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25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

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25 SETTEMBRE: SAN SERGIO DI RADONEZ

Sergio di Radonez
Riformatore della vita monastica in Russia, Sergio (1314-1392) nacque da una nobile famiglia della regione di Rostov, trasferitasi a Radonez dopo essere caduta in miseria. Fondò la «laura» della Trinità, monastero dal quale i monaci si recavano in pellegrinaggio al Monte Athos. Attraverso il suo discepolo Nil Sorskij si diffuse l’esicasmo, la preghiera del cuore resa celebre dai Racconti di un pellegrino russo: «Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me». Nel Quattrocento al monastero della Trinità, che stava rinascendo dopo la distruzione dei tartari nel 1409, fu legato per diversi anni il celebre pittore Andrej Rublëv, che vi dipinse la famosissima icona della Trinità.
Sergio e i suoi genitori furono scacciati dalla loro casa dalla guerra civile e dovettero guadagnarsi da vivere facendo i contadini a Radonez, a nord-est di Mosca. A vent’anni Sergio iniziò una vita da eremita, insieme a suo fratello Stefano, nella vicina foresta; in seguito altri uomini si unirono a loro, e ciò che ci vien detto di questi eremiti ricorda i primi seguaci di san Francesco d’Assisi, specialmente per quanto riguarda il loro atteggiamento verso la natura selvaggia – nonostante le differenze climatiche e di altro genere fra l’Umbria e la Russia centrale. Uno scrittore russo ha detto che il loro capo « odora di fresco legno d’abete ».
Nel 1354 essi si trasformarono in monaci che conducevano una vera e propria vita comune; questo cambiamento provocò dei dissensi che avrebbero potuto spaccare per sempre la comunità se non fosse stato per la condotta disinteressata di san Sergio. Questo monastero della Santa Trinità (Troice-Lavra) divenne per il monachesimo della Russia settentrionale quello che le Grotte di san Teodosio erano state per la provincia di Kiev nel sud. Sergio fondò altre case religiose, direttamente o indirettamente, e la sua fama si diffuse moltissimo; nel 1375 rifiutò la sede metropolitana di Mosca, ma usò la sua influenza per mantenere la pace fra i principi rivali. Quando (secondo la tradizione) Dimitrij Donskoj, principe di Mosca nel 1380, lo consultò per chiedere se doveva continuare la sua rivolta armata contro i signori tartari, Sergio lo incoraggiò ad andare avanti: ciò portò alla grande vittoria di Kulikovo. San Sergio è il più amato di tutti i santi russi, non soltanto per l’influenza che ebbe in un periodo critico della storia russa, ma anche per il tipo d’uomo che era. Per il carattere, se non per l’origine, era un tipico « santo contadino »: semplice, umile, serio e gentile, un « buon vicino ». Insegnò ai suoi monaci che servire gli altri faceva parte della loro vocazione, e le persone che indicò loro come modelli erano gli uomini dell’antichità che avevano fuggito il mondo ma aiutavano il loro prossimo; veniva posta un’enfasi particolare sulla povertà personale e comune e sullo sradicamento dell’ostinazione.
San Sergio fu uno dei primi santi russi a cui furono attribuite visioni mistiche (visioni della Beata Vergine connesse con la liturgia eucaristica) e, come in san Serafino di Sarov, talvolta compariva in lui una certa trasfigurazione fisica attraverso la luce. Il popolo lo vedeva come un uomo scelto da Dio, sul quale riposava visibilmente la grazia dello Spirito; ancor oggi molta gente va in pellegrinaggio al suo santuario nel monastero della Trinità di Zagorsk. Fu canonizzato in Russia prima del 1449.
Il celebre Monastero della Trinità-San Sergio a Zagorsk fu fondato attorno alla metà del XIV secolo dal Venerabile Sergio, figlio dei Boiari di Rostov Kiril e Maria, che si erano trasferiti dalla città natale a Radonez. All’età di sette anni, il giovane Bartolomeo (prese il nome di Sergio alla tonsura monastica) fu mandato a scuola. Nonostante avesse difficoltà di apprendimento, il suo animo era attratto dallo studio; Bartolomeo pregava Dio di aprire la sua mente, e di consentirgli l’accesso al sapere.
Un giorno, vagando alla ricerca di alcuni cavalli fuggiti nei campi, al giovane apparve un vecchio monaco, raccolto in preghiera sotto un alto albero.
Il ragazzo si avvicinò al monaco e parlò a lui del suo voto e della sua speranza. Dopo avere ascoltato con partecipazione, il monaco recitò una preghiera per il giovane, affinché la sua mente fosse illuminata. Trasse poi una particola di Pane Eucaristico e con esso benedì il ragazzo, dicendo: « Prendi, e mangiane, questo ti è dato come segno della grazia di Dio, e come aiuto nella comprensione delle Scritture ». E Bartolomeo ricevette la grazia dell’apprendimento e fu in grado di imparare, leggere e memorizzare con facilità.
L’esperienza con il monaco fece crescere in Bartolomeo il desiderio di servire Dio; il giovane desiderava trascorrere la vita nell’isolamento e nella preghiera, ma questa vocazione fu per qualche tempo frenata dall’amore per la propria famiglia.
Bartolomeo era buon carattere e di indole ascetica: umile e gentile, non si irritava mai; si cibava do pane ed acqua, astenendosi da ogni cibo e bevanda nei giorni di digiuno. Dopo la morte dei genitori, Bartolomeo rinunziò all’eredità in favore del fratello minore Pietro, e assieme al fratello Stefano si insediò in una foresta selvaggia e isolata a circa 10 chilometri da Radonez, nei pressi del fiume Konchora. I fratelli costruirono una casetta in legno ed una cappella, che fu dedicata alla Santa Trinità e consacrata da un sacerdote inviato dal Metropolita Feognost’. Fu la fondazione della famosa Lavra della Trinità.
Stefano lasciò presto il fratello per diventare igumeno del monastero Bogojavlenskij di Mosca: Bartolomeo, diventato Sergio dopo la tonsura monastica, restò solo nella foresta. La vita non fu facile, tra le tentazioni, e in mezzo a branchi di lupi ed orsi. Un giorno l’anacoreta nutrì un grande orso ponendo un pezzo di pane sul ceppo di un albero. L’orso ne mangiò, e da quel momento si affezionò al venerabile Sergio, e visse nei pressi del suo rifugio.
Nonostante i tentativi di Sergio di vivere nell’isolamento, il suo stile di vita e di preghiera attrasse molti monaci, che vollero porsi sotto la sua direzione spirituale. Insistevano nel chiedere a Sergio di accettare gli Ordini sacri e di diventare loro igumeno. Dopo tanta insistenza, nel 1354 accetto, con le parole: « preferirei di gran lunga obbedire piuttosto che comandare, ma temendo il giudizio di Dio mi pongo interamente nelle sue mani ».
Il neo-fondato monastero era privo di beni e di ogni mezzo di sostentamento. I paramenti erano molto modesti, i Sacri vasi intagliati nel legno, e torce di legno venivano bruciate al posto delle candele, ma la comunità era devota e zelante. Attratti dalla fama di santità e pietà della comunità di Sergio, molti contadini e artigiani si stabilirono nei pressi del monastero. Ciò portò anche allo stesso monastero qualche vantaggio e maggiore sostentamento. Ciò consentì di distribuire elemosine e di praticare l’ospitalità ai viandanti e ai bisognosi.
San Sergio fu un modello di ascetismo e di umiltà. La sua fama giunse a Costantinopoli, e il Patriarca Filoteo gli inviò la propria benedizione e approvò il sistema di vita cenobitica inaugurato da Sergio. Il Metropolita Alessio di Mosca era molto attaccato a Sergio, e si avvaleva di lui per ricomporre le controversie tra principi e governanti. Volle anche designarlo come proprio successore, ma Sergio rifiutò sempre questa offerta. Un giorno volle premiare Sergio con la Croce d’oro, ma Sergio rifiutò l’onorificenza dicendo: « sin dalla mia gioventù ho rifiutato di decorarmi con oro, e ancora di più ora, in età avanzata, desidero restare povero ».
Il Monastero della Trinità fu casa madre di molte altre fondazioni. Prima della morte di San Sergio, si potevano già contare tra queste i seguenti monasteri: Kirzhachski (nei pressi del fiume Kirzhack nella regione di Vladimir), Golutvin (a Kolomna), Simon (a Moscow), Visotski (nei pressi di Serpukhov), Boris e Gleb (nei pressi di Rostov), Dubenski, Pokrovski (a Borovsk), Avraamiev (a Chukhloma).
Sergio morì all’età di 78 anni, nel 1392. Il suo corpo fu rinvenuto incorrotto e profumato dopo alcuni decenni dalla inumazione.

