Mons. Luigi Padovese: Un anno paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana

08/02/2008, dal sito:

http://www.zenit.org/article-13433?l=italian 

Un Anno Paolino per risvegliare il senso dell’identità cristiana 

Parla monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia 

di Antonio Gaspari

 ANKARA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- In una intervista rilasciata a ZENIT, monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e Presidente della Conferenza Episcopale Turca (CET), ha illustrato i programmi e le finalità del giubileo paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009) indetto dal Pontefice Benedetto XVI. 

Monsignor Padovese ha spiegato che “c’è un gran movimento per organizzare i viaggi dei pellegrini e del turismo nei luoghi paolini, ma la componente religiosa è quella trainante. La finalità è di risvegliare nei cristiani di Turchia e del mondo la coscienza della propria identità”. 

Il Vicario apostolico dell’Anatolia, che è anche un grande studioso della Chiesa delle origini, ha rilevato che San Paolo “ha dato un respiro universale alla realtà cristiana ed h messo in evidenza che il cristianesimo è novità più che continuità”. 

“Perché – ha aggiunto il presule – come diceva Tertulliano ‘cristiani non si nasce ma si diventa’ e Paolo ci aiuta a capire dove siamo e chi siamo. Paolo ricorda l’identità cristiana”. 

“Non si tratta solo della continuità della religione giudaica – ha continuato il Presidente della CET – i legami ci sono e vanno riconosciuti, però, l’incarnazione è un salto qualitativo enorme”, così come va al di là di ogni immaginazione “lo scandalo della Croce e la Resurrezione”. 

Secondo monsignor Padovese, il giubileo paolino “è un’occasione per far conoscere ai cristiani di tutto il mondo l’importanza dell’apostolo Paolo”, con particolare riferimento alla storia della sua missione svolta in Turchia. 

“In quei tempi – ha ricordato il Vicario apostolico – questa zona era più florida e ricca, un punto di incontro per culture, popoli e religioni che ha permesso l’inculturazione e l’espansione del cristianesimo”. 

L’Anno Paolino ha anche una grandissima valenza di carattere ecumenico. A questo proposito il Presidente della CET ha raccontato a ZENIT dell’incontro che si è svolto a Tarso il 25 gennaio scorso. 

Alla messa solenne svoltasi nella chiesa trasformata in museo, hanno concelebrato insieme a monsignor Padovese, il Vescovo di Padova, monsignor Antonio Mattiazzo, monsignor Gregorios Melki Urek, Vescovo siriaco di Adiyaman e monsignor Joseph Amis Abi Aad, Vescovo maronita di Aleppo. 

Era presente anche un gruppo di 16 religiosi francescani e tre sacerdoti secolari della provincia di Foggia, due segretari di Vescovi e diversi sacerdoti locali. Presenti anche diverse religiose e un gruppo numeroso di fedeli. 

Nel pomeriggio si è svolta la preghiera ecumenica per l’unità dei cristiani a cui si sono aggiunti sacerdoti della Chiesa ortodossa, il pastore evangelico di Adana, e un vasto gruppo di fedeli proveniente da Mersin, Adana e Iskenderun. 

Ed è proprio per dare un ulteriore impulso al dialogo ecumenico che la CET ha voluto coinvolgere anche le altre chiese nella preparazione dell’Anno Paolino. In questo contesto monsignor Padovese ha incontrato il Patriarca Bartolomeo I, il Matriarca armeno Mutafyan e il Metropolita siro ortodosso di Istambul. 

Le autorità turche si sono dette molto interessate all’Anno Paolino, “anche se – ha rilevato il Vicario Apostolico –, non hanno dato risposta alla richiesta di costruire una chiesa a Tarso dedicata a San Paolo”. 

La richiesta avanzata per la prima volta dall’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Joachim Meisner, è stata riproposta da monsignor Padovese, ma le autorità non si sono ancora pronunciate. 

Il Vicario Apostolico ha quindi preannunciato l’apertura del Giubileo di San Paolo, in un incontro che si svolgerà a Tarso il 21 giugno e a cui parteciperanno le autorità civili di Ankara, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e i dirigenti delle Chiese Ortodosse. 

In occasione del bimillenario di san Paolo, la CET ha pubblicato una Lettera pastorale in cui è scritto: « Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni ». 

Inoltre verranno ripubblicate le Lettere di San Paolo in lingua turca, con l’intento di svolgere uno studio approfondito utile ai cristiani ed ai cattolici in particolare. 

Monsignor Padovese ha poi rivelato l’intenzione di pubblicare un piccolo Catechismo paolino, che illustri come san Paolo affrontava i vari temi dell’identità cristiana. 

Sono già molte le richieste dalla Francia, dalla Germania, dall’Italia, di pellegrinaggi nei luoghi paolini e cioè Antiochia, Tarso, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, la Galazia e Colossi. A questo proposito, il Vicario apostolico si è detto convinto che ci sarà un flusso continuo di pellegrini. 

Dal punto di vista archeologico e storico, monsignor Padovese ha affermato che nel corso degli anni “il cristianesimo è stato cancellato tantissimo”, ma se si gratta sotto la superficie “si può trovare ancora molto della presenza cristiana”. 

“Nelle grandi città – ha fatto notare il Presidente della CET – tante chiese sono state perse e tante altre trasformate in moschee”. A Tarso per esempio “c’era una bellissima chiesa a pianta basilicale che attualmente è una moschea”. 

“Ma in periferia tracce del cristianesimo sono ancora visibili”, ha sottolineato il presule. “Ad Antiochia di Pisidia per esempio è stata ritrovata una chiesa dedicata a san Paolo, dove l’Apostolo fece il discorso sulla missionarietà”. 

Ad Efeso una archeologa austriaca ha messo in luce una grotta con dei graffiti e affreschi che ricordano il ciclo degli atti apocrifi di Paolo e Tecla. 

“D’altro canto – ha ricordato monsignor Padovese – è in Turchia dove san Paolo ha svolto prevalentemente il suo apostolato. Gli studiosi sostengono che su 10.000 miglia che Paolo avrebbe percorso, buona parte li ha percorsi in Turchia. E basterebbe prendere in mano gli Atti degli Apostoli per rendersi conto di quanto Paolo ha vissuto e percorso le terre dell’attuale Turchia”. 

Tra le tante iniziative, il Vicario apostolico dell’Anatolia ha menzionato anche l’idea di organizzare un pellegrinaggio internazionale per giovani a Tarso e Antiochia e il Pellegrinaggio nazionale dei cattolici di Turchia nel mese di ottobre. 

