ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12 – LA PASSIONE DI PAOLO

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Meditazioni/04-05/01-Passione_di_Paolo.html

ATTI DEGLI APOSTOLI 21,1-25,12 – LA PASSIONE DI PAOLO

Usiamo la parola Passione per aiutare a leggere l’intera sezione. Luca, nei primi 16 versetti, pone in evidenza come nel discepolo si rifletta la passione di Gesù.
Nel Vangelo vi sono tre solenni annunci della Passione di Gesù, e qui Luca ne presenta tre che annunziano quella di Paolo.
Il primo l’abbiamo già letto nel discorso di addio agli anziani di Efeso: «Lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che catene e tribolazioni mi attendono» (20,23).
Durante il viaggio tra Mileto e Cesarea evidenziamo la sosta a Tiro. Qui i cristiani che li accolsero erano già stati avvisati dallo Spirito Santo e perciò dicono a Paolo “di non salire a Gerusalemme”. È logico che Paolo non accetti. “Allora ci accompagnarono verso la nave e, giunti sulla spiaggia ci inginocchiammo e pregammo”. Luca usa il noi perché è presente. “Giunti a Cesarea ci restammo sette giorni, nella casa di Filippo, uno dei sette” (6,5).
Ma ecco che dopo alcuni giorni giunse dalla Giudea un profeta di nome Agabo. Questi prese la cintura di Paolo, si legò mani e piedi e disse: «Così dice lo Spirito Santo: in questo modo i Giudei in Gerusalemme legheranno l’uomo a cui appartiene questa cintura». Luca continua: «Noi e quelli del luogo pregammo Paolo di non salire a Gerusalemme, ma non riuscimmo a dissuaderlo. Allora dicemmo: “Sia fatta la volontà di Dio”. Vennero con noi anche alcuni discepoli di Cesarea».
L’incontro con i cristiani (21,17-25)
Al loro arrivo a Gerusalemme “i cristiani li accolsero festosamente”. È facile pensare che si tratta di giudeo-cristiani ellenisti. Non così il giorno dopo quando Paolo si recò da Giacomo. Riuscì a raccontare un po’ “quello che Dio aveva fatto tra i pagani per mezzo suo”.
Un po’. Infatti, l’impressione che dà il testo è che questo non interessava a Giacomo, a lui interessavano solo i giudeo-cristiani: «Essi hanno sentito dire di te che vai insegnando a tutti i Giudei, sparsi tra i pagani, di abbandonare Mosè, dicendo di non fare circoncidere più i loro figli e di non seguire più le usanze tradizionali. Che facciamo?». Ascoltando Giacomo dire: “Che facciamo?”, pare di vedere una Chiesa chiusa nella fedeltà alla Legge di Mosè e a quelle tradizioni che, secondo Gesù, impediscono il vero culto a Dio (Mc 7,7).
Giacomo invita Paolo a sottomettersi a quei riti di purificazione che ogni buon ebreo deve fare quando dal mondo pagano giunge a Gerusalemme. Paolo con la sua predicazione si era davvero immerso in quel mondo, ma l’aveva santificato con l’annuncio del Vangelo. Comunque, seguendo il suo principio: “farsi ebreo con gli ebrei” (1 Cor 9,21) si sottomise alla purificazione pur sapendo che la si può ottenere solo in Cristo. Ancor più, si sente ricordare da Giacomo la lettera che “lui”, non il Concilio, ha inviato ai pagani di “astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal mangiare sangue, ecc…”. Paolo deve aver costatato con tristezza che i giudeo-cristiani non conoscono ancora la libertà che si ha in Cristo e non sanno che Dio ha reso puro ogni cibo, anche se debbono aver sentito Pietro parlare di quello che gli è capitato a Ioppe e a Cesarea.

Paolo arrestato nel Tempio (21,26-40)
Paolo stava concludendo la sua purificazione quando lo videro alcuni giudei della provincia romana dell’Asia. Lo arrestarono e si misero a urlare: «Aiuto! Uomini di Israele. Questo è l’uomo che, ovunque, va insegnando a tutti una dottrina contraria alla Legge e a questo luogo, e ora lo ha profanato introducendo dei pagani». Lo trascinarono fuori e tentavano di ucciderlo quando il comandante della coorte accorse con i soldati, lo liberò dalla folla e lo arrestò. Egli cercò di avere informazioni dalla folla, ma chi diceva una cosa e chi un’altra, mentre il popolo urlava: “A morte, a morte!”. Nel caso di Gesù dicevano: “In croce, in croce!”.
I soldati lo portarono via, ma quando stava per entrare nella fortezza, Paolo disse al comandante: «Permettimi di rivolgere la parola al popolo». Glielo permise.

Il discorso di Paolo (22,1-21)
Quando la gente udì che parlava in ebraico fece silenzio e Paolo disse: «Fratelli e padri, ascoltate la mia difesa: Io sono un Giudeo, nato a Tarso di Cilicia, ma educato in questa città ai piedi di Gamaliele nelle più rigide norme della Legge». Gamaliele era un uomo zelante e di grande spiritualità. La tradizione rabbinica dice: “Quando egli morì, la gloria della Legge cessò e la purità e l’astinenza morirono”. Perciò Paolo può dire: «Educato da un così grande maestro ero pieno di zelo per Dio, come lo siete tutti voi oggi. Per questo ho perseguitato fino alla morte coloro che seguono questa Via». Si tratta della via della salvezza insegnata da Gesù, ma egli in coscienza sentiva che doveva perseguitarla e lo faceva con accanimento come «lo può dimostrare il sommo sacerdote e tutti gli anziani. Da loro ho ricevuto lettere per i nostri fratelli in Damasco con l’intenzione di condurre a Gerusalemme i prigionieri che fossi riuscito a fare. Ma mentre mi stavo avvicinando a Damasco una grande luce rifulse dal cielo attorno a me. Caddi a terra e udii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Risposi: “Chi sei, Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno che tu perseguiti”». Continuò a raccontare la sua chiamata così come l’abbiamo letta in 9,1-18. Ma è interessante annotare come qui, per attirare l’attenzione, qualifica Anania: «Uomo devoto osservante della Legge e di buona reputazione presso tutti i Giudei colà residenti». Ebbene lui mi battezzò e mi disse: «Il Dio dei nostri padri (significativo per gli uditori) ti ha condotto per mano a conoscere la sua volontà e a vedere il Giusto e ad ascoltare una parola dalla sua bocca perché gli sarai testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito». È un testo molto importante. Esso esprime che la testimonianza che dovrà dare a Gesù tra i pagani è secondo la volontà del Dio dei Padri. Perciò non c’è nessuna rottura con la storia. Per dirla in altre parole: Gesù è la pienezza della Legge, il suo vero compimento. Chi lo rifiuta è in rottura con Dio, non cammina più con Dio nella storia.
Con questo Paolo ha spiegato il suo cambiamento da osservante giudeo a cristiano, ma ha ancora una grande esperienza da raccontare. «Quando tornai a Gerusalemme e stavo pregando nel Tempio, entrai in estasi e vidi il Signore che mi diceva: “Affrettati, lascia Gerusalemme perché non accetteranno la tua testimonianza”. E io risposi: “Ma essi sanno che ero solito imprigionare quelli che credono in te e che ho approvato coloro che versavano il sangue di Stefano”. Ma il Signore mi disse: “Va’ perché io ti mando tra i pagani”». A questo punto la folla alzò la voce e urlando disse: “Togli di mezzo costui, non deve vivere”. È risuonato come per Gesù il “Crocifiggilo, Crocifiggilo”.

Cittadino romano (22,24-29)
Il comandante lo fece riportare nella fortezza per salvarlo dalla folla, ma comandò che fosse interrogato a colpi di flagello. Voleva capire perché la folla urlava tanto. «Ma Paolo disse al centurione che gli stava accanto: “Avete il diritto di flagellare un cittadino romano?”».
Ci si chiede: “Perché Paolo solo ora fa valere la sua cittadinanza romana?”. Ma forse è Luca che ha preferito trattare a parte questo tema. Lo evidenzia solo ora per fare meglio risaltare un dato decisivo che segna una svolta nella vicenda processuale di Paolo al punto da farlo giungere in modo impensato a Roma (23,11).
Ora Paolo è sicuro. Nessuno potrà incatenarlo e flagellarlo se prima non è stato giudicato e dichiarato colpevole. È quello che cerca di fare il tribuno convocando i sommi sacerdoti e tutto il Sinedrio.

Paolo di fronte al Sinedrio (23,1-11)
L’inizio di questa scena ricorda subito Gesù di fronte al Sinedrio. Appena Paolo si trovò davanti al Sinedrio disse: «Fratelli, io ho vissuto la mia vita in perfetta rettitudine davanti a Dio fino ad oggi». Sentendo questo il sommo sacerdote ordinò di percuoterlo sulla bocca. Gesù davanti al Sinedrio fu schiaffeggiato (Gv 18,22). Paolo continua a difendere la sua innocenza dicendo: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei e oggi sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (v. 6). Queste parole furono una bomba. Paolo lo sapeva che sarebbe stato così (v. 5).
Tra gli uditori, infatti, c’erano molti sadducei e farisei. I primi sostengono che non c’è risurrezione, né angeli, né spiriti. I farisei invece sostengono il contrario. Le parole di Paolo suscitarono una tale disputa che rese impossibile la prosecuzione del processo, tanto più che i farisei dichiaravano Paolo innocente. Allora il tribuno comandò ai soldati di scendere e di ricondurre Paolo nella fortezza. La conclusione è che la notte seguente gli si presentò il Signore e gli disse: «Coraggio, come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma». Ma perché questo avvenga ci vorrà ancora molto tempo.

