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FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO, San Giovanni Crisostomo *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_f.htm#LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO

San Giovanni Crisostomo *

Dopo aver compiuto studi brillanti e aver passato parecchi anni nella solitudine, Giovanni Crisostomo fu ordinato sacerdote ad Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò ben presto una eccezionale forza di eloquenza. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si dedicò a correggere gli abusi che si erano introdotti in questa Chiesa e a ravvivare la fede nei fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia e soprattutto di san Paolo e del Vangelo, sembrò rivoluzionario a molti dei suoi contemporanei. Il coraggio con cui denunciò il lusso della corte imperiale, lo condusse per due volte in esilio. Confinato sul Mar Nero, nel Ponto, morì ormai esausto nel 407.

Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell’odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d’acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l’iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa: Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito… ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Coro 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c’è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L’altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito…
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l’offerta è stata fatta per tutta la terra. Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l’odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l’universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l’universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell’interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

* Eis ton stauron kai eis ton lesten, Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

“SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE!”: OMELIA DEL VENERDÌ SANTO, P. RANIERO CANTALAMESSA

http://www.zenit.org/it/articles/salve-vero-corpo-nato-da-maria-vergine-omelia-del-venerdi-santo

“SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE!”: OMELIA DEL VENERDÌ SANTO

DEL PREDICATORE DEL PAPA NELLA CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE IN VATICANO

25 Marzo 2005

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 25 marzo 2005 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella celebrazione della Passione del Signore questo Venrdì Sanot nella Basilica di San Pietro, in Vaticano.
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P. RANIERO CANTALAMESSA
SALVE, VERO CORPO NATO DA MARIA VERGINE
Predica del Venerdì Santo 2005 nella Basilica di S. Pietro

Venerdì Santo del 2005, anno dell’Eucaristia! Quanta luce, sull’uno e l’altro mistero, da questo accostamento! Ma se l’Eucaristia è “il memoriale della passione”, come mai la Chiesa si astiene dal celebrarla proprio il Venerdì Santo? (Quella a cui stiamo assistendo non è, come sappiamo, una Messa, ma una liturgia della Passione, in cui solo si riceve il corpo di Cristo consacrato il giorno precedente).
C’è una profonda ragione teologica in ciò. Chi si fa presente sull’altare ad ogni Eucaristia è il Cristo risorto e vivo, non un morto. La Chiesa si astiene perciò dal celebrare l’Eucaristia nei due giorni in cui si ricorda il Gesú che giace morto nel sepolcro e la sua anima è separata dal corpo (anche se non dalla divinità). Il fatto che oggi non si celebra la Messa non attenua perciò, ma anzi rafforza, il legame tra il Venerdì Santo e l’Eucaristia. L’Eucaristia sta alla morte di Cristo come il suono e la voce stanno alla parola che fanno risuonare nello spazio e giungere all’orecchio.

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C’è un inno latino, non meno caro dell’ Adoro te devote alla pietà eucaristica dei cattolici, che mette in luce il legame tra l’Eucaristia e la croce, l’ Ave verum. Composto nel secolo XIII per accompagnare l’elevazione dell’Ostia nella Messa, esso si presta altrettanto bene per salutare l’elevazione di Cristo sulla croce. Sono appena cinque versi, carichi però di tanto contenuto:

Ave vero corpo nato da Maria Vergine!
Tu hai veramente patito e ti sei immolato per l’uomo sulla croce.
Dal tuo costato trafitto sgorgò acqua e sangue.
Sii per noi un pegno nel momento della morte.
O Gesú dolce, o Gesú pio, o Gesù figlio di Maria!

Il primo verso fornisce la chiave per comprendere tutto il resto. Berengario di Tours aveva negato la realtà della presenza di Cristo nel segno del pane, riducendola a una presenza simbolica. Per togliere ogni pretesto a questa eresia, si comincia ad affermare l’identità totale tra il Gesú dell’Eucaristia e quello della storia. Il corpo di Cristo presente sull’altare è definito “vero” ( verum corpus), per distinguerlo da un corpo puramente “simbolico” e anche dal corpo “mistico” che è la Chiesa.
Tutte le espressioni che seguono si riferiscono al Gesú terreno: nascita da Maria, passione, morte, trafittura del costato. L’autore si arresta a questo punto; si astiene dal menzionare la risurrezione, perché essa potrebbe far pensare, di nuovo, a un corpo glorificato e spirituale, e dunque non abbastanza “reale”.
La teologia è tornata oggi a una visione più equilibrata dell’identità tra il corpo storico e quello eucaristico di Cristo e insiste sul carattere sacramentale, non materiale (sebbene reale e sostanziale) della presenza di Cristo nel sacramento dell’altare.
Ma a parte questa diversa accentuazione, resta intatta la verità di fondo affermata dall’inno. È il Gesú nato da Maria a Betlemme, lo stesso che “passò facendo del bene a tutti” (Atti 10, 38), che morì sulla croce e risorse il terzo giorno, colui che è presente oggi nel mondo, non una sua vaga presenza spirituale, o, come dice qualcuno, la sua “causa”. L’Eucaristia è il modo inventato da Dio per rimanere per sempre l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Tale presenza non è una garanzia e una protezione solo per la Chiesa, ma per tutto il mondo. “Dio è con noi!” Questa frase ci fa ormai paura e non osiamo quasi più pronunciarla. Si è dato a volte ad essa un senso esclusivo: Dio è “con noi”, s’intende non con gli altri, anzi è “contro” gli altri, contro i nostri nemici. Ma con l’avvento di Cristo tutto è diventato universale. “Dio ha riconciliato a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe” (2 Cor 5, 19). Il mondo intero, non una sua parte; tutti gli uomini, non un solo popolo.
“Dio è con noi”, cioè dalla parte dell’uomo, suo amico e alleato contro le forze del male. È l’unico che impersona tutto e solo il fronte del bene contro il fronte del male. Questo dava la forza a Dietrich Bonhoeffer, in carcere e in attesa della sentenza di morte da parte del “potere cattivo” di Hitler, di affermare la vittoria del potere buono:

Da forze amiche a meraviglia avvolti
attendiamo con calma l’avvenire.
Dio è con noi di sera e di mattino,
sarà con noi in ogni dì che nasce.

Von guten Mächten wunderbar geborgen
erwarten wir getrost, was kommen mag.
Gott ist mit uns am Abend und am Morgen
und ganz gewiss an jeden neuen Tag.

“Non sappiamo, scriveva il papa nella Novo millennio ineunte, quali eventi ci riserverà il millennio che sta iniziando, ma abbiamo la certezza che esso resterà saldamente nelle mani di Cristo, il ‘Re dei re e Signore dei signori’ (Ap 19,16)” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, 35).

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Dopo il saluto viene, nell’inno, l’invocazione: Esto nobis praegustatum mortis in examine, Sii per noi, o Cristo, caparra e anticipo di vita eterna nell’ora della morte. Già il martire Ignazio di Antiochia chiamava l’Eucaristia “farmaco di immortalità”, cioè rimedio alla nostra mortalità (S. Ignazio d’Antiochia, Lettera agli Efesini, 20,2). Nell’Eucaristia abbiamo “il pegno della gloria futura”: “ et futurae gloriae nobis pignus datur”.
Alcune inchieste hanno rivelato un fatto strano: ci sono, anche tra i credenti, persone che credono in Dio, ma non in una vita per l’uomo dopo la morte. Ma come si può pensare una cosa del genere? Cristo, dice la Lettera agli Ebrei, è morto per procurarci “una redenzione eterna” (Ebr 9,12). Non temporanea, ma eterna!
Si obbietta che nessuno è mai tornato dall’aldilà per assicurarci che esso esiste davvero e non è soltanto una pia illusione. Non è vero! C’è uno che ogni giorno torna dall’aldilà per assicurarci e rinnovare le sue promesse, se sappiamo ascoltarlo. Colui verso il quale siamo incamminati ci viene incontro nell’Eucaristia per darci un assaggio ( praegustatum!) del banchetto finale del regno.
Dobbiamo gridare al mondo questa speranza per aiutare noi stessi e gli altri a vincere l’orrore che ci fa la morte e reagire al cupo pessimismo che aleggia sulla nostra società. Si moltiplicano le diagnosi disperate sullo stato della terra: “un formicaio che si sgretola”, “un pianeta che agonizza”…La scienza traccia con sempre maggiori dettagli, il possibile scenario della dissoluzione finale del cosmo. Si raffredderà la terra e gli altri pianeti, si raffredderanno il sole e le altre stelle, si raffredderà ogni cosa… Diminuirà la luce e aumenteranno nell’universo i buchi neri…L’espansione un giorno si esaurirà e comincerà la contrazione e alla fine si assisterà al collasso di tutta la materia e di tutta l’energia esistente in una struttura compatta di densità infinita. Sarà allora il “ Big Crunch”, o grande implosione, e tutto ritornerà al vuoto e al silenzio che precedette la grande esplosione, o Big Bang, di quindici miliardi di anni fa…
Nessuno sa se le cose si svolgeranno veramente così o in altro modo. La fede però ci assicura che, anche se così fosse, non sarà quella la fine totale. Dio non ha riconciliato il mondo a sé per abbandonarlo poi al nulla; non ha promesso di rimanere con noi fino alla fine del mondo, per poi ritirarsi, da solo, nel suo cielo, nel momento in cui questa fine arriverà. “Ti ho amato di amore eterno”, ha detto Dio all’uomo nella Bibbia (Ger 31, 3), e le promesse di “amore eterno” di Dio non sono come quelle dell’uomo.
Proseguendo idealmente la meditazione dell’ Ave verum, l’autore del Dies irae eleva a Cristo una struggente preghiera che mai come in questo giorno possiamo fare nostra: “ Recordare, Iesu pie, quod sum causa tuae viae: ne me perdas illa die”: Ricordati, o buon Gesú, che per me salisti sulla croce: non permettere che mi perda in quel giorno. “ Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus: tantus labor non sit cassus”: “Nel cercarmi, sedesti un giorno stanco al pozzo di Sichem e salisti sulla croce per redimermi: tanto dolore non sia sprecato”.