Dal diario Nella Santa Russia di D. Barsotti
“(…) ci dirigiamo verso la chiesa che conserva i resti mortali del santo. Entriamo con un sentimento vivo di venerazione. Intendiamo nella venerazione di san Sergio venerare tutti i santi che la Russia ha donato a Dio e ha donato anche a tutta l’umanità. Se i santi vivono una comunione con Dio non possono non essere in comunione con tutti i fratelli, con tutti gli uomini. Noi sentiamo che san Sergio ci appartiene e siamo sicuri che noi gli apparteniamo. La nostra comunione con Dio è necessariamente una comunione con gli amici di Dio. Ricchissimo è l’interno della chiesa. A destra di chi entra è la cassa dove sono i resti mortali del santo. In silenzio, come possiamo, vista la calca della gente che continuamente si rinnova entrando e uscendo dalla chiesa, facciamo la nostra preghiera (…)”[1].

GIOVANNI DI KRONSTADT 20 DICEMBRE – SANTI CHIESE ORTODOSSE

http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_di_Kronstadt

GIOVANNI DI KRONSTADT 20 DICEMBRE – SANTI CHIESE ORTODOSSE

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

San Giovanni di Kronstadt (russo), al secolo Ivan Ilijc Sergiev (russo) (1829 – 1908), è un santo vissuto nel XIX secolo venerato dalla Chiesa ortodossa russa. Le informazioni sulla sua vita sono giunte fino a noi, oltre per le numerose agiografie dedicategli, anche poiché lo stesso fu autore della propria autobiografia.

