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PAPA FRANCESCO Identità ed eredità – 23 ottobre 2018 (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO Identità ed eredità – 23 ottobre 2018 (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.242, 24/10/2018)

L’identità e l’eredità del cristiano sono fatte di speranza, forse «la virtù teologale più dimenticata» e «più difficile da capire». Lo ha sottolineato Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta martedì mattina, 23 ottobre.
Prendendo spunto come di consueto dalle letture (tratte dalla lettera di san Paolo agli Efesini 2, 12-22 e dal vangelo di Luca 12, 35-38), all’omelia il Pontefice ha subito individuato «due parole con le quali possiamo descrivere il messaggio liturgico di questa giornata: cittadinanza ed eredità».
Soffermandosi sulla prima ha quindi spiegato che nella lettura l’apostolo «ci parla di questo». Si tratta, ha chiarito di «un regalo che Dio ci ha fatto, a tutti noi: ci ha fatti cittadini, cioè ci ha dato identità. Ci ha dato la carta d’identità». Del resto il Signore «in Gesù ha abolito la Legge per ricreare in se stesso tutto, per riconciliare tutti, anche noi, tutti… eliminando l’inimicizia che noi avevamo con Lui. È venuto ad annunciare “pace a voi”, a tutti. E adesso, “possiamo presentarci gli uni e gli altri al Padre in un solo Spirito”; ci ha fatto “uno”». Insomma «questa è la nostra cittadinanza: “Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi” in Gesù e in Lui, anche voi “edificati insieme” per diventare abitazione dello Spirito Santo». Dunque per Francesco «la nostra identità è proprio questo essere guariti dal Signore, essere costruiti in comunità e avere lo Spirito Santo dentro. Un cristiano è quello. E la forza è lo Spirito che ha dentro». Di conseguenza «camminiamo, con questa forza, con questa sicurezza, con questa fermezza: siamo concittadini e Dio è con noi. Anzi, Lui ci porta avanti, ci fa camminare».
Verso dove? Verso «l’altra parola» che il Pontefice ha voluto proporre: ovvero «l’eredità. Identità ed eredità. E l’eredità è quello che Gesù nel Vangelo ci dice: l’eredità è quello che noi cerchiamo nel nostro cammino, quello che noi riceveremo alla fine; ma dobbiamo cercarlo ogni giorno, andare verso questa eredità». E tutto ciò è riassunto, ha detto ancora il Papa, nella «grande virtù della speranza, la virtù teologale forse più dimenticata, forse più difficile da capire», ma «quella che ci porta avanti nel cammino della nostra identità verso l’eredità». In effetti i cristiani sanno «cos’è la fede: è facile capirla e anche non è difficile praticarla. Tutte e tre — fede, carità e speranza — sono un dono. La fede, la capiamo bene. La carità è più facile ancora da capire: è fare del bene, con Dio e con gli altri. Ma la speranza, cosa è?», si è chiesto Francesco. E la risposta è stata che «la nostra eredità è un po’ difficile da capire». Quindi immaginando una sorta di dialogo ha chiarito: «“Sì, sì, è sperare: ma sperare, attendere… cosa è? Cosa speri, tu?” — “Io, sì, io spero il Cielo!” — “Ma cosa è il Cielo, per te?” — “Sì, è la luce, sì, è incontrare tutti i Santi, è una felicità eterna…” ma no è facile da capire, cosa è la speranza. Vivere in speranza è camminare, sì, verso un premio, verso la felicità che non abbiamo qui ma l’avremo là… è una virtù difficile da capire».
Ma al di là delle difficoltà, la speranza ha anche altre caratteristiche, che il Papa ha elencato: per esempio «è una virtù umile, molto umile»; e soprattutto «è una virtù che non delude mai: se tu speri, mai sarai deluso. Mai, mai». Inoltre «è anche una virtù concreta». Ma, potrebbe essere l’obiezione, «come può essere concreta, se io non conosco il Cielo o quello che mi aspetta?». E ancora una volta la risposta non lascia spazio a dubbi: la speranza è l’eredità del cristiano, dunque speranza «verso qualcosa», non verso «un’idea» o verso «un posto bello» Di più: essa «è un incontro». Al punto che «Gesù — ha fatto notare il Papa — sempre sottolinea questa parte della speranza, questo essere in attesa». Come nel Vangelo odierno, in cui essa è raffigurata nell’incontro «del padrone, quando torna da una festa». O come quando Gesù «parla, nella parabola, delle ragazze stolte e delle ragazze sagge»: anche in quel caso infatti è «un incontro con il Signore che viene dalle nozze, con lo sposo». Perché «sempre è un incontro, un incontro con il Signore. È concreto».
Purtroppo però, ha osservato Francesco, «tante volte, noi non sappiamo questo… o ci facciamo della speranza un’idea strana… “sì, saremo nel Cielo, lì… lì c’è la musica, ci sono i canti, una bella festa…” — “Ma sarà noiosa?!” — “No, no, no, ma sarà bella…”: no. È incontrare il Signore. È un incontro». E offrendo una confidenza personale il Papa ha spiegato che quando lui pensa alla speranza, gli viene in mente in particolare un’immagine: «La donna gravida, la donna che aspetta un bambino. Va dal medico, gli fa vedere l’ecografia — “ah, sì, il bambino… va bene”… No!». Al contrario «è gioiosa! E tutti i giorni si tocca la pancia per accarezzare quel bambino, è in aspettativa del bambino, vive aspettando quel figlio». E «questa immagine ci può far capire che cosa sia la speranza: vivere per quell’incontro. Quella donna immagina come saranno gli occhi del figlio, come sarà il sorriso, come sarà, biondo o moro… ma immagina l’incontro con il figlio. Immagina l’incontro con il figlio». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «questa immagine, questa figura ci può aiutare tanto a capire che cosa è la speranza» e a «domandarci: “Io spero così, concretamente, o spero un po’ diffuso, un po’ gnosticamente?”. La speranza è concreta, è di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta diamo un passo in più verso questo incontro definitivo». Da qui l’auspicio che i cristiani abbiano «la saggezza di saper gioire dei piccoli incontri della vita con Gesù, preparando quell’incontro definitivo».
Un auspicio riproposto nelle considerazioni conclusive in cui, ricapitolando, Francesco ha spiegato come l’identità sia il «grande regalo di Dio che ci ha fatti una comunità, ci ha fatti eredi di questo»; e come l’eredità sia «quella forza con cui lo Spirito Santo ci porta avanti con la speranza». Con l’esortazione finale a pensare «oggi a queste due parole: la mia carta d’identità, qual è? Come sono cristiano? E poi: com’è la mia speranza? Cosa aspetto in eredità?».

