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BENEDETTO XVI: COME BIMBO IN BRACCIO A SUA MADRE (Sal 130,1-3)

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LA CATECHESI DI BENEDETTO XVI

COME BIMBO IN BRACCIO A SUA MADRE

Signore,
non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.       
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
Speri Israele nel Signore, ora e sempre. (Sal 130,1-3)

Poche parole, una trentina nell’originale ebraico del Salmo 130. Eppure sono parole intense, che svolgono un tema caro a tutta la letteratura religiosa: l’infanzia spirituale.            
Il pensiero corre subito in modo spontaneo a Santa Teresa di Lisieux, alla sua «piccola via», al suo «restare piccola» per «essere tra le braccia di Gesù» (cf Manoscritto «C», 2r°-3v°: Opere complete, Città del Vaticano 1997, pp. 235-236).
Al centro del Salmo, che recitiamo ai Vespri del martedì della terza settimana del Salterio, si staglia l’immagine di una madre col bambino, segno dell’amore tenero e materno di Dio, come si era già espresso il profeta Osea:
«Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato… Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore; ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (Os 11,1.4).

L’orgoglioso non conosce Dio
Il Salmo si apre con la descrizione dell’atteggiamento antitetico rispetto a quello dell’infanzia, la quale è consapevole della propria fragilità, ma fiduciosa nell’aiuto degli altri. Di scena, nel Salmo, sono invece l’orgoglio del cuore, la superbia dello sguardo, le «cose grandi e superiori» (cf Sal 130,1). È la rappresentazione della persona superba, che viene tratteggiata mediante vocaboli ebraici indicanti «altezzosità» ed «esaltazione», l’atteggiamento arrogante di chi guarda gli altri con senso di superiorità, ritenendoli inferiori a se stesso.
La grande tentazione del superbo, che vuol essere come Dio, arbitro del bene e del male (cf Gn 3,5), è decisamente respinta dall’orante, il quale opta per la fiducia umile e spontanea nell’unico Signore.

L’abbandono sereno dello spirito
Si passa, così, all’immagine indimenticabile del bambino e della madre. Il testo originario ebraico non parla di un neonato, bensì di un «bimbo svezzato» (Sal 130,2). Ora, è noto che nell’antico Vicino Oriente lo svezzamento ufficiale era collocato attorno ai tre anni e celebrato con una festa (cf Gn 21,8; 1 Sam 1,20-23; 2 Mac 7,27).
Il bambino, a cui il Salmista rimanda, è legato alla madre da un rapporto ormai più personale e intimo, non quindi dal mero contatto fisico e dalla necessità di cibo. Si tratta di un legame più cosciente, anche se sempre immediato e spontaneo. È questa la parabola ideale della vera «infanzia» dello spirito, che si abbandona a Dio non in modo cieco e automatico, ma sereno e responsabile.

La speranza nasce dalla fiducia
A questo punto la professione di fiducia dell’orante si allarga a tutta la comunità: «Speri Israele nel Signore, ora e sempre» (Sal 130,3). La speranza sboccia ora in tutto il popolo, che riceve da Dio sicurezza, vita e pace, e si estende dal presente al futuro, «ora e sempre».
È facile continuare la preghiera facendo echeggiare altre voci del Salterio, ispirate alla stessa fiducia in Dio: «Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio» (Sal 21,11). «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 26,10). «Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno» (Sal 70,5-6).

Il combattimento interiore
All’umile fiducia, come si è visto, si oppone la superbia. Uno scrittore cristiano del quarto-quinto secolo, Giovanni Cassiano, ammonisce i fedeli sulla gravità di questo vizio, che
«distrugge tutte le virtù nel loro insieme e non prende di mira solamente i mediocri e i deboli, ma principalmente quelli che si sono posti al vertice con l’uso delle loro forze».

Egli continua:
«È questo il motivo per cui il beato Davide custodisce con tanta circospezione il suo cuore fino ad osar proclamare davanti a Colui al quale non sfuggivano certamente i segreti della sua coscienza: «Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze»…
E tuttavia, ben conoscendo quanto sia difficile anche per i perfetti una tale custodia, egli non presume di appoggiarsi unicamente alle sue capacità, ma supplica con preghiere il Signore di aiutarlo per riuscire a evitare i dardi del nemico e a non restarne ferito: «Non mi raggiunga il piede orgoglioso»
(Sal 35,12)» (Le istituzioni cenobitiche, XII, 6, Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo – Padova 1989, p. 289).
Analogamente un anziano anonimo dei Padri del deserto ci ha tramandato questa dichiarazione, che riecheggia il Salmo 130:
«Io non ho mai oltrepassato il mio rango per camminare più in alto, né mi sono mai turbato in caso di umiliazione, perché ogni mio pensiero era in questo: nel pregare il Signore che mi spogliasse dell’uomo vecchio» (I Padri del deserto. Detti, Roma 1980, p. 287).