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L’ Ave verum si chiude con una esclamazione diretta alla persona di Cristo: “ O Iesu dulcis, o Iesu pie”. Queste parole ci prospettano una immagine squisitamente evangelica di Cristo: il Gesù “dolce e pio”, cioè clemente, compassionevole che non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante (cf. Mt 12, 20). Il Gesù che un giorno disse: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11, 29). L’Eucaristia prolunga nella storia la presenza di questo Gesú. Essa è il sacramento della non violenza!
La mitezza di Cristo non giustifica però, anzi rende ancora più strana e odiosa, la violenza che si registra oggi nei confronti della sua persona. È stato detto che, con il suo sacrificio, Cristo ha posto fine al perverso meccanismo del capro espiatorio, subendone egli stesso le conseguenze . Bisogna dire con tristezza che tale perverso meccanismo è nuovamente in atto nei confronti di Cristo, in una forma finora sconosciuta.
Contro di lui si sfoga tutto il risentimento di un certo pensiero laico per le recenti manifestazioni di connubio tra la violenza e il sacro. Come è di regola nel meccanismo del capro espiatorio, si sceglie l’elemento più debole per accanirsi contro di esso. “Debole”, qui, nel senso che lo si può dileggiare impunemente, senza correre alcun pericolo di ritorsione, avendo i cristiani da tempo rinunciato a difendere la propria fede con la forza.
Non si tratta solo delle pressioni per rimuovere il crocifisso dai luoghi pubblici e il presepio dal folclore natalizio. Si susseguono senza sosta romanzi, film e spettacoli in cui si manipola a piacimento la figura di Cristo sulla scorta di fantomatici e inesistenti nuovi documenti e scoperte. Sta diventando una moda, una specie di genere letterario.
È sempre esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia. Ma almeno in passato, per quanto discutibili, erano cause serie e di grande respiro: il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario… La nostra epoca, ossessionata dal sesso, non sa ormai rappresentarsi Gesú se non come un gay ante litteram o uno che predica che la salvezza viene dall’unione con il principio femminile e ne da l’esempio sposando la Maddalena.
Ci si presenta come i paladini della scienza contro la religione: una rivendicazione sorprendente a giudicare da come è trattata in questi casi la scienza storica! Le storie più fantasiose e assurde vengono propinate e bevute da molti come si trattasse di storia vera, anzi dell’unica storia libera finalmente da censure ecclesiastiche e tabù. “L’uomo che non crede più in Dio è pronto a credere a tutto”, ha detto qualcuno. I fatti gli stanno dando ragione.
Si specula sulla risonanza vastissima che ha il nome di Gesú e su quello che esso significa per tanta parte dell’umanità, per assicurarsi una popolarità a buon mercato o far sensazione con messaggi pubblicitari che abusano di simboli e immagini evangeliche. (È avvenuto di recente per l’immagine dell’ultima cena). Ma questo è parassitismo letterario e artistico!
Gesú è venduto di nuovo per trenta denari, dileggiato e rivestito di vesti da burla come nel pretorio. (In uno spettacolo messo in onda il passato Gennaio da una televisione di stato europea Cristo appariva sulla croce ricoperto con pannolini da bambino!). E poi ci si scandalizza e si grida all’intolleranza e alla censura se i credenti reagiscono inviando lettere e telefonate di protesta ai responsabili. L’intolleranza da tempo ha cambiato di campo in Occidente: da intolleranza religiosa è diventata intolleranza della religione!
“Nessuno, si obbietta, ha il monopolio dei simboli e delle immagini di una religione”. Ma anche i simboli di una nazione –l’inno, la bandiera – sono di tutti e di nessuno; è forse permesso per questo dileggiarli e sfruttarli a proprio piacimento?
Il mistero che celebriamo in questo giorno ci vieta di abbandonarci a complessi di persecuzione e di innalzare di nuovo muri o bastioni tra noi e la cultura (o in-cultura) moderna. Forse dobbiamo imitare il nostro Maestro e dire semplicemente: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Perdona loro e noi, perché è certamente anche a causa dei nostri peccati, presenti e passati, che tutto questo avviene e si sa che è per colpire i cristiani e la Chiesa che si colpisce Cristo.
Ci permettiamo solo di rivolgere ai nostri contemporanei, nell’interesse nostro e loro, l’appello che Tertulliano rivolgeva a suo tempo agli Gnostici nemici dell’umanità di Cristo: “ Parce unicae spei totius orbis”: non togliete al mondo la sua unica speranza (Tertulliano, De carne Christi, 5,3 – CCL 2, p. 881).

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L’ultima invocazione dell’ Ave verum evoca la persona della madre: “ O Iesu fili Mariae”. Due volte viene ricordata, nel breve inno, la Vergine: all’inizio e alla fine. Del resto tutte le esclamazioni finali dell’inno sono una reminiscenza delle ultime parole della Salve Regina: “O clemens, o pia, o dulcis virgo Maria”: O clemente, o pia, o dolce vergine Maria.
L’insistenza sul legame tra Maria e l’Eucaristia non risponde a un bisogno solo devozionale, ma anche teologico. La nascita da Maria era stata, al tempo dei Padri, l’argomento principale contro il docetismo che negava la realtà del corpo di Cristo. Coerentemente, questa stessa nascita attesta ora la verità e realtà del corpo di Cristo presente nell’Eucaristia.
Giovanni Paolo II conclude la sua lettera apostolica Mane nobiscum Domine, rifacendosi proprio alle parole dell’inno: “Il Pane eucaristico che riceviamo, scrive, è la carne immacolata del Figlio: ‘ Ave verum corpus natum de Maria Virgine’. In questo anno di grazia, sostenuta da Maria, la Chiesa trovi nuovo slancio per la sua missione e riconosca sempre più nell’Eucaristia la fonte e il vertice di tutta la sua vita” ( Mane nobiscum Domine, 31).
Cogliamo l’occasione di queste sue parole per far giungere al Santo Padre il ringraziamento per il dono dell’anno eucaristico e l’augurio di rimettersi presto in salute. Torni presto, Santo Padre, la Pasqua è tanto meno “Pasqua” senza di lei.
Concludiamo tornando al nostro inno. Il segno più chiaro dell’unità tra Eucaristia e mistero della croce, tra l’anno eucaristico e il Venerdì Santo, è che noi possiamo ora usare le parole dell’ Ave verum, senza cambiarne una sillaba, per salutare il Cristo che tra poco verrà elevato sulla croce davanti a noi. Umilmente, perciò, invito tutti i presenti (quelli che non conoscono il testo latino lo possono trovare a pagina…del libretto che hanno in mano) a unirsi a me e – possibilmente in piedi – proclamare ad alta voce, con commossa gratitudine e in nome di tutti gli uomini redenti da Cristo:

Ave verum corpus natum de Maria Virgine
Vere passum, immolatum in cruce pro homine
Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine
Esto nobis praegustatum mortis in examine
O Iesu dulcis, o Iesu pie, o Iesu fili Mariae !
(25 Marzo 2005

GIOVEDÌ E VENERDÌ SANTO CON SANT’AGOSTINO

http://www.augustinus.it/varie/pasqua/settimana_4.htm

GIOVEDÌ E VENERDÌ SANTO CON SANT’AGOSTINO

Io sono il pane vivo disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
(Gv 6, 51)

INTRODUZIONE

L’Eucarestia, « sacramento così grande e divino », è strettamente congiunta all’Incarnazione del Figlio di Dio: « Se il Signore degli angeli non si fosse fatto uomo non avremmo la sua carne; se non avessimo la sua carne, non mangeremmo il pane dell’altare ». (Serm.130, 2) Per conferire all’uomo la vita divina Cristo si è fatto sacerdote e sacrificio, offrendo – lui sommo sacerdote – il proprio corpo e sangue una volta per sempre, in un « sacrificio così sublime ed accessibile ». L’Eucarestia è la « medicina così splendida e nobile », (Serm.228/B, 1) che sprona il cristiano a seguire le orme di Cristo. Sull’altare infatti non offriamo solo la Vittima divina, ma anche noi stessi: « Questo è il sacrificio dei cristiani: Molti e un solo corpo in Cristo. La Chiesa celebra questo mistero con il sacramento dell’altare, noto ai fedeli, perché in esso si rivela che nella cosa che offre, essa stessa è offerta ». (De civ. Dei 10, 6)

Dai « Discorsi » di sant’Agostino, vescovo (Serm. 228/B, 2-3)
Il corpo di Cristo
Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute – che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13) -, con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest’altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco. Anche gli antichi sacrifici del popolo di Dio, nella loro molteplice varietà, prefiguravano quest’unico sacrificio che doveva venire. E Cristo è nel medesimo tempo la pecora, per l’innocenza della sua anima pura, e il capro, per la sua carne somigliante a quella del peccato (cf. Rm 8, 3). E qualsiasi altra cosa che in molte e diverse maniere sia prefigurata nei sacrifici dell’Antico Testamento si riferisce soltanto a questo sacrificio che è stato rivelato nel Nuovo Testamento.
Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Eb 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 8). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l’eterna eredità, osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).

In breve…
Se uno vuol vivere per me, è necessario che entri in comunione con me mangiando di me; e come io, umiliato, vivo per il Padre, così egli, elevato, vive per me. (In Io. Ev. tr. 26, 19)

VENERDÌ
Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?
Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo:
tutti infatti partecipiamo dell’unico pane.
(1 Cor 10, 16-17)

INTRODUZIONE
Centro della chiesa è l’Eucarestia: la Chiesa fa l’Eucarestia, ovvero celebra il memoriale della morte e risurrezione di Cristo; ma al tempo stesso l’Eucarestia edifica la Chiesa. L’Eucarestia è il sacramento dove si costruisce la comunità cristiana: i diversi io che in essa convergono sono raccolti e trasformati in noi. E’ una formula tanto cara ai Padri antichi, che spesso riportano l’esempio dei molti chicchi di frumento o degli acini di uva che, fondendosi insieme, costituiscono un solo pane e un solo vino. Il discorso eucaristico in Agostino non è mai disgiunto da quello cristologico ed ecclesiologico: l’unità del Christus totus, di Cristo Capo e della Chiesa corpo è pienamente simboleggiata nei segni sacramentali del banchetto eucaristico. Ne deriva come atto pratico la difesa e la ricerca strenua dell’amore per l’unità, nota caratteristica della Chiesa. A sua volta l’unità ecclesiale è il segno visibile della carità che unisce i fratelli. « Niente deve temere un cristiano, quanto l’essere separato dal corpo di Cristo ». (In Io. Ev. tr. 27, 6)
Dai « Discorsi » di sant’Agostino, vescovo (Serm. 227, 1)

