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SAN FRANCESCO D’ASSISI – Saluto alle virtù

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SAN FRANCESCO D’ASSISI – Saluto alle virtù

Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa e pura semplicità.
Signora santa povertà,
il Signore ti salvi con tua sorella, la santa umiltà.
Signora santa carità,
il Signore ti salvi con tua sorella, la santa obbedienza.
Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore dal quale venite e procedete.
Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero,
che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].
Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,
e chi anche una sola ne offende
non ne possiede nessuna e le offende tutte.
e ognuna confonde i vizi e i peccati.
La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
La santa povertà
confonde la cupidigia, I’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
La santa umiltà
confonde la superbia e tutti gli uomini che sono nel mondo
e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
La santa carità confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni e tutti i timori carnali.
La santa obbedienza confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello;
e allora l’uomo è suddito
e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà loro concesso dall’alto del Signore.

Saluto alle virtu’ Ave, regina sapienza,
il Signore ti salvi con tua sorella,
la santa e pura semplicità.
Signora santa povertà,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa umiltà.
Signora santa carità,
il Signore ti salvi
con tua sorella, la santa obbedienza.
Santissime virtù,
voi tutte salvi il Signore
dal quale venite e procedete.
Non c’è assolutamente uomo nel mondo intero, che possa avere una sola di voi,
se prima non muore [a se stesso].
Chi ne ha una e le altre non offende,
tutte le possiede,
e chi anche una sola ne offende
non ne possiede nessuna e le offende tutte.
e ognuna confonde i vizi e i peccati.
La santa sapienza
confonde Satana e tutte le sue insidie.
La pura santa semplicità
confonde ogni sapienza di questo mondo
e la sapienza della carne.
La santa povertà
confonde la cupidigia, I’avarizia
e le preoccupazioni del secolo presente.
La santa umiltà
confonde la superbia e tutti gli uomini che sono nel mondo e similmente tutte le cose che sono nel mondo.
La santa carità
confonde tutte le diaboliche e carnali tentazioni
e tutti i timori carnali.
La santa obbedienza
confonde tutte le volontà corporali e carnali
e ogni volontà propria,
e tiene il suo corpo mortificato per l’obbedienza allo spirito e per l’obbedienza al proprio fratello;
e allora l’uomo è suddito
e sottomesso a tutti gli uomini che sono nel mondo,
e non soltanto ai soli uomini,
ma anche a tutte le bestie e alle fiere,
così che possano fare di lui quello che vogliono
per quanto sarà loro concesso dall’alto del Signore.

Publié dans:Santi: San Francesco D'Assisi |on 4 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

LA PORZIUNCOLA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI, ALL’INTERNO DELLA GRANDE BASILICA DI S.MARIA DEGLI ANGELI. CHE COSA SIGNIFICA L’INDULGENZA? DELL’ALLORA CARDINAL JOSEPH RATZINGER

http://www.gliscritti.it/approf/2006/ratzinger/porziuncola.htm

LA PORZIUNCOLA DI SAN FRANCESCO D’ASSISI, ALL’INTERNO DELLA GRANDE BASILICA DI S.MARIA DEGLI ANGELI. CHE COSA SIGNIFICA L’INDULGENZA? DELL’ALLORA CARDINAL JOSEPH RATZINGER

Presentiamo on-line una riflessione dell’allora cardinal Joseph Ratzinger sull’indulgenza nella Chiesa. Questo breve testo ci aiuta non solo, ancora una volta, a situare correttamente l’esperienza di Francesco d’Assisi che fu profondamente radicata nel contesto ecclesiale del tempo, accogliendone la convinzione della bellezza della cattolicità della Chiesa, ma, soprattutto, a leggere in maniera più semplice ed insieme più profonda il senso della tradizione dell’indulgenza, cogliendone il nucleo permanente che illumina anche l’oggi della vita cristiana.
Il testo è tratto dal volume J.Ratzinger, Immagini di speranza, San Paolo, Cinisello Balsamo, 1999, pagg.71-79, dove porta il titolo: “Porziuncola. Che cosa significa indulgenza”. I neretti sono nostri, per facilitare la lettura on-line, e pertanto non appartengono al testo originale.
L’Areopago
Se si arriva ad Assisi provenendo da sud, sulla pianura che si estende davanti alla città si incontra dapprima la maestosa basilica di Santa Maria degli Angeli, dei secoli XVI e XVII, con una facciata classicistica del secolo scorso. Per dire la verità, essa mi lascia piuttosto freddo; è difficile cogliere qualcosa della semplicità e dell’umiltà di san Francesco in questo edificio che si presenta con tanta magnificenza esteriore. Quel che cerchiamo, lo troviamo però al centro della basilica: una cappella medievale in cui degli antichi affreschi ci raccontano episodi della storia della salvezza e della vita di san Francesco, che proprio in questo luogo visse importanti esperienze. In quello spazio basso e poco illuminato possiamo percepire qualcosa del raccoglimento e della commozione che vengono dalla fede dei secoli, che qui ha trovato un luogo di riparo e di orientamento. Al tempo di san Francesco il territorio circostante era coperto di boschi, paludoso e disabitato.
Nel terzo anno dalla sua conversione Francesco si imbatté in questa piccola chiesa, ormai del tutto cadente, che apparteneva all’abbazia benedettina del monte Subasio. Come aveva già fatto in precedenza con le due chiese di San Damiano e di San Pietro, restaurate con le sue mani, Francesco si mise al lavoro anche qui, nella chiesetta della Porziuncola dedicata a Santa Maria degli Angeli, in cui egli venerava la Madre di ogni bontà. Lo stato di abbandono in cui si trovavano tutte queste piccole chiese dovette parergli un triste segno della condizione della Chiesa stessa; egli ancora non sapeva che, restaurando quegli edifici, si stava preparando a rinnovare la Chiesa vivente. Ma proprio in questa cappella gli si fece incontro la chiamata definitiva, che diede alla sua missione la sua vera forma e permise la nascita dell’ordine dei Frati Minori, che peraltro all’inizio non fu affatto pensato come ordine religioso, ma come un movimento di evangelizzazione che doveva raccogliere di nuovo il popolo di Dio per il ritorno del Signore.
A Francesco accadde quello che nel terzo secolo era già accaduto a sant’Antonio d’Egitto: udì durante una celebrazione liturgica il vangelo della chiamata dei dodici da parte del Signore, che affidava loro il compito di annunciare il regno di Dio e di mettersi in cammino a questo scopo, senza averi e senza sicurezze mondane. Inizialmente Francesco non aveva compreso del tutto quel testo; se lo fece quindi spiegare dal sacerdote e a quel punto gli fu chiaro che quello era anche il suo compito. Depose le sue calzature, tenne solo una tunica e si accinse ad annunciare il regno di Dio e la penitenza. Attorno a lui si raccolsero a poco a poco dei compagni che, come i dodici, cominciarono a loro volta ad andare di luogo in luogo e ad annunciare il vangelo che per loro, come per Francesco, significava gioia per quel nuovo inizio, gioia per il cambiamento che si era prodotto nelle loro vite, per il coraggio della penitenza.
La Porziuncola era divenuta per Francesco il luogo dove finalmente aveva compreso il vangelo, perché non lo accostava più a teorie e glosse esplicative, ma voleva viverlo alla lettera. Si era infatti accorto che non si trattava di parole del passato, ma di un appello che si rivolgeva direttamente ed esplicitamente a lui come persona.
Per questo sempre alla Porziuncola consegnò a santa Chiara l’abito religioso, dando così inizio al ramo religioso femminile del suo Ordine, chiamato a dare un sostegno interiore al compito evangelico mediante la preghiera.