Biografia Infanzia Giovanni nacque il 19 ottobre 1829 nel villaggio di Sura nell’Oblast’ di Arcangelo da genitori molto poveri ma oltremodo devoti alla fede ortodossa. Anche se cresciuto in povertà le sue agiografie ci riferiscono che fin da piccolo iniziò a provare quella compassione verso i più deboli che cotraddistinse poi l’intera sua esistenza. I suoi vicini gli chiedevano infatti spesso di pregare per loro, riconoscendo al bambino delle profonde doti religiose. Compiuti i dieci anni Giovanni, pur nelle ristrezze economiche in cui versava la propria famiglia, fu iscritto alla scuola locale. Nonostante l’impegno profuso nello studio inizialmente il giovane ebbe molte difficoltà ad integrarsi nella nuova realtà, non riuscendo a giungere ad alcun risultato negli studi. Scrivendo della sua vita Giovanni così ricorda una sera in cui tutta la sua famiglia era già andata a letto: « Non riuscivo a dormire poiché mi arrovellavo inutilmente di capire quello che mi era stato insegnato. Ero davanti a un libro e dopo poco non mi ricordavo quello che avevo appena letto. Iniziai a deprimermi, mi inginocchiai e iniziai a pregare. Non so se fossi rimasto in tale condizione per un tempo più o meno breve ma improvvisamente qualcosa sconvolse l’intero mio essere. Fu come se un velo fosse caduto dai miei occhi e la mia mente si fosse improvvisamente aperta. Mi ricordai allora chiaramente il mio maestro e la sua lezione, ricordando anche gli assunti e gli esempi che ci aveva esposto. Mi sentì allora illuminato e gioioso ». Dopo l’esperienza mistica da lui stesso raccontata diventò uno dei primi nella sua classe, tanto che fu scelto per entrare in seminario.

Giovinezza Eccellendo anche lì nel suo corso di studi a Giovanni fu successivamente proposto di entrare nell’Accademia Teologica di San Pietroburgo, ove potevano accedere solo i migliori tra gli studenti dei seminari russi. Fu durante questo periodo che prese la decisione, in seguito tuttavia mai realizzata, di diventare missionario in Cina. Da poco diplomato all’Accademia decise tuttavia di rimanere in Russia e si sposò con Elizabeth Nesvitsky che viveva nel paese di Kronstadt. Desiderando continuare gli studi religiosi, Giovanni fu ordinato diacono il 10 dicembre 1885 e prete solo due giorni dopo. Prese nome di Giovanni in onore di San Giovanni di Rila. Gli fu allora assegnata la Cattedrale di Sant’Andrea a Kronstadt. Il territorio della parrocchia affidatagli era luogo di esilio per assassini, ladri e criminali politici inviati in quei luoghi lontani dai tribunali zaristi. In un simile retroterra era presente il rischio che anche i figli dei deportati, accompagnati solitamente dalla famiglia, diventassero dei criminali e per evitare questo Giovanni era solito visitare quasi giornalmente le loro case benedicendole, pensando di non andare a visitare dei reietti ma, come si espresse nella sua autobiografia, le anime dei suoi fratelli e sorelle. Dall’inizio della sua missione evangelica non lesinò alcun aiuto ai poveri presenti nella sua parrocchia, comprando personalmente per loro cibo e medicine quando questi erano impossibilitati a muoversi e donando loro ogni monesta che aveva. Le sue agiografie raccontano che gli abitanti di Kronstadt lo avrebbero visto a volte tornare alla sua abitazione a piedi nudi e senza il suo cappotto, tanto che i calzolai, impressionati dagli atti di carità del santo, erano soliti regalre scarpe alla moglie di Giovanni. Scrisse inoltre un gran numero di articoli sui giornali locali esortando la gente di Kronstadta « supportare i poveri moralmente e spiritualmente“ istituendo inoltre una fondazione con il compito di gestire e dividere ai bisognosi le donazioni avute per i poveri.

Maturità e vecchiaia Dal 1857 aveva iniziato a insegnare nella scuola locale, continuando a svolgere questo ruolo fino alla sua morte. Era solito dire alle persone che incontrava: « Se i bambini non hanno voglia di ascoltare il Vangelo è solo perché questo viene insegnato come se fosse una normale materia di studio. Tale metodo è inefficace perché ha l’unico effetto di forzare gli studenti solo a leggere parole e memorizzarle invece di farle diventare parte integrante delle loro vite ». Per Giovanni non potevano esistere studenti incapaci e le sue agiografie sostengono che coloro che prendevano i voti più bassi erano da lui tenuti nella stessa considerazione dei primi della classe. Le stesse fonti ci informano che nella sua vecchiaia la gente del luogo lo credeva capace di miracoli, quali ridare la salute agli ammalati, speranza ai disperati e fede ai più incalliti criminali, solamente tramite l’ausilio della preghiera. Morì il 20 dicembre 1908 e da allora persone di ogni luogo fanno pellegrinaggio al monastero dove è stato seppellito. Fu canonizzato dalla Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia nel 1964 mentre dalla Chiesa ortodossa russa l’8 giugno 1990.