Il pane dell’unità
Ricordo la mia promessa. A voi che siete stati battezzati avevo promesso un discorso in cui avrei esposto il sacramento della mensa del Signore, che ora voi vedete anche e a cui la notte scorsa avete preso parte. Bisogna che sappiate che cosa avete ricevuto, che cosa riceverete, che cosa ogni giorno dovrete ricevere. Quel pane che voi vedete sull’altare, santificato con la parola di Dio, è il corpo di Cristo. Il calice, o meglio quel che il calice contiene, santificato con le parole di Dio, è sangue di Cristo. Con questi segni Cristo Signore ha voluto affidarci il suo corpo e il suo sangue che ha sparso per noi per la remissione dei peccati. Se voi li avete ricevuti bene voi stessi siete quel che avete ricevuto. L’Apostolo infatti dice: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). È così che egli espone il sacramento della mensa del Signore. Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo. E in questo pane vi viene raccomandato come voi dobbiate amare l’unità. Infatti quel pane è forse fatto di un sol chicco di grano? Non erano molti i chicchi di frumento? Ma prima di diventare pane erano separati e sono stati uniti per mezzo dell’acqua dopo essere stati in qualche modo macinati. Se il grano non viene macinato e impastato con l’acqua, non prende quella forma che noi chiamiamo pane. Così anche voi prima siete stati come macinati con l’umiliazione del digiuno e col sacramento dell’esorcismo. Poi c’è stato il battesimo e siete stati come impastati con l’acqua per prendere la forma del pane. Ma ancora non si ha il pane se non c’è il fuoco. E che cosa esprime il fuoco, cioè l’unzione dell’olio? Infatti l’olio, che è alimento per il fuoco, è il segno sacramentale dello Spirito Santo. Fateci caso negli Atti degli Apostoli, quando vengono letti; ora infatti comincia la lettura di questo libro: proprio oggi comincia il libro che s’intitola: Atti degli Apostoli. Chi vuol far progressi, qui ha modo di trarre profitto. Quando vi radunate nella chiesa, mettete da parte le chiacchiere frivole e state attenti alle Scritture. I vostri codici siamo noi. State dunque attenti e fate caso come verrà a Pentecoste lo Spirito Santo. Egli verrà così: si manifesta con lingue di fuoco. Infatti ispira quella carità che ci fa ardere del desiderio di Dio, ci fa disprezzare il mondo, fa bruciare le nostre scorie e purificare il cuore come l’oro. Dunque viene lo Spirito Santo, il fuoco dopo l’acqua e voi diventate pane, cioè corpo di Cristo. In questo modo è simboleggiata l’unità. I segni sacramentali, nel loro svolgimento, li conoscete. Anzitutto, dopo la preghiera, venite ammoniti di tenere in alto i vostri cuori; questo conviene a delle membra di Cristo. Se siete infatti diventati membra di Cristo, il vostro capo dov’è? Le membra hanno il capo. Se il capo non andasse avanti, le membra non potrebbero andargli dietro. Il nostro capo dov’è andato? Nel Simbolo che cosa avete recitato? Il terzo giorno risuscitò dai morti, sali al cielo, siede alla destra del Padre. Dunque il nostro capo è in cielo. Perciò quando vien detto: In alto i cuori, voi rispondete: Sono rivolti al Signore. E affinché questo avere il cuore in alto verso il Signore non lo attribuiate alle vostre forze, ai vostri meriti, ai vostri sforzi (l’avere il cuore in alto infatti è un dono di Dio), dopo che il popolo ha risposto: Sono in alto, rivolti al Signore, il vescovo o il presbitero che presiede continua dicendo: Rendiamo grazie al Signore nostro Dio; appunto per il fatto che noi teniamo il cuore in alto. Rendiamo grazie perché, se lui non ci avesse fatto questo dono, noi avremmo il cuore sulla terra. E anche voi confermate dicendo che è cosa buona e giusta rendergli grazie, per averci fatto tenere i cuori in alto presso il nostro capo. Quindi, dopo la santificazione del sacrificio di Dio, siccome egli ha voluto che anche noi fossimo coinvolti in questo sacrificio – e questo è chiaramente indicato nel momento in cui viene posto sull’altare il sacrificio di Dio e noi, ossia il segno e la cosa significata, che siamo noi -, ecco, dopo fatta la santificazione, diciamo l’Orazione del Signore che voi avete ricevuto e reso. E dopo si dice: La pace sia con voi, e i cristiani si scambiano un bacio santo. È il segno della pace; quel che esprimono le labbra deve essere nella coscienza; ossia come le tue labbra si accostano alle labbra del tuo fratello, così il tuo cuore non sia lontano dal suo cuore. Grandi misteri dunque, veramente grandi! Volete sapere come ci sono stati raccomandati? Dice l’Apostolo: Chi mangia il corpo di Cristo o beve il calice del Signore indegnamente sarà reo del corpo e del sangue del Signore (1 Cor 11, 27). Che vuol dire ricevere indegnamente? Ricevere con derisione, ricevere senza convinzione. Non ti sembri di poco valore per il fatto che lo vedi. Quel che tu vedi, passa; ma l’invisibile che viene espresso nel segno, quello non passa, rimane. Vedete, esso si riceve, si mangia, si consuma. Ma si consuma forse il corpo di Cristo? Si consuma la Chiesa di Cristo? Si consumano le membra di Cristo? Niente affatto. Qui esse vengono mondate, lassù coronate. Perciò quello che viene espresso nel segno rimarrà, anche se quel che lo esprime sembra che passi. Perciò ricevetelo, ma pensando a quel che siete, conservando l’unità nel cuore, tenendo il cuore sempre fisso in alto. La vostra speranza non sia sulla terra, ma nel cielo; la vostra fede sia ferma in Dio, accettevole da parte di Dio. E così quel che ora non vedete e tuttavia credete, lassù lo vedrete e senza fine ne godrete.

In breve…
O sacramento di pietà! O simbolo di unità! O vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo e sarà vivificato. Non disdegni di appartenere alla compagine della membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio; sopporti ora la fatica in terra per regnare poi in cielo. (In Io. Ev. tr. 26, 13)

 

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XV, 2006 – ANNO B

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060413_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica di San Giovanni in Laterano

Giovedì Santo, 13 aprile 2006 – ANNO B

Cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,

Cari fratelli e sorelle,

« Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine » (Gv 13, 1): Dio ama la sua creatura, l’uomo; lo ama anche nella sua caduta e non lo abbandona a se stesso. Egli ama sino alla fine. Si spinge con il suo amore fino alla fine, fino all’estremo: scende giù dalla sua gloria divina. Depone le vesti della sua gloria divina e indossa le vesti dello schiavo. Scende giù fin nell’estrema bassezza della nostra caduta. Si inginocchia davanti a noi e ci rende il servizio dello schiavo; lava i nostri piedi sporchi, affinché noi diventiamo ammissibili alla mensa di Dio, affinché diventiamo degni di prendere posto alla sua tavola – una cosa che da noi stessi non potremmo né dovremmo mai fare.
Dio non è un Dio lontano, troppo distante e troppo grande per occuparsi delle nostre bazzecole. Poiché Egli è grande, può interessarsi anche delle cose piccole. Poiché Egli è grande, l’anima dell’uomo, lo stesso uomo creato per l’amore eterno, non è una cosa piccola, ma è grande e degno del suo amore. La santità di Dio non è solo un potere incandescente, davanti al quale noi dobbiamo ritrarci atterriti; è potere d’amore e per questo è potere purificatore e risanante.
Dio scende e diventa schiavo, ci lava i piedi affinché noi possiamo stare alla sua tavola. In questo si esprime tutto il mistero di Gesù Cristo. In questo diventa visibile che cosa significa redenzione. Il bagno nel quale ci lava è il suo amore pronto ad affrontare la morte. Solo l’amore ha quella forza purificante che ci toglie la nostra sporcizia e ci eleva alle altezze di Dio. Il bagno che ci purifica è Lui stesso che si dona totalmente a noi – fin nelle profondità della sua sofferenza e della sua morte. Continuamente Egli è questo amore che ci lava; nei sacramenti della purificazione – il battesimo e il sacramento della penitenza – Egli è continuamente inginocchiato davanti ai nostri piedi e ci rende il servizio da schiavo, il servizio della purificazione, ci fa capaci di Dio. Il suo amore è inesauribile, va veramente sino alla fine.
« Voi siete mondi, ma non tutti », dice il Signore (Gv 13, 10). In questa frase si rivela il grande dono della purificazione che Egli ci fa, perché ha il desiderio di stare a tavola insieme con noi, di diventare il nostro cibo. « Ma non tutti » – esiste l’oscuro mistero del rifiuto, che con la vicenda di Giuda si fa presente e, proprio nel Giovedì Santo, nel giorno in cui Gesù fa dono di sé, deve farci riflettere. L’amore del Signore non conosce limite, ma l’uomo può porre ad esso un limite.
« Voi siete mondi, ma non tutti »: Che cosa è che rende l’uomo immondo? È il rifiuto dell’amore, il non voler essere amato, il non amare. È la superbia che crede di non aver bisogno di alcuna purificazione, che si chiude alla bontà salvatrice di Dio. È la superbia che non vuole confessare e riconoscere che abbiamo bisogno di purificazione. In Giuda vediamo la natura di questo rifiuto ancora più chiaramente. Egli valuta Gesù secondo le categorie del potere e del successo: per lui solo potere e successo sono realtà, l’amore non conta. Ed egli è avido: il denaro è più importante della comunione con Gesù, più importante di Dio e del suo amore. E così diventa anche un bugiardo, che fa il doppio gioco e rompe con la verità; uno che vive nella menzogna e perde così il senso per la verità suprema, per Dio. In questo modo egli si indurisce, diventa incapace della conversione, del fiducioso ritorno del figliol prodigo, e butta via la vita distrutta.
« Voi siete mondi, ma non tutti ». Il Signore oggi ci mette in guardia di fronte a quell’autosufficienza che mette un limite al suo amore illimitato. Ci invita ad imitare la sua umiltà, ad affidarci ad essa, a lasciarci « contagiare » da essa. Ci invita – per quanto smarriti possiamo sentirci – a ritornare a casa e a permettere alla sua bontà purificatrice di tirarci su e di farci entrare nella comunione della mensa con Lui, con Dio stesso.
Aggiungiamo un’ultima parola di questo inesauribile brano evangelico: « Vi ho dato l’esempio… » (Gv 13,15); « Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri » (Gv 13,14). In che cosa consiste il « lavarci i piedi gli uni gli altri »? Che cosa significa in concreto? Ecco, ogni opera di bontà per l’altro – specialmente per i sofferenti e per coloro che sono poco stimati – è un servizio di lavanda dei piedi. A questo ci chiama il Signore: scendere, imparare l’umiltà e il coraggio della bontà e anche la disponibilità ad accettare il rifiuto e tuttavia fidarsi della bontà e perseverare in essa. Ma c’è ancora una dimensione più profonda. Il Signore toglie la nostra sporcizia con la forza purificatrice della sua bontà. Lavarci i piedi gli uni gli altri significa soprattutto perdonarci instancabilmente gli uni gli altri, sempre di nuovo ricominciare insieme per quanto possa anche sembrare inutile. Significa purificarci gli uni gli altri sopportandoci a vicenda e accettando di essere sopportati dagli altri; purificarci gli uni gli altri donandoci a vicenda la forza santificante della Parola di Dio e introducendoci nel Sacramento dell’amore divino.
Il Signore ci purifica, e per questo osiamo accedere alla sua mensa. Preghiamolo di donare a tutti noi la grazia di potere un giorno essere per sempre ospiti dell’eterno banchetto nuziale. Amen!

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

http://passiochristi.altervista.org/pass_42_pensare_passione.htm

DOBBIAMO PENSARE ALLA PASSIONE DI GESÙ (ANCHE PAOLO)

• È un dovere
• Come pensare alla passione del Signore
• Conclusione

Introduzione
Narra la sacra scrittura che Dio comandò al suo popolo — il popolo eletto — due cose :
• la pratica del culto religioso, mediante sacrifizi da offrire e riti religiosi da praticare;
• l’istituzione del sacerdozio, affinchè i suoi ministri tenessero sull’altare acceso il fuoco in continuità, alimentandolo con la legna : « Ignis iste est perpetuus, qui nunquam defìciet in altari » (1).
Che cosa significava quel fuoco sull’altare, che sempre doveva ardere?
(1) Levitico, VI, 12-15.