Complotto contro Paolo (22,12-34)
L’avventura continua: l’odio dei Giudei era arrivato a un punto tale che alcuni «giurarono solennemente di non toccare né cibo né bevanda fino a che non avessero ucciso Paolo». Si presentarono ai capi dei sacerdoti e dissero: «Voi dovete dire al comandante che ve lo riporti qui col pretesto di esaminare meglio il caso. Noi siamo pronti a ucciderlo prima che arrivi qui». Ma il figlio della sorella di Paolo riuscì a sapere dell’agguato e andò da Paolo e Paolo lo mandò dal centurione che, informatosi bene, fece preparare duecento soldati e settanta cavalieri e di notte fece condurre Paolo fino a Cesarea dal governatore Felice. Con una lettera informò il governatore della situazione e comunicò agli accusatori che deponessero contro Paolo davanti al governatore Felice a Cesarea.
Il processo davanti a Felice (24,1-22)
Continua a realizzarsi quanto Gesù ha vissuto e annunciato ai suoi discepoli: «Vi perseguiteranno e vi porteranno nelle loro sinagoghe e prigioni, Vi trascineranno davanti a re e governatori a causa del mio nome. Avrete allora occasione per dare testimonianza di me» (Lc 21,12s). Paolo si trova ora davanti a un governatore dopo essere stato presentato davanti al Sinedrio come Gesù.
L’accusa è composta dal sommo sacerdote e dagli anziani che ora si servono di un avvocato chiamato Tertullo, il quale comincia a parlare lodando il governatore come uomo di pace per poi accusare Paolo come un sedizioso. Dice infatti: «Abbiamo scoperto che quest’uomo è una peste che fomenta continui dissensi tra i giudei che sono nel mondo. Egli è il capo della setta dei Nazorei e ha tentato di profanare il Tempio. Per questo l’abbiamo arrestato».
Paolo non ha un avvocato, ma sa difendersi: «Sono solo dodici giorni che mi sono recato a Gerusalemme per il culto e nessuno mi ha trovato nel Tempio a discutere con qualcuno. È vero che è secondo la “Via”, che loro chiamano setta, che io adoro il Dio dei miei antenati… Dopo molti anni di assenza sono venuto a offrire sacrifici e mentre ero impegnato nei riti di purificazione alcuni Giudei della provincia di Asia mi incontrarono. Sono loro i testimoni oculari che dovrebbero comparire davanti a te. Questi invece non hanno alcun motivo per farlo a meno che si tratti di ciò che gridai davanti a loro: “È a motivo della risurrezione dai morti che vengo giudicato davanti a voi”».
Il governatore Felice capì quello che Lisia gli aveva scritto: «L’ho condotto davanti al Sinedrio e mi sono accorto che le accuse riguardavano questioni della loro Legge e che non c’erano imputazioni meritevoli di morte o di prigione. Lo mando da te solo per salvarlo da un complotto contro di lui». Anche il governatore ora ha le stesse convinzioni. Interrompe la seduta e la aggiorna alla venuta del comandante Lisia, mai avvenuta.

Conoscere la Via (24,23-27)
Ora Paolo è veramente più libero. Il governatore infatti diede ordine al centurione che Paolo venisse custodito e che la sua prigionia risultasse mitigata senza impedire ai suoi di prestargli servizio. E forse è dalla conoscenza delle persone che frequentavano Paolo, che lui e la sua convivente Drusilla incominciarono a frequentarlo, sperando di avere da lui del denaro.
Ma Paolo conosceva la loro vita dissoluta (Drusilla infatti era stata rubata a suo marito per mezzo di un mago) e ne approfittò per approfondire con loro la “Via” cioè la dottrina della fede cristiana. Qualcosa già conoscevano e l’approfondimento dovette procedere bene fino a quando Paolo incominciò a parlare di giustizia, di continenza e di giudizio. La conseguenza è che il governatore non discusse più con Paolo e che il suo ultimo atto di governatore nei riguardi di Paolo fu un’ingiustizia. Paolo avrebbe dovuto essere lasciato libero perché non si trovò nessun motivo di condanna contro di lui. Ma Felice lasciò Paolo in prigione per fare un piacere ai Giudei e consegnò il suo mandato nelle mani di Porcio Festo.

Paolo si appella a Cesare (25,1-12)
Con il nuovo governatore i capi dei Giudei tornarono alla carica e gli chiesero di trasferire Paolo a Gerusalemme. Questo perché avevano disposto un tranello per ucciderlo durante il trasferimento. Festo dispose che il giudizio si facesse a Cesarea. Allora i Giudei scesero a Cesarea e gli imputarono numerose e gravi colpe senza riuscire a provarle, mentre Paolo disse: «Non ho commesso alcuna colpa né contro la Legge, né contro il Tempio, né contro Cesare». Festo allora per dimostrare ai Giudei che voleva aiutarli, chiese a Paolo se voleva salire a Gerusalemme per essere processato là. Ma Paolo tirò fuori i suoi diritti di cittadinanza romana e rispose: «Mi trovo davanti al tribunale di Cesare. Nessuno ha il diritto di consegnarmi a loro. Mi appello a Cesare». E Festo a lui: «Ti sei appellato a Cesare, a Cesare andrai».
La parola di Gesù: «Devi darmi testimonianza anche a Roma» adesso può diventare realtà. Al di là di tutte le trame umane è sempre il Signore che ha l’ultima parola. E Paolo continua a sperimentare che davvero cammina con Cristo nella Storia.

Preghiamo
Signore, com’è stato bello vedere trasparire il tuo volto sul volto di Paolo. Adesso si comprende perché Paolo abbia detto ai cristiani: «Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo». Ma questo, quando, con la nostra vita, noi sacerdoti riusciremo a dirlo ai fedeli?
Signore, insegnaci la contemplazione di te quando meditiamo il tuo Vangelo e allora, a poco a poco, riusciremo a imitarti sempre più e compiremo la volontà del Padre che vuole renderci simili a te.
Ora ti rivolgiamo questa preghiera pensando ai destinatari della nostra missione: hanno bisogno di vederci come veri modelli del gregge, sottoposti all’azione dello Spirito.
Signore Gesù, ascoltaci!
Amen!

Mario Galizzi

VITA DI SAN PAOLO APOSTOLO DI SAN GIOVANNI BOSCO

http://rosarioonline.altervista.org/index.php/santorosario/sezione/it/meditazioni/giugno-VitaDiSanPaolo-DonBosco/30

