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OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

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OMELIA NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19

In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti».
Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
La solennità di San Pietro e San Paolo ricorda due autentici pilastri della Chiesa e araldi coraggiosi del Vangelo i quali, provenendo da percorsi diversi, si sono riuniti nell’unica Chiesa di Cristo e subirono il martirio nella Città Eterna. Si tratta di una delle feste più antiche dell’anno liturgico inserita nel Calendario già nel IV secolo, come testimonia la “Depositio martyrum” (354). Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; con la loro testimonianza essi costituiscono il fondamento della nostra fede nel Signore Gesù; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Anche per questo la Chiesa Cattolica celebra la solennità degli Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno.
Secondo un’antica tradizione sulla via Ostiense nell’Urbe, a pochi metri della Basilica di san Paolo fuori le Mura, avvenne l’ultimo incontro tra Pietro e Paolo poi separati, per essere avviati al martirio. San Pietro venne condotto nell’antico circo neroniano, che all’epoca sorgeva dove ora è Piazza san Pietro, per essere crocifisso. San Paolo venne condotto “ad aquas salvias”, nell’attuale zona delle Tre Fontane, per essere decapitato.
Il Vangelo presenta la confessione di Pietro a Cesarea di Filippi, ove Simone figlio di Giovanni riconobbe in Gesù il Figlio di Dio e parimenti l’affidamento della Chiesa da parte di Gesù alla custodia premurosa di Pietro, su cui Gesù stesso fondò la sua Chiesa. Simone fu chiamato da Gesù mentre riassettava le reti sulle rive del mare di Galilea. Era un semplice pescatore che svolgeva il suo lavoro, talora molto pesante. Non appena il Giovane Rabbi di Nazareth lo chiamò a diventare pescatore di uomini e non di pesci, « subito lasciate le reti, lo seguì ». Fu il primo tra gli apostoli di Gesù a proclamare: « Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente ». Non fu il pescatore di Galilea a proclamare di sua iniziativa questa verità, ma fu lo Spirito di Dio che, illuminandolo, gli fece pronunciare quelle parole. E Gesù lo sottolineò: «Né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
La fede professata da Simone costituì il fondamento della Chiesa. Gesù, infatti, scelse Pietro come il punto riferimento per la fede e la vita religiosa dei suoi discepoli. « Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa ». L’icona della pietra è una immagine utilizzata sia per indicare saldezza e stabilità sia per suggerire l’idea dell’edificio. I Salmi ricorrono spesso alla solidità della pietra per indicare il Signore come fondamento sicuro del suo popolo; su di lui Israele e ogni credente possono sempre contare. Il Signore è la pietra, la rupe, la roccia di difesa su cui il popolo si appoggia per vivere sicuro e per rimanere saldo nella fedeltà anche in mezzo a prove e pericoli.
Nel Vangelo di Matteo Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della pietra che, scartata dai costruttori era diventata testata d’angolo (cfr. Mt 21, 42). Questa medesima icona Gesù la applica anche a Simone, figlio di Giovanni, al quale cambia il nome in « Kefa », cioè « pietra di fondazione » che assicura la solidità dell’edificio, roccia, sulla quale egli intende edificare la « sua » Chiesa: “su questa pietra edificherò la mia Chiesa”. La Chiesa è di Cristo! Egli la custodisce con la potenza dello Spirito Santo, perché le forze del male non prevalgano. A Pietro affida il compito di essere segno visibile di unità nella fede e nella carità e il mandato di confermare i fratelli nella fede: « Io ho pregato per te che la tua fede non venga meno. Per cui conferma i tuoi fratelli. Tra gli apostoli, testimoni oculari della vita, delle parole e delle opere di Gesù, scelti e inviati da Lui per essere suoi testimoni e maestri nel suo nome, Pietro per volontà espressa di Cristo occupa un posto e un significato specialissimo. Gli apostoli riconobbero a Pietro il ministero della presidenza su tutti loro. Dopo che Gesù ascese al cielo, Pietro guidò la vita e le attività dei Dodici.
Dopo aver annunciato il Vangelo a Gerusalemme, Pietro andò ad Antiochia e poi a Roma. Roma era il centro del mondo allora conosciuto. Situarsi a Roma fu un modo per esprimere l’universalità del vangelo di Gesù e di incoraggiare la diffusione del cristianesimo in tutto il mondo. Ci sono testimonianze assai antiche secondo le quali i Vescovi di tutto il mondo si sono sentiti legati alla tradizione romana cristiana. L’impronta di Pietro ha dato alla Chiesa di Roma il ruolo di essere riferimento per tutte le altre Chiese, garanzia di autenticità e di unità cattolica della fede e della vita di tutti i cristiani. Pietro è testimone, fondamento e pietra ferma e forte della fede di tutti i credenti: è la roccia su cui Gesù edificò la sua Chiesa, il fondamento dell’unità nella comunità di fede dei credenti.
Accanto alla figura di Pietro si staglia quella altrettanto gigantesca di Paolo che per amore di Gesù il Signore e per la sua causa ha affrontato ogni sorta di disagio: persecuzioni, percosse, lapidazioni, naufragi, pericoli da ogni parte, digiuni, freddo e nudità (cfr. 2 Cor 11, 24-29). La Chiesa unisce oggi “in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti”. Scrisse sant’Agostino: “Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, tuttavia, erano una cosa sola in Cristo”.
Dell’apostolo Paolo si conosce molto, ma non la data della sua nascita; si ritiene, tuttavia che essa sia avvenuta tra l’anno 5 e il 10 dopo Cristo. Gli Atti degli Apostoli narrano che il giovane Saulo di Tarso fu tra coloro che lapidarono Stefano; infatti faceva la guardia ai mantelli dei lapidatori. In seguito fu zelante nel combattere la giovane comunità cristiana per la cui persecuzione si fece addirittura autorizzare. Egli non fu discepolo di Gesù, non l’aveva né ascoltato parlare né visto compiere guarigioni, ma il suo ministero instancabile ebbe inizio con l’incontro con il Signore risorto sulla via di Damasco. Il Vangelo predicato da Anania gli aprì il cuore e gli occhi. Da quel primo incontro iniziò una vita nuova a totale servizio del Vangelo. Paolo predicò, prima agli ebrei e poi ai pagani, fondando molte comunità.
Dalle sue 13 lettere traspare il fascino e la bellezza di una vita completamente consegnata a Cristo, un annuncio potente di salvezza universale destinata a tutti coloro che si lasciano amare dalla misericordia e dalla tenerezza di Dio Padre.
Nella lettera indirizzata al discepolo Timoteo è contenuto « il testamento spirituale » dell’Apostolo delle Genti, l’unico passo che si riferisce a lui stesso. Egli intravede ormai vicina l’offerta della sua vita a quel Cristo che ha amato immensamente e anche la modalità in cui questa avverrà: il martirio. “E’ giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno”. Con tale ammissione Paolo afferma di essere rimasto un credente nonostante le avversità della vita, e fa vedere che la perseveranza nella fede non è mai scontata per nessuno.

