Archive pour la catégorie 'SAN PIETRO E PAOLO'

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011) – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2011/documents/hf_ben-xvi_hom_20110629_pallio.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO (2011)

SANTA MESSA E IMPOSIZIONE DEL PALLIO AI NUOVI METROPOLITI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì, 29 giugno 2011

Cari fratelli e sorelle,
“Non iam dicam servos, sed amicos” – “Non vi chiamo più servi ma amici” (cfr Gv 15,15). A sessant’anni dal giorno della mia Ordinazione sacerdotale sento ancora risuonare nel mio intimo queste parole di Gesù, che il nostro grande Arcivescovo, il Cardinale Faulhaber, con la voce ormai un po’ debole e tuttavia ferma, rivolse a noi sacerdoti novelli al termine della cerimonia di Ordinazione. Secondo l’ordinamento liturgico di quel tempo, quest’acclamazione significava allora l’esplicito conferimento ai sacerdoti novelli del mandato di rimettere i peccati. “Non più servi ma amici”: io sapevo e avvertivo che, in quel momento, questa non era solo una parola “cerimoniale”, ed era anche più di una citazione della Sacra Scrittura. Ne ero consapevole: in questo momento, Egli stesso, il Signore, la dice a me in modo del tutto personale. Nel Battesimo e nella Cresima, Egli ci aveva già attirati verso di sé, ci aveva accolti nella famiglia di Dio. Tuttavia, ciò che avveniva in quel momento, era ancora qualcosa di più. Egli mi chiama amico. Mi accoglie nella cerchia di coloro ai quali si era rivolto nel Cenacolo. Nella cerchia di coloro che Egli conosce in modo del tutto particolare e che così Lo vengono a conoscere in modo particolare. Mi conferisce la facoltà, che quasi mette paura, di fare ciò che solo Egli, il Figlio di Dio, può dire e fare legittimamente: Io ti perdono i tuoi peccati. Egli vuole che io – per suo mandato – possa pronunciare con il suo “Io” una parola che non è soltanto parola bensì azione che produce un cambiamento nel più profondo dell’essere. So che dietro tale parola c’è la sua Passione per causa nostra e per noi. So che il perdono ha il suo prezzo: nella sua Passione, Egli è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. È disceso nella notte della nostra colpa, e solo così essa può essere trasformata. E mediante il mandato di perdonare Egli mi permette di gettare uno sguardo nell’abisso dell’uomo e nella grandezza del suo patire per noi uomini, che mi lascia intuire la grandezza del suo amore. Egli si confida con me: “Non più servi ma amici”. Egli mi affida le parole della Consacrazione nell’Eucaristia. Egli mi ritiene capace di annunciare la sua Parola, di spiegarla in modo retto e di portarla agli uomini di oggi. Egli si affida a me. “Non siete più servi ma amici”: questa è un’affermazione che reca una grande gioia interiore e che, al contempo, nella sua grandezza, può far venire i brividi lungo i decenni, con tutte le esperienze della propria debolezza e della sua inesauribile bontà.
“Non più servi ma amici”: in questa parola è racchiuso l’intero programma di una vita sacerdotale. Che cosa è veramente l’amicizia? Idem velle, idem nolle – volere le stesse cose e non volere le stesse cose, dicevano gli antichi. L’amicizia è una comunione del pensare e del volere. Il Signore ci dice la stessa cosa con grande insistenza: “Conosco i miei e i miei conoscono me” (cfr Gv 10,14). Il Pastore chiama i suoi per nome (cfr Gv 10,3). Egli mi conosce per nome. Non sono un qualsiasi essere anonimo nell’infinità dell’universo. Mi conosce in modo del tutto personale. Ed io, conosco Lui? L’amicizia che Egli mi dona può solo significare che anch’io cerchi di conoscere sempre meglio Lui; che io, nella Scrittura, nei Sacramenti, nell’incontro della preghiera, nella comunione dei Santi, nelle persone che si avvicinano a me e che Egli mi