Archive pour mai, 2013

The Visitation of the Blessed Virgin Mary

The Visitation of the Blessed Virgin Mary dans immagini sacre Visitation

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Publié dans:immagini sacre |on 31 mai, 2013 |Pas de commentaires »

VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (31/05/2013)

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VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (31/05/2013)

VANGELO: LC 1,39-56  

Nell’Antico Testamento, la visita di Dio era di vera salvezza, ma anche di severo giudizio sull’uomo peccatore. Dio visita Abramo e gli porta la lieta notizia del figlio che sarebbe nato a breve. Dio visita la città di Sodoma e annunzia per essa il castigo.

Quegli uomini si alzarono e andarono a contemplare Sòdoma dall’alto, mentre Abramo li accompagnava per congedarli. Il Signore diceva: «Devo io tenere nascosto ad Abramo quello che sto per fare, mentre Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra? Infatti io l’ho scelto, perché egli obblighi i suoi figli e la sua famiglia dopo di lui a osservare la via del Signore e ad agire con giustizia e diritto, perché il Signore compia per Abramo quanto gli ha promesso». Disse allora il Signore: «Il grido di Sòdoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato è molto grave. Voglio scendere a vedere se proprio hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me; lo voglio sapere!». Quegli uomini partirono di là e andarono verso Sòdoma, mentre Abramo stava ancora alla presenza del Signore. Abramo gli si avvicinò e gli disse: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano? Lontano da te il far morire il giusto con l’empio, così che il giusto sia trattato come l’empio; lontano da te! Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?». Rispose il Signore: «Se a Sòdoma troverò cinquanta giusti nell’ambito della città, per riguardo a loro perdonerò a tutto quel luogo». Abramo riprese e disse: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere: forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutta la città?». Rispose: «Non la distruggerò, se ve ne troverò quarantacinque». Abramo riprese ancora a parlargli e disse: «Forse là se ne troveranno quaranta». Rispose: «Non lo farò, per riguardo a quei quaranta». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora: forse là se ne troveranno trenta». Rispose: «Non lo farò, se ve ne troverò trenta». Riprese: «Vedi come ardisco parlare al mio Signore! Forse là se ne troveranno venti». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei venti». Riprese: «Non si adiri il mio Signore, se parlo ancora una volta sola: forse là se ne troveranno dieci». Rispose: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci». Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione (Gen 18,16-33).
Oggi la Beata Trinità, presente tutta in Maria, si reca a visitare la Elisabetta per recarle il conforto della santificazione del suo bambino ancora nel suo grembo. Il saluto di Maria inonda di Spirito Santo quella casa. Il suo canto di lode a Dio è rivelatore del giudizio di Dio sopra ogni uomo. Veramente il Signore è il Giudice Sovrano.
Noi tutti cristiani siamo adoratori di un falso Dio, un falso Cristo, un falso Spirito Santo. Adoriamo uno Spirito Santo fuori di noi e non in noi, come era nella Vergine Maria. Adoriamo un falso Cristo, perché Cristo non è concepito in noi come era concepito nella Vergine Maria. Adoriamo un falso Dio perché Lui non è il nostro Giudice così come viene cantato oggi dalla Vergine Maria. Noi adoriamo un Dio privato della sua eterna e divina verità. Adoriamo un Dio fatto e pensato dalla mente dell’uomo.

Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, fateci adoratori del vero Dio.

OMELIA PER LA SOLENNITÀ DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO

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OMELIA PER LA SOLENNITÀ DEL CORPO E DEL SANGUE DI CRISTO

PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA

CELEBRARE E RIPRESENTARE

« Questo è il mio Corpo » nelle lingue orientali equivale a dire: « Questo sono io » e anche nell’originale greco dei vangeli la copula « è » viene resa con « esti »= è. Insomma con questi termini si intende davvero esprimere che c’è identità reale e sostanziale fra il pane e il Corpo di Cristo. Quello che Gesù invita a mangiare è infatti il suo Corpo reale e non metaforico o simbolico, il suo vero corpo che presenzia nel pane in forma reale e sostanziale. Non è un caso che Gesù decida di rendersi presente nelle sembianze del pane: esso è l’alimento comune di tutti gli uomini, nel quale i popoli e gli individui si ritrovano in unità e per il quale si combattono anche sanguinose guerre e conflitti armati. Se ci trova tutti d’accordo su un qualsiasi argomento, questo è dato dal pane; se si discute sull’importanza di un cibo, ritenuto insosatituibile questo è quello che maggiormente mette tutti d’accordo. Se il pane è l’alimento più accessibile, ebbene Cristo come pane vivo intende farsi mangiare, per essere egi stesso alimento di vita eterna e « farmaco di immortalità. »: « Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue avrà in sè la vita e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. » In effetti, quale altro luogo poteva indicarci Gesù, invitandoci a nutrirci della sua carne, se non il Sacramento dell’Eucarestia, nel quale Egli stesso si rende presente nelle specie di un pezzo di pane?
A partire da quella sera nella stanza al piano superiore di una casa ben ammannita e adornata a Gerusalemme, il pane vivo disceso dal cielo ci si offre costantemente per essere da noi consumato nella comunione, perché viviamo la relazione con Dio attraverso Cristo nello Spirito Santo e perché tale comunione si estenda anche fra di noi. Afferma il teologo De Lubach che l’Eucarestia fa la Chiesa e la Chiesa fa l’Eucarestia, perché nel pane che noi spezziamo ad ogni assemblea liturgica ci si propone Cristo che riunisce tutti in un solo Corpo; allo stesso tempo però non possiamo celebrare il mistero eucaristico se non formiamo prevamente l’unità e la concordia, se cioè la comunione non caratterizza la nostra vita associata di credenti.

