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LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

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LECTIO DIVINA – CHIAMATI A LIBERTÀ: (Lc 4,16-39)

IL GIUBILEO TEMPO DI GRAZIA

Stella Morra – 20 dicembre 1999

Monastero Cistercense – Fossano
La libertà in Cristo: la redenzione
Commento a Lc 4,16-39

Proseguiamo il cammino incominciato nei precedenti incontri sul tema del Giubileo, ma soprattutto sui contenuti del Giubileo. Nei primi due incontri ci siamo mossi sui testi del libro del Levitico, sul breve testo di istituzione del Giubileo, sul capitolo 19 del libro del Levitico “Siate santi perché io sono santo”. Questi due brevi percorsi ci consentivano di avere uno sfondo, che è lo sfondo dell’antica Alleanza, del patto con il popolo d’Israele dentro cui si radica l’idea del Giubileo. L’idea della libertà che il Giubileo porta con sé prende una forma concreta e l’esperienza dell’Esodo diventa l’esperienza, del popolo, della liberazione che Dio porta.
Questa sera (e viene bene perché siamo vicino al Natale) vorremmo fare un piccolo passo avanti, perché questo percorso di libertà e di riconoscimento che il tempo e la terra sono di Dio, cioè non appartengono a noi, trova in Cristo una svolta fondamentale.
Da questa sera in poi ci muoveremo su testi del Nuovo Testamento per cercare di raccogliere, da una parte, tutta l’eredità che viene dalla storia antica, ma anche rivisitarla dentro alla novità portata da Cristo.
Esamineremo una parte del cap. 4 del vangelo di Luca che è, in un certo senso, una sorta di manifesto di questa libertà.
Nella liturgia, normalmente, questo testo viene letto diviso: la prima parte, quella di Gesù che si alza nella sinagoga e legge il rotolo del profeta Isaia e dice: “Oggi questa parola si è adempiuta…”. Poi si legge, a volte, il pezzo in cui la folla vuole gettare Gesù dalla rupe, e poi si leggono le guarigioni.
E’ invece molto significativo il fatto che Luca ci presenti tutto questo come un quadro unitario, in qualche modo. Anche solo ad ascoltarlo si sentono le differenze di tono, di genere. Mi pare che in questa struttura noi possiamo vedere la qualificata differenza segnata da Gesù in questo annuncio di liberazione. C’è una prima parte in cui, leggendo Isaia, Lui dice: “Si è adempiuta questa parola” e dice: “Io sono questa buona notizia”. Poi c’è la reazione degli essere umani di fronte a questo; c’è poi l’azione di Gesù che segue la sua parola: le sue guarigioni. Sono guarigioni tipiche, tipologiche, due guarigioni che individuano un male molto preciso, guariscono da “quel” male, non da un male qualsiasi. Mi sembra bello vedere tutto il “movimento” del testo. Troppo spesso infatti leggiamo la prima parte e crediamo che Gesù è la lieta notizia data ai poveri, ma resta forse un’affermazione teorica perché non ci sono gli altri “pezzi”, la reazione: che cosa succede a noi, agli essere umani, a quelli che stavano davanti a Gesù, a noi, ogni volta che Gesù proclama questa libertà sulla nostra esistenza? E quali sono le opere che dobbiamo cercare intorno a noi, le azioni che mostrano la libertà che Gesù annuncia?