manda, cerchi di conoscere sempre di più Lui stesso. L’amicizia non è soltanto conoscenza, è soprattutto comunione del volere. Significa che la mia volontà cresce verso il “sì” dell’adesione alla sua. La sua volontà, infatti, non è per me una volontà esterna ed estranea, alla quale mi piego più o meno volentieri oppure non mi piego. No, nell’amicizia la mia volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la mia, e proprio così divento veramente me stesso. Oltre alla comunione di pensiero e di volontà, il Signore menziona un terzo, nuovo elemento: Egli dà la sua vita per noi (cfr Gv 15,13; 10,15). Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con Te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più Tuo amico!
La parola di Gesù sull’amicizia sta nel contesto del discorso sulla vite. Il Signore collega l’immagine della vite con un compito dato ai discepoli: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il primo compito dato ai discepoli, agli amici, è quello di mettersi in cammino – costituiti perché andiate -, di uscire da se stessi e di andare verso gli altri. Possiamo qui sentire insieme anche la parola del Risorto rivolta ai suoi, con la quale san Matteo conclude il suo Vangelo: “Andate ed insegnate a tutti i popoli…” (cfr Mt 28,19s). Il Signore ci esorta a superare i confini dell’ambiente in cui viviamo, a portare il Vangelo nel mondo degli altri, affinché pervada il tutto e così il mondo si apra per il Regno di Dio. Ciò può ricordarci che Dio stesso è uscito da sé, ha abbandonato la sua gloria, per cercare noi, per portarci la sua luce e il suo amore. Vogliamo seguire il Dio che si mette in cammino, superando la pigrizia di rimanere adagiati su noi stessi, affinché Egli stesso possa entrare nel mondo.
Dopo la parola sull’incamminarsi, Gesù continua: portate frutto, un frutto che rimanga! Quale frutto Egli attende da noi? Qual è il frutto che rimane? Ebbene, il frutto della vite è l’uva, dalla quale si prepara poi il vino. Fermiamoci per il momento su questa immagine. Perché possa maturare uva buona, occorre il sole ma anche la pioggia, il giorno e la notte. Perché maturi un vino pregiato, c’è bisogno della pigiatura, ci vuole la pazienza della fermentazione, la cura attenta che serve ai processi di maturazione. Del vino pregiato è caratteristica non soltanto la dolcezza, ma anche la ricchezza delle sfumature, l’aroma variegato che si è sviluppato nei processi della maturazione e della fermentazione. Non è forse questa già un’immagine della vita umana, e in modo del tutto particolare della nostra vita da sacerdoti? Abbiamo bisogno del sole e della pioggia, della serenità e della difficoltà, delle fasi di purificazione e di prova come anche dei tempi di cammino gioioso con il Vangelo. Volgendo indietro lo sguardo possiamo ringraziare Dio per entrambe le cose: per le difficoltà e per le gioie, per le ore buie e per quelle felici. In entrambe riconosciamo la continua presenza del suo amore, che sempre di nuovo ci porta e ci sopporta.
Ora, tuttavia, dobbiamo domandarci: di che genere è il frutto che il Signore attende da noi? Il vino è immagine dell’amore: questo è il vero frutto che rimane, quello che Dio vuole da noi. Non dimentichiamo, però, che nell’Antico Testamento il vino che si attende dall’uva pregiata è soprattutto immagine della giustizia, che si sviluppa in una vita vissuta secondo la legge di Dio! E non diciamo che questa è una visione veterotestamentaria e ormai superata: no, ciò rimane vero sempre. L’autentico contenuto della Legge, la sua summa, è l’amore per Dio e per il prossimo. Questo duplice amore, tuttavia, non è semplicemente qualcosa di dolce. Esso porta in sé il carico della pazienza, dell’umiltà, della maturazione nella formazione ed assimilazione della nostra volontà alla volontà di Dio, alla volontà