UNA COLONNA TRA IL CIELO E LA TERRA (Gli stiliti)

http://www.cammino.it/maggio2001/articolo26.html

(domani Dan Daniele stilita, mf, messa biografia su « Incammmino verso… »)

UNA COLONNA TRA IL CIELO E LA TERRA

(Gli stiliti)

di Monica Vanin                      

Chi erano i monaci stiliti? Cos’ha di particolare il monachesimo di Siria? Ecco una buona occasione per capire meglio il difficile cammino del cristianesimo (orientale e non), tra testimonianze eroiche e tradimenti del Vangelo.

San Simeone alle prime luci del giorno. A un cristiano, neanche le rovine di Palmira possono trasmettere un’emozione così forte. Già da lontano, le gigantesche rovine in cima alla montagna fanno impressione. Ma una volta saliti, la maestosità del luogo appare addirittura sconcertante: ben dodicimila metri quadrati di spazio sacro, a colloquio col cielo. Non solo la grande basilica dedicata al santo, ma anche una chiesa più piccola, per le celebrazioni ordinarie, e i resti di un grande convento, con tanto di cimitero dei monaci.
Vicino all’ingresso, c’è poi il bellissimo battistero riservato agli adulti, dove si entrava in fila, ancora pagani, e si usciva cristiani, pronti a percorrere emozionati i duecento metri dalla vasca alla grande basilica, per partecipare alla prima, solenne eucaristia.
Quante migliaia di pagani, comprese molte tribù arabe, si saranno convertite quassù?

IL SOGNO DI TCHALENKO
Nessun rumore, in quest’ora magica: solo il vento, tra i pini, gli olivi e i mandorli che sembrano qui da sempre, tanto sono in armonia con le pietre. Invece, li ha fatti piantare quasi cinquant’anni fa Georges Tchalenko, l’archeologo che ha speso gran parte della vita al sole e al vento del massiccio calcareo, la regione più intensamente cristianizzata della Siria.
Solo qui, tra Antiochia, Aleppo e Hama, sono stati contati quasi ottocento villaggi e città cristiane, molti dei quali abbandonati, e migliaia tra edifici sacri e varie tracce della presenza dei monaci.
Povero Tchalenko! Oltre ad aver studiato a fondo questa zona e ad aver diretto i restauri di san Simeone, si è anche dato la pena di numerare e allineare tutte le pietre ancora fuori posto, sognando il miracolo: un restauro completo, che nel 2001 non è stato ancora finanziato da nessuno. Troppo caro, dicono. «Troppi soldi, per quello che forse è il più grande e importante complesso paleocristiano del mondo!» fa eco, sconsolato, Abdallah Hadjar, l’archeologo di Aleppo che insieme ai francescani Peña, Castellana e Fernandez è oggi uno dei massimi esperti in materia.

COME CADUTA DAL CIELO
L’oggetto misterioso è là, nel bel mezzo della basilica. È una gran pietra bianca, alta un paio di metri. Pare un monolito appena piovuto dal cielo, invece è ciò che rimane della reliquia cristiana più grande che sia mai esistita: la colonna sulla quale è vissuto per circa quarant’anni Simeone il Grande, il primo degli oltre cento monaci stiliti (cioè “delle colonne”) che hanno reso celebre questa zona.
Secoli di scalpelli devoti, di terremoti e di intemperie hanno contribuito a ridurre a un liscio moncone una colonna che arrivava a sedici o diciotto metri di altezza, e che quindi era visibile anche da lontano. Da quel balcone, il suo inquilino (che certo non soffriva di vertigini) poteva ben sentirsi “a metà strada tra la terra e il cielo”, come scrisse lo storico antico Evagrio.

MUOVERE LE MONTAGNE
Che la colonna fosse così alta, lo si è capito non solo da testimonianze serie, come quella del vescovo Teodoreto di Cirro (contemporaneo e ammiratore di Simeone), ma anche dalle dimensioni di questa basilica senza precedenti, che è nata proprio per contenerla tutta. Mai prima di allora i cristiani avevano costruito una chiesa così alta, complessa e a forma di croce, oltretutto.
Per scaricare il gran peso della struttura dai pilastri, i siriani hanno dovuto inventare i contrafforti, ma non solo: hanno saputo spianare il monte, vincere le pendenze e ogni tipo di ostacolo naturale. «Gesù ha detto che la fede muove le montagne» ci dice convinto Elia Kajmini, animatore del Centro archeologico di Aleppo e versatile uomo di cultura. «Bene, è proprio quello che hanno fatto migliaia di persone, quassù. Hanno lavorato come uomini di fede, non solo per guadagnarsi da vivere».

