Archive pour avril, 2019

San Giuseppe Lavoratore

en e paolo

Publié dans:immagini sacre |on 30 avril, 2019 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO – Giuseppe il sognatore (2017) per il 1 maggio 2019

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PAPA FRANCESCO – Giuseppe il sognatore (2017) per il 1 maggio 2019

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Lunedì, 20 marzo 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.66, 21/03/2017)

Nella solennità liturgica di san Giuseppe — quest’anno posticipata di un giorno per la concomitanza con la terza domenica di Quaresima — Papa Francesco ha celebrato la messa a Santa Marta, lunedì 20 marzo, soffermandosi proprio sulla figura del santo patrono della Chiesa universale. In lui il Pontefice ha indicato il modello di «uomo giusto», di «uomo capace di sognare», di «custodire» e «portare avanti» il «sogno di Dio» sull’uomo. Per questo lo ha proposto come esempio per tutti e in particolar modo per i giovani, ai quali Giuseppe insegna a non perdere mai «la capacità di sognare, di rischiare» e di assumersi «compiti difficili».
E tanti sogni per il loro futuro avevano sicuramente le tredici studentesse che proprio un anno fa morirono in un incidente stradale in Catalogna mentre partecipavano al programma di studi Erasmus. Per loro il Pontefice ha voluto espressamente offrire la celebrazione eucaristica, alla quale hanno partecipato anche i familiari delle sette ragazze italiane morte nello schianto del bus.
La meditazione di Francesco ha preso spunto dalla liturgia della parola che parla di «discendenza, eredità, paternità, filiazione, stabilità»: tutte espressioni, ha fatto notare, «che sono un promessa ma poi si concentrano in un uomo, in un uomo che non parla, non dice una sola parola, un uomo del quale si dice che era giusto, soltanto. E poi un uomo che noi vediamo che agisce come un uomo obbediente». Giuseppe, appunto.
Un uomo, ha proseguito il Papa, «del quale non sappiamo neppure l’età» e che «porta sulle sue spalle tutte queste promesse di discendenza, di eredità, di paternità, di filiazione, di stabilità del popolo». Una grande responsabilità che però, come si legge nel vangelo di Matteo (1, 16.18-21.24), si ritrova tutta concentrata «in un sogno». Apparentemente, ha detto il Pontefice, tutto ciò sembra «troppo sottile», troppo labile. Eppure proprio questo «è lo stile di Dio» nel quale Giuseppe si ritrova appieno: lui, un «sognatore» è capace «di accettare questo compito, questo compito gravoso e che ha tanto da dirci a noi in questo tempo di forte senso di orfanezza». Così egli accoglie «la promessa di Dio e la porta avanti in silenzio con fortezza, la porta avanti perché quello che Dio vuole sia compiuto».
Ecco quindi delineata «la figura di Giuseppe: l’uomo nascosto, l’uomo del silenzio, l’uomo che fa da padre adottivo; l’uomo che ha la più grande autorità in quel momento senza farla vedere». Un uomo, ha aggiunto il Papa, che potrebbe «dirci tante cose», eppure «non parla», che potrebbe «comandare», giacché comanda sul Figlio di Dio, eppure «obbedisce». A lui, al suo cuore, Dio confida «cose deboli»: infatti «una promessa è debole», così come è debole «un bambino», ma anche «una ragazza della quale lui ha avuto un sospetto». Debolezze che poi continuano anche negli eventi successivi: «pensiamo alla nascita del bambino, alla fuga in Egitto…».
«Tutte queste debolezze», ha spiegato il Pontefice, Giuseppe «le prende in mano, le prende nel cuore e le porta avanti come si portano avanti le debolezze, con tenerezza, con tanta tenerezza, con la tenerezza con la quale si prende in braccio un bambino». La liturgia, perciò, offre l’esempio dell’«uomo che non parla ma obbedisce, l’uomo della tenerezza, l’uomo capace di portare avanti le promesse perché divengano salde, sicure; l’uomo che garantisce la stabilità del regno di Dio, la paternità di Dio, la nostra filiazione come figlio di Dio». Ecco perché, ha rivelato il Papa, «Giuseppe mi piace pensarlo come il custode delle debolezze», anche «delle nostre debolezze». Infatti egli «è capace di far nascere tante cose belle dalle nostre debolezze, dai nostri peccati». Egli «è custode delle debolezze perché divengano salde nella fede».
Un compito fondamentale che Giuseppe «ha ricevuto in sogno», perché lui era «un uomo capace di sognare». Quindi egli non solo «è custode delle nostre debolezze, ma anche possiamo dire che è il custode del sogno di Dio: il sogno di nostro Padre, il sogno di Dio, della redenzione, di salvarci tutti, di questa ricreazione, è confidato a lui».
«Grande questo falegname!» ha esclamato il Pontefice, sottolineando ancora una volta come egli, «zitto, lavora, custodisce, porta avanti le debolezze, è capace di sognare». E a lui, ha detto Francesco, «io oggi vorrei chiedere: ci dia a tutti noi la capacità di sognare perché quando sogniamo le cose grandi, le cose belle, ci avviciniamo al sogno di Dio, le cose che Dio sogna su di noi». In conclusione, una particolare intercessione: «Che ai giovani dia — perché lui era giovane — la capacità di sognare, di rischiare e prendere i compiti difficili che hanno visto nei sogni». E a tutti i cristiani, infine, doni «la fedeltà che generalmente cresce in un atteggiamento giusto, cresce nel silenzio e cresce nella tenerezza che è capace di custodire le proprie debolezze e quelle degli altri».