Cari Amici
La festa degli Apostoli Pietro e Paolo è insieme una grata memoria dei grandi testimoni di Gesù Cristo e una solenne confessione in favore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa da sempre li ha voluti ricordare assieme, quasi a voler comporre in unità la loro testimonianza. San Pietro e san Paolo, con le loro diverse ricchezze, con il loro personale carisma, hanno edificato un’unica Chiesa. Facciamo nostro l’invito di sant’Agostino: “Celebriamo questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli; amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, la testimonianza e la predicazione.” (dai Discorsi)
C’è una provocazione anche per noi nel brano di vangelo. La domanda di Gesù arriva oggi fino a me: “Tu chi dici che io sia?”. Come a dire: Cosa pensi di me? In che rapporto stai con me? Per te io chi sono? Che senso ha la mia presenza nella tua vita? Cosa immetto nella tua vita? Queste domande devono arrivare ai nostri orecchi con la stessa forza e passione con cui uscirono dalle labbra del Maestro, deve ferire, deve aprire un varco nelle nostre piccole sicurezze, provocare un ripensamento della fede e suscitare la conversione. Ma sono domande alle quali siamo chiamati a rispondere personalmente con la vita. Non possiamo più rifugiarci dietro ad opinioni di altri. Gesù vuole la nostra risposta personale. La Sua domanda esigente ci scuote, ci assedia perché possiamo liberare il nostro cuore dalle ombre che ci impediscono di esprimere dal profondo una consapevolezza di intima e personale relazione con Lui. Dobbiamo prendere posizione personalmente nei suoi confronti. Se siamo cristiani dobbiamo impegnarci sempre più a conoscere e amare Cristo Gesù e in pari tempo portarne l’insegnamento sulle strade degli uomini e della storia e a testimoniarlo con coerenza, audacia e coraggio. Come gli apostoli Pietro e Paolo tutti i battezzati sono chiamati alla testimonianza. Per questo come Pietro e Paolo siamo chiamati a vivere un rapporto di amore con Cristo.
Il Papa Paolo VI scrisse: « Il mondo dopo avere dimenticato e negato Gesù, lo cerca … È una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto; di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero amore al prossimo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’uomo dei dolori; di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di convertiti che infine confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averlo trovato. L’ansia di trovare Cristo si insinua anche in un mondo avvinto nel materialismo, ma che non vuole soffocare”.
Il ministero di Pietro si perpetua nel Vescovo di Roma. Egli, in quanto successore del beato Pietro e vescovo di Roma “è il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 880).
Oggi è il giorno
- per ringraziare Dio per la persona e il ministero del Papa.
- per ravvivare e suscitare in noi l’apprezzamento effettivo ed affettivo per lui e per il suo eminente magistero mediato da un linguaggio semplice, diretto e accessibile a tutti.
- per pensare al ruolo insostituibile e arduo del Papa per tutta la Chiesa e per ogni cristiano cattolico.
Il Papa è garanzia di unità della fede di tutti i cristiani, di tutti i Vescovi e tutte le chiese diocesane. Al riguardo giova sempre ricordare che «la Chiesa universale non può essere concepita come la somma delle Chiese particolari né come una federazione di Chiese particolari. Essa non è il risultato della loro comunione, ma, nel suo essenziale mistero, è una realtà ontologicamente e temporalmente previa ad ogni singola Chiesa particolare. Infatti, ontologicamente, la Chiesa-mistero, la Chiesa una e unica secondo i Padri precede la creazione e partorisce le Chiese particolari come figlie, si esprime in esse, è madre e non prodotto delle Chiese particolari». (Communionis notio, 9)
I cristiani cattolici sanno bene che se sono in comunione amorevole e fedele con il Successore di Pietro, con la sua persona e con la dottrina riguardante la fede e la morale, vivono la stessa fede degli Apostoli che inizia nel Cristo stesso. Questa è la certezza di sapere che la nostra fede è vera, che siamo veri discepoli di Gesù. Accogliamo di cuore e vivere fedelmente tutto ciò che il Papa insegna in materia di fede e di morale. La nostra fede deve essere personale, certo: ma anche ecclesiale, apostolica e in comunione affettiva ed effettiva con il Papa.
In questo giorno un ricordo speciale è dedicato a Papa Francesco per il suo ministero e per tutte le sue nobili intenzioni. In ogni occasione egli chiede di pregare per il suo ministero apostolico. Oggi noi lo faremo in modo più intenso e corale. Ma affidiamo al Principe dei Pastori anche l’amato Pontefice emerito Benedetto XVI per il gran bene che ha compiuto nei suoi circa 8 anni del suo ministero petrino.
Cooperiamo, altresì in questo giorno alla colletta, detta obolo di San Pietro, perché il Santo Padre possa continuare ad aiutare e sovvenire i più bisognosi del mondo.