STUDI SU SAN PAOLO: COME LEGGERE LA LETTERA AI ROMANI

dal sito:

http://www.paroledivita.it/upload/2006/articolo1_4.asp

COME LEGGERE LA LETTERA AI ROMANI  di  Romano Penna 

(docente di studi paolini alla Pontificia Università Lateranense) 

C’è un doppio, fondamentale consiglio da dare a chi si accinge alla lettura di questo scritto: prepararsi a qualcosa di impegnativo e poi non scoraggiarsi! Se questo vale in generale per tutte le lettere di Paolo, tanto più è vero per questa lettera in particolare. Ma una cosa è certa: la pazienza sarà abbondantemente premiata, perché ci si accorgerà che ne valeva davvero la pena. Infatti, siamo davanti allo scritto più importante dell’Apostolo, quello in cui egli impegna maggiormente se stesso nell’interpretazione di ciò che significa l’evangelo per l’uomo, per ogni uomo. 

D’altronde, la lettera ai Romani ha avuto nella storia della Chiesa e della teologia cristiana un influsso non minore di quello che hanno avuto, poniamo, Platone o Aristotele sulla filosofia occidentale. Quindi, chi non si stancherà di misurarsi con l’argomentazione qui dispiegata da Paolo meriterà la promessa che leggiamo nell’Apocalisse: «Al vincitore che persevera fino alla fine… darò autorità sopra le nazioni» (Ap 2,26); oppure, il che è lo stesso, verificherà di persona quanto siano vere le parole di Lutero nel suo commento: «Fu come se per me si aprissero le porte del paradiso»; o ancora, se la cosa non appare troppo banale, ci si accorgerà quanto abbia un reale riscontro concreto, almeno in questo caso, il motto dello spot pubblicitario «Gratta e Vinci!». 

Le circostanze della composizione 

Se la lettera ai Romani è importante per noi, bisogna dire che prima lo è stata già per Paolo stesso. Infatti, quando egli la scrive si trova in un momento significativo e delicato della sua biografia apostolica. È ormai verso la fine del suo terzo viaggio missionario e sta soggiornando a Corinto (probabilmente al termine dell’anno 54 o all’inizio del 55), appena a un quarto di secolo dopo la morte di Gesù e dopo aver scritto già un certo blocco di lettere, cioè: almeno una ai cristiani di Tessalonica, due a quelli di Corinto, una a quelli di Filippi, una a Filemone (un cristiano della città di Colosse, nell’entroterra di Efeso), e una ai cristiani della Galazia. 

Soprattutto ciò che si verificò nelle Chiese di quest’ultima regione aveva rappresentato per lui un’esperienza drammatica: l’infiltrazione di alcuni predicatori cristiani ma giudaizzanti aveva rischiato di imporre ai Galati un’ermeneutica dell’evangelo assai diversa, se non contraria a quella da lui predicata. Essi infatti pretendevano di coniugare l’adesione a Cristo con la necessità di osservare la legge mosaica, sicché per essere giusti davanti a Dio non sarebbe bastata la fede ma si doveva contare anche sulle opere religiose e morali compiute dall’uomo. Nella lettera indirizzata appunto a quelle Chiese, Paolo aveva affrontato di petto la questione trattandola in termini molto forti, energici nei toni e radicali nella sostanza. Egli vi aveva difeso a spada tratta «la verità dell’evangelo» (Gal 2,14), cioè la libertà del cristiano da ogni vincolo esterno che non sia la pura grazia di Dio manifestatasi in Gesù Cristo e accolta con nient’altro che non sia la fede. 

Inoltre, quando scrive ai romani, Paolo si trova di fronte a un’altra sfida, che questa volta egli fa a se stesso. Le regioni e le città fino ad allora interessate dalla sua attività evangelizzatrice, tenendo conto anche del racconto fattoci da Luca negli Atti, erano state davvero molte: in Siria, la città di Antiochia; a Cipro, quelle di Salamina e Pafo; in Anatolia, alcune città delle zone centro-meridionali della Panfilia (Perge), della Pisidia (Antiochia, Iconio) e della Licaonia (Listra, Derbe), e in più la zona anatolica centro-settentrionale della Galazia; in Asia, la costa dell’Egeo (Efeso, Colosse); in Grecia, la Macedonia (Filippi, Tessalonica) e l’Acaia (Atene, Corinto). In ciascuna di queste località aveva suscitato delle Chiese, cioè dei gruppi (anche se piccoli) di credenti in Cristo provenienti sia dal giudaismo sia dal paganesimo. 

Detto all’ingrosso e con le sue parole, egli ha ormai predicato l’evangelo «da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria» (Rm 15,19), e a questo punto pensa di non avere più un sufficiente campo d’azione in quelle regioni (cf. Rm 15,23a). Da tempo egli coltivava già l’idea di recarsi finalmente a Roma (cf. Rm 1,13; 15,23b), capitale dell’impero; e poiché questa per un uomo dell’Oriente è comunque una città occidentale, Paolo progetta addirittura di spingersi fino all’estremo Occidente dell’area mediterranea, puntando verso la Spagna (cf. Rm 15,24.28). 

Sappiamo, dunque, che verso la metà degli anni ’50 Paolo non era ancora stato di persona a Roma; quindi la Chiesa romana in quanto tale non aveva ancora avuto contatti concreti con lui. Resta però il fatto che egli, non solo aveva notizia della fede dei romani (cf. Rm 1,8; 16,19a), ma in più doveva avere tra loro qualche punto d’appoggio, come risulta da almeno un paio di indizi: uno è l’interessante serie di ben 24 persone salutate per nome al termine dello scritto (cf. Rm 16,3-15: un lungo elenco non riscontrabile in nessun’altra lettera); un altro è l’accorata richiesta di un sostegno nella preghiera in vista del suo imminente viaggio verso Gerusalemme, dove egli prevede che le cose non sarebbero andate bene per lui (cf. Rm 15,30-32), come effettivamente avvenne (cf. At 21,17-39). 

Certo non sappiamo se la Chiesa di Roma da parte sua avesse il desiderio che egli vi si recasse a farle visita. Comunque, i cristiani della capitale dovevano non solo aver sentito parlare di lui, ma anche essere venuti a conoscenza di qualche sua tesi audace, come quella dell’assoluta preminenza della grazia di Dio nei confronti di ogni comportamento morale dell’uomo: mentre in alcuni ciò aveva suscitato un’adesione fin troppo entusiasta spinta fino al travisamento (cf. Rm 3,8), nella maggior parte dei romani aveva suscitato un’opposizione molto netta (cf. Rm 16,17-18). 