 

PAPA FRANCESCO – La Casa sulla roccia – 6 dicembre 2018

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PAPA FRANCESCO – La Casa sulla roccia – 6 dicembre 2018

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.279, 7/12/2018)

Fondare la propria vita «sulla roccia di Dio» e sulla «concretezza» dell’agire e del donarsi, piuttosto che «sulle apparenze o sulla vanità» o sulla cultura corrotta delle «raccomandazioni». È l’indicazione che Papa Francesco ha suggerito — durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 6 dicembre — per vivere coerentemente il cammino dell’Avvento.
Linee guida semplici e impegnative al tempo stesso, che il Pontefice ha ricavato dalle letture del giorno, nelle quali s’incontrano tre significativi gruppi di parole contrapposte: «dire e fare», «sabbia e roccia», «alto e basso».
Riguardo al primo gruppo — «dire e fare» — il Pontefice ha richiamato immediatamente le parole del Vangelo di Matteo (7, 21): «Non chiunque mi dica “Signore, Signore” entrerà nel regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre». E ha spiegato: «Si entra nel regno dei cieli, si matura spiritualmente, si va avanti nella vita cristiana con il fare, non con il dire». Infatti «il dire è un modo di credere, ma a volte molto superficiale, a metà cammino»: come quando «io dico che sono cristiano ma non faccio le cose del cristiano». È una sorta di «truccarsi», perché «dire soltanto, è un trucco», è «dire senza fare».
Invece «la proposta di Gesù è concretezza». E così, «quando qualcuno si avvicinava e chiedeva consiglio», lui proponeva «sempre cose concrete». Del resto, ha aggiunto il Papa, «le opere di misericordia sono concrete». E ancora: «Gesù non ha detto: “Ma vai a casa tua e pensa ai poveri, pensa ai carcerati, pensa agli ammalati”: no. Vai: visitali».
Ecco la contrapposizione tra il fare e il dire. Necessaria da evidenziare perché «tante volte noi scivoliamo, non solo personalmente ma socialmente, sulla cultura del dire». A tale riguardo Francesco ha indicato una pratica purtroppo diffusa, quella legata alla «cultura delle raccomandazioni». Accade, per esempio, che per un concorso all’università venga scelto «uno che non ha quasi meriti» rispetto a tanti bravi professori; «e se si domanda: “Ma perché questo? E questi altri bravi..?” – “Perché questo è stato raccomandato da un cardinale, lei sa… i pesci grossi…”». Questo il commento del Papa: «Io non voglio pensare male, ma sotto il tavolo di una raccomandazione sempre c’è una busta». Si tratta solo di un esempio del prevalere del “dire”: «non sono i meriti, non è il fare quello che ti fa andare avanti, no: è il dire. Truccarsi la vita». Ed è proprio «una delle contraddizioni che la liturgia di oggi ci insegna: fare, non dire». Addirittura, ha spiegato il Papa chiudendo questa prima parte della riflessione, «Gesù consiglia» di «fare senza dire: quando dai l’elemosina, quando preghi… di nascosto, senza dirlo. Fare, non dire».
Il secondo confronto rimanda a un’immagine usata da Gesù nel Vangelo: «un uomo saggio costruisce la sua casa sulla roccia, non sulla sabbia». La parabola ha una sua evidenza: «La sabbia non è solida. E una tempesta, i venti, i fiumi, tante cose, la pioggia fanno cadere una casa costruita sulla sabbia. La sabbia è una concretezza debole». Ha spiegato il Pontefice: «La sabbia è conseguenza del dire: io mi trucco, come cristiano, mi costruisco una vita ma senza fondamenti. La vanità, la vanità è dire tante cose, o farmi vedere senza fondamento, sulla sabbia». Bisogna invece «costruire sulla roccia». A tale riguardo il Papa ha invitato a cogliere la bellezza della prima lettura del giorno, tratta da Isaia (26, 1-6), dove si legge: «Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna».
È una contrapposizione strettamente legata a quella tra il dire e il fare, perché «tante volte, chi confida nel Signore non appare, non ha successo, è nascosto… ma è saldo. Non ha la sua speranza nel dire, nella vanità, nell’orgoglio, negli effimeri poteri della vita», ma si affida al Signore, «la roccia». Ha spiegato Francesco: «La concretezza della vita cristiana ci fa andare avanti e costruire su quella roccia che è Dio, che è Gesù; sul solido della divinità. Non sulle apparenze o sulla vanità, l’orgoglio, le raccomandazioni… No. La verità».
Infine il «terzo gruppo», dove si fronteggiano i concetti di «alto e basso». È ancora il brano di Isaia a guidare la meditazione: «Confidate nel Signore sempre, perché il Signore è una roccia eterna, perché egli ha abbattuto coloro che abitavano in alto, ha rovesciato la città eccelsa, l’ha rovesciata fino a terra, l’ha rasa al suolo. I piedi la calpestano: sono i piedi degli oppressi, i passi dei poveri». È un passo, ha fatto notare il Pontefice, che ricorda il «canto della Madonna, del Magnificat: il Signore alza gli umili, quelli che sono nella concretezza di ogni giorno, e abbatte i superbi, quelli che hanno costruito la loro vita sulla vanità, l’orgoglio… questi non durano». E l’espressione, ha sottolineato Francesco, «è molto forte, anche nel Magnificat si usa “ha rovesciato”, e anche più forte: quella grande città bella è calpestata. Da chi? Dai piedi degli oppressi e dai passi dei poveri». Cioè, il Signore «esalta i poveri, esalta gli umili».
La categoria di «alto e basso», ha aggiunto il Papa a commento, viene usata anche da Gesù, ad esempio, quando «parla di satana: “Io ho visto satana cadere dall’alto del cielo». Ed è l’espressione di un «giudizio definitivo sugli orgogliosi, sui vanitosi, su quelli che si vantano di essere qualcosa ma sono pura aria».
Concludendo l’omelia, Francesco ha invitato ad accompagnare il tempo di Avvento con la riflessione su «questi tre gruppi di parole che contrastano una con l’altra. Dire o fare? Io sono cristiano del dire o del fare? Sabbia e roccia: io costruisco la mia vita sulla roccia di Dio o sulla sabbia della mondanità, della vanità? Alto e basso: io sono umile, cerco di andare sempre dal basso, senza orgoglio, e così servire il Signore?». Sarà di aiuto rispondere a tali domande; e, ha aggiunto, anche prendere il Vangelo di Luca e pregare «con il canto della Madonna, con il Magnificat, che è un riassunto di questo messaggio di oggi».