 

Chagall, Crocifissione

paolo chagsll

Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2019 |Pas de commentaires »

LO DICE IL PAPA TEOLOGO: LA PROVA DI DIO È LA BELLEZZA

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LO DICE IL PAPA TEOLOGO: LA PROVA DI DIO È LA BELLEZZA

La bellezza dell’arte e della musica. Le meraviglie della santità. Lo splendore del creato. Così Benedetto XVI difende la verità del cristianesimo, in un botta e risposta con i preti di Bressanone

di Sandro Magister

ROMA, 11 agosto 2008 – Come ogni estate anche quest’anno Benedetto XVI ha incontrato i sacerdoti della regione nella quale si è recato in vacanza. Per un libero colloquio a domanda e risposta.

L’incontro è avvenuto la mattina di mercoledì 6 agosto nella cattedrale di Bressanone, ai piedi delle Alpi, a pochi chilometri dal confine con l’Austria. Il papa ha risposto a sei domande, parlando in parte in tedesco e in parte in italiano, le due lingue ufficiali della regione. L’incontro era a porte chiuse, senza la presenza di giornalisti. La trascrizione integrale del colloquio è stata diffusa due giorni dopo dalla sala stampa vaticana.
I temi proposti al papa sono stati i più vari. Talora anche scottanti. Un sacerdote ha chiesto se è giusto continuare ad amministrare i sacramenti anche a chi si mostra lontano dalla fede. E il papa, nel rispondergli, ha confessato che da giovane era « piuttosto severo », ma poi ha capito che « dobbiamo seguire piuttosto l’esempio del Signore, che era un Signore della misericordia, molto aperto con i peccatori ».
Un altro ha chiesto se la scarsità di preti non impone di affrontare le questioni del celibato, dell’ordinazione di « viri probati », dell’ammissione delle donne ai ministeri. E il papa ha difeso con forza il celibato come segno del « mettersi a disposizione del Signore nella completezza del proprio essere e quindi totalmente a disposizione degli uomini ».
Qui di seguito sono riprodotte due delle sei domande e risposte. La prima sul nesso tra ragione e bellezza, con suggestivi riferimenti all’arte, alla musica, alla liturgia. La seconda sulla tutela del creato.
1. « Tutte le grandi opere d’arte sono una epifania di Dio »
D. – Santo Padre, mi chiamo Willibald Hopfgartner, sono francescano. Nel suo discorso di Ratisbona Lei ha sottolineato il legame sostanziale tra lo Spirito divino e la ragione umana. Dall’altro canto, Lei ha anche sempre sottolineato l’importanza dell’arte e della bellezza. Allora, accanto al dialogo concettuale su Dio, in teologia, non dovrebbe essere sempre di nuovo ribadita l’esperienza estetica della fede nell’ambito della Chiesa, per l’annuncio e la liturgia?
R. – Sì, penso che le due cose vadano insieme: la ragione, la precisione, l’onestà della riflessione sulla verità, e la bellezza. Una ragione che in qualche modo volesse spogliarsi della bellezza, sarebbe dimezzata, sarebbe una ragione accecata. Soltanto le due cose unite formano l’insieme, e proprio per la fede questa unione è importante. La fede deve continuamente affrontare le sfide del pensiero di questa epoca, affinché essa non sembri una sorta di leggenda irrazionale che noi manteniamo in vita, ma sia veramente una risposta alle grandi domande; affinché non sia solo abitudine ma verità, come ebbe a dire una volta Tertulliano.
