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LA VITA DI PAOLO NELLO SGUARDO DI BECCAFUMI

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LA VITA DI PAOLO NELLO SGUARDO DI BECCAFUMI

LA VITA DI PAOLO NELLO SGUARDO DI BECCAFUMI dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) beccafumi_domenico_518_st_paul

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Autore: Riva, Sr. Maria Gloria  Curatore: Mangiarotti, Don Gabriele Fonte: Cultura Cattolica.it

Nel 1515 al ventinovenne senese Domenico Beccafumi (1486-1551) venne commissionata una pala per la chiesa di san Paolo. Dopo la distruzione della stessa, la pala venne trasferita prima nella Cattedrale e successivamente Museo dell’Opera. Domenico, considerato il più grande esponente del manierismo senese, quando dipinse questa tavola era reduce da un soggiorno romano, dove visse dal 1510 al 1512. A Roma, non solo ebbe modo di ammirare la pittura di Raffaello e Michelangelo, ma conobbe probabilmente da vicino i luoghi che videro la predicazione, la prigionia e il martirio dell’Apostolo delle genti. La grande pala (cm 230 x 150), intitolata San Paolo in trono, presenta appunto l’apostolo in posizione centrale collocato sopra una sorta trono ligneo addossato a una colonna. Paolo è un nome di origine latina che significa piccolo di statura e piccolo doveva esserlo per davvero visto che, per fuggire da Damasco, venne calato dalle mura dentro una cesta (cfr 2 Cor 11, 32-33). Se anche il movimento dell’apostolo è tutto rivolto al libro che tiene fra le mani, colpisce il piede destro, colto quasi nell’atto di scendere dall’alto trono per riprendere la missione fra le genti. Basterebbe questo per comprendere quanto in una sola tavola il Beccafumi sia riuscito a condensare tutte le caratteristiche del poliedrico Paolo. Seguendo il movimento del piede di Paolo lo sguardo si orienta in modo naturale verso quello che è il punto di partenza del percorso che l’artista senese traccia sulle orme di Paolo. Vediamo infatti, sul lato sinistro, in primo piano, l’allora Saulo a terra, con i piedi – certo non a caso – rivolti verso lo spettatore. Beccafumi ci invita così a considerare l’inizio del cammino spirituale dell’apostolo. Il manto rosso di Saulo è illuminato dalla luce che irrompe dall’alto. Egli ha gli occhi chiusi, segno evidente della cecità da cui sarà afflitto, ma nello stesso tempo ha la posa di chi, colto dal sonno, sogna misteri arcani. Il contenuto della visione di Saulo è significato in alto dove, fra le nubi, in mezzo a uno squarcio di luce dorata – la stessa che bagna le vesti di Saulo – Gesù parla all’apostolo. Alle spalle di Saulo ci sono i soldati che lo hanno accompagnato sulla via diritta i quali, secondo il dettato biblico, vedono la luce, ma non la visione. Contrasta la tranquillità che avvolge Saulo con la scomposta agitazione di alcuni dei suoi uomini. S’indovina pertanto che quella caduta e quella cecità furono per Saulo strumenti per un nuovo cammino e una nuova visione delle cose. Forse per dar forza maggiore a questa verità Domenico Beccafumi non dipinge alcun cavallo. L’attenta osservazione della Parola, del resto, rivela che, contrariamente alla fortuna iconografica di questo animale, nessuno dei racconti della conversione di Saulo parla di cavalcatura.

Sulla via di Damasco Saulo diventa Paolo. Il nome del primo grande re di Israele, che sopravanzava di una spalla ogni suo coetaneo, lascia il posto al piccolo Paolo. Piccolo di statura, ma certo gigantesco nello spirito. La vita apostolica dell’uomo di Tarso viene sintetizzata in modo straordinario e semplice dal manierista senese. Sullo sfondo, proprio dietro al carnefice che impugna la spada per martirizzare Paolo, s’intravvede un paesaggio apparentemente decorativo ornamentale. In realtà si tratta di un’invenzione simbolica dell’artista che vuole esprimere la predicazione e l’esperienza apostolica di Paolo. Notiamo infatti per la prima volta il cielo nuvoloso e un vento gagliardo che scuote vigorosamente un albero all’orizzonte. Accanto all’albero una donna anziana, anch’essa scossa dal vento, cammina faticosamente, ma con grande tenacia. Più sotto due bimbi si abbracciano, guardando smarriti verso il luogo del martirio di Paolo, accanto a loro un piccolo cane. Il quadretto è altamente simbolico e rimanda ad alcuni passi delle lettere di Paolo. Nella lettera agli Efesini, ad esempio egli paragona le dottrine contrarie a Cristo a venti inquieti: È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore (Ef 4, 11-14). I bimbi del dipinto sono allora il segno di quanti, minacciati dai venti di dottrina, perdono la rotta e rischiano di cadere nell’infedeltà. Il cane accanto a loro è proprio il segno di questa fedeltà minacciata. La donna sullo sfondo, è anziana nella fede (presbitero, del resto aveva questo significato) e cammina decisa incurante del vento gagliardo. Ancora nella Prima ai Corinzi ad esempio al capitolo 14 chiede di non comportarsi più da bambini nei giudizi; – e di essere piuttosto – come bambini quanto a malizia, ma uomini maturi quanto ai giudizi. (1 Cor 14, 20) Il contesto in cui Paolo pronuncia queste parole è quello di alcuni che si lasciavano ingannare da pretese ispirazioni spirituali. Questo getta luce anche sulle figure che stanno apparentemente guardando il martirio di Paolo, ma che appaiono subito come uomini dotti e una donna particolarmente sensuale. L’uomo in primo piano, veste un manto viola, il colore della sapienza, ma anche della penitenza, della volontà di cambiare, della conversione (il viola è il colore liturgico usato in Quaresima). Il suo volto esprime il dolore per la morte di Paolo, inoltre indica con una mano la donna che sale la china sferzata dal vento e con l’altra i bambini impauriti di fronte al martirio. Quest’uomo, dunque, sembra incarnare tutti quei discepoli che del maestro raccolgono e vivono la preziosa eredità; che accettano di convertirsi, di cambiare vivendo appunto la condizione dei bambini nella malizia e quella dei presbiteri nella fortezza di fronte alle avversità della vita. Esattamente come la donna sullo sfondo. Di fianco a lui un uomo corrucciato di cui si scorge solo il profilo e che indossa un cappuccio verde calato sugli occhi, come di chi non vuol vedere, di chi è tutto chiuso nelle sue prospettive. Il contrasto con il berretto rosso del personaggio in primo piano è forte e voluto. Indica che i due sono in opposizione. Il verde poi è, da un lato il colore della vita, ma dall’altro anche quello dell’invidia. Costui, dunque, e la donna che sbuca da dietro, elegante e dal viso ben curato. raffigurano coloro ai quali Paolo rivolge il monito: non lasciarsi fuorviare dalla malizia che acceca e dal lievito vecchio dell’invidia che impedisce una vera religiosità.

Davanti al gruppo il carnefice sta rinfoderando la spada. Ha eseguito la sua condanna. Paolo giace a terra esangue. Il capo, come il piede nella prima scena, giace accanto al trono e nella caduta rimane rivolto verso i discepoli. Un particolare che testimonia l’attaccamento paterno di Paolo alle chiese, il suo assillo quotidiano, che non lo ha mai abbandonato, neppure nel momento supremo della morte. Anche le mani, incrociate e legate dietro la schiena e messe a mo di coppa sembrano voler proteggere i due bambini impauriti, anch’essi simbolo dei discepoli di Paolo.

Sul trono di legno, quasi come una cattedra, Paolo siede indossando il manto rosso, segno del martirio. Nella prima scena, quella di sinistra, Paolo aveva l’abito blu e il manto rosato, perché inondato di luce. Gli stessi identici colori di cui vestiva Gesù, a dire che lì avvenne l’incontro e la decisione della sequela. A destra, nella scena del martirio, il manto rosso è semi coperto dal corpo: il martirio è consumato, resta il blu della notte del dolore e della dimensione ormai spirituale di Paolo. Il suo spirito non è più in quel corpo il suo spirito vive. Ed eccolo di fatto in trono coronato del rosso del martirio, anche la spada che regge con la mano destra è attributo che indica il modo con cui rese testimonianza a Gesù. Ma pure nella gloria l’indomito Paolo non dimentica il suo ruolo di fondatore di chiese. Egli, invece di guardare i suoi devoti fissa lo sguardo nel libro che ha tra le mani. Quel libro sono le sue lettere e sono la vera eredità che egli lascia alla Chiesa perché nella voce di Paolo risplende solo la voce di Dio. «Parola di Dio» il popolo risponde alla lettura dell’epistolario paolino. Egli è così, con Pietro e gli altri apostoli, una delle colonne della Chiesa. Non per nulla il Beccafumi addossa il suo trono a una colonna. Dalla colonna però si diparte un arco che rivela la presenza di Maria. Mai Paolo parlò esplicitamente della Madre, si dice per la grande venerazione che nutriva per lei tanto da sentirsi indegno di solo nominarla. In un solo caso parlò di Maria, per affermare la verità dell’incarnazione e cioè quando disse di Gesù che era, nato da donna, nato sotto la legge per riscattare quelli che stanno sotto la legge. La Madonna stessa lo accoglie nella gloria come, appunto la Madre di Colui che è la fonte del nostro riscatto. Dietro il manto di Maria sbucano due personaggi, uno tiene fra le mani un bastone fiorito: è probabilmente san Giuseppe, colui che assicurò a Cristo la discendenza davidica; l’identità dell’altro rimane nascosta, si ipotizza essere Gioacchino, padre di Maria. In ogni caso i due testimoni assicurano ciò che Paolo continuamente predicò e cioè che quel bimbo «nato – appunto- da donna» è vero uomo, entrato nella storia per compiere le promesse fatte ad Abramo e a Davide. All’orizzonte, nascosta fra le nubi, si scorge una città evanescente, forse la Gerusalemme celeste che scende come sposa dal Cielo incontro a chi, come Paolo, si è adoperato dando tutto di sé per edificarla sulla terra. Si chiude così, con questo sguardo all’orizzonte e agli astanti l’itinerario paolino che Domenico Beccafumi, in una sola tavola ha saputo così sapientemente riassumere nelle sue linee fondamentali.