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PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – La legge e la carne (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 31 ottobre 2014

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.250, Sab. 01/11/2014)

Ci sono «due strade». Ed è Gesù stesso, con i suoi «gesti di vicinanza», a darci l’indicazione giusta su quale prendere. Da una parte, infatti, c’è la strada degli «ipocriti», che chiudono le porte a causa del loro attaccamento alla «lettera della legge». Dall’altra, invece, c’è «la strada della carità», che passa «dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». Lo ha detto Papa Francesco alla messa celebrata venerdì mattina, 31 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Per presentare questi due modi di vivere, il Pontefice ha riproposto, per commentarlo, il passo evangelico di Luca (14, 1-6). Un sabato, ha ricordato, «Gesù era in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare con loro; e loro lo osservavano per vedere cosa facesse». Soprattutto, ha fatto notare il Papa, «cercavano di prenderlo in un errore, anche facendogli delle trappole».
Ed ecco che irrompe nella scena un uomo ammalato. A questo punto Gesù rivolge ai farisei questa domanda: «È lecito o no guarire di sabato?». Come a dire: «È lecito fare il bene il sabato? O non farlo? E non fare il bene sempre, e fare il male?». Quella di Gesù, ha aggiunto Francesco, è «una domanda semplice ma, come tutti gli ipocriti, loro tacquero, non dissero niente». Del resto, ha notato, «tacevano sempre quando Gesù li metteva davanti alla verità», restavano «a bocca chiusa»; anche se «poi sparlavano dietro» e «cercavano come far cadere Gesù».
In pratica, ha affermato il Pontefice, «questa gente era tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato la giustizia; tanto attaccata alla legge che aveva dimenticato l’amore». Ma «non solo alla legge; erano attaccati alle parole, alle lettere della legge». Per questo «Gesù li rimprovera», deplorando il loro atteggiamento: «Se voi, davanti ai bisogni dei vostri genitori anziani, dite: “Carissimi genitori, io vi amo tanto ma non posso aiutarvi perché ho dato tutto in dono al tempio”, chi è più importante? Il quarto comandamento o il tempio?».
Precisamente questo modo «di vivere, attaccati alla legge, li allontanava dall’amore e dalla giustizia: curavano la legge, trascuravano la giustizia; curavano la legge, trascuravano l’amore». Eppure «erano i modelli». Ma «Gesù per questa gente trova soltanto una parola: ipocriti!». Non si può, infatti, andare «in tutto il mondo cercando proseliti» e poi chiudere «la porta». Per il Signore si trattava di «uomini di chiusura, uomini tanto attaccati alla legge, alla lettera della legge: non alla legge», perché «la legge è amore», ma «alla lettera della legge». Erano uomini «che sempre chiudevano le porte della speranza, dell’amore, della salvezza, uomini che soltanto sapevano chiudere».
A questo punto ci si deve chiedere «qual è il cammino per essere fedeli alla legge senza trascurare la giustizia, senza trascurare l’amore». La risposta «è proprio il cammino che viene dall’opposto», ha suggerito Francesco, ripetendo le parole di Paolo nella Lettera ai Filippesi (1, 1-11): «Perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili».
È appunto «il cammino inverso: dall’amore all’integrità; dall’amore al discernimento; dall’amore alla legge». Paolo, infatti, afferma di pregare «perché la vostra carità, il vostro amore, le vostre opere di carità vi portino alla conoscenza e al pieno discernimento». Proprio «questa è la strada che ci insegna Gesù, totalmente opposta a quella dei dottori della legge». E «questa strada, dall’amore alla giustizia, porta a Dio». Solo «la strada che va dall’amore alla conoscenza e al discernimento, al pieno compimento, porta alla santità, alla salvezza, all’incontro con Gesù».
Invece «l’altra strada, quella di essere attaccati soltanto alla legge, alla lettera della legge, porta alla chiusura, porta all’egoismo». E conduce «alla superbia di sentirsi giusti, a quella “santità” — fra virgolette — delle apparenze». Tanto che «Gesù dice a questa gente: a voi piace farvi vedere dalla gente come uomini di preghiera, di digiuno». Si tratta solo di «farsi vedere». E «per questo Gesù dice alla gente: fate quello che dicono, ma non quello che fanno», perché «quello non si deve fare».
Ecco dunque «le due strade» che ci troviamo davanti. E con «piccoli gesti» Gesù ci fa capire qual è la strada che va «dall’amore alla piena conoscenza e al discernimento». Uno di questi gesti lo presenta Luca nel brano del Vangelo proposto dalla liturgia: «Gesù aveva quest’uomo davanti, malato, e quando i farisei non hanno risposto, cosa ha fatto Gesù?». Scrive l’evangelista: «Lo prese per mano, lo guarì e lo congedò». Dunque per prima cosa «Gesù si avvicina: la vicinanza è proprio la prova che noi andiamo sulla vera strada». Perché è quella «la strada che ha scelto Dio per salvarci: la vicinanza. Si avvicinò a noi, si è fatto uomo». E infatti «la carne di Dio è il segno; la carne di Dio è il segno della vera giustizia. Dio che si è fatto uomo come uno di noi e noi che dobbiamo farci come gli altri, come i bisognosi, come quelli che hanno bisogno del nostro aiuto».
Francesco ha fatto anche notare quanto sia «bello» il «gesto di Gesù quando prende per mano» la persona malata. Lo fa anche «con quel ragazzo morto, figlio della vedova, a Naim»; così come «lo fa con la ragazzina, la figlia di Giairo»; e ancora «lo fa con il ragazzino, quello che aveva tanti demoni, quando lo prende e lo dà al suo papà». Sempre c’è «Gesù che prende per mano, perché si avvicina». E «la carne di Gesù, questa vicinanza, è il ponte che ci avvicina a Dio».
Questa «non è la lettera della legge». Solo «nella carne di Cristo», infatti, la legge «ha il pieno compimento». Perché «la carne di Cristo sa soffrire, ha dato la sua vita per noi». Mentre «la lettera è fredda».
Ecco allora le «due strade». La prima è quella di chi dice: «Sono attaccato alla lettera della legge; non si può guarire il sabato; non posso aiutare; devo andare a casa e non posso aiutare questo malato». La seconda è di chi si impegna a fare in modo, come scrive Paolo, «che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento»: è «la strada della carità, dall’amore alla vera giustizia che è dentro la legge». A esserci d’aiuto sono proprio «questi esempi di vicinanza di Gesù», che ci mostra come passare «dall’amore alla pienezza della legge». Senza «mai scivolare nell’ipocrisia», perché «è tanto brutto un cristiano ipocrita».