di Gesù Cristo, l’Amico. Solo così, nel diventare l’intero nostro essere vero e retto, anche l’amore è vero, solo così esso è un frutto maturo. La sua esigenza intrinseca, la fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa, richiede sempre di essere realizzata anche nella sofferenza. Proprio così cresce la vera gioia. Nel fondo, l’essenza dell’amore, del vero frutto, corrisponde con la parola sul mettersi in cammino, sull’andare: amore significa abbandonarsi, donarsi; reca in sé il segno della croce. In tale contesto Gregorio Magno ha detto una volta: Se tendete verso Dio, badate di non raggiungerlo da soli (cfr H Ev 1,6,6: PL 76, 1097s) – una parola che a noi, come sacerdoti, deve essere intimamente presente ogni giorno.
Cari amici, forse mi sono trattenuto troppo a lungo con la memoria interiore sui sessant’anni del mio ministero sacerdotale. Adesso è tempo di pensare a ciò che è proprio di questo momento.
Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo rivolgo anzitutto il mio più cordiale saluto al Patriarca Ecumenico Bartolomeo I e alla Delegazione che ha inviato, e che ringrazio vivamente per la gradita visita nella lieta circostanza dei Santi Apostoli Patroni di Roma. Saluto anche i Signori Cardinali, i Fratelli nell’Episcopato, i Signori Ambasciatori e le Autorità civili, come pure i sacerdoti, i compagni della mia prima Messa, i religiosi e i fedeli laici. Tutti ringrazio per la presenza e per la preghiera.
Agli Arcivescovi Metropoliti nominati dopo l’ultima Festa dei grandi Apostoli viene ora imposto il pallio. Che cosa significa? Questo può ricordarci innanzitutto il giogo dolce di Cristo che ci viene posto sulle spalle (cfr Mt 11,29s). Il giogo di Cristo è identico alla sua amicizia. È un giogo di amicizia e perciò un “giogo dolce”, ma proprio per questo anche un giogo che esige e che plasma. È il giogo della sua volontà, che è una volontà di verità e di amore. Così è per noi soprattutto anche il giogo di introdurre altri nell’amicizia con Cristo e di essere a disposizione degli altri, di prenderci come Pastori cura di loro. Con ciò siamo giunti ad un ulteriore significato del pallio: esso viene intessuto con la lana di agnelli, che vengono benedetti nella festa di sant’Agnese. Ci ricorda così il Pastore diventato Egli stesso Agnello, per amore nostro. Ci ricorda Cristo che si è incamminato per le montagne e i deserti, in cui il suo agnello, l’umanità, si era smarrito. Ci ricorda Lui, che ha preso l’agnello, l’umanità – me – sulle sue spalle, per riportarmi a casa. Ci ricorda in questo modo che, come Pastori al suo servizio, dobbiamo anche noi portare gli altri, prendendoli, per così dire, sulle nostre spalle e portarli a Cristo. Ci ricorda che possiamo essere Pastori del suo gregge che rimane sempre suo e non diventa nostro. Infine, il pallio significa molto concretamente anche la comunione dei Pastori della Chiesa con Pietro e con i suoi successori – significa che noi dobbiamo essere Pastori per l’unità e nell’unità e che solo nell’unità di cui Pietro è simbolo guidiamo veramente verso Cristo.
Sessant’anni di ministero sacerdotale – cari amici, forse ho indugiato troppo nei particolari. Ma in quest’ora mi sono sentito spinto a guardare a ciò che ha caratterizzato i decenni. Mi sono sentito spinto a dire a voi – a tutti i sacerdoti e Vescovi come anche ai fedeli della Chiesa – una parola di speranza e di incoraggiamento; una parola, maturata nell’esperienza, sul fatto che il Signore è buono. Soprattutto, però, questa è un’ora di gratitudine: gratitudine al Signore per l’amicizia che mi ha donato e che vuole donare a tutti noi. Gratitudine alle persone che mi hanno formato ed accompagnato. E in tutto ciò si cela la preghiera che un giorno il Signore nella sua bontà ci accolga e ci faccia contemplare la sua gioia. Amen.