San Bonaventura commenta: « Chi fa professione di cristiano deve ogni giorno nutrire il fuoco dell’amor di Dio nel suo cuore mediante la continua con­ templazione delle acerbissime pene del Figlio di Dio, il quale volle morire per noi sopra il legno della croce » ( 2 ).
Dunque è volontà di Dio che la passione di Gesù sia l’oggetto perpetuo dei nostri pensieri, il tema delle nostre continue meditazioni, la fonte di delizia per le anime nostre, l’impiego ordinario di tutte le nostre potenze.
Dedico questa lettura al tema: dobbiamo pensare sempre alla passione santissima di Gesù Cristo.

I. È un dovere
1. Un dovere di gratitudine
Aristotele dice: «Qui beneficia invenit, compedes aureos invenit », chi sa trovare i benefìci, si fabbrica ceppi d’oro, cioè i benefìci riconosciuti sono come una rete d’oro per innamorare chi li riceve.
(2) De perfect. vìtae, e. VI.

Ora in quale opera divina più splende la bontà di Dio?
Nel mistero della Redenzione, cioè nella passione e morte di Gesù Cristo. Pensare alla Passione vuoi dire rendersi innamorati di Dio, suoi beniamini, suoi figli prediletti, perché sensibili alla gratitudine verso di Lui.
I Corinti erano divenuti cristiani per mezzo della predicazione di vari oratori apostolici. Essi quindi erano rimasti affezionati a quel predicatore che li aveva convertiti, acclamando pubblicamente il proprio benefattore : « Io sono di Paolo! Io sono di Apollo! ».
San Paolo, venutolo a sapere, scrisse ad essi: «Fratelli di Corinto, ditemi: chi è stato crocifisso per voi? Paolo o Cristo? Questi avete a contemplare, per essere tutti di Cristo e non di altri » ( 4 ).
San Giovanni Crisostomo commenta : « Grande sapienza dell’apostolo Paolo! Egli poteva dire: sono io che vi ho tratto dal niente? che vi ho dato l’essere? che vi faccio muovere nell’universo? Invece addita solamente che Cristo era stato crocifisso per loro, e che in virtù della sua passione erano stati battezzati. Perche? Perche nella creazione Dio non fece alcuna fatica; mentre nella redenzione sopportò atrocissimi dolori » ( 5 ).
(4) I Corinti, I, 12-17.
(5) Sermone I, In 1 Cor.

Un giorno un santo religioso pregava il Signore così: «Signore mio Dio, degnati di manifestarmi qual esercizio spirituale ti è pia grato, affinchè io possa esercitarmi in esso ». Subito gli apparve Gesù Cristo con una grossa croce sulle spalle e gli disse: « Non mi potrai fare ossequio più grato ed accetto, cheaiutandomi a portare questa mia dolorosissima croce ». Il santo religioso riprese: « Caro Gesù, come potrò io portare con te questa croce? ». Il Signore gli rispose: « Hai da portare la mia croce nel cuore, nella bocca, nelle orecchie e sul dorso. Nel cuore, contemplando la mia passione e morte; nella bocca, parlando e ringraziandomi di ciò che ho patito per te; nelle orecchie, desiderando di sentir parlare della mia passione; sul dorso, attraverso una assidua mortificazione della carne » ( 5 ).
Teodoreto, vescovo dì Ciro (sec. IV), commentan­ do le parole della Bibbia: « Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio » ( 6 ) si domanda: « Chi è che parla così, e a chi parla? È Gesù crocifìsso che parla a ciascun’anima in particolare, e le dice che è suo desiderio che la sua passione e morte sia portata nel cuore per mezzo della contemplazione; nel braccio per mezzo delle buone opere. Le impone l’effìgie di lui crocifisso nella mente e negli atti, affinchè essa (l’anima) non veda, non pensi, non ami che Cristo pendente dalla croce » ( 7 ).
Sant’Ambrogio predicava : « Cristiani, ricordatevi che quando ricevemmo il sacramento della cresima, ci fu impresso il sigillo della croce in fronte, affinchè confessassimo, con intrepidezza, Gesù crocifìsso in faccia a tutti i suoi nemici. Questo stesso sigillo:
• dobbiamo portarlo impresso nel cuore, pensando a Cristo, contemplandolo affettuosamente ed amandolo con sommo ardore;
• dobbiamo tenerlo nelle braccia, per operare sempre a gloria sua, e affinchè le nostre azioni rispecchino — per quanto è possibile — tutto il Cristo crocifìsso, mediante la pratica delle virtù della pazienza, dell’umiltà, dell’obbedienza, della costanza, della fortezza e della carità » ( 8 ).

(5) Spec. magri, exemp. dist., IX.
(6) Cantici, VIII, 6.
(7) Teod.
(8) Libro, De Isaia, e. VIII.

Padre Venturini da Bergamo, conoscendo quanto fosse grata a Dio la memoria della passione di Gesù Cristo, segnava tutte le lettere che scriveva con le parole: « Crux Christì signwn meum ». Inoltre si fece fare un sigillo con tutti gli strumenti della passione di Gesù: con questo segno imprimeva le sue lettere.
Il beato Enrico Susone esclamava sovente: « Gesù ci ha dato la vita con la sua morte. Oh se io potessi morire per lui, quanto volentieri lo farei! ».
San Pietro Crisologo pregava : « Signore, se ti piace, dammi un segno, il quale sia un ricordo perenne di quanto io amo te e tu ami me ». Ciò detto, prese un ferro e con asso si impresse nella carne il nome di Gesù. Poi corse dinanzi ad un crocifisso, ed esclamò: «Gesù, unico amor mio, rimira i miei desideri. Non posso scriverti più addentro. Tu che puoi tutto, imprimi il tuo nome nel mio cuore con tutte le sofferenze della tua passione, affinchè mai possa dimenticarti » (9).
Sant’Anselmo, commentando le parole di Gesù Cristo : « Fate questo, ogni qualvolta berrete il mio sangue, in mia memoria », esclamava: « Miei fedeli, Gesù, con le parole: in mia commemorazione, voleva dire: vi ho lasciato il mio corpo sotto le specie del pane, e il mio sangue sotto le specie del vino, affinchè vi sia continua memoria della mia passione, e affinchè voi la contempliate di continuo » ( 10 ).
San Francesco d’Assisi aveva talmente impressa nella mente, nel cuore e nel corpo la passione del Signore, che in tutte le cose ne vedeva l’immagine. Se vedeva agnelli legati esclamava : « O Gesù mio, così legato foste condotto alla morte! ». Se vedeva un verme nella strada, badava di non calpestarlo, ricor­ dandosi che Gesù fu trattato come un verme.
(9) Praed., p. II, I. e. 9.
(10) Sermone, CXLVII.

A sant’Angela da Foligno Gesù rivelò che tutti co­ loro che meditano i dolori della sua passione e morte, li considera figli prediletti.
Dunque, da veri e buoni cristiani, portiamo sempre impressa nella nostra mente e nel cuore la memoria della passione santissima di Gesù Cristo.

2. La passione di Gesù dev’essere il nostro libro prediletto
San Giovanni evangelista, nell’Apocalisse, scrive : « Vidi alla destra di colui che sedeva un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli » ( 11 ).
Qual è questo libro visto da san Giovanni evangelista?
San Girolamo risponde : « Il libro è Cristo, scritto di fuori con penne di ferro e col proprio sangue quando è confìtto in croce; scritto dentro quando si mostra Dio perdonando al buon ladrone. Scritto di fuori quando muore sulla croce; scritto di dentro quando il sole si nasconde, il giorno si oscura, la terra trema, le pietre si spezzano, il velo del tempio si scinde in due. Scritto di fuori quando Gesù è seppellito; scritto di dentro quando risuscita il terzo giorno glorioso e trionfante » ( 12 ).
(11) Apocalisse, V, 1.
(12) Epistola, De Verbo.

San Giovanni Giustiniano: « II libro visto da san Giovanni è Gesù crocifìsso, esposto da Dio alla pub­ blica utilità, affinchè ognuno lo studi e vi si ammaestri nella scienza divina. Questo libro è scritto di dentro dalla stessa sapienza di Cristo; è scritto di fuori dalla crudeltà dei gentili e dei giudei con tante lettere quanti furono i tormenti che soffrì, le ferite che ricevette, le spine che lo punsero, i flagelli che lo lacerarono, i chiodi che lo trafissero, gli in­sulti che lo oltraggiarono, le lacrime che versò, il sangue che sparse… Quali concetti sublimi contiene questo libro! Lo legge il semplice e si compunge e consola; lo legge il dotto e maggiormente s’illumina e si infervora. Questo libro contiene tutta la legge compendiata nel solo amore; qui tutte le profezie adempiute, il magistero di tutte le virtù, l’eminenza della perfezione, la norma del ben vivere; tutta la redenzione umana è racchiusa in questo libro » (13).
Il venerabile Luigi Blosio: « Chi brama di piacere a Dio, studi questo libro e conseguirà il felice intento. Leggendo questo libro (il Crocifisso): l’uomo si riempie di saggezza, consegue il perdono dei suoi peccati, mortifica i suoi affetti disordinati, viene illuminato nella mente, acquista la pace del cuore, la tranquillità della coscienza, la fiducia in Dio, una ardente carità verso il prossimo. Oh quanti libri si trovano nel mondo! Ma se tutti si perdessero, il libro della passione e morte di Gesù basterebbe per assicurare ogni verità, imparare ogni virtù, diventare dotti della vera scienza, la scienza di Dio » (14).
San Gregorio Magno, commentando le parole di Giobbe: « Io ho gran bisogno d’un libro, che sarebbe l’unico rimedio d’ogni mio male » ( 15 ), domanda: «Qual è il libro invocato da Giobbe quale suo adiutore? È Gesù crocifisso… In questo libro sono i meriti delle nostre cause, il fondamento delle nostre confidenze, la nostra difesa contro tutte le forze diaboliche. In questo libro sono cancellati tutti i nostri peccati col sangue del divino Mediatore, le nostre negligenze con la diligenza di Gesù verso il suo divin Padre.
(13) De trium Chr. agon., e. XX.
(14) In spec. spir., e. X.
(15) Giobbe, XXXI, 35.