Per questo, quando si sentì prossimo alla morte, volle essere trasportato proprio in quel luogo.
Porziuncola significa piccola porzione, piccolo pezzo di terra. Francesco non volle mai che essa diventasse di proprietà dei suoi frati, preferì che i benedettini la concedessero loro in uso; e proprio in quel modo, come qualcosa che non era di proprietà, doveva esprimere la vera proprietà e l’autentica novità del suo movimento. Per esso doveva valere la parola del salmo 16, che nell’ Antico Testamento esprimeva il particolare destino della tribù sacerdotale di Levi, cui non apparteneva nessuna terra, perché la sua unica terra era Dio stesso: «Tu, o Signore, sei mia parte e mia eredità – sì, della mia eredità mi sono compiaciuto».
La Porziuncola – lo abbiamo visto – è anzitutto un luogo, ma grazie a Francesco d’ Assisi è divenuto una realtà dello spirito e della fede, che proprio qui si fa sensibile e diventa un luogo concreto in cui possiamo entrare, ma grazie al quale possiamo anche accedere alla storia della fede e alla sua forza sempre efficace.
Che poi la Porziuncola non ci ricordi solo grandi storie di conversione del passato, non rappresenti solo una semplice idea, ma riesca ancora ad accostarci al legame vivente di penitenza e di grazia, ciò dipende dal cosiddetto perdono d’ Assisi, che più propriamente dovremmo chiamare perdono della Porziuncola. Qual è il suo vero significato? Secondo una tradizione che sicuramente risale almeno alla fine del secolo XIII, Francesco nel luglio del 1216 avrebbe fatto visita nella vicina Perugia al papa Onorio III, subito dopo la sua elezione, e gli avrebbe sottoposto una richiesta inusuale: chiese al pontefice di concedere l’indulgenza plenaria per tutta la loro vita precedente a tutti coloro che si fossero recati nella chiesetta della Porziuncola, confessandosi e facendo penitenza dei propri peccati.
Il cristiano di oggi si chiederà che cosa possa significare un tale perdono, dal momento che presupponeva comunque penitenza personale e confessione. Per comprenderlo dobbiamo tener presente che a quel tempo, malgrado tanti cambiamenti, continuavano a valere gli elementi essenziali della disciplina penitenziale dell’antica Chiesa. Tra questi vi era
la convinzione che, dopo il battesimo, il perdono non potesse essere concesso semplicemente con l’atto dell’assoluzione, ma – come già in precedenza nella preparazione al battesimo – che esigesse un cambiamento reale di vita, una rimozione interiore del male. L’atto sacramentale doveva legarsi a un atto esistenziale, a un lavoro profondo e reale sulla propria colpa, che veniva appunto chiamato penitenza. Perdono non significa che questo processo esistenziale diventa superfluo, ma che riceve un senso, che viene fatto proprio.
Al tempo di san Francesco come forma principale di penitenza imposta dalla Chiesa, in stretto rapporto con il perdono dei peccati, era invalso l’uso di intraprendere un grande pellegrinaggio, a Santiago, a Roma e, soprattutto a Gerusalemme. Il lungo, pericoloso e difficile viaggio a Gerusalemme poteva davvero diventare per molti pellegrini un viaggio interiore; tuttavia un aspetto molto concreto era anche il fatto che in Terra Santa le offerte che esso portava con sé erano divenute la fonte più importante per il mantenimento della Chiesa locale. In proposito non si dovrebbe storcere troppo facilmente il naso: in tal modo la penitenza acquistava anche una valenza sociale.
Se dunque – come vuole la tradizione – Francesco aveva avanzato la richiesta che tutto questo potesse essere ottenuto con la visita orante al santo luogo della Porziuncola, ciò era legato davvero a qualcosa di nuovo: una indulgenza, che doveva cambiare l’intera prassi penitenziale. Si può senz’altro comprendere che i cardinali fossero scontenti della concessione di questo privilegio da parte del papa e temessero per il sostentamento economico della Terra Santa, tanto che il perdono della Porziuncola fu inizialmente ridotto a un solo giorno all’anno, quello della dedicazione della Chiesa, il 2 agosto.
A questo punto, però, ci si domanda se il papa potesse far questo così semplicemente. Può un papa dispensare da un processo esistenziale, quale era quello previsto dalla grande prassi penitenziale della Chiesa? Ovviamente, no. Quel che è un’ esigenza interiore dell’esistenza umana, non può essere reso superfluo mediante un atto giuridico. Ma non si trattava affatto di questo. Francesco, che aveva scoperto i poveri e la povertà, nella sua richiesta era spinto dalla sollecitudine per quelle persone a cui mancavano i mezzi o le forze per un pellegrinaggio in Terra Santa; coloro che non potevano dare nulla, se non la loro fede, la loro preghiera, la loro disponibilità a vivere secondo il vangelo la propria condizione di povertà. In questo senso l’indulgenza della Porziuncola è la penitenza di coloro che sono tribolati, che la vita stessa carica già di una penitenza sufficiente. Senza dubbio a ciò si legava anche un ‘interiorizzazione del concetto stesso di penitenza, sebbene non mancasse certamente la necessaria espressione sensibile dal momento che implicava comunque il pellegrinaggio al semplice e umile luogo della Porziuncola, che allo stesso tempo doveva essere anche un incontro con la radicalità del vangelo, come Francesco l’aveva appresa proprio in quel posto.
È innegabile che all’idea di indulgenza che proprio qui gradatamente assunse il suo carattere specifico, si legava anche il pericolo di abusi, come la storia ci ha insegnato in termini sufficientemente drammatici. Ma se alla fine si conserva solo il ricordo degli abusi, allora si è caduti in una perdita di memoria e in un atteggiamento di superficialità, con cui si danneggia soprattutto se stessi. Come sempre, infatti, ciò che è grande e puro è più difficile da vedere di ciò che è rozzo e meschino.
Ora non posso certo spiegare tutto il complesso intreccio di esperienze e di conoscenze che si è sviluppato a partire dall’evento della Porziuncola. Voglio solo cercare di tracciare le linee più importanti. Dopo la concessione di questa particolare indulgenza si arrivò ben presto a un passo ulteriore. Proprio le persone umili e di fede semplice finirono per chiedersi: perché solo per me stesso? Non posso forse comunicare anche ad altri quel che mi è stato dato in ambito spirituale, come avviene in ambito materiale? Il pensiero si rivolgeva soprattutto alle povere anime, a coloro che nella vita erano stati loro vicini, che li avevano preceduti nell’altro mondo e il cui destino non poteva essere loro indifferente. Si sapeva degli errori e delle debolezze delle persone che erano state care o dalle quali si erano forse ricevuti anche dei dispiaceri. Perché non ci si poteva preoccupare di loro? Perché non cercare di fare loro del bene anche al di là della tomba, di accorrere in loro aiuto, laddove possibile, nel difficile viaggio delle anime?
Qui si fa evidente un sentimento antico dell’umanità, che ha trovato molteplici espressioni nei culti degli antenati e dei morti lungo tutta la storia dell’umanità. La fede cristiana non ha affatto negato valore a tutto ciò, ma ha cercato di purificare questo sentimento e di farlo emergere nel suo senso più autentico. «Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, noi siamo del Signore», dice Paolo (Rm 14,8). Questo significa: il vero limite non è più la morte, ma l’appartenere o il non appartenere al Signore. Se gli apparteniamo, allora siamo vicini gli uni agli altri per mezzo di lui e in lui.
Per questo – era la conseguenza logica – c’è un amore che va al di là dei limiti della morte. Così, a chi chiedeva se qualcosa della forza donata dal perdono potesse essere comunicato anche all’aldilà, veniva risposto di sì, con la formula per modum suffragii – per mezzo della preghiera. La preghiera per i defunti, da sempre appartenente alla Chiesa, guadagnava così una particolare intensità. E questa promessa fu proprio ciò che fece dell’indulgenza un grande invito alla preghiera, al di là di tutti gli abusi e di tutti gli equivoci.
Qui devo aggiungere che nel corso del tempo l’indulgenza in un primo momento riservata solo al luogo della Porziuncola, fu poi estesa prima a tutte le chiese francescane e, infine, a tutte le chiese parrocchiali per il 2 agosto. Nei ricordi della mia giovinezza il giorno del perdono d’Assisi è rimasto come un giorno di grande interiorità, come un giorno in cui si ricevevano i sacramenti in un clima di raccoglimento personale, come un giorno di preghiera. Nella piazza antistante la nostra chiesa parrocchiale in quel giorno regnava un silenzio particolarmente solenne. Entravano e uscivano in continuazione persone dalla chiesa. Si sentiva che il cristianesimo è grazia e che questa si dischiude nella preghiera.
Indipendentemente da ogni teoria sull’indulgenza, era quello un giorno di fede e di silenziosa speranza, di una preghiera che si sapeva certamente esaudita e che valeva soprattutto per i defunti.
Nel corso del tempo, tuttavia, a tutto questo si aggiunse un’altra idea, che oggi può apparirci alquanto estranea, ma che, peraltro, contiene un’importante verità. Quanto più l’indulgenza veniva intesa come un porsi a sostegno degli altri, tanto più si faceva strada un altro concetto, che dava un fondamento teologico a questa nuova forma e, nel contempo, la avviava verso sviluppi ulteriori. La preghiera indirizzata all’altro mondo implicava necessariamente l’idea della comunione dei santi e della comunicazione dei beni spirituali.
A questo punto vi chiederete ancora una volta: ma che cosa significa tutto questo? non si tratta forse di un insensato mercantilismo religioso? La domanda si fa più acuta se si tiene conto che si parlava proprio di tesoro della Chiesa, che consisteva nei meriti accumulati dai santi. Che cosa si intendeva dire? Non è forse vero che ognuno deve rispondere personalmente di se stesso? Che significato possono avere per me le buone opere compiute da un altro? Sono queste le domande che ci poniamo, perché, malgrado tutti gli ideali socialisti, continuiamo a vivere del meschino e ristretto individualismo dell’epoca moderna. In realtà, però, nessun uomo è chiuso in se stesso. Ciascuno di noi vive in rapporto con gli altri e dipende dagli altri, non solo dal punto di vista materiale, ma anche da quello spirituale, culturale e morale.
Cerchiamo di esemplificare questo concetto cominciando dal suo versante negativo. Vi sono persone che non distruggono solo se stesse, ma portano alla rovina anche gli altri, lasciando dietro di sé forze di distruzione che spingono verso il negativo intere generazioni. Se pensiamo ai grandi seduttori del nostro secolo, sappiamo quanto ciò sia reale. La negazione di uno diventa una malattia contagiosa, che coinvolge anche gli altri.
Ma, grazie a Dio, ciò non vale solo per il negativo. Vi sono persone che lasciano dietro di sé una sorta di sovrappiù d’amore, di dolore sofferto e vissuto fino in fondo, di letizia, sincerità e verità, che prende anche gli altri, li accompagna e li sostiene. Esiste davvero qualcosa come la sostituzione vicaria nel più profondo dell’esistenza. Tutto il mistero di Cristo poggia proprio su questo.
Ora si può dire: bene, è così. Ma allora basta il sovrappiù dell’amore di Cristo, non c’è bisogno d’altro. Lui solo libera e redime, tutto il resto sarebbe presunzione, come se noi dovessimo aggiungere qualcosa all’infinità del suo amore con la nostra finitudine. È vero, ma non è vero del tutto. Infatti la grandezza dell’amore di Cristo è tale che non ci lascia nella condizione di chi riceve passivamente, ma ci coinvolge fino in fondo nella sua opera e nella sua passione. Lo afferma un celebre passo della lettera ai Colossesi: «Compio nella mia carne ciò che manca alla passione di Cristo, per il suo corpo» (Col 1,24).
Ma vorrei far riferimento anche a un altro passo neotestamentario, in cui mi pare che questa verità sia espressa in modo meraviglioso. L’Apocalisse di san Giovanni parla della sposa, la Chiesa, in cui è raffigurata l’umanità salvata. Mentre la meretrice Babilonia appare vestita di abiti e ornamenti lussuosi e appariscenti, la sposa indossa solo una semplice veste di lino bianco, sia pure di quel bisso puro e splendente che è particolarmente prezioso. In proposito il testo osserva: «Questa veste di lino sono le opere giuste dei santi» (Ap 19,8). Nella vita dei santi viene tessuto questo radioso bisso bianco, che è l’abito dell’eternità.
Usciamo dalla metafora: nell’ambito spirituale tutto appartiene a tutti. Non c’è nessuna proprietà privata. Il bene di un altro diventa il mio e il mio diventa suo. Tutto viene da Cristo, ma poiché noi gli apparteniamo, anche ciò che è nostro diventa suo ed è investito di forza salvifica. È questo ciò che si intende con le espressioni «tesoro della Chiesa» o «meriti» dei santi.
Chiedere l’indulgenza significa entrare in questa comunione di beni spirituali e mettersi a propria volta a sua disposizione. La svolta nell’idea di penitenza, che ha avuto inizio alla Porziuncola, ha conseguentemente portato a questo punto: anche spiritualmente nessuno vive per se stesso. E solo allora la preoccupazione per la salvezza della propria anima si libera dall’ansia e dall’egoismo, proprio perché diventa preoccupazione per la salvezza degli altri.
Così la Porziuncola e l’indulgenza che da lì ha avuto origine diventa un compito, un invito a mettere la salvezza degli altri al di sopra della mia e, proprio in questo modo, a trovare anche me stesso. Si tratta di non chiedere più: sarò salvato? ma: che cosa vuole Dio da me perché altri siano salvati?
L’indulgenza rinvia alla comunione dei santi, al mistero della sostituzione vicaria, alla preghiera come via per diventare una cosa sola con Cristo e con il suo volere. Egli ci invita a partecipare alla tessitura dell’abito bianco della nuova umanità, che proprio nella sua semplicità è la vera bellezza.
L’indulgenza in fondo è un po’ come la chiesa della Porziuncola: come bisogna percorrere gli spazi piuttosto freddi ed estranei del grande edificio per trovare al suo centro l’umile chiesetta che tocca il nostro cuore, così occorre attraversare il complesso intreccio della storia e delle idee teologiche per giungere a ciò che è davvero semplice: alla preghiera, con cui ci lasciamo cadere nella comunione dei santi, per cooperare con essi alla vittoria del bene sull’apparente onnipotenza del male, sapendo che alla fine tutto è grazia