6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO – (Immagine e testo)

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6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO

6.IL NAUFRAGIO DI SAN PAOLO - (Immagine e testo) dans IMMAGINI (DI SAN PAOLO, DEI VIAGGI, ALTRE SUL TEMA) Naufragio%20di%20San%20Paolo

La scena rappresenta il Naufragio di San Paolo durante il suo viaggio in catene verso Roma con 14 giorni di tempesta, durante i quali egli riceve un messaggio da un angelo che gli dice di non temere e che Dio ha voluto conservare tutti i suoi compagni di navigazione. Paolo quindi invita i suoi compagni di viaggio a prendere cibo. Prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo mangiò. Tutti mangeranno e nessuno perse la vita. Così accadde e tutti i 276 gentili presenti sulla barca e furono salvi.

Parola di Dio
Dal libro degli Atti degli Apostoli (At 27)
1Quando fu deciso che ci imbarcassimo per l’Italia, consegnarono Paolo, insieme ad alcuni altri prigionieri, a un centurione di nome Giulio, della coorte Augusta. 2Salimmo su una nave della città di Adramitto, che stava per partire verso i porti della provincia d’Asia, e salpammo, avendo con noi Aristarco, un Macèdone di Tessalònica. 3Il giorno dopo facemmo scalo a Sidone, e Giulio, trattando Paolo con benevolenza, gli permise di recarsi dagli amici e di riceverne le cure. 4Salpati di là, navigammo al riparo di Cipro a motivo dei venti contrari 5e, attraversato il mare della Cilìcia e della Panfìlia, giungemmo a Mira di Licia.6Qui il centurione trovò una nave di Alessandria diretta in Italia e ci fece salire a bordo. 7Navigammo lentamente parecchi giorni, giungendo a fatica all’altezza di Cnido. Poi, siccome il vento non ci permetteva di approdare, prendemmo a navigare al riparo di Creta, dalle parti di Salmone; 8la costeggiammo a fatica e giungemmo in una località chiamata Buoni Porti, vicino alla quale si trova la città di Lasèa.
9Era trascorso molto tempo e la navigazione era ormai pericolosa, perché era già passata anche la festa dell’Espiazione; Paolo perciò raccomandava 10loro: «Uomini, vedo che la navigazione sta per diventare pericolosa e molto dannosa, non solo per il carico e per la nave, ma anche per le nostre vite». 11Il centurione dava però ascolto al pilota e al capitano della nave più che alle parole di Paolo. 12Dato che quel porto non era adatto a trascorrervi l’inverno, i più presero la decisione di salpare di là, per giungere se possibile a svernare a Fenice, un porto di Creta esposto a libeccio e a maestrale.
13Appena cominciò a soffiare un leggero scirocco, ritenendo di poter realizzare il progetto, levarono le ancore e si misero a costeggiare Creta da vicino. 14Ma non molto tempo dopo si scatenò dall’isola un vento di uragano, detto Euroaquilone. 15La nave fu travolta e non riusciva a resistere al vento: abbandonati in sua balìa, andavamo alla deriva. 16Mentre passavamo sotto un isolotto chiamato Cauda, a fatica mantenemmo il controllo della scialuppa. 17La tirarono a bordo e adoperarono gli attrezzi per tenere insieme con funi lo scafo della nave. Quindi, nel timore di finire incagliati nella Sirte, calarono la zavorra e andavano così alla deriva. 18Eravamo sbattuti violentemente dalla tempesta e il giorno seguente cominciarono a gettare a mare il carico; 19il terzo giorno con le proprie mani buttarono via l’attrezzatura della nave. 20Da vari giorni non comparivano più né sole né stelle e continuava una tempesta violenta; ogni speranza di salvarci era ormai perduta.
21Da molto tempo non si mangiava; Paolo allora, alzatosi in mezzo a loro, disse: «Uomini, avreste dovuto dar retta a me e non salpare da Creta; avremmo evitato questo pericolo e questo danno. 22Ma ora vi invito a farvi coraggio, perché non ci sarà alcuna perdita di vite umane in mezzo a voi, ma solo della nave. 23Mi si è presentato infatti questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, 24e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”. 25Perciò, uomini, non perdetevi di coraggio; ho fiducia in Dio che avverrà come mi è stato detto. 26Dovremo però andare a finire su qualche isola».
27Come giunse la quattordicesima notte da quando andavamo alla deriva nell’Adriatico, verso mezzanotte i marinai ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. 28Calato lo scandaglio, misurarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, misurarono quindici braccia. 29Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. 30Ma, poiché i marinai cercavano di fuggire dalla nave e stavano calando la scialuppa in mare, col pretesto di gettare le ancore da prua, 31Paolo disse al centurione e ai soldati: «Se costoro non rimangono sulla nave, voi non potrete mettervi in salvo». 32Allora i soldati tagliarono le gómene della scialuppa e la lasciarono cadere in mare.
33Fino allo spuntare del giorno Paolo esortava tutti a prendere cibo dicendo: «Oggi è il quattordicesimo giorno che passate digiuni nell’attesa, senza mangiare nulla. 34Vi invito perciò a prendere cibo: è necessario per la vostra salvezza. Neanche un capello del vostro capo andrà perduto». 35Detto questo, prese un pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. 36Tutti si fecero coraggio e anch’essi presero cibo. 37Sulla nave eravamo complessivamente duecentosettantasei persone. 38Quando si furono rifocillati, alleggerirono la nave gettando il frumento in mare.
39Quando si fece giorno, non riuscivano a riconoscere la terra; notarono però un’insenatura con una spiaggia e decisero, se possibile, di spingervi la nave.
40Levarono le ancore e le lasciarono andare in mare. Al tempo stesso allentarono le corde dei timoni, spiegarono la vela maestra e, spinti dal vento, si mossero verso la spiaggia. 41Ma incapparono in una secca e la nave si incagliò: mentre la prua, arenata, rimaneva immobile, la poppa si sfasciava sotto la violenza delle onde. 42I soldati presero la decisione di uccidere i prigionieri, per evitare che qualcuno fuggisse a nuoto; 43ma il centurione, volendo salvare Paolo, impedì loro di attuare questo proposito. Diede ordine che si gettassero per primi quelli che sapevano nuotare e raggiungessero terra; 44poi gli altri, chi su tavole, chi su altri rottami della nave. E così tutti poterono mettersi in salvo a terra.
Descrizione della scena
La scena della parete di destra rappresenta un episodio rarissimo nell’iconografia e non presente nella liturgia eucaristica. Si tratta del viaggio di San Paolo verso Roma, quando la barca su cui viaggia, dopo 14 giorni di tempesta, naufraga in una isola del Mediterraneo. Durante il viaggio egli riceve un messaggio da un angelo che gli dice di non temere e che dovrà arrivare a Roma per essere giudicato dall’imperatore. L’angelo lo rassicura che Dio vuole conservargli tutti i suoi compagni di navigazione. Paolo quindi invita i suoi compagni di viaggio a non temere e li convince a prendere cibo. In questo brano del libro degli Atti degli Apostoli (At 27) l’autore, Luca evangelista, scrive quindi che Paolo prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo mangiò. Poi tutti mangiarono e nessuno perse la vita: tutti i 276 gentili presenti sulla barca furono salvi. L’autore dell’opera musiva ha qui voluto esprimere come l’Eucaristia celebrata possa diventare Eucaristia vissuta, pensando la Chiesa, qui rappresentata da San Paolo, come lo strumento del quale si serve Dio per la salvezza del mondo, diventando essa stessa Corpo di Cristo per la salvezza dell’umanità.

HONOR PETER, HONOR PAUL and prayer

Sts Peter & Paul

 

Honor Peter, honor Paul;
Separated in the body,
Joined as one in faithful call.
Peter, foremost Gospel witness,
Paul, with labors without cease,
Both now stand in robes of glory
At the throne of Christ our Priest.

Let us now with hymns of gladness

Honor their apostolate,
Sing their glorious Epistles,
Laud their common martyr’s fate:
Peter, who for love of Jesus
Bore his death upon the cross,
And the headsman’s cruel sword-stroke
Brought for Paul his gain, not loss.
Let us now with endless glory
Praise the Father and the Son
And the everlasting Spirit,
Ever Three and ever One.
From the mouth of Paul and Peter,
From the choir of saints, ascend
Hymns of glory, praise, and blessing,
Sounding now and without end.

http://communio.stblogs.org/index.php/2010/06/page/2/

 

 

« GLORIA » DI SAN PAOLO – (Arte)

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« GLORIA » DI SAN PAOLO

AUTORE:Audagna Virgilio
SOGGETTO: »Gloria » di San Paolo con Santi e Personaggi
DATAZIONE:1942
UBICAZIONE ATTUALE:Alba, Tempio di San Paolo
TECNICA:basso e alto rilievo in marmo di Carrara