San Pietro, nella sua prima lettera, aveva scritto quella frase che i teologi del medioevo avevano preso come legittimazione, quasi come incarico per il loro lavoro teologico: « Siate pronti in ogni momento a rendere conto del senso della speranza che è in voi » – apologia del « logos » della speranza, un trasformare cioè il « logos », la ragione della speranza, in apologia, in risposta agli uomini. Evidentemente, egli era convinto del fatto che la fede fosse « logos », che essa fosse una ragione, una luce che proviene dalla Ragione creatrice, e non un bel miscuglio, frutto del nostro pensiero. Ed ecco perché è universale, per questo può essere comunicata a tutti.
Ma proprio questo « Logos » creatore non è soltanto un « logos » tecnico. È più ampio, è un « logos » che è amore e quindi tale da esprimersi nella bellezza e nel bene. E, in realtà, per me l’arte e i santi sono la più grande apologia della nostra fede.
Gli argomenti portati dalla ragione sono assolutamente importanti ed irrinunciabili, ma poi da qualche parte rimane sempre il dissenso. Invece, se guardiamo i santi, questa grande scia luminosa con la quale Iddio ha attraversato la storia, vediamo che lì veramente c’è una forza del bene che resiste ai millenni, lì c’è veramente la luce dalla luce.
E nello stesso modo, se contempliamo le bellezze create dalla fede, ecco, sono semplicemente, direi, la prova vivente della fede. Se guardo questa bella cattedrale: è un annuncio vivente! Essa stessa ci parla, e partendo dalla bellezza della cattedrale riusciamo ad annunciare visivamente Dio, Cristo e tutti i suoi misteri: qui essi hanno preso forma e ci guardano. Tutte le grandi opere d’arte, le cattedrali – le cattedrali gotiche e le splendide chiese barocche – tutte sono un segno luminoso di Dio e quindi veramente una manifestazione, un’epifania di Dio.
Nel cristianesimo si tratta proprio di questa epifania: che Dio è diventato una velata Epifania, appare e risplende. Abbiamo appena ascoltato il suono dell’organo in tutto il suo splendore e io penso che la grande musica nata nella Chiesa sia un rendere udibile e percepibile la verità della nostra fede: dal Gregoriano alla musica delle cattedrali fino a Palestrina e alla sua epoca, fino a Bach e quindi a Mozart e Bruckner e così via… Ascoltando tutte queste opere – le Passioni di Bach, la sua Messa in si minore e le grandi composizioni spirituali della polifonia del XVI secolo, della scuola viennese, di tutta la musica, anche quella di compositori minori – improvvisamente sentiamo: è vero! Dove nascono cose del genere, c’è la Verità.
Senza un’intuizione che scopra il vero centro creativo del mondo, non può nascere tale bellezza. Per questo penso che dovremmo sempre fare in modo che le due cose siano insieme, portarle insieme. Quando, in questa nostra epoca, discutiamo della ragionevolezza della fede, discutiamo proprio del fatto che la ragione non finisce dove finiscono le scoperte sperimentali, essa non finisce nel positivismo; la teoria dell’evoluzione vede la verità, ma ne vede soltanto metà: non vede che dietro c’è lo Spirito della creazione. Noi stiamo lottando per l’allargamento della ragione e quindi per una ragione che, appunto, sia aperta anche al bello e non debba lasciarlo da parte come qualcosa di totalmente diverso e irragionevole.
L’arte cristiana è un’arte razionale – pensiamo all’arte del gotico o alla grande musica o anche, appunto, alla nostra arte barocca – ma è espressione artistica di una ragione molto più ampia, nella quale cuore e ragione si incontrano. Questo è il punto. Questo, penso, è in qualche modo la prova della verità del cristianesimo: cuore e ragione si incontrano, bellezza e verità si toccano. E quanto più noi stessi riusciamo a vivere nella bellezza della verità, tanto più la fede potrà tornare ad essere creativa anche nel nostro tempo e ad esprimersi in una forma artistica convincente.