VITA DI SAN PAOLO APOSTOLO DI SAN GIOVANNI BOSCO

S. Paolo è di nuovo messo in prigione – Scrive la seconda lettera a Timoteo – Suo martirio – Anno di Cristo 69-70.Sepoltura di s. Paolo e conclusione.
Con s. Paolo era eziandio venuto a Roma s. Pietro, che da 25 anni ivi teneva la sede della cristianità. Esso era eziandio andato altrove a predicare la fede, e come fu informato della persecuzione suscitata contro ai Cristiani ritornò tosto a Roma. Lavorarono di comune accordo i due principi degli Apostoli finchè Nerone indispettito per le conversioni che eransi fatte nella sua corte, e più ancora per la morte ignominiosa toccata al mago Simone (come raccontammo nella vita di s. Pietro) ordinò che fossero col massimo rigore ricercati s. Pietro e s. Paolo e condotti nella carcere Mamertina appiè del colle Capitolino. Nerone aveva in animo di far tosto condurre i due Apostoli al supplizio, ma ne fu distolto da affari politici e da una congiura tramata contro di lui. Di più egli aveva deliberato di rendere glorioso il suo nome tagliando l’istmo di Corinto che è una lingua di terra larga circa 9 miglia Questa impresa non si potè effettuare, ma lasciò un anno di tempo a Paolo per guadagnare ancora anime a Gesù Cristo.
Egli riuscì a convertire molti prigionieri, alcune guardie ed altri ragguardevoli personaggi, che per desiderio d’ istruirsi o per curiosita l’andavano ad ascoltare; perciocchè s. Paolo durante la sua prigionia poteva essere liberamente visitato, e scriveva lettere ove ne avesse conosciuto il bisogno. Egli è dalla prigione dì Roma che scrisse la seconda lettera a Timoteo.
In questa lettera l’ Apostolo annunzia vicina la sua morte, dimostra vivo desiderio che lo stesso Timoteo andasse a lui per assisterlo, essendo quasi da tutti abbandonato. Questa lettera si può chiamare testamento di s. Paolo; e fra le molte cose somministra eziandio una delle maggiori prove in favore della tradizione. Quello che tu hai udito da me, gli dice, procura di farlo intendere ad uomini religiosi e capaci d’inculcarlo agli altri dopo di te. Dalle quali parole apprendiamo che oltre la dottrina scritta vi sono delle altre verità non meno utili e certe che devono essere trasmesse da voce in voce con una successione non interrotta per tutti i tempi avvenire.
Dà poi molti utili avvisi a Timoteo per la disciplina della Chiesa, per conoscere varie eresie che si andavano seminando fra i Cristiani. E per mitigare la ferita che la novella di sua morte imminente gli avrebbe cagionato lo incoraggisce così: non ti contristare per me, anzi, se mi vuoi bene, rallegrati nel Signore. Io ho combattuto da buon soldato, ora ho terminato il mio corso, ho mantenuta a Cristo la fede. Nel resto nulla più mi rimane a desiderare se non la corona di gloria che il Signore Iddio giusto giudice mi renderà in quel’giorno, quando io consumato il sacrificio di mia vita, mi presenterò a lui. Tal corona non solo renderà a me, ma a tutti quelli che con opere buone si preparano a riceverla in quella sua venuta.
Paolo ebbe nella sua prigione un conforto da un certo Onesiforo. Essendo costui venuto a Roma ed avendo inteso che Paolo, suo antico maestro e padre in Gesù Cristo, era in carcere, io andò a trovare e si offerì di servirlo. L’Apostolo provò grande consolazione di così tenera carità e scrivendo a Timoteo gli fa molti elogi e gli prega da Dio larga ricompensa. «Faccia Dio, gli scrive, misericordia alla famiglia di Onesiforo, il quale lungamente mi ha servito, e non si recò a vergogna di vivere meco nelle catene; il Signore gli usi in quel gran giorno quella stessa misericordia che usò verso di me. Nè queste sono le sole sue opere buone; tu ben sai quanti servigi egli mi abbia già prima prestato in Efeso.»
Intanto Nerone ritornò da Corinto tutto indispettito perchè l’affare dell’istmo non era riuscito. Si pose con rabbia maggiore a perseguitare i Cristiani; e il suo primo alto fu di far eseguire la sentenza di morte contro a s. Paolo. Primieramente egli fu battuto colle verghe, e mostrasi ancora in Roma la colonna a cui era legato quando sostenne quella flagellazione. È vero che con essa egli perdeva il privilegio di cittadinanza romana, ma acquistava il diritto di cittadino del cielo, perciò provava la più grande gioia nel vedersi rassomigliato al suo divin maestro. Questa battitura era l’apparecchio per essere di poi decapitato.
Paolo era condannato a morte perchè aveva oltraggiato gli Dei; per questo solo titolo era permesso di tagliare la testa ad un cittadino romano. Bella colpa! essere riputato empio perchè in luogo di adorare i sassi ed i demonii si vuole adorare il solo vero Dio e il suo figliuolo Gesù Cristo. Dio gli aveva già prima rivelato il giorno e l’ora della sua morte; per la qual cosa provava una delizia già tutta celeste. Cupio, andava esclamando, cupio dissolvi et esse cum Christo. Desidero di essere svincolato da questo corpo per unirmi a Gesù Cristo Finalmente da una masnada di sgherri egli fu tratto di prigione e condotto fuori di Roma per la porta che dicesi di Ostia e facendolo camminare verso una palude lungo il Tevere, giunsero ad un luogo chiamato acque Salvie circe tre miglia lontano da Roma.
Raccontano che una matrona, chiamata Plautilla, moglie di un Senatore Romano, al vedere il santo Apostolo malconcio nella persona e condotto a morte si pose dirottamente a piangere. S. Paolo la consolò dicendole: non piangere, io ti lascierò tal memoria di me, che ti sarà molto cara. Dammi il tuo pannolino. Ella glielo diede. Con questo pannolino furono al Santo bendati gli occhi prima di essere decapitato. E per ordine del Santo fu da pia persona restituito sanguinoso a Plautilla che lo serbò come reliquia.
Giunto Paolo al luogo del supplizio piegò le ginocchia e colla faccia innalzata al Cielo raccomandò a Dio l’anima sua e la Chiesa; di poi chinò il Capo e ricevette il colpo della spada che glielo troncò dal busto. L’ anima sua volò a trovare quel Gesù che da tanto tempo bramava di godere.
Gli angeli lo accolsero e lo introdussero fra immenso giubilo a partecipare della felicità del cielo. Egli è certo che il primo a cui egli dovette render grazie fu santo Stefano al quale dopo Gesù era debitore della sua conversione e della sua salvezza.
Sepoltura di s. Paolo – Maraviglie operate alla sua tomba – Basilica a lui dedicata.
Il giorno che s. Paolo fu fatto morire fuori di Roma alle acque Salvie fu lo stesso in cui s. Pietro riporto la palma del martirio a pie del monte Vaticano il 29 giugno; essendo s. Paolo in età d’ anni 65. Il Baronio, che chiamasi padre della Storia Ecclesiastica, racconta come la testa di s. Paolo appena tagliata dal corpo grondò latte in luogo di sangue. Due soldati alla vista di tal miracolo si convertirono a Gesù Cristo La sua testa poi cadendo a terra fece tre salti, e dove toccò la terra zampillarono tre fonti di acqua viva. Per conservare viva memoria di questo glorioso avvenimento fu innalzata una chiesa le cui mura racchiudono queste fontane, le quali ancora oggidì chiamansi fontane di s. Paolo. V. Baronio an. 69-70.
Molti viaggiatori (v. Cesari e Tillemont) si recarono sul luogo per essere testimoni di questo fatto, e ci assicurano che quelle tre fonti da loro vedute e gustate hanno un gusto come di latte. In quei primi tempi era grandissima la sollecitudine dei Cristiani per raccogliere e seppellire i corpi di coloro che davano la vita per la fede. Due donne chiamate una Basilissa, l’altra Anastasia studiarono il modo e il tempo di avere il cadavere del santo Apostolo, e di notte gli diedero sepoltura due miglia lungi dal luogo ove aveva sofferto il martirio, a distanza di un miglio da Roma. Nerone per mezzo delle sue spie conobbe l’ opera di carita di quelle pie donne e questo bastò perchè le facesse morire troncando loro le mani, i piedi, di poi la testa.
Quantunque i Gentili sapessero che il corpo di Paolo era stato seppellito dai Fedeli non poterono però mai saperne il luogo. Ciò era solamente nòto ai Cristiani, i quali lo tenevano segreto come il più caro tesoro, e gli rendevano quel maggior onore che potevano. Ma la stima che i Fedeli avevano di quelle reliquie giunse a tale che alcuni mercanti d’Oriente venuti a Roma tentarono di rubarle e portarsele nel loro paese come appartenenti ad un uomo del loro paese. Segretamente lo sotterrarono nelle catacombe due miglia distanti da Roma, aspettando tempo propizio per trasportarlo. Ma nell’atto che volevano compiere il loro disegno, si levò un orribile temporale con lampi e fulmini terribili, sicchè furono costretti di abbandonare l’impresa. Saputasi tal cosa, i Cristiani di Roma andarono a prendere il corpo di Paolo e lo portarono al suo primo luogo lungo la via di Ostia.
Al tempo di Costantino il grande fu fabbricata una basilica superba ad onore e sopra il sepolcro del nostro apostolo. In ogni tempo Re, e Imperatori, dimentichi della loro grandezza, pieni di timore e di venerazione si recarono a quel sepolcro per baciare la cassa che raccoglie le ossa del santo Apostolo.
Gli stessi Romani Pontefici non si accostavano nè sì accostano al luogo della sua sepoltura se non pieni di venerazione, e non mai permisero che alcuno spiccasse particella di quelle ossa venerande. Varii principi e re ne fecero vive istanze; ma niun Papa giudicò di poterli soddisfare. Questa grande riverenza era molto accresciuta dai continui miracoli che a quel sepolcro si facevano. S. Gregorio Magno ne riferisce molti e assicura che niuno entrava in quel tempio a pregare se non tremando. Quelli poi che avessero osato di profanarlo e tentato di trasportarne anche una piccola particella erano da Dio puniti con manifesta vendetta.
Gregorio XI fu il primo che in una pubblica calamità quasi costretto dalle preghiere e dalle istanze del popolo di Roma prese il Capo del Santo, lo levò in alto, lo mostrò alla moltitudine che piangeva di tenerezza e di divozione, e sull’istante lo ripose donde lo aveva tolto.
Ora il Capo di questo grande Apostolo è nella chiesa di S. Giovanni di Laterano, il rimanente del corpo fu sempre conservato nella basilica di S. Paolo lungo la via di Ostia un miglio da Roma.
Anche le sue catene furono soggetto di divozione presso i fedeli cristiani. Per contatto di quei ferri gloriosi si operarono molti miracoli, e i più grandi personaggi del mondo riputarono sempre reliquia preziosa il poter avere un po’ di limatura di quelle.
Ritratto di S. Paolo. – Immagine del suo spirito. – Conclusione.
Affinchè rimanga meglio impressa la divozione verso di questo principe degli Apostoli giova dare un’ idea del suo corpo e del suo spirito.
Paolo era di aspetto e di presenza non molto avvenente, siccome dice egli stesso. Era di statura piccolo, di complessione forte e robusta, e ne diedero prove le lunghe e gravi fatiche da luii sostenute nella sua carriera, senza essere mai stato ammalato ad eccezione dei mali cagionatigli dalle catene e dalla prigionia. Solamente sul finire de’ suoi giorni camminava alquanto curvo. Egli aveva la faccia bianca, la testa piccola e quasi del tutto calva. Il che dimostrava un carattere sanguigno e focoso. Aveva la fronte larga, sopracciglio nero e abbassato, naso aquilino, barba lunga e fitta. Ma gli occhi suoi erano al sommo vivaci e brillanti, con un’ aria dolce che temperava l’impeto de’ suoi sguardi. Questo è il ritratto del suo corpo.
Ma che diremo del suo spirito? Noi lo conosciamo da’ suoi scritti medesimi. Egli aveva un ingegno acuto e sublime, animo nobile, cuore generoso. Era tale il suo coraggio e la sua fermezza che traeva forza e vigore dalle stesse difficoltà e dai pericoli. Egli era versatissimo nella scienza della religione Ebrea. Era profondamente erudito nelle sacre scritture, e tale scienza aiutata dai lumi dello Spirito Santo e dalla carità di Gesù Cristo lo rese quel grande Apostolo che fu soprannominato il dottore dei Gentili. S. Giovanni Grisostomo divotissimo del nostro santo desiderava grandemente di poter vedere S. Paolo dal pulpito, perchè, egli dice, i più grandi oratori dell’antichità sarebbero apparsi languidi e freddi in paragone di lui. Non occorre dire alcuna cosa delle virtù di lui, giacchè quel tanto che abbiamo finora esposto non è altro che una tessitura delle virtù eroiche, le quali in ogni luogo, in ogni tempo, e con ogni genere di persona egli fece risplendere.
Per conclusione però di quanto abbiamo {163 [329]} detto di questo gran santo merita di essere notata una virtù che egli ha fatto sopra ogni altra risplendere, la. carità verso il prossimo e l’ amor verso Dio. Egli sfidava tutte le creature a separarlo dall’amore del suo Divin Maestro. Chi mi separerà, andava egli esclamando, dall’amor di Gesù Cristo? forse le tribolazioni o le angustie, o la fame, o la nudita, o i pericoli, o le persecuzioni? No certamente. Io son certo che nè la morte nè la vita, nè gli Angeli, nè i principati, nè le virtù, nè il presente, nè l’avvenire, nè alcuna creatura ci potrà separare dall’ amore di Dio che è fondato nel nostro Signor Gesù Cristo Questo è il carattere del vero cristiano: essere disposto a tutto perdere, a tutto patire piuttosto che dire o fare la minima cosa che sia contraria all’ amor di Dio.
S. Paolo passò più di 30 anni di sua vita nemico di Gesù Cristo; ma appena fu dalla sua celeste grazia illuminato, si diede tutto a lui, nè mai più da lui si separò. Impiegò di poi oltre 36 anni nelle più austere penitenze, nelle più dure fatiche, e ciò per glorificare quel Gesù che aveva perseguitato.
Cristiano lettore! forse tu che leggi ed io che scrivo, avremo passato una parte della vita nell’offesa del Signore! Ma non perdiamoci di animo: avvi ancora tempo per noi; la misericordia di Dio ci attende. Ma non differiamo la conversione perchè se noi aspettiamo a domani ad aggiustare le cose dell’ anima, corriamo grave rischio di non aver più tempo. S. Paolo faticò 36 anni nel servizio del Signore; ora da 1800 anni gode l’immensa gloria del cielo, e la godrà per tutti i secoli. La medesima felicità è parimenti preparata per noi; purchè ci diamo a Dio mentre abbiamo tempo e purchè siamo perseveranti nel santo servizio sino al fine. È nulla quello che si patisce in questo mondo, ma è eterno quello che godremo nell’ altro. Così ci assicura lo stesso S. Paolo.

Fonte: http://www.donboscosanto.eu/

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

https://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=43606

Il coraggio del profeta e la povertà di ogni apostolo di Cristo

padre Antonio Rungi

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (15/07/2018)