L’opera più imponente che decora l’interno del Tempio di San Paolo è sicuramente la maestosa scultura dell’Altare Maggiore, realizzata da Virgilio Audagna nel 1942, un anno dopo l’inaugurazione dell’Altare. Alto otto metri, larga quattro, con le sue 450 ton. di peso, la possente icona in marmo di Carrara è considerata la più colossale opera statuaria del Novecento. Scolpita a basso ed alto rilievo ha come soggetto principale l’Apostolo Paolo, cui la basilica è dedicata.
La figura del Santo in primo piano, domina sugli altri personaggi, accentrando su di sé lo sguardo del fedele. In piedi su una nuvola, cinto dal svolazzante panneggio della tunica, l’Apostolo solleva la mano destra verso l’alto, puntando l’indice a Cristo, che fa capolino fra un nugolo di angioletti. San Paolo mostra dunque ai discepoli, disposti ai suoi piedi, colui che gli ha indicato la via verso la Gloria. Cristo con sguardo sereno e con regale pacatezza infonde luce e gioia nei cieli; il suo volto così tranquillo contrasta con quello accigliato di San Paolo. In alto a destra, un angelo in volo mostra al Maestro Divino lo stemma della Famiglia Paolina.
Ai piedi dell’Apostolo, sulla stessa nuvola che lo sorregge, ci sono due putti, quello a sinistra ha la spada, quello a destra sorregge un libro aperto, su cui è scritto: Christus heri et hodie, ipse et in specula (Cristo ieri e oggi e nei secoli).
Chiudono la scena in basso, poggiando direttamente sul basamento dell’altare, sei personaggi; partendo da sinistra individuiamo: San Crisostomo, grande ammiratore di San Paolo, che con la mano destra sorregge il pastorale e solleva la sinistra verso il Santo. La sua casula dalle ricche pieghe svolazzanti lambisce la lesena grigia, che incornicia l’opera. Accanto a lui San Luca, avvolto dal manto, in atto di scrivere; egli fu molto legato a San Paolo e gli offrì anche assistenza medica.
L’unica figura femminile, al centro della scena, è quella di Santa Tecla, giovane donna che Paolo fece convertire al cristianesimo. Sopra di lei fa capolino il volto di Mons. Giuseppe Re, vescovo di Alba. Se il suo corpo è appena abbozzato a basso rilievo, molto interessante è il particolare del viso, vero ritratto ad alto rilievo, che emerge con sguardo severo dallo sfondo. Dietro di lui si trova il busto di un altro personaggio albese, don Giacomo Alberione, fondatore della Società di San Paolo, egli, in qualità di erede del Santo, ricopre il ruolo di contemporaneo predicatore del Vangelo. Per accentuarne l’effetto realistico, lo scultore ha inserito sul suo volto un paio di occhiali color oro, vero tocco di originalità. Infine, all’estremità destra, c’è San Timoteo, anch’egli di spalle, con sguardo adorante ammira San Paolo.
Lo stile barocco piemontese, che caratterizza la decorazione interna del Tempio trova forse il suo apice nella scultura dell’altare, maestoso elogio al Santo patrono della basilica. In quest’opera troviamo affiancati San Paolo, il suo Maestro Gesù Cristo e tutti coloro che ne seguirono l’esempio, facendosi portavoce della Sua Parola nel mondo; compresi il committente della chiesa don Alberione e il vescovo di Alba che la consacrò.
Lo scultore coniuga, dunque, nell’opera la tradizione figurativa con la realtà contemporanea, in un linguaggio formale ricco di fascino e di bellezza. L’impianto strutturale realizzato con rigore compositivo, vibra nell’accentuazione dei volumi e nell’eleganza del modellato, che dialoga con lo spazio circostante, coinvolgendo il fedele nella narrazione.
Audagna nasce nel 1903 a Cannes e iscrittosi all’Accademia Albertina di Torino, si perfeziona nell’arte del cesellato e nella lavorazione del marmo sotto la guida del Maestro Gaetano Cellini. Nel 1919 apre lo studio a Torino e nel 1922 partecipa, a soli diciannove anni, alla « Promotrice », dando inizio ad una brillante carriera artistica, rivolta soprattutto alla scultura, che lo vede partecipe di oltre cinquanta mostre nazionali ed internazionali; le sue opere sono esposte in tutto il mondo.

A Cura di Chiara Borgogno

DA PREGARE CON L’ICONA: SAN PANCRAZIO

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DA PREGARE CON L’ICONA: SAN PANCRAZIO

DA PREGARE CON L'ICONA: SAN PANCRAZIO dans ARTE san-Pancrazio01

““Lo Sposo è il Verbo, la Sposa è la nostra umanità”
sant’Agostino

INTRODUZIONE

La riscoperta delle icone orientali è uno dei frutti più vistosi della comunione spirituale tra la Chiesa d’Oriente e la Chiesa d’Occidente. Oggi le icone sono un po’ dappertutto: nelle chiese, nelle cappelle, nelle abitazioni. Sono l’angolo bello, il luogo della chiesa domestica, l’armoniosa presenza della continuità fra liturgia e vita che rendono familiare la comunione con i santi, con Cristo, con la Madre di Dio e invitano alla preghiera. Se vogliamo andare al di là della moda, le icone diventano ambienti di preghiera contemplativa, quindi un forte invito al raccoglimento, una presenza che attira, una via alla contemplazione del mistero.
Questa icona in particolare raffigura il giovane martire Pancrazio, ritto in piedi con l’armatura di soldato, in un’ambientazione tutta d’oro. Sullo sfondo, le montagne, dalle quali svetta la croce del martirio. Ai suoi piedi, il Maligno nell’immagine apocalittica del drago e, in alto a sinistra, la mano benedicente di Dio che fuoriesce dal globo.
L’icona presenta il grande tema della lotta contro il male e ne annuncia la vittoria definitiva grazie al sangue di Cristo che, per mezzo della croce, ha schiacciato il capo del nemico antico (cfr. Ef 2,13-19, Gn 3,15-3; Sal 68,22).

IL TESTO BIBLICO (Ef 6,10-20)
«Attingete forza nel Signore e nel vigore della sua potenza. Rivestitevi dell’armatura di Dio, per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi, e anche per me, perché quando apro la bocca mi sia data una parola franca, per far conoscere il mistero del vangelo, del quale sono ambasciatore in catene, e io possa annunziarlo con franchezza come è mio dovere».
E’ sul fondamento della Scrittura che si radica il tema della lotta – la panoplia – contro “i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. Già l’Antico Testamento infatti presenta Jahvé come un guerriero “che prenderà per armatura il suo zelo e armerà il creato per castigare i nemici; indosserà la giustizia come corazza e si metterà come elmo un giudizio infallibile; prenderà come scudo una santità inespugnabile; affilerà la sua collera inesorabile come spada e il mondo combatterà con lui contro gli insensati” (Sap 5,17ss). Ora l’Apostolo Paolo, riecheggiando questa simbologia, esorta i cristiani ad equipaggiarsi adeguatamente per affrontare il combattimento spirituale, identificando l’esistenza dell’uomo con un campo di battaglia in cui si schierano, in lotta perenne, il bene e il male.
Ma chi sono veramente gli avversari contro cui ferve la lotta? I demoni, con a capo Satana, la cui forza distruttiva cerca di soffocare la speranza dell’uomo ed impedirgli di guardare in alto. La Bibbia indica l’influsso del Maligno sulla storia con termini impressionanti:

è “il principe di questo mondo” (Gv 12,31);
“il grande drago, il serpente antico…che seduce tutta la terra” (Ap 12,9);
“omicida fin da principio…e padre della menzogna” (Gv 8,44),
“colui che della morte ha il potere (Eb 2,14);
“colui che domina tutto il mondo” (1Gv 5,9).
Bisogna dunque vedere in lui “un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore” (Paolo VI) che, attraverso un’illusione di vita, organizza sistematicamente la perdizione e la morte. La lingua mobile e lo sguardo trasversale, non diretto, del drago che qui lo rappresenta, ne esprime bene la forza seduttrice che inganna con le sue macchinazioni subdole e perverse.