O Dio, che allieti la tua Chiesa
con la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa segua sempre
l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede.

Publié dans:SAN PIETRO E PAOLO |on 28 juin, 2020 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011) – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110629_pallio.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011)

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 29 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle,
“Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.
Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.
Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.
Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.
Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

 

Publié dans:SAN PIETRO E PAOLO |on 27 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

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SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

Giovanni Gentili

La storia, il culto, la memoria dei due apostoli nei primi secoli della cristianità La grande mostra archeologica promossa dal Pontificio Consiglio per i Laici e organizzata dal Meeting in collaborazione con i Musei Vaticani, dal 30 giugno fino al 10 dicembre prossimi, è chiave di lettura indispensabile alla comprensione del sorgere e del diffondersi del primo cristianesimo romano, e perciò universale. Una tappa fondamentale del pellegrinaggio giubilare Milano, anno 313: l’editto imperiale di Costantino, che concede alla Chiesa e alla fede cristiana tolleranza e libertà di espressione e culto, pone fine a un lungo e tribolato periodo di esistenza per le prime comunità cristiane disseminate nei vari territori dell’impero. Succede, alle prove e alle persecuzioni, un periodo finalmente di pace, carico di possibilità e sviluppi. Da subito e per volontà imperiale, si erigono edifici religiosi sui luoghi storici più cari alla devozione e alla fede dei cristiani, a Gerusalemme, a Betlemme e a Roma. È proprio nella “capitale del mondo” che sorgono anzitutto la basilica vaticana e, poco più tardi, quella dedicata a San Paolo sulla via Ostiense, mentre precede le medesime quel luogo dedicato alla venerazione e culto dei due apostoli, per tanti versi straordinario, noto come Memoria Apostolorum, al terzo miglio della via Appia, la regina viarum, fuori la porta detta oggi di San Sebastiano. Sul cosiddetto “trofeo” di Pietro, ammirato e descritto insieme a quello paolino dal presbitero Gaio intorno al 200 della nostra era (una forma assai semplice di monumentalizzazione di sepolcro, per quello che l’evidenza archeologia del “trofeo” vaticano oggi ci racconta, come si evince anche dal plastico realizzato per la mostra “Pietro e Paolo” allestita a Roma), sorge, nei pressi del circo che fu di Caligola, la grande basilica che Costantino, in qualità di pontifex maximus, fa erigere, di fatto celando sotto immani quantità di terreno rimosso una necropoli pagana lì esistente. È qui infatti – oggi all’interno del percorso archeologico della medesima realizzato sotto le Grotte vaticane – che il corpo di Pietro venne deposto, intorno al 64 o 67 d. C., da mani pietose, in una fossa terragna a cielo aperto, oggetto di attenzione e di venerazione crescente, e perciò, probabilmente nel II secolo, abbellita da una forma architettonica importante, destinata a custodire più solennemente le spoglie dell’apostolo.