Publié dans:Santi: San Francesco D'Assisi |on 2 octobre, 2019 |Pas de commentaires »

PAOLO VI – CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO – 1976

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1976/documents/hf_p-vi_spe_19760929_anniversario-morte-san-francesco.html

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PAOLO VI PER LE CELEBRAZIONI DEL 750° ANNIVERSARIO

DELLA MORTE DI SAN FRANCESCO

Mercoledì, 29 settembre 1976

Pace a voi, in Gesù Cristo nostro Signore!

A voi Figli e Figlie di San Francesco, convenuti in Assisi per celebrare insieme presso la tomba del vostro serafico Padre il settecentocinquantesimo anniversario della beata sua morte, e per risvegliare in voi lo spirito della beata sua vita.
Noi abbiamo ricevuto con commossa riconoscenza l’invito a noi rivolto di partecipare a cotesto esaltante e fatidico incontro; ma impediti di corrispondervi con la nostra personale presenza, vogliamo tanto più essere tra voi col nostro spirito mediante questa nostra Benedizione Apostolica.
Sì, Fratelli Ministri Generali e Provinciali delle quattro Famiglie Francescane del primo Ordine, e voi tutte rappresentanti del secondo Ordine, Figlie di Santa Chiara, e voi esponenti del terzo Ordine Francescano, e quanti nel nome di San Francesco siete riuniti per riviverne lo spirito, studiarne la storia, seguirne gli esempi, invocarne la protezione; tutti, sì, siate benedetti!
Benedetti per cotesto raduno commemorativo, che professa un’esemplare fedeltà di memoria e di amore all’incomparabile Santo, che proietta su di voi il suo nome e qualifica la vostra religiosa professione! Benedetti per la fraterna armonia, che codesta convocazione dimostra e conferma fra le vostre diverse ramificazioni dell’unica radice francescana! Benedetti per l’esemplare concordia e per la mutua collaborazione con cui le vostre differenti denominazioni francescane intendono vittoriosamente testimoniare ormai ai vostri rispettivi aderenti, alla santa Chiesa, al mondo la medesima palpitante carità francescana. E benedetti ancora per le sapienti intenzioni spirituali, penitenziali, apostoliche, che hanno mosso i vostri passi a recarvi ad Assisi per aprire insieme le celebrazioni commemorative del vostro antico e sempre ispirante Fondatore.