Proviamo a seguire il percorso passo a passo.
Innanzi tutto questo testo inizia a Nazareth dove Gesù era stato allevato: “…ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga”. In una riga e mezza fa il riassunto della vita di un buon adulto ebreo normale, nel posto dove era cresciuto, dove era stato bambino. Questo mi ha molto colpito perché riflettevo su come questo testo, tutto centrato sull’annuncio della grande libertà di Cristo, comincia con il racconto di un’abitudine e di legami con la storia del passato; racconta innanzi tutto la continuità di Gesù rispetto al posto dov’era stato allevato, il suo essere lì, ( tornato addirittura lì: era già andato via, ma era anche tornato lì, dove era stato allevato) e il suo agire normale, quindi in modo abitudinario, secondo una consuetudine che non era solo sua, ma era di tutto il popolo ebreo: entrare di sabato nella sinagoga.
Poi gli viene dato il rotolo del profeta e Lui legge, ed è un’altra azione tipica della vita religiosa di un buon ebreo: tutti i maschi adulti possono e devono leggere, a turno, i rotoli della Torah, pubblicamente, nella sinagoga. E’ l’azione tipica del maschio adulto, cioè è ciò che solo il maschio adulto può fare e deve fare, e il cui dover fare è un privilegio. Ovviamente maschio adulto vuol dire la pienezza del soggetto di fronte a Dio, per l’ebraismo. Si può discutere quanto questa cosa culturalmente sia per noi comprensibile, ma comunque quello che si dice è: colui che, a tutti gli effetti è un soggetto adulto, responsabile di fronte a Dio, fa questo.
Mi sembra che questo sia uno scenario tipico per ciascuno di noi, che ci accomuna tanto a questa storia, a questo annuncio di libertà, quanto ci provochi rispetto a noi stessi, perché dice ciò che, ci piaccia o no, siamo: gente che ha delle radici, che ha un passato, una storia (e ognuno sa la sua), una incrostazione di bene o di male, ricevuto o fatto, di cose che altri ci hanno insegnato e di cui siamo grati, di mali che altri ci hanno inflitto e di cui, per sforzandoci di perdonare, ancora portiamo qualche segno, di beni che abbiamo fatto ad altri e di cui conserviamo ancora un piccolo ricordo felice, di mali che abbiamo fatto e che vorremmo aver cancellato, di ferite aperte che non si rimarginano, di ferite rimarginate che fanno ancora un po’ male. Anche noi, in fondo, torniamo sempre lì dove siamo nati, dove siamo stati allevati. In qualche modo, ci piaccia o no, siamo, o siamo chiamati ad essere, dei soggetti adulti di fronte a Dio dentro una tradizione, che comporta delle regole, della abitudini, da: bisogna andare a messa la domenica a… tutto quello che possiamo immaginare.
Raramente noi pensiamo a tutto questo come all’inizio di una storia di libertà. Molto più facilmente, tutto ciò, a volte, ci sembra un carico, un fardello non particolarmente piacevole. Istintivamente, sentimentalmente, se pensiamo a una “botta” di libertà, pensiamo a una “botta” di novità, di qualcosa che interrompa, cambi, che renda discontinuo. Mi colpisce moltissimo che questo testo, questo grande annuncio di libertà che Gesù fa leggendo il profeta Isaia e questa parola che si dimostrerà efficace nelle opere che poi compie,nasca sotto questo segno.
E allora la domanda numero uno, mi pare, è: tutto ciò che fa di noi ciò che siamo è per noi un’esperienza, un annuncio di libertà, o no? E’ semplicemente un dato di fatto nel novanta per cento del tempo e una fatica nel restante dieci per cento del tempo?
Viene dato a Gesù il rotolo del profeta Isaia e Lui vi legge il passo che dice: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a..” e individua una serie di azioni: mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione, ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a predicare un anno di grazia del Signore. E’, in qualche modo, il manifesto del Giubileo. Questo versetto “predicare un anno di grazia del Signore” è citato sempre in tutti i testi che riguardano il Giubileo, perché è la definizione, una delle definizioni più grandi del Giubileo. Questo testo di Isaia individua, disegna il Regno messianico.
La volta scorsa padre Cesare parlava del ritorno alle origini, del Giubileo che fa tornare al disegno di Dio, ma non è un disegno di nostalgia, che sta nel passato, ma un disegno di attesa, che ci sta di fronte. E’ interessante che i cristiani siano sempre costretti a questo meccanismo strano di ritorno al futuro, perché il disegno originario di Dio che ci ha generati nella sua pienezza, nella storia non è mai stato vissuto: lo vivremo nell’ultimo giorno. E allora dovremo sempre fare questo avanti-indietro dal disegno originario per essere attirati da un futuro.
Il Regno messianico disegna questa realtà: è la meta del santo viaggio. Questo era molto chiaro per un ebreo: è la Gerusalemme celeste, quella in cui i poveri sono lieti, i prigionieri sono liberati, i ciechi vedono, gli oppressi sono rimessi in libertà e c’è un anno di grazia del Signore.
Provocata dai primi versetti di cui vi dicevo prima, mi chiedo: qual è la qualità del nostro desiderio? Verso dove stiamo andando? Con quale bagaglio? Qual è il contorno di quello che per noi sarebbe un anno di grazia? Questa è un’altra questione qualificante perché possano agire le opere della libertà.
Si sente molto parlare, in bene ed in male, delle manifestazioni esteriori del Giubileo, ma in fondo che cosa ognuno di noi si aspetta da questo Giubileo? Forse questa è una domanda da farsi. Innanzi tutto per sé e poi per tutti. Altrimenti rischiamo di essere delusi e di pensare che non è servito a niente, perché, in fondo, non desideriamo niente. Qual è l’anno di grazia del Signore che ci attendiamo? Col nostro fardello con cui ci arriviamo: adulti con delle abitudini, con dei doveri, nel luogo dove siamo stati allevati, con ciò che siamo, con la nostra storia. Arrivando con tutto questo, che domanda facciamo all’anno di grazia del Signore?
Gesù arrotola il volume, lo rende all’inserviente e Luca annota: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavani fissi sopra di Lui”.
Nel testo di Isaia l’unica menomazione fisica cui si fa cenno è la cecità. Ci sono altri testi nei quali il Regno messianico viene legato a: i sordi odono, i muti parlano…
In questo testo l’unica cosa che si dice è: “I ciechi riavranno la vista”. E la reazione immediata della prima parte del racconto è: “Gli occhi di tutti stavano fissi su di Lui”. In qualche modo è come se Luca ci dicesse che già la Parola si è adempiuta: quelli che stanno lì, vedono, vedono Gesù. Ci sarà forse un problema dopo, in quanto forse non è quello che desideravano vedere, o forse non sapevano della loro cecità e quindi non hanno potuto rallegrarsi di “tenere gli occhi fissi su di Lui”.
Gesù dice: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Mi pare che anche qui Luca “gioca” abbastanza: gli altri lo guardano e Lui parla delle orecchie; mostra come, in fondo, c’è uno spostamento. La Scrittura è la risposta a questi che lo guardano. Sto spiegando in modo letterario per dire una cosa che a me sembra importante: mi sembra che uno dei problemi più grandi che abbiamo nello sperimentare, nel ricevere, la libertà che il Signore ci dà, è l’essere sempre un po’ sfasati nel tempo, avere una grande difficoltà a metterci sul ritmo del Signore, sul fatto che regolarmente, quando Lui ci propone una cosa, noi ne stiamo cercando un’altra, che quando guardiamo ci sarebbe da sentire e quando sentiamo ci sarebbe da guardare; quando uno è sempre un po’ sfasato, alla fine si confonde.
Questo è molto comune, accade spesso nelle relazioni umane, negli affetti, negli amori: si sbaglia ritmo, si ha voglia di parlare quando l’altro non ha parole; ci vuole una grande intimità, una grande consuetudine per riuscire a trovare dei ritmi che non siano fatti di regole stabilite dall’esterno, ma di un respiro comune, per cui ci si conosce così tanto e si sa così tanto star vicino.
Nasce la terza questione per noi: con quello che siamo, e soprattutto aspettandoci qualcosa, desiderando qualche tipo di libertà, forse la nostra questione è trovare una familiarità tale con il Signore, per cui troviamo il Suo ritmo e riusciamo a sentire quando c’è da sentire e a guardare quando c’è da guardare, a riconoscere il gesto e la misura di Dio nei nostri confronti. La Sua misura è immensa, la libertà che ci offre costante, ma molto spesso noi siamo così concentrati su dei pezzi della nostra vita che ci perdiamo tutto ciò che succede intorno. E allora la condizione di tutto questo è la familiarità.
Mi pare che sia una buona domanda: come si trova la familiarità con il Signore? Una consuetudine con Lui?
C’è poi un versetto strano che dice: “Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”.Il versetto è strano perché non si capisce a che cosa rendono testimonianza. Che cosa significa? Si capisce quando nei Vangeli si dice che qualcuno rende testimonianza dopo aver visto un miracolo, si capisce quando Gesù richiede la testimonianza e dice: “Tu credi?”.
Ma qui, che cosa vuol dire: “Tutti gli rendevano testimonianza”?
La questione è seria. Gesù dice: “Ora si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito”. E tutti gli rendono testimonianza: che ha ragione, che davvero si è adempiuta questa Scrittura; eppure non hanno visto niente, Lui ha solo parlato, Lui ha solo detto.
La familiarità con Gesù fa rendere testimonianza che la Sua Parola è vera, e non c’è bisogno di provarla: è la storia di un rapporto, di un incontro serio. Nel nostro linguaggio comune noi diremmo: “Io mi fido di lui”.
Tutti gli rendono testimonianza e tutti sono meravigliati: è il segnale che Luca mette dopo la sfasatura dei tempi per dire che c’è un modo: è stare vicini; la Parola è compiuta quando si sta vicini al Signore, quando si ha questa familiarità con Lui che consente di trovare il Suo ritmo. Paolo dice: “Tutto coopera al bene di coloro che credono”. Tutto diventa una prova, una testimonianza.
Poi c’è un improvviso cambio di tono, una frattura. Letterariamente qui si tratta di due brani attaccati insieme, ma nella lettura che noi abbiamo, nel testo, così come è, non è senza logica. C’è la storia di adulti, c’è questo annuncio di libertà la cui condizione è la familiarità e poi c’è una frattura durissima: dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Anche Gesù assume un tono polemico e dice: “Forse mi direte: medico cura te stesso…”. Si passa dal tono della familiarità all’altra possibile reazione: dentro un rapporto questa parola è compiuta, fuori da un rapporto, questa parola non si capisce, non c’è una logica.
Lontani da Gesù, si dice di Lui: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, non c’è via d’uscita.
Gesù è molto duro, dice: “C’erano molte vedove al tempo di Elia, eppure fu scelta una vedova di Sarepta in Sidone; c’erano molti lebbrosi al tempo di Eliseo, eppure fu scelto per essere guarito Naaman il siro”.
Gesù dice ai suoi che dentro la storia c’è questa ambiguità. In fondo qui per gli ebrei il tema era: chi appartiene al popolo ebraico e chi no, chi è il bravo maschio adulto che può leggere la Torah e invece… la vedova di Sidone, Naaman il siro, i pagani, che non potevano nemmeno entrare nella sinagoga.
E’ come se Gesù dicesse: la familiarità non è data da un’appartenenza; non basta “stare lì”, non basta dirsi bravi cattolici, non basta stare semplicemente dentro questa storia; la familiarità è data dallo spazio possibile per le opere che liberano, che salvano, e da questo incontro con Lui. Dunque, attenzione alle ambiguità: non scegliete troppo in fretta chi è vicino e chi no, chi ha ragione e chi ha torto, chi è buono e chi è cattivo.
Ma anche, e ancora di più c’è un tema molto forte di ambiguità dei segni. Una domanda per noi: dentro la storia quali segni cerchiamo? Quali sono le cose che ci confermano o che ci mettono dubbi sulla libertà che Dio ha portato?
I segni sono ambigui, perché possono riguardare i pagani, perché possono non essere dati in un posto come questo, la città della sua nascita, la sinagoga, il sabato: il massimo del “giusto” del “tutto ben sistemato”.
Il tema è grande: la nostra storia di adulti, con tutto quello che ci portiamo dietro, la domanda su qual è l’anno di grazia che ci aspettiamo, la questione della familiarità con Dio, tutto ciò sta sotto il segno di un’ambiguità, dell’impossibilità di tracciare confini precisi, di decidere una volta per tutte, di sapere esattamente come vanno le cose, chi ha ragione e chi ha torto, dove stanno le cose giuste e quelle sbagliate, della necessità di interrogare i segni. Mi pare che anche qui l’esperienza del Giubileo è un’esperienza piena di segni: il pellegrinaggio, la porta santa, la visita alle basiliche; è una storia di segni e c’è una grande sapienza nel farci periodicamente rifare l’esperienza che ci sono dei segni e che i segni vanno letti, guardati, pensati. Ma c’è anche l’ambiguità dei segni quotidiani che sono segni dati per spiegare, dunque sono segni “chiari”. Nella nostra vita quotidiana non sappiamo mai se la soglia che stiamo per attraversare è una porta santa o una porta di perdizione, non sappiamo mai bene se il luogo verso cui stiamo pellegrinando è un luogo “segno” della presenza del Signore o no, se la persona che incontriamo ci sta mostrando la povertà di Cristo o che cosa.
Questo tema dell’ambiguità della storia è un tema tipico dell’adultità credente. Usciamo dall’entusiasmo giovanile che sa sempre chi ha ragione e chi ha torto e cominciamo ad essere un po’ più pensosi, a sapere qualcosa di più di noi stessi, della nostra vita, ad essere un po’ più cauti nel decidere chi ha ragione e chi ha torto.
Questa ambiguità è qualcosa che Gesù ripropone: l’anno di grazia è proclamato, ma nella storia sta sotto spoglie ambiguamente interpretabili; come Lui, che è il Figlio di Dio incarnato e di cui si può dire: “Non è forse costui il figlio di Giuseppe?”. La frase non è casuale, non è un insulto qualsiasi, la frase è: è Lui stesso un segno ambiguo, è qualcuno che può essere chiamato con il nome del suo padre in terra che è Giuseppe, e Lui invece è il Figlio del Padre.
“All’udire queste cose tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno. Si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero sulla cima del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Anche qui Luca si dimostra buon conoscitore degli esseri umani. Possiamo essere meravigliati di un annuncio di libertà e anche ammirarlo, ma l’annuncio dell’ambiguità ci angoscia. Quindi si arrabbiano molto e vogliono buttarlo giù da un monte. Cioè vogliono negare il dovere di discernere nei segni che invece viene messo nelle loro mani. Credo che capiti anche a noi così: molto spesso preferiremmo che gli annunci di libertà ci fossero dati preconfezionati; se qualcuno mi dice che cosa devo fare, posso poi decidere se farlo o no, il fatto è che viene rimessa in mano a ciascuno di noi la nostra esistenza, che sarà ancora la stessa cosa che il Risorto farà (pensiamo all’incontro tra il Risorto e Maria di Magdala, nel quale lei, quando lo riconosce, lo chiama maestro e Lui la chiama Maria, cioè le restituisce il suo nome, le ridà la sua vita). L’incontro con Gesù nei Vangeli è sempre raccontato sotto questo segno: chi ha fede in Lui, chi lo incontra gli domanda qualcosa e Lui rende sempre a se stessi, ti rimette in mano tutta la tua vita.
C’è chi, come i vari pubblicani, dice: “ho sbagliato”, c’è chi, come il giovane ricco se ne va triste. Le reazioni sono molto diverse: c’è chi, come Pietro si agita moltissimo, ma l’operazione di grande libertà, la parola adempiuta della grande libertà, è che ognuno è reso a se stesso, che significa anche reso alla propria ambiguità, alla fatica che noi facciamo a sapere di noi, dei nostri desideri, di quello che ci accade, di quello che vogliamo.Ma questa è la parola compiuta della libertà: essere resi a noi stessi.
Gli uditori di Gesù, secondo Luca, si arrabbiano molto: vogliono buttarlo giù dal monte. “… ma Egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.” Moltissime volte, nel Vangelo, c’è questa espressione. Gesù scatena la discussione, ma poi non vi partecipa. Tutte le volte che c’è una reazione è come se desse questo segnale: da quel punto in poi il problema è loro, non è più suo. Dunque Lui passa in mezzo e se ne va. E’ qualcosa che, in qualche modo, non lo riguarda più, non è più un dato suo, ha fatto ciò che doveva fare, Lui l’ha fatto. Questa dunque è la prima parte: l’annuncio della libertà e la reazione.