 

PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

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PAPA FRANCESCO – Con il lievito dello Spirito (19.10.18)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 19 ottobre 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.239, 20/10/2018)

Pronti a correggersi quando si sbaglia, a rialzarsi quando si cade, a pentirsi quando si pecca, ma sempre avanti con «il lievito dello Spirito Santo», sempre gioiosi perché «è stata promessa una felicità molto grande»: ecco il profilo del cristiano — assai lontano dalla triste ipocrisia di chi pensa solo ad apparire bene — delineato da Papa Francesco nella messa celebrata venerdì 19 ottobre a Santa Marta.
«La liturgia di oggi ci fa vedere due persone diverse, che crescono in modo diverso: in modo opposto l’una all’altra» ha subito fatto presente il Pontefice. Francesco ha spiegato che «nel Vangelo, Gesù parla del lievito “che fa crescere”: ha usato questa parola in un altro passo del Vangelo, quando spiegava il regno di Dio». Infatti, ha ricordato il Papa riferendosi anche al brano liturgico di Luca (12, 1-7), «il lievito fa crescere la pasta, la farina per fare il pane, ma qui, si parla di un lievito cattivo, un lievito che invece di far crescere, manda in rovina. Fa crescere, ma verso l’interno».
«È il lievito dei farisei, dei dottori della legge di quel tempo, dei sadducei» ha chiarito il Pontefice. E infatti Gesù «dice alla gente: “state attenti, guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”». Perché «questa gente ha fatto un’azione di crescita ma non verso l’esterno: no, verso l’interno, chiusi in se stessi, custoditi dalle apparenze». Sono persone, ha insistito Francesco, che «si preoccupano per le apparenze, di come appaiono: devono vedermi bene e così faccio finta di soffrire quando digiuno — cosa che dice Gesù — e così, quando do una elemosina, faccio suonare la tromba».
Insomma, ha affermato Francesco, «la loro preoccupazione è custodire quello che hanno dentro: il proprio egoismo; che nessuno li disturbi; la sicurezza». E «quando c’è qualcosa che li mette in difficoltà, loro guardano da un’altra parte».
A questo proposito, il Papa ha suggerito di pensare, sempre riferendosi al Vangelo, «a quell’uomo che era stato ferito e lasciato mezzo morto dai briganti, sul cammino», e quelle persone «guardano da un’altra parte». Lo stesso atteggiamento che hanno «quando vedono un lebbroso: si allontanano al più presto per non diventare impuri». E così facendo «custodiscono quello che è dentro, e crescono verso l’interno, perché fanno delle leggi interne — tutto — e fuori sempre l’apparenza».
«Questo lievito — dice Gesù — è pericoloso. Guardatevi. È l’ipocrisia» ha proseguito Francesco. Infatti il Signore «non tollera l’ipocrisia: questo apparire bene, con belle forme di educazione pure, ma con cattive abitudini dentro». E «Gesù stesso dice: “dal di fuori voi siete belli, come i sepolcri, ma dentro c’è putrefazione o c’è distruzione, ci sono le macerie”». Dunque, ha rimarcato il Papa, «questo lievito che fa crescere verso l’interno è un lievito che fa crescere senza futuro, perché nell’egoismo, nel rivolgere su se stesso, non c’è futuro, non c’è futuro».
«Invece un altro tipo di persona è quella che vediamo con un altro lievito, che è il contrario: che fa crescere verso l’esterno» ha spiegato il Pontefice. «Anzi, che fa crescere come eredi, per averne una eredità» ha aggiunto, in riferimento al passo della lettera di san Paolo agli Efesini (1, 11-14), proposta come prima lettura: «Fratelli in Cristo siamo stati fatti anche eredi, predestinati» e cioè, ha spiegato il Papa, «progettati verso l’esterno».
Dunque, ha affermato Francesco, «questa gente ha un lievito — non sappiamo ancora quale sia — che li fa crescere verso l’esterno». E se anche «a volte sbagliano, si correggono; a volte cadono ma si rialzano; anche a volte peccano, ma si pentono». Ma «sempre verso l’esterno, verso quella eredità, perché è stata promessa». Oltretutto, ha detto ancora il Pontefice, «questa gente è gente gioiosa, perché le è stata promessa una felicità molto grande: che saranno gloria, lode di Dio».
Secondo Paolo, ha proseguito Francesco, «il lievito di questa gente è lo Spirito Santo, che ci spinge a essere lode della sua gloria, della gloria di Dio: “avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”». Questo significa, ha spiegato, che «abbiamo la caparra, adesso andiamo verso la totalità e in attesa della completa redenzione».
Gesù, ha ribadito il Papa, «ci vuole così: sempre in cammino con il lievito dello Spirito Santo che mai fa crescere verso l’interno, come i dottori della legge, come gli ipocriti». Perché «lo Spirito Santo ti spinge fuori, ti spinge verso l’orizzonte». Ed è proprio così che il Signore «vuole che siano i cristiani: gente che va sempre avanti, con difficoltà, con sofferenze, con problemi, con cadute, ma sempre avanti nella speranza di trovare l’eredità, perché ha il lievito che è caparra, che è lo Spirito Santo».
«Due persone» dunque, ha riepilogato il Pontefice. La prima è «una che, guidata dal proprio egoismo, cresce verso l’interno: ha un lievito — l’egoismo — che la fa crescere verso l’interno e soltanto si preoccupa di apparire bene, apparire equilibrato, bene». In breve «che non si vedano le cattive abitudini che hanno: sono gli ipocriti, e Gesù dice: “guardatevi”» da loro.
L’altra persona invece è formata dai cristiani. O meglio, ha riconosciuto il Papa, «dovremmo essere i cristiani, perché anche ci sono cristiani ipocriti, che non accettano il lievito dello Spirito Santo». Proprio «per questo Gesù ci ammonisce: “Guardatevi del lievito dei farisei”». Non bisogna dimenticare infatti che «il lievito dei cristiani è lo Spirito Santo, che ci spinge fuori, ci fa crescere, con tutte le difficoltà del cammino, anche con tutti i peccati, ma sempre con la speranza». E «lo Spirito Santo è proprio la caparra di quella speranza, di quella lode, di quella gioia». Per tale ragione «nel cuore questa gente, che ha lo Spirito Santo come lievito, è gioiosa, anche nei problemi e nelle difficoltà». Invece «gli ipocriti hanno dimenticato cosa significhi essere gioioso».
«Il Signore ci dia la grazia — ha concluso Francesco — di andare sempre avanti con il lievito dello Spirito Santo, che ci spinge verso quell’eredità che il Signore ha preparato a tutti».

