordinandi, vi raccomando l’amore alla Madre del Signore. Fate come San Giovanni, che l’accolse nell’intimo del proprio cuore. Lasciatevi rinnovare continuamente dal suo amore materno. Imparate da lei ad amare Cristo. Il Signore benedica il vostro cammino sacerdotale! Amen.

OMELIA PER PENTECOSTE: LO SPIRITO SANTO SCENDE IN NOI

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/25601.html

OMELIA

(27-05-2012)

MONS. ANTONIO RIBOLDI

LO SPIRITO SANTO SCENDE IN NOI

È necessario riaccendere il Fuoco dell’Amore. C’è un passo di estrema importanza per la nostra vita cristiana, nella lettera di S. Paolo, che scrive ai cristiani di Corinto: « Fratelli, nessuno può dire ‘Gesù è il mio Signore’ se non sotto l’azione dello Spirito Santo ». (I Cor. 12, 3) e, nella stessa lettera, subito fa seguire l’elenco dei doni, i carismi, che altro non sono che la potenza dello Spirito nella vita di ciascuno: « Ad ognuno, afferma Paolo, è data una manifestazione particolare dello Spirito, per l’utilità comune e in realtà tutti noi siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo Corpo e ci siamo abbeverati ad un solo Spirito ».
Se guardiamo, con sguardo contemplativo, alla vita di tanti nostri fratelli e sorelle, di ogni tempo, non possiamo non notare l’incredibile diversità di carismi: ognuno di essi ha saputo esplicitare un dono speciale dello Spirito e tutti insieme creano una sinfonia unica e completa, permettendo a Cristo di continuare la Sua ‘incarnazioné nella storia: una varietà che distingue la fede e la vita cristiana di ciascuno, ma creando un unico meraviglioso arcobaleno. Davvero, come siamo irripetibili nel fisico, così lo siamo nei carismi o capacità. È incredibile come lo Spirito si adegua o ‘si serve’ di ciascuno di noi per manifestare i Suoi doni a tutta l’umanità.
Basterebbe per un attimo pensare ai tanti grandi santi, così simili nell’amore a Dio e ai fratelli eppure così diversi nel loro sentire e operare: l’azione ferma e dolce di S. Francesco di Sales o il lavoro intriso di preghiera di S. Benedetto, la profondità di Paolo VI o la missionarietà di Giovanni
‘-
Paolo II, S. Teresa d’Avila, la grande riformatrice, o S. Teresina del Bambino Gesù, la piccola anima, e l’elenco è infinito.
Come basterebbe pensare per un attimo alle tante congregazioni religiose o movimenti laicali: nessuno è uguale all’altro ed ognuno ha il suo proprio carisma, cioè una peculiare manifestazione dell’unico Spirito.
Ma, soprattutto, è stupore e meraviglia, diventare consapevoli di come ognuno, vivendo dove Dio lo pone, seguendo la chiamata alla santità, in ogni forma di vita, manifesta la sua appartenenza a Cristo nella ‘diversità’ di santità: davvero l’universo dei credenti non è una massa uniforme, ma un firmamento, con miriadi di stelle, ognuna rilucente di luce diversa, ma tutte che cantano la stessa Gloria di Dio: nella diversità, unico è il concerto di lode che la Chiesa, Corpo di Cristo, eleva al Padre nello Spirito.
E l’inizio di questo ‘canto vitale’ della Chiesa è proprio il giorno di Pentecoste. Così lo raccontano gli Atti degli Apostoli:
« Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso un rombo dal cielo come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano gli Apostoli. Apparvero loro lingue di fuoco che si dividevano e si posavano su ciascuno di loro ed essi furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito Santo dava loro di potere esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore e dicevano: ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E come mai li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?
Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, vicino a Curne, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio ». (At. 2, 1-11)
Solo un miracolo poteva cambiare il cuore degli apostoli. Essi, pur avendo visto Gesù risorto e la sua gloriosa ascensione al cielo, continuavano ad avere paura e si sentivano incapaci di compiere quanto il Maestro aveva loro chiesto. Il miracolo avviene con l’effusione dello Spirito, confermando le promesse di Gesù, e il loro cuore è trasformato in profondità.