 

Publié dans:SAN PIETRO E PAOLO |on 27 juin, 2019 |Pas de commentaires »

SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

http://www.tracce.it/?id=266&id2=188&id_n=5161

SULLE ORME DI PIETRO E PAOLO A ROMA

Giovanni Gentili

La storia, il culto, la memoria dei due apostoli nei primi secoli della cristianità La grande mostra archeologica promossa dal Pontificio Consiglio per i Laici e organizzata dal Meeting in collaborazione con i Musei Vaticani, dal 30 giugno fino al 10 dicembre prossimi, è chiave di lettura indispensabile alla comprensione del sorgere e del diffondersi del primo cristianesimo romano, e perciò universale. Una tappa fondamentale del pellegrinaggio giubilare Milano, anno 313: l’editto imperiale di Costantino, che concede alla Chiesa e alla fede cristiana tolleranza e libertà di espressione e culto, pone fine a un lungo e tribolato periodo di esistenza per le prime comunità cristiane disseminate nei vari territori dell’impero. Succede, alle prove e alle persecuzioni, un periodo finalmente di pace, carico di possibilità e sviluppi. Da subito e per volontà imperiale, si erigono edifici religiosi sui luoghi storici più cari alla devozione e alla fede dei cristiani, a Gerusalemme, a Betlemme e a Roma. È proprio nella “capitale del mondo” che sorgono anzitutto la basilica vaticana e, poco più tardi, quella dedicata a San Paolo sulla via Ostiense, mentre precede le medesime quel luogo dedicato alla venerazione e culto dei due apostoli, per tanti versi straordinario, noto come Memoria Apostolorum, al terzo miglio della via Appia, la regina viarum, fuori la porta detta oggi di San Sebastiano. Sul cosiddetto “trofeo” di Pietro, ammirato e descritto insieme a quello paolino dal presbitero Gaio intorno al 200 della nostra era (una forma assai semplice di monumentalizzazione di sepolcro, per quello che l’evidenza archeologia del “trofeo” vaticano oggi ci racconta, come si evince anche dal plastico realizzato per la mostra “Pietro e Paolo” allestita a Roma), sorge, nei pressi del circo che fu di Caligola, la grande basilica che Costantino, in qualità di pontifex maximus, fa erigere, di fatto celando sotto immani quantità di terreno rimosso una necropoli pagana lì esistente. È qui infatti – oggi all’interno del percorso archeologico della medesima realizzato sotto le Grotte vaticane – che il corpo di Pietro venne deposto, intorno al 64 o 67 d. C., da mani pietose, in una fossa terragna a cielo aperto, oggetto di attenzione e di venerazione crescente, e perciò, probabilmente nel II secolo, abbellita da una forma architettonica importante, destinata a custodire più solennemente le spoglie dell’apostolo.

La tomba di Paolo Stessa sorte sarebbe capitata, nei pressi di Aquas Salvias, oggi Tre Fontane, alla sepoltura di Paolo, decapitato fuori le mura, com’era costume per i cittadini romani, probabilmente nel 67. Lì, lungo la via Ostiense, si poteva contemplare, tra la fine del II e gli inizi del III secolo, una tomba, probabilmente simile nell’aspetto a quella di Pietro, sulla quale Costantino fece innalzare una basilica, assai più piccola della vaticana, lungo un asse esattamente inverso all’attuale, poi oggetto, sotto il pontificato di Damaso nel IV secolo, di profonda ristrutturazione e ingrandimento. Poco si sa della vera forma della tomba dell’Apostolo delle genti, mai fatta oggetto di scavi sistematici – come avvenne, invece, in questo nostro secolo per la Memoria vaticana -. Qualche evidenza archeologica riaffiorò, quasi fortuitamente, in occasione della ricostruzione della basilica ed in particolare degli sterri del 1838 intrapresi nell’area dell’altare maggiore, dopo il rovinoso incendio della stessa nel 1823. Oltre alla lastra dedicatoria che si può ammirare in calco nella mostra (l’originale non è più visibile), è attestato, da schizzi risalenti all’epoca ed eseguiti dall’architetto Vespignani, un locus venerationis, un loculo, protetto da una grata, inserito in un monumento formato da uno zoccolo in opera reticolata e definito agli angoli da paraste; il che, pur nella scarsità dei dati, permette di presupporre una Memoria monumentale, stavolta paolina, simile nell’aspetto, alla vaticana. Più oltre, a qualche chilometro di là e ad est, un pergolato cintato ed affrescato con scene di giardino, con fiori e uccelli ospitati tra graticci di canne e fogliami, era già oggetto, da qualche tempo – probabilmente dalla seconda metà del III secolo – di una forma di devozione singolare. Qui, nei pressi dell’area cimiteriale di Callisto e nelle immediate adiacenze del sepolcro del martire Sebastiano sulla via Appia, si riuniva una folla di fedeli, non solo romani, a venerare la memoria dei Principi degli apostoli, come si evince dagli oltre seicento graffiti – di cui alcuni, preziosissimi, esposti in mostra al Palazzo della Cancelleria – su intonaco rosso della cosiddetta triclia, straordinaria “reliquia” architettonica oggi sotto la basilica di San Sebastiano, eretta sul luogo detto ad catacumbas, un avvallamento interessato da cave di pozzolana. La triclia, un edificio per metà pergolato e per l’altra metà porticato, doveva probabilmente servire per i refrigeria, i banchetti rituali funerari lì svoltisi in onore di Pietro e Paolo nel giorno anniversario del loro martirio, il 29 giugno; e fu probabilmente per questo motivo che più tardi il luogo si definì come memoria apostolorum. In questo spazio all’aperto, appena fuori porta, tra orti e i giardini intensamente coltivati per i fabbisogni e gli usi commerciali della città, sicuramente nel 258, essendo consoli Tusco e Basso, ma probabilmente anche da prima, si celebrava dunque il culto congiunto di Pietro e Paolo, in una sede unica e diversa dai luoghi delle rispettive sepolture. Non è certo il perché di tale scelta logistica. Di certo il culto agli apostoli continuò anche dopo l’interramento e quindi, la cancellazione fisica della triclia – riemersa, peraltro, grazie agli scavi intrapresi dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra proprio in questo secolo – letteralmente ricoperta dalla basilica cimiteriale dedicata a Sebastiano, il cui culto si affiancò intorno al IV secolo a quello preesistente dedicato a Pietro e Paolo. Assieme ai tre edifici ora ricordati, il panorama della capitale dell’impero si caratterizzava, tra IV e V secolo, da altre significativi monumenti, legati da antica tradizione alle memorie dei due apostoli: Santa Pudenziana, Santa Prassede e Santa Prisca, care ai primi cristiani per la permanenza in esse di Pietro a Roma nel I secolo, così come gli edifici di San Pietro in Vincoli, il “Quo Vadis” sulla via Appia e il Carcere Mamertino nei pressi del Foro Romano. Quanto a Paolo e alla sua presenza nella città, un’antica tradizione ne addita la memoria nella chiesa di San Paolo dalla Regola, nelle adiacenze del Ghetto ebraico, in Santa Prisca all’Aventino (indicata come abitazione di Prisca ed Aquila, già ben noti all’Apostolo delle genti prima del suo arrivo a Roma) e il martirio nel luogo denominato ad Aquas Salvias, oggi le Tre Fontane nei pressi dell’Eur.

