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SAN PAOLO APOSTOLO – TESTIMONE PRIGIONIERO

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SAN PAOLO APOSTOLO – TESTIMONE PRIGIONIERO

Autore: Re, Don Piero Curatore: Riva, Sr. Maria Gloria
Fonte: CulturaCattolica.it

La Parola non si lascia incatenare (cf 2Tim 2,9), neppure quando Paolo è costretto all’inattività del carcere. Parlano per lui le catene portate per la causa di Cristo, come scriverà ai Filippesi: «Voglio farvi conoscere, fratelli, che quanto mi è capitato ha contribuito piuttosto al progresso del Vangelo. È diventato così notorio a quelli del palazzo del governatore e a tutti gli altri che io sono prigioniero per Cristo» (Fil 1, 12s).
Il giorno dopo l’arresto, il tribuno – per saperne di più sul suo conto – porta Paolo in sinedrio. Con un abile intervento, Paolo semina divisione tra i sadducei e farisei a proposito della risurrezione. Ricondotto in fortezza, il nipote lo avvisa che 40 giudei hanno giurato di ucciderlo. Informato anch’egli del complotto, il tribuno Claudio Lisa pensa bene di inviarlo – sotto scorta e di notte – a Felice, governatore in Cesarea (cf At 22, 30-23, 35).
Passano 5 giorni e Felice ritiene di mettere a confronto il prigioniero con il sommo sacerdote Anania, arrivato da Gerusalemme con alcuni anziani e l’avvocato Tertullo. Efficace come sempre l’autodifesa, cui però non segue la scarcerazione. Insieme alla moglie giudea Drusilla, Felice si procura una serie d’incontri privati, ma senza esiti rilevanti. Anzi, per due anni trattiene il prigioniero in una sorta di libertà vigilata: non voleva inimicarsi le autorità religiose di Gerusalemme e sperava di ricevere denaro dagli amici di Paolo (cf At 24, 1-27).
A Felice succede il governatore Festo, che riserva a Paolo analogo trattamento del predecessore. Si reca a Gerusalemme per conoscere le accuse sollevate dal sinedrio, che desidererebbe si riconducesse il prigioniero in città, per poterlo eliminare durante il trasporto. Indice una assemblea a Cesarea, ove Paolo può difendersi e – al fine di non subire processo a Gerusalemme – appellarsi al tribunale di Cesare, in quel tempo Nerone. Convoca una pubblica udienza alla presenza dell’incuriosito re Agrippa, passato a salutarlo,. Paolo coglie l’occasione di narrare ancora tutta la sua vicenda e anche Agrippa ammette di non trovare capi d’accusa che meritino pena di morte o catene (cf At 25-26). Non resta che tradurre il prigioniero a Roma, visto che si è appellato a Cesare.
Il viaggio di trasferimento in Italia – 2500 Km in linea d’aria, avvenuto dal settembre del 59/60 ai primi mesi dell’inverno successivo – fu alquanto avventuroso ed è descritto con tanti particolari marinareschi in Atti 27 e 28. Il drappello di prigionieri di cui Paolo fa parte è comandato dal centurione Giulio della coorte Augusta. I venti contrari e il sopraggiungere dell’inverno rallentano la navigazione. Un terribile uragano scuote per 3 giorni la nave, che va alla deriva: il carico è buttato in acqua, per 14 giorni non c’è tempo neppure per mangiare; la nave si arena sulla riva dell’isola di Malta e tutti i 276 imbarcati – chi a nuoto, chi su tavole – riescono a mettersi in salvo.
Anche in tali tragiche circostanze, Paolo era intervenuto autorevolmente almeno 5 volte, con esortazioni incoraggianti e avvalorate da una visione, con consigli di tecnica marinara, con la preghiera di ”ringraziamento” (l’Eucaristia?) prima di rifocillarsi; sempre guidato dalla preoccupazione di salvare la vita di marinai e prigionieri (cf At 27, 9-44).
Accolti dagli indigeni ”con rara umanità”, Paolo viene morso da una vipera aizzata dal fuoco acceso per asciugarsi dalla pioggia. Non producendosi gonfiore alcuno, gli indigeni lo scambiano per un dio. Publio, il ”primo” dell’isola, ospita tutti per tre giorni; Paolo guarisce suo padre ed altri malati; ne beneficiano tutti i naufraghi, colmati di onori. Dopo tre mesi, ripartono riforniti di tutto il necessario per proseguire il viaggio (cf At 28, 1-11).
Approdano a Siracusa e poi a Reggio, quindi a Pozzuoli, allora città di ben 65.000 abitanti e porto di Roma; alcuni fratelli li trattengono per una settimana. Dopo di che, probabilmente servendosi della via Appia, si avvicinano a Roma, città con abbondanza di dei, tutti i simulacri dei quali Augusto aveva collocato in un solo tempio, il Pantheon, e che allora contava circa 1 milione di abitanti, con circa 50.000 ebrei e 13 sinagoghe. Gli vengono incontro dei fratelli che già lo conoscevano, se non altro per aver loro scritto la più importante delle sue lettere tra il 55 e il 58, stando a Corinto. Si sta realizzando il suo progetto di confrontarsi anche con i cristiani della capitale dell’impero, «perché la fama della vostra fede si espande in tutto il mondo» (Rom 1, 8). Nella lettera aveva promesso: «Per quanto sta in me, sono pronto a predicare il vangelo anche a voi di Roma» (Rom 1, 15). Anche la visione avuta a Gerusalemme l’aveva incoraggiato: «Tu devi rendermi testimonianza anche a Roma» (At 23, 11).
Siamo attorno al marzo del 61 e il prigioniero Paolo è tenuto in ”custodia libera”, una blanda cattività che gli consentiva di abitare in una casa, vigilata da un pretoriano, e di svolgere di fatto l’attività di un uomo libero (cf At 28, 12-16).
Son passati appena 3 giorni dall’arrivo in città e già Paolo convoca alcuni notabili giudei, per raccontare la sua vicenda e precisare loro che «è a causa della speranza d’Israele che io sono legato a questa catena » (At 28, 20). Molti di più convengono dove alloggia, in un altro giorno, interamente occupato da Paolo alla sua difesa e a proporre loro la conversione a Cristo. Alcuni aderiscono, altri dal ”cuore indurito” se ne vanno in discordia tra loro. Perciò Paolo, anche stavolta purtroppo, è quanto mai risoluto a rivolgere la salvezza di Dio ai pagani (cf At 28, 17-29).
Così si conclude la narrazione di Luca: «Paolo trascorre due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunciando il regno di Dio e insegnando loro le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28, 30).

 

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