Anche in merito al suo Sangue Gesù si esprime negli stessi termini per presentare se stesso: Matteo (26, 27-28) lo descrive come « il mio sangue dell’alleanza »; Marco 14, 24 lo esprime con maggior vigore « Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. »Luca e Paolo invece pongono l’accento piuttosto sull’Alleanza che non sul sangue: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc, 22, 20); « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue » (1 Cor 11, 25). Si tratta infatti del Sangue che Cristo stesso offre in oblazione per l’umanità, quello che effonderà sulla croce per riscattare gli uomini dal peccato per risollevarne le sorti e giustificarli presso il Padre. Quella sera a Gerusalemme infatti Gesù da un saggio di quanto sta per accadergli sul Golgota al luogo detto Cranio: il suo Sangue sarà l’avallo dell’alleanza fra l’uomo Dio, il suggello del nuovo patto che avrà come protagonista lo stesso amore sacrificale di Dio in Cristo: Gesù offrirà se stesso per espiare i nostri peccati e nel suo Sangue si realizzerà la nuova ed eterna Alleanza. Il Sangue di Cristo verrà versato a beneficio di tutta l’umanità perché tutti sono chiamati a salvezza universale. Ma non tutti trarranno beneficio da questo effetto salvifico; i suoi frutti infatti saranno riscontrabili solamente in coloro che accetteranno il mistero dell’amore di Dio in Cristo e che vi aderiranno nella fede. Per questo motivo il testo originale greco, che nella liturgia eucaristica noi erroneamente traducianmo con « per voi e per tutti », in realtà è reso con « per voi e per molti ». Come si sa, anche per esortazione del papa Benedetto XVI e della Pontificia Commissione Liturgica, si intende correggere il testo anche nei nostri messali parrocchiale per la fdeltà alla traduzione letteraria ma anche per esprimere come la portata del sacrificio eucaristico sulla croce debba comportare l’adesione da parte della comunità e del sigolo credente.
In ogni caso Gesù dona se stesso ai suoi discepoli nelle sembianze di quel pane e di quel vino in cui si idetnifica per sottolineare e offrire caparra di quel sacrificio che egli realizzerà per volere del Padre sulla croce, ai fini di instaurare un nuovo patto con l’umanità. Tutte le volte dunque che celebriamo la Messa non solamente Cristo presenzia fra di noi come alimento, ma ripresenta sull’altare il medesimo sacrificio consumato una volta per tutte nella sua immolazione gratuita: nella fede rivediamo lo stesso evento del Golgota.
C’è tuttavia un’ altra espressione che si presenta nel racconto del pasto sarale: « Fate questo in memoria di me ». Come giustamente osserva Mons. Cipriani, secondo la descrizione di Paolo nella 1Lettera ai Corinzi, questi termini vengono ripetuti due volte: 1) subito dopo la consacrazione del pane 2) al termine del pasto, dopo la presentazione del vino divenuto suo Sangue e questo evidenzia con forza come l’Eucarestia non sia soltanto la memoria di un fatto accaduto, ma esprime la necessità che questo fatto si perpetui nella storia.
In altre parole, con quei gesti e con quelle espressioni Gesù dispone che fintanto che Lui non sarà tornato visibilmente alla fine dei tempi il rito eucaristico debba ripetersi perché lui sia presente nelle specie del pane e del vino e perché allo stesso tempo si ripresenti il suo sacrificio sulla croce. E così oggi avviene che tutte le volte che noi assistiamo ad una celebrazione eucaristica oltre che « ricordare » quanto avvenne durante l’Ultima Cena abbiamo davanti lo stesso Cristo Gesù, realmente presente nelle sembianze del pane e del vino e allo stesso tempo ci viene ripresentato il sacrificio cruento che Lo interessò duemila anni fa. Esso certamente avvenne una volta per tutte, ma in forza di un mistero che noi accogliamo solo in quanto credenti (nella fede) esso ci si ripropone.
Celebrare infatti vuol dire riattualizzare, rendere presente, rivivere. Commemorare invece si limita alla sola rievocazione di un fatto passato. Se in tutti gli altri sacramenti Cristo opera e agisce invisibilmente nel Sacramento dell’Eucarestia egli è presente nella sostanza che dalla consacrazione in poi non è più quella del pane (e del vino) ma quella del suo Corpo e del suo Sangue per cui la grazie che in Essa egli esercita è permanente e continua, edifica la vita della Chiesa e santifica il soggetto credente nel suo solo essere esposta sull’altare o nel suo semplice presenziare nel tabernacolo. Egli comunica tutti gli elementi della santificazione e dell’edificazione spirituale che si rendono fruttuosi man mano che il Sacramento lo si assume con fede e tutte le volte che con fare dimesso ci si pone davanti ad Esso in atto di profonda venerazione. Nella misura in cui infatti io mi dispongo a ricevere con vera devozione e senso di partecipazione personale l’Eucarestia non posso che trarne vantaggio poiché a lungo andare riscoprirò come essa trasforma la mia vita in meglio e attribuendomi la pienezza e la consistenza dello spirito…

CORPO E SANGUE DI CRISTO – OMELIA DI APPROFONDIMENTO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/09-Corpus-Domini-2013/09-Corpus-Domini-2013_C-MM.html

2 GIUGNO 2013 | 9A DOM. : CORPUS DOMINI – T. ORDINARIO C  |  OMELIA DI APPROFONDIMENTO

CORPO E SANGUE DI CRISTO

Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la morte del Signore,
finché Egli venga.