 

PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

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PAPA FRANCESCO – 27.4.18 – Il cielo è un incontro (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Venerdì, 27 aprile 2018

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.096, 28/04/2018)

Per i cristiani il cielo non è «astratto o lontano» ma è «l’incontro da persona a persona con Gesù» che, mentre «noi siamo in cammino», ci aspetta «e prega per ciascuno di noi». Ricordando la fedeltà di Dio alla sua promessa Papa Francesco ha celebrato la messa venerdì 27 aprile a Santa Marta.
Nel riferirsi alla predica di Paolo nella sinagoga di Antiòchia di Pisìdia, così come è riportata nel passo degli Atti degli apostoli proposto dalla liturgia (13, 26-33), il Pontefice ne ha riproposto la parte finale: «E noi vi annunciamo che la promessa fatta ai padri si è realizzata, perché Dio l’ha compiuta per noi, loro figli, risuscitando Gesù, come anche sta scritto nel salmo secondo: “Mio figlio sei tu, io oggi ti ho generato”».
È «la promessa che aveva fatto Dio» ha spiegato il Papa. E «il popolo si è messo in cammino con questa promessa nel cuore». Dunque, «il popolo di Dio ha incominciato a camminare con questa promessa nel cuore», con «la coscienza di essere un popolo eletto» che «sentiva l’elezione di Dio», con «la sicurezza» — perché «questa elezione dava una sicurezza nel sigillo dell’alleanza che aveva fatto il popolo con Dio» — e anche «con la speranza della promessa che Dio gli aveva dato».
Questa «promessa del popolo di Dio in cammino dall’inizio, dice Paolo, si è realizzata perché Dio l’ha compiuta per noi, in Gesù Cristo» ha insistito il Pontefice. E «il popolo si fidava della promessa — ha proseguito — perché sapeva che Dio è fedele, aveva quella conoscenza». Del resto, «l’infedeltà era nel popolo: tante, tante infedeltà nel cammino. Ma Dio rimaneva sempre fedele e per questo» il popolo «andava avanti, fidandosi della fedeltà di Dio».
«Anche noi siamo in cammino» ha fatto presente il Papa. «Siamo in cammino e quando» ci domandiamo: «ma in cammino» verso dove, rispondiamo: «sì, in cielo». E «cosa è il cielo?». Ecco, ha affermato Francesco, che «incominciamo a scivolare nelle risposte, non sappiamo bene come dire “cosa è il cielo”». Magari «tante volte pensiamo a un cielo astratto, un cielo lontano, un cielo» che «sì, si sta bene lì».
Invece «noi camminiamo verso un incontro: l’incontro definitivo con Gesù» ha ricordato il Pontefice. E così «il cielo è l’incontro con Gesù e noi prepariamo questo incontro con gli incontri che noi facciamo nel cammino della vita con il Signore». Ma «l’incontro definitivo, pieno, che ci farà godere per tutta la vita — come abbiamo pregato nell’orazione colletta — sarà sempre con Gesù: un incontro da persona a persona». Perché «Gesù, Dio e uomo, Gesù, in corpo e anima, ci aspetta».
Francesco ha suggerito di «tornare su questo pensiero: “Io sto camminando nella vita per incontrare Gesù”». Un pensiero «così semplice». Con una consapevolezza: «Gesù, nel frattempo», non sta «seduto lì ad aspettarci, ad aspettarmi: no, lui stesso, nel Vangelo, ci ha detto cosa fa: “Abbiate fede anche in me; vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me”». Sono le parole proclamate nel passo di Giovanni (14, 1-6) proposto dalla liturgia del giorno.
«Gesù ci prepara un posto, Gesù lavora, in questo momento, per noi» ha rilanciato il Papa. E «il lavoro di Gesù» è «l’intercessione, la preghiera di intercessione». Così «il suo sacerdozio che si è consumato nella passione, continua in cielo con l’intercessione: Gesù prega per me, per ognuno di noi». Ma «questo dobbiamo ripeterlo per convincerci: lui è fedele e lui prega per me, in questo momento». Tanto che «l’immagine dell’intercessione — le mani così, per far vedere al Padre le piaghe della passione — se l’è portata con sé». Perchè «Gesù prega per me».
«C’è un passo nel Vangelo, nell’ultima cena, quando Gesù dice a Pietro: “io pregherò per te”» ha ricordato il Papa, rimarcando che «quello che dice a Pietro l’ha detto a tutti noi: “Io prego per te”». Perciò «ognuno di noi deve dire: Gesù sta pregando per me, sta lavorando, ci sta preparando quel posto». E «lui è fedele: lo fa perché lo ha promesso». Così «il cielo sarà questo incontro, un incontro con il Signore che è andato lì a preparare il posto, l’incontro di ognuno di noi». E «questo ci dà fiducia, fa crescere la fiducia».
«Io prego ma Lui prega per me» è la verità su cui il Pontefice ha voluto porre l’accento. «Per questo — ha spiegato — quando preghiamo sempre diciamo al Padre “per nostro Signore Gesù Cristo”, perché le preghiere vanno sempre tramite lui che sta pregando per noi». È, appunto, «l’intercessione, Gesù è il sacerdote intercessore: prima era il sacerdote che ha dato la vita per noi; adesso è il sacerdote intercessore, fino all’ultimo momento del mondo». E «questo deve darci fiducia, far crescere la fiducia» che in cielo «mi stanno aspettando» e che Gesù «sta pregando per me» e sta preparando «la dimora per me».
In conclusione Francesco ha espresso l’auspicio «che il Signore ci dia questa consapevolezza di essere in cammino con questa promessa in mano ma anche nel cuore». E «con la coscienza di essere eletto, perché il Signore ci ha eletti tutti e ognuno di noi». Un cammino da percorrere «cercando di fare continuamente, di rinnovare l’alleanza di fedeltà, per essere più fedeli perché Lui è fedele». E così, «il Signore ci dia questa grazia di guardare su e pensare: “Il Signore sta pregando per me”».