Gloria, sì, a S. Francesco!
E benedetti voi che ne celebrate la memoria e ne perpetuate l’ardua e gioconda scuola evangelica. Ancora il paradosso della cristiana Povertà, Egli il Poverello, seguace del Signore d’ogni ricchezza che per noi si è fatto povero, ancora, ancora oggi lo presenta e lo attualizza, raddrizzando l’asse della nostra umana mentalità, curva sul primato dei beni temporali, e lo rivolge al regno dei cieli, alla economia della carità, alla dovizia dello spirito (Cfr. 2 Cor. 8, 9). Poi Francesco, libero come uccello che ritrova lo spazio del cielo, veda dall’alto la bellezza innocente delle creature, che non più insidiano, ma sostengono il suo slancio celeste; e tutte egli saluta cantando con amica poesia, grande come il cosmo fratello, umile come ogni cosa terrena sorella. E pellegrino se ne va, e cammina, e sale . . .
E benedetti voi, seguaci della sua ascensione, che arrivate al monte della visione, dove Cristo crocifisso stampa le sue stimmate dolorose e gloriose nel privilegiato contemplante discepolo, ormai emblema della vostra eroica scuola di penitente dolore e di infiammato amore.
Benedetti voi, Figli di così singolare famiglia, che da secoli accompagna appassionatamente la storia sempre più turbinosa e mutevole, e ne tiene il rapido passo, senza stancarsi, senza fermarsi.
«Comprendete la vostra vocazione»! (1 Cor. 1, 26) vivendola ed annunciandola! Voi non rappresentate un ascetismo anacronistico in questo mondo moderno, che aspira come a sommità dello sforzo civilizzatore di convertire le pietre della terra in cibo per l’umana esistenza; ma voi siete gli alunni del Vangelo eterno, affrancati nello spirito per la primaria e da voi preferita ricerca del regno di Dio, da cui ogni necessario e giusto alimento temporale può derivare nell’abbondanza della giustizia e della carità.
Voi benedetti, Figli e Figlie di San Francesco, nell’abbigliamento regale della vostra umiltà e nell’aureola popolare della vostra letizia, ancor oggi saprete discendere in mezzo alle folle del mondo del lavoro e ancora oserete farvi amici i Poveri, i sofferenti, i diseredati, gli orfani, i carcerati, i dispersi nei vicoli marginali degli splendidi ed infelici viali della ricchezza e del piacere. Voi benedetti, evangelisti della Parola di Cristo, voi maestri della sapienza cristiana, voi modelli delle virtù di preghiera e di sacrificio, che fanno santa la Chiesa, difendete il silenzio e l’isolamento dei vostri rifugi conventuali; e poi uscite ancora a salutare e a convertire il mondo annunciando ancora e sempre il vostro «Pace e bene», portando con voi l’immortale San Francesco, con Ia nostra Apostolica Benedizione.

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

http://www.vatican.va/spirit/documents/spirit_20020127_lettera-fedeli_it.html

DALLA “LETTERA AI FEDELI” DI SAN FRANCESCO DI ASSISI

A cura della Pontificia Facoltà “San Bonaventura” (Seraphicum).

« Coloro che non vogliono gustare quanto sia soave il Signore (Sal 33,8) e preferiscono le tenebre alla luce (Gv 3,19); non volendo osservare i comandamenti di Dio, sono maledetti; di questi dice il profeta: Maledetti coloro che si allontanano dai tuoi comandamenti (Sal 118,21).Invece, come sono beati e benedetti quelli che amano il Signore e fanno così come dice lo stesso Signore nel Vangelo: Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, e il prossimo tuo come te stesso (Mt 22,37). Amiamo dunque Dio e adoriamolo con purità di cuore e di mente poiché egli sopra ogni altra cosa esigendo questo, dice: I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità (Gv 4,23). Tutti infatti coloro che lo adorano, bisogna che lo adorino in spirito e verità (Gv 4,24).E lodiamolo e preghiamolo giorno e notte dicendo: Padre nostro, che sei nei cieli, poiché bisogna pregare sempre senza stancarsi (Lc 18,1). Dobbiamo poi confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il corpo e il sangue del Signor nostro Gesù Cristo. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue non può entrare nel regno di Dio (Cfr. Gv 6,54).Tuttavia lo deve mangiare e bere degnamente, poiché chi indegnamente lo riceve, mangia e beve la sua condanna (1Cor 11,29), non riconoscendo il corpo del Signore, cioè non distinguendolo dagli altri cibi.Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza (Lc 3,8). E amiamo il prossimo come noi stessi; e se uno non vuole o non può amarlo come se stesso,almeno non gli faccia del male, ma gli faccia del bene. Coloro poi che hanno ricevuto la potestà di giudicare gli altri, esercitino il giudizio con misericordia, così come essi stessi vogliono ottenere misericordia dal Signore. Il giudizio infatti sarà senza misericordia per chi non ha usato misericordia (Gc 2,13). Abbiamo perciò carità e umiltà, e facciamo elemosine, poiché esse lavano l’anima dalla bruttura dei peccati (Cfr Tb 4,11). Gli uomini infatti perdono tutte le cose che lasciano in questo mondo; ma portano con sé la ricompensa della carità e le elemosine che hanno fatto e di cui avranno dal Signore il premio e la degna ricompensa. »

Preghiera Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio concedi a noi miseri di fare, per tua grazia, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che ti piace, affinché interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del Figlio tuo, il Signor nostro Gesù Cristo e a te, o Altissimo, giungere con l’aiuto della tua sola grazia. Tu che vivi e regni glorioso nella Trinità perfetta e nella semplice Unità, Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

PAOLO VI – «CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1966/documents/hf_p-vi_aud_19661228.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 28 dicembre 1966

«CONOSCERE GESÙ CRISTO» L’ISPIRATA DECISIONE DI S. FRANCESCO D’ASSISI

Diletti Figli e Figlie!

Il primo biografo di S. Francesco d’Assisi, fra Tommaso da Celano, in Abruzzo, narra, al capitolo XXX della prima vita da lui scritta del Santo (1228), per ordine di Papa Gregorio IX, l’origine del Presepio, cioè della rappresentazione scenica della nascita di nostro Signore Gesù Cristo, secondo il Vangelo di San Luca, con l’aggiunta convenzionale del bue e dell’asinello (Isaia, 1, 3, vi ha dato occasione, e S. Ambrogio, con altri, la ricorda nella sua Expositio Evang. Luc. 2, 42; PL. 15, 1568). Scrive fra Tommaso che il supremo proposito di S. Francesco era quello di osservare in tutto e sempre il santo Vangelo. «Specialmente, egli scrive, l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione gli erano presenti alla memoria, così che raramente voleva pensare ad altro. Va ricordato a questo proposito e celebrato con riverenza quanto egli fece, tre anni prima di morire, presso il paese che si chiama Greccio, per il giorno di Natale del Signor nostro Gesù Cristo (cioè nel 1223). Viveva da quelle parti un certo Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, che il beato Francesco amava particolarmente, poiché, essendo quegli nobile e assai stimato trascurava la nobiltà del sangue e ambiva solo la nobiltà dello spirito. Il beato Francesco, come faceva spesso, circa quindici giorni prima del Natale lo fece chiamare e gli disse: Se hai piacere che celebriamo a Greccio questa festa del Signore, precedimi e prepara quanto ti dico. Voglio infatti celebrare la memoria di quel Bambino, che nacque a Betlem, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si trovava per la mancanza di quanto occorre ad un neonato; come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno, vicino al buone e all’asinello. Ciò udito, quell’uomo buono e pio se ne andò in fretta e preparò nel luogo indicato tutto ciò che il Santo aveva detto» (Vita prima, c. 30, Analecta Franciscana, X, p. 63).

Questa è l’origine del nostro presepio. «ANDIAMO A VEDERE». Ed ora che questa popolare rappresentazione della storia evangelica è nella mente di tutti, viene spontaneo riflettere come il Signore volle farsi conoscere e come il primo dovere che noi uomini abbiamo verso questo misterioso Fratello venuto in mezzo a noi è di conoscerlo. La prima conoscenza è quella sensibile, quella che San Francesco volle concedere a sé e agli altri con la composizione del presepio, quella di contemplare in qualche modo con gli occhi del corpo, «utcumque corporis oculis pervidere». Ed è una forma naturalissima di conoscenza, che Cristo volle concedere a quei fortunati, i quali poterono avvicinarlo durante la sua vita temporale, «in illo tempore», in quel tempo, come ci istruisce la lettura evangelica della santa Messa; ed è una forma desideratissima, che tutti vorremmo godere, ed i Santi più di tutti. Ricordate che cosa dicono i pastori, dopo l’annuncio dell’Angelo: «Andiamo a vedere»? (Luc. 2, 15) e il desiderio dei Gentili, presenti all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme: «Vogliamo vedere Gesù»? (Io. 12, 21). E la testimonianza degli Apostoli: «. . . quello che abbiamo veduto con gli occhi nostri, quello che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato . . .»? (1 Io. 1, 1). Era il desiderio dell’Apostolo Tommaso: «Se non vedo . . . . se non tocco . . . . io non credo» (Io. 20, 25). Ma questa conoscenza sensibile ha avuto la sua funzione iniziale, parziale e passeggera per dare certezza concreta, positiva, storica a coloro che avrebbero poi avuto la missione di predicare la testimonianza circa la realtà umana e prodigiosa di Gesù, e di suscitare quella nuova forma di conoscenza, sulla quale è fondato tutto l’edificio religioso stabilito da Cristo: la fede. Fu Lui ad ammonirci: «Beati coloro che avranno creduto, senza avere veduto» (Io. 20, 29). «Per fede, scrive S. Paolo, noi camminiamo non per visione» (2 Cor. 5, 7). Ma sta il fatto che la venuta di Cristo nel mondo genera per noi il problema e di dovere di conoscerlo. Come conoscerlo? Ecco la domanda che ciascuno deve porre a se stesso: conosco io Gesù Cristo? Lo conosco davvero? Lo conosco abbastanza? Come posso conoscerlo meglio? Nessuno è in grado di rispondere in modo soddisfacente a questi interrogativi, non solo perché la conoscenza di Cristo pone tali problemi e nasconde tali profondità, che solo l’ignoranza, non l’intelligenza, può dirsi paga d’una qualsiasi nozione su Cristo; ma anche perché ogni nuovo grado di conoscenza che di Lui acquistiamo, invece di calmare il desiderio della conoscenza di Cristo, vieppiù lo risveglia: l’esperienza degli studiosi, e ancor più quella dei Santi, lo dice.