Pietro e Paolo romani Fu al termine del suo terzo viaggio – iniziato nel 53 d. C. e che vide Paolo traversare dapprima la Galizia e la Frigia e soggiornare poi, per circa tre anni, nella città di Efeso e di qui raggiungere Corinto, Filippi e, infine, Gerusalemme – che Saulo di Tarso, il tessitore, venne arrestato dai romani, su istigazione dei giudei, e trasferito a Cesarea, dove subì un processo davanti al procuratore Felice che, ritenutolo innocente, lo fece comunque recludere per due anni. Poco dopo, nel 59, stante la richiesta di estradizione dell’apostolo a Gerusalemme formulata dai giudei al nuovo procuratore Festo, Paolo si appellò a Cesare, in qualità di cittadino romano e fu quindi, di lì, trasferito a Roma. Il viaggio, ricco di avvenimenti e non senza pericoli, lo portò in Italia, a Pozzuoli, scalo fisso per tutti i naviganti provenienti dall’Africa o dall’Oriente. Qui sbarcato, l’apostolo trovò un gruppo di “fratelli”, di cristiani ad attenderlo (cfr. At 28,14). Traversata quindi la Campania alla volta di Roma, Paolo vi giunse nei pressi «e di là i fratelli, che avevano sentito le nostre peripezie, ci vennero incontro fino a Foro Appio e alle Tre Taverne. Quando Paolo li vide, ringraziò Dio e prese coraggio» (At 28,14-15), fidando nell’amicizia dei cristiani di quella comunità, cui Paolo era già ben noto, sia per la grande attività missionaria svolta che per la lettera, scritta nel 57 e loro indirizzata, nella quale, per altro, egli si dichiarava desideroso d’incontrarli. Quanto a Pietro e alla sua venuta nella capitale dell’impero, non è semplice stabilire con certezza quando questi vi arrivò. Fonti antiche datano intorno al 42 d.C. un suo primo probabile viaggio a Roma, quando, fuggito dal carcere a Gerusalemme ed evidentemente impossibilitato a sostare ancora a lungo in quella città per l’estrema insicurezza della situazione, «Pietro se ne andò in altro luogo» – forse Roma? -, come recitano gli Atti (12,17). Di certo, dopo il ritorno a Gerusalemme, dove la sua presenza è testimoniata, assieme a quella di Paolo, nel 49, secondo quanto riportato sempre negli Atti degli Apostoli, il pescatore di Galilea dovette, in seguito, ritrovarsi nell’Urbe. Qui il suo martirio è già datato alla persecuzione neroniana del 64, successiva all’incendio devastante della città accaduto nella notte tra 18 e 19 luglio di quell’anno, da papa Clemente, suo terzo successore nella guida della comunità romana, nella lettera scritta da questi ai fratelli di Corinto nel 96. Vi si apprende che fu per causa di invidie e gelosie che Pietro venne dapprima catturato, processato e quindi crocifisso nel circo fatto costruire da Caligola sulle pendici del colle Vaticano o negli horti imperiali adiacenti, a testa in giù, come raccontano gli Atti di Pietro, uno scritto apocrifo della fine del II secolo, probabilmente nello stesso anno 64, secondo Clemente ed Ireneo; mentre al 67 sembrano datarne la morte Eusebio di Cesarea e san Girolamo.