UNA FESTA DI SIMBOLI
Ma la tecnica sarebbe nulla senza la bellezza, e qui a san Simeone ne è stata versata a piene mani. Cornici stupende, tipicamente siriache, profilano le finestre; fregi incantevoli ricamano ovunque la pietra; capitelli con le foglie d’acanto che sembrano mosse dal vento sormontano le colonne: cose che devono aver strappato grida di meraviglia ai pellegrini di ogni tempo.
Che ricchezza di simboli, sulle pietre dorate dal sole! Non solo grappoli d’uva e fogliame corinzio, ma anche tante croci diverse: da quella latina a quella di Malta, dalla croce greca antica al disco solare dei siriaci, immagine pagana che qui era molto diffusa ed è stata ripresa con un significato del tutto nuovo (è Gesù il sole che non tramonta).
E poi la croce bizantina, naturalmente, con le sue allusioni alla maestà di Cristo. Non poteva mancare, anche perché è il sigillo dello sponsor di questo capolavoro: l’imperatore bizantino Zenone, che dopo quasi quindici anni di “fabbrica”, deve aver fatto appena in tempo a vederlo finito, nell’anno 490 o 491.

LA DIFFICILE UNITÀ
Zenone ci teneva molto a rappresentare, sulle pietre di san Simeone, un impero cristiano unitario e pacificato. Ma la realtà era tutt’altra, e questa operazione rischia di apparire, ai nostri occhi, quasi come una spettacolare forzatura ideologica.
Nel 451, a Calcedonia, un grande Concilio dedicato al problema della natura di Cristo aveva seminato malumori e opposizioni, soprattutto in Egitto e in Siria. Quello che per noi ormai è un dato di fede (misterioso finché si vuole), e cioè la convivenza in Cristo di due nature distinte, l’umana e la divina, non era stato affatto accettato da tutti.
Per i siriani, in particolare, esse si erano fuse armoniosamente, in Gesù, a vantaggio della natura divina. Nemmeno il conciliante Editto di unità emanato proprio da Zenone aveva messo d’accordo i litiganti. Nasceva così il partito “monofisita” (cioè “dell’unica natura”), che è proprio un contrassegno della Chiesa d’Oriente.

CRISTIANI CONTRO CRISTIANI
Solo un bisticcio di parole, che sarebbe stato più o meno facile sbrogliare? Oggi è facile pensarla così, ma allora la posta in gioco era altissima. Dentro i confini dell’impero, i popoli di più antica tradizione premevano per guadagnare un’autonomia sempre maggiore. Le rivolte erano all’ordine del giorno. Il contrasto sugli articoli di fede corrispondeva pari pari a un contrasto politico. Così, dopo settant’anni di compromessi, gli imperatori bizantini (che avevano l’ultima parola anche in materia religiosa) decisero di imporre la tesi di Calcedonia con la forza.
Finito l’incubo dei circhi e dei leoni, insomma, i cristiani cominciarono a perseguitare i cristiani, tanto che i siriaci finirono per considerare prima i Persiani e poi le armate islamiche (nemici giurati di Costantinopoli) come dei liberatori. In un’atmosfera segnata dalla lotta contro le eresie, iniziò una catena di scismi interni, carica di conseguenze per il futuro del cristianesimo.

I MONACI, NUOVI PROFETI
Simeone è solo il “frutto” più celebre dell’esplosione di vita monastica avvenuta in Siria, soprattutto in questa zona e tra il IV e il VII secolo: fenomeno straordinario (anche rispetto all’esperienza dei monaci egiziani e palestinesi) e importantissimo segno dei tempi.
Finite le persecuzioni dell’impero romano, grazie agli editti di Costantino (nel 313 e 325), cresciuta l’importanza di Costantinopoli e messo il cristianesimo sotto la tutela e il controllo dell’impero, l’eroica religione messianica delle origini stava infatti diventando un fenomeno di massa, impregnato di cultura greca più che di giudaismo, ed esposto al rischio di compromettersi sempre di più con esigenze mondane e di potere.
L’esito tragico del dopo-Calcedonia lo avrebbe ampiamente dimostrato. Le anime più semplici e insieme più esigenti, non potevano accettare tutto questo. E la risposta non si fece attendere.

GLI ESTREMISTI DI DIO
Il monachesimo è particolarmente congeniale alla natura siriana (e agli orientali in genere). L’ardore affettivo e sensuale, in queste terre, è sempre pronto a rovesciarsi nel suo contrario: può diventare accesa disponibilità a mortificare il corpo e le passioni. L’amore per la preghiera e la contemplazione, poi, sono valori che questi uomini portano scritti dentro da sempre.
Qui sono sorte una miriade di comunità monastiche, che hanno rivestito il territorio di chiese e conventi, e soprattutto si sono moltiplicate le iniziative individuali (che magari facevano scuola e si trasformavano in tendenze), una più singolare e spettacolare dell’altra: anche questi caratteri, contraddistinguono l’anima siriana.
Alcuni monaci, i cosiddetti reclusi, corsero a segregarsi dentro torri e capanne, addirittura nelle tombe o in mezzo a rudimentali costruzioni di sassi.
Altri si rifugiavano nelle grotte di cui i monti erano pieni, e vivevano talvolta come animali selvatici.
Qualcuno si costringeva a restare immobile, seduto o in piedi, a volte legato a un palo; c’era chi quasi non chiudeva occhio per non interrompere la preghiera e chi viveva tra i rami di un albero, o nascosto dentro un tronco cavo.
Trascorrevano le giornate pregando e contemplando; qualcuno studiava o scriveva. Inutile dire che il mangiare e il bere erano la loro ultima preoccupazione.