L’intento formale dello scritto 

In ogni caso, la nostra lettera secondo le intenzioni del mittente avrebbe dovuto fungere da auto-presentazione e da credenziale. L’estensione e il contenuto del testo epistolare pongono però un problema di rilievo. Infatti, sapendo che la lettera è composta di ben 7.100 parole[1][1], è inevitabile dedurne che non abbiamo a che fare con un elaborato qualsiasi. Se già il breve biglietto a Filemone (di sole 335 parole) coniuga il caso personale dello schiavo Onesimo con la questione più generale della schiavitù dal punto di vista cristiano, tanto più una lettera così ampia come la nostra non è assolutamente riducibile a questioni di basso profilo. 

In effetti, Paolo non ha scritto né soltanto per presentare la propria carta d’identità, né soltanto per rintuzzare eventuali accuse, né soltanto per raccomandarsi al supporto dei romani e tanto meno soltanto per condividere con loro un patrimonio ideale dato già per scontato. Nella lettera, infatti, i toni amichevoli si trovano solo nella sua cornice (cioè: all’inizio in Rm 1,1-14; e alla fine in Rm 15,14-16,27); d’altra parte, l’allocuzione diretta ai destinatari con il «voi» della seconda persona plurale, dagli effetti coinvolgenti, si trova raramente nel corpo del testo (cf. Rm 1,8-15; 6,1-7,6; 8,9-11.13; 11,13); è invece più frequente nei capitoli dedicati all’esortazione morale (Rm 12,1-15,13), di cui perciò intere sezioni molto importanti sono prive (cf. Rm 1,18-5,21; 7,7-8,8.14-39; quasi interamente i cc. 9-11); la stessa interpellazione diretta dei destinatari con l’appellativo di «fratelli», tenuto conto dell’estensione del discorso, è ancora più rara (cf. Rm 7,1; 10,1; 11,25; 12,1; 15,14; 16,17). 

Evidentemente Paolo ha intenzione di trattare delle questioni che vanno molto al di là della situazione propria dei suoi lettori immediati e che investono le componenti fondamentali dell’identità cristiana in quanto tale. La lettera perciò si avvicina al genere che oggi chiameremmo un saggio. È come se Paolo, al punto in cui si trova della sua vita, volesse – una volta per tutte – chiarire anche a se stesso che cosa significa in definitiva ciò che da anni andava annunciando in giro per il mondo: si tratta di spiegare non tanto il contenuto dell’evangelo, che è già chiaro per tutti (cioè: l’identità personale di Cristo come figlio di Dio e la sua morte-risurrezione per i nostri peccati), quanto piuttosto come vada concepito l’impatto antropologico di questo annuncio (cioè: che cosa significhi per l’uomo un evento del genere). 

Questo, finora, non lo aveva ancora fatto; o meglio, lo aveva fatto solo parzialmente nella lettera ai Galati. Ma là, come abbiamo accennato, il tono del discorso era molto polemico, motivato com’era sia dall’attacco frontale infertogli da alcuni intrusi giudaizzanti, sia dal fatto che i destinatari della lettera erano cristiani suscitati e quasi generati da lui (cf. Gal 4,19), il che gli permetteva di esprimersi con una certa libertà di linguaggio (cf. Gal 1,6; 3,1; 5,12). La nostra lettera, invece, è indirizzata a dei lettori che Paolo per lo più non conosce personalmente e con i quali perciò è – per così dire – obbligato a impiegare toni di maggiore urbanità e comunque pacati, pur senza rinunciare per nulla ai capisaldi del suo pensiero. 

È questo dato contingente, insieme alle circostanze accennate più sopra, che gli offre l’occasione di ripensare, ma anche lo induce a farlo, quale sia la portata dell’evangelo a proposito di ciò che esso stimola e produce nell’uomo. Non che egli offra una sistematizzazione del proprio pensiero. Paolo non era nato con la vocazione dello scrittore, e altrettanto egli non sa costruire la propria argomentazione sulla base della ferrea logica aristotelica, benché provenga dalla diaspora di lingua greca e non sia affatto digiuno delle regole che presiedono alla composizione di un discorso. 

Anche dopo l’evento della strada di Damasco, la sua matrice semitico-ebraica è rimasta intatta, e soprattutto è rimasto intatto il suo temperamento generoso e passionale, che lo portano all’accumulazione dei concetti, all’iperbole, all’antitesi, e persino all’anacoluto, con cui una frase viene interrotta per passare senza preavviso a un altro soggetto grammaticale (cf. Rm 2,18-20.21; 5,12; 8,3). D’altra parte, l’annuncio evangelico non è rinchiudibile negli schemi della logica umana; esso non è dimostrabile, ma semmai persuasibile, e ciò del resto è conforme all’antica arte retorica dei discorsi, che appunto tendeva non tanto a dimostrare quanto a convincere[2][2]; e ciò avviene servendosi di tecniche retorico-espositive particolari[3][3]

In effetti, si vede bene che il linguaggio di cui Paolo dispone dal L’intento formale dello scritto 

In ogni caso, la nostra lettera secondo le intenzioni del mittente avrebbe dovuto fungere da auto-presentazione e da credenziale. L’estensione e il contenuto del testo epistolare pongono però un problema di rilievo. Infatti, sapendo che la lettera è composta di ben 7.100 parole[4][1], è inevitabile dedurne che non abbiamo a che fare con un elaborato qualsiasi. Se già il breve biglietto a Filemone (di sole 335 parole) coniuga il caso personale dello schiavo Onesimo con la questione più generale della schiavitù dal punto di vista cristiano, tanto più una lettera così ampia come la nostra non è assolutamente riducibile a questioni di basso profilo. 

In effetti, Paolo non ha scritto né soltanto per presentare la propria carta d’identità, né soltanto per rintuzzare eventuali accuse, né soltanto per raccomandarsi al supporto dei romani e tanto meno soltanto per condividere con loro un patrimonio ideale dato già per scontato. Nella lettera, infatti, i toni amichevoli si trovano solo nella sua cornice (cioè: all’inizio in Rm 1,1-14; e alla fine in Rm 15,14-16,27); d’altra parte, l’allocuzione diretta ai destinatari con il «voi» della seconda persona plurale, dagli effetti coinvolgenti, si trova raramente nel corpo del testo (cf. Rm 1,8-15; 6,1-7,6; 8,9-11.13; 11,13); è invece più frequente nei capitoli dedicati all’esortazione morale (Rm 12,1-15,13), di cui perciò intere sezioni molto importanti sono prive (cf. Rm 1,18-5,21; 7,7-8,8.14-39; quasi interamente i cc. 9-11); la stessa interpellazione diretta dei destinatari con l’appellativo di «fratelli», tenuto conto dell’estensione del discorso, è ancora più rara (cf. Rm 7,1; 10,1; 11,25; 12,1; 15,14; 16,17). 