2. « La terra attende uomini che se ne prendano cura come opera del Creatore »

D. – Santo Padre, mi chiamo Karl Golser, sono professore di teologia morale a Bressanone e anche direttore dell’Istituto per la giustizia, la pace e la tutela della creazione. Mi piace ricordare il periodo in cui ho potuto lavorare con Lei alla congregazione per la dottrina della fede. [...] Cosa possiamo fare per portare maggiormente nella vita delle comunità cristiane il senso di responsabilità nei riguardi del creato? Come possiamo arrivare a vedere sempre più insieme la creazione e la redenzione?
R.– Anch’io penso che il legame inscindibile tra creazione e redenzione debba ricevere nuovo rilievo. Negli ultimi decenni la dottrina della creazione era quasi scomparsa in teologia, era quasi impercettibile. Ora ci accorgiamo dei danni che ne derivano. Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla redenzione. Infatti, se Dio non ha nulla da dire nella creazione, se viene relegato semplicemente in un ambito della storia, come può realmente comprendere tutta la nostra vita? Come potrà portare veramente la salvezza per l’uomo nella sua interezza e per il mondo nella sua totalità?
Ecco perché, per me, il rinnovamento della dottrina della creazione e una nuova comprensione dell’inscindibilità di creazione e redenzione rivestono una grandissima importanza. Dobbiamo riconoscere nuovamente: Lui è il « Creator Spiritus », la Ragione che è in principio e dalla quale tutto nasce e di cui la nostra ragione non è che una scintilla. Ed è Lui, il Creatore stesso, che è pure entrato nella storia e può entrare nella storia ed operare in essa proprio perché Egli è il Dio dell’insieme e non solo di una parte. Se riconosceremo questo, ne conseguirà ovviamente che la redenzione, l’essere cristiani, o semplicemente la fede cristiana significano sempre e comunque anche responsabilità nei riguardi della creazione.
Venti, trenta anni fa si accusavano i cristiani – non so se questa accusa sia ancora sostenuta – di essere i veri responsabili della distruzione della creazione, perché la parola contenuta nella Genesi – « Soggiogate la terra » – avrebbe portato a quella arroganza nei riguardi del creato di cui noi oggi sperimentiamo le conseguenze. Penso che dobbiamo nuovamente imparare a capire questa accusa in tutta la sua falsità: fino a quando la terra è stata considerata creazione di Dio, il compito di « soggiogarla » non è mai stato inteso come un ordine di renderla schiava, ma piuttosto come compito di essere custodi della creazione e di svilupparne i doni; di collaborare noi stessi in modo attivo all’opera di Dio, all’evoluzione che Egli ha posto nel mondo, così che i doni della creazione siano valorizzati e non calpestati e distrutti.
Se osserviamo quello che è nato intorno ai monasteri, come in quei luoghi siano nati e continuino a nascere piccoli paradisi, oasi della creazione, si rende evidente che tutto ciò non sono soltanto parole, ma dove la Parola del Creatore è stata compresa nella maniera corretta, dove c’è stata vita con il Creatore e Redentore, lì ci si è impegnati a salvare la creazione e non a distruggerla.