I “CANDELABRI DELLA FEDE”
In realtà, però, questi campioni di ascetismo non si separavano del tutto dal mondo. Non sarebbe stato neppure possibile, perché queste zone erano molto popolate. E poi molti di loro non lo volevano neppure.
Gli stiliti, soprattutto, che per molti secoli seguirono l’esempio di Simeone il Grande, alzavano spesso le colonne a poca distanza dalle strade commerciali, alla portata dei viandanti e degli abitanti dei villaggi. Predicavano e dispensavano consigli, guidavano la gente nella preghiera. Erano perfettamente consapevoli di costituire un richiamo vivente, a vantaggio di tanti cristiani incerti e tiepidi.
Teodoreto li ha magnificamente definiti “candelabri della fede”: Gesù non aveva forse raccomandato di porre la luce della testimonianza cristiana sopra il lampadario, e non sotto? E i nostri asceti facevano una tale luce da essere consultati perfino dagli imperatori, conquistandosi, dopo le prime diffidenze, l’amore e la venerazione di tutti.

UN… CATTIVO ESEMPIO
Simeone era un povero pastore, nato a Nis, in Cilicia, intorno al 390. Da ragazzo, dopo avere ascoltato in chiesa le Beatitudini, si era sentito bruciare dentro il desiderio di una vita religiosa ardente e severa. Arrivò in un convento a Tel Ada (vicino alla montagna a cui era legato il suo destino) e visse per dieci anni in preghiera e in mortificazione assoluta, mangiando una volta alla settimana. Gli ottanta monaci del suo convento erano letteralmente sconcertati.
Quando arrivò a legarsi intorno al corpo un terribile cilicio in foglie di palma, che lo riempì di piaghe (e lui rifiutò di farle curare), il superiore lo invitò ad andare a far penitenza da un’altra parte, preoccupatissimo che il suo esempio potesse risultare deleterio per altri monaci meno robusti di lui.
Simeone obbedì e si spostò di poco, a Telanisso (oggi San Simeone), sul pendio del monte. Visse per tre anni sigillato in una minuscola cella, diventando un campione di digiuno. Si fece lasciare pane e acqua fuori dalla porta, e non toccò nulla per quaranta giorni, sfiorando la morte. Ma si riprese prestissimo. Da allora, le sue quarantene periodiche divennero una pratica abituale.

TORMENTO SULLA MONTAGNA
Anche qui, però, neanche a dirlo, venne messo alla porta. Si rassegnò allora a isolarsi sulla montagna, dietro un piccolo steccato, incatenato a un sasso per costringersi alla stanzialità. Evidentemente era già diventato celebre, perché ricevette la visita di un vescovo di Antiochia, che lo rimproverò. «Non è abbastanza severa la tua coscienza – gli disse – che hai bisogno di catene per sottomettere il tuo corpo?».
Colpito dall’osservazione, Simeone si sciolse dai ceppi, che già gli avevano inciso a fondo la carne e continuò a vivere sul monte, lodando Dio e pregando, tormentato dagli insetti, esposto alla pioggia, al sole e al vento.
Ma non erano solo questi i tormenti. Era anche perseguitato dalle donne con problemi di sterilità, che imploravano la sua intercessione per avere il sospirato figlio. Lui le teneva a distanza, si faceva riferire il problema da qualche parente e provvedeva puntualmente con la preghiera: con grande successo, a quanto pare.

FUGA SULLA COLONNA
Dopo qualche tempo, infatti, questi e altri miracoli non si contarono più. La sua resistenza soprannaturale a ogni genere di fatica (era anche capace di flettersi in adorazione più di mille volte di seguito senza fermarsi), costrinsero all’ammirazione perfino i vescovi più sospettosi verso questo incredibile esibizionista di Dio.
Ma la gente era diventata troppa e Simeone, per difendersene senza dover fuggire ancora, si fece costruire una colonna di un paio di metri, con sopra una piattaforma di legno protetta da una balaustra. Più la folla aumentava, più la colonna diventava alta: a un certo punto, per parlare direttamente al sant’uomo, era necessario arrampicarsi su un’alta scala a pioli, senza guardar troppo di sotto. Ogni tanto, un custode (in genere, un monaco novizio: il rapporto col convento non era mai venuto meno) gli portava qualche dattero e una ciotola d’acqua. Anche le modeste necessità fisiologiche di Simeone venivano sbrigate da un buco sulla sommità della colonna, scanalata all’interno. Queste, probabilmente, erano tutte le sue comodità.
E RIMASE LA COLONNA