Evidentemente Paolo ha intenzione di trattare delle questioni che vanno molto al di là della situazione propria dei suoi lettori immediati e che investono le componenti fondamentali dell’identità cristiana in quanto tale. La lettera perciò si avvicina al genere che oggi chiameremmo un saggio. È come se Paolo, al punto in cui si trova della sua vita, volesse – una volta per tutte – chiarire anche a se stesso che cosa significa in definitiva ciò che da anni andava annunciando in giro per il mondo: si tratta di spiegare non tanto il contenuto dell’evangelo, che è già chiaro per tutti (cioè: l’identità personale di Cristo come figlio di Dio e la sua morte-risurrezione per i nostri peccati), quanto piuttosto come vada concepito l’impatto antropologico di questo annuncio (cioè: che cosa significhi per l’uomo un evento del genere). 

Questo, finora, non lo aveva ancora fatto; o meglio, lo aveva fatto solo parzialmente nella lettera ai Galati. Ma là, come abbiamo accennato, il tono del discorso era molto polemico, motivato com’era sia dall’attacco frontale infertogli da alcuni intrusi giudaizzanti, sia dal fatto che i destinatari della lettera erano cristiani suscitati e quasi generati da lui (cf. Gal 4,19), il che gli permetteva di esprimersi con una certa libertà di linguaggio (cf. Gal 1,6; 3,1; 5,12). La nostra lettera, invece, è indirizzata a dei lettori che Paolo per lo più non conosce personalmente e con i quali perciò è – per così dire – obbligato a impiegare toni di maggiore urbanità e comunque pacati, pur senza rinunciare per nulla ai capisaldi del suo pensiero. 

È questo dato contingente, insieme alle circostanze accennate più sopra, che gli offre l’occasione di ripensare, ma anche lo induce a farlo, quale sia la portata dell’evangelo a proposito di ciò che esso stimola e produce nell’uomo. Non che egli offra una sistematizzazione del proprio pensiero. Paolo non era nato con la vocazione dello scrittore, e altrettanto egli non sa costruire la propria argomentazione sulla base della ferrea logica aristotelica, benché provenga dalla diaspora di lingua greca e non sia affatto digiuno delle regole che presiedono alla composizione di un discorso. 

Anche dopo l’evento della strada di Damasco, la sua matrice semitico-ebraica è rimasta intatta, e soprattutto è rimasto intatto il suo temperamento generoso e passionale, che lo portano all’accumulazione dei concetti, all’iperbole, all’antitesi, e persino all’anacoluto, con cui una frase viene interrotta per passare senza preavviso a un altro soggetto grammaticale (cf. Rm 2,18-20.21; 5,12; 8,3). D’altra parte, l’annuncio evangelico non è rinchiudibile negli schemi della logica umana; esso non è dimostrabile, ma semmai persuasibile, e ciò del resto è conforme all’antica arte retorica dei discorsi, che appunto tendeva non tanto a dimostrare quanto a convincere[5][2]; e ciò avviene servendosi di tecniche retorico-espositive particolari[6][3]

In effetti, si vede bene che il linguaggio di cui Paolo dispone dal punto di vista lessicale e sintattico non è sufficiente a contenere il messaggio che deve trasmettere, e, viceversa, si percepisce altrettanto bene che in ultima analisi l’annuncio evangelico e la riflessione su di esso eccedono enormemente le possibilità di quel che è possibile dirne. C’è una sfasatura tra la parola e il concetto e, se si eccettua il codice linguistico proprio dell’Apocalisse di Giovanni, solo Paolo (o almeno Paolo più di altri) all’interno delle origini cristiane dimostra quanto sproporzionato sia il rapporto tra il messaggio e il linguaggio. Il pensiero deborda lo scritto, il quale non è un argine bastevole per incanalarne la forza straripante. 

Il fatto è che Paolo non espone le cose didatticamente, come potrebbe fare un freddo cattedratico, che separa la propria scienza dalla propria umanità. È ben diverso dire che due più due fanno quattro e dire che in Gesù Cristo Dio ha amato tutti gli uomini, me compreso, fino a definirlo un «Dio per noi» (Rm 8,31). Ecco, Paolo è coinvolto in ciò che dice e scrive, perché ne va della vita e del senso che ad essa può derivarne dall’evangelo, sicché in gioco non c’è solo una visione oggettiva delle cose, ma una profonda compromissione soggettiva ed esistenziale. 

punto di vista lessicale e sintattico non è sufficiente a contenere il messaggio che deve trasmettere, e, viceversa, si percepisce altrettanto bene che in ultima analisi l’annuncio evangelico e la riflessione su di esso eccedono enormemente le possibilità di quel che è possibile dirne. C’è una sfasatura tra la parola e il concetto e, se si eccettua il codice linguistico proprio dell’Apocalisse di Giovanni, solo Paolo (o almeno Paolo più di altri) all’interno delle origini cristiane dimostra quanto sproporzionato sia il rapporto tra il messaggio e il linguaggio. Il pensiero deborda lo scritto, il quale non è un argine bastevole per incanalarne la forza straripante. 

Il fatto è che Paolo non espone le cose didatticamente, come potrebbe fare un freddo cattedratico, che separa la propria scienza dalla propria umanità. È ben diverso dire che due più due fanno quattro e dire che in Gesù Cristo Dio ha amato tutti gli uomini, me compreso, fino a definirlo un «Dio per noi» (Rm 8,31). Ecco, Paolo è coinvolto in ciò che dice e scrive, perché ne va della vita e del senso che ad essa può derivarne dall’evangelo, sicché in gioco non c’è solo una visione oggettiva delle cose, ma una profonda compromissione soggettiva ed esistenziale. 

L’effettiva posta in gioco 

Prima di incontrare personalmente i cristiani di Roma, dunque, Paolo espone loro il proprio pensiero sulla natura e sulle implicanze dell’evangelo, così che essi sappiano bene che cosa pensa colui del quale avrebbero dovuto poi fare la conoscenza. L’Apostolo però sa che a Roma la fede cristiana è vissuta secondo un’interpretazione che non è la sua. 

Ciò sarà significativamente confermato nel sec. IV dal primo commentatore romano della lettera paolina, noto sotto lo pseudonimo di Ambrosiaster (vissuto al tempo di papa Damaso, 366-384): 

I romani… pur non vedendo né segni né miracoli né alcuno degli apostoli, avevano accolto la fede in Cristo sebbene in un senso falsato: infatti non avevano sentito annunciare il mistero della croce di Cristo… L’Apostolo impiega tutte le sue energie per toglierli dalla legge, perché «la legge e i profeti vanno fino a Giovanni», e per fissarli nella sola fede in Cristo (in sola fide Christi), e quasi contro la legge difende il vangelo, non distruggendo la legge, ma anteponendo il cristianesimo (Prologo al suo commento). 