Benedetto XVI
L’Osservatore Romano, 11-08-2005

VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (TERZA ED ULTIMA PARTE)

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VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (TERZA ED ULTIMA PARTE)

Un commento alla visita del Papa a Milano

di Massimo Introvigne
ROMA, mercoledì, 6 giugno 2012 (ZENIT.org).- Un tema caro a Benedetto XVI è che c’è anche una bellezza delle istituzioni, che si manifesta quando esse sono davvero a misura d’uomo e conformi al piano di Dio. «La fede in Gesù Cristo, morto e risorto per noi, vivente in mezzo a noi – ha detto il Papa nel saluto del 1° giugno in Piazza Duomo – deve animare tutto il tessuto della vita, personale e comunitaria, pubblica e privata, privata e pubblica, così da consentire uno stabile e autentico “ben essere”, a partire dalla famiglia, che va riscoperta quale patrimonio principale dell’umanità, coefficiente e segno di una vera e stabile cultura in favore dell’uomo».
Nell’incontro con le autorità del 2 giugno, il Pontefice è tornato su questa bellezza delle istituzioni riferendosi ancora una volta a sant’Ambrogio. Il santo ambrosiano è fra i Padri della Chiesa pronti a ricordarci che «l’istituzione del potere deriva così bene da Dio, che colui che lo esercita è lui stesso ministro di Dio» (Expositio Evangelii secundum Lucam,IV, 29). «Tali parole – commenta il Papa – potrebbero sembrare strane agli uomini del terzo millennio, eppure esse indicano chiaramente una verità centrale sulla persona umana, che è solido fondamento della convivenza sociale: nessun potere dell’uomo può considerarsi divino, quindi nessun uomo è padrone di un altro uomo». Allo stesso imperatore il santo scriveva: «Anche tu, o augusto imperatore, sei un uomo» (Epistula 51,11).
La bellezza delle istituzioni rifulge quando vi si pratica «la giustizia, virtù pubblica per eccellenza, perché riguarda il bene della comunità intera». Ma la giustizia da sola non basta. «Ambrogio le accompagna un’altra qualità: l’amore per la libertà, che egli considera elemento discriminante tra i governanti buoni e quelli cattivi, poiché, come si legge in un’altra sua lettera, “i buoni amano la libertà, i reprobi amano la servitù” (Epistula 40, 2)». Si tratta però di comprendere la vera nozione della libertà. «La libertà non è un privilegio per alcuni, ma un diritto per tutti, un diritto prezioso che il potere civile deve garantire. Tuttavia, libertà non significa arbitrio del singolo, ma implica piuttosto la responsabilità di ciascuno». S’intende così anche in quale senso sia accettabile la nozione di «laicità dello Stato»: nel senso di «assicurare la libertà affinché tutti possano proporre la loro visione della vita comune, sempre, però, nel rispetto dell’altro e nel contesto delle leggi che mirano al bene di tutti».
