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NELLA BIBBIA C’È LA BONTÀ DI DIO NON L’OSSESSIONE DEL PECCATO

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NELLA BIBBIA C’È LA BONTÀ DI DIO NON L’OSSESSIONE DEL PECCATO

Dai fascicoli sulla Bibbia deduco che il peccato è un’ossessione per ebrei e cristiani. Perché i sacerdoti non insistono sulla necessità di fare il bene più che su quella di rimuginare il male commesso? Silvana – Parma  

Il peccato nella Bibbia non è un’ossessione, ma una constatazione. Non c’è in essa moralismo pignolo, ma severa condanna di un peccato fondamentale e ricorrente: l’idolatria. La Bibbia mette in evidenza una società tutt’altro che ossessionata dal peccato; il riferimento etico era costituito fondamentalmente dai dieci comandamenti, senza tanti cavilli. Furono le scuole rabbiniche che, entrando nei dettagli delle umane situazioni, finirono per soffocare l’essenziale della legge. È contro questa deformazione legalista e fiscale del rapporto con Dio che si scaglia Gesù, dicendo di alcuni maestri della legge: «Legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4).

Il moralismo è dei gruppi settari L’antico Israele è immagine della Chiesa. Anche in essa la preoccupazione di concretizzare la norma nei particolari delle diverse situazioni umane rischia di perdere di vista l’essenziale. Non si può negare infatti che la Chiesa ha vissuto epoche di pesante moralismo suscitando un forte senso di colpa più che di peccato. E senza dubbio c’è ancora chi identifica l’annuncio cristiano con terrificanti prediche sul peccato, collegandolo anche con catastrofi naturali e sventure diverse, in stretto rapporto di causa ed effetto, contro le stesse affermazioni di Gesù (Gv 9,3). Ma questo oggi è soprattutto lo stile di quelle sètte o gruppi dalla spiritualità malata che suscitano il senso di colpa per condurre le persone a quel disprezzo di sé che rende succubi e manipolabili da parte di un capo. La Chiesa conciliare, che riconosce umilmente il dovere di permanente conversione, ha riportato in primo piano la Parola di Dio, che ci aiuta a ritrovare l’essenziale, che non nega il peccato, ma non ne fa un’ossessione. Anzi, questa Parola ripete continuamente che la misericordia di Dio è sempre più grande della nostra infedeltà. È necessario richiamare alla memoria la parabola del figlio prodigo? L’essenziale riferimento alla Parola di Dio, inserita proprio con questo scopo in ogni forma del rito della penitenza, mira a condurre a una più esatta valutazione del peccato che non coincide sempre con l’infrazione della legge e non si identifica affatto con il senso di colpa.

Una Parola che libera Il senso di colpa è un disagio umano, psicologico di fronte alla trasgressione di una legge e la paura del castigo. Il peccato è invece la consapevolezza di non aver corrisposto a un progetto, a un dono di Dio per la nostra felicità. Il vero peccato infatti è sempre un male che l’uomo compie prima di tutto contro sé stesso. La Parola di Dio è quindi liberante perché ridimensiona le lunghe liste dei peccati, pur mettendo in luce la nostra fondamentale povertà e infedeltà davanti a Dio. Tutti siamo peccatori, ma non certo nel contesto ossessivo di certe spiritualità malate. Il peccato, ci dice la Bibbia fin dalle prime pagine della Genesi, è parte della nostra storia affinché tutti siamo condotti a riconoscere quell’amore di Dio che è più grande della nostra miseria. La consapevolezza del nostro peccato e di essere tutti dei « perdonati », dei « graziati », ci costringe a essere umili davanti a Dio e davanti ai nostri fratelli.

Il sacramento del perdono Per questo la disciplina della Chiesa, pur obbligando alla confessione solo coloro che sono consapevoli di peccato grave (can. 988), sollecita tutti a manifestare in qualche modo la propria povertà e il proprio pentimento, perché nessuno è perfetto. Sicché, non solo si consiglia a tutti il sacramento della penitenza anche per i peccati non gravi, ma all’inizio della Messa è stato posto anche l’atto penitenziale per tutti, per i giovani e per gli anziani, perché il peccato non è legato all’età e non è detto, come lascia supporre la lettrice, che i peccati più gravi siano quelli legati alla fragile gestione della sessualità, tipica dell’età giovanile. Proprio la Bibbia ci esorta a considerare certe idolatrie e certi fariseismi ben più gravi. Non c’è dubbio: alla luce della Parola di Dio ci si accorge che i veri peccatori sono una minoranza. Ci sono invece tante persone fragili, che sbagliano, ma per lo più senza arrivare a quel peccato che per essere tale, oltre alla materia grave, richiede la piena consapevolezza di fare il male e la libera volontà di farlo (Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1857). Il che suppone una cattiveria e un rifiuto di Dio radicali. Comunque sia, una cosa è certa: il Vangelo non è stato proclamato per condannare, ma per salvare, per sollecitare a vincere il male con il bene. Dimenticare questo significa tradire la Parola di Dio.

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