Questo libro è la nostra corona. Non moviamo passo senza questo libro; i nostri occhi siano in esso per contemplarlo giorno e notte; offriamolo al divin Padre, affinchè egli riguardi in esso e distolga i suoi occhi dalle nostre colpe » ( 16 ).
San Tommaso da Villanova predicava: « Se mi rimorde la coscienza, se mi spaventano le mie colpe, se mi intimorisce l’ira divina, se urlano contro di me gli spiriti maligni, subito mi metto a studiare questo libro (il Crocifisso), l’offro a Dio in sacrificio, e sento consolarmi… Spariscono gli errori, si quietano le tempeste, torna il sereno e godo la luce del cielo. Lo scrittore di questo libro è Dio, la penna è lo Spirito Santo, la carta è il seno di Maria Vergine, l’inchiostro è il sangue di Gesù. O mio amore crocifisso, scrittura divina! O libro ammirabile pieno di concetti divini! O volume celeste, nel quale ogni piaga che rimiro è una miniatura che mi attrae a se! Deh, o cristiani, applicatevi alla lettura di questo libro, dove sono tutti i tesori della scienza e della sapienza di Dio. In esso troverete la medicina di tutte le vostre infermità, la sicurezza della vita eterna » (17).
A San Francesco d’Assisi, infermo, un suo confratello suggerì che si facesse leggere qualche libro spirituale, affinchè il suo spirito si rallegrasse. San Francesco gli rispose: «Fratello, io trovo ogni giorno tanta consolazione e tanto amore nel meditare la passione di Gesù Cristo, che se campassi fino alla fine del mondo, non mi abbisognerebbe altro libro ».
Un giorno san Tommaso d’Aquino andò a visitare san Bonaventura. Vedendo tanti suoi libri, gli chiese dove attingesse tante cose meravigliose. San Bonaventura, additandogli un crocifisso: « Ecco il mio libro, da cui traggo tutto quello che leggo, scrivo o faccio ».
(16) L. XXXII, mor., e. XIII.
(17) Sermone I, De nat. Virg.

San Filippo Benizì, vicino a morire, disse all’infermiere: « Datemi il mio libro ». Questi gliene porse vari. Ma il santo, rifiutandoli, ripeteva : « Datemi il mio libro. Quello solo voglio, e non altri ». Allora l’infermiere, vedendo san Filippo che fissava il crocifisso, lo prese e glielo diede. Il santo, tutto contento, esclamò: «Questo, questo è il mio libro!». E accostandolo alla bocca e baciandolo ripetutamente, morì.
Il profeta Baruc scrisse un libro di preghiere per gli ebrei nell’esilio; e offrendolo ai suoi correligionari, disse: « Leggete questo libro che vi abbiamo mandato » (18).
Cari lettori, anch’io, presentandovi Gesù cro­ cifisso, rivolgo a voi la stessa esortazione di Baruc agli ebrei : « Leggete sempre questo libro ».
Questo libro leggiamolo tutti :
a) noi peccatori, spaventati dai nostri peccati: esso ci convertirà e ci riconcilierà con Dio;
b) voi anime giuste, e diventerete migliori, esercitando la gratitudine verso quel Dio che vi ha giustificate con la sua passione e morte;
c) voi anime virtuose, e persevererete nel cammino della virtù, vedendo che Gesù Cristo perseverò in croce fino alla morte;
d) leggetelo voi anime penitenti, e vi infervorerete negli esercizi di mortificazione, mirando Gesù in mezzo a tanti tormenti;
e) leggetelo voi infermi, e dinanzi alla pazienza eroica di Gesù in mezzo a tante sofferenze, troverete la forza di sopportare con rassegnazione le vostre malattie;
f) leggetelo voi anime desolate, e vi consolerete vedendo Gesù abbandonato anche dal suo divin Padre nell’orto del Getsemani e sull’alto della croce;
g) leggetelo voi anime religiose, e sarete obbedienti ai vostri superiori, imparando da Gesù obbediente fino alla morte di Croce;
h) leggetelo voi anime sposate, e imparerete ad amarvi scambievolmente l’un l’altro, vedendo Gesù amare la sua sposa, la Chiesa, fino a morire per essa;
i) leggiamolo tutti attentamente, e decidiamoci — dinanzi a Gesù morto in croce — a farci santi nell’anima e nel corpo, praticando fedelmente i doveri del nostro stato.
(18) Baruc, I, 14.

II. Come pensare alla passione del Signore
Come dobbiamo pensare alla passione di Gesù Cristo, affinchè questa meditazione sia fruttuosa?
Se vogliamo che la meditazione della passione di Gesù sia veramente fruttuosa, dobbiamo praticare cinque cose: pregare prima di meditare, meditare con fede viva, meditare la passione come si compisse al presente, me­ ditare con frequenza, meditare la passione come se essa fosse stata sofferta per ciascun di noi.
1. Premettere la preghiera
San Tommaso d’Aquino dice: «È un degenere dell’umana natura, chi non desidera sapere la verità » (« ).
Dunque, se non vogliamo essere degli snaturati, ossia dei mostri, dobbiamo avere ferma volontà di conoscere la verità riguardante la passione e morte di Gesù Cristo, nostro Dio, nostro Creatore, nostro grande benefattore.
La sacra scrittura in genere, e il Vangelo in ispecie, sono libri chiusi e segnati con sette sigilli; niuno li può aprire se non l’Agnello im­ macolato, che è la sapienza di Dio.
Di qui la necessità di pregare Dio, affinchè ci assista, ci dia lume per capire il grande mistero della redenzione umana.
Gesù dice nel Vangelo: « Petite, et dabitur vobis; quaerite, et ìnvenietis; pulsate, et aperietur vobis ( 20 )-
Come chiedere, cercare, bussare?
Ce lo dice san Tommaso: « Chiedete pregando, cercate studiando, picchiate operando ».
San Giovanni Crisostomo dichiara: «Chiedete con assidue preghiere cercate studiando con travaglio, picchiate con digiuni ed elemosine ».
(19) In prìnc. metaph. in const.
(20) Mt., VII, 7.
Per fare un buon raccolto non basta il terreno. Si richiede il calore del sole, la fecondità delle piogge, il concime dei grassi, la fatica dell’uomo, la bontà della semenza…
Quando leggiamo la sacra scrittura, si ri­ chiedono due cose :
• che Dio ci mandi il sole della sua luce e la pioggia della sua grazia;
• che noi cooperiamo con lo studio assiduo e l’orazione fervorosa.
Dio non vuole fare tutto lui; né vuole che stiamo noi soli. Noi umiliamoci, cooperiamo e facciamo la parte nostra; Dio farà la parte sua, dandoci la conoscenza di Sé.
Dobbiamo ripetere tante volte la preghiera di Davide: « Signore, dammi intelletto e scruterò la tua legge e l’osserverò con tutto il mio cuore » ( 21 ).
Ugo Eteriano, cardinale e insigne teologo, pregava : « Signore, la tua parola, intesa con frutto, è quella che da la vita ».
Avete sentito : « intesa bene ». Ora chi può darci la vera interpretazione della parola di Dio? Dio stesso. E Dio ce la da, ma vuole essere pregato da noi.
Sant’Ambrogìo scrive : « Ve un intelletto che non porta alla vita, ma alla morte. Qual è questo intelletto? Quello del mondo ».
(21) Salmo, CXVIII, 34.

San Paolo apostolo, dice: « Se qualcuno fra voi crede di essere savio della sapienza di questo mondo, diventi stolto per farsi savio. Poiché la sapienza di questo secolo è stoltezza presso Dio » ( 22 ).Dunque diventiamo pazzi per Cristo, meditando la sua croce, i suoi dolori, la sua passione. Per impetrare tanto dono, diciamo al Signore : « Dammi intelletto, affinchè possa scrutare la tua parola, che è quella che da la vita, ed io l’osserverò con tutto il mio cuore ».

2. Meditare la passione di Gesù con fede viva
II profeta Davide pregava così Dio : « Signore, to­ gli il velo ai miei occhi e considererò le meraviglie della tua legge » ( 23 ).
Quali sono le meraviglie della legge divina?
Eccole: Dio, uno nell’essenza e trino nelle persone. La seconda persona della santissima Trinità che si fa uomo nel seno di Maria vergine; che patisce e muore per la salvezza del genere umano. Pensiamo: Dio che patisce su di un patibolo ; Dio che subisce una morte crudele per dare la vita della grazia e della gloria alle sue creature, all’uomo ! È veramente il caso di esclamare : « O arcani altissimi ! O meraviglie inaudite! O stupore infinito! ». Dinanzi a simili verità, se non si ha una fede viva, non è possibile andare avanti, non è possibile credere. C’è da restare confusi e quasi oppressi nel rimirare un’altezza sì grande.
(22) I Corìnti, III, 18.
(23) Salmo, CXVIII, 18.

Sant’Ambrogio, meditando il crocifìsso, esclamava: « Un Dio sopra una croce! Un popolo così beneficato che lo crocifìgge! Una sapienza divina che ordina una malizia sì atroce per la salute dell’umanità ! ».
San Tommaso da Villanova, predicando su Gesù crocifisso, restò muto e col volto infiammato per lungo tempo, come fuori di sé.
San Tommaso d’Aquino, pregando dinanzi al crocifisso, cadde in tanto eccesso di stupore, che si sentì tirare come un ferro dalla calamità, e si levò in aria.
San Domenico, contemplando la passione di Gesù: le piaghe sparse in tutto il corpo, la testa trafitta dalle spine, il capo grondante di sangue, si sentì svenire e cadde a terra.
Narra la sacra scrittura che dopo l’uccisione di Oloferne. tutti i soldati di lui, senza proferire parola, col capo basso, abbandonarono ogni cosa e si ritirarono ( 24 ).
Cari lettori, guardiamo con gli occhi della fede il nostro Dio crocifisso, morto, intriso del suo sangue, e diciamogli: « Grande Iddio! Infinito amore! Tanto, dunque, ci hai amato? Lo stupore ci ammutolisce! Tutti ammirati e confusi, prostrati ai tuoi piedi, ti adoriamo e ti diciamo : sia gloria a te, o Gesù, crocifisso, al Padre tuo celeste, allo Spirito Santo per tutti i secoli! ».
(24) Giuditta, XV, 1-2.

3. Dobbiamo meditare la passione come se fosse presente
San Bernardo afferma che è cosa utilissima rappresentarci i misteri del nostro Salvatore come misteri presenti.
La Chiesa ce ne da l’esempio. Alla vigilia del Natale annunzia il mistero dell’Incarnazione con queste parole : « Gesù Cristo, figlio di Dio, nasce nella grotta di Betlemme ».
Perché « nasce », mentre è nato venti secoli addietro?
Perché dobbiamo mirarlo come una nascita nuova, recente; come se il Redentore divino s’incarnasse e nascesse nuovamente per noi. Così si deve dire della passione di Gesù Cristo.
Sant’Ambrogio scrive : « Intendete, o cristiani, che ogni volta che ricevete i sacramenti, specialmente la Eucaristia, ricevete lo stesso Gesù, che di nuovo pa­tisce e muore per voi… Pertanto dovete tenere e considerare presente la passione e morte del Signore ».
Pitagora voleva che le immagini degli dèi nei templi fossero situate non troppo in alto, affinchè il popolo, fissandovi lo sguardo, maggiormente fosse commosso e concepisse affetti di riverenza e di timore ( 25 ).
Lo stesso dobbiamo fare meditando la passione di Gesù : considerare presenti i patimenti che egli soffrì per noi. Allora essi commuovono il cuore, lo inteneriscono, lo accendono d’amore, e lo fanno prorompere in mille affetti di devozione.
(25) Libro III, De olio.