Nello Stato moderno, «nella misura in cui viene superata la concezione di uno Stato confessionale», è tanto più necessario, per assicurare che le leggi siano giuste, un continuo confronto con il diritto naturale: «appare chiaro, in ogni caso, che le sue leggi debbono trovare giustificazione e forza nella legge naturale, che è fondamento di un ordine adeguato alla dignità della persona umana, superando una concezione meramente positivista dalla quale non possono derivare indicazioni che siano, in qualche modo, di carattere etico». E di questo «ben essere» della persona, misurato dal diritto naturale, il Papa ha fornito esempi precisi secondo quelli che ha più volte chiamato i tre valori non negoziabili: il «diritto alla vita, di cui non può mai essere consentita la deliberata soppressione», il «servizio della famiglia, fondata sul matrimonio e aperta alla vita», e il «diritto primario dei genitori alla libera educazione e formazione dei figli, secondo il progetto educativo da loro giudicato valido e pertinente. Non si rende giustizia alla famiglia, se lo Stato non sostiene la libertà di educazione per il bene comune dell’intera società».
In pratica, perché le leggi di uno Stato moderno siano conformi al diritto naturale, e perché esso davvero operi per il bene comune, «appare preziosa una costruttiva collaborazione con la Chiesa, senza dubbio non per una confusione delle finalità e dei ruoli diversi e distinti del potere civile e della stessa Chiesa, ma per l’apporto che questa ha offerto e tuttora può offrire alla società con la sua esperienza, la sua dottrina, la sua tradizione, le sue istituzioni e le sue opere con cui si è posta al servizio del popolo». Proprio «il tempo di crisi che stiamo attraversando ha bisogno, oltre che di coraggiose scelte tecnico-politiche, di gratuità»: di quella gratuità che trae alimento e ispirazione dal cristianesimo e dalla dottrina sociale della Chiesa.
Nel dialogo del 2 giugno, rispondendo a una coppia di sposi greci rovinati dalla crisi economica, il Papa ha aggiunto che «dovrebbe crescere il senso della responsabilità in tutti i partiti, che non promettano cose che non possono realizzare, che non cerchino solo voti per sé, ma siano responsabili per il bene di tutti e che si capisca che politica è sempre anche responsabilità umana, morale davanti a Dio e agli uomini».
E nell’incontro con gli amministratori Benedetto XVI ha insistito sul fatto che, perché le istituzioni manifestino la bellezza della libertà e della giustizia, non è sufficiente che chi le guidi sia dotato di competenze tecniche. «A quanti vogliono collaborare al governo e all’amministrazione pubblica, sant’Ambrogio richiede che si facciano amare. Nell’opera De officiis egli afferma: “Quello che fa l’amore, non potrà mai farlo la paura. Niente è così utile come farsi amare” (II, 29)». Oltre alla ragione della competenza è necessaria, ha detto il Papa agli amministratori pubblici, «la volontà di dedicarvi al bene dei cittadini, e quindi una chiara espressione e un evidente segno di amore. Così, la politica è profondamente nobilitata, diventando una elevata forma di carità».

VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (SECONDA PARTE)

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VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (SECONDA PARTE)

[domani la terza ed ultima parte]

Un commento alla visita del Papa a Milano

di Massimo Introvigne

ROMA, martedì, 5 giugno 2012 (ZENIT.org).- C’è una bellezza particolare anche nella vita sacerdotale. Celebrando l’ora media in Duomo a Milano con i sacerdoti, i seminaristi e le persone consacrate, Benedetto XVI ricordava come Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, nel 1958 paragonava la vita sacerdotale a un poema: «Comincia la vita sacerdotale: un poema, un dramma, un mistero nuovo … fonte di perpetua meditazione …sempre oggetto di scoperta e di meraviglia; [il Sacerdozio] è sempre novità e bellezza per chi vi dedica amoroso pensiero … è riconoscimento dell’opera di Dio in noi» (Omelia per l’Ordinazione di 46 Sacerdoti, 21 giugno 1958). E il Papa, attento alla musica, ha paragonato la vita sacerdotale e consacrata a una «sinfonia», in cui tre elementi – unione personale con Dio, servizio alla Chiesa e servizio all’intera umanità – non si contrappongono ma s’incontrano armoniosamente.
Di questa bellezza della vita consacrata e sacerdotale sono parte integrante la castità e il celibato. Certo, «l’amore per Gesù vale per tutti i cristiani, ma acquista un significato singolare per il sacerdote celibe e per chi ha risposto alla vocazione alla vita consacrata: solo e sempre in Cristo si trova la sorgente e il modello per ripetere quotidianamente il “sì” alla volontà di Dio». Il Papa richiama le radici della Chiesa ambrosiana, il magistero di sant’Ambrogio. «“Con quali legami Cristo è trattenuto?” – si chiedeva sant’Ambrogio, che con intensità sorprendente predicò e coltivò la verginità nella Chiesa, promuovendo anche la dignità della donna. Al quesito citato rispondeva: “Non con i nodi di corde, ma con i vincoli dell’amore e con l’affetto dell’anima” (De virginitate, 13, 77)». E ancora il Pontefice cita un sermone di sant’Ambrogio alle vergini: «Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura delle febbre, egli è fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è potenza; se hai paura della morte, egli è vita; se desideri il paradiso, egli è via; se rifuggi le tenebre, egli è luce; se sei in cerca di cibo, egli è nutrimento» (De virginitate, 16, 99).
4. La bellezza del dono di sé nella famiglia
C’è una bellezza del sacerdozio e della vita consacrata e c’è una bellezza della famiglia. Nell’omelia della Messa del giugno al Parco di Bresso per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie Benedetto XVI è partito dalla bellezza della Chiesa, «la famiglia di Dio», «sacrarium Trinitatis» come la definisce sant’Ambrogio con un’espressione che il Papa tiene a ricordare nel giorno della festa liturgica della Santissima Trinità, «popolo che – come insegna il Concilio Vaticano II – deriva la sua unità dall’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Lumen gentium, 4). La Chiesa quando comprende la sua natura diventa «capace di riflettere la bellezza della Trinità».
Ma chiamata a riflettere questa bellezza, «chiamata ad essere immagine del Dio Unico in Tre Persone non è solo la Chiesa, ma anche la famiglia, fondata sul matrimonio tra l’uomo e la donna». L’amore è infatti la bellezza ultima dell’uomo. «L’amore è ciò che fa della persona umana l’autentica immagine della Trinità, immagine di Dio». Questa immagine trinitaria si riflette anche nei tre significati dell’amore umano, che è tre volte fecondo: «fecondo – ha detto il Pontefice agli sposi – innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare». Fecondo, in secondo luogo, «nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente». E in terzo luogo «fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione». Così la famiglia riflette anch’essa, come la Chiesa, la bellezza della Trinità.
Questa bellezza dell’amore oggi spesso è compresa in modo sentimentale o superficiale. Nel dialogo del 2 giugno, il Papa ha ricordato che in molte società tradizionali e in molte zone dell’Europa, fino ai primi decenni del XX secolo – «mi ricordo, ha detto, che in un piccolo paese, nel quale sono andato a scuola, era in gran parte ancora così» –, il matrimonio era combinato tra le famiglie o i clan. «Ma poi, dall’Ottocento, segue l’emancipazione dell’individuo, la libertà della persona, e il matrimonio non è più basato sulla volontà di altri, ma sulla propria scelta; precede l’innamoramento, diventa poi fidanzamento e quindi matrimonio». Questo sviluppo è accolto dalle nuove generazioni con grande entusiasmo. «In quel tempo – ricorda il Pontefice – tutti eravamo convinti che questo fosse l’unico modello giusto e che l’amore di per sé garantisse il “sempre”, perché l’amore è assoluto, vuole tutto e quindi anche la totalità del tempo: è “per sempre”». La realtà, però, ha smentito questi entusiasmi: «si vede che l’innamoramento è bello, ma forse non sempre perpetuo, così come è il sentimento: non rimane per sempre. Quindi, si vede che il passaggio dall’innamoramento al fidanzamento e poi al matrimonio esige diverse decisioni, esperienze interiori. Come ho detto, è bello questo sentimento dell’amore, ma deve essere purificato, deve andare in un cammino di discernimento, cioè devono entrare anche la ragione e la volontà; devono unirsi ragione, sentimento e volontà».