I testi della Sacra Scrittura, che la Liturgia oggi offre, ci aiutano a celebrare nel migliore dei modi la solennità del Corpo e del Sangue di nostro Signore Gesù Cristo.
Questa solennità è stata istituita sia per lodare e ringraziare il Signore Gesù del grande dono che ci ha fatto, proprio nell’imminenza della sua passione e morte, lasciandoci la prova del suo amore per noi, sia per riparare le tante offese che vengono recate a questo Sacramento e per compensare le negligenze e le indifferenze con cui è circondato.
Il brano del libro della Genesi (1a lettura) ci presenta la figura ed il sacrificio di Mechisedech, re di giustizia e di pace. Nella figura di questo re e sacerdote, che offre pane e vino al Dio altissimo, che benedice il patriarca Abramo, e al quale lo stesso Abramo rende omaggio, la tradizione cristiana ravvisa una figura profetica di Gesù Sacerdote, ed una prefigurazione del sacrificio eucaristico.
Nel miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, narrato dall’evangelista Luca, troviamo un riferimento ancora più diretto alla Eucaristia; i gesti e le parole con cui Gesù compie il miracolo sono i medesimi gesti con i quali, durante l’ultima Cena, Gesù istituisce l’Eucaristia: prese i pani, alzò gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò, li diede ai discepoli.
Le parole della 1a lettera di S. Paolo ai cristiani di Corinto rappresentano poi il passaggio dalle figure profetiche alla loro realizzazione, e costituiscono il racconto più antico della istituzione dell’Eucaristia; S. Paolo scrive a non più di 20 anni dalla morte di Gesù!
L’occasione della lettera di S. Paolo è data dal modo scandaloso con il quale a Corinto si celebrava l’Eucaristia; egli scrive: quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la Cena del Signore. E questo perché i Corinzi, alla celebrazione vera e propria dell’Eucaristia, facevano precedere un banchetto, una cena che risultava il trionfo dell’egoismo e dell’individualismo: chi aveva possibilità, mangiava e beveva a sazietà, mentre gli indigenti non avevano nulla.
S. Paolo fa capire che il modo di celebrare l’Eucaristia non è lasciato ai capricci o all’arbitrio di ciascuno, ma è fissato da una tradizione che risale a Gesù stesso: Io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso. E ciò che Gesù ha compiuto, ed ha ordinato di ripetere, è il rito della consacrazione del pane e del vino: questo è il mio corpo; questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo in memoria di me.
In questo consiste la comunione o partecipazione al suo corpo e al suo sangue: ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, annunziate la morte del Signore finché Egli venga.
S. Paolo e la Chiesa primitiva, fin dalle origini, hanno avuto piena coscienza della preziosità del dono della Eucaristia, e della sua funzione di cuore e centro della vita liturgica del Popolo di Dio, di nutrimento spirituale e di elemento di unione tra i fratelli e le sorelle.
Negli Atti degli Apostoli troviamo infatti che i primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli Apostoli e nella unione fraterna, nella frazione del pane (Eucaristia) e nelle preghiere; e la comunità della Troade si riuniva con Paolo, il primo giorno della settimana (la domenica) a spezzare il pane.
Sempre nella 1a lettera ai Corinzi S. Paolo continua: parlo come a persone intelligenti; giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
Alla luce di queste esortazioni di S. Paolo, esaminiamoci anche noi: le nostre celebrazioni eucaristiche sono veramente Cena del Signore, segno cioè di amore, di fratellanza, di dono di sé? davvero noi formiamo un solo corpo, noi che ci nutriamo dello stesso Pane?
Se permangono tra noi divisioni, egoismi, freddezze ed indifferenza reciproca, se tolleriamo o, peggio se facciamo delle ingiustizie nei riguardi dei fratelli, questo non è più mangiare la Cena del Signore.
Accostiamoci pertanto alla Mensa Eucaristica con animo retto e con volontà di bene, tenendo sempre presente ancora il monito di S. Paolo: ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna.

La Madonna che ci ha portato Gesù, ci aiuti ad essere sempre degni di riceverlo nel nostro cuore con le dovute disposizioni.

Peter and Paul Monastery

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http://bulstack.com/2009/08/13/peter-and-paul-monastery/

Publié dans:immagini sacre |on 30 mai, 2013 |Pas de commentaires »

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE – BENEDETTO XVI, DISCORSO NELLA VISITA ALL’ABBAZIA DI HEILIGENKREUZ, 9 SETTEMBRE 2007

http://www.vatican.va/news_services/liturgy/insegnamenti/documents/ns_lit_doc_liturgia-cosmica-celeste_bxvi_it.html

UFFICIO DELLE CELEBRAZIONI LITURGICHE
DEL SOMMO PONTEFICE 

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, DISCORSO NELLA VISITA ALL’ABBAZIA DI HEILIGENKREUZ, 9 SETTEMBRE 2007

Il vostro servizio primario per questo mondo deve quindi essere la vostra preghiera e la celebrazione del divino Officio. La disposizione interiore di ogni sacerdote, di ogni persona consacrata deve essere quella di “non anteporre nulla al divino Officio”. La bellezza di una tale disposizione interiore si esprimerà nella bellezza della liturgia al punto che là dove insieme cantiamo, lodiamo, esaltiamo ed adoriamo Dio, si rende presente sulla terra un pezzetto di cielo. Non è davvero temerario se in una liturgia totalmente centrata su Dio, nei riti e nei canti, si vede un’immagine dell’eternità. Altrimenti, come avrebbero potuto i nostri antenati centinaia di anni fa costruire un edificio sacro così solenne come questo? Già la sola architettura qui attrae in alto i nostri sensi verso “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano” (cfr 1 Cor 2, 9).In ogni forma di impegno per la liturgia criterio determinante deve essere sempre lo sguardo verso Dio. Noi stiamo davanti a Dio -Egli ci parla e noi parliamo a Lui. Là dove, nelle riflessioni sulla liturgia, ci si chiede soltanto come renderla attraente, interessante e bella, la partita è già persa. O essa è opus Dei con Dio come specifico soggetto o non è. In questo contesto io vi chiedo: realizzate la sacra liturgia avendo lo sguardo a Dio nella comunione dei santi, della Chiesa vivente di tutti i luoghi e di tutti i tempi, affinché diventi espressione della bellezza e della sublimità del Dio amico degli uomini!