La tomba di Paolo Stessa sorte sarebbe capitata, nei pressi di Aquas Salvias, oggi Tre Fontane, alla sepoltura di Paolo, decapitato fuori le mura, com’era costume per i cittadini romani, probabilmente nel 67. Lì, lungo la via Ostiense, si poteva contemplare, tra la fine del II e gli inizi del III secolo, una tomba, probabilmente simile nell’aspetto a quella di Pietro, sulla quale Costantino fece innalzare una basilica, assai più piccola della vaticana, lungo un asse esattamente inverso all’attuale, poi oggetto, sotto il pontificato di Damaso nel IV secolo, di profonda ristrutturazione e ingrandimento. Poco si sa della vera forma della tomba dell’Apostolo delle genti, mai fatta oggetto di scavi sistematici – come avvenne, invece, in questo nostro secolo per la Memoria vaticana -. Qualche evidenza archeologica riaffiorò, quasi fortuitamente, in occasione della ricostruzione della basilica ed in particolare degli sterri del 1838 intrapresi nell’area dell’altare maggiore, dopo il rovinoso incendio della stessa nel 1823. Oltre alla lastra dedicatoria che si può ammirare in calco nella mostra (l’originale non è più visibile), è attestato, da schizzi risalenti all’epoca ed eseguiti dall’architetto Vespignani, un locus venerationis, un loculo, protetto da una grata, inserito in un monumento formato da uno zoccolo in opera reticolata e definito agli angoli da paraste; il che, pur nella scarsità dei dati, permette di presupporre una Memoria monumentale, stavolta paolina, simile nell’aspetto, alla vaticana. Più oltre, a qualche chilometro di là e ad est, un pergolato cintato ed affrescato con scene di giardino, con fiori e uccelli ospitati tra graticci di canne e fogliami, era già oggetto, da qualche tempo – probabilmente dalla seconda metà del III secolo – di una forma di devozione singolare. Qui, nei pressi dell’area cimiteriale di Callisto e nelle immediate adiacenze del sepolcro del martire Sebastiano sulla via Appia, si riuniva una folla di fedeli, non solo romani, a venerare la memoria dei Principi degli apostoli, come si evince dagli oltre seicento graffiti – di cui alcuni, preziosissimi, esposti in mostra al Palazzo della Cancelleria – su intonaco rosso della cosiddetta triclia, straordinaria “reliquia” architettonica oggi sotto la basilica di San Sebastiano, eretta sul luogo detto ad catacumbas, un avvallamento interessato da cave di pozzolana. La triclia, un edificio per metà pergolato e per l’altra metà porticato, doveva probabilmente servire per i refrigeria, i banchetti rituali funerari lì svoltisi in onore di Pietro e Paolo nel giorno anniversario del loro martirio, il 29 giugno; e fu probabilmente per questo motivo che più tardi il luogo si definì come memoria apostolorum. In questo spazio all’aperto, appena fuori porta, tra orti e i giardini intensamente coltivati per i fabbisogni e gli usi commerciali della città, sicuramente nel 258, essendo consoli Tusco e Basso, ma probabilmente anche da prima, si celebrava dunque il culto congiunto di Pietro e Paolo, in una sede unica e diversa dai luoghi delle rispettive sepolture. Non è certo il perché di tale scelta logistica. Di certo il culto agli apostoli continuò anche dopo l’interramento e quindi, la cancellazione fisica della triclia – riemersa, peraltro, grazie agli scavi intrapresi dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra proprio in questo secolo – letteralmente ricoperta dalla basilica cimiteriale dedicata a Sebastiano, il cui culto si affiancò intorno al IV secolo a quello preesistente dedicato a Pietro e Paolo. Assieme ai tre edifici ora ricordati, il panorama della capitale dell’impero si caratterizzava, tra IV e V secolo, da altre significativi monumenti, legati da antica tradizione alle memorie dei due apostoli: Santa Pudenziana, Santa Prassede e Santa Prisca, care ai primi cristiani per la permanenza in esse di Pietro a Roma nel I secolo, così come gli edifici di San Pietro in Vincoli, il “Quo Vadis” sulla via Appia e il Carcere Mamertino nei pressi del Foro Romano. Quanto a Paolo e alla sua presenza nella città, un’antica tradizione ne addita la memoria nella chiesa di San Paolo dalla Regola, nelle adiacenze del Ghetto ebraico, in Santa Prisca all’Aventino (indicata come abitazione di Prisca ed Aquila, già ben noti all’Apostolo delle genti prima del suo arrivo a Roma) e il martirio nel luogo denominato ad Aquas Salvias, oggi le Tre Fontane nei pressi dell’Eur.