Come si vede da questa testimonianza, che esprime l’autocoscienza propria della stessa Chiesa romana, sono in gioco i grandi concetti di legge e di fede, tra i quali la croce di Cristo fa da relais e nello stesso tempo da spartiacque. I cristiani di Roma, infatti, erano in realtà pressoché tutti giudeo-cristiani, cioè facevano coesistere l’adesione a Cristo con l’osservanza della Torà, sicché la morte di Cristo poteva significare al massimo l’abolizione dei sacrifici templari (cf. Rm 3,25) ma non l’accantonamento dei vari precetti legali (classificati successivamente dai rabbini in numero di 613)[7][4]

Da parte sua, invece, Paolo distingue nettamente i due termini: come accennato, egli aveva già fatto questa operazione nella lettera ai Galati, ma ora riprende quella tematica e la sviluppa più ampiamente. Perciò è assolutamente importante rendersi conto di come proceda l’esposizione del suo pensiero e come esso vada a strutturare il quadro generale della lettera e segnatamente il suo corpo centrale (cioè Rm 1,16-15,13)[8][5]

L’articolazione della lettera 

La prima, fondamentale osservazione riguarda l’organizzazione bipartita dell’intera argomentazione. L’indizio più importante del passaggio da una parte espositiva a un’altra è l’uso del verbo «esortare» in Rm 12,1, mai impiegato nelle pagine precedenti: con esso Paolo passa decisamente a un discorso di genere morale, cioè alla richiesta di una condotta etica che viene dettagliata fino a Rm 15,13 con ammonimenti vari, di carattere sia generale (incentrati comunque tutti sulla necessità dell’agàpe/amore vicendevole) sia particolari (come il rapporto all’esterno con le autorità politiche [Rm 13,1-7] e all’interno con coloro che, essendo deboli nella fede, praticano astinenze da cibi e bevande [Rm 14,1-15,13]). 

A questo indizio se ne aggiunge un altro complementare, quello della dossologia con cui si conclude la sezione precedente in Rm 11,33-36: abbiamo qui una sorta di inno, che canta l’insondabilità della sapienza di Dio e che per le sue movenze celebrative rappresenta l’apice di quanto esposto prima. Perciò l’ultima sezione epistolare, che si apre con uno stacco ben marcato (Rm 12,1: «Vi esorto, dunque, fratelli»), si presenta come una deduzione di comportamenti vissuti da intendersi come conseguenza di tutto ciò che l’Apostolo ha precedentemente esposto da Rm 1,16 fino a Rm 11,36. Ciò che appare sorprendente è il patente sbilanciamento quantitativo tra le due parti: ai 71 versetti di quest’ultimo segmento epistolare si oppongono i ben 300 del segmento precedente! 

Se dunque la lettera si divide in due parti, risulta evidente che la prima è la più importante, poiché è qui che si trovano i princìpi e le basi della condotta cristiana. Appare quindi chiaro che a Paolo interessa di più (e non solo prima) fare un discorso sui fondamenti che non sulle sue sovrastrutture, sulle radici che non sull’albero, sull’essere che non sull’agire, in una parola sulle componenti pre-morali della condotta cristiana. Ecco, la lettera ai Romani ci insegna proprio questo: a non anteporre il dover fare al dover essere. Paolo sa che, se si chiariscono bene gli elementi portanti, allora la vita cristiana crescerà da sola producendo naturalmente frutti omogenei alle sue premesse costitutive. 

Ebbene, detto in breve, la sezione Rm 1,16-11,36 si può strutturare nel modo seguente. 

Tutto si apre con un’enunciazione di principio, che definisce l’annuncio cristiano nei suoi elementi formali (Rm 1,16-17). 

Seguono tre ampie sotto-sezioni, che ricamano su questo tema e trattano rispettivamente: 

a) della situazione di tutti gli uomini, giudei e gentili, accomunati davanti a Dio sia nel peccato (Rm 1,18-3,20) sia nella giustificazione per fede (Rm 3,21-5,21); 

b) della nuova esistenza dei battezzati in Cristo e nello Spirito; qui alle categorie giuridiche della sezione precedente (giustizia, assoluzione) subentrano altre di tipo mistico (comunione, filiazione): Rm 6,1-8,39;  c) dell’incredulità di Israele di fronte all’evangelo e della persistente fedeltà di Dio alla propria promessa di salvezza: Rm 9,1-11,36. 

Come si vede, il quadro è ampio e ricco. Non resta che immergervisi, sapendo che limitarsi a guardarlo ne pregiudica l’esatta comprensione, poiché ciascuno di noi ne fa comunque parte integrante. 

————————————- 

[9][1] Negli epistolari antichi, solo la lettera settima di Platone è più estesa della nostra (con ca. 8.000 parole), mentre la più lunga tra quelle di Seneca a Lucilio (la n° 95) non arriva a 5.000 parole; cf. in merito R. Penna, «La questione della dispositio rhetorica nella lettera di Paolo ai Romani: confronto con la lettera 7 di Platone e la lettera 95 di Seneca», in Biblica 84 (2003) 61-88. 

[10][2] Questi sono già i termini esplicitamente impiegati da Platone nella sua definizione (cf. Gorgia). 

[11][3] Cf. R. Penna, Lettera ai Romani - I. Rm 1-5. Introduzione, versione, commento, EDB, Bologna 2004, 39-43, 60-65. 

[12][4] Cf., per esempio, il Talmud babilonese, Makkôt 24a. 

[13][5] A questo proposito tralasciamo di mettere in evidenza le sezioni cosiddette «di cornice» della lettera, cioè: il prescritto o protocollo (Rm 1,1-7), a cui corrispondono, al termine, come escatocollo, i saluti finali (Rm 16,1-27); e il ringraziamento post-protocollare (Rm 1,8-15), a cui corrisponde, al termine, una sezione di tono altrettanto colloquiale (Rm 15,14-32).