È un durus sermo, quello del Papa, quando ricorda che l’essere sinceramente innamorati di per sé non fa il matrimonio. «Nel Rito del Matrimonio, la Chiesa non dice: “Sei innamorato?”, ma “Vuoi?”, “Sei deciso?”. Cioè: l’innamoramento deve divenire vero amore coinvolgendo la volontà e la ragione in un cammino, che è quello del fidanzamento, di purificazione, di più grande profondità, così che realmente tutto l’uomo, con tutte le sue capacità, con il discernimento della ragione, la forza di volontà, dice: “Sì, questa è la mia vita”». «Io penso spesso – ha confidato il Pontefice – alle nozze di Cana. Il primo vino è bellissimo: è l’innamoramento. Ma non dura fino alla fine: deve venire un secondo vino, cioè deve fermentare e crescere, maturare. Un amore definitivo che diventi realmente “secondo vino” è più bello, migliore del primo vino».
Testimoniare questa bellezza oggi non è facile. Come già nella visita del 3 maggio 2012 al Policlinico Gemelli e nell’omelia di Pentecoste, il Papa nella Messa del 3 giugno è tornato sul tema – centrale nell’enciclica Caritas in veritate – della tecnocrazia, del «mondo dominato dalla tecnica», che crea un mondo dove la vocazione al matrimonio cristiano «non è facile da vivere». Ultimamente, di fronte al mondo tentato dalla tecnocrazia la famiglia testimonia la verità che «l’amore è l’unica forza che può veramente trasformare il cosmo, il mondo». «Nel libro della Genesi – ha ricordato il Pontefice –, Dio affida alla coppia umana la sua creazione, perché la custodisca, la coltivi, la indirizzi secondo il suo progetto (cfr 1,27-28; 2,15). In questa indicazione della Sacra Scrittura, possiamo leggere il compito dell’uomo e della donna di collaborare con Dio per trasformare il mondo, attraverso il lavoro, la scienza e la tecnica. L’uomo e la donna sono immagine di Dio anche in questa opera preziosa, che devono compiere con lo stesso amore del Creatore».
La tecnocrazia, appunto, intende la trasformazione del mondo come qualche cosa che può essere valutato solo con il criterio dell’utile. Così, «nelle moderne teorie economiche, prevale spesso una concezione utilitaristica del lavoro, della produzione e del mercato. Il progetto di Dio e la stessa esperienza mostrano, però, che non è la logica unilaterale dell’utile proprio e del massimo profitto quella che può concorrere ad uno sviluppo armonico, al bene della famiglia e ad edificare una società giusta, perché porta con sé concorrenza esasperata, forti disuguaglianze, degrado dell’ambiente, corsa ai consumi, disagio nelle famiglie. Anzi, la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale».
Si moltiplicano così i fallimenti, le separazioni e i divorzi. Nel dialogo del 2 giugno il Papa ha confidato che «il problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio». Dopo avere ribadito quanto aveva affermato nelle sue Allocuzioni alla Rota Romana del 2007 e del 2011, che «molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione», compreso un esame serio da parte dei parroci delle reali intenzioni delle coppie che si presentano per sposarsi, il Pontefice ribadisce alle coppie in situazione irregolare «che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono “fuori”». Naturalmente, la Chiesa accetta e ama le persone, non la loro irregolarità: devono essere accolte in chiesa ma «non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia». Ma, se pure non possono essere assolte in confessione, «tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati». E, se pure non possono ricevere l’Eucarestia, «anche senza la ricezione “corporale” del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non èsolo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devono saperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa».
La mentalità utilitarista e tecnocratica, che appunto non è tra le ultime cause del fallimento di tante famiglie, tende anche a ignorare, o a vedere con sospetto – ha detto il Papa nell’omelia del 3 giugno –, che «l’uomo, in quanto immagine di Dio, è chiamato anche al riposo e alla festa». Mette in crisi così la nozione della domenica come giorno del Signore e anche «giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport». La Chiesa non può accettare questa crisi: «pur nei ritmi serrati della nostra epoca – invoca il Papa –, non perdete il senso del giorno del Signore! È come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio».
Famiglia, lavoro e festa sono per Benedetto XVI «tre doni di Dio, tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la paternità e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano». Per affermare la bellezza della famiglia occorre privilegiare «sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere».

VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (PRIMA PARTE) (sulla visita del Papa a Milano)

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VOLTARE PAGINA E RIPARTIRE DALLA BELLEZZA (PRIMA PARTE)

(sono tre parti, le altre vengono pubblicate il 5 ed il 6 marzo, quindi le metto nei prossimi giorni)

Un commento alla visita del Papa a Milano

di Massimo Introvigne
ROMA, lunedì, 4 giugno 2012 (ZENIT.org).- «O amici, non questi toni, intoniamone altri di più attraenti e gioiosi». Quando il 1° giugno 2012 Benedetto XVI al Teatro alla Scala di Milano ha ricordato queste parole di Ludwig van Beethoven (1770-1827) nel recitativo dell’Inno alla Gioia, molti vi hanno visto un segno e un simbolo di tutta la visita apostolica del Papa nel capoluogo lombardo. Come, dopo la «terribile dissonanza» che annuncia la parte finale dell’Inno alla Gioia, le parole di Beethoven «in un certo senso, “voltano pagina”», così anche la Chiesa con la gioiosa visita del Pontefice a Milano ha idealmente voltato pagina dopo giornate di difficoltà e di polemiche. Certamente il Papa non poteva né voleva ignorare un contesto di crisi, all’esterno e all’interno della Chiesa. Tuttavia, più che un’analisi della crisi, in questo viaggio ha voluto trasmettere un messaggio di speranza, un richiamo alla bellezza che brilla di fronte al male del mondo e introduce alla verità e al bene.
1. La bellezza dell’arte
Bellezza, anzitutto, dell’opera d’arte, che il Papa musicologo nel dialogo con le famiglie del 2 giugno al Parco di Bresso ha evocato con riferimento alla sua giovinezza, dove in casa al sabato si preparava la Messa domenicale con particolare attenzione alla musica. «Così cominciava la domenica: entravamo già nella liturgia, in atmosfera di gioia. Il giorno dopo andavamo a Messa. Io sono di casa vicino a Salisburgo, quindi abbiamo avuto molta musica – [Wolfgang Amadeus] Mozart [1756-1791], [Franz Peter] Schubert [1797-1828], [Franz Joseph] Haydn [1732-1809] – e quando cominciava il Kyrie era come se si aprisse il cielo».
Quanto alla musica di Beethoven – come aveva fatto per altri musicisti in occasione di concerti in suo onore – il Pontefice ne ha parlato alla Scala in termini non generici, e senza nascondere il fatto che l’Inno alla Gioia non è propriamente un inno cristiano. «È una visione ideale di umanità quella che Beethoven disegna con la sua musica: “la gioia attiva nella fratellanza e nell’amore reciproco, sotto lo sguardo paterno di Dio” (Luigi Della Croce). Non è una gioia propriamente cristiana quella che Beethoven canta, è la gioia, però, della fraterna convivenza dei popoli, della vittoria sull’egoismo, ed è il desiderio che il cammino dell’umanità sia segnato dall’amore, quasi un invito che rivolge a tutti al di là di ogni barriera e convinzione».
Ha senso, si è chiesto Benedetto XVI, celebrare la bellezza di un’opera d’arte dedicata alla gioia, in un’Italia in cui tanti piangono le vittime del terremoto? Le parole che Beethoven riprende dall’Inno alla gioia di Friedrich Schiller (1759-1805) «suonano come vuote per noi, anzi, sembrano non vere. Non proviamo affatto le scintille divine dell’Elisio. Non siamo ebbri di fuoco, ma piuttosto paralizzati dal dolore per così tanta e incomprensibile distruzione che è costata vite umane, che ha tolto casa e dimora a tanti. Anche l’ipotesi che sopra il cielo stellato deve abitare un buon padre, ci pare discutibile. Il buon padre è solo sopra il cielo stellato? La sua bontà non arriva giù fino a noi?».
Interrogativi drammatici, che l’uomo si pone ogni volta che si trova di fronte al dolore, alla morte, ai disastri naturali. E allora la retorica di Schiller non basta.
«In quest’ora – ha detto il Papa – le parole di Beethoven, “Amici, non questi toni …”, le vorremmo quasi riferire proprio a quelle di Schiller. Non questi toni. Non abbiamo bisogno di un discorso irreale di un Dio lontano e di una fratellanza non impegnativa. Siamo in cerca del Dio vicino. Cerchiamo una fraternità che, in mezzo alle sofferenze, sostiene l’altro e così aiuta ad andare avanti». «Noi cerchiamo un Dio che non troneggia a distanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza». È il Dio cristiano.
2. La bellezza della santità
La bellezza di cui ha parlato Benedetto XVI a Milano non è solo quella dell’arte. È la bellezza della vita santa, evocata sia come memoria nel ricordo dei santi milanesi sia come proposta ai ragazzi della Cresima. Già nel primo saluto a Milano in Piazza Duomo il 1° giugno, il Papa ha ricordato i santi che sono stati vescovi e arcivescovi di Milano: sant’Ambrogio (339 o 340-397), san Carlo Borromeo (1538-1584), il beato Andrea Carlo Ferrari (1850-1921), il beato Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954), il servo di Dio Paolo VI (1897-1978), «buono e sapiente, che, con mano esperta, seppe guidare e portare ad esito felice il Concilio Vaticano II», cui Benedetto XVI ha voluto affiancare un altro vescovo di Milano asceso al soglio di Pietro, Pio XI (1857-1939), «alla cui determinazione si deve la positiva conclusione della Questione Romana e la costituzione dello Stato della Città del Vaticano».