Tertulliano scrive: « Quando terrete presente Gesù pendente dalla croce, che è la vostra vita, proverete in voi salutari affetti di penitenza, di dolore, di amore e di trasformazione nello stesso Signore ».
San Paolo apostolo, dice: «Fratelli, vi voglio contemplatori della passione di Gesù Cristo, ma non in aria, non in superfìcie, ma in atto pratico con una certa scienza sperimentale e con un conoscimento affettivo ( 26 ).
Il card. Ugo Eteriano commenta: « Cristiani, badate a non essere membra morte, ma vive, sensibili; in modo che sentiate al vivo dentro di voi, il dolore del vostro capo che è Gesù, come se lo sentiste dentro di voi stessi ».
Di santa Paola si legge che si prostrava sul pavimento davanti alla croce di Gesù, con tanta abbondanza di lacrime, di tenerezza e di affetti, come se avesse veduto il Signore pendente dalla croce grondante sangue dalle piaghe ( 27 ).
Il beato Consalvo d’Amaranta, visitando la Terra santa, ad ogni passo non faceva che piangere, come se corporalmente avesse incotranto il Redentore divino che patisse; come se avesse veduto Gesù legato, trascinato nei tribunali, flagellato, incoronato di spine, confìtto in croce ( 28 ).-
(26) Filippesi, II, 5-11.
(27) San Girolamo, Epistola XXVII.
(28) Cond. di santa Dom.

Sant’Agostino, stando davanti al Crocifisso, aveva fatto dei suoi occhi quasi due fonti di lacrime; mandava sospiri icome se il cuore gli scoppiasse; gli sembrava di trovarsi sul Calvario con la santissima Vergine, con san Giovanni e santa Maddalena. « Oh che vedo », esclamava, « Gesù, voi in croce? voi su di un patibolo?…» ( 29 ).
Chiudo con le parole del venerabile Luigi Blosio : « Fratelli, cacciate da voi la sonnolenza, la tiepidezza e la negligenza; abituatevi a meditare la passione del Signore con proposito, con grande fede, con fervore d’animo; immaginatevi la passione di Gesù, come presente, e passo passo accompagnate il Redentore di­vino fin sul Calvario; chiedetegli perdono di averlo offeso; ringraziatelo per quanto ha patito per voi, e godrete i frutti della sua croce » ( 30 ).

4. Dobbiamo meditare frequentemente la passione di Gesù
L’oggetto lontano, difficilmente, commove. Le cose che amiamo, quando sono lontane, non limentano in noi l’amore.
Senza l’esercizio costante della virtù, l’uomo non diventa virtuoso; l’abito buono si forma mediante la ripetizione continua di atti buoni. Nasciamo per essere virtuosi ; lo diventiamo mediante un lungo esercizio del bene.
(29) Libr. di medii, e. VII.
(30) Blosio, Can. vita spir., e. XIX.

Aristotele dice : « Meditatio confirmat memoriam », la meditazione rinsalda la memoria; solo la contemplazione continua della passione di Gesù confermerà in noi la sua memoria.
San Paolo apostolo scriveva: « Recogitate (cioè: pensate assiduamente) a Gesù Cristo, il quale sopportò il supplizio della croce contro la propria persona da parte dei peccatori, affinchè voi non vi perdiate d’animo nell’esercizio del bene » ( 31 ).
Queste parole di san Paolo vogliono dire: Voglio che siate forti, intrepidi in ogni più grave pericolo, anche dinanzi alla morte. Per essere tali, è necessaria la meditazione continua della passione di Gesù Cristo.
San Bernardo confessa : « Io mi sono sempre esercitato nella meditazione della passione di Gesù. Co­minciai dalla contemplazione di Gesù crocifisso » ( 32 ).
San Bonaventura consigliava: «Se state fermi, se camminate, se siete solitari, se conversate, se trattate affari, se vi ponete a fare orazione, in tutti i luoghi, in qualsiasi occasione abbiate sempre dinanzi agli occhi Gesù in croce per i peccati vostri e del mondo » (33).
San Pier Dannano rinunciò al vescovado di Ostia, si ritirò in solitudine « per stare in una continua con­templazione di Gesù crocifisso. Gli pareva di trovarsi sul Calvario, di vedere Gesù trafitto nelle mani e nei piedi; abbracciava spiritualmente la croce, apriva la sua bocca per ricevervi il sangue che stillava dalle mani e dai piedi di Gesù » ( 34 ).
(31) Ebrei, XII, 1-3.
(32) Sermone XLV, In Cant.
(33) Stimutus div. am., e. VII.
(34) Libro I, p. 9.

Il venerabile Luigi Blosio ammoniva : « Chi vuole attendere alla vita spirituale deve sempre meditare quello che Gesù Cristo fece e patì per noi ». Scriveva ad una pia persona : « Faccia il suo nido in croce e nelle piaghe del Salvatore. Quando prende cibo, bagni ogni boccone nel sangue di Gesù; quando vuoi bere, s’immagini di porre la bocca alle sacratissime piaghe del Signore » (35).
Giovanni Taulero, domenicano, nell’andare a letto, s’immaginava di salire la croce di Cristo; che il suo letto fosse il sacro cuore di Gesù; che il suo guanciale fosse la corona di spine; che le sue coperte fossero le braccia aperte del Signore. Così s’ingegnava di fare in tutte le azioni della giornata. Passava ventiquattro ore sempre con Gesù crocifisso.
Tommaso da Kempis, autore dell’Imitazione di Cristo, diceva: « Se si ricava frutto contemplando la vita dei santi, che cosa avverrà contemplando la passione e morte di Gesù Cristo? » ( 36 ).
Chiudo con le parole di sant’Agostino: « Signore non volesti mai scendere dalla croce, perche la tua ricordanza non uscisse mai dal mio cuore. Mi hai scritto nelle tue mani per ricordarti sempre di me e perché io ricordassi sempre quanto tu hai patito per me. Mi hai riscattato col tuo sangue perche io ricordassi sempre il tuo sacrifizio. Mi liberasti dalla morte eterna perche io vivessi sempre per te. Mi richiamasti dall’esilio perche io abitassi sempre vicino a te e con te. Dall’alto della croce i tuoi occhi sono sempre fissi su di me! ed io non terrò i miei occhi sempre rivolti a te? Ah non sia mai vero! » ( 37 ).

5. Dobbiamo considerare la passione di Gesù sofferta per ciascuno di noi in particolare
Un bene più è esteso nei suoi effetti, più è nobile, eccellente, perché più si avvicina al bene sommo, Dio, il quale è la causa di tutti i beni creati.
(35) Blosio, Inst. spec, e. V.
(36) De passione Chr.
(37) Bap., XIII, solil.

Gesù Cristo è morto per tutto il genere umano:
« Dio ha talmente amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito, affinchè chiunque crede in luì non perisca, ma abbia la vita eterna » ( 38 ). « Cristo è morto per tutti» ( 39 ).
San Tommaso dice : « Gesù Cristo morì fuori Gerusalemme, affinchè tutti sapessero che Egli moriva per tutti. La virtù della passione di Gesù è diffusa per tutti » ( 40 ).
Dunque la passione di Gesù è stata soste­ nuta a beneficio di tutto il mondo.
Tuttavia noi, meditando Gesù crocifisso, dobbiamo considerare la sua passione sofferta per ciascuno di noi in particolare.
San Paolo scriveva: « Vivo io, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me; e quello che vivo nella carne, vivo nella fede che ho nel Figlio di Dio, il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me » ( 41 ).
Dunque san Paolo apostolo considerava la passione patita solo per lui in particolare.
Perché questo?
Ce lo dice lo stesso san Paolo: « Gesù Cristo venne nel mondo a salvare i peccatori, di cui io sono il primo » ( 42 ).
(38) Gv., III, 16.
(39) II Corinti, V, 15.
(40) III p., q. IX, a. 10.
(41) Galati, II, 20.
(42) I Timoteo, I, 15.

San Paolo non nega che Cristo è morto per tutti ; ma egli considera la passione di Gesù come se essa fosse stata sostenuta solo per lui, il primo tra tutti i peccatori.
San Giovanni Crisostomo commenta le parole di san Paolo : « San Paolo, da vero servo di Cristo, stima il beneficio della redenzione e della morte di Gesù, come suo proprio, dato a se e come se l’obbligo fosse tutto suo. Non restringe l’immenso beneficio della croce a sé solo; ma giudicando di essere, per i suoi peccati, egli solo la causa della morte del Signore; perciò obbligato a pentirsi delle sue colpe ed amare il Redentore, il quale, con le sue sofferenze, le aveva cancellate » ( 43 ).
Lo stesso san Giovanni Crisostomo afferma : « Benché il sole splenda per tutti, ognuno ne sente i be­ nefici come se esso splendesse per ciascuno. Così dite della pioggia… O mio Gesù, sole di giustizia, pioggia di sangue versata per me! Sì, per tutti sono questi beni. Ma a me giova considerarli come se fos­ sero solo per me, perché non ne sento minore utilità che se fossero impiegati solamente per me ».
San Tommaso d’Aquino scrive : « O sacro convito (l’Eucarestia ), nel quale si riceve Cristo e si fa memoria della sua passione… Sic totum omnibus, quod totum singulis. Questo sacramento è stato istituito a beneficio di tutti, come se l’avesse istituito a beneficio solo di ciascuno ». Il medesimo si deve dire della sacratissima passione del Signore: è stata sofferta a benefìcio di tutti, come se Cristo avesse patito solo per ciascun di noi.
Sant’Ignazio martire scriveva ai romani : « Meus amor crucifixus est », il mio amore in croce è talmente per me, come se io fossi solo e non si trovasse alcun altro.
(43) Libro II, De compon. orci.
Il card. Ugo Eteriano esclamava: « Io non voglio altro che Dio; egli è tutto il mio bene, e fuori di luì non trovo cosa che mi sia gradita. Ma, oh come bene mi corrisponde ! ».
Tommaso da Kempis pregava: « Mio Dio! io ti contemplo tutto ferito, pieno di piaghe, sospeso alla croce; e stimo che tutto soffri per me solo, per la qual cosa tanto maggiormente si accende il mio cuore per te e mi sento obbligato » ( 44 ).

III. Conclusione
Ecco il modo di meditare con frutto la passione santissima di Gesù Cristo. Il peccato, Gesù l’ha scontato perfettamente per ciascuno di noi come se fosse stato uno solo. La passione di Cristo è stata sofferta tutta per ciascun di noi, a nostro personale beneficio, come è stata patita a beneficio di tutti gli uomini.
Beati noi se tutte le nostre opere, pensieri e parole saranno riferiti a Gesù crocifisso ; se, meditando la passione del Redentore divino, diremo : « Per me quella croce, per me quelle spine, per me quei chiodi, per me quelle carni lacerate : per me e per i miei peccati Gesù ha patito ed è morto. Viva Gesù Cristo crocifisso per me ! ».
(44) De passione Domìni.