 

 

PAPA FRANCESCO – 7 GIUGNO 2018 – La memoria cristiana è il sale della vita (anche Paolo)

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2018/documents/papa-francesco-cotidie_20180607_messa-santa-marta.html

PAPA FRANCESCO – 7 GIUGNO 2018 – La memoria cristiana è il sale della vita (anche Paolo)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVIII, n.128, 08/06/2018)

È tra «memoria e speranza» che possiamo «incontrare Gesù». E Papa Francesco ha suggerito tre consigli pratici per non essere «cristiani smemorati» e dunque incapaci di dare «sale alla vita»: ricordarsi dei primi incontri con il Signore, di chi ci ha trasmesso la fede — a cominciare dai genitori e dai nonni — e della legge di Dio. È su queste indicazioni ad «andare indietro per andare avanti» che il Pontefice ha centrato la messa celebrata giovedì 7 giugno a Santa Marta. Proponendo anche un esame di coscienza.
Francesco ha fatto notare che «nella prima lettura Paolo attira l’attenzione di Timoteo sulla memoria: “Figlio mio, ricordati di Gesù Cristo”». E, sempre riferendosi alla seconda Lettera paolina a Timoteo (2, 8-15), il Papa ha anche fatto presente che l’apostolo, «più avanti», rilancia scrivendo: «Richiama alla memoria queste cose».
Insomma, Paolo «fa un’esortazione perché» Timoteo «vada indietro con la memoria per incontrare Gesù Cristo e la memoria, come è presentata nella Bibbia, non è un pensiero, diremmo, un po’ romantico, come dire “i tempi passati sono stati migliori”». No, ha spiegato il Papa, «la memoria è un andare indietro per trovare forze e poter camminare in avanti». Di più, «la memoria cristiana è sempre un incontro, un incontro con Gesù Cristo». Per questo Paolo scrive a Timoteo: «Ricordati di Gesù Cristo, richiama alla memoria queste cose».
«La memoria cristiana è come il sale della vita: senza memoria non possiamo andare avanti» ha affermato il Pontefice. Tanto che «quando noi troviamo cristiani “smemorati”, subito vediamo che hanno perso il sapore della vita cristiana e sono finiti» per essere «persone che compiono i comandamenti ma senza la mistica, senza incontrare Gesù». Invece «Cristo dobbiamo incontrarlo nella vita».
«Mi sono venute in mente tre situazioni nelle quali possiamo incontrare Gesù» ha confidato il Papa indicandole: «Nei primi momenti, così li chiamo io; nei nostri capi, nei nostri antenati; e nella legge».
«Ricordati di Gesù Cristo nei primi momenti», dunque è la prima indicazione. E «la Lettera agli Ebrei è chiara in questo: “Rimandate alla memoria quei primi tempi, dopo la vostra conversione”», un momento in cui «eravate così fervorosi», ferventi.
Del resto, ha detto il Pontefice, «ognuno di noi ha dei tempi di incontro con Gesù». E «nella nostra vita ci sono uno, due, tre momenti in cui Gesù si è avvicinato, si è manifestato». Ed è importante, ha fatto presente il Papa, «non dimenticare questi momenti: dobbiamo andare indietro e riprenderli perché sono momenti di ispirazione, dove noi incontriamo Gesù Cristo». In questa prospettiva Francesco ha fatto nuovamente riferimento alla lettera agli Ebrei: «Fissi gli occhi, fissi lo sguardo su Gesù Cristo, che è il creatore e il consumatore della fede; rimandate alla memoria colui che ha sofferto così ostilità». Dunque, è l’invito del Papa, «sempre pensare a Gesù Cristo ma nei momenti: ognuno di noi ha dei momenti così, quando ha incontrato Gesù Cristo, quando ha cambiato vita, quando il Signore gli ha fatto vedere la propria vocazione, quando il Signore lo visitò in un momento difficile».
E «noi nel cuore abbiamo questi momenti: cerchiamoli, contempliamo questi momenti» ha affermato il Pontefice. Rinnovando l’esortazione ad avere «memoria di quei momenti nei quali io ho incontrato Gesù Cristo, memoria di quei momenti nei quali Gesù Cristo ha incontrato me». Perché quei momenti, ha spiegato, «sono la fonte del cammino cristiano, la fonte che mi darà le forze». Perciò è importante «tornare sempre a quei momenti per riprendere forza e poter andare avanti».
A questo punto, ha rilanciato il Papa, «ognuno può domandarsi: io ricordo quei momenti di incontro con Gesù, quando mi è cambiata la vita, quando mi ha promesso qualcosa?». E «se non li ricordiamo, cerchiamoli: ognuno di noi ne ha, cerchiamoli».