BENEDETTO XVI, OMELIA CELEBRAZIONE VESPRI, CATTEDRALE DI NOTRE-DAMEPARIGI, 12 SETTEMBRE 2008

Sia benedetto Dio che ci permette di ritrovarci in un luogo così caro al cuore dei Parigini, ma anche di tutti i Francesi! Benedetto sia Dio, che ci dà la grazia di offrirGli l’omaggio della nostra preghiera vespertina, per elevarGli la lode che Egli merita con le parole che la liturgia della Chiesa ha ereditato dalla liturgia sinagogale, praticata da Cristo e dai suoi primi discepoli! Sì, sia benedetto Dio che viene in nostro aiuto -in adiutorium nostrum -per aiutarci a far salire verso di Lui l’offerta del sacrificio delle nostre labbra!
Eccoci nella chiesa-madre della diocesi di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, che s’innalza nel cuore della città come segno vivo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Il mio Predecessore Alessandro III ne pose la prima pietra, i Papi Pio VII e Giovanni Paolo II l’onorarono della loro visita, ed io stesso sono lieto di mettermi al loro seguito, dopo esservi venuto un quarto di secolo fa per pronunciarvi una conferenza sulla catechesi. È difficile non rendere grazie a Colui che ha creato la materia come anche lo spirito, per la bellezza dell’edificio che ci riunisce. I cristiani di Lutezia avevano già costruito una cattedrale dedicata a santo Stefano, primo martire, ma essa divenne poi troppo piccola e fu progressivamente sostituita, tra il XII e il XIV secolo, con quella che ammiriamo ai nostri giorni. La fede del Medio Evo ha edificato le cattedrali, e i vostri antenati sono venuti qui per lodare Dio, affidarGli le proprie speranze e dirGli il loro amore. Grandi eventi religiosi e civili si sono svolti in questo santuario, dove gli architetti, i pittori, gli scultori e i musicisti hanno dato il meglio di se stessi. Basti ricordare, fra molti altri, i nomi dell’architetto Jean de Chelles, del pittore Charles Le Brun, dello scultore Nicolas Coustou e degli organisti Louis Vierne e Pierre Cochereau. L’arte, cammino verso Dio, e la preghiera corale, lode della Chiesa al Creatore, hanno aiutato Paul Claudel, qui giunto per assistere ai Vespri del giorno di Natale 1886, a trovare il cammino verso un’esperienza personale di Dio. È significativo che Dio abbia illuminato la sua anima precisamente durante il canto del Magnificat, nel quale la Chiesa ascolta il canto della Vergine Maria, santa Patrona di questi luoghi, che ricorda al mondo che l’Onnipotente ha esaltato gli umili (cfr Lc 1,52). Teatro di conversioni meno conosciute, ma tuttavia non meno reali, pulpito dove predicatori del Vangelo, come i Padri Lacordaire, Monsabré e Samson, hanno saputo trasmettere la fiamma della propria passione alle più svariate assemblee di ascoltatori, la Cattedrale di Notre-Dame resta a giusto titolo uno dei monumenti più celebri del patrimonio del vostro Paese. Le reliquie della Vera Croce e della Corona di spine, che ho appena venerato come è consuetudine da san Luigi in poi, vi hanno oggi trovato un degno scrigno, che costituisce l’offerta dello spirito degli uomini all’Amore creatore.
Sotto le volte di questa storica Cattedrale, testimone dell’incessante scambio che Dio ha voluto stabilire fra gli uomini e se stesso, la Parola è appena risuonata per essere la materia del nostro sacrificio della sera, sottolineato dall’offerta dell’incenso che rende visibile la nostra lode a Dio. Provvidenzialmente, le parole del Salmista descrivono l’emozione della nostra anima con una precisione che non avremmo osato immaginare: “Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!’” (Sal 121, 1). Laetatus sum in his quae  dicta sunt mihi: la gioia del Salmista, racchiusa nelle parole stesse del Salmo, si diffonde nei nostri cuori e vi suscita un’eco profonda. La nostra gioia è di recarci alla casa del Signore perché, come ci hanno insegnato i Padri, questa casa non è altro che il simbolo concreto della Gerusalemme dall’alto, quella che discende verso di noi (cfr Ap 21,2) per offrirci la più bella delle dimore. “Se vi soggiorniamo -scrive sant’Ilario di Poitier -siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, poiché è la casa di Dio” (Tract. in Psal. 121,2). E sant’Agostino rincara: “Questo Salmo aspira alla Gerusalemme celeste…È un cantico dei gradini, che non sono fatti per gente che discende, ma che sale…Nel nostro esilio sospiriamo,nella patria godremo; ma intanto durante l’esilio incontriamo dei compagni che hanno già visto la città santa e ci invitano a correre verso di essa” (Enarr. in Psal. 121, 2). Cari amici, durante questi Vespri noi ci uniamo col pensiero e nella preghiera alle innumerevoli voci di quanti, uomini e donne, hanno cantato questo Salmo proprio qui, prima di noi, nel corso di secoli e secoli. Ci uniamo a questi pellegrini che salivano verso la Gerusalemme e i gradini del suo Tempio, ci uniamo alle migliaia di uomini e donne che hanno capito che il loro pellegrinaggio sulla terra avrebbe trovato il suo traguardo nel cielo, nella Gerusalemme eterna, e che si sono fidati di Cristo per riuscire ad arrivarvi. Quale gioia, in realtà, il saperci attorniati in maniera invisibile da una tale folla di testimoni!
Il nostro cammino verso la Città santa non sarebbe possibile, se non lo si facesse nella Chiesa, germe e prefigurazione della Gerusalemme dall’alto. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1). Chi altri è questo Signore, se non il Signore nostro Gesù Cristo? È Lui che ha fondato la Chiesa, che l’ha costruita sulla roccia, sulla fede dell’apostolo Pietro. Come dice ancora sant’Agostino, “è Gesù Cristo stesso, Signore nostro, ad edificare la sua casa. Molti si affaticano a costruire, ma se non interviene Lui a costruire, invano faticano i costruttori” (Enarr. in Psal. 126,2). Ora, cari amici, Agostino si pone la domanda su quali siano questi lavoratori; e lui stesso si dà la risposta: “Coloro che nella Chiesa predicano la Parola di Dio, tutti i ministri dei divini Sacramenti. Tutti corriamo, tutti lavoriamo, tutti edifichiamo”; ma è Dio soltanto che, in noi, “edifica, che esorta e incute timore, che apre l’intelletto e volge alla fede il vostro sentire”(ibid.). Quale meraviglia riveste la nostra azione al servizio della Parola divina! Siamo gli strumenti dello Spirito; Dio ha l’umiltà di passare attraverso di noi per diffondere la sua Parola. Diveniamo la sua voce, dopo aver teso l’orecchio verso la sua bocca. Poniamo la sua Parola sulle nostre labbra per darla al mondo. L’offerta della nostra preghiera è da Lui gradita e serve a Lui per comunicarsi a quanti incontriamo. In verità, come dice Paolo agli Efesini: “Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (1,3), poiché ci ha scelti per essere suoi testimoni fino all’estremità della terra e ci ha eletti prima ancora del nostro concepimento attraverso un dono misterioso della sua grazia.