In questo contesto rientra anche il capitolo 8 della lettera ai Romani, dove si dice che la creazione soffre e geme per la sottomissione in cui si trova e che attende la rivelazione dei figli di Dio: si sentirà liberata quando verranno delle creature, degli uomini che sono figli di Dio e che la tratteranno a partire da Dio.
Io credo che sia proprio questo che noi oggi possiamo constatare come realtà: il creato geme – lo percepiamo, quasi lo sentiamo – e attende persone umane che lo guardino a partire da Dio. Il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra e lo consumiamo solo per noi stessi. E lo spreco della creazione inizia dove non riconosciamo più alcuna istanza sopra di noi, ma vediamo soltanto noi stessi; inizia dove non esiste più alcuna dimensione della vita al di là della morte, dove in questa vita dobbiamo accaparrarci il tutto e possedere la vita nella massima intensità possibile, dove dobbiamo possedere tutto ciò che è possibile possedere.
Io credo, quindi, che istanze vere ed efficienti contro lo spreco e la distruzione del creato possono essere realizzate e sviluppate, comprese e vissute soltanto là, dove la creazione è considerata a partire da Dio; dove la vita è considerata a partire da Dio e ha dimensioni maggiori – nella responsabilità davanti a Dio – e un giorno ci sarà donata da Dio in pienezza e mai tolta: donando la vita, noi la riceviamo.
Così, credo, dobbiamo tentare con tutti i mezzi che abbiamo di presentare la fede in pubblico, specialmente là dove riguardo ad essa c’è già sensibilità. E penso che la sensazione che il mondo forse ci stia scivolando via – perché siamo noi stessi a cacciarlo via – e il sentirci oppressi dai problemi della creazione, proprio questo ci dia l’occasione adatta in cui la nostra fede può parlare pubblicamente e può farsi valere come istanza propositiva.
Infatti, non si tratta soltanto di trovare tecniche che prevengano i danni, anche se è importante trovare energie alternative ed altro. Tutto questo non sarà sufficiente se noi stessi non troveremo un nuovo stile di vita, una disciplina fatta anche di rinunce, una disciplina del riconoscimento degli altri, ai quali il creato appartiene tanto quanto a noi che più facilmente possiamo disporne; una disciplina della responsabilità nei riguardi del futuro degli altri e del nostro stesso futuro, perché è responsabilità davanti a Colui che è nostro Giudice e in quanto Giudice è Redentore ma, appunto è anche veramente nostro Giudice.
Penso quindi che sia necessario mettere in ogni caso insieme le due dimensioni – creazione e redenzione, vita terrena e vita eterna, responsabilità nei riguardi del creato e responsabilità nei riguardi degli altri e del futuro – e che sia nostro compito intervenire così in maniera chiara e decisa nell’opinione pubblica.
Per essere ascoltati dobbiamo contemporaneamente dimostrare con il nostro stesso esempio, con il nostro proprio stile di vita, che stiamo parlando di un messaggio in cui noi stessi crediamo e secondo il quale è possibile vivere. E vogliamo chiedere al Signore che aiuti noi tutti a vivere la fede, la responsabilità della fede in maniera tale che il nostro stile di vita diventi testimonianza e poi a parlare in maniera tale che le nostre parole portino in modo credibile la fede come orientamento in questo nostro tempo.