È l’inizio di quella Chiesa che, dopo oltre duemila anni, continua la Sua azione ai nostri giorni.
Lo possiamo quasi toccare con mano, se viviamo una fede attiva, che consente di vedere le opere di Dio. Quante volte, nel corso dei secoli, come oggi, si è manifestata l’azione dello Spirito nella vita di tanti fratelli e sorelle, dei quali si poteva dire: ‘E’ davvero ispirato, dice parole e compie opere che sfuggono alla nostra natura debole.’
Pensiamo al coraggio incredibile dei martiri – quanti anche oggi in tante parti del mondo offrono la vita per la difesa della propria fede cristiana! – che andavano incontro alla morte con il volto di chi non conosce paura, al punto da lasciare attoniti gli stessi carnefici.
Ma non occorre pensare solo ai martiri. È sufficiente la testimonianza quotidiana di tanti cristiani, fratelli che ci vivono accanto; forse noi stessi ci siamo stupiti a volte nel trovare parole ‘ispirate’, senza neppure saperci spiegare come avessimo potuto esprimerle. Tutti, credo, ne abbiamo fatto esperienza. Forse diamo davvero troppa poca importanza allo Spirito Santo, che è venuto tra noi e in ciascuno di noi, il giorno della S. Cresima, e nella fedeltà, che è divina, continua ad operare in noi ed attraverso di noi, nonostante le nostre incoerenze, distrazioni e povertà.
Purtroppo tante volte ci si accosta a questo grande sacramento, con una preparazione insufficiente, più preoccupati della festa esteriore che consapevoli del grande Dono che si riceve.
Ho tentato, come parroco e come vescovo, di cercare le strade per rendere più matura e viva tale consapevolezza, ma quando poi i cresimandi arrivano impreparati, diventa davvero difficile fare della S. Cresima il punto di partenza di una vita veramente cristiana.
Occorre educare alla vita come cammino spirituale sin dai primi passi, nella famiglia, poiché la vita di fede, per crescere, esige una continua educazione.
Solo così il giorno della nostra Cresima può davvero diventare una consapevolezza piena di essere noi stessi ‘tempio dello Spirito », l’Ospite divino che attende solo il nostro sì per manifestare la Sua Presenza.
Facciamo dunque memoria dei momenti fondamentali in cui lo Spirito è sceso su di noi, poiché è già venuto, anche se forse a causa della nostra povertà lo abbiamo di fatto ignorato, come fosse il grande Assente, impedendoGli così di realizzare nella nostra vita ‘le meraviglie di Dio’.
Il giorno del nostro battesimo il celebrante ci ha segnato la fronte con l’Olio santo, segno della prima venuta in noi dello Spirito Santo. Quando ormai eravamo in grado di dire un sì libero a Dio e quindi capaci di conformarci a Cristo nella Sua Chiesa, con la Cresima, il vescovo ha steso la sua mano sul nostro capo, invocando lo Spirito Santo, e ha unto la nostra fronte come segno di appartenenza e consacrazione a Dio.
Si è realizzata una ‘nuova creazione  » poiché lo Spirito Santo è l’Amore in persona!
È Lui che ci abilita ad amare. In forza dello Spirito Santo le caratteristiche tipiche del modo di amare di Gesù diventano anche nostre ed una nuova energia ci pervade.
Come dichiara S. Paolo: ‘Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé… perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito ».(Gal. 5, 24-25)
Rafforziamo dunque la nostra fede, la nostra speranza, la carità.
Lo Spirito compie miracoli che non siamo neppure in grado di pensare: dobbiamo solo fidarci di Lui e lasciargli spazio nella nostra vita, affinché possa manifestarsi.
Questo solo desidera e, quindi, con il cuore, invochiamoLo:
« Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo, un raggio della tua luce. Vieni, Padre dei poveri, vieni Datore dei doni, vieni Luce dei cuori. Consolatore perfetto, Ospite dolce dell’anima, dolcissimo Sollievo. Nella fatica, riposo; nella calura, riparo; nel pianto, conforto.
O Luce beatissima, invadi nell’intimo, il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua Forza, nulla è nell’uomo, nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in Te confidano, i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna. »

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