BENEDETTO XVI, LUCE DEL MONDO, LIBRERIA EDITRICE VATICANA, CITTÀ DEL VATICANO 2010, P. 153.

“La liturgia non deve essere l’autorappresentazione della comunità –quando si dice che è importante che ognuno vi vetta dentro se stesso- e poi alla fine resta importante solo l’io stesso. Si tratta invece del fatto che noi entriamo in qualcosa di molto più grande; che in un certo qual modo usciamo da noi stessi per prendere il largo. Per questo è tanto importante che la liturgia non sia in qualche modo una nostra creazione.
La liturgia è in verità un processo attraverso il quale ci si lascia guidare nella grande fede e nella grande preghiera della Chiesa. Per questo motivo i primi cristiani pregavano rivolti ad Oriente, verso il sole che sorge come simbolo di Cristo risorto. Mostravano così che tutto il mondo va verso Cristo e che Egli lo abbraccia.
Questo rapporto con il cielo e con la terra è molto importante. Non a caso le prime chiese erano costruite in modo che il sole irradiasse la sua luce nella casa di Dio in un determinato momento. Proprio oggi che riscopriamo il significato degli effetti reciproci tra terra e cosmo, bisognerebbe anche riscoprire il carattere cosmico della liturgia, tanto quanto quello storico. È importante il fatto che questo carattere non sia stato semplicemente inventato da qualcuno e chissà quando, ma si sia invece sviluppato organicamente a partire da Abramo. Elementi del periodo antico sono presente nella liturgia.

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LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, OMELIA CELEBRAZIONE VESPRI, CATTEDRALE DI NOTRE-DAME – PARIGI, 12 SETTEMBRE 2008