 

l’incredulità di San Tommaso

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Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »

II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

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II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C) 

Il suo amore è per sempre
don Giacomo Falco Brini

La parte del salmo 117 che la Chiesa prega nella 2a domenica di Pasqua esprime tutto lo stupore credente per le meraviglie che Dio opera. Giustamente lo si applica per l’opera di tutte le opere di Dio, la Resurrezione di Cristo che celebriamo in questo tempo pasquale. Vorrei evidenziare quel versetto che recita: dicano quelli che temono il Signore « il suo amore è per sempre ». E’ interessante notare come il salmista ritenga timorato di Dio l’uomo convinto del suo amore fedele e incondizionato, nonché della eternità e irremovibilità dello stesso. Temere Dio allora non vuol dire che si deve avere paura di Dio: al contrario, questo sarebbe piuttosto come darla vinta a satana che generò questa paura nel peccato di Adamo. Un altro salmo, il 129, gli fa eco dicendo: se consideri le colpe Signore, chi potrà sussistere davanti a te? Ma presso di te è il perdono, perciò avremo il tuo timore (Sal 129,3-4). La misericordia divina è il fondamento del timore che Gli si deve. Il timore di Dio è dunque quel dono dello Spirito che, ricordandoci cosa e quanto siamo costati a Lui, ci aiuta a riconoscere, rispettare e rispondere all’amore che Egli ha dichiarato per sempre a ogni uomo in Cristo: non ti ho amato per scherzo disse il Signore in locuzione interiore a S.Angela da Foligno (Angela da Foligno, Istruzioni, 22,1-11).
Deve essere successo qualcosa del genere a S.Tommaso otto giorni dopo (Gv 20,26) che il Signore era apparso risorto ai suoi amici. Aveva vissuto dolorosamente come gli altri lo scandalo della Croce e l’incomprensione della vicenda del suo Maestro: perché era apparso agli altri e a lui no? Oppure, perché in quella prima apparizione Tommaso non era con gli altri nel Cenacolo? L’incredulo Tommaso formula agli altri senza troppi preamboli le sue richieste (Gv 20,25) per poter credere a quanto da loro raccontato. In fondo, che cosa sto chiedendo? A voi ha mostrato mani e costato, o no? Beh, lo voglio vedere anch’io in carne e ossa, voglio vedere se costui è lo stesso che era appeso sulla croce, anzi, ci voglio pure mettere le mani! Gesù viene incontro alla sua debolezza e Tommaso finalmente si convince non solo che Egli è risorto, ma anche dell’amore misericordioso del Signore per lui (Gv 20,28): ha visto e toccato le sue piaghe su esplicito invito di Gesù. Le brevi parole esprimono la nuova fede, l’adorazione del mistero, il santo timore davanti alla Misericordia di Dio fattasi visibile e tangibile in Gesù. In questo modo Dio ha vinto il nostro male antico: l’aver creduto che Egli fosse il falso personaggio presentato dal serpente maledetto (cfr. Gn 3).
Questa 2a domenica di Pasqua è anche detta della « Divina Misericordia » da quando S.Giovanni Paolo II ha decretato di intitolarla così per rispondere al desiderio che il Signore in persona espresse a S. Faustina Kowalska. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati ad adorare il Signore Gesù perché il suo amore è per sempre. Non c’è un altro modo per onorarLo e ringraziarLo. Alla santa mistica polacca il Signore rivela che alla sua misericordia non si possono mettere limiti e che l’unico modo per onorarLo e ringraziarLo è appunto riconoscerlo e adorarlo nel suo amore misericordioso e incondizionato verso l’uomo. Nei giorni scorsi, molto impegnato ad ascoltare le confessioni nel sacramento della riconciliazione, ho riflettuto a lungo su alcune espressioni dei fedeli. Uno di loro ha espresso il suo disagio perché « recidivo » nel peccato. Ho pensato in quel momento che in realtà tutti lo siamo. Ho detto a quell’uomo che fortunatamente per noi anche Dio è « recidivo », ma nell’amore ostinato verso gli uomini. Quell’uomo è tornato sorridente e visibilmente sollevato dal confessionale ma, quando qualche giorno dopo, durante un incontro, ho raccontato di questo scambio di parole tra confessore e penitente, sono rimasto colpito dalla incredulità espressiva di tanti fratelli: davvero il Signore è così con noi? Davvero mi perdona anche se sono recidivo nel peccato? Possibile che a un certo punto non ne possa più di me? Mi sembra impossibile che non si stanchi di perdonarmi!… A costoro e a tutti quei fratelli che leggendo questo commento si riconoscono in questi ricorrenti dubbiosi pensieri, invito a recarsi nel luogo che più gli aggrada dove ci sia un crocifisso. Anche se non apparisse loro risorto come quel giorno a Tommaso, consideriamo la beatitudine di cui il Signore ci parla (Gv 20,29) e guardiamo lo stesso alle sue piaghe in Lui ancora crocifisso: da lì Gesù non si muove per rassicurarci che il suo amore è per sempre, anche se noi ricadiamo nel peccato. Tocca a noi credergli oppure chiamarlo, come Tommaso, ad aiutarci nella nostra fragile fede affinché crediamo che il suo amore è più grande del mio peccato?

Publié dans:OMELIE, PREDICHE E ☻☻☻ |on 26 avril, 2019 |Pas de commentaires »

il mantello di Gesù

paolo il mantello di dio

Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2019 |Pas de commentaires »
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