LA DOVEROSA COSTANTE RICERCA DI GESÙ Allora, Figli carissimi, bisogna che ci mettiamo alla ricerca di Gesù, cioè allo studio di quanto possiamo sapere su di Lui; ed ecco che ritorna a noi l’immagine del presepio, cioè il ricordo del racconto evangelico. La prima conoscenza, che dovremo avere di Cristo, è quella documentata dai Vangeli. Se non abbiamo avuto la fortuna della conoscenza diretta e sensibile del Signore, dobbiamo cercar di avere una conoscenza storica, una memoria sicura di Lui, dando la dovuta importanza alla forma umana, con cui il Verbo di Dio si è rivelato. E qui, subito, grandi discussioni, grandi difficoltà, grandi incantesimi di studi e di interpretazioni, che tentano diminuire il valore storico dei Vangeli stessi, specialmente quelli che si riferiscono alla nascita di Gesù e alla sua infanzia. Accenniamo appena a questa svalutazione del contenuto storico delle mirabili pagine evangeliche, affinché sappiate difendere, con lo studio e con la fede, la consolante sicurezza che quelle pagine non sono invenzione della fantasia popolare, ma dicono la verità. «Gli apostoli – scrive chi se ne intende, il Card. Bea – hanno un autentico interesse storico. Non si tratta evidentemente di un interesse storico nel senso della storiografia greco-latina, cioè della storia ragionata e cronologicamente ordinata, che sia fine a se stessa, bensì di un interesse agli avvenimenti passati come tali e dell’intenzione di riferire e tramandare fedelmente fatti e detti passati.

NUTRIRE LA FEDE CON LA LETTURA DEL VANGELO Ne è una riprova il concetto stesso di «testimone», «testimonianza», «testimoniare», che nelle sue varie forme ricorre nel Nuovo Testamento più di 150 volte (La storicità dei Vang. sin., in Civ. Catt., 1964; II, 417-436 e 526-545). Né altrimenti l’autorità del Concilio si è pronunciata: «Gli autori sacri scrissero i quattro Vangeli, scegliendo alcune cose tra le molte che erano tramandate a voce, o anche in iscritto, alcune altre sintetizzando, altre spiegando con riguardo alla situazione delle Chiese, conservando infine il carattere di predicazione, sempre però in modo tale da riferire su Gesù con sincerità e verità» (Dei Verbum, 19). Rassicurati così, i fedeli devono dedicarsi innanzi tutto con devota passione alla lettura e allo studio delle fonti scritturali, che ci parlano di Gesù. La fede dev’essere nutrita di questa sacra dottrina. Se abbiamo bene celebrato il Natale, se ci siamo soffermati anche noi, con sapiente semplicità, davanti al presepio, dobbiamo noi pure desiderare quella «eminente scienza di Gesù Cristo» (Phil. 3, 8), che San Paolo anteponeva ad ogni altra cosa.

Conoscere Gesù Cristo: questa è oggi la Nostra esortazione, Figli carissimi, con la Nostra Apostolica Benedizione.

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

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LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

Introduzione
Il comportamento di San Francesco
Bibbia e Vangelo
Antoniani e Concilio
Contemporanei
Spiritualità del Tau
Il Tau è salvezza
Il Tau è salvezza attraverso la croce
Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Il Tau è segno di vita e di vittoria
L’apocalisse
Conclusione

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Introduzione
Il Tau è una lettera dell’alfabeto ebraico e di quello greco. Essa corrisponde alla lettera T del nostro alfabeto. Questa lettera come ha potuto diventare il supporto di una mistica e l’espressione della devozione per san Francesco? Per rispondere a questa domanda, bisogna studiare il comportamento di san Francesco, le influenze da lui subite ed il contenuto che per lui ha questo simbolo.

1. IL COMPORTAMENTO DI SAN FRANCESCO
C’è un fatto: Francesco utilizzava con frequenza a scopo di devozione il Tau: lo scriveva sui muri sulle lettere su se stesso. « Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle (3 Cel 3 :828) Con tale sigillo san Francesco firmava le sue lettere, ogniqualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel 159:980). « Venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare; con esso dava inizio alle sue azioni e lo scriveva di propria mano sotto quei bigliettini che inviava per motivo di carità » (Legm 2,9:1347).
L’affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall’archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
Che san Francesco abbia segnato con il Tau le sue lettere, ne abbiamo due conferme scritte. La prima è costituita dalla Lettera a tutti i chierici. L’originale è andato perduto, ma se n’è scoperta una copia in un messale del monastero benedettino di Subiaco. Questo documento, trascritto tra il 1229 e il 1238, riproduce scrupolosamente alla fine il Tau con il quale san Francesco aveva segnato la sua lettera. La seconda conferma è l’autografo originale della benedizione per frate Leone, conservato nel Sacro Convento. Il destinatario ha avuto cura di precisare: « Fece lui di sua mano il segno del Tau con la sua base ». E la seconda considerazione sulle Stimmate narra in quali circostanze Leone abbia ricevuto questa carta (Fior: 1907).
Su se stesso infine Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Un tale senso ha la visione di fra Pacifico: « Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore » (3 Cel 3 :828). Tale anche il senso dato a questa visione di liturgia dell’ufficio della festa delle stimmate di san Francesco (17 settembre, II Vesp.).

2. BIBBIA E VANGELO
Quale origine ha questa devozione al Tau in san Francesco? Prima di tutto dalla Bibbia e principalmente dal celebre testo di Ezechiele (9,4): « Va’ attraverso la città, va’ attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono ». Questo passo era ben conosciuto dai fedeli: tutti i Padri della Chiesa l’avevano commentato ed era sviluppato dalla predicazione medievale. Francesco non poteva non esserne colpito. San Bonaventura mette espressamente in relazione il testo di Ezechiele con la missione di Francesco che consisteva, « secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono, convertendosi sinceramente a Cristo » (LegM 4-9:1079).
Che san Francesco abbia adottato il Tau come distintivo per se stesso, lo si deve alla forma stessa di questa lettera: la grafia del Tau è quella di una croce. Nessun simbolo era di poco conto o ridicolo agli occhi di Francesco per ricordare il suo benamato Cristo; dal momento stesso che egli rispettava il verme della terra e proteggeva gli agnelli, cosi egli venerava il Tau che gli richiamava l’amore del Crocifisso. Per tal motivo egli voleva anche ricordarci che noi dobbiamo « realizzare quelle parole dell’Apostolo: coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze, e portare nel proprio corpo l’armatura della croce » (LegM 5,1:1086). Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era meritevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell’opera redentrice di Dio.