Mons. Gianfranco Ravasi: I tre ineffabili (Rm 8)

dal sito: 

http://www.novena.it/ravasi/ravasi.htm

MONS. GIANFRANCO RAVASI I TRE INEFFABILI – (Romani capitolo 8)

Questo nostro viaggio nella lettera ai Romani, lo scritto più celebre di Paolo, intrapreso già da alcune settimane, sosta ora in una pagina di grande bellezza, il capitolo 8. Esso affascina soprattutto per la sua visione cosmica della salvezza.
Il gesuita scienziato e filosofo Pierre Teilhard de Chardin (1888-1955) nel suo Inno all’universo cantava sulla scia dell’Apostolo: «Immergiti nella materia, figlio della terra, bagnati nelle sue falde ardenti perché essa è la sorgente e la giovinezza della tua vita e anche in lei risuona il gemito dello Spirito».
Ebbene, è proprio attraverso l’immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente che Paolo compone una specie di parabola della redenzione: essa non coinvolge solo l’umanità ma tutto il creato. Tre sono i gemiti che s’intrecciano. C’è innanzitutto quello della natura intera che «a capo eretto attende da lontano la rivelazione dei figli di Dio» (8,19): «tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto» (8,22).
C’è, poi, il gemito dell’uomo che anela alla salvezza piena: « La creazione non è sola ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito gemiamo interiormente attendendo da lontano l’adozione a figli di Dio» (8,23). C’è, infine, lo stesso gemito dello Spirito divino che vuole condurre a pienezza la redenzione:
«Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza… intercedendo per noi con gemiti ineffabili» (8,26). Questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l’essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato così da essere « nuova creatura ».
È quel destino ultimo glorioso che il cristianesimo chiama « risurrezione » , di cui la Pasqua di Cristo è anticipazione e «caparra » o « primizia», per usare espressioni paoline. L’apostolo Paolo descriveva così ai Corinzi questa meta che ci attende: «Ciò che semini non prende vita se prima non muore. Quello che semini non è il corpo che nascerà ma un semplice chicco… Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile, si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge potente, si semina un corpo animale e risorge un corpo animato dallo Spirito» (1 Corinzi15, 36-37.42-44).
Ebbene, questa grandiosa vicenda di salvezza e di rinascita che coinvolge noi e il creato fa parte di un progetto divino che Paolo descrive proprio nel capitolo 8 con una cascata di verbi posti in successione.
Essi riguardano il nostro destino glorioso che è già prefigurato nel disegno eterno della mente di Dio. Leggiamo, perciò, con attenzione questi verbi che scandiscono le tappe della nostra chiamata alla fede e alla gloria: « Quelli che Dio ha pre-conosciuto li ha anche pre-destinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia primogenito tra molti fratelli; quelli che ha pre-destinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (8,29-30).

CULTO SINAGOGALE E « LITURGIA CRISTIANA »: Ebraismo e spiritualità cristiana

dal sito: 

ancora un testo molto importante dal sito dell’Amicizia abraico-cristiana; 

anche la Sofia Cavalletti è stata mia insegnante, ma avevo 16 anni, tanti anni fa, poi l’ho persa di vista ed ora ritrovo diversi studi fatti dal lei: 

http://www.nostreradici.it/sinag-liturgia-Parola.htm

CULTO SINAGOGALE E « LITURGIA CRISTIANA » 

Sofia Cavalletti 

Ebraismo e spiritualità cristiana


Il testo seguente è tratto dal volume: Sofia Cavalletti, «Ebraismo e spiritualità cristiana», Roma, Editrice STUDIUM, 1966
 

Sinagoghe e basiliche 

Il capitolo delle relazioni tra arte cristiana e arte ebraica non è ancora stato scritto, ma è un fatto che se accostiamo una pianta di un’antica basilica cristiana e quella di una sinagoga a forma basilicale, difficilmente individueremo a prima vista quale sia l’edificio cristiano e quale quello ebraico (1).

Gli studiosi hanno proposto varie teorie per spiegare l’origine della basilica cristiana; fra esse la più diffusa è quella che la fa risalire alla basilica pagana. Teoria questa certamente veneranda, risalendo essa a Leon Battista Alberti ( + 1472); ma chi la accetta adesso tiene scarsamente conto del tempo passato da allora e delle nuove conoscenze acquisite. Il primo studio sistematico sulle antiche sinagoghe è legato ai nomi degli illustri archeologi Kohl e Watzinger e risale al 1916; il rinnovato interesse che essi hanno suscitato su questo argomento non dovrebbe mancare di riproporre agli studiosi il problema dell’origine della basilica cristiana, tanto più che nessuna delle teorie proposte al riguardo risulta del tutto convincente. Nella basilica pagana per esempio manca l’atrio che è un elemento costante in quella cristiana, e lo stesso può dirsi del transetto.

 I punti di contatto tra basilica cristiana e sinagoga basilicale non possono non colpire. Nell’una e nell’altra troviamo l’atrio, per lo più porticato, nel quale si distingue il lato aderente all’aula (nartece); al centro vediamo il cantharus, che, anche nelle sinagoghe, poteva talvolta essere sormontato da un’edicola – come risulta da un’iscrizione della sinagoga di Naarah vicino a Gerico – non differentemente quindi da quanto avverrà ad es. nell’antica basilica costantiniana di S. Pietro, dove il famoso cantharus a forma di pigna era sormontato da un’edicola, sostenuta da otto colonne di porfido. L’aula sinagogale era anch’essa per lo più divisa in tre navate, mentre qualcosa che può assomigliare al transetto sorto quei mosaici trasversali, che si trovano in alcune antiche sinagoghe e che con i loro motivi indicano che si attribuiva a quello spazio un particolare carattere sacro; vi si trova infatti spesso la raffigurazione del Tempio, o dell’Arca santa sormontata dalla lampada perenne, e dei principali sacra giudaici: il candelabro a sette braccia, la tromba o corno di montone (shofar), che serviva a radunare le tribù d’Israele quando, durante l’esodo, l’accampamento si metteva in marcia, e tuttora in uso nel culto ebraico; i rami di palma e il cedro (lulav e ethrog), che sono un elemento cultuale della festa autunnale, ecc… 

 C’è tuttavia un punto in cui chiese e sinagoghe a struttura basilicale sembrano differenziarsi, e cioè l’abside, che si trova già nell’architettura cristiana più antica e che vediamo comparire solo più tardi nelle sinagoghe. Tuttavia una piccola abside è già presente al centro della parete di fondo nella famosa sinagoga di Dura Europos, che secondo un’iscrizione rinvenuta sulle tegole dell’edificio, non può essere posteriore all’anno 244-45. Bisogna tenere presente anche il fatto che, con qualche rarissima eccezione, in tutte le sinagoghe rinvenute finora l’altezza delle mura rimaste è molto limitata, e, siccome nella sinagoga di Eshtemoa, nella Giudea meridionale, è stata trovata un absidiola a circa due metri dal suolo, si può pensare anche che almeno una nicchia fosse un elemento costante anche delle sinagoghe, e che non ce n’è rimasta traccia a causa delle distruzioni apportate dal tempo.
Un elemento di dettaglio che si ritrova sia nelle chiese che nelle sinagoghe è inoltre quello che nel Vangelo è chiamato « la cattedra di Mosè », e di cui si sono trovati esemplari p. es. nella sinagoga di Khorozain, nell’alta Galilea. Non sappiamo a chi spettasse sedervi – se al capo della sinagoga o a chi faceva la lettura – ma era certamente riservato a persona eminente nella comunità, cosi che ci induce a un raffronto con la cattedra, che si trova in fondo all’abside delle nostre antiche basiliche, e dalla quale il vescovo esercitava la sua funzione di « episcopo », cioè di sorvegliante della sua comunità e di maestro del suo popolo.