Sia benedetto Dio che ci permette di ritrovarci in un luogo così caro al cuore dei Parigini, ma anche di tutti i Francesi! Benedetto sia Dio, che ci dà la grazia di offrirGli l’omaggio della nostra preghiera vespertina, per elevarGli la lode che Egli merita con le parole che la liturgia della Chiesa ha ereditato dalla liturgia sinagogale, praticata da Cristo e dai suoi primi discepoli! Sì, sia benedetto Dio che viene in nostro aiuto -in adiutorium nostrum -per aiutarci a far salire verso di Lui l’offerta del sacrificio delle nostre labbra!
Eccoci nella chiesa-madre della diocesi di Parigi, la cattedrale di Notre-Dame, che s’innalza nel cuore della città come segno vivo della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Il mio Predecessore Alessandro III ne pose la prima pietra, i Papi Pio VII e Giovanni Paolo II l’onorarono della loro visita, ed io stesso sono lieto di mettermi al loro seguito, dopo esservi venuto un quarto di secolo fa per pronunciarvi una conferenza sulla catechesi. È difficile non rendere grazie a Colui che ha creato la materia come anche lo spirito, per la bellezza dell’edificio che ci riunisce. I cristiani di Lutezia avevano già costruito una cattedrale dedicata a santo Stefano, primo martire, ma essa divenne poi troppo piccola e fu progressivamente sostituita, tra il XII e il XIV secolo, con quella che ammiriamo ai nostri giorni. La fede del Medio Evo ha edificato le cattedrali, e i vostri antenati sono venuti qui per lodare Dio, affidarGli le proprie speranze e dirGli il loro amore. Grandi eventi religiosi e civili si sono svolti in questo santuario, dove gli architetti, i pittori, gli scultori e i musicisti hanno dato il meglio di se stessi. Basti ricordare, fra molti altri, i nomi dell’architetto Jean de Chelles, del pittore Charles Le Brun, dello scultore Nicolas Coustou e degli organisti Louis Vierne e Pierre Cochereau. L’arte, cammino verso Dio, e la preghiera corale, lode della Chiesa al Creatore, hanno aiutato Paul Claudel, qui giunto per assistere ai Vespri del giorno di Natale 1886, a trovare il cammino verso un’esperienza personale di Dio. È significativo che Dio abbia illuminato la sua anima precisamente durante il canto del Magnificat, nel quale la Chiesa ascolta il canto della Vergine Maria, santa Patrona di questi luoghi, che ricorda al mondo che l’Onnipotente ha esaltato gli umili (cfr Lc 1,52). Teatro di conversioni meno conosciute, ma tuttavia non meno reali, pulpito dove predicatori del Vangelo, come i Padri Lacordaire, Monsabré e Samson, hanno saputo trasmettere la fiamma della propria passione alle più svariate assemblee di ascoltatori, la Cattedrale di Notre-Dame resta a giusto titolo uno dei monumenti più celebri del patrimonio del vostro Paese. Le reliquie della Vera Croce e della Corona di spine, che ho appena venerato come è consuetudine da san Luigi in poi, vi hanno oggi trovato un degno scrigno, che costituisce l’offerta dello spirito degli uomini all’Amore creatore.
Sotto le volte di questa storica Cattedrale, testimone dell’incessante scambio che Dio ha voluto stabilire fra gli uomini e se stesso, la Parola è appena risuonata per essere la materia del nostro sacrificio della sera, sottolineato dall’offerta dell’incenso che rende visibile la nostra lode a Dio. Provvidenzialmente, le parole del Salmista descrivono l’emozione della nostra anima con una precisione che non avremmo osato immaginare: “Quale gioia, quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore!’” (Sal 121, 1). Laetatus sum in his quae  dicta sunt mihi: la gioia del Salmista, racchiusa nelle parole stesse del Salmo, si diffonde nei nostri cuori e vi suscita un’eco profonda. La nostra gioia è di recarci alla casa del Signore perché, come ci hanno insegnato i Padri, questa casa non è altro che il simbolo concreto della Gerusalemme dall’alto, quella che discende verso di noi (cfr Ap 21,2) per offrirci la più bella delle dimore. “Se vi soggiorniamo -scrive sant’Ilario di Poitier -siamo concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, poiché è la casa di Dio” (Tract. in Psal. 121,2). E sant’Agostino rincara: “Questo Salmo aspira alla Gerusalemme celeste…È un cantico dei gradini, che non sono fatti per gente che discende, ma che sale…Nel nostro esilio sospiriamo,nella patria godremo; ma intanto durante l’esilio incontriamo dei compagni che hanno già visto la città santa e ci invitano a correre verso di essa” (Enarr. in Psal. 121, 2). Cari amici, durante questi Vespri noi ci uniamo col pensiero e nella preghiera alle innumerevoli voci di quanti, uomini e donne, hanno cantato questo Salmo proprio qui, prima di noi, nel corso di secoli e secoli. Ci uniamo a questi pellegrini che salivano verso la Gerusalemme e i gradini del suo Tempio, ci uniamo alle migliaia di uomini e donne che hanno capito che il loro pellegrinaggio sulla terra avrebbe trovato il suo traguardo nel cielo, nella Gerusalemme eterna, e che si sono fidati di Cristo per riuscire ad arrivarvi. Quale gioia, in realtà, il saperci attorniati in maniera invisibile da una tale folla di testimoni!
Il nostro cammino verso la Città santa non sarebbe possibile, se non lo si facesse nella Chiesa, germe e prefigurazione della Gerusalemme dall’alto. “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 126,1). Chi altri è questo Signore, se non il Signore nostro Gesù Cristo? È Lui che ha fondato la Chiesa, che l’ha costruita sulla roccia, sulla fede dell’apostolo Pietro. Come dice ancora sant’Agostino, “è Gesù Cristo stesso, Signore nostro, ad edificare la sua casa. Molti si affaticano a costruire, ma se non interviene Lui a costruire, invano faticano i costruttori” (Enarr. in Psal. 126,2). Ora, cari amici, Agostino si pone la domanda su quali siano questi lavoratori; e lui stesso si dà la risposta: “Coloro che nella Chiesa predicano la Parola di Dio, tutti i ministri dei divini Sacramenti. Tutti corriamo, tutti lavoriamo, tutti edifichiamo”; ma è Dio soltanto che, in noi, “edifica, che esorta e incute timore, che apre l’intelletto e volge alla fede il vostro sentire”(ibid.). Quale meraviglia riveste la nostra azione al servizio della Parola divina! Siamo gli strumenti dello Spirito; Dio ha l’umiltà di passare attraverso di noi per diffondere la sua Parola. Diveniamo la sua voce, dopo aver teso l’orecchio verso la sua bocca. Poniamo la sua Parola sulle nostre labbra per darla al mondo. L’offerta della nostra preghiera è da Lui gradita e serve a Lui per comunicarsi a quanti incontriamo. In verità, come dice Paolo agli Efesini: “Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (1,3), poiché ci ha scelti per essere suoi testimoni fino all’estremità della terra e ci ha eletti prima ancora del nostro concepimento attraverso un dono misterioso della sua grazia.
La sua Parola, il Verbo, che da sempre era presso di Lui (cfr Gv 1,1), è nato da una Donna, è nato sotto alla Legge, -per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli- (Gal 4,4-5). Il Figlio di Dio ha preso carne nel seno di una Donna, di una Vergine. La vostra cattedrale è un inno vivente di pietra e di luce a lode di questo atto unico della storia dell’umanità: la Parola eterna di Dio che entra nella storia degli uomini nella pienezza dei tempi per riscattarli mediante l’offerta di se stesso nel sacrificio della Croce. Le nostre liturgie della terra, interamente volte a celebrare questo atto unico della storia, non giungeranno mai ad esprimerne totalmente l’infinita densità. La bellezza dei riti non sarà certamente mai abbastanza ricercata, abbastanza curata, abbastanza elaborata, poiché nulla è troppo bello per Dio, che è la Bellezza infinita. Le nostre liturgie terrene non potranno essere che un pallido riflesso della liturgia, che si celebra nella Gerusalemme del cielo, punto d’arrivo del nostro pellegrinaggio sulla terra. Possano tuttavia le nostre celebrazioni avvicinarsi ad essa il più possibile e farla pregustare!