3. ANTONIANI E CONCILIO
Può darsi che l’attenzione di Francesco per il Tau sia stata attirata dai suoi rapporti con gli Antoniani. Egli aveva iniziato la sua conversione mediante la cura ai lebbrosi (2 Test 2:110); egli desiderava che i suoi frati « abitassero nei lazzaretti a servizio dei lebbrosi… ai postulanti… si diceva che era necessario servire ai lebbrosi e stabilirsi nei lazzaretti » (Legp 102:1658). Ora a Roma esisteva un lazzaretto nel quale san Francesco ospitava e soggiornava più di qualche volta: l’ospedale di Sant’Antonio (LegM3,9: 1063). Questo ospedale era tenuto dagli Antoniani, cioè dai frati ospedalieri di Sant’Antonio eremita, i quali portavano come distintivo il Tau. Essi portavano in mano un bastone al quale si sovrapponeva un Tau ed avevano pure un grande Tau cucito sopra il loro abito. Il Tau degli Antoniani, che servivano ai lebbrosi, richiamava a Francesco amante dei simboli, « l’amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato 1ebbroso » (Fior 25 :1857).
Se non si deve ampliare l’influsso degli Antoniani, tuttavia c’è un altro influsso che non corre il pericolo di essere esagerato: quello del IV Concilio Lateranense del 1215. Francesco ha assistito a questo concilio durante il quale il papa approvò la Regola del suo Ordine (Legp 7:1618). Ora il papa Innocenzo III l’11 novembre di quell’anno apriva il concilio con un discorso di un’ampiezza ammirevole che suscitò una grande eco. La seconda parte di questo discorso è un commento al capitolo IX di Ezechiele. Il papa fa proprie le parole di Dio al profeta ed egli pure si rivolge a ciascun membro del concilio: « Segna con un Tau la fronte degli uomini. Poi egli aggiunge: « Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ed ha la forma di una croce, tale quale si presentava la croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau, se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati; si porta il Tau se si afferma: di nient’altro mi voglio gloriare se non della croce di nostro Signore Gesù Cristo…Chi porterà il Tau troverà misericordia, segno di una vita penitente e rinnovata nel Cristo…Siate dunque campioni del Tau e della Croce! ».
Questo è l’appello, inteso da Francesco e che influenzò profondamente la sua spiritualità: appello per una mobilitazione generale della cristianità, per una crociata di conversione e di penitenza. Egli volle dunque per obbedire al papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza; egli volle, segnando i suoi frati, richiamare loro le esigenze della loro vocazione; egli volle con ciò segnare tutti i cristiani: la penitenza si fa maggiormente il tema favorito della sua predicazione, fatto questo consultabile nella Regola del 1221 (Rnb 21,3.7.8:55) e nella Lettera a tutti i fedeli (Lf 48:200; 63:203).

4. CONTEMPORANEI
Il simbolismo del Tau era conosciuto molto prima di san Francesco: la cabala giudaica ed i Padri della Chiesa l’avevano largamente diffuso. La devozione al Tau era praticata molto prima di san Francesco; essa potrebbe essere paragonata a quella che sarà suscitata più tardi dal JHS di san Bernardino da Siena. Il fervore popolare vedeva in essa un mezzo magico e miracoloso per essere preservati dalla peste e da ogni potenza diabolica. Lo si portava come anello al dito o come amuleto al collo; lo si disegnava su pergamene contro la peste, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte. Nell’anno 546, in occasione di una peste, il vescovo di Clermont in Francia organizzò una processione solenne. Lo storico Gregorio di Tours (contemporaneo dell’avvenimento) dice che subito apparve sui muri di tutte le case e di tutte le chiese « un segno che i cittadini riconobbero essere il Tau », e cosi cessò l’epidemia.
Nel 1212, tre anni prima del Concilio Lateranense, al tempo di san Francesco, il Tau fu il simbolo scelto per la crociata dei bambini: prova questa del valore affettivo di questa bandiera e del suo potere ammaliatore.
Anche san Francesco adottò questo simbolo come « stemma ». Anche lui attraverso questo segno fece dei miracoli « Nella città di Cori, nella diocesi di Ostia, un uomo aveva perduto completamente l’uso di una gamba. . Il santo apparve all’uomo che non poteva dormire. Toccò la parte sofferente con un bastoncino, che recava su di sé il segno del Tau. Subito si ruppe l’ascesso e, ricuperata la salute, fino ad oggi è rimasto impressa in quella parte il segno del Tau » (3Cell59;980) .Ma in san Francesco la spiritualità del Tau è molto più ricca e molto più profonda.

5. SPIRITUALITÀ DEL TAU
Analizzando il contenuto spirituale del Tau in san Francesco, se ne ottengono quattro grandi temi essenziali per la sua fede e per la sua mistica.

a) Il Tau è salvezza
Nessuno può essere salvato se non è segnato con il Tau. Quando Francesco vedeva questo segno, riceveva una nuova certezza de la sua salvezza. Il giorno nel quale egli s’accorge che frate Leone è assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegna la lettera Tau e gli restituisce la speranza. L’autore del Sacrum Commeraum ha colto molto bene quest’aspetto della prospettiva francescana quando fa dire a madonna Povertà: « Quando Gesù salì al cielo, a te lasciò il sigillo del regno dei cieli (il Tau) per segnare gli eletti… perché nessuno può entrare nel regno, se non porta impresso il tuo sigillo » (SCom 21:1979).

b) Il è Tau salvezza attraverso la Croce
Per essere salvato, è necessario essere battezzato nel sangue di Cristo sparso sulla Croce. Tale è il mistero che ogni croce e ogni segno del Tau richiamano per san Francesco e per i suoi compagni. Per questo essi recitavano la preghiera: « Ti adoriamo o Cristo… e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo ». La stessa cosa facevano « dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce per terra, sulle pareti tra gli alberi, nelle siepi » (1 Cei 45:399.401). La spiritualità del Tau, dunque, altro non è che la spiritualità della croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla croce. Il libro dell’Esodo richiamava a Francesco l’agnello pasquale il cui sangue designava un Tau salvatore sugli stipiti delle case ed per questo che egli stesso segnava i muri delle celle dei frati.

c) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Se la croce ci ha acquistato salvezza una volta per tutte, noi dobbiamo rinnovare in noi quotidianamente questo mistero; noi dobbiamo « portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Am 4, 8 :154). Questa è la crociata del Tau predicata da san Francesco, crociata composta non di soldati armati per conquistare Gerusalemme, ma crociata di uomini penitenti, venuti d’Assisi per predicare a tutti: « Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza! » (Rnb 21,3:55; 2 Lf 25:190). E qui la spiritualità del Tau raggiunge la spiritualità della sequela Christi. Gesù aveva detto: « Chi vuole seguirmi deve portare la croce »; san Francesco capisce: « Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di croce ». Egli avrebbe voluto arrivare fino al martirio pur di essere segnato con un Tau di sangue. Egli lo sarà con le stimmate.

d) Il Tau è segno di vita e di vittoria
Egli è dunque sorgente di gioia. Ecco il segreto profondo della gloria di Francesco. La liturgia del suo tempo attribuiva alla lettera Tau i medesimi attributi che venivano dati alla croce: « Est Tau vivifico insignitus…Crucifixi servulus ».
Questa strofa potrebbe essere applicata a Francesco. La predicazione del suo tempo parlava anche del Tau come di un labarum, segno di vittoria. Con San Paolo san Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia d’essere stato salvato: « Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore » (Fior 8:1836).

6. L’APOCALISSE
C’è un libro del Nuovo Testamento che parla del Tau senza pronunciarne il nome: il libro dell’Apocalisse che presenta gli eletti come coloro che sono segnati sulla fronte dal sigillo dell’Agnello (7,2; 14, 1-7). Questo sigillo viene impresso da un angelo che viene dall’Oriente.
San Francesco è stato colpito da questi testi? Ha egli scoperto delle luci per la sua missione, per la sua crociata del Tau e della penitenza? È possibile che ciò non possa essere provato da fonti scritte. Non lo si può dedurre dall’uso che ne fanno san Giovanni e San Francesco – 22 volte nelle sole Ammonizioni – dell’espressione « servitori di Dio » per indicare da una parte i penitenti segnati del Tau, dall’altra i frati minori.
Ciò che certo, in ogni caso, che questo testo è stato spesso applicato, e talvolta in modo abusivo, a san Francesco, come se san Giovanni avesse avuto in mente di parlare personalmente di san Francesco, mentre parlava dell’angelo che viene dall’Oriente. Una tale interpretazione riscuoteva il pieno favore nella cerchia dei gioachimiti. Accontentiamoci qui di accennare all’allusione (dove si trova più che un gioco di parole tra Assisi e Oriente) che si trova nella Divina Commedia per alludere a san Francesco nell’Angelo che viene dall’Oriente:
« … chi d’esso loco fa parole / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente, se proprio dir vuole » (Dante, Par. XI, 52-54 :2 101).