La liturgia della parola di questa quindicesima domenica del tempo ordinario ci indica, con chiarezza, due temi precisi: il coraggio del profeta e il distacco dall’avere qualcosa di ogni apostolo di Cristo.
Nella prima lettura, infatti, tratta dal profeta Amos, l’uomo di Dio, scelto in mezzo ai campi, risponde alla chiamata del Signore e inizia a svolgere la sua missione, affrontando con coraggio chi vuole ostacolare la sua attività o addirittura gli consiglia di andare altrove. Ma Amos, più che mai convinto che la sua missione va portata a compimento, in quanto è il Signore che lo ha scelto, va avanti per la sua strada e motiva il suo essere per l’annuncio della parola di Dio, con il fatto che è stato scelto e non che si è proposto o ha fatto avanzare le sue richieste di discendenza profetica che non aveva.
Per cui, di fronte ad Amasia, sacerdote di Betel, che, usa espressioni di minaccia nei confronti del profeta, dicendo: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno», Amos non indietreggia affatto di fronte a questo ricatto, ma va avanti per la sua strada, e, senza mezzi termini, racconta la storia della sua vocazione e invita a conversione: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».
Amos ed Amasia, chi sono? Dai testi biblici si sa che Amos era un mandriano di quel luogo, molto ricco, dal momento che la mandria era di sua proprietà. Si tenga presente che a quel tempo il mestiere di mandriano era redditizio e collocava su un piano socio-economico abbastanza elevato. Potremmo definirlo, oggi, della classe media, in quanto imprenditore e commerciante.
Amos scendeva di tanto in tanto verso le regioni più calde, nei dintorni del Mar Morto, cibandosi di sicomori, una specie di fichi che non cresce in montagna. Non era, quindi, un profeta di professione, aderente ai circoli profetici, come Eliseo e altri: “Io non sono profeta, né figlio di profeta; sono un mandriano e coltivo i sicomori”.
Come abbiamo letto, fu direttamente e personalmente chiamato da Dio per la sua missione profetica mentre stava pascendo le sue mandrie.
Al tempo di Amos, il regno unito di Davide e Salomone era ormai diviso nei due regni di Israele e di Giuda.
Amos fu incaricato da Dio di profetizzare al Regno di Israele.
Amos esercitò la sua attività al tempo del re Geroboamo II (VIII secolo a.C.) e del re Ozia (stesso secolo), pare iniziando non molto tempo prima della morte di Geroboamo.
Due anni prima dell’inizio della predicazione profetica di Amos ci fu un devastante terremoto nell’area, al punto tale che al tempo di Zaccaria (sesto secolo a. C.), due secoli dopo era ancora ricordato nella sua drammaticità e effetti.
Amos, udita la possente voce divina si sentì afferrato da Dio mentre stava andando dietro alle sue mandrie.
Lasciò quindi le solitudini delle terre giudaiche per incamminarsi risolutamente verso Betel, cittadina posta a quattro ore di cammino a nord di Gerusalemme.
Betel era sede di un antico santuario ebraico e, dopo lo scisma del regno unito nel 933 a.C. era assurta ad importanza capitale.
Lì a Betel Amos predicò il ravvedimento e la riforma morale degli israeliti degeneri.
Affrontò direttamente il sacerdote Amasia in un conflitto molto drammatico, come è riportato nel brano di oggi.
Motivo in più per Amos per non desistere dalla sua missione, che portò al termine, senza allontanarsi dal luogo indicato dal Signore, ove doveva svolgere la sua missione di profeta, scelto al momento.
Il secondo argomento di testi biblici della parola di Dio di oggi è la povertà e il distacco degli apostoli di Gesù dal possedere ed avere cose, di cui ci parla il Vangelo di oggi, tratto da San Marco, nel quale sono indicati dei parametri molto importanti per coloro che sono inviati nel nome di Cristo a portare la buona novella del Regno: andare in compagnia e non portare nulla con sé.
Comunione e povertà camminano insieme ed esprimono il segno più vero della missione.
Leggiamo, infatti, nel brano di oggi che “Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Camminare insieme, non avere niente, contentarsi di ciò che si ricevere e passare oltre quando non si viene accolti, per non perdere tempo inutilmente e vanificare l’azione apostolica.
I frutti di questa missione sono precisati, alla fine del brano del Vangelo di questa domenica.
Gli apostoli, una volta partiti “proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. Conversione, purificazione e guarigione sono gli effetti prodotti dalla predicazione.
Amos predica agli israeliti perché si convertano, gli apostoli predicano al nuovo popolo santo di Dio, la chiesa, perché si converta. E di fatto questo avviene, se poi alla predicazione corrispose il liberare dal demonio, l’unzione degli infermi e la guarigione di questi.
Dio opera, quindi, attraverso le loro azioni missionarie, apostoliche, pastorali, liturgiche e spirituali.
La stessa cosa avviene per Paolo Apostolo che nel brano della sua lettera agli Efesìni, ringrazia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, perché che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo”.
Paolo ricostruisce la nostra storia spirituale, quel cammino che abbiamo fatto dall’eternità e che approderà all’eternità, mediante il passaggio nel tempo.
Dio, infatti, in Gesù Cristo “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.
Sempre in Gesù Cristo, con la sua morte in croce, noi “abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia”.
Questa grazia, Gesù “l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi. Questo grande progetto di redenzione, pensato ed attuato da Dio, mediante Gesù Cristo è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.
Possiamo dire che questo progetto di salvezza e santità riguardi tutti, sempre preclusione di persone, in quanto la salvezza portata da Cristo sulla terra, interessa tutta l’umanità e tutti possono accedere a questo dono e mistero.
Sia questa la nostra umile preghiera che rivolgiamo a Dio con semplicità di cuore: “O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme”. Amen.

SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO – BARTOLOMEO I E DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2008/documents/hf_ben-xvi_hom_20080629_pallio.html

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DEI SANTI APOSTOLI PIETRO E PAOLO

OMELIE DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I E DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Domenica, 29 giugno 2008

INTRODUZIONE DEL SANTO PADRE ALL’OMELIA DEL PATRIARCA
Fratelli e Sorelle,
la grande festa dei Santi Pietro e Paolo, Patroni di questa Chiesa di Roma e posti a fondamento, insieme agli altri Apostoli, della Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica, ci porta ogni anno la gradita presenza di una Delegazione fraterna della Chiesa di Costantinopoli, che quest’anno, per la coincidenza con l’apertura dell’ »Anno Paolino », è guidata dallo stesso Patriarca, Sua Santità Bartolomeo I. A lui rivolgo il mio cordiale saluto, mentre esprimo la gioia di avere ancora una volta la felice opportunità di scambiare con lui il bacio della pace, nella comune speranza di vedere avvicinarsi il giorno dell’ »unitatis redintegratio », il giorno della piena comunione tra noi.
Saluto pure i membri della Delegazione patriarcale, come anche i Rappresentanti di altre Chiese e Comunità ecclesiali, che ci onorano della loro presenza, offrendo con ciò un segno della volontà di intensificare il cammino verso la piena unità tra i discepoli di Cristo. Ci disponiamo ora ad ascoltare le riflessioni di Sua Santità il Patriarca Ecumenico, parole che vogliamo accogliere con il cuore aperto, perché ci vengono dal nostro Fratello amato nel Signore.

OMELIA DEL PATRIARCA ECUMENICO BARTOLOMEO I
Santità,
avendo ancora viva la gioia e l’emozione della personale e benedetta partecipazione di Vostra Santità alla Festa Patronale di Costantinopoli, nella memoria di San Andrea Apostolo, il Primo Chiamato, nel novembre del 2006, ci siamo mossi « con passo esultante », dal Fanar della Nuova Roma, per venire presso di Voi, per partecipare alla Vostra gioia nella Festa Patronale della Antica Roma. E siamo giunti presso di Voi « con la pienezza della Benedizione del Vangelo di Cristo » (Rom. 15,29), restituendo l’onore e l’amore, festeggiando insieme col nostro prediletto Fratello nella terra d’Occidente, « i sicuri e ispirati araldi, i Corifei dei Discepoli del Signore », i Santi Apostoli Pietro, fratello di Andrea, e Paolo – queste due immense, centrali colonne elevate verso il cielo, di tutta quanta la Chiesa, le quali – in questa storica città, – hanno dato anche l’ultima lampante confessione di Cristo e qui hanno reso la loro anima al Signore con il martirio, uno attraverso la croce e l’altro per mezzo della spada, santificandola.
Salutiamo quindi, con profondissimo e devoto amore, da parte della Santissima Chiesa di Costantinopoli e dei suoi figli sparsi nel mondo, la Vostra Santità, desiderato Fratello, augurando dal cuore « a quanti sono in Roma amati da Dio » (Rom. 1,7), di godere buona salute, pace, prosperità, e di progredire giorno e notte verso la salvezza « ferventi nello spirito, servendo il Signore, lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera » (Rom. 12, 11-12).
In entrambe le Chiese, Santità, onoriamo debitamente e veneriamo tanto colui che ha dato una confessione salvifica della Divinità di Cristo, Pietro, quanto il vaso di elezione, Paolo, il quale ha proclamato questa confessione e fede fino ai confini dell’universo, in mezzo alle più inimmaginabili difficoltà e pericoli. Festeggiamo la loro memoria, dall’anno di salvezza 258 in avanti, il 29 giugno, in Occidente e in Oriente, dove nei giorni che precedono, secondo la tradizione della Chiesa antica, in Oriente ci siamo preparati anche per mezzo del digiuno, osservato in loro onore. Per sottolineare maggiormente l’uguale loro valore, ma anche per il loro peso nella Chiesa e nella sua opera rigeneratrice e salvifica durante i secoli, l’Oriente li onora abitualmente anche attraverso un’icona comune, nella quale o tengono nelle loro sante mani un piccolo veliero, che simboleggia la Chiesa, o si abbracciano l’un l’altro e si scambiano il bacio in Cristo.
Proprio questo bacio siamo venuti a scambiare con Voi, Santità, sottolineando l’ardente desiderio in Cristo e l’amore, cose queste che ci toccano da vicino gli uni gli altri.
Il Dialogo teologico tra le nostre Chiese « in fede, verità e amore », grazie all’aiuto divino, va avanti, al di là delle notevoli difficoltà che sussistono ed alle note problematiche. Desideriamo veramente e preghiamo assai per questo; che queste difficoltà siano superate e che i problemi vengano meno, il più velocemente possibile, per raggiungere l’oggetto del desiderio finale, a gloria di Dio.
Tale desiderio sappiamo bene essere anche il Vostro, come siamo anche certi che Vostra Santità non tralascerà nulla lavorando di persona, assieme ai suoi illustri collaboratori attraverso un perfetto appianamento della via, verso un positivo completamento a Dio piacente, dei lavori del Dialogo.
Santità, abbiamo proclamato l’anno 2008, « Anno dell’Apostolo Paolo », così come anche Voi fate del giorno odierno fino all’anno prossimo, nel compimento dei duemila anni dalla nascita del Grande Apostolo. Nell’ambito delle relative manifestazioni per l’anniversario, in cui abbiamo pure venerato il preciso luogo del Suo Martirio, programmiamo tra le altre cose un sacro pellegrinaggio ad alcuni monumenti della attività evangelica dell’Apostolo in Oriente, come Efeso, Perge, ed altre città dell’Asia Minore, ma anche Rodi e Creta, alla località chiamata « Buoni Porti ». Siate sicuro, Santità, che in questo sacro tragitto, sarete presente anche Voi, camminando con noi in spirito, e che ciascun luogo eleveremo un’ardente preghiera per Voi e per i nostri fratelli della venerabile Chiesa Romano-Cattolica, rivolgendo una forte supplica e intercessione del divino Paolo al Signore per Voi.
E ora, venerando i patimenti e la croce di Pietro e abbracciando la catena e le stigmate di Paolo, onorando la confessione e il martirio e la venerata morte di entrambi per il Nome del Signore, che porta veramente alla Vita, glorifichiamo il Dio Tre volte Santo e lo supplichiamo, affinché per l’intercessione dei suoi Protocorifei Apostoli, doni a noi e a tutti i figli ovunque nel mondo della Chiesa Ortodossa e Romano-Cattolica, quaggiù « l’unione della fede e la comunione dello Spirito Santo » nel « legame della pace » e lassù, invece, la vita eterna e la grande misericordia. Amen.