La seconda situazione per l’«incontro con Gesù» è la «memoria dei nostri antenati» ha affermato Francesco. E «la Lettera agli Ebrei è chiara anche su questo: “Rimanda alla memoria i vostri capi, quelli che vi hanno insegnato la fede”, quelli che mi hanno trasmesso la fede». Oltretutto, ha proseguito il Pontefice, nella stessa Lettera proposta dalla liturgia «un po’ più avanti Paolo torna su questo e dice a Timoteo: “Ricordati tua mamma e tua nonna che ti hanno trasmesso la fede”».
L’apostolo, in pratica, indica «l’esempio dei nostri capi, delle nostre radici, di coloro che ci hanno dato la fede». Perché, ha fatto notare il Papa, «la fede noi non l’abbiamo ricevuta per posta». Sono stati «uomini e donne che ci hanno trasmesso la fede». Tanto che si legge ancora nella Lettera agli Ebrei: «Guardate loro che sono una moltitudine di testimoni e prendete forza da loro, loro che hanno sofferto il martirio, tante cose».
Sicuramente possiamo ricevere la fede, ha aggiunto Francesco, anche da coloro «che sono i più vicini a noi, come dice qui Paolo a Timoteo: tua mamma, tua nonna, coloro che ci hanno dato la fede». Con la consapevolezza che «sempre quando l’acqua della vita diviene un po’ torbida è importante andare alla fonte e trovare nella fonte la forza per andare avanti».
In questa direzione, ha proposto il Pontefice, «possiamo domandarci: io rimando la memoria ai nostri capi, ai miei antenati; io sono un uomo, una donna con radici o sono diventato sradicato e sradicata? Vivo soltanto nel presente?». E se fosse così è opportuno «subito chiedere la grazia di tornare alle radici, a quelle persone che ci hanno dato la fede, che ci hanno trasmesso la fede: “Richiamate alla memoria i vostri antenati”».
«Il terzo punto per chiamare alla memoria è la legge» ha detto Francesco. E riferendosi al passo evangelico di Marco 12, 28-34, ha spiegato che «Gesù fa ricordare la legge», ripetendo chiaramente che «il primo comandamento è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio». Sì, «ascolta, Israele!» è una «parola che si ripete tanto, tanto, nell’Antico Testamento, nel Deuteronomio, quando il popolo era un po’ che aveva perso la memoria, il Signore» dice: «Ascolta, Israele, non dimenticare, Israele!». Al punto che, ha spiegato il Papa, questa espressione «è diventata una preghiera per gli ebrei: “Ascolta, Israele!”». Dunque, «ripetono le parole del Signore: la memoria della legge». E «la legge è un gesto di amore che ha fatto il Signore con noi perché ci ha segnalato la strada, ci ha detto “per questa strada non sbaglierai”».
Ecco il valore di «rimandare alla memoria la legge: non la legge fredda, quella che sembra semplicemente giuridica». Piuttosto «la legge d’amore, la legge che il Signore ha inserito nei nostri cuori». In questo senso, il Pontefice ha suggerito di domandarsi se «io sono fedele alla legge, ricordo la legge, ripeto la legge?». Perché a «volte noi cristiani, anche consacrati, abbiamo difficoltà a ripetere a memoria i comandamenti: “Sì, sì, li ricordo”, ma poi a un certo punto sbaglio, non ricordo». Perciò «memoria della legge, legge di amore ma che è concreta».
«Ricordati di Gesù Cristo» ha ripetuto il Papa. Invitando a tenere «lo sguardo fisso al Signore nei momenti della mia vita nei quali ho incontrato il Signore, momenti difficili, momenti di prova; nei miei antenati e nella legge». Certi che «la memoria non è soltanto un andare indietro», ma «è andare indietro per andare avanti».
Difatti, ha fatto presente Francesco, «memoria e speranza vanno insieme: la memoria cristiana va sulla speranza e la speranza va sulla memoria». E così «sono complementari, si completano». Con questa consapevolezza, il Papa ha rinnovato l’invito a ricordarsi «di Gesù Cristo, il Signore che è venuto, ha pagato per me e che verrà, il Signore della memoria, il Signore della speranza».
Infine il Pontefice ha concluso con una proposta: «Ognuno di noi può oggi prendere qualche minuto per domandarsi come va la mia memoria, la memoria dei momenti nei quali ho incontrato il Signore; la memoria dei miei antenati; la memoria della legge». E domandarsi anche «come va la mia speranza, in quale cosa spero». Auspicando «che il Signore ci aiuti in questo lavoro di memoria e di speranza».

PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170601_col-fuoco-dentro.html

PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 1° giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.126, 02/06/2017)

A lezione da Paolo di Tarso. La vita dell’apostolo delle genti, «sempre in moto, agitata, sempre in movimento», è stata caratterizzata da tre «dimensioni», tre «atteggiamenti» dai quali ogni cristiano ha molto da imparare. Lo ha sottolineato Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 1 giugno, commentando il brano degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) proposto dalla liturgia del giorno.
San Paolo, ha ricordato il Pontefice, era «un uomo che sempre era in moto, in movimento»: difficile pensarlo, ha aggiunto, «a prendere il sole su una spiaggia, riposandosi». Da questa vita «sempre in cammino» il Papa ha voluto, prendendo spunto dal «passo del libro degli Atti degli Apostoli», far emergere «tre dimensioni» fondamentali.
La prima cosa che salta agli occhi «è la predicazione, l’annunzio». Nelle scritture si legge di un Paolo che «va da una parte all’altra ad annunziare Cristo, viaggia e sente che lo chiamano di là e va… e quando non predica in un posto, lavora». Il suo impegno principale è quindi nella predicazione: la sua, ha spiegato Francesco, è una vera e propria «passione». Chiamato «a predicare e ad annunziare Gesù Cristo», Paolo non resta «seduto davanti alla sua scrivania: no. Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo»
San Paolo, ha aggiunto il Pontefice, «aveva dentro un fuoco, uno zelo, uno zelo apostolico che lo portava avanti». E «non si tirava indietro», con una passione che lo portò ad affrontare anche molte «difficoltà». Proprio qui emerge la «seconda dimensione» della sua vita, quella delle «difficoltà» o, «più chiaramente, le persecuzioni».
Proprio nella liturgia del giorno si legge di come il gruppo degli stessi «nemici» che si opposero a Gesù — «farisei, dottori della legge, anziani del tempio, gli anziani, i sadducei» — andarono «in blocco ad accusarlo». In pratica, ha detto il Papa, «volevano farlo fuori». Un’ostilità, ha ricordato Francesco, che si è manifestata «tante volte, non un’unica volta», Addirittura in una circostanza «l’hanno lasciato, dopo averlo lapidato, come morto: credevano che fosse morto». Ma perché, si è chiesto il Pontefice, volevano eliminarlo? «Perché Paolo portava il vero annuncio di Gesù, quello che il Signore voleva per il suo popolo». E perciò, per loro, egli era «un perturbatore».
Ecco quindi che Paolo VIene portato «a giudizio». Il passo degli Atti degli apostoli descrive nei dettagli la scena: «il comandante gli fece togliere le catene» — perché «per fare una dichiarazione, una difesa in giudizio, i romani ci hanno insegnato che uno deve essere libero, senza catene» — e «ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio in blocco: tutti». Si presentarono quindi come se fossero «uno contro Paolo». A quel punto, ha notato il Papa, «lo Spirito ispirò a Paolo un po’ di furbizia». L’apostolo, infatti, sapeva che in realtà essi «non erano “uno”» e «che fra loro c’erano tante lotte interne, e sapeva che i sadducei non credevano nella risurrezione, che i farisei ci credevano…». Perciò egli «disse a gran voce: “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dai morti”». Le sue parole ebbero l’effetto sperato: infatti, «appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea, perché i sadducei non credevano… E questi, che sembravano essere “uno”, si sono divisi, tutti».
A tale riguardo, il Pontefice si è soffermato a riflettere sul fatto che «costoro erano i custodi della legge, i custodi della dottrina del popolo di Dio, i custodi della fede. Ma uno credeva una cosa, uno l’altra…». Di fatto, ha spiegato, «questa gente aveva perso la legge, aveva perso la dottrina, aveva perso la fede, perché l’avevano trasformata in ideologia e quando la legge divenne ideologia, s’indebolì». La stessa cosa, ha aggiunto, accade riguardo alla fede e alla dottrina. Uguale atteggiamento costoro ebbero con i profeti, come conferma il rimprovero di Gesù «Voi, con i profeti avete fatto questo»: cioè «si ideologizzarono».
E Paolo «ha dovuto lottare tanto con questa gente, tanto, tanto». E lo ha fatto anche con i «giudaizzanti». Una fatica dalla quale emerge «la seconda dimensione della vita di Paolo. La prima è l’annuncio, lo zelo apostolico: portare avanti Gesù Cristo. La seconda è: soffrire le persecuzioni, le lotte».
Dalla lettura del brano scritturistico scaturisce, infine, «una terza dimensione dell’apostolato di Paolo». Si legge, infatti, che «la notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio. Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». Incontriamo qui, ha detto il Papa, la dimensione della «preghiera. Paolo aveva questa intimità con il Signore: “il Signore gli venne accanto”. Gli veniva accanto tante volte». Addirittura una volta lo stesso Paolo afferma che era stato «portato quasi al settimo cielo, nella preghiera, e non sapeva come dire le cose belle che aveva sentito lì».
Ecco allora che «questo lottatore, questo annunciatore senza fine di orizzonte» possedeva la «dimensione mistica dell’incontro con Gesù». E la sua «forza» era proprio «questo incontro con il Signore, che faceva nella preghiera, come è stato il primo incontro sul cammino per Damasco, quando andava a perseguitare i cristiani». Paolo, ha spiegato il Pontefice, «è l’uomo che ha incontrato il Signore, e non si dimentica di quello, e si lascia incontrare dal Signore e cerca il Signore per incontrarlo»: un «uomo di preghiera».
I tre atteggiamenti di Paolo che presenta questo passo, ha riassunto il Papa, sono quindi «lo zelo apostolico per annunciare Gesù Cristo, la resistenza — resistere alle persecuzioni — e la preghiera: incontrarsi con il Signore e lasciarsi incontrare dal Signore». E, riprendendo «un’espressione di un padre della Chiesa dei primi secoli», ha aggiunto: «possiamo dire che Paolo andava avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore».
Concludendo la meditazione, il Pontefice ha invitato tutti a chiedere «la grazia di imparare questi tre atteggiamenti nella nostra vita cristiana: annunziare Gesù Cristo, resistere alle seduzioni delle persecuzioni e alle seduzioni che ti portano a staccarti da Gesù Cristo, e la grazia dell’incontro con Gesù Cristo nella preghiera».
 

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