CONCLUSIONE
L’iconografia del Tau è abbondantissima. Innanzitutto non si può passare sotto silenzio la rappresentazione più preziosa e commovente, quella di Greccio: nella grotta in cui Francesco ha celebrato la natività del Signore, un artista ha perpetuato la memoria di questo avvenimento. Sulla casula del sacerdote ha dipinto un bel Tau grande. E il celebrante era probabilmente frate Leone, quel frate Leone al quale San Francesco aveva indirizzato la sua benedizione, contrassegnata dal Tau. È anche interessante ricordare (a motivo del suo rapporto con la vita di San Francesco) l’unica provincia dell’Ordine che ha per sigillo il Tau: la Corsica. Lo storico Gonzaga si fa portavoce di una tradizione immemorabile secondo la quale san Francesco, tornando dal Marocco attraverso la Spagna, prese la strada del mare e fece il primo scalo in Corsica; ivi egli lanciò alcuni frati; l’ex generale Giovanni Parenti vi giunse nel 1233. Da questo tempo daterebbe l’adozione del Tau come sigillo del convento di Calvi e di tutta Ia provincia della Corsica.
Anche ad Assisi il ricordo del Tau non si perduto. Lo Si può vedere ancora e non solamente nel Sacro Convento e nella « Schola Davidica « , ma anche su diversi muri attorno alla basilica in un blasone con l’iscrizione Immunitas, che delimitava probabilmente un territorio che aveva il diritto di asilo. Lo si può vedere scolpito, soprattutto, a piene lettere sulla porta dell’Oratorio Sei pellegrini, dove vengono a raccogliersi anche oggi tutti quelli che vengono ad Assisi per ritrovare dietro san Francesco la gioia di essere salvati.

Damien Vorreux 

LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

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LA SPIRITUALITÀ DEL TAU IN SAN FRANCESCO D’ASSISI

INTRODUZIONE

Il Tau è una lettera dell’alfabeto ebraico e di quello greco. Essa corrisponde alla lettera T del nostro alfabeto. Questa lettera come ha potuto diventare il supporto di una mistica e l’espressione della devozione per san Francesco? Per rispondere a questa domanda, bisogna studiare il comportamento di san Francesco, le influenze da lui subite ed il contenuto che per lui ha questo simbolo.

1. IL COMPORTAMENTO DI SAN FRANCESCO

C’è un fatto: Francesco utilizzava con frequenza a scopo di devozione il Tau: lo scriveva sui muri sulle lettere su se stesso. « Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle (3 Cel 3 :828) Con tale sigillo san Francesco firmava le sue lettere, ogniqualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto (3 Cel 159:980). « Venerava questo segno e gli era molto affezionato, lo raccomandava spesso nel parlare; con esso dava inizio alle sue azioni e lo scriveva di propria mano sotto quei bigliettini che inviava per motivo di carità » (Legm 2,9:1347).
L’affermazione del Celano concernente la scritta del Tau sui muri, è confermata dall’archeologia: al tempo del restauro della cappella di Santa Maddalena a Fonte Colombo fu rinvenuto nel vano di una finestra, dal lato del Vangelo, un Tau, dipinto in rosso, ricoperto poi con una tinta del secolo XV. Questo disegno risale allo stesso san Francesco.
Che san Francesco abbia segnato con il Tau le sue lettere, ne abbiamo due conferme scritte. La prima è costituita dalla Lettera a tutti i chierici. L’originale è andato perduto, ma se n’è scoperta una copia in un messale del monastero benedettino di Subiaco. Questo documento, trascritto tra il 1229 e il 1238, riproduce scrupolosamente alla fine il Tau con il quale san Francesco aveva segnato la sua lettera. La seconda conferma è l’autografo originale della benedizione per frate Leone, conservato nel Sacro Convento. Il destinatario ha avuto cura di precisare: « Fece lui di sua mano il segno del Tau con la sua base ». E la seconda considerazione sulle Stimmate narra in quali circostanze Leone abbia ricevuto questa carta (Fior: 1907).
Su se stesso infine Francesco tracciava il segno del Tau per consacrare le sue azioni al Signore. Un tale senso ha la visione di fra Pacifico: « Scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore » (3 Cel 3 :828). Tale anche il senso dato a questa visione di liturgia dell’ufficio della festa delle stimmate di san Francesco (17 settembre, II Vesp.).

2. BIBBIA E VANGELO
Quale origine ha questa devozione al Tau in san Francesco? Prima di tutto dalla Bibbia e principalmente dal celebre testo di Ezechiele (9,4): « Va’ attraverso la città, va’ attraverso Gerusalemme e traccia il segno del Tau sulla fronte di quegli uomini che sospirano e gemono a causa delle abominazioni che ivi si commettono ». Questo passo era ben conosciuto dai fedeli: tutti i Padri della Chiesa l’avevano commentato ed era sviluppato dalla predicazione medievale. Francesco non poteva non esserne colpito. San Bonaventura mette espressamente in relazione il testo di Ezechiele con la missione di Francesco che consisteva, « secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono, convertendosi sinceramente a Cristo » (LegM 4-9:1079).
Che san Francesco abbia adottato il Tau come distintivo per se stesso, lo si deve alla forma stessa di questa lettera: la grafia del Tau è quella di una croce. Nessun simbolo era di poco conto o ridicolo agli occhi di Francesco per ricordare il suo benamato Cristo; dal momento stesso che egli rispettava il verme della terra e proteggeva gli agnelli, cosi egli venerava il Tau che gli richiamava l’amore del Crocifisso. Per tal motivo egli voleva anche ricordarci che noi dobbiamo « realizzare quelle parole dell’Apostolo: coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze, e portare nel proprio corpo l’armatura della croce » (LegM 5,1:1086). Questo comportamento, tenuto da san Francesco, era meritevole in una epoca nella quale tutta una corrente catara o neo-manichea, rifuggiva dallo stesso segno di croce, considerandolo indegno dell’opera redentrice di Dio.

3. ANTONIANI E CONCILIO
Può darsi che l’attenzione di Francesco per il Tau sia stata attirata dai suoi rapporti con gli Antoniani. Egli aveva iniziato la sua conversione mediante la cura ai lebbrosi (2 Test 2:110); egli desiderava che i suoi frati « abitassero nei lazzaretti a servizio dei lebbrosi… ai postulanti… si diceva che era necessario servire ai lebbrosi e stabilirsi nei lazzaretti » (Legp 102:1658). Ora a Roma esisteva un lazzaretto nel quale san Francesco ospitava e soggiornava più di qualche volta: l’ospedale di Sant’Antonio (LegM3,9: 1063). Questo ospedale era tenuto dagli Antoniani, cioè dai frati ospedalieri di Sant’Antonio eremita, i quali portavano come distintivo il Tau. Essi portavano in mano un bastone al quale si sovrapponeva un Tau ed avevano pure un grande Tau cucito sopra il loro abito. Il Tau degli Antoniani, che servivano ai lebbrosi, richiamava a Francesco amante dei simboli, « l’amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato 1ebbroso » (Fior 25 :1857).
Se non si deve ampliare l’influsso degli Antoniani, tuttavia c’è un altro influsso che non corre il pericolo di essere esagerato: quello del IV Concilio Lateranense del 1215. Francesco ha assistito a questo concilio durante il quale il papa approvò la Regola del suo Ordine (Legp 7:1618). Ora il papa Innocenzo III l’11 novembre di quell’anno apriva il concilio con un discorso di un’ampiezza ammirevole che suscitò una grande eco. La seconda parte di questo discorso è un commento al capitolo IX di Ezechiele. Il papa fa proprie le parole di Dio al profeta ed egli pure si rivolge a ciascun membro del concilio: « Segna con un Tau la fronte degli uomini. Poi egli aggiunge: « Il Tau è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico ed ha la forma di una croce, tale quale si presentava la croce prima che fosse posto il cartello di Pilato. Uno porta sulla fronte il segno del Tau, se manifesta in tutta la sua condotta lo splendore della croce; si porta il Tau se si crocifigge la carne con i vizi ed i peccati; si porta il Tau se si afferma: di nient’altro mi voglio gloriare se non della croce di nostro Signore Gesù Cristo…Chi porterà il Tau troverà misericordia, segno di una vita penitente e rinnovata nel Cristo…Siate dunque campioni del Tau e della Croce! ».
Questo è l’appello, inteso da Francesco e che influenzò profondamente la sua spiritualità: appello per una mobilitazione generale della cristianità, per una crociata di conversione e di penitenza. Egli volle dunque per obbedire al papa, segnare se stesso con il Tau della penitenza; egli volle, segnando i suoi frati, richiamare loro le esigenze della loro vocazione; egli volle con ciò segnare tutti i cristiani: la penitenza si fa maggiormente il tema favorito della sua predicazione, fatto questo consultabile nella Regola del 1221 (Rnb 21,3.7.8:55) e nella Lettera a tutti i fedeli (Lf 48:200; 63:203).