LITURGIA COSMICA – LITURGIA CELESTE

BENEDETTO XVI, LUCE DEL MONDO, LIBRERIA EDITRICE VATICANA, CITTÀ DEL VATICANO 2010, P. 153.

“La liturgia non deve essere l’autorappresentazione della comunità –quando si dice che è importante che ognuno si metta dentro se stesso- e poi alla fine resta importante solo l’io stesso. Si tratta invece del fatto che noi entriamo in qualcosa di molto più grande; che in un certo qual modo usciamo da noi stessi per prendere il largo. Per questo è tanto importante che la liturgia non sia in qualche modo una nostra creazione.
La liturgia è in verità un processo attraverso il quale ci si lascia guidare nella grande fede e nella grande preghiera della Chiesa. Per questo motivo i primi cristiani pregavano rivolti ad Oriente, verso il sole che sorge come simbolo di Cristo risorto. Mostravano così che tutto il mondo va verso Cristo e che Egli lo abbraccia.
Questo rapporto con il cielo e con la terra è molto importante. Non a caso le prime chiese erano costruite in modo che il sole irradiasse la sua luce nella casa di Dio in un determinato momento. Proprio oggi che riscopriamo il significato degli effetti reciproci tra terra e cosmo, bisognerebbe anche riscoprire il carattere cosmico della liturgia, tanto quanto quello storico. È importante il fatto che questo carattere non sia stato semplicemente inventato da qualcuno e chissà quando, ma si sia invece sviluppato organicamente a partire da Abramo. Elementi del periodo antico sono presenti nella liturgia.

BENEDETTO XVI- UDIENZA GENERALE 2009 – (OTTAVA DI PASQUA)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2009/documents/hf_ben-xvi_aud_20090415_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 15 aprile 2009