Tuttavia, se è pur vero che siamo fragili e vulnerabili e se è inquietante la forza del male e tremenda la lotta contro le sue insidie, molto più potente, anzi infinitamente più potente, è la forza che viene da Dio in Cristo Gesù. E’ lui “il più forte” (Lc 11,22) che viene – e viene continuamente nella nostra vita! – per vincere il Maligno, strappandogli l’armatura iniqua della malvagità nella quale confida per manipolare e traviare il cuore dei credenti. Possiamo vincere infatti solo ricorrendo “al più forte di lui”, consapevoli d’aver bisogno del sostegno divino perché la nostra volontà non ceda dinanzi all’astuzia del male. Non a caso l’Apostolo Paolo ci esorta ad attingere potenza nel Signore e nella forza del suo vigore pregando incessantemente. La preghiera è infatti è come una cerniera che unisce e rende salda in noi l’armatura di Dio.
Di questa armatura è equipaggiato il giovane martire Pancrazio, come dimostra la sua stessa vita consegnata fiduciosamente alla morte per la fede in Cristo. Ecco come ce la presenta la Leggenda aurea:
« Pancrazio era di origine nobilissima. Perse i genitori in Frigia, e fu lasciato sotto la tutela dello zio Dionisio. Rientrarono tutti e due a Roma, dove avevano vasti possedimenti. Proprio in quella zona si stava nascondendo, con i suoi fedeli, il papa Cornelio. Dionisio e Pancrazio ricevettero da lui la fede. Dionisio più tardi morì in pace. Pancrazio invece fu catturato e portato al cospetto dell’Imperatore. Aveva allora circa quattordici anni. Diocleziano gli disse: Ragazzetto, stai attento, che rischi di morire male. Tu sei giovane, ed è facile che ti ingannino; sei di famiglia nobile, e sei stato un caro amico di mio figlio. Voglio da te che tu lasci perdere questa pazzia, e ti considererò come uno dei miei figli. Pancrazio rispose: Anche se il mio aspetto è quello di un ragazzo, il cuore che ho in petto è quello di un uomo maturo. A noi cristiani, per virtù del mio Signore Gesù Cristo, la vostra prepotenza fa paura né più né meno che questi dipinti che noi vediamo. I tuoi dèi, quelli che mi vuoi spingere ad adorare, sono degli impostori; si stupravano tra fratelli, e non risparmiavano neanche i genitori: se tu vedessi far cose simili ai tuoi servi, li faresti subito uccidere. Mi stupisco anzi come tu non ti vergogni ad adorare dèi del genere. L’imperatore, sentendosi battuto dal ragazzo, lo fece decapitare lungo la via Aurelia; era attorno all’anno 287 dopo Cristo. La senatrice Ottavilla fece seppellire il suo corpo.
Dice Gregorio di Tours che se qualcuno giura il falso presso il suo sepolcro, prima di arrivare al cancello del coro, o è preso dal demonio o esce di senno, oppure cade a terra e muore subito. Successe una volta che due persone ebbero una grave lite. Il giudice, che già sapeva bene chi era il colpevole, preso da uno scrupolo di giustizia, li portò davanti all’altare di Pietro, e là il colpevole cominciò a protestare la sua innocenza ­quella che fingeva di avere. Chiese all’apostolo di indicare con un qualche segno la verità. Avendo lui giurato e non essendogli successo nulla, il giudice, che conosceva bene la malizia di quell’uomo, disse: Qui il vecchio Pietro o è troppo indulgente, o per modestia mostra deferenza nei confronti di un suo inferiore: andiamo allora dal giovane Pancrazio, e chiediamo a lui. Giunti là, il colpevole ebbe l’impudenza di giurare il falso, ma non poté ritrarre la mano, e lì poco dopo morì. Tuttora molti badano che, nei casi difficili e dubbi, si giuri sulle reliquie di san Pancrazio » (Iacopo da Varazze, Leggenda Aurea).
Qual è l’armatura di Dio di cui è cinto il giovane martire?
Si tratta di armi spirituali.
“Cingete i fianchi con la verità/fedeltà” – La cintura della verità di Dio è un tutt’uno con la fedeltà. In ebraico infatti verità e fedeltà hanno un’unica radice, aman, che indica fermezza, stabilità, costanza. Fermi, dunque, stabili e costanti, come Cristo, “il Fedele e Verace” (Ap 19,11). Fedele e perciò affidabile, nella verità del suo Vangelo che esige uno stile coerente di vivere e di agire.
“Indossate come corazza la giustizia” – E’ la giustizia di Dio, che ci rende giusti; è il suo modo di rivelarsi a noi nella misericordia, nel dono della libera grazia che continuamente ci salva. E’ quella giustizia che salva i poveri e umilia i peccatori, gridando, come Cristo: “A Dio ciò che è di Dio”.
“Calzari ai piedi il vostro slancio per annunciare il vangelo della pace” – E’ quella prontezza d’animo che ci rende zelanti, come il Battista, nel preparare la via al Signore (cfr. Mt 3,3), ambasciatori solleciti della bella notizia del Vangelo: “come sono belli i piedi del messaggero che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Is 52,7). Pace, “shalom”, che nel linguaggio ebraico racchiude una serie di beni: la salute, la prosperità, la salvezza, la benevolenza, la gioia, la sicurezza, la serenità, la beatitudine, il perdono.
“Afferrate lo scudo della fede” – E’ l’elemento essenziale dell’armatura. Con essa il credente spegne e neutralizza le frecce infuocate del Maligno. Infatti, dice Origene, “non si combatte con il vigore del corpo, ma con la forza della fede”, che è piena adesione a Dio, a qualunque costo, e rifiuto della mentalità del mondo di peccato che ci spinge a interpretare cose e situazioni nella miopia dello sguardo incredulo e indifferente.
“Prendete l’elmo della salvezza” – Più precisamente: ‘la salvezza della speranza’, che è fiduciosa consegna nelle mani di Colui che dona la salvezza, mentre “schiaccia la testa del drago sulle acque” della nostra umanità continuamente esposta alla tentazione del peccato (Sal 74,13).
“Prendete la spada dello Spirito” – Cioè la Parola di Dio, attraverso cui lo Spirito agisce efficacemente, suggerendo cosa dire e cosa fare nei momenti di prova.
Infine, “Pregate incessantemente” – Pregare per essere capaci di parrhesia, ossia di coraggio e franchezza nel “far conoscere il mistero delle fede”, soprattutto nel tempo della persecuzione, divenendo per Cristo “ambasciatori in catene”, sempre aperti alla lode e inclini alla supplica.

LETTURA DELL’ICONA
Contempliamo ora l’icona. L’adolescente Pancrazio pone i suoi piedi sopra il drago: può infatti camminare sul male perché rivestito dell’armatura di Dio, i cui elementi gli conferiscono fortezza e audacia nella persecuzione. Il suo modo di ergersi sul male è deciso, quasi naturale, come se tale vittoria fosse semplice da ottenersi. Sembra infatti annientare il male senza alcuno sforzo. Ciò gli è dato per la forza e la potenza di quella mano benedicente che lo sostiene e lo conforta. Il principe delle tenebre non può essere infatti sconfessato dalle forze umane: il demonio non è mai obbediente alla parola dell’uomo, però indietreggia sempre davanti alla Parola di Dio. E la Parola di Dio che questo ragazzo proclama è: ”Meglio obbedire a Dio che agli uomini, meglio servire Dio che altri idoli”.
Per questo il ragazzo è rappresentato in un atteggiamento fiero, così come si manifesterà lungo tutto l’interrogatorio e il martirio. Si offre serenamente perché è rivestito di Cristo. L’abito che indossa – la corazza della fede – lo annuncia con le sue sfumature dorate: egli è davvero dentro la luce piena di Dio, nella genuinità della fede di fanciullo e, al contempo, nella maturità adulta dell’uomo fedele. Il mantello rosso richiama invece il sangue dato e versato ed è simbolo della sua stessa missione. Quando si è chiamati ad una particolare missione, infatti, si prende il colore che identifica quel progetto in atto. In questo caso la sua vita “data” per tutti.
Il volto orribile del drago spaventa sempre l’uomo, ma in questo caso si coglie il dominio che il giovane martire ha sul male. Solitamente nell’iconografia il Maligno è rappresentato dentro un antro tenebroso. Qui invece è in un prato di erba molto scura dove striscia insinuandosi con astuzia, così come è stata insidiosa la modalità di processare il giovane Pancrazio. Ancora: il male è sempre rappresentato come qualcosa di animale, di selvaggio, ed appartiene alla terra, mentre ciò che è spirituale è elevato, così come è retta, imponente la figura di questo giovane. E’ una contrapposizione netta, visibile anche nella nostra vita: lo strisciare in basso proprio di colui che cede al peccato, e l’elevarsi verso l’alto di colui che invece si abbandona alla contemplazione del Bello e del Buono.
Il modo celeste, spirituale, il mondo della benedizione è il globo divino da cui fuoriesce la mano. E’ l’altro grande elemento di questa icona. Questo scenario è importante: la mano benedicente esprime infatti la protezione solenne nei confronti di chi vuole vivere autenticamente. E noi, quando la percepiamo? Quando ci ritroviamo riuniti nella semplicità della preghiera, quando ci percepiamo rivestiti di “benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie (cfr. Col 3,9b-14). Allora è come se fossimo benedetti da quella mano celeste. Ed è allora che nasce il desiderio di lasciar calare nella vita la Parola del Signore che ci indica e ci offre il suo amore. Sì, quando lasciamo riecheggiare in noi parole salmiche che leniscono e rinnovano, quando ci abituiamo a benedire, a raccontar bene del Signore dentro la nostra storia; quando impariamo a lodare Dio per la bellezza e le meraviglie che Lui compie in noi, quando guardiamo gli altri, il mondo e le cose, con gli stessi occhi dell’Altissimo, mentre Lui con la mano benedicente ci guarda e ci ama, come suggerisce l’icona, intercettando la nostra prontezza nel condividere, amare e d essere fedeli.
Il cielo da cui fuoriesce la mano è l’universo con gli astri oscurati dalla presenza del Padre che conforta il giovane nella sua testimonianza di fede.
Le rocce accentuano la simbologia di tutta l’icona. Nel linguaggio iconografico la roccia infatti sottolinea sempre la manifestazione di Dio, una teofania chiara, luminosa che penetra e rinnova.
Le piccole piante poste ai piedi della roccia richiamano la fertilità al cambiamento di vita che avverrà quando san Pancrazio sarà chiamato alla pienezza della vita nell’eternità dell’Amore.
Contemplando quest’icona si percepisce una grande presenza di Dio, di un Dio che veglia sulla fede dei suoi figli e su tutto ciò che accade nella storia di ciascuno. Davanti ad essa si snodano sia i momenti luminosi della fierezza, della forza, dell’impegno, sia i momenti tristi della lotta e martirio. Ma nell’uno e nell’altro caso, Dio è sempre lì, pronto a benedire e consolare, sempre disposto ad essere pienezza di misericordia. Ecco perché possiamo affermare che contemplando questa icona noi impariamo a vedere dentro le fatiche della nostra storia la presenza e l’azione di Dio che ci salva continuamente.