Pietro e Paolo romani Fu al termine del suo terzo viaggio – iniziato nel 53 d. C. e che vide Paolo traversare dapprima la Galizia e la Frigia e soggiornare poi, per circa tre anni, nella città di Efeso e di qui raggiungere Corinto, Filippi e, infine, Gerusalemme – che Saulo di Tarso, il tessitore, venne arrestato dai romani, su istigazione dei giudei, e trasferito a Cesarea, dove subì un processo davanti al procuratore Felice che, ritenutolo innocente, lo fece comunque recludere per due anni. Poco dopo, nel 59, stante la richiesta di estradizione dell’apostolo a Gerusalemme formulata dai giudei al nuovo procuratore Festo, Paolo si appellò a Cesare, in qualità di cittadino romano e fu quindi, di lì, trasferito a Roma. Il viaggio, ricco di avvenimenti e non senza pericoli, lo portò in Italia, a Pozzuoli, scalo fisso per tutti i naviganti provenienti dall’Africa o dall’Oriente. Qui sbarcato, l’apostolo trovò un gruppo di “fratelli”, di cristiani ad attenderlo (cfr. At 28,14). Traversata quindi la Campania alla volta di Roma, Paolo vi giunse nei pressi «e di là i fratelli, che avevano sentito le nostre peripezie, ci vennero incontro fino a Foro Appio e alle Tre Taverne. Quando Paolo li vide, ringraziò Dio e prese coraggio» (At 28,14-15), fidando nell’amicizia dei cristiani di quella comunità, cui Paolo era già ben noto, sia per la grande attività missionaria svolta che per la lettera, scritta nel 57 e loro indirizzata, nella quale, per altro, egli si dichiarava desideroso d’incontrarli. Quanto a Pietro e alla sua venuta nella capitale dell’impero, non è semplice stabilire con certezza quando questi vi arrivò. Fonti antiche datano intorno al 42 d.C. un suo primo probabile viaggio a Roma, quando, fuggito dal carcere a Gerusalemme ed evidentemente impossibilitato a sostare ancora a lungo in quella città per l’estrema insicurezza della situazione, «Pietro se ne andò in altro luogo» – forse Roma? -, come recitano gli Atti (12,17). Di certo, dopo il ritorno a Gerusalemme, dove la sua presenza è testimoniata, assieme a quella di Paolo, nel 49, secondo quanto riportato sempre negli Atti degli Apostoli, il pescatore di Galilea dovette, in seguito, ritrovarsi nell’Urbe. Qui il suo martirio è già datato alla persecuzione neroniana del 64, successiva all’incendio devastante della città accaduto nella notte tra 18 e 19 luglio di quell’anno, da papa Clemente, suo terzo successore nella guida della comunità romana, nella lettera scritta da questi ai fratelli di Corinto nel 96. Vi si apprende che fu per causa di invidie e gelosie che Pietro venne dapprima catturato, processato e quindi crocifisso nel circo fatto costruire da Caligola sulle pendici del colle Vaticano o negli horti imperiali adiacenti, a testa in giù, come raccontano gli Atti di Pietro, uno scritto apocrifo della fine del II secolo, probabilmente nello stesso anno 64, secondo Clemente ed Ireneo; mentre al 67 sembrano datarne la morte Eusebio di Cesarea e san Girolamo.