Le origini di Roma cristiana Chi erano i fratelli cristiani che si fecero incontro a Paolo alle Tres Tabernae? Come e quando si era diffuso il cristianesimo a Roma? Notizie storiche della prima comunità risalgono a Paolo stesso, che ad essa indirizza la lettera scritta tra 56 e 57. In essa, le sottolineature dottrinali riguardo la giustificazione, e perciò il rapporto quanto mai dialettico tra la fede in Cristo e la legge mosaica, lasciano intendere come anche nella comunità romana fossero vivissimi i contrasti tra quanti avrebbero voluto comunque costretti all’osservanza della legge i pagani convertiti al cristianesimo e tra coloro che, come era anche il caso di Paolo, li volevano invece assolutamente liberi dal carico della precettistica legale e cultuale giudaica. È probabile che tale insistenza paolina testimoni della consapevolezza avuta dall’apostolo di una tendenza pesantemente “giudaizzante”, presente all’interno della prima comunità romana, e che egli si premunisca perciò di chiarire la propria posizione sull’argomento scottante, prima della sua visita, per altro allora irrealizzata nonostante il desiderio dell’apostolo, alla stessa. Un più antico cenno relativo alla presenza dei cristiani nel cuore dell’impero si ha in Svetonio che, a proposito dell’imperatore Claudio, racconta che questi fece allontanare dall’Urbe nel 49 d.C. i giudei che litigavano tra loro “impulsore Chresto”, a causa, cioè, di un rivoluzionario Cristo. È dunque nel nuovo messaggio evangelico che va trovata con certezza la causa dei moti che dovettero caratterizzare, in maniera probabilmente anche violenta, la comunità romana del I secolo, tanto da costringere il Cesare a tale provvedimento. D’altronde, la vicenda del processo e del martirio subiti da Pietro e Paolo – per gelosia e invidia, come ricorda Clemente Romano – dà adito a un’ipotesi di profonda irrequietezza all’interno della comunità cristiana sotto Nerone. Quanto alla sua consistenza numerica, Tacito negli Annali, la descrive come ingens multitudo, tanto da non essere annientata, la stessa, neppure dalla violenta persecuzione, come lo storico certamente non di parte ci riferisce, seguita all’incendio della capitale del 64. Che il cristianesimo si diffondesse ben presto tra le classi agiate della città, fino a lambire da vicino la famiglia imperiale, è testimoniato poco più tardi, esattamente nel 95, dall’uccisione di Flavio Clemente, cugino dell’imperatore Domiziano, e del nobile Acilio Glabrione, già console, nonché dall’esilio imposto a Flavia Domitilla, accusati di ateismo durante il regno di Domiziano stesso. L’accusa allude quasi certamente alla professione di cristianesimo da parte dei suddetti, in quanto “atei” venivano definiti coloro che non veneravano le tradizionali divinità pagane. Lo stesso papa Clemente dà conferma dell’avvenuta persecuzione, nella lettera ai Corinti del 96. Questi, tra l’altro, descrive la comunità romana come governata da un collegio di presbiteri, modalità di organizzazione gerarchica che la chiesa aveva ereditato dalla sinagoga giudaica, diffusa allora anche presso altre comunità di tendenza giudaizzante, anche di origine paolina (come Corinto ed Antiochia) originariamente sorrette in altro modo, tramite sorveglianti (episkopoi) e ministri (diakonoi). Tale forma di organizzazione sarà più tardi sostituita a Roma, verso la fine del II secolo, dall’ordinamento episcopale monarchico, già in atto altrove e comunque destinato a imporsi in Oriente e in Occidente con notevole rapidità.

Publié dans:SAN PIETRO E PAOLO |on 30 mai, 2016 |Pas de commentaires »

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01