Poi ci sono i due racconti di guarigione.
“Discese a Cafarnao…”: va in un’altra città e comincia a compiere le opere delle quali ha annunciato nella lettura del testo di Isaia.
A Cafarnao “insegna”, ammaestra la gente, che rimane colpita dal suo insegnamento, e c’è lo scontro con il demonio, lo spirito immondo che gli dice: “so chi sei, il Santo di Dio”. Gesù gli dice: “Taci, vattene”. E tutti sono presi da paura e dicono: “Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti immondi ed essi se ne vanno?”.
E’ chiaro che Luca sta dicendo che la parola che Gesù ha detto nella prima parte “ora si è compiuta..”, che è una parola efficace, una parola che opera, e opera su due cose: sullo spirito immondo e sulla febbre della suocera di Simone.
Il grande annuncio è che la prima libertà che ci viene data è la libertà dalle invisibili forze che ci abitano, la libertà da tutte quelle parti di noi o da quella esperienza di noi che facciamo e che è così difficilmente governabile e che in realtà è la più grande schiavitù che abbiamo: quasi mai sono le cose esterne, o comunque solo in situazioni limite, che ci rendono schiavi; la nostra esperienza quotidiana è che, in fondo, abbiamo un margine di manovra piuttosto ampio, ma è la nostra esperienza interiore che fa di noi, in qualche modo, degli schiavi.
La seconda guarigione, la guarigione della suocera di Simone ci racconta la guarigione da qualcosa che ci viene dall’esterno, che nella vita può accadere. Questa è molto più semplice, non è scenografica come la prima, è banale: qualcun altro chiede per lei la guarigione e Gesù guarisce. La cosa svanisce, ma il risultato è che “lei cominciò a servirli”. Come se ciò che ci libera dal di dentro ci rendesse capaci di “stare”, di “essere”, ciò che ci libera dal di fuori provoca gratitudine e capacità di servizio.
Riflettiamo su queste due dimensioni di libertà: se non siamo liberi dentro, liberi da noi stessi, dalle prigioni che ci costruiamo, non siamo nemmeno persone, ma è vero che poi le mille cose dell’esterno fanno spazio e allora possiamo servire il Signore, cioè possiamo avere lo spazio di cuore, di anima, di energia, di desiderio per fare ciò che serve al Suo Regno.
Questo testo disegna bene questa novità portata da Gesù: è la novità di una parola di libertà incarnata, che non dice solo più i valori, ma libertà incarnata nella storia di Gesù e, dunque, nella nostra storia; l’annuncio di libertà ha i colori e i sapori dei nostri percorsi di vita, di quello che siamo, si fa carico dell’ambiguità e della fatica, ma anche della potenza di risposta della nostra vita quotidiana.

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100502_torino.html

VISITA PASTORALE A TORINO

CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (Vi do un comandamento nuovo)

Piazza San Carlo

Domenica, 2 maggio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Sono lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti, i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino, grato per il cortese indirizzo di saluto, al rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la realizzazione di questa mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che, come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e del Pane di vita eterna. Siamo nel tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci ricorda che questa glorificazione si è realizzata mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio in quel momento inizia la glorificazione di Gesù. L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente: non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo, con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la sua vita per noi. Così già nella sua passione viene glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la passione – come espressione realissima e profonda del suo amore – è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32). Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri, Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi, ad essere glorificato nel mondo. Gesù parla di un “comandamento nuovo”. Ma qual è la sua novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è diventato nuovo in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta molto importante: «Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio questo “amare come Gesù ha amato”. Tutto il nostro amare è preceduto dal suo amore e si riferisce a questo amore, si inserisce in questo amore, si realizza proprio per questo amore. L’Antico Testamento non presentava alcun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e come fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti, universale, in grado di trasformare anche tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per progredire nell’amore. E vediamo nei santi di questa Città la realizzazione di questo amore, sempre dalla fonte dell’amore di Gesù. Nei secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo e il Signor Sindaco – grazie all’opera di zelanti sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù acquistano, allora, una risonanza particolare per questa Chiesa di Torino, una Chiesa generosa e attiva, a cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo, Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, dal suo stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore ci ha promesso di essere presente nella nostra vita, rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che sa vincere tutti gli ostacoli, anche quelli che sono nei nostri stessi cuori. Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale il suo Sacrificio di amore che genera amore: è la vera novità nel mondo e la forza di una permanente glorificazione di Dio, che si glorifica nella continuità dell’amore di Gesù nel nostro amore. Vorrei dire, allora, una parola d’incoraggiamento in particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa, che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto di amore con Dio nella preghiera la forza per portare l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una reale dimensione di comunione e di fraternità all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero la potenza dell’amore che viene dall’Alto, viene dal Signore presente in mezzo a noi. La prima lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At 14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà, problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso vivono in solitudine, agli emarginati, agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere strumento concreto di questo amore di Dio. Esorto le famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra. Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile, di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la Città sempre più umana e vivibile è un segno che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo in una “civiltà dell’amore” trova la sua realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato, sull’odio e sulla morte. La seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2). Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente, la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza stupenda, “forte”, solida, perché, come dice l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4). La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio? In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio hominis”. Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha affrontato la croce per mettere un argine al male; per farci intravedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né affanno. Il brano dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta una serie di “cose nuove”, a cui partecipiamo anche noi. “Cose nuove” sono un mondo pieno di gioia, in cui non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e che trasforma tutto. Cara Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e con affetto, a restare saldi in quella fede che avete ricevuto, che dà senso alla vita, che dà forza di amare; a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri, nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e concreto l’amore di Dio: “Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri”. Amen.    