Nonostante le privazioni, Simeone morì all’incirca settantenne, nel 459. Il vescovo di Antiochia, la più vicina “capitale” del cristianesimo, riuscì a portarsi via le sue spoglie, nonostante le proteste della gente del luogo. L’anno prima, la città era stata devastata da un terribile terremoto: forse il santo corpo avrebbe potuto proteggerla, in futuro.
Ma Antiochia fu solo una breve tappa, perché il monaco Daniele, amico di Simeone e anche dell’imperatore Leone, riuscì a farlo arrivare presto a Costantinopoli e a trasferirlo in un martyrion, una chiesa fatta apposta per accogliere le reliquie di un martire. Era la prima volta che capitava una cosa del genere, ma ce n’era motivo: Simeone si era davvero comportato con l’eroismo di un “martire vivente”.
Agli abitanti di Telanisso e dintorni restava solo lei, la colonna, e quindi furono ben felici di vederle sorgere intorno il grande ottagono centrale, sormontato da una cupola arditissima (che fu la prima vittima dei terremoti). Dall’ottagono si dipartivano quattro chiese, che completavano una originalissima pianta a croce, tanto originale da avere il “braccio” orientale non in asse con gli altri, ma un po’ inclinato verso nord. “Come la testa di Cristo crocifisso!” dice la tradizione. Ma forse l’orientamento di questa parte della chiesa, coronata da una splendida abside, è stato determinato da altri motivi simbolici, mentre la posizione delle altre è stata maggiormente condizionata dal terreno e dalla colonna stessa.

L’ULTIMO MIRACOLO
Il flusso dei fedeli, assiepati intorno all’altissima reliquia, impegnati a pregare, a chiedere grazie, a deporre offerte e prendere con sé gli eulogia (piccole immaginette-reliquia), dev’essere stato imponente per secoli. Ancora oggi si vedono i resti di un arco trionfale sull’antica Via Sacra percorsa dai pellegrini. Solo la dinastia islamica degli Hamdanidi, nel decimo secolo, riuscì a mettere la parola fine a questa devozione di massa. L’imponente santuario sarebbe ufficialmente diventato la fortezza di Simeone (Qalaat Samaan), una cittadella ben munita di torri, e poco più.
Ma il “candelabro della fede” non ha mai smesso di splendere, su questa montagna. Qui, nel 1991, per i 1.500 anni della basilica, si è raccolta una folla traboccante, almeno cinquemila persone: cattolici dei vari riti, ortodossi, protestanti, venuti anche da lontano; cinque grandi cori hanno fatto risuonare i loro canti in tante lingue diverse: uno spettacolo grandioso, indimenticabile per chi ha avuto la fortuna di partecipare.
Simeone veglia ancora sui cristiani, specialmente sugli orientali. Forse, l’intercessione per l’unità dei fratelli in Cristo e per il risveglio del coraggio evangelico dovremmo chiederla soprattutto a lui (oltre che a san Francesco, naturalmente). Alle richieste serie, fatte davvero col cuore, questo ruvido “atleta di Dio” non ha mai saputo dire di no.

27 luglio: San Pantaleone Medico e martire

http://www.santiebeati.it/dettaglio/64575

San Pantaleone Medico e martire

27 luglio

m. 305 c.

Pantaleone nacque nella seconda metà del III secolo a Nicomedia, nell’odierna Turchia. Diventerà successivamente medico e sarà perseguitato dall’imperatore di Costantinopoli Galerio per la sua adesione alla fede cristiana. Fu condannato a morte nel 305: gli furono inchiodate le braccia sulla testa, che poi il boia gli mozzò. È il patrono di medici. (Avvenire)

Patronato: Ostetriche, Crema (CR), Miglianico (CH), Ravello (SA), Pianella (PE)
Etimologia: Pantaleone = interamente leone, forte in tutto, dal greco

Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, san Pantaleone, martire, venerato in Oriente per avere esercitato la sua professione di medico senza chiedere in cambio alcun compenso.