OMELIA DEL SANTO PADRE
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Cari fratelli e sorelle!
Fin dai tempi più antichi la Chiesa di Roma celebra la solennità dei grandi Apostoli Pietro e Paolo come unica festa nello stesso giorno, il 29 giugno. Attraverso il loro martirio, essi sono diventati fratelli; insieme sono i fondatori della nuova Roma cristiana. Come tali li canta l’inno dei secondi Vespri che risale a Paolino di Aquileia (+ 806): «O Roma felix – Roma felice, adornata di porpora dal sangue prezioso di Principi tanto grandi. Tu superi ogni bellezza del mondo, non per merito tuo, ma per il merito dei santi che hai ucciso con la spada sanguinante». Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia. Non si presenta come accusa, ma come «luce aurea», secondo le parole dell’inno dei primi Vespri: si presenta come forza dell’amore che supera l’odio e la violenza, fondando così una nuova città, una nuova comunità. Per il loro martirio, essi – Pietro e Paolo – fanno adesso parte di Roma: mediante il martirio anche Pietro è diventato cittadino romano per sempre. Mediante il martirio, mediante la loro fede e il loro amore, i due Apostoli indicano dove sta la vera speranza, e sono fondatori di un nuovo genere di città, che deve formarsi sempre di nuovo in mezzo alla vecchia città umana, la quale resta minacciata dalle forze contrarie del peccato e dell’egoismo degli uomini.
In virtù del loro martirio, Pietro e Paolo sono in reciproco rapporto per sempre. Un’immagine preferita dell’iconografia cristiana è l’abbraccio dei due Apostoli in cammino verso il martirio. Possiamo dire: il loro stesso martirio, nel più profondo, è la realizzazione di un abbraccio fraterno. Essi muoiono per l’unico Cristo e, nella testimonianza per la quale danno la vita, sono una cosa sola. Negli scritti del Nuovo Testamento possiamo, per così dire, seguire lo sviluppo del loro abbraccio, questo fare unità nella testimonianza e nella missione. Tutto inizia quando Paolo, tre anni dopo la sua conversione, va a Gerusalemme, «per consultare Cefa» (Gal 1,18). Quattordici anni dopo, egli sale di nuovo a Gerusalemme, per esporre «alle persone più ragguardevoli» il Vangelo che egli predica, per non trovarsi nel rischio «di correre o di aver corso invano» (Gal 2,1s). Alla fine di questo incontro, Giacomo, Cefa e Giovanni gli danno la destra, confermando così la comunione che li congiunge nell’unico Vangelo di Gesù Cristo (Gal 2,9). Un bel segno di questo interiore abbraccio in crescita, che si sviluppa nonostante la diversità dei temperamenti e dei compiti, lo trovo nel fatto che i collaboratori menzionati alla fine della Prima Lettera di san Pietro – Silvano e Marco – sono collaboratori altrettanto stretti di san Paolo. Nella comunanza dei collaboratori si rende visibile in modo molto concreto la comunione dell’unica Chiesa, l’abbraccio dei grandi Apostoli.
Almeno due volte Pietro e Paolo si sono incontrati a Gerusalemme; alla fine il percorso di ambedue sbocca a Roma. Perché? È questo forse qualcosa di più di un puro caso? Vi è contenuto forse un messaggio duraturo? Paolo arrivò a Roma come prigioniero, ma allo stesso tempo come cittadino romano che, dopo l’arresto in Gerusalemme, proprio in quanto tale aveva fatto ricorso all’imperatore, al cui tribunale fu portato. Ma in un senso ancora più profondo, Paolo è venuto volontariamente a Roma. Mediante la più importante delle sue Lettere si era già avvicinato interiormente a questa città: alla Chiesa in Roma aveva indirizzato lo scritto che più di ogni altro è la sintesi dell’intero suo annuncio e della sua fede. Nel saluto iniziale della Lettera dice che della fede dei cristiani di Roma parla tutto il mondo e che questa fede, quindi, è nota ovunque come esemplare (Rm 1,8). E scrive poi: «Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma finora ne sono stato impedito» (1,13). Alla fine della Lettera riprende questo tema parlando ora del suo progetto di andare fino in Spagna. «Quando andrò in Spagna spero, passando, di vedervi, e di esser da voi aiutato per recarmi in quella regione, dopo avere goduto un poco della vostra presenza» (15,24). «E so che, giungendo presso di voi, verrò con la pienezza della benedizione di Cristo» (15,29). Sono due cose che qui si rendono evidenti: Roma è per Paolo una tappa sulla via verso la Spagna, cioè – secondo il suo concetto del mondo – verso il lembo estremo della terra. Considera sua missione la realizzazione del compito ricevuto da Cristo di portare il Vangelo sino agli estremi confini del mondo. In questo percorso ci sta Roma. Mentre di solito Paolo va soltanto nei luoghi in cui il Vangelo non è ancora annunciato, Roma costituisce un’eccezione. Lì egli trova una Chiesa della cui fede parla il mondo. L’andare a Roma fa parte dell’universalità della sua missione come inviato a tutti i popoli. La via verso Roma, che già prima del suo viaggio esterno egli ha percorso interiormente con la sua Lettera, è parte integrante del suo compito di portare il Vangelo a tutte le genti – di fondare la Chiesa cattolica, universale. L’andare a Roma è per lui espressione della cattolicità della sua missione. Roma deve rendere visibile la fede a tutto il mondo, deve essere il luogo dell’incontro nell’unica fede.
Ma perché Pietro è andato a Roma? Su ciò il Nuovo Testamento non si pronuncia in modo diretto. Ci dà tuttavia qualche indicazione. Il Vangelo di san Marco, che possiamo considerare un riflesso della predicazione di san Pietro, è intimamente orientato verso il momento in cui il centurione romano, di fronte alla morte in croce di Gesù Cristo, dice: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (15,39). Presso la Croce si svela il mistero di Gesù Cristo. Sotto la Croce nasce la Chiesa delle genti: il centurione del plotone romano di esecuzione riconosce in Cristo il Figlio di Dio. Gli Atti degli Apostoli descrivono come tappa decisiva per l’ingresso del Vangelo nel mondo dei pagani l’episodio di Cornelio, il centurione della coorte italica. Dietro un comando di Dio, egli manda qualcuno a prendere Pietro e questi, seguendo pure lui un ordine divino, va nella casa del centurione e predica. Mentre sta parlando, lo Spirito Santo scende sulla comunità domestica radunata e Pietro dice: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?» (At 10,47). Così, nel Concilio degli Apostoli, Pietro diventa l’intercessore per la Chiesa dei pagani i quali non hanno bisogno della Legge, perché Dio ha «purificato i loro cuori con la fede» (At 15,9). Certo, nella Lettera ai Galati Paolo dice che Dio ha dato a Pietro la forza per il ministero apostolico tra i circoncisi, a lui, Paolo, invece per il ministero tra i pagani (2,8). Ma questa assegnazione poteva essere in vigore soltanto finché Pietro rimaneva con i Dodici a Gerusalemme nella speranza che tutto Israele aderisse a Cristo. Di fronte all’ulteriore sviluppo, i Dodici riconobbero l’ora in cui anch’essi dovevano incamminarsi verso il mondo intero, per annunciargli il Vangelo. Pietro che, secondo l’ordine di Dio, per primo aveva aperto la porta ai pagani lascia ora la presidenza della Chiesa cristiano-giudaica a Giacomo il minore, per dedicarsi alla sua vera missione: al ministero per l’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani. Il desiderio di san Paolo di andare a Roma sottolinea – come abbiamo visto – tra le caratteristiche della Chiesa soprattutto la parola «catholica». Il cammino di san Pietro verso Roma, come rappresentante dei popoli del mondo, sta soprattutto sotto la parola «una»: il suo compito è di creare l’unità della catholica, della Chiesa formata da giudei e pagani, della Chiesa di tutti i popoli. Ed è questa la missione permanente di Pietro: far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura o con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore. Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, esistono oggi nel mondo modi nuovi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi. In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio – unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. È questa la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma.
Cari Confratelli nell’Episcopato! Vorrei ora rivolgermi a voi che siete venuti a Roma per ricevere il pallio come simbolo della vostra dignità e della vostra responsabilità di Arcivescovi nella Chiesa di Gesù Cristo. Il pallio è stato tessuto con la lana di pecore, che il Vescovo di Roma benedice ogni anno nella festa della Cattedra di Pietro, mettendole con ciò, per così dire, da parte affinché diventino un simbolo per il gregge di Cristo, che voi presiedete. Quando prendiamo il pallio sulle spalle, quel gesto ci ricorda il Pastore che prende sulle spalle la pecorella smarrita, che da sola non trova più la via verso casa, e la riporta all’ovile. I Padri della Chiesa hanno visto in questa pecorella l’immagine di tutta l’umanità, dell’intera natura umana, che si è persa e non trova più la via verso casa. Il Pastore che la riporta a casa può essere soltanto il Logos, la Parola eterna di Dio stesso. Nell’incarnazione Egli ha preso tutti noi – la pecorella «uomo» – sulle sue spalle. Egli, la Parola eterna, il vero Pastore dell’umanità, ci porta; nella sua umanità porta ciascuno di noi sulle sue spalle. Sulla via della Croce ci ha portato a casa, ci porta a casa. Ma Egli vuole avere anche degli uomini che «portino» insieme con Lui. Essere Pastore nella Chiesa di Cristo significa partecipare a questo compito, del quale il pallio fa memoria. Quando lo indossiamo, Egli ci chiede: «Porti, insieme con me, anche tu coloro che mi appartengono? Li porti verso di me, verso Gesù Cristo?» E allora ci viene in mente il racconto dell’invio di Pietro da parte del Risorto. Il Cristo risorto collega l’ordine: «Pasci le mie pecorelle» inscindibilmente con la domanda: «Mi ami, mi ami tu più di costoro?». Ogni volta che indossiamo il pallio del Pastore del gregge di Cristo dovremmo sentire questa domanda: «Mi ami tu?» e dovremmo lasciarci interrogare circa il di più d’amore che Egli si aspetta dal Pastore.
Così il pallio diventa simbolo del nostro amore per il Pastore Cristo e del nostro amare insieme con Lui – diventa simbolo della chiamata ad amare gli uomini come Lui, insieme con Lui: quelli che sono in ricerca, che hanno delle domande, quelli che sono sicuri di sé e gli umili, i semplici e i grandi; diventa simbolo della chiamata ad amare tutti loro con la forza di Cristo e in vista di Cristo, affinché possano trovare Lui e in Lui se stessi. Ma il pallio, che ricevete «dalla» tomba di san Pietro, ha ancora un secondo significato, inscindibilmente connesso col primo. Per comprenderlo può esserci di aiuto una parola della Prima Lettera di san Pietro. Nella sua esortazione ai presbiteri di pascere il gregge in modo giusto, egli – san Pietro – qualifica se stesso synpresbýteros – con-presbitero (5,1). Questa formula contiene implicitamente un’affermazione del principio della successione apostolica: i Pastori che si succedono sono Pastori come lui, lo sono insieme con lui, appartengono al comune ministero dei Pastori della Chiesa di Gesù Cristo, un ministero che continua in loro. Ma questo « con » ha ancora due altri significati. Esprime anche la realtà che indichiamo oggi con la parola «collegialità» dei Vescovi. Tutti noi siamo con-presbiteri. Nessuno è Pastore da solo. Stiamo nella successione degli Apostoli solo grazie all’essere nella comunione del collegio, nel quale trova la sua continuazione il collegio degli Apostoli. La comunione, il « noi » dei Pastori fa parte dell’essere Pastori, perché il gregge è uno solo, l’unica Chiesa di Gesù Cristo. E infine, questo « con » rimanda anche alla comunione con Pietro e col suo successore come garanzia dell’unità. Così il pallio ci parla della cattolicità della Chiesa, della comunione universale di Pastore e gregge. E ci rimanda all’apostolicità: alla comunione con la fede degli Apostoli, sulla quale è fondata la Chiesa. Ci parla della ecclesia una, catholica, apostolica e naturalmente, legandoci a Cristo, ci parla proprio anche del fatto che la Chiesa è sancta e che il nostro operare è un servizio alla sua santità.
Ciò mi fa ritornare, infine, ancora a san Paolo e alla sua missione. Egli ha espresso l’essenziale della sua missione, come pure la ragione più profonda del suo desiderio di andare a Roma, nel capitolo 15 della Lettera ai Romani in una frase straordinariamente bella. Egli si sa chiamato «a servire come liturgo di Gesù Cristo per le genti, amministrando da sacerdote il Vangelo di Dio, perché i pagani divengano una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo» (15,6). Solo in questo versetto Paolo usa la parola «hierourgein» – amministrare da sacerdote – insieme con «leitourgós» – liturgo: egli parla della liturgia cosmica, in cui il mondo stesso degli uomini deve diventare adorazione di Dio, oblazione nello Spirito Santo. Quando il mondo nel suo insieme sarà diventato liturgia di Dio, quando nella sua realtà sarà diventato adorazione, allora avrà raggiunto la sua meta, allora sarà sano e salvo. È questo l’obiettivo ultimo della missione apostolica di san Paolo e della nostra missione. A tale ministero il Signore ci chiama. Preghiamo in questa ora, affinché Egli ci aiuti a svolgerlo in modo giusto, a diventare veri liturghi di Gesù Cristo. Amen.