DALLE «OMELIE SUI VANGELI» DI SAN GREGORIO MAGNO, PAPA – GIOVANNI 20, 24

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DALLE «OMELIE SUI VANGELI» DI SAN GREGORIO MAGNO, PAPA – GIOVANNI 20, 24

(Om. 26, 7-9; PL 76, 1201-1202)

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20, 24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità. Che cosa, fratelli, intravedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto? No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il superamento di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione. Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20, 28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, ha creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere. Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20, 28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1, 16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26).

BRANO BIBLICO SCELTO – LUCA 19,28-40

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BRANO BIBLICO SCELTO – LUCA 19,28-40

28Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. 29Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli 30dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. 31E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha bisogno”». 32Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. 33Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». 34Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno». 35Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. 36Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. 37Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, 38dicendo:

«Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore.Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».

39Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». 40Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».  

COMMENTO Luca 19,28-40 L’ingresso di Gesù in Gerusalemme // Mt 21,1-11 //Mc 1,1-11 // Gv 12,12-19

L’ingresso di Gesù nella città santa segna in Luca, come negli altri sinottici, l’inizio della sezione dedicata al ministero di Gesù a Gerusalemme (Lc 19,28–21,38). Ma per il terzo evangelista questo episodio riveste un’importanza particolare in quanto rappresenta anche la conclusione della lunga sezione in cui, sullo sfondo del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, ha riportato una quantità di materiale narrativo inedito riguardante la predicazione di Gesù (cfr. 9,51–19,27). L’evangelista introduce il racconto con questa frase: «Dette queste cose, Gesù proseguì (eporeueto, camminò) avanti (a loro) salendo verso Gerusalemme» (v. 28). Con questo versetto, che si ricollega chiaramente con l’inizio del racconto del viaggio (9,51: «… decise di [rese duro il suo volto per] andare (poreuesthai) verso Gerusalemme») egli vuol sottolineare che, entrando a Gerusalemme, Gesù porta a compimento l’insegnamento impartito precedentemente; al tempo stesso mette in luce il carattere estremamente determinato della scelta di Gesù che, proprio come aveva iniziato il suo viaggio, così ora avanza sicuro, precedendo tutti gli altri, verso la città santa. Il racconto che segue si articola, parallelamente a quello di Marco, in due scene: invio dei due discepoli per prelevare il puledro (vv. 29-34); ingresso messianico (vv. 35-40).

Invio dei discepoli (vv. 29-34) La prima scena del racconto ha come protagonisti i discepoli: «Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale nessuno è mai salito; scioglietelo e portatelo qui. E se qualcuno vi chiederà: Perché lo sciogliete?, direte così: Il Signore ne ha bisogno» (vv. 29-31). Seguendo Marco, Luca racconta che Gesù raggiunge due località ormai vicine a Gerusalemme, chiamate Bètfage e Betania, presso il monte chiamato degli Ulivi. In realtà, venendo da Gerico, giunge prima a Betania e poi a Betfage. Anche Luca osserva che esse si trovano presso il monte degli Ulivi, che aveva una chiara connotazione escatologica (cfr. Zc 14,4). Manca qualsiasi indicazione di tempo. Solo dal confronto con gli altri sinottici appare che il fatto è avvenuto nel primo giorno della settimana (domenica). L’evangelista non dice il nome dei due discepoli inviati da Gesù. Seguendo Marco, riporta le istruzioni date loro da Gesù, ma rende più perentoria la sua richiesta tralasciando l’assicurazione che egli rimanderà subito il puledro. In sintonia con Marco, l’evangelista descrive poi come sono andate le cose: «Gli inviati andarono e trovarono tutto come aveva detto. Mentre scioglievano il puledro, i proprietari dissero loro: Perché sciogliete il puledro? Essi risposero: Il Signore ne ha bisogno» (vv. 32-34). Sono i «proprietari» (e non i presenti, come in Marco) che chiedono ai discepoli perché fanno ciò; al che essi rispondono che il Signore ne ha bisogno. La realizzazione puntuale di quanto aveva previsto mette in luce la conoscenza soprannaturale di Gesù, che non subisce passivamente gli eventi ma li affronta e li dirige secondo un piano prestabilito. L’attribuzione a Gesù dell’appellativo «Signore» non è così insolito in Luca come lo è invece in Marco. Il fatto che Gesù scelga intenzionalmente di entrare in Gerusalemme cavalcando un puledro costituisce un riferimento, anche se implicito, alla profezia che annunzia l’ingresso del Messia nella città santa (Zc 9,9; cfr. 14,3-4).

Ingresso messianico (vv. 35-40) Il racconto prosegue con la descrizione di quanto i discepoli hanno fatto con il puledro: «Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Via via che egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada» (vv. 35-36). Il soggetto delle azioni qui descritte sono sempre i discepoli. Il fatto che, diversamente da quanto riferisce Marco, siano essi a «far salire» Gesù sul puledro potrebbe essere un’allusione alla consacrazione regale di Salomone (cfr. 1Re 1,33). Il particolare dei mantelli ricorda la proclamazione di Ieu come re di Israele (2Re 9,13); Luca non menziona, come Marco, l’uso delle fronde che richiamavano invece la festa delle capanne (Lv 23,40) e la dedicazione del tempio (2Mac 10,7). Nel seguito del racconto Luca si distacca notevolmente da Marco. Egli osserva: «Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, esultando, cominciò a lodare Dio a gran voce, per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:  Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!» (vv. 37-38). Nell’accenno esplicito alla discesa di Gesù dal monte degli Ulivi si può intuire un’allusione a Zc 14,14 («In quel giorno i suoi piedi si poseranno sul monte degli Ulivi…»). I temi della gioia e della lode a Dio per i suoi prodigi, che nel terzo vangelo accompagnano la manifestazione del Messia, servono qui ad accentuare il tono messianico del racconto. Luca riferisce le parole non dei presenti in genere (come fa Marco), ma quelle dei discepoli. Tralasciando la parole «Osanna», riporta anch’egli la frase: «Benedetto colui che viene, il re, nel nome del Signore». È questa una citazione del Sal 118,26, nella quale però egli ha aggiunto il termine «re», rendendo così esplicito il carattere messianico dell’ingresso in Gerusalemme. Omette poi la frase successiva di Marco («Benedetto il regno che viene del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli») e ad essa sostituisce l’acclamazione: «Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli». Queste parole riecheggiano l’inno pronunziato dagli angeli sulla grotta di Betlemme (Lc 2,14: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama»), con la differenza però che sia la gloria che la pace si situano in cielo: le promesse messianiche si stanno realizzando mediante la comunicazione della gloria e della pace, le quali però si trovano per il momento ancora in cielo. Luca conclude il racconto distaccandosi ancora una volta da Marco. Questi annota che l’entrata di Gesù a Gerusalemme e nel tempio è seguita dal suo immediato ritorno a Betania. Luca invece prosegue: «Alcuni farisei tra la folla gli dissero: Maestro, rimprovera i tuoi discepoli. Ma egli rispose: Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (vv. 39-40). Con questa aggiunta l’evangelista mette in risalto il rifiuto della regalità di Gesù da parte degli esponenti ufficiali del giudaismo; la risposta di Gesù si richiama a una frase di Abacuc, secondo il quale sono le pietre stesse della casa a pronunziare la condanna di coloro che l’hanno costruita con guadagni illeciti (2,11: «La pietra griderà dalla parete»). In realtà i discepoli saranno messi a tacere, ma le pietre della città di Gerusalemme, ormai distrutta, pronunceranno la condanna di coloro che hanno rifiutato il loro messia. E di fatto l’evangelista riporterà subito dopo un brano in cui Gesù annuncia la distruzione di Gerusalemme (19,41-44).