Pantaleone (Pantoléon, Pantaleémon in greco; Pantaleo in latino) godette fin dall’antichità di un vasto culto in Oriente e in Occidente, al pari dei celebri Cosma e Damiano o Ciro e Giovanni, coi quali divise nella rappresentazione agiografica il modello martiriale e taumaturgico di santi medici « anargiri » e molti tratti leggendari stereotipi, e al pari di altri santi intercessori (gruppo dei quattordici Ausiliatori in Occidente). La sua popolarità è testimoniata dalla Passio giuntaci in varie redazioni e vaneggiamenti in greco, armeno, georgiano, copto, arabo.
Secondo la leggenda Pantaleone, nativo di Nicomedia in Bitinia, educato cristianamente dalla madre Eubule (ricordata nel Sinassario Costantinopolitano al 30 marzo), ma non ancora battezzato, è affidato dal padre pagano al grande medico Eufrosino e apprende la medicina tanto perfettamente da meritarsi l’ammirazione e l’affetto dell’imperatore Massimiano. Si avvicina alla fede cristiana da esempio e dalla dottrina di Ermolao, presbitero cristiano che vive nascosto per timore della persecuzione, il quale lo convince progressivamente ad abbandonare l’arte di Asclepio, garantendogli la capacità di guarire ogni male nel solo nome di Cristo: di ciò fa esperienza lo stesso Pantaleone, il quale, dopo aver visto risuscitare alla sola invocazione dei Cristo un bambino morto per il morso di una vipera, si fa battezzare. La guarigione di un cieco, che si era rivolto a lui dopo aver consumato tutte le sostanze appresso ad altri medici, provoca la guarigione spirituale e la conversione sia del cieco che del padre del santo. Alla sua morte Pantaleone, distribuito il patrimonio ai servi e ai poveri, diventa il medico di tutti, suscitando per l’esercizio gratuito della professione l’invidia e il risentimento dei colleghi e la conseguente denunzia all’imperatore. Il cieco, chiamato a testimoniare, nell’evidenziare la gratuità e la rapidità della guarigione, nonché l’incapacità e la venalità degli altri medici, fa l’apologia di Cristo contro Asclepio, guadagnandosi perciò il martirio.
Il racconto a questo punto segue la struttura propria di una passio: l’imperatore con lusinghe e dolci rimproveri tenta di dissuadere il giovane dal preferire Cristo ad Asclepio. Pantaleone propone un’ordalia tra i sacerdoti pagani e lui: intorno a un paralitico, appositamente convocato, inutilmente si affannano i sacerdoti, invocando tra gli dei anche Asclepio, Galeno e Ippocrate; il santo invece dopo una tirata antiidolatrica guarisce nel nome di Cristo l’ammalato. Il miracolo suscita la conversione di molti e l’ostinazione dei sacerdoti e dell’imperatore, che alle lusinghe fa seguire una lunga serie di tormenti: raschiamento con unghie di ferro e bruciature ai fianchi con fiaccole, annegamento, esposizione alle fiere, ruota. Ogni tentativo risulta inefficace e provoca vieppiù l’ira del tiranno, che accusa il santo di “magia”. La Passio prende quindi l’andamento di un romanzo ciclico con l’inserimento di altri santi personaggi, perché su subdolo invito dell’imperatore Pantaleone ingenuamente non solo fa il nome dei vecchio Ermolao e di altri due cristiani, ma li va a prendere lui stesso per condurli al cospetto del sovrano, che li fa morire. La sentenza di morte del giovane non esaurisce la fantasmagoria del meraviglioso: la punta ripiega come cera; i carnefici chiedono perdono al santo e una voce dall’alto cambia il nome dei giovane: “non ti chiamerai più Pantoleon, ma il tuo nome sarà Pantaleémon, perché avrai compassione di molti: tu infatti sarai porto per quelli sballottati dalla tempesta, rifugio degli afflitti, protettore degli oppressi, medico dei malati e persecutore dei demoni”. Sul modello di altre passioni antiche è il santo a esortare i carnefici a colpirlo e due ultimi prodigi chiudono il racconto: dalla ferita esce sangue misto a latte, mentre l’albero al quale Pantaleone viene legato si carica di frutti.
La critica agiografica ha da tempo riconosciuto il carattere totalmente fabuloso della Passio, un racconto infarcito dell’elemento meraviglioso e miracolistico, di motivi ricorrenti nella letteratura del genere: un testo tipico delle passioni tarde o artificiali, tendente non a definire il profilo storico, ma a delineare il “tipo” sovrumano dei martire intrepido, del santo taumaturgo che opera gratuitamente la salvezza fisica e spirituale dei devoti. Molto evidenti sono in particolare i punti in comune con le Vite e Passioni di santi medici anargiri (specialmente Cosma e Damiano): l’opposizione tra medicina pagana venale ed evergetismo cristiano, il motivo dell’invidia dei colleghi… Ma assai più evidenti sono gli intenti di una simile letteratura, mirante a edificare e più ancora a infondere attraverso le figure dei santi medici conforto e fiducia nei fedeli.
Malgrado lo scarsissimo credito della narrazione, sono ben attestate le coordinate agiografiche. Il dies natalis di Pantaleone è prevalentemente fissato al 27 luglio, talora con oscillazione di qualche giorno. Il Martirologio Geronimiano al 28 luglio ha in Nicomedia Pantaleonis. Il Sinassario della Chiesa costantinopolitana ricorda Pantaleone al 27 luglio. Negli altri martirologi siriaci prevale la data bizantina del 27 luglio, ma il Martirologio di Rabban Sliba (Xlll sec.), oltre il 27 Tamouz (luglio), lo ricorda anche nei giorni 1 e 15 Tisrin I (ottobre). I martirologi storici medioevali dell’Anonimo Lionese, di Adone, di Usuardo, dipendenti dal Geronimiano, danno al 28 luglio una breve sintesi derivante dalla Passio latina, ricordando al 27 s. Ermolao e compagni. Il Calendario latino dei Sinai, probabilmente proveniente dall’Africa, dei sec. VIII o IX, ricorda Pantaleone il 25 febbraio, data forse di qualche fondazione o traslazione, che può essere accostata a quelle del 15 o del 19 febbraio rispettivamente del Calendario Marmoreo Napoletano (IX sec.) e del calendario mozarabico.
La diocesi di Crema, in provincia di Cremona, lo celebra il 10 giugno, giorno in cui per sua intercessione la città fu liberata dalla peste.

Autore: Antonello Antonelli

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