C’è infine anche chi vede una relazione tra il luogo elevato in cui si poneva in alcune sinagoghe chi faceva la lettura, e che veniva detto bemah, e gli amboni, cioè quei pulpiti che si trovano nelle basiliche per lo più in numero di due, dai quali veniva proclamata la parola della Scrittura. 

Il culto nell’ atrio    

       
I punti di contatto di carattere architettonico, che legano la chiesa e la sinagoga non possono mancare di imporsi alla nostra attenzione. Ma, a nostro avviso, questi elementi puramente esteriori non sono altro che il riflesso di un’assomiglianza più profonda e che va ricercata oltre la struttura architettonica, nello spirito che informa il culto in ambedue. Chi sostiene la teoria della dipendenza della basilica cristiana da quella pagana sottolinea il fatto che in quest’ultima si rendeva giustizia e che ciò le conferiva una dignità particolare; dignità che non va certo sottovalutata, ma che non c’impedisce tuttavia di domandarci quale nesso diretto esista tra l’amministrazione della giustizia e il culto di Dio. Ne bisogna d’altra parte dimenticare che nella basilica pagana si teneva anche mercato e vi si svolgevano gli affari di borsa, elementi questi che non presentano certo nessun legame con il culto cristiano, ne con qualsiasi altro culto.

La profonda disparità di spirito che divideva la basilica cristiana da quella pagana, unita alle differenze architettoniche a cui abbiamo accennato, rende – a nostro avviso – dubbia la teoria della dipendenza dell’una dall’altra. Se consideriamo invece che il culto sinagogale consiste – come abbiamo accennato nel capitolo precedente – essenzialmente nell’annuncio della Parola di Dio, e che nel culto cristiano la prima parte della Messa è chiamata « Liturgia della Parola », il nesso ideologico che unisce tra loro la chiesa e sinagoga ci si presenta chiaro, pur tenendo presente che in una la salvezza è sperata nel futuro, nell’altra è annunciata in atto.

Possiamo inoltre vedere nella prassi liturgica il riflesso dell’assomiglianza ideologica. Quando vigeva nella Chiesa la penitenza pubblica, alcune categorie di penitenti erano obbligati a fermarsi « in vestibulo » senza varcare le soglie della chiesa, vestiti di sacco e con il capo cosparso di cenere. Ma anche l’atrio della sinagoga era riservato a un uso simile, anche se la Sinagoga non ha conosciuto una prassi simile a quella della penitenza pubblica della Chiesa primitiva. Sappiamo da un antichissimo testo ebraico che nell’atrio si svolgevano alcuni riti a carattere penitenziale: nei giorni di digiuno si portava l’Arca delle Bibbie fuori dell’aula, cioè nell’atrio, e la si cospargeva di cenere; anche i presenti, cominciando dai più autorevoli, si cospargevano di cenere e ascoltavano le parole di un anziano che esortava a penitenza, con una predica di cui è ancora conservato il testo: «Fratelli nostri, a proposito degli uomini di Ninive, non è detto: il Signore vide le loro vesti penitenziali di sacco e i loro digiuni, ma: ‘Vide il Signore le loro opere, perché si erano ritratti dalla loro cattiva condotta’; e nella tradizione (profetica) si dice: ‘Lacerate i vostri cuori e non le vostre vesti’ » (2).

Chi fosse entrato nell’atrio di una sinagoga o di una chiesa avrebbe visto quindi in ambedue una folla che invocava da Dio il perdono dei suoi peccati, nello stesso atteggiamento penitenziale: fuori del luogo di culto vero e proprio, per esprimere la propria indegnità di avvicinarsi a Dio, vestiti di sacco e con la cenere in capo, in segno del dolore causato dalla coscienza di tale indegnità. Abbiamo quindi lo stesso luogo, adoperato per lo stesso scopo. Forse a chi fosse entrato nell’atrio di una sinagoga o di una chiesa sarebbe successo di restare perplesso, domandandosi sul primo momento se si trovava in ambiente ebraico o cristiano.

Aggiungiamo ancora che anche oggi i cristiani, all’inizio della quaresima (mercoledì delle Ceneri), che è considerato il periodo di penitenza di tutta la comunità, vengono ammoniti con le stesse parole di Gioele profeta, che venivano rivolte agli ebrei: « Lacerate i vostri cuori e non le vostre vesti », mentre la benedizione di quelle ceneri che vengono imposte a ogni fedele il primo giorno di quaresima è accompagnata da una preghiera, in cui si ricorda la penitenza esemplare dei Niniviti, che meritò loro il perdono di Dio.

Il culto nella « aula »     

    
In quanto al culto che si svolge nella basilica vera e propria, è indubbio che il fulcro di quello cristiano è costituito dal Sacrificio, mentre il centro di quello ebraico va cercato nella proclamazione della Parola di Dio; ma è anche vero che il Sacrificio, che realizza la salvezza, è preceduto, nella liturgia cristiana, dall’annuncio di essa. Basterebbe questo per stabilire tra culto sinagogale e culto cristiano un nesso ideologico di fondo, al quale abbiamo già accennato; ma possiamo andare oltre e constatare anche la presenza di assomiglianze su punti di dettaglio. Se mettiamo a confronto lo schema del culto sabatico della Sinagoga con gli elementi dell’antico culto cristiano della Parola, così come possiamo raccoglierli nei testi più antichi, non possiamo non notare un’evidente assomiglianza di struttura, tale da indurre i liturgisti ad ammettere « una vera e propria continuità di culto, intenzionalmente ammessa dai primi fedeli »
(3).

Giustino martire, nella I Apologia, ci ha lasciato una descrizione della Messa, che è la più antica della storia liturgica. In essa ritroviamo, per quel che riguarda la parte introduttiva, quasi tutti gli elementi che costituiscono il culto sinagogale, anche se non con lo stesso ordine. Giustino comincia col dire che nel « giorno del sole » tutti i fedeli si radunano insieme, venendo dalle città o dalle campagne. « Allora – egli prosegue – si leggono le memorie degli Apostoli e gli scritti dei Profeti, finché c’è tempo. Poi, quando il lettore ha finito, colui che presiede prende la parola, per ammonire i presenti ed esortarli ad imitare le belle lezioni udite. Quindi ci leviamo tutti in piedi e innalziamo preghiere » (I, 67). Segue poi la descrizione dell’Eucarestia, che si conclude con una colletta per i poveri.