Preghiera – Gesù, ci hai vinti, e noi ci arrendiamo. Quello che in noi non potè fare il timore, l’ha fatto l’amore. Hai superato la durezza del nostro cuore Grazie! grazie! grazie infinite! Ti sei dato tutto a noi, e noi ci diamo tutti a te. Facci tuoi, tutti tuoi solo tuoi in vita e per tutta l’eternità. Amen.

LUNEDÌ SANTO – MEDITAZIONE (PREGHIERA « CON PAOLO »)

http://www.paoline.it/Idee-per-pregare/SETTIMANA-SANTA/articoloRubrica_arb822.aspx

LUNEDÌ SANTO – MEDITAZIONE (PREGHIERA « CON PAOLO »)

Meditazione sul gesto dell’unzione del Maestro, presagio della passione e dell’immane sofferenza di Gesù; preghiera dalla lettera ai Colossesi per accettare ogni sofferenza in unione con la croce di Cristo.

Con Anna Maria Cànopi

Il nardo profumato di Maria

La liturgia del Lunedì Santo ci fa uscire da Gerusalemme ancora tutta in agitazione per gli avvenimenti del giorno precedente e ci conduce nella calma atmosfera di Betània, in casa degli amici Marta, Maria e Lazzaro, presso i quali Gesù, per l’ultima volta, va a cercare un po’ di ristoro fisico e morale.
Qui, in questo familiare incontro, possiamo ulteriormente scoprire le ricchezze di umana sensibilità del cuore di Cristo Signore.

Maria compie il gesto dell’unzione per intuizione d’amore, quasi presagendo la sorte cui il Maestro stava per andare incontro.
La donna sa quanto sia preziosa – ben più del nardo – la presenza del Signore tra di noi. Quello che a Giuda sembra troppo, per lei è ancora poco: il profumo versato vuole significare il dono di sé che ella nel profondo del cuore ricambia al suo Signore che va a morire per lei, per tutti.
La presenza di un discepolo ladro e traditore viene a turbare le ore ristoratrici dell’amicizia diffondendo diffidenza e aria di congiura. Al profumo di Maria che ha riempito la casa, al profumo dell’amicizia fedele viene a mescolarsi il cattivo odore dei pensieri del discepolo infedele.
Per Gesù è già iniziata la Passione e questa può essere considerata la prima stazione della sua Via Crucis.
Ancora più che per le sofferenze fisiche, infatti, egli patì per le sofferenze morali e spirituali.
Se già per qualsiasi uomo che abbia il vero senso dell’amicizia non c’è ferita più dolorosa del tradimento di coloro in cui poneva la propria fiducia e confidenza, tanto più ciò è vero per il Cristo, in cui ogni umano sentimento si trova al sommo grado di intensità.

Noi siamo tutti un po’ carenti, se non anche traditori, nei confronti di Gesù, eppure si può dire che egli viene continuamente da noi in cerca di una Betània dove riposare tra amici, accettando il rischio di essere rifiutato o tradito.
E ciò egli lo fa per un unico, essenziale motivo: perché tutto quanto viene dal Padre – anche il tradimento permesso, anche la croce – è non solo accettabile, ma persino adorabile.Questo atteggiamento, come ogni altro comportamento del Figlio di Dio, diventa norma di vita per ogni uomo che, entrando in comunione con lui, ritrova la propria relazione filiale nei confronti di Dio.

Siamo dunque stimolati a rientrare in noi stessi per fare un coraggioso e leale esame di coscienza, mediante il quale ci avverrà forse di scoprire che oggi, nella nostra Betània, Gesù si trova circondato da più di un amico infido e che forse proprio noi, nei suoi confronti, non facciamo sempre la nobile parte di Maria.

Anna Maria Cànopi, La Grande Settimana, Paoline 2007

Con s. Paolo

Perché soffrire?

Mi rallegro nelle sofferenze
perché accettarle procura grazia al mondo.
E intendo completare nella mia carne
quanto manca alle tue afflizioni, Cristo,
a vantaggio del tuo Corpo, che è la Chiesa.

Il Padre ha voluto far conoscere
qual è la ricchezza del glorioso mistero
che sei tu, Cristo, in noi,
gloriosa speranza.

Te noi annunciamo
per presentarti ogni uomo,
in te completo, Cristo.
Per questo fatichiamo,
battendoci in base alla tua energia
attiva in noi potentemente.

Prego per i miei compagni di questo mondo
perché siano consolati i loro cuori,
intessuti stretti nell’amore.
Abbiano ogni ricchezza della certezza completa
di quanto loro già sanno,
per una conoscenza definitiva del mistero di Dio,
che sei tu, Cristo,
perché in te sono nascosti
tutti i tesori della sapienza e della scienza (Colossesi 1,24-29; 2,2-3).

P. Hilsdale, Nel Signore Gesù. Preghiere dalle Lettere di Paolo,

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11 (pregare il testo)

http://www.amogesu.it/home/index.php?option=com_content&view=article&id=1519:vi-domenica-di-quaresima-la-kenosi-del-servo-fil-1-27-2-11&catid=139&Itemid=380

LA KÉNOSI DEL SERVO (IN) FIL 1,27-2,11

INSERITO IN SESTA DOMENICA DI QUARESIMA – DOMENICA DELLE PALME

Un metodo per pregare il testo. Don Giuseppe De Virgilio, biblista

Rileggi personalmente la pagina biblica.

Ogni Lectio segue lo schema in cinque tappe:
a) il testo biblico
b) breve contestualizzazione e spiegazione
c) spunti per la meditazione
d) parole-chiavi per aiutare a pregare con il testo
e) Salmo di riferimento

Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo perché, sia che io venga e vi veda, sia che io rimanga lontano, abbia notizie di voi: che state saldi in un solo spirito e che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio. Perché, riguardo a Cristo, a voi è stata data la grazia non solo di credere in lui, ma anche di soffrire per lui, sostenendo la stessa lotta che mi avete visto sostenere e sapete che sostengo anche ora.
Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri.
Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.