 

PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170601_col-fuoco-dentro.html

PAPA FRANCESCO – (La furbizia di San Paolo (1.6.2017)

MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

Giovedì, 1° giugno 2017

(da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLVII, n.126, 02/06/2017)

A lezione da Paolo di Tarso. La vita dell’apostolo delle genti, «sempre in moto, agitata, sempre in movimento», è stata caratterizzata da tre «dimensioni», tre «atteggiamenti» dai quali ogni cristiano ha molto da imparare. Lo ha sottolineato Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 1 giugno, commentando il brano degli Atti degli apostoli (22, 30; 23, 6-11) proposto dalla liturgia del giorno.
San Paolo, ha ricordato il Pontefice, era «un uomo che sempre era in moto, in movimento»: difficile pensarlo, ha aggiunto, «a prendere il sole su una spiaggia, riposandosi». Da questa vita «sempre in cammino» il Papa ha voluto, prendendo spunto dal «passo del libro degli Atti degli Apostoli», far emergere «tre dimensioni» fondamentali.
La prima cosa che salta agli occhi «è la predicazione, l’annunzio». Nelle scritture si legge di un Paolo che «va da una parte all’altra ad annunziare Cristo, viaggia e sente che lo chiamano di là e va… e quando non predica in un posto, lavora». Il suo impegno principale è quindi nella predicazione: la sua, ha spiegato Francesco, è una vera e propria «passione». Chiamato «a predicare e ad annunziare Gesù Cristo», Paolo non resta «seduto davanti alla sua scrivania: no. Lui sempre, sempre è in moto. Sempre portando avanti l’annuncio di Gesù Cristo»
San Paolo, ha aggiunto il Pontefice, «aveva dentro un fuoco, uno zelo, uno zelo apostolico che lo portava avanti». E «non si tirava indietro», con una passione che lo portò ad affrontare anche molte «difficoltà». Proprio qui emerge la «seconda dimensione» della sua vita, quella delle «difficoltà» o, «più chiaramente, le persecuzioni».
Proprio nella liturgia del giorno si legge di come il gruppo degli stessi «nemici» che si opposero a Gesù — «farisei, dottori della legge, anziani del tempio, gli anziani, i sadducei» — andarono «in blocco ad accusarlo». In pratica, ha detto il Papa, «volevano farlo fuori». Un’ostilità, ha ricordato Francesco, che si è manifestata «tante volte, non un’unica volta», Addirittura in una circostanza «l’hanno lasciato, dopo averlo lapidato, come morto: credevano che fosse morto». Ma perché, si è chiesto il Pontefice, volevano eliminarlo? «Perché Paolo portava il vero annuncio di Gesù, quello che il Signore voleva per il suo popolo». E perciò, per loro, egli era «un perturbatore».
Ecco quindi che Paolo VIene portato «a giudizio». Il passo degli Atti degli apostoli descrive nei dettagli la scena: «il comandante gli fece togliere le catene» — perché «per fare una dichiarazione, una difesa in giudizio, i romani ci hanno insegnato che uno deve essere libero, senza catene» — e «ordinò che si riunissero i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio in blocco: tutti». Si presentarono quindi come se fossero «uno contro Paolo». A quel punto, ha notato il Papa, «lo Spirito ispirò a Paolo un po’ di furbizia». L’apostolo, infatti, sapeva che in realtà essi «non erano “uno”» e «che fra loro c’erano tante lotte interne, e sapeva che i sadducei non credevano nella risurrezione, che i farisei ci credevano…». Perciò egli «disse a gran voce: “Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei. Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dai morti”». Le sue parole ebbero l’effetto sperato: infatti, «appena ebbe detto questo, scoppiò una disputa tra i farisei e i sadducei e l’assemblea, perché i sadducei non credevano… E questi, che sembravano essere “uno”, si sono divisi, tutti».
A tale riguardo, il Pontefice si è soffermato a riflettere sul fatto che «costoro erano i custodi della legge, i custodi della dottrina del popolo di Dio, i custodi della fede. Ma uno credeva una cosa, uno l’altra…». Di fatto, ha spiegato, «questa gente aveva perso la legge, aveva perso la dottrina, aveva perso la fede, perché l’avevano trasformata in ideologia e quando la legge divenne ideologia, s’indebolì». La stessa cosa, ha aggiunto, accade riguardo alla fede e alla dottrina. Uguale atteggiamento costoro ebbero con i profeti, come conferma il rimprovero di Gesù «Voi, con i profeti avete fatto questo»: cioè «si ideologizzarono».
E Paolo «ha dovuto lottare tanto con questa gente, tanto, tanto». E lo ha fatto anche con i «giudaizzanti». Una fatica dalla quale emerge «la seconda dimensione della vita di Paolo. La prima è l’annuncio, lo zelo apostolico: portare avanti Gesù Cristo. La seconda è: soffrire le persecuzioni, le lotte».
Dalla lettura del brano scritturistico scaturisce, infine, «una terza dimensione dell’apostolato di Paolo». Si legge, infatti, che «la notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio. Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma”». Incontriamo qui, ha detto il Papa, la dimensione della «preghiera. Paolo aveva questa intimità con il Signore: “il Signore gli venne accanto”. Gli veniva accanto tante volte». Addirittura una volta lo stesso Paolo afferma che era stato «portato quasi al settimo cielo, nella preghiera, e non sapeva come dire le cose belle che aveva sentito lì».
Ecco allora che «questo lottatore, questo annunciatore senza fine di orizzonte» possedeva la «dimensione mistica dell’incontro con Gesù». E la sua «forza» era proprio «questo incontro con il Signore, che faceva nella preghiera, come è stato il primo incontro sul cammino per Damasco, quando andava a perseguitare i cristiani». Paolo, ha spiegato il Pontefice, «è l’uomo che ha incontrato il Signore, e non si dimentica di quello, e si lascia incontrare dal Signore e cerca il Signore per incontrarlo»: un «uomo di preghiera».
I tre atteggiamenti di Paolo che presenta questo passo, ha riassunto il Papa, sono quindi «lo zelo apostolico per annunciare Gesù Cristo, la resistenza — resistere alle persecuzioni — e la preghiera: incontrarsi con il Signore e lasciarsi incontrare dal Signore». E, riprendendo «un’espressione di un padre della Chiesa dei primi secoli», ha aggiunto: «possiamo dire che Paolo andava avanti fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni del Signore».
Concludendo la meditazione, il Pontefice ha invitato tutti a chiedere «la grazia di imparare questi tre atteggiamenti nella nostra vita cristiana: annunziare Gesù Cristo, resistere alle seduzioni delle persecuzioni e alle seduzioni che ti portano a staccarti da Gesù Cristo, e la grazia dell’incontro con Gesù Cristo nella preghiera».
 

IL DISCORSO DI ADDIO (di Paolo, Atti, 20, 17-35)

http://www.petruspaulus.org/diakonia-del-vangelo/il-discorso-di-addio/

IL DISCORSO DI ADDIO (di Paolo, Atti, 20, 17-35)

Siamo alla seconda opera di Luca: abbiamo considerato gli Atti dal cap. 9. Proseguiremo fino al cap. 28. Tre quarti degli Atti sono dedicati alla figura e missione di Paolo fino alla sua martyrìa, cioè alla sua testimonianza davanti ai tribunali ed alla sua prigionia a Roma. Quando Paolo arriva a Roma dopo tre anni di detenzione, Luca chiude la sua opera che non è una biografia, ma una storia e riflessione sulla nascita ed espansione della Chiesa. Paolo è protagonista della Parola che parte da Gerusalemme e che, con la forza dello Spirito, arriva ai confini della terra (che è il programma che Gesù risorto, prima di ascendere al cielo, affida ai suoi discepoli). Il compito di Paolo di portare il Vangelo fino ai confini della terra non è solo una dimensione geografica, ma culturale, storico-spirituale. Luca immagina che da Roma partano le strade per raggiungere le varie culture ed etnie nelle regioni dell’impero.
Il cap. 20 degli Atti è uno dei testi più elaborati di Luca, anche se non paragonabile al discorso di Paolo nell’aeròpago ad Atene: è certamente quello di maggiore intensità ecclesiale. Qui Luca collega per la prima ed unica volta la nascita della Chiesa con la morte di Gesù. La assemblea ecclesiale è consacrata mediante il sangue di Cristo (dove però sangue non è solo espressione di violenza e di morte, ma segno di consacrazione come atto di amore). Questo testo è conosciuto anche come il testamento spirituale di Paolo: è l’ultimo discorso che egli fa: non davanti ai Greci o ai Giudei (che sono i due destinatari della missione di Paolo), ma davanti ai rappresentanti delle Chiese dell’Asia (cioè di Efeso, la grande metropoli, sede del proconsole e dove Paolo ha trascorso tre anni – in nessun altro posto l’Apostolo ha speso tanta energia e così a lungo) ed ora parla della sua attività e dei suoi “co-operatori” dopo un viaggio a Laodicea, Colossi e Gerapoli. Successivamente Paolo invierà la lettera ai Colossesi. Luca ha conservato questo discorso ai presbiteri (termine ebraico per indicare gli anziani e responsabili) della Chiesa di Efeso. Paolo li convoca a Mileto (grande porto e città che si trova subito sotto Efeso, sulla costa egèa). Paolo sta viaggiando verso Gerusalemme in piccole tappe lungo la costa. Non ha il coraggio o non vuole creare problemi e ritornare a Efeso, perché ha dovuto sottrarsi al carcere dietro cauzione dei suoi amici romani Aquila e Prisca. Egli è risalito allora verso Filippi da dove ha scritto la seconda lettera ai Corinzi. E’ fuggito da Efeso dopo la sommossa dei costruttori di souvenirs di Artemide con tentativo di linciaggio. Quando rientra da Corinto via terra per arrivare a Gerusalemme, dà l’appuntamento ai presbiteri a Mileto, dove – in 16 versetti – egli fa un bilancio della sua missione, del suo metodo. Lo sguardo è dunque al passato; la situazione presente è il martire e il testimone; il futuro. Questa è l’impostazione di un discorso di addio. Nell’ultima icona non è il Paolo teologo o grande predicatore, ma il lavoratore, bracciante al servizio del Vangelo nel campo che appartiene a Dio. E il capitolo termina con l’immagine di Paolo operaio, libero dalle preoccupazioni ed interessi umani. Il testo è pensato da uno che sa come si fanno i discorsi!