PER LA MEDITAZIONE
Mi sembrano utili, a questo punto, quattro osservazioni.
- Anzitutto che spesso anche noi ci troviamo in una situazione rischiosa. È infatti ‘pericoloso’ vivere il Vangelo fino in fondo. Avere il senso del rischio, delle difficoltà è realismo, un realismo che ci permette di vedere le vie dell’avversario, le vie attraverso le quali il Male si fa insidia subdola. Ma sentendoci pieni della forza di Dio. Una profonda analisi e sintesi del mistero della perversione, fatta con l’aiuto della sacra Scrittura, ci mette davanti alle avversità senza paura perché ci è dato di cogliere, insieme alla vastità del male, la potenza di Cristo che opera continuamente nella storia.
- Seconda osservazione: si tratta di una lotta che non ha né sosta, né quartiere, contro un avversario astuto e terribile che è fuori di noi e dentro di noi. Questo, oggi, lo si dimentica spesso, vivendo in un’atmosfera di ottimismo deterministico per cui tutte le cose devono andare di bene in meglio, senza pensare alla drammaticità e alle lacerazioni della storia, senza sapere che la storia ha le sue tragiche regressioni e i suoi rischi che minacciano proprio chi non se l’aspetta, e vive cullandosi nella visione di un evoluzionismo storico che procede sempre per il meglio.
- La terza osservazione: solo chi si arma di tutto punto potrà resistere, dal momento che il nemico si aggira attorno a noi per scoprire se c’è almeno un varco aperto, un elemento mancante nell’armatura cosi da farci cadere nel combattimento.
- L’ultima osservazione, assai importante: tutte le armi, tutti gli elementi dell’armatura vanno continuamente affinati nell’esercizio della preghiera che non li supplisce – non supplisce lo zelo, l’impegno, lo spirito di fede, la capacità di donarsi -, ma è la realtà nella quale tutti siamo avvolti e veniamo ritemprati per la lotta.
Quella in cui il cristiano è ingaggiato è una guerra propriamente escatologica, ossia un battaglia risolutiva per le sorti del mondo e prelude alla definitiva sconfitta delle potenze del male. Non va poi trascurato il risvolto battesimale del termine « indossare » o « rivestirsi » spesso usato da san Paolo. In GaI. 3,27 leggiamo: «Quanti siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo». Cosa comporti rivestirsi di Cristo è esplicitato poi in Col 3,9b-14, un testo che si potrebbe definire il « guardaroba del cristiano » con i suoi dieci capi di vestiario: misericordia, benevolenza, umiltà, mitezza, magnanimità, sopportazione, perdono, carità, pace e rendimento di grazie.
Con il battesimo il cristiano s’impegna a rimanere sempre in tenuta militare, perché – al dire dei Padri – egli è un «miles pugnans», un soldato che combatte (CIPRIANO, Lettere, 58,4) e le armi che indossa sono quelle stesse che caratterizzano l’equipaggiamento di Cristo.

Quale l’allenamento adeguato per affrontare tale guerra ?
1. Aprire cuore, bocca, mano rispettivamente a giustizia, verità e pace:
togliendo dal cuore quanto è negativo, malvagio, egocentrico;
esprimendo con la bocca sincerità ed evitando falsità, ipocrisia, maldicenza;
offrendo segni concreti di pacificazione, di riconciliazione, di amicizia, di solidarietà.
2. In ogni situazione difficile ricorrere alla parola illuminante che «trafigge il cuore» (cf At 2,37), attingendola alle Scritture e lasciandocene impregnare in profondità.
3. Affidarci alla potenza della preghiera « incessante », che è la « preghiera del cuore »: «Signore,liberaci dal Male», prendendo via via coscienza dai mali che ci minacciano: quelli annidati nel cuore e quelli che ci vengono dall’esterno. Possiamo fare nostra una preghiera di Isacco di Ninive (306c.-372), monaco siriano:

PER LA PREGHIERA
Sant’Agostino ci avverte che nel combattimento spirituale occorre affidarsi costantemente alla grazia del Signore. Combatte e non è vinto colui che non presume delle proprie forze, colui che «confida in Chi ordina di combattere e vince il nemico aiutato da Chi dà tale ordine» (Enarrationes in pasalmos, 35,6). Ripetiamo:

Liberaci dal male!
Ti lodo, Padre, medico dei corpi, fonte di Sapienza, che ci prodighi una vita senza male, che dissipi il timore, madre delle angosce, e che custodisci il mio cuore nella purezza, grande è presso di te la redenzione. Ti preghiamo

Liberaci dal male!
Santo sei tu, Signore, che conosci ciascuno per nome, che tutto hai creato per mezzo del tuo Verbo. Santo sei Tu, che sei più forte di ogni forza e che superi ogni lode. Ti preghiamo

Liberaci dal male!
Infinitamente profondi sono i tuoi pensieri, Signore. Signore, ho cercato di penetrarli: Tu sei l’insondabile, il tuo Spirito abita abissi inaccessibili e il tuo pensiero è un mistero inesauribile, perché forte è il tuo amore per noi e la tua fedeltà dura in eterno,

Liberaci dal male!
«Manda soccorso, Signore,
a quelli che si levano nelle difficili battaglie dei demoni,
[condotte] sia manifestamente sia di nascosto,
e la nube della tua grazia li ricopra (cf Lc 1,35)
e poni sul capo della loro mente « l’elmo della salvezza » (Ef 6,17)
e umilia davanti a loro la potenza dell’avversario
e li sostenga sempre il vigore della tua destra,
perché per i loro pensieri non vengano meno
allo sguardo continuo [rivolto] a te,
e fa’ rivestire loro l’arma dell’umiltà,
così che da loro spiri sempre un odore soave,
secondo il tuo beneplacito».
Isacco di Ninive

 

Publié dans:ARTE, immagini e testi, |on 27 mai, 2014 |Pas de commentaires »

ALL’OMBRA DELLE QUERCE DI MAMRE – TESTO BIBLICO GENESI 18, 1-15

http://www.bologna.chiesacattolica.it/ufficio_catechistico_diocesano/congr%20ucd/07/materiale/emilio%20rocchi/TRINITA_RUBLEV.pdf

(è un PDF e ho dovuto « stringere » il testo, citazione da Paolo alla fine)

L’ICONA DELLA TRINITÀ: DIO HA VISITATO IL SUO POPOLO

ALL’OMBRA DELLE QUERCE DI MAMRE - TESTO BIBLICO GENESI 18, 1-15 dans immagini e testi, Trinita-di-Rublev

ALL’OMBRA DELLE QUERCE DI MAMRE

TESTO BIBLICO GENESI 18, 1-15

1 Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2 Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3 dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passar oltre senza fermarti dal tuo servo. 4 Si vada a prendere un po’ di acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5 Permettete che vada a prendere un boccone di pane e rinfrancatevi il cuore; dopo, potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». 6 Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre staia di fior di farina, impastala e fanne focacce». 7 All’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8 Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro. Così, mentr’egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. 9 Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». 10 Il Signore riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. 11 Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12 Allora Sara rise dentro di sé e disse: «Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!». 13 Ma il Signore disse ad Abramo: «Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia? 14 C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio». 15 Allora Sara negò: «Non ho riso!», perché aveva paura; ma quegli disse: «Sì, hai proprio riso».

COMMENTO L’icona innanzitutto descrive una scena biblica molto nota: l’ospitalità di Abramo (Gn 18,1-15). Prima di passare ad una interpretazione successiva occorre prendere in considerazione questo passo delle scritture che ha ispirato l’icona e che purtroppo viene spesso trascurato o al massimo considerato come una fonte ispiratrice che tuttavia non ha più nulla da dire per la “lettura trinitaria” dell’icona. Invece mi sembra di poter dire che per una comprensione piena dell’icona occorra partire proprio da qui. Infatti dietro a questa raffigurazione della Trinità, tipica della tradizione orientale, sta l’idea che essa in quanto tale non si possa raffigurare, e che per questo sia necessario ricorrere ad una “prefigurazione” veterotestamentaria del mistero trinitario. La tradizione orientale cioè per rappresentare Dio-Trinità non ricorre direttamente alla raffigurazione del Padre, del Figlio e dello Spirito, ma raffigurando un evento biblico in cui è possibile intravedere qualcosa del mistero di Dio. Non è indifferente a mio avviso che la tradizione iconografica abbia scelto questo brano biblico e non credo che si possa commentare correttamente l’icona senza passare attraverso questo primo livello di interpretazione che fa riferimento ad un testo biblico di cui l’icona – come già abbiamo detto – è “esegesi”, “interpretazione”. Il brano della Genesi narra l’episodio di quando tre uomini giunsero inaspettatamente e misteriosamente presso la tenda di Abramo. Li vediamo sotto un albero seduti intorno ad una tavola. Sono pellegrini hanno il bastone per il viaggio in mano; sono inviati (angeli) hanno le ali… inviati per portare una notizia. La notizia che essi portano è attesa… anzi ormai insperata. Sono passati venticinque anni da quando una voce risuonava nella notte per Abramo: «lascia il tuo paese, la tua famiglia, la casa di tuo padre; va’ nella terra che io ti mostrerò» (Gn 12, 1). Abramo partì senza sapere dove andava percorrendo paesi stranieri come un pellegrino, un viandante. Alla promessa di una terra si aggiunge la promessa di una discendenza: «Esci nella notte, solleva gli occhi verso il cielo, conta il numero delle stelle: così numerosa sarà la tua discendenza… » (Gn 15,5). Terra promessa, ma mai donata; discendenza promessa, ma mai avuta. Abramo continua a camminare nell’attesa del dono promesso, cercando di scorgere la presenza di colui che lo aveva chiamato. Ed ecco che nell’ora più calda del giorno tre uomini stanno in piedi davanti a lui… come accorgersi che quella è la visita tanto attesa (Gn 18,1-14). La promessa viene confermata… si da una scadenza: «tornerò a te alla fine della stagione ed ecco: Sara, tua moglie, avrà un figlio». Una vicenda strana, un episodio affascinante e misterioso… la storia di una “visita di Dio”. Ecco ciò che l’icona raffigura: una visita di Dio. Dio visita Abramo e Sara… misteriosamente, nel momento in cui anche la speranza più forte poteva vacillare. E una delle visite di Dio, forse la più emblematica e misteriosa, diventa richiamo a tutte le viste di Dio nella storia… quando Dio si fa vicino e trasforma la promessa in dono… un dono che supera sempre la promessa. L’icona coglie i sensi spirituali del brano biblico che raffigura… è un’esegesi spirituale a colori. Questa raffigurazione della visita dei tre uomini ad Abramo diventa simbolo di ogni visita di Dio fino a quella visita che è compimento pieno e definitivo di ogni promessa: Gesù di Nazareth. Si tratta, come abbiamo visto sopra, di una forma che assume la lettura spirituale delle Scritture. Già Luca vede in Gesù Dio la visita definitiva di Dio al suo popolo Israele: «Dio ha visitato il suo popolo» (Lc 7, 16). Per questo motivo la tradizione cristiana ha visto in quei tre uomini un riferimento dell’Antico Testamento alla Trinità: perché ogni “visita di Dio” deriva dal suo essere Trinità… cioè “relazione in se stesso”… amore che è portato ad uscire fuori di sé. La natura intima di Dio si rivela nel suo “visitare l’uomo”… non è la trinità a-temporale e lontana che viene raffigurata nell’icona, ma la Trinità all’opera nella storia della salvezza. L’icona “della visita” di Dio è l’icona “delle visite di Dio”… l’icona per l’oggi di ogni credente che attende nella sua realtà che Dio lo visiti per trasformare le promesse in dono. E’ l’icona che apre alla speranza della “visita di Dio” per ogni uomo che vive in “terra straniera”, che sente vacillare la speranza… un icona che per ogni uomo “in terra straniera” diventa invocazione:

«Perché non tornare oggi ad aprire il banchetto di nozze… ecco la nostra tenda è aperta per accogliervi, per accoglierti… e l’ombra delle nostra querce… e l’acqua delle nostre fontane… Tutto questo per rinfrancare voi, te. Prima di riprendere il vostro… il tuo cammino»1 1 D. ANGE, Dalla Trinità all’Eucaristia, p. 117. IL RITMO DELLA VITA TRINITARIA: IL TRE ANGELI TESTO BIBLICO GIOVANNI 1, 14-18

14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15 Giovanni gli rende testimonianza e grida: «Ecco l’uomo di cui io dissi: Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me». 16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. 17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18 Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

COMMENTO Nell’icona i tre angeli nelle loro espressioni, nella loro posizione, nei colori esprimono il ritmo della vita trinitaria. Prima di vedere gli elementi che indicano questo ritmo vediamo quelli che richiamano all’unità: Un elemento molto importante è il colore blu che, se osserviamo l’icona, è presente nelle vesti di tutte e tre le figure, mentre gli altri colori variano figura per figura. Il blu è il colore della divinità che le tre persone divine condividono, gli altri colori invece sottolineano le specificità di ogni persona. Un atro tratto comune che caratterizza i tre angeli è la somiglianza del volto. Come la presenza del blu che indica la divinità, così anche questo tratto richiama l’unità della trinità. Ogni angelo presenta un volo giovanile, né maschile né femminile, per esprimere l’eternità della divinità delle tre persone. Anche fisicamente i tre angeli sono uguali. Il loro corpo è molto allungato rispetto alle proporzioni normali. Questo è un elemento tipico dell’icona che esprime la diversa dimensione delle figure raffigurate. Non si tratta infatti della raffigurazione di corpi materiali, ma del loro “spessore spirituale”. Questo aspetto è molto rilevante nelle icone dei santi Molto importante per sottolineare l’unità è il cerchio in cui i tre angeli possono essere inscritti (cfr. disegno): il cerchio indica il tutto, l’unità della vita di Dio.

1.1 L’ANGELO AL CENTRO L’angelo che sta al centro dell’icona è messo in risalto oltre che dalla posizione anche dalla vivacità dei colori e dalle linee che sembrano attirare lo sguardo su di lui. Si potrebbe pensare che si tratti del Padre proprio per questa sua posizione preminente sugli altri due. In realtà sembra preferibile ritenere che si tratti del Figlio. Perché allora il Figlio nell’icona della Trinità è al centro e non il Padre, come ci si aspetterebbe? Mi sembra che i motivi siano due: il primo riguarda una spetto molto importante per la teologia della Trinità secondo la sensibilità orientale: la Trinità si rivela nella storia della salvezza e massimamente nell’opera fatta di parole e opere del Figlio di Dio fatto uomo. Non si può parlare di Dio se non partendo da Gesù, il Figlio. Come abbiamo già detto non si parla della Trinità in astratto, ma facendo riferimento al suo rivelarsi nella storia della salvezza, nelle grandi opere che Dio compie in favore dell’uomo. Il secondo motivo che vedremo meglio più avanti è legato al mistero pasquale, alla morte e risurrezione di Gesù, come il luogo dove l’azione del Padre, per il Figlio, nello Spirito raggiunge la sua massima espressione e l’amore di Dio si rivela. L‘asse centrale dell’icona è quella che presenta i richiami al mistero pasquale e alla croce di Gesù. L’angelo al centro è rivolto verso quello di sinistra, il Padre. Lo sguardo dei due personaggi si incontra e sembra si possa intuire un dialogo in quegli sguardi. In quello sguardo del Figli verso il Padre e del Padre verso il Figlio possiamo vedere la missione che il Figlio riceve dal Padre e che la teologia dell’evangelista Giovanni esprime con un linguaggio molto denso e suggestivo: «In verità, in verità vi dico, il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5, 19). «Io … ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato» (Gv 5, 36). «… io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare» (Gv 12, 49). «… bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato» (Gv 14, 31) ANCHE UN PASSO DI TERTULLIANO esprime la realtà racchiusa nello sguardo che si scambiano il Padre e il Figlio: Il Figlio ha mostrato il cuore del Padre, ha tutto udito e visto presso il Padre ed ha annunzia ciò che il Padre ha comandato. Egli non ha adempiuto la sua volontà, ma quella del Padre che ha conosciuto da vicino fin dalla sua origine. (Ad Prax. III) In quello sguardo che l’icona rappresenta sta tutto questo ricchissimo sfondo scritturistico e in particolare giovanneo. Nello sguardo del Padre possiamo leggere una domanda simile a quella che risuona nella vocazione del profeta Isaia: «Chi manderò? Chi andrà per noi?» (Is 6,8). Questa domanda è anche espressa dalle dita del Padre che indicano il calice sulla mensa contenente l’agnello. D. ANGE immagina alcune domande presenti nel cuore di Dio: «Inviare un Angelo? Li consolerebbe… Ma potrebbe divinizzarli? Michele in persona? Combatterebbe per loro… Ma sarebbe vinto l’omicida da colui che egli ha fiaccato? Un profeta? Porterebbe una parola di fuoco… Ma il cuore dell’uomo potrebbe rinascere? Un re fortissimo? Porterebbe pace e concordia… Ma potrebbero perdonarsi, senza vedere il nostro modo di essere? Un grande sapiente? Donerebbe un ideale di vita… Ma creerebbe cieli nuovi e terra nuova? Un maestro spirituale? Li guiderebbe verso la conoscenza… Ma l’uomo vedrebbe il suo Dio con la sua carne?»2 Nello sguardo che il Figlio rivolge al Padre potremmo udire la risposta che diede il profeta: «eccomi, manda me!» (Is 6,8). L‘argomento del colloqui che si svolge più attraverso lo sguardo che le parole sembra essere la coppa che sta al centro della tavola e che contiene un agnello. Le mani dei due angeli sembrano indicarla3 . Certamente in primo luogo si tratta dell’agnello che Abramo offrì ai tre pellegrini, ma quell’agnello posto in un calice è anche riferimento «all’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo», il suo “mistero parsale”. Quello sguardo d’amore che il Padre rivolge verso il figlio è dovuto a questo… egli dà la vita: Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. (Gv 10, 17) 3 Le due dita separate della sua mano richiamano la divina liturgia bizantina, dove questo gesto evoca l’ineffabile istero: «Nascosto dal Padre prima di tutti i secoli secondo la divinità, nato in questo ultimo tempo da Maria la Vergine, Madre di Dio, secondo l’umanità, per noi e per la nostra salvezza: un solo e medesimo Cristo, Figlio, Signore, l’Unigenito che si fa conoscere in due nature, senza mescolanza né cambiamento senza divisione né separazione … » (Concilio di Calcedonia). Il rosso della tunica dell’angelo centrale richiama l’amore prontissimo della sua obbedienza “fino alla morte”. In questa figura il blu è il colore del mantello: quel colore che nel Padre era velato e nascosto, qui è manifesto e predominante per dire che è Gesù che ci ha rivelato il vero volto di Dio e il suo amore per noi: egli è colui che ci narra il Padre, al sua misericordia, la sua volontà di salvezza… Dio nessuno l’ha mai visto… il Figlio unigenito che sta nel seno del Padre egli ne ha fatto l’esegesi, la spiegazione, egli ce lo ha narrato. (cfr. Gv 1, 18). Questi due colori poi ci ricordano anche che Gesù è Dio (blu) e uomo (rosso), Dio che si è fatto vicino a noi, è venuto a camminare con noi. L’albero che sta alle spalle dell’angelo centrale richiama l’albero della vita nel paradiso e l’albero della Croce. L’albero è curvo sulle spalle dell’angelo centrale come se egli stesse per caricarselo addosso… è la croce, il nuovo albero delle vita. Cristo è il nuovo Adamo, l’uomo nuovo che ci rivela l’uomo vero, l’uomo che sa amare. L’icona non può rappresentare il Figlio senza un albero, la croce che gli si sta caricando sulle spalle, senza un calice che ricorda il suo dono di sé. Il “dono di sé” è la vocazione dell’uomo, perché è il senso della vita di Cristo, quella vita che il Padre contemplava come modello perfetto quando plasmava l’uomo. Adamo aveva allungato la mano verso l’albero per invidia e superbia, Gesù carica su di sé il legno della croce per amarci fino in fondo. Non poteva mancare un riferimento esplicito alla croce, perché è lì sulla croce che il Figlio nel modo più pieno rivela il cuore del Padre che ama in modo gratuito, unilaterale e folle. Sulla medesima linea dell’albero troviamo la tenda di Abramo e il monte. La tenda sorge alle spalle del Padre, dell’angelo di sinistra, è la casa del Padre alla quale tutto gi uomini sono inviatati. E’ una casa in costruzione della quale il «Figlio» è chiamato ad essere l’artefice chiamando un polo «dalle tenebre alla sua ammirabile luce» (1 Pt 2, 9) per l’edificazione di «un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5) che è la pietra angolare. Porte e finestre sono aperte perché è una casa accogliente come la tenda di Abramo e di Sara. Il colle sembra offrirsi al Figlio per essere salito. E’ il colle del calvario sul quale il Figlio darà «la vita per le pecore». Il Padre guarda verso quel colle come Abramo guardò il monte Moira quando saliva per offrire il proprio figlio Isacco. Il Figlio – l’angelo di centro – non guarda l’albero-croce e il colle ma volge loro le spalle… li vede riflessi nello sguardo del Padre, sguardo che parla della nostra salvezza e del cuore di Dio misericordioso e fedele. In questo sguardo sta il mistero della vita divina, il mistero della nostra salvezza, ma anche il mistero della natura umana creata ad immagine di Dio, creata in Cristo. Possiamo pensare che quello sia lo sguardo che il Padre posò sul Figlio mentre plasmava l’uomo fatto a sua immagine. Il Figlio, “prototipo dell’uomo”, vero uomo, primogenito di ogni creatura per mezzo del quale tutto è stato fatto. Egli è la costante vocazione dell’uomo, la sua forma sostanziale: l’uomo è chiamato a camminare verso la pienezza di Cristo, trasformando la sua mente, la sua vita ad immagine di quella di Gesù. L’uomo deve tendere necessariamente verso colui che custodisce la verità della sua natura. Scrive un teologo della chiesa orientale, quella stessa chiesa nel seno della quale è nata l’icona della Trinità: per conoscere Cristo abbiamo ricevuto il pensiero, per correre verso di lui il desiderio e la memoria per portarlo in noi. 4 1.2 L’angelo di sinistra Dell’angelo di sinistra abbiamo parlato parlando di quello centrale, ancora una volta comprendiamo che non si può parlare del Padre senza passare attraverso il Figlio che ne è la rivelazione.Il Padre qui a sinistra siede con solennità sul trono. Lo sguardo e il gesto della mano destra hanno qualcosa di imperativo. Anche il vestito oro e rosa (trasparenza) proclama che lui è l’origine della divinità e la sorgente della vita; il blu in questa figura è quasi totalmente nascosto dal mantello: egli è il Dio che nessuno ha mai visto e che il Figlio ha rivelato e narrato con la sua parola e con le sue opere e massimamente nel suo “mistero pasquale” dove il “cuore di Dio” si è mostrato in pienezza. 5 Abbiamo già notato l’importanze dello sguardo che egli rivolge all’angelo di centro e dei gesti delle sue mani che indicano il calice che contiene l’agnello. 1.3 L’angelo di destra L’angelo di destra è in atteggiamento di “infinita devozione”. Egli è, interamente, soltanto una “grande inclinazione” verso gli altri; il suo corpo disegna un’ampia curva. Sembra ricevere tutto dagli altri e attendere tutto da loro. E’ lo Spirito che nulla dice di suo, ma testimonia tutto ciò che Gesù ha fatto. Il mantello verde richiama la sua azione: dare la vita, rinnovare continuamente il mondo. Spirito vivificante – come diciamo nella professione di fede – che aleggiava sulle acque prima della creazione. La sua funzione è quella di rendere gli uomini simili a Gesù per introdurli nella vita di Dio. Per questo il suo sguardo è rivolto verso coloro che guardano l’icona, anzi precisamente verso l’apertura che si crea davanti alla tavola-altare alla quale i tre sono seduti, il lato vuoto al quale ogni uomo è invitato. Come è importante lo sguardo degli altri due angeli così è importante quello dell’angelo di destra. Quello sguardo indica la missione dello Spirito che è donato nei cuori per plasmare in noi l’immagine del Figlio, per renderci confomi a Cristo e così ricondurci alla nostra primitiva e originaria vocazione. Lo Spirito «è la faccia di Dio inclinata sul mondo»5, i suoi occhi sembrano immergersi verso un abisso che si intuisce lontanissimo e vicinissimo. Ma che rapporto c’è tra l’angelo di centro e l’angelo di destra, tra il Figlio e lo Spirito? Se guardiamo l’angelo di centro, il Figlio, notiamo che egli ha i volto e lo sguardo rivolti verso il Padre per contemplare la sua volontà, ma ha il petto rivolto verso l’angelo di destra come per “inviarlo”6. Lo Spirito effuso è il compimento del mistero pasquale, il compimento della salvezza perché egli ci rende Figli ad immagine del Figlio e quindi in comunione con il Padre. E’ il dono dei tempi messianici annunciato dai profeti, il dono di Dio per eccellenza, il dono che porta in sé ogni altro dono. Una preghiera di un vescovo orientale al Concilio Vaticano II dice bene il modo in cui lo Spirito è inteso dalle chiese d’oriente:

Vieni, Santo Spirito, perché senza di te Dio è lontano, Gesù risorto resta nel passato, il Vangelo appare una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un puro esercizio del potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, l’agire morale un agire da servi. Conte, invece, o Spirito Santo, il cosmo è mobilitato, il Risorto si fa presente, Dio è vicino, il Vangelo è potenza di vita, la Chiesa diventa comunione, l’autorità è un servizio gioioso e forte, la liturgia è memoriale vivente, l’agire umano etico e morale è un cammino forte e costruttivo di libertà. IGNATIUS HAZIM, metropolita di Lattakia DIO HA TANTO AMATO IL MONDO Testi biblico Giovanni 3, 16-17 16 Dio… ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. 17 Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

COMMENTO Prendendo in considerazione i singoli personaggi dell’icona abbiamo già visto come sia forte il riferimento alla Pasqua del Figlio come momento massimo della rivelazione del Dio-Trinità: è sulla croce che massimamente il Figlio ha rivelato la volontà di salvezza del Padre inaugurando la Nuova Alleanza; è sulla croce che il Figlio ha donato lo Spirito per rendere possibile ad ogni uomo l’accesso alla comunione con Dio. Per ogni uomo di ogni tempo lo Spirito plasma l’immagine del Figlio rendendo attuale e salvifica nella nostra vita la Pasqua di Gesù. Oltre all’albero che richiama la croce, abbiamo visto che anche il calice che sta davanti all’angelo centrale con dentro l’agnello immolato richiama il mistero pasquale. Tanto più la cosa è significativa se osserviamo che la tavola alla quale i tre sono seduti in realtà è un altare. Basta considerare la finestrella sul davanti che è tipica degli altari dell’antichità costruiti sulle tombe dei martiri. Il calice posto sull’altare richiama dunque l’eucaristia e il senso dell’eucaristia è proprio racchiuso nel mistero del Figlio obbediente fino alla morte e alla morte di croce perché nel pane spezzato si rivela il senso della sua morte che si fa dono per la vita degli altri e nel calice del vino si realizza la Nuova Alleanza che la croce ha reso possibile e inaugurato. Nell’icona il riferimento all’eucaristia illumina il Cristo caricato della croce, ma nello stesso tempo la croce illumina il senso dell’eucaristia. Ma se osserviamo bene l’icona e allarghiamo il nostro sguardo a partire dal calice che sta sulla tavola-altare vediamo che i contorni dei due angeli laterali formano la sagoma di un altro calice che contiene l’angelo centrale cioè il Figlio. A questo punto è ancora più chiaro il senso del calice posto sull’altare. I due calici si richiamano, illuminandosi vicendevolmente. L’agnello nel calice sull’altaremensa è identificato chiaramente con il Figlio amato dal Padre perché “da la vita”. In questo modo possiamo vedere come l’icona coinvolga tutte e tre le persone della trinità nella Pasqua di Gesù e del suo dono sulla croce. Il dono di sé di Gesù è dono di sé di Dio, sua autocomunicazione all’uomo. Con l’effusione dello Spirito questo dono si fa incontro all’uomo e lo porta alla salvezza. Nella croce, nel calice, nell’agnello immolato si rivela l’amore di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». Per mezzo del Figlio Dio dona al mondo la possibilità della salvezza che per Giovanni sta nella comunione con Dio. Entrare nel rapporto che intercorre tra il Padre e il Figlio è salvezza, entrare in quello sguardo, tramite l’altro sguardo che lo Spirito ci rivolge. Una ferita o un posto vuoto? Testo biblico Giovanni 14, 1-23 14,1 «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. 2 Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. Se no, ve l’avrei detto. Io vado a prepararvi un posto; 3 quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io. 4 E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». 5 Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». 6 Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. 7 Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». 8 Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». 9 Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? 10 Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è con me compie le sue opere. 11 Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro, credetelo per le opere stesse. [12-14] 15 Se mi amate, osserverete i miei comandamenti. 16 Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, 17 lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi. 18 Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi. 19 Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. 20 In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. 21 Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». 22 Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». 23 Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.