Breve contestualizzazione e spiegazione
- Il brano comprende due unità, introdotte da due particelle avverbiali (1,27: monon «soltanto»; 2,1: oun «dunque»): Fil 1,27-30, in cui si riporta l’esortazione a «vivere come cittadini degni del Vangelo» e Fil 2,1-11 in cui Paolo invita i cristiani a «rendere piena la sua gioia» mediante l’adesione a Cristo, che si fece servo obbediente di Dio fino alla morte. Nel v. 27 l’avverbio «soltanto», in posizione enfatica, sottolinea il passaggio ad una sezione esortativa. Dopo aver presentato la situazione del Vangelo e l’incoraggiamento dei cristiani nell’impegno per l’evangelizzazione, Paolo assume un deciso tono esortativo, con una serie di imperativi che spingono i Filippesi a vivere nell’unità e nell’umiltà la testimonianza della fede. Il primo imperativo è politeuesthe (comportatevi da cittadini), applicato al modo di vivere degno del Vangelo di Cristo.
- L’interpretazione del verbo può intendersi in senso generico di un comportamento sociale nel contesto della città macedone, oppure può essere interpretata alla luce di Fil 3,20, dove l’Apostolo tratta della «cittadinanza celeste» (to politeuma en ouranōn), con un chiaro riferimento alla dimensione escatologica della fede cristiana. Questo invito costituisce il motivo dominante dell’esortazione paolina ai Filippesi: essi sono chiamati a dare una qualificata testimonianza di unità (essere saldi in un solo spirito) e di lotta «per» la fede del Vangelo. La forza della fede aiuterà la comunità cristiana anche a «soffrire per Cristo» (v. 29: to hyper autou paschein), condividendo il medesimo combattimento (v. 30: ton auton agōna echontes) che l’Apostolo sta conducendo nella lontana sua prigionia. Sia nella professione di fede che nella comune lotta contro gli avversari del Vangelo, Paolo e la Chiesa di Filippi devono sentirsi uniti e chiamati a vivere nella comunione vicendevole una coraggiosa presenza cristiana.
- In 2,1 con l’avverbio «dunque» (oun) si apre la seconda unità, che raccoglie l’accorato appello di Paolo alla concordia nel «modo di sentire» e nelle relazioni interpersonali. Il tono del discorso è introdotto da quattro brevi frasi condizionali («se c’è…»), che delineano in modo essenziale lo stile di vita della Chiesa. La consolazione (paraklēsis), il conforto (paramytion), la comunione nello spirito e le viscere e compassione e sono le quattro prerogative della vita comune che l’Apostolo chiede di ravvivare ai Filippesi.
- La consolazione è la capacità di sostenere l’altro che vive nell’angoscia (cf. Mt 5,4). In questo caso la figura di Paolo è allo stesso tempo bisognosa di consolazione e consolatrice. Il conforto dell’amore completa l’atto del consolare, partecipando all’altro la capacità di amare e di riempire i vuoti della solitudine. Vi è poi la «comunione dello spirito» che implica il coinvolgimento di tutto l’essere che si dona all’altro in modo gratuito ed incondizionato. Infine i due sostantivi plurali «viscere e compassione» indicano i sentimenti profondi che governano la persona umana e le permettono di comunicare la ricchezza interiore delle proprie emozioni. L’argomentazione paolina culmina nel v. 2 con l’imperativo aoristo plerōsate (rendete piena) seguito dal complemento oggetto mou tēn charan (la mia gioia). Paolo invita i Filippesi ad un «sentire unanime» (to auto phronete), a condividere l’amore e ad essere concordi. Questa sottolineatura della comunione e dell’unità si contrappone alle espressioni del v. 3, in cui si citano gli atteggiamenti negativi da evitare: non agire «per rivalità» (kat’eritheian) nè «per vanagloria» (kata kenodoxian), atteggiamenti che generano divisioni e chiusure nella comunità.
- Al v. 4 la raccomandazione di Paolo spinge i cristiani alla reciprocità, facendosi partecipi dell’interesse dell’altro; letteralmente, «non guardando ognuno alle proprie cose» (v. 4), «ciascuno sappia guardare (anche) alle cose dell’altro». Si costruisce la comunione ecclesiale solo nella capacità di saper perdere se stesso e il proprio prestigio personale per il Vangelo (cf. Mt 10,39). In Paolo la parola pronunciata diventa «testimonianza vivente» proprio a motivo della sua condizione di prigionia! I destinatari di questa lettera ne sembrano coscienti, dimostrando una solidarietà senza limiti con l’Apostolo e le sue tribolazioni. Al v. 5 è inserita un’ulteriore breve esortazione, con la ripetizione dell’imperativo phroneite (abbiate un medesimo sentire) che riassume il contenuto essenziale delle precedenti espressioni parenetiche. Il «sentire unanime» dei cristiani deve essere commisurato a Cristo Gesù, la cui persona è presa come modello essenziale su cui “con-figurare” (syn-morphizō: cf. Fil 3,10.21; Rm 8,29) la vita personale e comunitaria dei credenti. In tal modo l’Apostolo introduce i suoi lettori il notissimo brano cristologico, mirabilmente incastonato nei vv. 6-11. Va rilevata la formula finale «in Cristo Gesù» che richiama in modo inclusivo l’inizio del brano parenetico di Fil 2,1.
- La composizione cristologica si colloca all’interno dell’esortazione paolina, introdotta dal pronome relativo os (il quale) e seguita da tra verbi all’aoristo indicativo: «non considerò», «svuotò se stesso», «umiliò se stesso» e successivamente dal soggetto o theos (Dio) che regge altri due verbi in aoristo che hanno come complemento oggetto la persona del Cristo: «lo sopraesaltò», «gli donò». Si tratta di un testo narrativo assai complesso, che ha conosciuto un’articolata storia interpretativa, per via della corretta comprensione di alcuni termini collegati alla natura, alla funzione e ala preesistenza del Cristo.
- Leggendo il brano cristologico appare evidente la divisione in due unità letterarie all’insegna del duplice movimento dell’abbassamento (vv. 6-8) e dell’innalzamento (vv. 9-11) collegate dalla congiunzione «e perciò» del v. 9 (dio kai) e contrassegnate dalla diversità dei soggetti. Nella fase dell’abbassamento il soggetto è Cristo, mentre in quella dell’innalzamento è Dio. Cristo liberamente «discende» dalla sua condizione divina, si abbassa dal suo trono altissimo fino a prendere la forma umana e a morire in modo ignominioso sulla croce. I tre gradini della discesa del Cristo sono: l’umanità, la morte e la croce. Nei vv. 9-11 viene descritta la «risposta» di Dio all’azione “kenotica” del Figlio: dopo essersi abbassato fino alla morte in croce, Dio ha “super-esaltato” il Cristo donandogli il “nome” più eccelso che esista, il nome divino di «Signore» (v. 11: kyrios). La conseguenza di questa esaltazione è duplice: affinché tutti («in cielo, in terra e sotto terra») si inginocchino e facciano la loro confessione di fede nella divinità del Cristo, signore del cosmo e della storia.
- Il v. 6 si apre con il pronome os riferito a Gesù Cristo, il quale «essendo nella condizione di Dio» (en morphē theou) scelse liberamente di entrare nella «condizione di servo» (en morphē doulou). Si nota il parallelismo tra condizione divina e condizione servile. La condizione «di Dio» non fu ritenuta un «privilegio» (harpagmon) («qualcosa da trattenere»), ma un «dono» per un progetto più grande, che equivale alla sua missione nel mondo. Nel v. 7 con un’avversativa (alla) si dichiara la scelta paradossale e libera del Cristo: «svuotò se stesso» (heauton ekenosen) per prendere la condizione umana. Va notata la singolarità del verbo kenoun (vuotare, annientare), che esprime l’azione della totale spoliazione del Cristo per farsi uno con l’umanità. L’espressione si rivela intensa e profonda. Sembra richiamare alla mente, pur nella diversità dei termini, la consegna alla morte del «servo sofferente» in Is 53,12.
- Nel v. 8 prosegue l’azione dell’abbassamento con un secondo verbo: «umiliò se stesso», che esprime lo stile assunto dal Cristo nello scendere attraverso la storia dei piccoli e dei poveri fino all’estremo. E’ l‘azione del farsi poveri che diventa ricchezza per i credenti (cf. 2Cor 8,9). Il fatto che il Figlio diventi «obbediente» (genonenos hypekoos) fino alla morte e alla morte di croce», implica il senso gratuito di questa scelta, che non è frutto di una cieca fatalità né di un meccanismo, bensì di una fedeltà piena a Dio e alla sua missione. L’obbedienza del Figlio culmina nella morte (thanatos): essa indica il massimo grado di sottomissione e la specificazione «morte di croce» esprime il massimo punto di degradazione della condizione umana. Non poteva esserci descrizione più toccante della vicenda del Cristo, fedele al Padre.
- Nel v. 9 il nuovo soggetto diventa Dio il quale di forte al dono gratuito e paradossale del Figlio «disceso nell’umanità fragile e mortale», ha scelto di «sopraesaltarlo» (hyperypsosen). L’azione di Dio si concretizza nel dono del «nome sopra (hyper) ogni altro nome»: si tratta del nome di «signore» (kyrios) con cui termina il brano al v. 11 e che designa la dignità e la sovranità della stessa posizione del Cristo, partecipe della signoria universale ed assoluta di Dio. Nei vv. 10-11 si delinea la conseguenza dell’esaltazione del Cristo con due subordinate introdotte dalla finale ina (affinché): «ogni ginocchio si pieghi» e «ogni lingua proclami». In queste immagini viene rappresentata la dignità assoluta che Gesù riceve in modo unico e sommo da tutti gli esseri viventi, in cielo, in terra e sotto terra. Tale omaggio è suggerito dal gesto di prostrazione (cf. Is 45,23; Rm 11,4) e di proclamazione «cosmica» («ogni lingua», cf. Is 66,18b; Dn 3,4.7) che culmina nell’affermazione finale del brano: Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre (cf. Rm 10,9-10).
- Questo titolo cristologico corrisponde nella Bibbia al tetragramma ebraico JHWH, che è il nome di Dio (cf. Es 3,15; Sal 99,3). In altre parole: al Cristo umiliato ed esaltato viene attribuita la signoria unica ed assoluta che nella tradizione biblica era propria di Dio. Questa designazione è da considerarsi il punto di arrivo del brano cristologico e allo stesso tempo l’esperienza intima e mistica che Paolo ha vissuto nel mistero della sua missione a servizio del Vangelo.

Spunti per la meditazione e l’attualizzazione
- Da appassionato predicatore della Parola, Paolo rivolge ai cristiani di Filippi una fondamentale esortazione: la capacità di «sentire insieme» a Cristo. La dinamica spirituale consente ai credenti di divenire «cittadini degni del Vangelo» (Fil 1,27). La metafora della cittadinanza indica la dimensione relazionale della vita cristiana. Essa si svolge all’interno di una città, che è abitata da uomini e donne che cercano la pace.
- Un secondo motivo è costituito dall’immagine del «combattimento condiviso» da tutti (synathlountes) «per» (o «per mezzo») della fede. La predicazione della Parola chiede di spendersi personalmente e di pagare il prezzo della sofferenza. Non c’è testimonianza cristiana che non sia «pagata a caro prezzo», non c’è missione che non comporti un coraggioso coinvolgimento nel donarsi e nel soffrire per il Signore. L’Apostolo chiede ai Filippesi di «stare saldi», di non «lasciarsi intimidire» (Fil 1,28) dagli avversari e considera la sofferenza come una «grazia» (1,29: echaristhē) assunta «a favore» (hyper) di Cristo. Paolo stesso rappresenta un «esempio nella lotta»: quelle catene portare per Cristo sono l’eloquente messaggio di come può essere interpretata la missione dei cristiani.
- Tuttavia il fondamento della novità del Vangelo va cercato nella stessa persona e missione del Figlio di Dio. In Fil 2,1-4 l’Apostolo invoca la pienezza della gioia cristiana e rinnova l’invito a non interpretare diversamente il cammino della fede: esso deve necessariamente seguire le stesse orme di Gesù Cristo (cf. 1Pt 2,21). Il brano cristologico di Fil 2,6-11 ci chiede di meditare sull’unicità della storia di amore che Dio ha voluto e realizzano attraverso il Figlio. Introdotto al v. 5 con l’invito a condividere i medesimi sentimenti di Cristo Gesù, il brano cristologico costituisce una delle più profonde e ricche sintesi del mistero cristiano. Entrare nella «spoliazione» e nella «umiliazione» del Figlio amato, che per amore sceglie di farsi il più piccolo e il più povero tra gli uomini.
- La missione del Figlio è accolta dal Padre: egli lo ha esaltato «sopra tutti e tutto». Il servo è diventato «signore», la spoliazione e l’umiliazione si è tramutate in esaltazione: nel trionfo della risurrezione e della vita Cristo esercita la signoria dell’amore e la sua missione porta il frutto della riconciliazione e della pace. Il contesto parenetico dell’unità non deve indurci a ritenere queste considerazioni delle pie esortazioni, ma deve spingerci a conformare tutta la nostra esistenza al progetto di Dio in Cristo Gesù. Misurato con la vicenda del Cristo, umiliato ed esaltato, il cristiano è in grado di interpretare la storia con le categorie e lo stile indicato dal Vangelo. La nostra vita non potrà che ispirarsi allo schema cristologico della croce e della gloria, dell’annullamento (kenosi) e della glorificazione (doxa), della concretezza dell’oggi, vissuto nella quotidiana lotta per il fede del Vangelo e della speranza nel domani, atteso in uno stile operoso nella fiducia che Dio realizzerà le sue promesse.
- La passione per la Chiesa che Paolo esprime tocca un aspetto centrale: condividere gli stessi sentimenti interiori. Come vivi la tua comunione con i fratelli nella comunità?
- Il modello della nostra santità è Gesù. Egli ha realizzato l’unità tra di noi e con Dio. Stai crescendo nel cammino di maturità verso l’unità? Quali sono i segni della maturità ecclesiale presenti nell’ambiente in cui operi? Bisogna fare ancora molto cammino per raggiungere un buon livello di maturità ecclesiale? L’inno cristologico è una sintesi dell’evento cristiano: fermati sui tre aoristi «non considerò la sua prerogativa divina», «svuotò», «umiliò» se stesso. Farti servo: cosa implica questa verità nella tua esistenza?
- L’abbassamento, la kenosi, non è soltanto un atteggiamento morale ma una scelta esistenziale che imita la grandezza divina: come vivi il tuo abbassamento quotidiano? Come si traduce nella concretezza delle relazioni interpersonali? Dio ha scelto di amarci così, mediante la morte del Figlio sulla croce: come ami le persone che ti sono poste accanto?

Parole-chiave per aiutare a pregare con il testo
Comportatevi da cittadini degni del vangelo / combattete unanimi per la fede del vangelo /
senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari / la grazia di soffrire per lui / sostenendo la stessa lotta / consolazione in Cristo / conforto derivante dalla carità / rendete piena la mia gioia / Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria / ciascuno di voi consideri gli altri superiori a se stesso / Abbiate in voi gli stessi sentimenti / non considerò un tesoro geloso / ma spogliò se stesso / umiliò se stesso facendosi / obbediente fino alla morte di croce / Dio l’ha esaltato / ogni ginocchio si pieghi

Salmo di riferimento Sal 22
Rileggendo le parole del Salmo, trasforma la lettura del brano evangelico in «preghiera».

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Tu sei lontano dalla mia salvezza»: sono le parole del mio lamento.
Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,
grido di notte e non trovo riposo. (…)
Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.
Mi scherniscono quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi; lo liberi, se è suo amico».
Sei tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai fatto riposare sul petto di mia madre.
Al mio nascere tu mi hai raccolto, dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio.
Da me non stare lontano, poiché l’angoscia è vicina e nessuno mi aiuta. […]

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