Linee interpretative Le differenze del racconto di Luca da quello di Marco fanno pensare non tanto che egli conoscesse un testo in parte diverso dal suo, quanto piuttosto che abbia rimaneggiato intenzionalmente la sua fonte. Anche per Luca l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, pochi giorni prima della Pasqua, assume un carattere drammatico e provocatorio. Gesù sta per confrontarsi in modo cruciale con i supremi rappresentati della religione giudaica, che egli stesso aveva più volte sottoposto a dura critica. Egli sa che è giunto il momento di dare ai suoi discepoli un segno inequivocabile delle sue scelte, accettandone fino in fondo le conseguenze. Non è come un fuscello in balia di un mare tempestoso, ma come un regista che mette in atto una scena lungamente meditata, dimostrando così un coraggio e una determinazione senza confronto. Con i cambiamenti che ha apportato alla sua fonte Luca vuole però sottolineare maggiormente il carattere messianico dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme. A prescindere dalla profezia di Zc 9,9 il semplice entrare cavalcando un asinello, accolto con manifestazioni di stima e di affetto, poteva corrispondere all’immagine di uno stimato maestro che si reca alle feste pasquali accompagnato da una piccola folla di seguaci. Ma Luca offre numerosi indizi che dovrebbero dare pieno valore a quella profezia, quali il fatto che siano i discepoli a far salire Gesù sul puledro, l’esplosione della gioia e della lode di Dio, l’accenno ai suoi prodigi, l’appellativo di re attribuito a Gesù, l’accenno alla pace e alla gloria. In tal modo l’evangelista aiuta i lettori a identificare in Gesù il Messia che prende possesso della sua città. Nel terzo vangelo Gesù inizia dunque la settimana della sua passione come il re messianico, portatore di pace, che entra nella sua città acclamato dai suoi discepoli, circondato da un alone di gioia messianica che esplode nella lode a Dio per quanto ha fatto e sta per compiere in favore del suo popolo. I rappresentanti ufficiali del giudaismo esprimono fin d’ora il loro rifiuto e pertanto si attirano un terribile giudizio. I discepoli invece lo accompagnano con fede e con gioia. Ciò rappresenta un invito alla comunità per la quale Luca scrive il suo vangelo e a tutti i lettori perché non si lascino spaventare dalle sofferenze che aspettano Gesù nella città santa, ma si dispongano a seguirlo con la stessa fede e la stessa gioia.

GESÙ STORICO: INDAGINE ATTORNO A UN “PROBLEMA” – PARTE XI – L’INGRESSO A GERUSALEMME

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GESÙ STORICO: INDAGINE ATTORNO A UN “PROBLEMA” – PARTE XI – L’INGRESSO A GERUSALEMME