(Lettura integrale del testo: At 20, 17-35)

I presbiteri di Efeso si inginocchiano sulla spiaggia, pregano, piangono e lo accompagnano fino alla nave. Paolo parte e non tornerà più in Asia (Non vedrete più il mio volto – At 20, 25).
E’ un testamento come quello di Gesù nel Vangelo di Giovanni.
Quello che colpisce subito in questo ritratto lucano di Paolo è il testimone, l’annunciatore della Parola, definita come Parola della Grazia per due volte (dove Grazia significa iniziativa amorosa, efficace, gratuita di Dio): ai versetti 20, 24 e 20, 32.
Nella prima parte il testo è una retrospettiva, dove Paolo passa in rassegna il metodo dell’annuncio, i destinatari, il contenuto e lo scopo della sua missione. L’annuncio della Parola non è solo un proclamare, un dire pubblicamente, ma è anche un esortare, consigliare e accompagnare.
La prospettiva futura del martirio (= testimonianza) è quella del versetto At 20,29 sulla Chiesa di Dio. La Chiesa appartiene a Dio: è Lui che l’ha raccolta, messa vicino. Non si tratta solo di convocare, ma anche di tenere unite le persone. E questo è compito dello Spirito di Dio.
Nel testo (At 20, 17-35) sono evidenziate le espressioni tipiche della prospettiva che Paolo presenta alla Chiesa dell’Asia (che è rappresentata da piccole comunità di cristiani che si raccolgono in casa). Si ricordi che egli nella Rm, ma anche in 1 Cor raccomanda: Salutate la Chiesa che è… o si riunisce nella “domus” di Aquila e Prisca, della coppia romana che egli ha incontrato a Corinto e gli ha dato ospitalità.
At 20, 18: Voi sapete – qui si evidenzia lo stile paolino. Luca non cita mai le lettere perché ignora completamente che Paolo sia scrittore. Ma l’Apostolo per es. in 1 Ts ripete Voi sapete, appellandosi all’esperienza dei cristiani, come mi sono comportato…in Asia. Si tratta della Piccola Asia, terra ricca di cultura, dove è nata la filosofia greca e poi europea (Pre-socratici). In quell’ambiente Paolo ha trascorso tre anni e dice Ho servito il Signore (At 20,19). Questo è un modo paolino per osservare il ministero: non è un servizio alla comunità, ma al Signore, annunciando la Sua Parola , in mezzo a tutte le lacrime e le prove! I Giudei, suoi persecutori, non vedono di buon occhio la sua attività missionaria, che sottrae aderenti alla sinagoga a favore del movimento carismatico, legato alla figura del Crocifisso risorto, di un ebreo ucciso dai Romani.
At 20, 20: Non mi sono mai tirato indietro da ciò che poteva essere utile… Utile è ciò che serve alla salvezza delle persone. Una serie di verbi indicano l’attività missionaria e catechistica: predicare, istruire e scongiurare evidenziano il discorso caldo e affettuoso, proprio degli amici o delle persone che si vogliono bene. In 1 Ts dice come un padre verso un figlio, perché il compito dell’educazione religiosa e morale spettava al padre in Israele. Lo scopo di tutta questa attività della Parola è di convertirsi a Dio e di credere (At 20, 21). I Greci devono riconoscere che Dio è unico e i Giudei devono credere che Gesù è il Signore, il Messia.
Nella parte centrale del brano Paolo guarda al presente. Luca riporta l’immagine che Paolo ha lasciato nelle chiese dell’Asia e la rievoca riportando il discorso di Paolo predicatore. Paolo è in viaggio verso Gerusalemme: è la sua passione, come Gesù verso il Calvario. Luca ama, come Plutarco, scrivere le vite parallele: come Gesù – Paolo; Pietro – Paolo; Gesù – Stefano. Qui dunque Paolo percorre la strada di Gesù, costretto dallo Spirito. Non sono le catene che legano Paolo, ma lo Spirito, la potenza di Dio. Lo Spirito però offre a Paolo anche tribolazioni!
Luca mette in bocca a Paolo la dichiarazione programmatica che risente di 1 Cor in cui il Nostro è diventato schiavo di tutti.
At 20, 24: purchè conduca a termine la mia corsa, in riferimento alla Parola che corre. Qui Luca ha conservato questa immagine tradizionale: la diaconia affidata dal Signore Gesù è rendere testimonianza all’azione della Grazia, che è martyria cioè testimonianza.
Paolo si sta preparando al processo, davanti al tribunale (come Gesù nel Vangelo di Giovanni). Anche Paolo prima a Gerusalemme, poi a Cesarea e infine a Roma terminerà la sua martyria con la sua morte di fronte al mondo con il taglio della testa.
At 20, 25: Ora ecco, io so che non vedrete… : Inizia così la parte più densa di questo discorso in cui emerge tutta la verità lucana, di un grande scrittore e pensatore che ha fatto un ritratto grandioso di Paolo. Questi propone una specie di esame ai cristiani dell’Asia, attraverso i loro rappresentanti che sono i presbiteri. Sul suo ruolo di Apostolo, sentinella e profeta Paolo ha detto tutta la verità ( tutta la volontà di Dio), senza sconti. Per il progetto di vita e di salvezza egli ha fatto di tutto, così che se qualcuno non si salva non è colpa sua!
At 20, 28: Il compito dei presbiteri è quello di vigilare su voi e sul gregge (Dio pastore è un’immagine biblica: Egli è l’unico pastore). Il Messia rappresenta il ruolo di Dio che convoca, protegge, guida e alimenta il suo popolo.
Il ruolo dei presbiteri di vegliare su tutto il gregge viene dallo Spirito Santo. Qui è la sostanza del ministero ordinato secondo la Tradizione cristiana: il ministero non è dato dalla curia, ma viene dallo Spirito Santo. Il vescovo non è un prefetto o un governatore civile, ma un inviato dello Spirito Santo che governa attraverso i sacramenti. La Chiesa non è un ente internazionale, ma una convocazione per la quale i presbiteri sono delegati a vegliare sui credenti.
At 20, 28: come vescovi non è una espressione felice, perché fa credere che i presbiteri siano episcopoi!
At 20, 28: la Chiesa appartiene a Dio perché è preziosa e perché il prezzo del suo riscatto è la morte di Gesù. E’ l’unica volta in cui Luca mette in evidenza la morte di Gesù come redenzione, riscatto. Luca dice infatti che è la resurrezione (non la morte) che ci salva. Qui si tratta di un linguaggio tradizionale che Luca ha assunto per affermare che la Chiesa è sigillata, è fondata sul dono che Gesù ha fatto della sua vita.
At 20, 29: E’ un’oscura minaccia di quelli che vogliono disperdere il gregge (riferimenti devianti sono esistiti sempre nella Chiesa).At 20, 31: torna il tema di Paolo che parla in maniera molto emotiva con le lacrime (e che si ritrova in 1 Cor e nella lettera ai Filippesi. Noi non siamo abituati a vedere un vescovo o un papa che piange per esortare: è un coinvolgimento affettivo di Paolo che ha un animo molto materno, non duro, arcigno, come traspare dalle sue lettere. E Luca, accanto alla descrizione di tribolazioni di Paolo, ha conservato un uomo che esorta fra le lacrime, prima dell’abbraccio finale.
At 20, 32-33 : Ora vi affido a Dio… Come ogni buon discorso di addio, anche quello di Paolo termina con una preghiera: la Parola è una forza che ti protegge e ti conduce fino al compimento dell’eredità, cioè alla pienezza di adesione a Dio. Qui Luca cambia: non siamo noi a custodire la Parola, ma essa a custodire noi. Leggere e ascoltare la Parola è il mezzo per essere salvati, perché ha il potere di edificare e creare rapporti e concedere l’eredità (= momento finale).
At 20, 33 : Non ho desiderato né argento, né oro, né vestiti. La povera gente che non aveva monete d’oro o d’argento, ripagava in vestiti. Siamo all’immagine finale di Paolo, disinteressato come dovrebbe essere ogni Leader o capo del mondo antico ed anche moderno.
At 20, 34 : Voi sapete che alle necessità mie… Paolo era un costruttore di tende e si è mantenuto spesso col suo lavoro di abile tessitore. In 1 Ts, 1 e 2 Cor egli parla del suo lavoro con le sue mani, non solo per essere autonomo, ma anche per aiutare i deboli e chi non poteva mantenersi.
At 20, 35 : Vi ho dimostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così. Questo è un grande principio etico della comunità cristiana. Si pensi che i monaci in Egitto lavoravano per distribuire i beni ai poveri di Alessandria (per es. Antonio). E’ un pensiero che si ritrova anche in Efesini: lavorare per aiutare chi non ha il necessario.
At 20, 35 : Vi è più gioia nel dare che nel ricevere: è probabilmente un’espressione di Gesù che Luca ha messo in bocca a Paolo, ma non ha riportato nel suo Vangelo. Questa frase è come una perla in questo cammeo col ritratto di Paolo.