Venuto a Milano per il VII Incontro Mondiale delle Famiglie, tra tanti santi milanesi il Papa ha pure tenuto a «ricordare, proprio pensando alle famiglie, santa Gianna Beretta Molla [1922-1962], sposa e madre, donna impegnata nell’ambito ecclesiale e civile, che fece splendere la bellezza e la gioia della fede, della speranza e della carità». E di tutti questi santi il Pontefice ha voluto sottolineare lo speciale legame con Roma e l’indomita fedeltà al Papa, fin da sant’Ambrogio. «Come è noto, sant’Ambrogio proveniva da una famiglia romana e ha mantenuto sempre vivo il suo legame con la Città Eterna e con la Chiesa di Roma, manifestando ed elogiando il primato del Vescovo che la presiede. In Pietro – egli afferma – “c’è il fondamento della Chiesa e il magistero della disciplina” (De virginitate, 16, 105); e ancora la nota dichiarazione: “Dove c’è Pietro, là c’è la Chiesa” (Explanatio Psalmi 40, 30, 5). La saggezza pastorale e il magistero di Ambrogio sull’ortodossia della fede e sulla vita cristiana lasceranno un’impronta indelebile nella Chiesa universale e, in particolare, segneranno la Chiesa di Milano, che non ha mai cessato di coltivarne la memoria e di conservarne lo spirito».
Ai ragazzi della Cresima, il Papa – come aveva già fatto in Gran Bretagna, rivolgendosi agli studenti delle scuole cattoliche il 17 settembre 2010 – ha chiesto di essere santi: «Siate santi! Ma è possibile essere santi alla vostra età? Vi rispondo: certamente! Lo dice anche sant’Ambrogio, grande Santo della vostra Città, in una sua opera, dove scrive: “Ogni età è matura per Cristo” (De virginitate, 40). E soprattutto lo dimostra la testimonianza di tanti Santi vostri coetanei, come Domenico Savio [1842-1857], o Maria Goretti [1890-1902]. La santità è la via normale del cristiano: non è riservata a pochi eletti, ma è aperta a tutti». Si può anche ricordare a questo proposito l’impegno personale di Benedetto XVI per la ripresa della causa di beatificazione di Antonietta Meo, «Nennolina» (1930-1937), proclamata venerabile nel 2007 superando obiezioni su una presunta impossibilità di diventare santi a sette anni.
Ai cresimandi il Papa ha indicato pure la via verso la bellezza della santità: i doni dello Spirito Santo, «realtà stupende» e oggi tanto spesso purtroppo dimenticate. Vale dunque la pena di ricordarli. Il primo è la sapienza, «che vi fa scoprire quanto è buono e grande il Signore e, come dice la parola, rende la vostra vita piena di sapore, perché siate, come diceva Gesù, “sale della terra”». Il secondo è l’intelletto, «così che possiate comprendere in profondità la Parola di Dio e la verità della fede». Terzo: il consiglio, «che vi guiderà alla scoperta del progetto di Dio sulla vostra vita, vita di ognuno di voi». Quarto dono: la fortezza, «per vincere le tentazioni del male e fare sempre il bene, anche quando costa sacrificio». Quinto: il dono della scienza, «non scienza nel senso tecnico, come è insegnata all’Università, ma scienza nel senso più profondo che insegna a trovare nel creato i segni le impronte di Dio, a capire come Dio parla in ogni tempo e parla a me, e ad animare con il Vangelo il lavoro di ogni giorno; capire che c’è una profondità e capire questa profondità e così dare sapore al lavoro, anche quello difficile». Sesto dono: la pietà, «che tiene viva nel cuore la fiamma dell’amore per il nostro Padre che è nei cieli, in modo da pregarLo ogni giorno con fiducia e tenerezza di figli amati; di non dimenticare la realtà fondamentale del mondo e della mia vita: che c’è Dio e che Dio mi conosce e aspetta la mia risposta al suo progetto». E il settimo dono, forse il più difficile da capire per un giovane oggi, è il timore di Dio, da non confondersi con la paura. Il «timore di Dio non indica paura, ma sentire per Lui un profondo rispetto, il rispetto della volontà di Dio che è il vero disegno della mia vita ed è la strada attraverso la quale la vita personale e comunitaria può essere buona; e oggi, con tutte le crisi che vi sono nel mondo, vediamo come sia importante che ognuno rispetti questa volontà di Dio impressa nei nostri cuori e secondo la quale dobbiamo vivere; e così questo timore di Dio è desiderio di fare il bene, di fare la verità, di fare la volontà di Dio».

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