di Luigi Pezzella  

Una cosa è certa, Gesù entra in Gerusalemme da re. Con l’entrata in Gerusalemme di Gesù e lo stuolo dei suoi seguaci, la rivendicazione del ruolo davidico viene dichiarata esplicitamente. Gesù entra in Gerusalemme come rappresentante della promessa della sovranità che ora viene, sul dorso di un asino.  Osserviamo nel dettaglio tutto ciò che oggi ai nostri occhi può sembrare trascurabile, ma per i contemporanei di Gesù ogni particolare è gravido di regalità.  Iniziamo col prendere in considerazione l’uso della cavalcatura, ossia l’asino. Esso era impiegato in origine, secondo la testimonianza biblica, da personaggi autorevoli (cf. Gdc5,10; 10,4; 2Sam 13,29; 18,9). Sulla groppa dell’asino si stendeva una coperta, legata attorno al dorso dell’animale in modo da non scivolare (22.3; Gdc 19,10; 2Sam 16,1 17,23;19,27; 2Re 4,24).  A. Rolla ci fa notare che il rapporto tra l’uso dell’asino e la regalità è una specie di topos dell’Antico Testamento, infatti con questo passo confronta il racconto della consacrazione regale di Salomone in 1Re 1,28-40; quando Davide, oramai vecchio permette al figlio di adoperare la propria mula. Rolla:“cedendo a Salomone la propria mula, Davide mostrava a tutti la volontà di trasmettergli il potere regio”.  Per Joseph Ratzinger molto più importante di 1Re 1,28-40 sono Gen 49,11 e Zc 9,9. Gen49,11: “Il sovrano che nascerà da Giuda godrà dei frutti migliori e disponibili in abbondanza avrà la possibilità di legare a una vite scelta il suo asinello”.  Il v.11 qui in questione, appartiene alla sezione dei vv.8-12, dedicata a Giuda, il quale è descritto come vincitore dei suoi nemici e dominatore dei popoli.  Zc 9,9: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila figlia di Gerusalemme, ecco a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso e cavalca un asino, un puledro figlio di asino”.  In Zaccaria è esplicito il richiamo regale della cavalcatura dell’asino. Secondo il nostro modo di vedere, l’ingresso in Gerusalemme in groppa ad un asino sarebbe più importante della modalità del reperimento dello stesso, in quanto l’ingresso ha caratteristiche solenni vicine anche a quelle che sono gli odierni onori, ma Derret ci fa notare che anche il reperimento della cavalcatura ha in sé una chiara rivendicazione regale.  Derret spiega: “tutto questo ha a che fare con il diritto regale dell’angheria, consistente nella requisizione di mezzi di trasporto conosciuto anche nella cultura ebraica, come appare in 1Sam 12,3-5”. Conferma questa tesi anche Ratzinger quando afferma che: “Gesù rivendica il diritto regale della requisizione dei mezzi di trasporto, un diritto noto in tutta l’antichità”.  Inoltre, ci sono due particolari che vanno evidenziati. Il primo è il particolare dei mantelli, che in Mc.11,8 si dice: “vengono stesi per terra sulla via.” Verrebbe da chiedersi che senso abbia stendere i mantelli per farli calpestare da un asino. Se Gesù era già su una cavalcatura, che evocava significati ben precisi, che valore aveva stendere anche i mantelli per terra? Di Palma risponde con un accostamento a 2Re 9,11-13, spiega: “in questo brano (2Re) Ieu aveva ricevuto la visita di un discepolo del profeta Eliseo e da costui era stato unto re. I suoi colleghi ufficiali, sentito quanto Ieu aveva raccontato sulla venuta del profeta, lo acclamano re e, in segno di onore, stendono i propri vestiti a terra, come oggi si usa stendere tappeti su cui, in occasioni ufficiali, le grandi personalità camminano”.  Il secondo particolare è quello delle fronde tagliate dagli alberi per strada mentre Gesù cammina in groppa all’asino calpestando tappeti:“il saluto col rito dell’agitare i rami di palma richiama il nazionalismo ebraico di matrice maccabaica, in particolare due episodi: 1 Mac 13,51, quando Simone riconquistò l’Acra di Gerusalemme e “fecero ingresso in quel luogo il ventitré del secondo mese dell’anno 171 [142 a.C.], con canti di lode e con palme”; quando Giuda dedicò nuovamente l’altare del Tempio (164 a.C.) racconta 2Mac10,7 che “tenendo in mano bastoni ornati, rami verdi e palme, innalzavano inni a colui che aveva fatto ben riuscire la purificazione del suo proprio tempio”.  Un’altra osservazione in merito la fornisce P. Sacchi: “Nel Testamento greco di Neftali 5,4, dove i rami di palma dati a Levi sul Monte degli Ulivi simboleggiano il potere conferitogli su tutto Israele, ritroviamo la stessa espressione giovannea indicante le palme: mentre Levi era come il sole, ecco un giovane che gli dà in aggiunta dodici foglie di palma”.  In questo contesto regale, al suo ingresso in Gerusalemme, Gesù viene “salutato” con Osanna! Benedetta la basileia del nostro padre Davide che ora viene. Osanna, stando a 2Sam 14,14 e 2Re 6,25 significa: “Aiuto mio re!”. Stegemann osserva: “Il grido della folla, di speranza nella basileia di David che ora viene, e quindi nell’instaurazione della promessa dinastia davidica, non è ripreso né nel testo matteano né nel parallelo lucano (Mt.21,9; Lc.19,38). Ciò si spiega da sé, nel senso che il correttivo introdotto da Matteo e Luca porta alla luce in senso politico la versione marciana dell’episodio dell’ingresso”. Pinchas Lapide sulla questione: “Il grido di Osanna nel contesto del Salmo 118 relativo alla basileia di Davide che ora viene, è un’esortazione a liberare i supplicanti, ha una forte coloritura politica, poiché sarebbe un invito rivolto al figlio di Davide, Gesù, a cacciare i romani dalla terra d’Israele.  Il Nuovo Testamento ha trasformato questo grido di liberazione in un innocuo ossequio religioso. La folla avrebbe detto nel giorno dell’ingresso: “salvaci dai romani”, mentre i Vangeli hanno depoliticizzato l’espressione”. Sanders sostiene che l’episodio dell’ingresso in Gerusalemme è direttamente connesso all’esecuzione di Gesù come re dei giudei/giudaiti. Sanders: “si può tuttavia senz’altro pensare che l’ingresso di Gesù in Gerusalemme fosse un segnale esplicito: re, sì, in un senso preciso, non conquistatore militare”. Infatti, nell’attesa biblica e nella dominazione di Dio in quanto re compaiono idee bellicose ma non militari. Stegemann a questo pensiero aggiunge: “in realtà la rivendicazione del trono di David non dovette mai essere manifestata con l’appoggio delle armi, ma resta pur sempre una pretesa politica che la potenza occupante romana seppe reprimere.”  Inoltre Stegemann ci informa di un caso analogo alla pretesa regale gesuana di Simon ben Giora. Egli era figlio di un proselita originario di Gerasa, quindi della decapoli. Sembra che all’inizio avesse formato una banda di rivoltosi e che fece la sua comparsa nei territori giudaiti di confine dove alla maniera dei banditi sociali rapinava e saccheggiava le case dei ricchi (Bell.2,652). Ma le circostanze finirono, per così dire, per politicizzarlo. Fuggito davanti a un esercito inviatogli da Anania dalla toparchia dell’Acrabatene, si unì ai sicari rifugiatisi a Masada. Dopo che gli zeloti e gli idumei ebbero tolto di mezzo Anania, mirò al potere assoluto a Gerusalemme e avanzò anche rivendicazioni politiche promettendo libertà agli schiavi. (Bell.4,508). Merita osservare che Giuseppe ricorda anche che la sua non fu più una banda di soli schiavi o banditi, ma anche di non pochi cittadini che gli prestavano ubbidienza come a un re (Bell.4,510). Egli riuscì quindi a raccogliere intorno a sé non soltanto banditi sociali, ma anche persone in vista (ibid.) e, come avevano fatto Menehem e prima ancora Giuda, Simone e Atronge, rivendicò il ruolo di anti-re.  Non è allora un caso che anche Giuseppe ricordi il tipico motivo del capo militare carismatico, la forza fisica e l’audacia straordinarie (Bell. 4,503). Ma soprattutto vi sono indizi che per il suo antiregno (messianico) Simone s’ispirasse coscientemente al modello di David. Giuseppe racconta che Simone iniziò col conquistare Hebron in Idumea, ossia la città di David quando ancora non era re (2Sam 2,1 ss: 5,3ss.). Singolare è anche che Giuseppe parli spesso di donne o della moglie di Simone che l’accompagnava, come si trattasse del seguito di una casa reale (Bell.2,563; 4,505.538), e soprattutto che ne descriva l’ingresso in Gerusalemme, dov’era stato chiamato dagli avversari di Giovanni di Giscala, come accoglienza trionfale, come salvatore e protettore (Bell.4,575).  È probabile che questa rivendicazione salvica messianico davidica si rifletta anche nelle monete della rivolta, che recano la scritta “anno 4” e “ per la liberazione di Sion”. Come che sia, Simone non venne meno alla sua rivendicazione regale sino alla fine, quando fallito il tentativo di fuga affrontò i romani in tunica bianca e mantello di porpora (Bell.7,29). Di fatto i romani lo considerarono il capo più prestigioso della rivolta, dal momento che lo condussero a Roma come vittima sacrificale nel corteo trionfale e lo giustiziarono accanto al foro (cf. Bell.6,434; 7,118ss. 153 ss.).  Resta infine la questione del rapporto fra l’attesa della basileia tou theou e l’attesa della “sovranità di David nostro padre”. Chiedono Theissen Merz: “si tratta forse di un malinteso (della folla) ingenerato dalla predicazione della “sovranità regale di Dio?”. Stegemann propende per pensare che la risposta sia quella di Ps. Sal17, dove le due attese coesistono. Con riguardo a Ps. Sal17, la prospettiva della restaurazione ad opera del nuovo David ha il suo momento culminante nella proclamazione della durata eterna della sovranità divina. Messianismo regale e regalità davidica possono quindi andare di pari passo, anche se non necessariamente.  Stegemann conclude: “l’attesa connessa a Gesù come futuro re sul trono di David interpreta la sua regalità come rappresentanza terrena della basileia tou theou”.  In breve, nel Vangelo, all’ingresso di Gesù in Gerusalemme sono connessi tre episodi che, più o meno, sono chiare indicazioni che a Gesù era associata la speranza di ristabilimento della dinastia davidica: guarigione del cieco Bartimeo; ingresso regale in Gerusalemme; rivendicazione regale del ristabilimento dell’ordine del santuario del tempio.  In questo contesto rientra anche la denominazione di Gesù come re dei giudaiti. Non stupisce molto che il tema della dignità regale di Gesù stia al centro dell’interrogatorio di Pilato. Inoltre Di Palma aggiunge: “c’è da dire che forse le autorità di Gerusalemme capirono più dei discepoli il significato di quei gesti e il loro rimprovero sulla proclamazione figlio di Davide potrebbe essere letta anche in chiave positiva, poiché essi sembrerebbero preoccuparsi del fatto che Gesù agendo così, si esponesse ad accuse di natura politica (sedizione e ribellione). Ed è possibile che in origine, a livello di tradizione, fosse così, mentre nella redazione il senso sia stato cambiato, lasciando intendere che essi si opponevano alla proclamazione della regalità di Gesù”. Questo ci introduce nell’ultima parte della nostra indagine storica su Gesù di Nazareth, cioè sul processo e sulla sua condanna a morte. Chi condannò veramente Gesù? Quali procedure giuridiche e quali leggi furono applicate?  Soprattutto, la redazione della letteratura post-mortem (Paolo, sinottici etc.) è narrazione o interpretazione soggettiva dei fatti storici?

LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

http://camcris.altervista.org/es_solitudine.html

LA SOLITUDINE (Gv 16,32; Sal 25,16; Is 66, 13)

Gesù disse: « Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me » (Giovanni 16:32).

Gesù amava gli uomini e andava loro incontro, ma è stato incompreso e rigettato. Parecchi versetti parlano della sua solitudine: « Ognuno se ne andò in casa sua. Gesù andò al monte degli Ulivi » (Giovanni 7:53; 8:1). « Il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo » (Luca 9:58). Il suo popolo non l’ha riconosciuto come il Messia promesso (Giovanni 1:10). Persino i suoi discepoli l’hanno compreso poco. In questa solitudine, Gesù viveva presso Dio suo Padre. Ha potuto dire: « Il Padre… non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono » (Giovanni 8:29). Eppure, a causa dei nostri peccati che aveva preso su di sé per salvarci, è stato necessario che fosse abbandonato da Dio durante le tre ore d’oscurità totale sulla croce. Ma è rimasto perfetto nel suo amore. Per questo, se ci capita di trovarci nella solitudine e nel lutto, possiamo andare al Signore Gesù. Si è già trovato in tali circostanze e simpatizza con noi, perché è vivente e ci ama. Sono molti a farne l’esperienza. Quando era in prigione, l’apostolo Paolo ha potuto scrivere: « Tutti mi hanno abbandonato… Il Signore però mi ha assistito e mi ha reso forte » (2 Timoteo 4:16,17). Confidando in Lui, puoi conoscere Dio come Padre (Giovanni 20:17). Un Padre che ci ama e che non ci abbandonerà mai.