COMMENTO Ed ecco alla conclusione del nostro cammino un posto vuoto, un’apertura fissata dallo Spirito. La prospettiva inversa dell’icona e in particolare delle pedane dei troni dei due angeli laterali crea un naturale coinvolgimento, come se l’icona fosse un invito alla comunione e anticipazione della patria. Ma quell’apertura può anche essere vista come una ferita… una “ferita” in Dio quasi che il cerchio della vita divina sia in qualche modo lacerato7 , una lacerazione attraverso la quale lo Spirito può effondersi. In quella lacerazione della vita di Dio, sta la nostra chiamata alla comunione. Ma quella ferita è anche la ferita dell’uomo: la lacerazione in Dio è il suo amore per l’uomo, mentre la lacerazione dell’uomo è la sua sete di Dio. Entrambi gli aspetti nell’icona si fondono… il desiderio di Dio e il desiderio dell’uomo… per tutti e due desiderio di comunione. Se notiamo nell’asse centrale dell’icona sono allineati l’albero-croce, l’angelo centrala, il calice con l’agnello, l’altare, l’apertura ai piedi dell’icona. Sembra quindi che l’apertura ai piedi dell’icona sia messa in corrispondenza con gli elementi che indicano la passione-morte di Gesù. Ma qual è questo rapporto? Certamente la salvezza che si realizza nella comunione piena con Dio non è qualcosa di esterno al mistero pasquale. Ne è il frutto, ma potremmo anche dire che ne fa parte perché ciò che si compie nel Figlio di Dio fatto uomo, morto in croce, risorto e assiso alla destra del Padre è già pegno e profezia di ciò che si compirà per ogni uomo in ogni tempo, in ogni luogo. Per questo la salvezza di ogni uomo non sta fuori dal mistero pasquale di Cristo, ma ne è parte integrante. Nelle scritture e nei Padri questo è espresso con il vocabolario della sponsalità, dove il rapporto Dio/uomo è espresso attraverso l’immagine del matrimonio. Nella Pasqua di Cristo Dio ha celebrato il suo matrimonio con l’umanità, ha fatto nuova la sua sposa, l’ha “rigenerata” da prostituta a sposa fedele. Così afferma un Inno pasquale (Pseudo Ippoito):

O Gioia dell’Universo, Banchetto di Grazia! Tu dissipi le tenebre della morte, Tu apri le porte della vita! In Te le promesse sono compiute I canti sono restituiti alla terra! Alleluja! O Pasqua, Nozze dell’Agnello, Il Dio del cielo viene a unirsi a noi nello Spirito. L’immensa sala delle Nozze, E’ riempita di commensali. Tutti portano la veste nuziale E nessuno è respinto! Alleluja! O Pasqua, Nuova Luce, Splendore del corteo verginale, Presso tutti il Fuoco della Grazia Arde nel corpo e nello Spirito. Le lampade non si spegneranno più, Perché è l’olio di Cristo che arde in esse. Alleluja! Veramente questa icona è un roveto che arde e che mai si consuma. Davanti ad essa verrebbe da esclamare come Paolo: «O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11, 33). Ma queste vie sorprendenti e inaccessibili sono state aperte a noi per grazia dal Padre per il Figlio nello Spirito Santo, Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen!

Testo curato da Matteo Ferrari – Eremo San Giorgio – luglio 2002 Monaci Benedettini Camaldolesi—Eremo di San Giorgio

Publié dans:immagini e testi,, immagini sacre |on 4 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

AVVICINARSI AL CIELO: « L’ASCENSIONE DI GESÙ » DIPINTA DA GIOTTO NELLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI A PADOVA

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AVVICINARSI AL CIELO:

AVVICINARSI AL CIELO

« L’ASCENSIONE DI GESÙ » DIPINTA DA GIOTTO NELLA CAPPELLA DEGLI SCROVEGNI A PADOVA

(l’ho messa

Roma, 06 Maggio 2013 (Zenit.org) Rodolfo Papa

La solennità dell’Ascensione di Cristo è uno degli eventi della vita di Gesù più amati dalla storia dell’arte. Numerose sono, infatti, le sublimi rappresentazioni artistiche di questo mistero; una particolarmente bella si trova nella cappella degli Scrovegni a Padova, dipinta da Giotto.
Come è noto, Giotto fu chiamato ad affrescare la cappella di nuova edificazione, situata su quello che un tempo era stato un anfiteatro romano, acquistata dalla famiglia degli Scrovegni intorno all’anno 1300.
Giotto ricevette l’incarico di dipingere la Cappella tra il 1303 e il 1304, direttamente da Enrico Scrovegni, figlio di quel Reginaldo ricordato da Dante come usuraio nel canto XVII dell’Inferno. Dal fatto che Dante collochi Reginaldo tra gli usurai, possiamo dedurre sia l’immensa fama delle ricchezze accumulate da quest’uomo, sia  la probabile impopolarità della famiglia Scrovegni. È possibile che Enrico intendesse riscattarsi dalla cattiva fama della famiglia, proprio attraverso l’erezione di questa Cappella che aprì alla visita della intera cittadinanza, dopo averla fatta interamente affrescare da Giotto e dopo aver ottenuta l’indulgenza da Papa Benedetto XI.
La decorazione pittorica effettuata da Giotto sulle pareti si estende su quattro zone sovrapposte, utilizzando un complesso e rigoroso programma iconografico, organizzato su soggetti tratti dalla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze: nel primo registro in alto, la Storia di Gioacchino ed Anna e la Storia di Maria; nel secondo e terzo, cioè nei registri centrali, le Storie di Gesù; in quello inferiore le rappresentazioni allegoriche dei Vizi e delle Virtù inframezzate da specchiature in finto marmo; nella controfacciata il Giudizio finale.
Il penultimo pannello del terzo registro, partendo dall’alto, nella parte sinistra di chi guarda entrando nella cappella, presenta la scena della Ascensione di Gesù al cielo.  Per comprendere bene  questo dipinto, è utile fare ricorso al prezioso testo di Jacopo da Varazze, che ne è alla base.
Nel capitolo LXXII della Legenda Aurea, Jacopo da Varazze scrive: «L’ascensione del Signore avvenne quaranta giorni dopo la sua resurrezione. Vi sono sette considerazioni a proposito dell’ascensione, e sono nell’ordine: 1 da dove ascese; 2 perché non ascese subito dopo la resurrezione ma aspettò tanti giorni;3 in che modo ascese; 4 con chi ascese; 5 per quale ragione ascese; 6 dove ascese; 7 perché ascese».
ll legame tra il dipinto di Giotto ed il testo della Legenda Aurea ci fanno, peraltro, comprendere quale attenzione avesse la cultura nei confronti dell’arte, e come ci fosse una rispondenza tra testo e immagine tale da offrire al predicatore strumenti validi per l’oratoria e al fedele immediata visione di immagini parlanti ed edificanti.
Giotto organizza l’affresco di questa scena in modo apparentemente semplice, ma totalmente coerente con le profondissime analisi teologiche svolte nel testo letterario.
In basso gli apostoli sono dipinti in ginocchio, divisi in due gruppi insieme a Maria che, un po’ separata dal gruppo di sinistra, emerge in tutta la sua figura con il volto orante e insieme rapito da quello che uno degli angeli le dice, indicando la figura di Gesù, che, come su una nuvola, con le braccia alzate quasi fuoriesce dal quadro visivo.
Giotto non costruisce i piani delle sfere celesti, come ci potremmo aspettare in una composizione gotica, ma si limita a farci comprendere che il luogo verso cui Gesù sta ascendendo è oltre la dimensione del quadro, fuori. Infatti, Jacopo da Varazze scrive: «Cristo ascese oltre tutti questi cieli fino al cielo supersustanziale. Che ascese al di sopra di tutti i cieli materiali si deduce da ciò che è detto nel Salmo: “La tua magnificenza è stata esaltata sopra i cieli” (Sal 8,2)».
Giotto dipinge Gesù mentre ascende al cielo, tra due schiere di angeli, una alla sua destra e l’altra alla sua sinistra; questi angeli risultano come trepidanti, in movimento ordinato e nel contempo ondulatorio, che trova rispondenza ancora nelle parole di Jacopo da Varazze: «salì al cielo con letizia, fra il giubilo degli angeli; per questo dice il Salmo: “Ascende Iddio fra le acclamazioni” (Sal 46,6)».
Sopra le prime due file di angeli, si notano altre figure, che possiamo individuare grazie a quanto scrive Jacopo da Varazze relativamente al punto quarto ovvero “Con chi ascese”: «si nota che salì al cielo con un grande bottino di uomini e con una grande moltitudine di angeli».
Ma dove ascende e perche? Quel luogo, verso il quale ascende, che è fuori del quadro visivo è il centro di tutto il dipinto, è il luogo dell’arte di Giotto, è il cuore della nostra fede. Scrive ancora Jacopo da Varazze: «Infatti come il Primo Adamo aprì le porte dell’Inferno così il Secondo aprì quelle del Paradiso […] L’ascensione di Cristo è il pegno della nostra ascesa; perché là dove è salito il capo c’è speranza che possa salire anche il corpo […] “Vado a preparare un posto per voi” (Gv 14,2)».
Costituisce un meraviglioso accompagnamento a questo quadro, una omelia di Benedetto XVI, nella Solennità dell’Ascensione del 2009: «L’Ascensione di Cristo significa dunque, in primo luogo, l’insediamento del Figlio dell’uomo crocifisso e risorto nella regalità di Dio sul mondo […]  C’è però un senso più profondo non percepibile immediatamente. Nella pagina degli Atti degli Apostoli si dice dapprima che Gesù fu “elevato in alto” (v. 9), e dopo si aggiunge che “è stato assunto” (v. 11). L’evento è descritto non come un viaggio verso l’alto, bensì come un’azione della potenza di Dio, che introduce Gesù nello spazio della prossimità divina.
La presenza della nuvola che “lo sottrasse ai loro occhi” (v. 9), richiama un’antichissima immagine della teologia veterotestamentaria, ed inserisce il racconto dell’Ascensione nella storia di Dio con Israele, dalla nube del Sinai e sopra la tenda dell’alleanza del deserto, fino alla nube luminosa sul monte della Trasfigurazione. Presentare il Signore avvolto nella nube evoca in definitiva il medesimo mistero espresso dal simbolismo del “sedere alla destra di Dio”.
In Cristo asceso al cielo, l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio; l’uomo trova ormai per sempre spazio in Dio. Il “cielo”, questa parola cielo, non indica un luogo sopra le stelle, ma qualcosa di molto più ardito e sublime: indica Cristo stesso, la Persona divina che accoglie pienamente e per sempre l’umanità, Colui nel quale Dio e uomo sono per sempre inseparabilmente uniti. L’essere dell’uomo in Dio, questo è il cielo. E noi ci avviciniamo al cielo, anzi, entriamo nel cielo, nella misura in cui ci avviciniamo a Gesù ed entriamo in comunione con Lui. Pertanto, 1′odierna solennità dell’Ascensione ci invita a una comunione profonda con Gesù morto e risorto, invisibilmente presente nella vita di ognuno di noi» [1].

NOTE

[1] Benedetto XVI, Omelia. Solennità dell’Ascensione del Signore, 24 maggio 2009.

Publié dans:immagini e testi, |on 14 mai, 2013 |Pas de commentaires »
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