25.04: MEMORIA DEL SANTO APOSTOLO ED EVANGELISTA MARCO

http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=3524:25-04-memoria-del-santo-apostolo-ed-evangelista-marco&catid=198:aprile&lang=it

25.04: MEMORIA DEL SANTO APOSTOLO ED EVANGELISTA MARCO

a cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

Il santo e glorioso Apostolo Marco, chiamato anche Giovanni, era figlio di una pia donna di Gerusalemme, Maria, che offriva la sua casa ai discepoli degli Apostoli per le loro riunioni di preghiera. San Pietro andava spesso e si affezionò al giovane Marco che istruì nella fede e battezzò, considerandolo come suo figlio (I Pietro 5,13) [1]. Egli era anche cugino del santo Apostolo Barnaba, che lo prese con lui quando partì per Antiochia in compagnia di san Paolo (Atti 12,24). Durante questi viaggi d’evangelizzazione, Marco assisteva umilmente i due predicatori, provvedendo ai loro bisogni materiali e assorbendo il loro insegnamento.
Arrivato a Perge di Pamfilia, Marco ebbe molto paura di fronte alle difficoltà della missione [2] e si separò da Paolo e Barnaba, per tornare a Gerusalemme ( Atti 13,13). San Paolo sembra essere stato offeso e addolorato da questa separazione, così quando lo ritrovarono ad Antiochia, egli si rifiutò di condurre << colui che li aveva abbandonati in Pamfilia e non aveva partecipato all’opera con loro >> ( Atti 15,37). La discussione si riscaldò e Barnaba decise di imbarcarsi per Cipro con Marco mentre Paolo partì con Silla per evangelizzare la Siria e la Cilicia (52) [3].
Diceci anni più tardi, si ritrovò san Marco a Roma, in compagnia d’Aristarco e di Gesù il Giusto per assistere Paolo nella sua prigionia ( Col. 4,10). Da là partì con la benedizione del Grande Apostolo per visitare i cristiani di Colossi. Durante la sua seconda prigionia, Paolo scriveva a Timoteo, raccomandandogli di condurre Marco con lui:<< Poiché egli mi è prezioso per il ministero >> assicurava ( II Tim. 4,11).
Fu verso il 65 che san Marco ritrovò san Pietro a Roma, nel momento in cui i due Corifei dovevano subire il loro martirio. La luce dell’insegnamento di san Pietro aveva talmente brillato nello spirito dei nuovi convertiti di Roma, che essi supplicarono Marco di mettere per iscritto questa dottrina divina.
Confermato da una rivelazione divina e con il permesso di san Pietro, egli si mise all’opera e redasse in maniera breve, semplice e piena di vita un riassunto degli atti e delle parole del Salvatore conforme alla predicazione del Corifeo degli Apostoli [4].
Senza preoccuparsi della presentazione letteraria, né di rispondere a tutte le questioni che potevano posarsi sui fedeli, egli scrive tutto ciò che è utile alla Salvezza e alla conoscenza del Figlio di Dio fatto uomo, e niente di più [5]. Una volta terminata quest’opera, san Pietro lo inviò in Egitto a portare la Buona Novella. Durante la traversata la nave fu presa dalla tempesta che Marco placò con la sua preghiera e poté fare scalo nell’isola di Pittuse, di fronte alla Cilicia, dove ricevuto da un notabile di nome Bassos, che era stato convertito da san Pietro ad Antiochia e grazie al suo appoggio convertì la maggior parte degli abitanti dell’isola. Quando arrivò ad Alessandria, il sandalo di Marco, usato per il cammino, essendosi rotto, lo diede ad aggiustare ad un ciabattino di nome Aniene. Costui, stupito dalla luce straordinaria che emanava il viso dell’Apostolo, si distrasse e si punse il dito gridando:<< Un solo Dio! >>. San Marco lo guarì dalla ferita e utilizzò questa occasione per istruirlo sulla verità del solo Dio divenuto uomo per la nostra Salvezza. Aniene ascoltò con attenzione queste parole di vita e dopo aver fatto battezzare tutta la sua casa, lasciò la professione ed ogni attaccamento al mondo per divenire il più stretto collaboratore dell’Apostolo. In questa immensa città, metropoli del paganesimo e della cultura ellenica, la parola dell’Apostolo, semplice e sprovvista d’ornamenti futili e di retorica, suonò come un terremoto e i suoi miracoli confermarono la profezia del Salmo che dice:<< Il Signore metterà la parola sulla bocca di coloro che annunciano la Buona Novella con grande potenza (Salmo 67,12). Nel nome di Gesù, Luce del mondo,egli rese la vista ad un cieco e subito gli portarono malati e posseduti perché egli imponesse loro le mani.
Avanti allo spettacolo delle guarigioni compiute per la potenza di Dio, 300 pagani in un sol giorno chiesero di ricevere il Battesimo. In modo simile a Cristo, Marco resuscitò il figlio di una vedova che era andata a gettarsi in lacrime ai suoi piedi e la folla vedendo il ragazzo alzarsi, gridò:<< Non c’è che un solo Dio, il Cristo predicato da Marco! >>. La semenza evangelica cominciava a germogliare quando Marco organizzò le prime istituzioni liturgiche della Chiesa d’Egitto [6], ordinò Aniene vescovo d’Alessandria [7] insieme a tre preti per aiutarlo: Mileo, Sabino e Cerdone, sette diaconi e undici altro clero di rango inferiore, poi continuò la sua missione verso Ovest.
Da Alessandria andò a Mendesion [8] e liberò dal demone un bimbo cieco. I genitori del bambino, colmi di gioia, gli offrirono una forte somma di denaro, ma Marco la rifiutò, dicendo che la Grazia di Dio non si scambia con soldi e raccomandò loro di distribuirle in elemosina. Essendosi convertiti a seguito di questo miracolo un numero considerevole di pagani, Marco fondò in questa città una Chiesa e ordinò un vescovo, dei preti e dei diaconi, poi continuò il suo viaggio verso Cirene della Pentapoli [9], dove liberò molti pagani dalle tenebre dell’idolatria.
Egli andò poi ad evangelizzare la Libia. Dal suo arrivo nella capitale, la figlia del filarca Menodoro, che era tormentata da un demone fin dall’infanzia, entrò in una crisi furiosa che provocò la sua morte; ma la preghiera dell’apostolo la resuscitò e portò alla conversione un gran numero. Da là san Marco passò in Marmarica [10], spandendo sul suo cammino la Luce del Vangelo. Una notte il Signore gli apparve in visione e gli ordinò di tornare ad Alessandria per completare la sua missione. Malgrado i pianti e le suppliche dei nuovi convertiti che volevano trattenere il loro padre e salvatore, l’Apostolo, confermato da una nova visione, che gli annunciava di dover completare la sua missione con la gloria del martirio, si imbarcò per Alessandria, dove poté ammirare i progressi dell’evangelizzazione durante i suoi due anni d’assenza [11].
Tuttavia i pagani ed i Giudei non potevano sopportare i successi riportati dal discepolo di Cristo e, digrignando i denti, cercavano l’occasione d’arrestarlo. Un anno in cui la celebrazione della Pasqua coincideva con quella del dio Serapide, festa che gli abitanti d’Alessandria avevano abitudine celebrare con ignobili malcostumi, essi si precipitarono sul santo, mentre celebrava la Divina Liturgia e lo trascinarono fino all’anfiteatro, dove si trovava il governatore, accusandolo di pratiche magiche.
Alle accuse piene di odio l’Apostolo rispose con calma ed espose, come sua abitudine, in poche parole, la sublime dottrina della Salvezza. Sconcertato e non potendo obiettare nulla ai suoi argomenti, il governatore si rivolse verso la folla chiedendo, cosa avrebbe dovuto fare di Marco. Alcuni gridarono di bruciarlo avanti al tempio del dio Serapide, altri di lapidarlo. Finalmente, su ordine del magistrato, fu steso a terra, e con le membra squartate fu crudelmente fustigato. Poi la popolazione si impadronì del corpo del santo e gli passò una corda ai piedi, lo trascinò tutto il giorno nelle strade della città, arrossando le pietre e la terra col suo sangue. Venuta la sera, venne chiuso in prigione, dove, verso mezzanotte, un Angelo andò a confortarlo. Al mattino del sabato 4 aprile [12], i carnefici lo attaccarono ad una corda e lo trascinarono fino ad un luogo scosceso, strapiombo sul mare, di nome Bucolo [13], dove trovò la morte. Aveva allora 57 anni.
I pagani vollero bruciare il suo corpo ma un violento temporale li mise in fuga e permise ai cristiani di seppellirlo in una roccia incavata.
In seguito fu costruita una chiesa sopra la tomba del Santo Apostolo a Bucolo [14] che divenne alto luogo di pietà per i cristiani di Alessandria.
Al IX sec., il corpo di san Marco fu trasportato a Venezia nella famosa basilica a Lui dedicata.

Note:
1) Alcune antiche ma poco sicure tradizioni affermano che il giovane Marco, era il ragazzo che i discepoli, incaricati dal Signore di andare a Preparare la Pasqua, incontrarono e che portava una brocca d’acqua (Marco 14,13) e che fu nella casa di sua madre che ebbe luogo la Cena.
2) È l’interpretazione di san Giovanni Crisostomo.
3) Secondo alcuni Marco si aggiunse allora a Pietro per proclamare il Vangelo ai Giudei dispersi nel Ponto, in Bitinia, in Galazia, in Cappadocia, in Asia.
4) Secondo l’opinione comune dei Padri, san Marco fu il primo redattore del Vangelo e “l’interprete” di san Pietro. Alcuni antichi manoscritti del Vangelo di San Marco portano come sottotitolo: << MEMORIE DI PIETRO >>.
5) Dopo aver raccolto le informazioni contente nel Nuovo Testamento, riassumiamo i suoi Atti, nella loro versione estesa, di epoca bizantina. Dopo l’arcivescovo di Atene Crisostomo, che ha tentato di conciliare le due fonti nella sua “Storia della Chiesa di Alessandria” (1955), san Marco avrebbe fatto prima missione a Cirene, poi ad Alessandria. Nell’autunno dell’anno 60, sarebbe ritornato a Cirene per confermare il cristianesimo e nella primavera del 61, avrebbe raggiunto san Paolo a Roma, il quale gli avrebbe affidato una missione in Cilicia (Col. 4,10). Da Efeso ritornò a Roma con Timoteo e Paolo lo rinviò di nuovo in Asia Minore, fin nella regione evangelizzata da san Pietro. Dopo aver seguito san Pietro per qualche tempo ed essere passato per Roma avrebbe iniziato la sua seconda missione in Egitto verso la fine del 62, passando per la Cirenaica e avrebbe trovato la morte ad Alessandria, a Pasqua del 63.
6) La liturgia alessandrina detta di San Marco è di composizione posteriore, ma si ritrovano le tracce e la primitiva ispirazione dell’Apostolo.
7) Secondo vescovo d’Alessandria e successore di san Marco, san Aniene morì il 26 nocembre 86. È commemorato nei Martirologi Latini sia il 25 marzo che il 2 ottobre.
8) Oppure Mendio. Secondo gli antichi Atti questo era il luogo dove sbarcò ad Alessandria e incontrò Aniene.
9) Capitale della Pentapoli e della Cirenaica, questa grande città, allora associata a Creta dai Romani, era la più importante colonia greca d’Africa del Nord. Fu eretta a provincia indipendente da san Costantino: Libia Superiore. Dagli antichi Atti, Marco evangelizzò anche Cirene prima di arrivare ad Alessandria.
10) Questa regione ad ovest dell’Egitto, oggi deserta e incolta, era allora una prospera colonia greca.
11) Alcuni affermano che si ritirò qualche tempo per andare ad assistere a Roma al martirio di san Pietro e Paolo.
12) L a sua memoria è stata piazzata più tardi al 25, per essere sempre dopo Pasqua.
13) Dove i cristiani tenevano le loro riunioni di preghiera, secondo gli “Atti” antichi.
14) Fu là che san Pietro d’Alessandria fu martirizzato. Prima di essere giustiziato chiese di andare a pregare sulla tomba dell’Apostolo.

1...34567...101

Une Paroisse virtuelle en F... |
VIENS ECOUTE ET VOIS |
A TOI DE VOIR ... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | De Heilige Koran ... makkel...
| L'IsLaM pOuR tOuS
| islam01