« Volgiti a me, e abbi pietà di me, perché io sono solo e afflitto » (Salmo 25:16). Gesù stesso dice in Matteo: « Io sono con voi tutti i giorni ». Dio è sensibile verso chi si sente solo, ho potuto sperimentarlo personalmente. Infatti, in un momento particolare Egli mi è stato tanto vicino, ed è stata l’unica persona che mi ha dato la forza, e che tuttora mi sta accanto invogliandomi ad andare avanti. Mi rendo conto di essere graziata, poiché ho Gesù per amico ed Egli ha voluto che lo diventassi. Sono dispiaciuta per coloro che non conoscono il Signore, in questi momenti comprendo quanto sia importante la presenza di Dio nella mia vita. È deludente affermare che una delle tante conseguenze di questo stato, vale a dire la solitudine, sia dovuta proprio alla totale indifferenza delle persone che hai accanto. Come ti senti in questo momento? Forse ti trovi in una condizione di solitudine, allora voglio dirti che c’è Qualcuno interessato alla tua vita. Quel Qualcuno è una persona che io stesso ho incontrato e mi ha dato tanta gioia: Gesù Cristo il Figlio di Dio. Ed ora so di non essere più sola. Gesù mi è accanto ogni giorno, Egli è il tutto della mia vita.

« Come un uomo consolato da sua madre, così io consolerò voi » (Isaia 66:13). Il più breve versetto della Bibbia è questo: « Gesù pianse » (Giovanni 11:35). Gesù, il figlio di Dio, colui mediante il quale è stato fatto il mondo, e che sostiene ogni cosa con la parola della sua potenza (Ebr. 1:1-3), ha pianto sulla terra. Era « uomo di dolore, famigliare col patire » (Isaia 53:3). Ha pianto sulla città colpevole, Gerusalemme, che stava per respingerlo e metterlo a morte col supplizio della croce. E come abbiamo letto prima, ha pianto con le due sorelle del lutto (Giovanni 11) che avevano perso il loro fratello Lazzaro. Eppure, di lì a poco, lo avrebbe resuscitato. Voi che forse siete stanchi e affaticati, avete provato le compassioni del Signore Gesù? Lui, il Figlio eterno di Dio, è venuto nel mondo per dare soccorso e consolazione a coloro che incontrano l’afflizione, la sofferenza, il lutto. Egli è « un aiuto sempre pronto nelle distrette » (Salmo 46:1). Se lo conoscete come vostro Signore e vostro Amico, non piangerete mai come coloro che non hanno speranza. Le vostre lacrime, vuole asciugarle, poiché Egli stesso ha sofferto i più grandi dolori, quando è andato alla morte della croce, per salvarci. Nel vostro dispiacere, o anche nella vostra disperazione, andate ai suoi piedi, inginocchiatevi davanti a Lui e invocateLo. Egli riempirà il vostro cuore di pace e di consolazione. Ponete in Lui la vostra fiducia, Egli è accanto a voi. Egli vi ama del più tenero amore.

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo) – VANGELI E COMMENTI

http://www.tanogabo.it/religione/FigliDio.htm

TUTTI I POPOLI SONO FIGLI DI DIO (anche Paolo)

Marco 7, 24-30
24 Partito di là, andò nella regione di Tiro e di Sidone. Ed entrato in una casa, voleva che nessuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. 25 Subito una donna che aveva la sua figlioletta posseduta da uno spirito immondo, appena lo seppe, andò e si gettò ai suoi piedi. 26 Ora, quella donna che lo pregava di scacciare il demonio dalla figlia era greca, d’origine siro-fenicia. 27 Ed egli le disse: «Lascia prima che si sfamino i figli; non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 28 Ma essa replicò: «Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli». 29 Allora le disse: «Per questa tua parola va’, il demonio è uscito da tua figlia». 30 Tornata a casa, trovò la bambina coricata sul letto e il demonio se n’era andato.

Matteo 15, 21-28
21 Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio».23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele».25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

RIFLESSIONI:
Tratte da una conversazione tenuta da un mio amico durante un incontro preghiera.
Dopo l’aspra controversia con i farisei e gli scribi, ai quali aveva rimproverato l’ipocrisia e la lontananza da Dio, Gesù incontra in terra pagana una donna che gli dimostra una grande fede. I discepoli, come il solito (cfr Mt 14, 15; 19, 13), non amano il prossimo, non vogliono seccature e chiedono a Gesù di mandare via la donna, escludendo così un intervento di soccorso e reagendo sgarbatamente alle sue grida.
In questo brano sono messi a confronto Israele e i pagani. Gesù dimostra di essere il vero Messia d’Israele perché sa di essere inviato, nel suo cammino terreno, solo a questo popolo.
Con questo episodio Gesù insegna che il vangelo della salvezza è aperto anche ai pagani. Ma la salvezza di Dio deve seguire un itinerario storico e geografico prima di raggiungere la totalità dei popoli.
Gesù chiede alla donna cananea il riconoscimento della priorità d’Israele alla salvezza, perché questa è la volontà di Dio manifestata attraverso la storia e le scelte dell’Antico Testamento.
Il dialogo didattico tra Gesù e la cananea culmina nella fede. La fede in Gesù deciderà il cammino d’Israele e dei popoli.
L’impulso alla discriminazione (purtroppo estremamente attuale) e la tendenza a erigere barriere fra buoni e cattivi, fra puri e impuri, fra santi e peccatori sono profondamente radicati nel cuore dell’uomo e riemergono nelle forme più svariate: nella paura del confronto, nell’incapacità di gestire un dialogo aperto, sereno e rispettoso con chi ha opinioni diverse; a volte tali impulsi si mimetizzano dietro la denuncia di pericoli reali; il sincretismo, l’irenismo, la perdita d’identità, la rinuncia ai propri valori.
Come può parlare di ecumenismo chi considera gli altri dei « lontani »? Chi può essere tanto presuntuoso da ritenersi « vicino »? Tutti siamo « lontani » da Cristo e in cammino verso la perfezione del Padre che sta nei cieli (Mt 5,48). Solo chi prende coscienza di essere « impuro », di non poter vantare meriti davanti a Dio si trova nella disposizione giusta per accogliere la salvezza. « I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio » – ha assicurato Gesù. Non avendo alcun merito di cui gloriarsi, si affidano spontaneamente al Signore e giungono prima di chi si ritiene puro (Mt 21,31).

Isaia 56,1.6-7
Così dice il Signore:
« Osservate il diritto e praticate la giustizia,
perché prossima a venire è la mia salvezza;
la mia giustizia sta per rivelarsi ».
Gli stranieri, che hanno aderito
al Signore per servirlo
e per amare il nome del Signore,
e per essere suoi servi,
quanti si guardano dal profanare il sabato
e restano fermi nella mia alleanza,
li condurrò sul mio monte santo
e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera.
I loro olocausti e i loro sacrifici
saliranno graditi sul mio altare,
perché il mio tempio si chiamerà
casa di preghiera per tutti i popoli.