4. CONTEMPORANEI
Il simbolismo del Tau era conosciuto molto prima di san Francesco: la cabala giudaica ed i Padri della Chiesa l’avevano largamente diffuso. La devozione al Tau era praticata molto prima di san Francesco; essa potrebbe essere paragonata a quella che sarà suscitata più tardi dal JHS di san Bernardino da Siena. Il fervore popolare vedeva in essa un mezzo magico e miracoloso per essere preservati dalla peste e da ogni potenza diabolica. Lo si portava come anello al dito o come amuleto al collo; lo si disegnava su pergamene contro la peste, lo si dipingeva sugli stipiti delle porte. Nell’anno 546, in occasione di una peste, il vescovo di Clermont in Francia organizzò una processione solenne. Lo storico Gregorio di Tours (contemporaneo dell’avvenimento) dice che subito apparve sui muri di tutte le case e di tutte le chiese « un segno che i cittadini riconobbero essere il Tau », e cosi cessò l’epidemia.
Nel 1212, tre anni prima del Concilio Lateranense, al tempo di san Francesco, il Tau fu il simbolo scelto per la crociata dei bambini: prova questa del valore affettivo di questa bandiera e del suo potere ammaliatore.
Anche san Francesco adottò questo simbolo come « stemma ». Anche lui attraverso questo segno fece dei miracoli « Nella città di Cori, nella diocesi di Ostia, un uomo aveva perduto completamente l’uso di una gamba. . Il santo apparve all’uomo che non poteva dormire. Toccò la parte sofferente con un bastoncino, che recava su di sé il segno del Tau. Subito si ruppe l’ascesso e, ricuperata la salute, fino ad oggi è rimasto impressa in quella parte il segno del Tau » (3Cell59;980) .Ma in san Francesco la spiritualità del Tau è molto più ricca e molto più profonda.

5. SPIRITUALITÀ DEL TAU
Analizzando il contenuto spirituale del Tau in san Francesco, se ne ottengono quattro grandi temi essenziali per la sua fede e per la sua mistica.
a) Il Tau è salvezza
Nessuno può essere salvato se non è segnato con il Tau. Quando Francesco vedeva questo segno, riceveva una nuova certezza de la sua salvezza. Il giorno nel quale egli s’accorge che frate Leone è assalito dal dubbio sul suo destino eterno, Francesco disegna la lettera Tau e gli restituisce la speranza. L’autore del Sacrum Commeraum ha colto molto bene quest’aspetto della prospettiva francescana quando fa dire a madonna Povertà: « Quando Gesù salì al cielo, a te lasciò il sigillo del regno dei cieli (il Tau) per segnare gli eletti… perché nessuno può entrare nel regno, se non porta impresso il tuo sigillo » (SCom 21:1979).
b) Il è Tau salvezza attraverso la Croce
Per essere salvato, è necessario essere battezzato nel sangue di Cristo sparso sulla Croce. Tale è il mistero che ogni croce e ogni segno del Tau richiamano per san Francesco e per i suoi compagni. Per questo essi recitavano la preghiera: « Ti adoriamo o Cristo… e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo ». La stessa cosa facevano « dovunque capitava loro di vedere una croce o una forma di croce per terra, sulle pareti tra gli alberi, nelle siepi » (1 Cei 45:399.401). La spiritualità del Tau, dunque, altro non è che la spiritualità della croce, cioè dell’amore di Cristo, morto per noi sulla croce. Il libro dell’Esodo richiamava a Francesco l’agnello pasquale il cui sangue designava un Tau salvatore sugli stipiti delle case ed per questo che egli stesso segnava i muri delle celle dei frati.
c) Il Tau è salvezza attraverso la penitenza
Se la croce ci ha acquistato salvezza una volta per tutte, noi dobbiamo rinnovare in noi quotidianamente questo mistero; noi dobbiamo « portare ogni giorno la santa croce del Signore nostro Gesù Cristo » (Am 4, 8 :154). Questa è la crociata del Tau predicata da san Francesco, crociata composta non di soldati armati per conquistare Gerusalemme, ma crociata di uomini penitenti, venuti d’Assisi per predicare a tutti: « Fate penitenza, fate frutti degni di penitenza! » (Rnb 21,3:55; 2 Lf 25:190). E qui la spiritualità del Tau raggiunge la spiritualità della sequela Christi. Gesù aveva detto: « Chi vuole seguirmi deve portare la croce »; san Francesco capisce: « Chi vuole seguirmi deve essere segnato con il Tau, che ha la forma di croce ». Egli avrebbe voluto arrivare fino al martirio pur di essere segnato con un Tau di sangue. Egli lo sarà con le stimmate.
d) Il Tau è segno di vita e di vittoria
Egli è dunque sorgente di gioia. Ecco il segreto profondo della gloria di Francesco. La liturgia del suo tempo attribuiva alla lettera Tau i medesimi attributi che venivano dati alla croce: « Est Tau vivifico insignitus…Crucifixi servulus ».
Questa strofa potrebbe essere applicata a Francesco. La predicazione del suo tempo parlava anche del Tau come di un labarum, segno di vittoria. Con San Paolo san Francesco non avrebbe potuto non cantare la sua gioia d’essere stato salvato: « Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore » (Fior 8:1836).

6. L’APOCALISSE
C’è un libro del Nuovo Testamento che parla del Tau senza pronunciarne il nome: il libro dell’Apocalisse che presenta gli eletti come coloro che sono segnati sulla fronte dal sigillo dell’Agnello (7,2; 14, 1-7). Questo sigillo viene impresso da un angelo che viene dall’Oriente.
San Francesco è stato colpito da questi testi? Ha egli scoperto delle luci per la sua missione, per la sua crociata del Tau e della penitenza? È possibile che ciò non possa essere provato da fonti scritte. Non lo si può dedurre dall’uso che ne fanno san Giovanni e San Francesco – 22 volte nelle sole Ammonizioni – dell’espressione « servitori di Dio » per indicare da una parte i penitenti segnati del Tau, dall’altra i frati minori.
Ciò che certo, in ogni caso, che questo testo è stato spesso applicato, e talvolta in modo abusivo, a san Francesco, come se san Giovanni avesse avuto in mente di parlare personalmente di san Francesco, mentre parlava dell’angelo che viene dall’Oriente. Una tale interpretazione riscuoteva il pieno favore nella cerchia dei gioachimiti. Accontentiamoci qui di accennare all’allusione (dove si trova più che un gioco di parole tra Assisi e Oriente) che si trova nella Divina Commedia per alludere a san Francesco nell’Angelo che viene dall’Oriente:
« … chi d’esso loco fa parole / non dica Ascesi, ché direbbe corto, / ma Oriente, se proprio dir vuole » (Dante, Par. XI, 52-54 :2 101).

CONCLUSIONE
L’iconografia del Tau è abbondantissima. Innanzitutto non si può passare sotto silenzio la rappresentazione più preziosa e commovente, quella di Greccio: nella grotta in cui Francesco ha celebrato la natività del Signore, un artista ha perpetuato la memoria di questo avvenimento. Sulla casula del sacerdote ha dipinto un bel Tau grande. E il celebrante era probabilmente frate Leone, quel frate Leone al quale San Francesco aveva indirizzato la sua benedizione, contrassegnata dal Tau. È anche interessante ricordare (a motivo del suo rapporto con la vita di San Francesco) l’unica provincia dell’Ordine che ha per sigillo il Tau: la Corsica. Lo storico Gonzaga si fa portavoce di una tradizione immemorabile secondo la quale san Francesco, tornando dal Marocco attraverso la Spagna, prese la strada del mare e fece il primo scalo in Corsica; ivi egli lanciò alcuni frati; l’ex generale Giovanni Parenti vi giunse nel 1233. Da questo tempo daterebbe l’adozione del Tau come sigillo del convento di Calvi e di tutta Ia provincia della Corsica.
Anche ad Assisi il ricordo del Tau non si perduto. Lo Si può vedere ancora e non solamente nel Sacro Convento e nella « Schola Davidica « , ma anche su diversi muri attorno alla basilica in un blasone con l’iscrizione Immunitas, che delimitava probabilmente un territorio che aveva il diritto di asilo. Lo si può vedere scolpito, soprattutto, a piene lettere sulla porta dell’Oratorio Sei pellegrini, dove vengono a raccogliersi anche oggi tutti quelli che vengono ad Assisi per ritrovare dietro san Francesco la gioia di essere salvati.

Damien Vorreux

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