L’ottava di Pasqua

Cari fratelli e sorelle,

la consueta Udienza Generale del mercoledì è oggi pervasa di gaudio spirituale, quel gaudio che nessuna sofferenza e pena possono cancellare, perché è gioia che scaturisce dalla certezza che Cristo, con la sua morte e risurrezione, ha definitivamente trionfato sul male e sulla morte. “Cristo è risorto! Alleluia! ”, canta la Chiesa in festa. E questo clima festoso, questi sentimenti tipici della Pasqua, si prolungano non soltanto durante questa settimana – l’Ottava di Pasqua – ma si estendono nei cinquanta giorni che vanno fino alla Pentecoste. Anzi, possiamo dire: il mistero della Pasqua abbraccia l’intero arco della nostra esistenza.
In questo tempo liturgico sono davvero tanti i riferimenti biblici e gli stimoli alla meditazione che ci vengono offerti per approfondire il significato e il valore della Pasqua. La “via crucis”, che nel Triduo Santo abbiamo ripercorso con Gesù sino al Calvario rivivendone la dolorosa passione, nella solenne Veglia pasquale è diventata la consolante “via lucis”. Visto dalla risurrezione, possiamo dire che tutta questa via della sofferenza è cammino di luce e di rinascita spirituale, di pace interiore e di salda speranza. Dopo il pianto, dopo lo smarrimento del Venerdì Santo, seguito dal silenzio carico di attesa del Sabato Santo, all’alba del “primo giorno dopo il sabato” è risuonato con vigore l’annuncio della Vita che ha sconfitto la morte: “Dux vitae mortuus/regnat vivus – il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa!” La novità sconvolgente della risurrezione è così importante che la Chiesa non cessa di proclamarla, prolungandone il ricordo specialmente ogni domenica: ogni domenica, infatti, è “giorno del Signore” e Pasqua settimanale del popolo di Dio. I nostri fratelli orientali, quasi a evidenziare questo mistero di salvezza che investe la nostra vita quotidiana, chiamano in lingua russa la domenica “giorno della risurrezione” (voskrescénje).
È pertanto fondamentale per la nostra fede e per la nostra testimonianza cristiana proclamare la risurrezione di Gesù di Nazaret come evento reale, storico, attestato da molti e autorevoli testimoni. Lo affermiamo con forza perché, anche in questi nostri tempi, non manca chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una “visione” degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già consumate teorie come nuove e scientifiche. Certamente la risurrezione non è stata per Gesù un semplice ritorno alla vita precedente. In questo caso, infatti, sarebbe stata una cosa del passato: duemila anni fa uno è risorto, è ritornato alla sua vita precedente, come per esempio Lazzaro. La risurrezione si pone in un’altra dimensione: é il passaggio ad una dimensione di vita profondamente nuova, che interessa anche noi, che coinvolge tutta la famiglia umana, la storia e l’universo. Questo evento che ha introdotto una nuova dimensione di vita, un’apertura di questo nostro mondo verso la vita eterna, ha cambiato l’esistenza dei testimoni oculari come dimostrano i racconti evangelici e gli altri scritti neotestamentari; è un annuncio che intere generazioni di uomini e donne lungo i secoli hanno accolto con fede e hanno testimoniato non raramente a prezzo del loro sangue, sapendo che proprio così entravano in questa nuova dimensione della vita. Anche quest’anno, a Pasqua risuona immutata e sempre nuova, in ogni angolo della terra, questa buona notizia: Gesù morto in croce è risuscitato, vive glorioso perché ha sconfitto il potere della morte, ha portato l’essere umano in una nuova comunione di vita con Dio e in Dio. Questa è la vittoria della Pasqua, la nostra salvezza! E quindi possiamo con sant’Agostino cantare: “La risurrezione di Cristo è la nostra speranza”, perché ci introduce in un nuovo futuro.
È vero: la risurrezione di Gesù fonda la nostra salda speranza e illumina l’intero nostro pellegrinaggio terreno, compreso l’enigma umano del dolore e della morte. La fede in Cristo crocifisso e risorto è il cuore dell’intero messaggio evangelico, il nucleo centrale del nostro “Credo”. Di tale “Credo” essenziale possiamo trovare una espressione autorevole in un noto passo paolino, contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi (15,3-8) dove, l’Apostolo, per rispondere ad alcuni della comunità di Corinto che paradossalmente proclamavano la risurrezione di Gesù ma negavano quella dei morti – la nostra speranza –, trasmette fedelmente quello che egli – Paolo – aveva ricevuto dalla prima comunità apostolica circa la morte e risurrezione del Signore.
Egli inizia con una affermazione quasi perentoria: “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano!” (vv. 1-2). Aggiunge subito di aver loro trasmesso quello che lui stesso aveva ricevuto. Segue poi la pericope che abbiamo ascoltato all’inizio di questo nostro incontro. San Paolo presenta innanzitutto la morte di Gesù e pone, in un testo così scarno, due aggiunte alla notizia che «Cristo morì». La prima aggiunta è: morì «per i nostri peccati»; la seconda è: «secondo le Scritture» (v. 3). Questa espressione «secondo le Scritture» pone l’evento della morte del Signore in relazione con la storia dell’alleanza veterotestamentaria di Dio con il suo popolo, e ci fa comprendere che la morte del Figlio di Dio appartiene al tessuto della storia della salvezza, ed anzi ci fa capire che tale storia riceve da essa la sua logica ed il suo vero significato. Fino a quel momento la morte di Cristo era rimasta quasi un enigma, il cui esito era ancora insicuro. Nel mistero pasquale si compiono le parole della Scrittura, cioè, questa morte realizzata “secondo le Scritture” è un avvenimento che porta in sé un logos, una logica: la morte di Cristo testimonia che la Parola di Dio si è fatta sino in fondo “carne”, “storia” umana. Come e perché ciò sia avvenuto lo si comprende dall’altra aggiunta che san Paolo fa: Cristo morì «per i nostri peccati». Con queste parole il testo paolino pare riprendere la profezia di Isaia contenuta nel Quarto Canto del Servo di Dio (cfr Is 53,12). Il Servo di Dio – così dice il Canto – “ha spogliato se stesso fino alla morte”, ha portato “il peccato di molti”, ed intercedendo per i “colpevoli” ha potuto recare il dono della riconciliazione degli uomini tra loro e degli uomini con Dio: la sua è dunque una morte che mette fine alla morte; la via della Croce porta alla Risurrezione.
Nei versetti che seguono, l’Apostolo si sofferma poi sulla risurrezione del Signore. Egli dice che Cristo «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture». Di nuovo: “secondo le Scritture”! Non pochi esegeti intravedono nell’espressione: «è risorto il terzo giorno secondo le Scritture» un significativo richiamo di quanto leggiamo nel Salmo 16, dove il Salmista proclama: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione» (v.10). È questo uno dei testi dell’Antico Testamento, citati spesso nel cristianesimo primitivo, per provare il carattere messianico di Gesù. Poiché secondo l’interpretazione giudaica la corruzione cominciava dopo il terzo giorno, la parola della Scrittura si adempie in Gesù che risorge il terzo giorno, prima cioè che cominci la corruzione. San Paolo, tramandando fedelmente l’insegnamento degli Apostoli, sottolinea che la vittoria di Cristo sulla morte avviene attraverso la potenza creatrice della Parola di Dio. Questa potenza divina reca speranza e gioia: è questo in definitiva il contenuto liberatore della rivelazione pasquale. Nella Pasqua, Dio rivela se stesso e la potenza dell’amore trinitario che annienta le forze distruttrici del male e della morte.
Cari fratelli e sorelle, lasciamoci illuminare dallo splendore del Signore risorto. Accogliamolo con fede e aderiamo generosamente al suo Vangelo, come fecero i testimoni privilegiati della sua risurrezione; come fece, diversi anni dopo, san Paolo che incontrò il divino Maestro in modo straordinario sulla Via di Damasco. Non possiamo tenere solo per noi l’annuncio di questa Verità che cambia la vita di tutti. E con umile fiducia preghiamo: “Gesù, che risorgendo dai morti hai anticipato la nostra risurrezione, noi crediamo in Te!”. Mi piace concludere con una esclamazione che amava ripetere Silvano del Monte Athos: “Gioisci, anima mia. È sempre Pasqua, perché Cristo risorto è la nostra risurrezione!”. Ci aiuti la Vergine Maria a coltivare in noi, e attorno a noi, questo clima di gioia pasquale, per essere testimoni dell’Amore divino in ogni situazione della nostra esistenza. Ancora una volta, Buona Pasqua a voi tutti!

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