La paura di perdere la propria identità nazionale e religiosa ha indotto Israele a isolarsi dagli altri popoli e a darsi norme restrittive nei confronti degli stranieri. Il libro del Deuteronomio ordina: « Non farai alleanza con gli stranieri, né farai loro grazia. Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire il Signore, per farli servire a dèi stranieri » (Dt 7,2-4).
Poi venne l’esilio a Babilonia. Fu un’esperienza amara, ma preziosa, dalla quale gli israeliti uscirono maturati. Costretti a confrontarsi con la cultura degli altri popoli, corressero i propri pregiudizi e si resero conto che molte loro paure erano immotivate; i pagani non erano costituzionalmente malvagi e perversi, ma coltivavano anche sentimenti nobili e davano prova di una morale molto elevata. La loro religione non era un cumulo di assurdità, conteneva elementi apprezzabili.
Al ritorno dall’esilio, avevano assimilato una mentalità universalistica, ma non tutti. Le guide politiche e spirituali continuavano ad alimentare diffidenze, sospetti, timori ingiustificati. Esdra, ad esempio, si lacerò il vestito, si strappò i capelli e i peli della barba quando venne informato che molti avevano profanato la stirpe santa, imparentandosi con le popolazioni locali (Esd 9).
È in questo tempo, caratterizzato da tensioni e intolleranze, da tentativi di apertura e da integralismi che sorge il profeta. È un uomo sereno e senza preconcetti, ha uno sguardo che spazia oltre gli orizzonti angusti della tradizione del suo popolo; capisce che è giunto il momento di abbandonare gli esclusivismi e di lasciar cadere le discriminazioni imposte dal Deuteronomio, si rende conto che non hanno più senso le barriere che separano gli uomini: a qualunque tribù, razza o nazione appartengano, essi sono figli dell’unico Dio.
Ecco la sua promessa: verrà il giorno in cui gli stranieri che onorano il Signore e mettono in pratica i suoi comandamenti saranno accompagnati fino al suo tempio ove offriranno sacrifici e innalzeranno preghiere. Nella casa di Dio nessuno più sarà considerato straniero. Il tempio, il luogo santo per eccellenza di Israele, diverrà casa di preghiera per tutti i popoli.

(Paolo Lettera ai romani 11,13-15.29-32)
Pertanto, ecco che cosa dico a voi, Gentili: come apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro rifiuto ha segnato la riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione, se non una risurrezione dai morti? 29 Perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!

La lettura sviluppa il tema del dramma interiore di Paolo che non riesce a farsi una ragione del rifiuto di Cristo da parte del suo popolo.
Il libro degli Atti degli apostoli ci ragguaglia sul suo metodo apostolico: passava di città in città annunziando il vangelo anzitutto ai giudei, poi, se questi si rifiutavano di credere, si rivolgeva ai pagani (At 13,46-48). Dopo una decina d’anni eccolo fare un bilancio della sua opera missionaria: tranne poche eccezioni, gli israeliti non hanno aderito alla fede in Cristo. Come si spiega questo fatto? Paolo costata che la loro disobbedienza ha avuto un effetto positivo: ha favorito l’entrata dei pagani nella comunità cristiana, infatti, se i giudei avessero creduto in massa, con la mentalità gretta ed esclusivista che avevano, con i pregiudizi che ancora alimentavano nei confronti degli stranieri, ben difficilmente avrebbero permesso ai pagani di essere accolti a pieno titolo nella chiesa. A questo punto Paolo ha un’intuizione: il rifiuto di Cristo da parte del suo popolo non può essere definitivo; un giorno – ne è certo – anche gli israeliti riconosceranno in Gesù il messia annunciato dai profeti. Che accadrà allora? L’Apostolo dà libero sfogo alla sua gioia: se la loro disobbedienza è stata provvidenziale, cosa non accadrà quando anch’essi diverranno discepoli? Sarà un’autentica risurrezione dai morti. A causa del breve tempo (forse soltanto tre anni) della vita pubblica, Gesù aveva limitato la sua missione « alle pecore perdute della casa d’Israele », ma aveva anche compiuto gesti chiari per indicare che la sua salvezza era per tutti i popoli.
Un giorno si presenta a Gesù una straniera. Viene dalle regioni di Tiro e Sidone e « continua a gridare » (si noti l’insistenza della sua preghiera), implorando la guarigione di sua figlia. Il testo la chiama « cananea », appartiene dunque ad un popolo nemico, un popolo pericoloso che più volte ha sedotto Israele, lo ha fatto deviare dalla retta fede e lo ha indotto ad adorare Baal e Astarte. I discepoli di Gesù – israeliti educati nel più rigoroso integralismo religioso – non possono che rimanere sorpresi di fronte alla sfrontatezza di questa pagana invadente che osa rivolgersi al loro Maestro e attendono la sua reazione: si atterrà alle norme vigenti che proibiscono di intrattenersi con straniere o – come spesso ha fatto – romperà gli schemi tradizionali?
L’evangelista riferisce il dialogo fra Gesù e la donna, compiacendosi quasi di sottolineare il tono sempre più duro delle risposte del Maestro. Di fronte alla richiesta di aiuto della donna, egli assume un atteggiamento sprezzante: non la degna di uno sguardo, non le rivolge nemmeno la parola. Intervengono allora gli apostoli che, un po’ infastiditi, vogliono risolvere al più presto la situazione che rischia di divenire imbarazzante. Gli chiedono di allontanarla. « Esaudiscila », – dice il nostro testo – ma non è una traduzione corretta. « Mandala via! » – è la loro richiesta. Gesù sembra seguire il loro consiglio, diviene più severo e spiega: « Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele ».
L’immagine del gregge allo sbando ricorre spesso nell’AT: « Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura » – dichiara Ezechiele (Ez 34,6) – cui fa eco un altro profeta: « Tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada » (Is 53,6). C’è anche la promessa di Dio: « Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia » (Ez 34,11.16).
Solo con gli israeliti però il Signore ha preso impegni, è solo di loro che si deve interessare. Presentandosi come il pastore d’Israele, Gesù dichiara di voler dare compimento alle profezie e la donna capisce. Sa di non essere del popolo eletto, è cosciente di non appartenere al « gregge del Signore » e di non avere alcun diritto alla salvezza, tuttavia confida nella benevolenza e nella gratuità degli interventi di Dio, si prostra davanti a Gesù e implora: « Signore, aiutami! ». Come risposta riceve un’offesa: « Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cagnolini! ». Gli israeliti sono il gregge, i pagani sono i cani. L’uso del diminutivo attenua, ma non di molto, l’asprezza dell’insulto. « Cane » era, in tutto il Medio Oriente antico, la più pesante delle ingiurie, era il nomignolo con cui gli ebrei designavano i pagani. Un’immagine cruda, ripresa in vari testi del NT: « Non date le cose sante ai cani, né gettate le vostre perle davanti ai porci » (Mt 7,6). « Fuori i cani! » (Ap 22,15). « Guardatevi dai cani! » (Fil 3,2). Era usata per mettere in rilievo l’assoluta incompatibilità fra la vita pagana e la scelta evangelica. Sulla bocca di Gesù questa espressione sorprende, soprattutto se si tiene conto del fatto che la donna cananea si è rivolta a lui con grande rispetto: per tre volte lo ha chiamato « Signore » – titolo con cui i cristiani professavano la loro fede nel Risorto – e una volta « Figlio di Davide » che equivale a riconoscerlo come messia. Sembra che, come tutti i suoi connazionali, anch’egli abbia in abominio gli stranieri. Ma è così?
La conclusione del racconto ci illumina. « Donna – esclama Gesù – davvero grande è la tua fede! ». Un elogio che non è mai stato rivolto a nessun israelita. Ora tutto diviene chiaro. Ciò che precede – la provocazione, il disprezzo per i pagani, il richiamo alla loro impurità e indegnità – non era che un’abile messa in scena. Gesù voleva che i suoi discepoli modificassero radicalmente il loro modo di rapportarsi con gli stranieri. Ha « recitato la parte » dell’israelita integro e puro per mostrare quanto fosse insensata e ridicola la mentalità separatista coltivata dal suo popolo. Mentre le « pecore del gregge » si tenevano lontane dal pastore che le voleva radunare (Mt 23,37), i « cani » si accostavano a lui e, per la loro grande fede, ottenevano la salvezza.
Il messaggio è quanto mai attuale: la chiesa è chiamata ad essere segno che sono finite tutte le discriminazioni determinate dal sesso, dall’appartenenza a una razza, a un popolo o a un’istituzione.
« Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù – dichiara Paolo – poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa » (Gal 3,26-29).
La donna cananea – la pagana, la miscredente – è additata a modello del vero credente: sa di non meritare nulla, crede che solo dalla parola di Cristo può giungere gratuitamente la salvezza, la implora e la riceve in dono.

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