Le origini di Roma cristiana Chi erano i fratelli cristiani che si fecero incontro a Paolo alle Tres Tabernae? Come e quando si era diffuso il cristianesimo a Roma? Notizie storiche della prima comunità risalgono a Paolo stesso, che ad essa indirizza la lettera scritta tra 56 e 57. In essa, le sottolineature dottrinali riguardo la giustificazione, e perciò il rapporto quanto mai dialettico tra la fede in Cristo e la legge mosaica, lasciano intendere come anche nella comunità romana fossero vivissimi i contrasti tra quanti avrebbero voluto comunque costretti all’osservanza della legge i pagani convertiti al cristianesimo e tra coloro che, come era anche il caso di Paolo, li volevano invece assolutamente liberi dal carico della precettistica legale e cultuale giudaica. È probabile che tale insistenza paolina testimoni della consapevolezza avuta dall’apostolo di una tendenza pesantemente “giudaizzante”, presente all’interno della prima comunità romana, e che egli si premunisca perciò di chiarire la propria posizione sull’argomento scottante, prima della sua visita, per altro allora irrealizzata nonostante il desiderio dell’apostolo, alla stessa. Un più antico cenno relativo alla presenza dei cristiani nel cuore dell’impero si ha in Svetonio che, a proposito dell’imperatore Claudio, racconta che questi fece allontanare dall’Urbe nel 49 d.C. i giudei che litigavano tra loro “impulsore Chresto”, a causa, cioè, di un rivoluzionario Cristo. È dunque nel nuovo messaggio evangelico che va trovata con certezza la causa dei moti che dovettero caratterizzare, in maniera probabilmente anche violenta, la comunità romana del I secolo, tanto da costringere il Cesare a tale provvedimento. D’altronde, la vicenda del processo e del martirio subiti da Pietro e Paolo – per gelosia e invidia, come ricorda Clemente Romano – dà adito a un’ipotesi di profonda irrequietezza all’interno della comunità cristiana sotto Nerone. Quanto alla sua consistenza numerica, Tacito negli Annali, la descrive come ingens multitudo, tanto da non essere annientata, la stessa, neppure dalla violenta persecuzione, come lo storico certamente non di parte ci riferisce, seguita all’incendio della capitale del 64. Che il cristianesimo si diffondesse ben presto tra le classi agiate della città, fino a lambire da vicino la famiglia imperiale, è testimoniato poco più tardi, esattamente nel 95, dall’uccisione di Flavio Clemente, cugino dell’imperatore Domiziano, e del nobile Acilio Glabrione, già console, nonché dall’esilio imposto a Flavia Domitilla, accusati di ateismo durante il regno di Domiziano stesso. L’accusa allude quasi certamente alla professione di cristianesimo da parte dei suddetti, in quanto “atei” venivano definiti coloro che non veneravano le tradizionali divinità pagane. Lo stesso papa Clemente dà conferma dell’avvenuta persecuzione, nella lettera ai Corinti del 96. Questi, tra l’altro, descrive la comunità romana come governata da un collegio di presbiteri, modalità di organizzazione gerarchica che la chiesa aveva ereditato dalla sinagoga giudaica, diffusa allora anche presso altre comunità di tendenza giudaizzante, anche di origine paolina (come Corinto ed Antiochia) originariamente sorrette in altro modo, tramite sorveglianti (episkopoi) e ministri (diakonoi). Tale forma di organizzazione sarà più tardi sostituita a Roma, verso la fine del II secolo, dall’ordinamento episcopale monarchico, già in atto altrove e comunque destinato a imporsi in Oriente e in Occidente con notevole rapidità.

Publié dans:SAN PIETRO E PAOLO |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

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