In questa descrizione manca la professione di fede (shemà) che fa parte del culto sinagogale, e la benedizione sacerdotale che lo chiude; ma possiamo dire di ritrovarvi tutti gli altri elementi di esso. Le « preghiere » a cui allude Giustino sono quelle che ancor oggi chiamiamo « preghiera dei fedeli » e che chiudono la Liturgia della Parola, presentando a Dio i bisogni della Chiesa e di tutti gli uomini. Esse trovano riscontro nelle « Diciotto Benedizioni » della Sinagoga, preghiera quanto mai veneranda in Israele, e le cui origini, almeno per quel che riguarda la parte più antica, risalgono tanto addietro da perdersi in tradizioni più o meno leggendarie, tanto che il Talmud parla di profeti che l’avrebbero composta insieme a 120 anziani. Essa si divide in tre parti: la prima ha carattere di lode, l’ultima ha carattere di ringraziamento; la parte centrale che qui più c’interessa, è quella che subisce maggiori cambiamenti secondo le feste, perché contiene appunto preghiere di domanda, che variano secondo le occasioni; essa ha quindi carattere impetratorio come «la preghiera dei fedeli ».

È assai probabile che quelle che Giustino chiama genericamente « preghiere » comprendessero anche dei salmi, e una scelta di salmi veniva anche recitata nella Sinagoga prima della lettura della Scrittura. Sia nella Sinagoga che nella Chiesa la lettura era seguita da un sermone, e infine la liturgia si conchiudeva sia nell’una che nell’altra con una colletta per i poveri.

In base ai dati forniti da Giustino, potremmo quindi tracciare il seguente schema: 

Culto sinagogale   Liturgia della Parola 
Professione di fede.  ———— 
Preghiera delle «Diciotto Benedizioni»   Preghiere di intercessione  
Salmi   Salmi ( ? ) 
Letture (Legge e Profeti)   Letture (Legge, Profeti, Vangelo) 
Sermone  Sermone 
Benedizione sacerdotale.   ————– 
Colletta per i poveri   Colletta per i poveri (4)  

Ancora più grande apparirà l’assomiglianza delle due strutture cultuali, se si confronterà quella ebraica con quella cristiana più recente, in cui si risponde alla proclamazione della Parola di Dio con la professione di fede; si ritrova in questo caso nel culto cristiano un altro elemento giudaico che non compare nel testo di Giustino. 

I cristiani e il culto sinagogale        

Se consideriamo l’ assomiglianza che lega sinagoga e chiesa dal punto di vista architettonico, e culto sinagogale e culto cristiano della Parola, sia per quel che riguarda il fondo ideologico che gli stessi dettagli, non ci stupiremo davanti al fatto che cristiani battezzati prendessero parte alla liturgia sinagogale e non trovassero nella loro adesione al cristianesimo nessun impedimento che dovesse tenerli lontani da essa.

Un antichissimo testo ebraico (5) descrive infatti un uomo che si presenta in sinagoga per ufficiare, mettendo alcune condizioni riguardo al suo abbigliamento, condizioni che non devono essere accettate: 

« Chi dice: ‘lo non passerò davanti all’Arca (cioè: non ufficierò) in abiti colorati’, neanche in vesti bianche sia fatto ufficiare; (chi dice: ) ‘Con i sandali non passerò’, neanche scalzo sia fatto ufficiare. Chi rende il suo filatterio (della fronte) tondo: è un pericolo e non adempie il precetto. Chi lo mette sulla fronte o sulla palma della mano, questo è il modo di fare degli eretici. Se lo copre d’oro e lo mette sulla manica, questo è il modo di fare dei dissidenti ». Ci viene qui presentato qualcuno vestito di bianco e scalzo; inoltre si parla di una trasformazione apportata nel filatterio della testa, che lo può far assomigliare a una corona.

 Accostiamo a questo testo un passo di un inno battesimale di Efrem siro nel quale egli si rivolge ai neofiti, dicendo: « Splendono le vostre vesti, brillano le vostre corone, che oggi vi ha intessuto il Primogenito per mezzo del sacerdote » (XIII, 5).

La ricca simbologia battesimale riguardava anche l’abbigliamento del neofita; egli, risalito dalle acque rigeneratrici, non rivestiva la sua tunica abituale, ma indossava quella che ancor oggi si chiama « la veste candida », una veste cioè che anche esteriormente esprimesse lo splendore interiore, che il neofita aveva acquistato e di fronte al quale – dice Ambrogio – anche gli angeli restano ammirati. Come il battezzando si toglieva la tunica prima di entrare nelle acque battesimali, a significare la spogliazione dell’uomo vecchio, così si toglieva anche i sandali, che con i loro legacci, erano considerati simbolo dei legami del peccato. E come dopo non rivestiva il vecchio abito, ma la veste candida, così non rimetteva i suoi sandali, ma per tutta l’ottava battesimale, usava o non portare scarpe per niente o portarle non di cuoio, perché il cuoio, appartenuto ad animali morti, rappresentava un elemento di morte, disdicevole in chi era appena rinato alla vita eterna.

Inoltre la crismazione che seguiva il Battesimo faceva partecipare il battezzato al sacerdozio e alla regalità di Cristo, e l’eminente dignità acquistata veniva espressa attraverso l’uso di incoronare il neofita.
Il testo rabbinico sembra quindi offrire il ritratto di un neofita giudeo-cristiano, che nella stessa ottava battesimale, ancora ornato dei seghi anche esteriori della sua adesione a Cristo, si presenta in sinagoga e per prendere parte attiva al culto. Il testo è di un periodo in cui i cristiani erano già individuati come « eretici »; da qui la proibizione di ammetterli all’ufficiatura. Tuttavia la sola esistenza di una disposizione in merito dimostra che il caso non doveva essere infrequente.

Sarebbe interessante poter sapere se colui che era « eretico » agli occhi dei Rabbini, fosse tale anche per la Chiesa, o se invece ci sia stato un periodo in cui anche un fedele in piena regola non trovasse alcuna seria obiezione a una sua partecipazione al culto sinagogale.

Ci sono dei fatti che indurrebbero ad accettare la seconda possibilità. Abbiamo veduto come Gesù prendesse parte al culto sinagogale, e il suo esempio non è rimasto senza seguito, perché gli apostoli stessi, in Palestina e fuori, partecipano al culto sinagogale in forma attiva e, non diversamente da Gesù, trovano in esso l’occasione di predicare il messaggio cristiano. Si può discutere se Pietro e Giovanni che « salivano al Tempio all’ora della preghiera » andassero al Tempio vero e proprio o alla sinagoga che alcuni sostengono si trovasse sul Monte del Santuario; ma è certo che Paolo in numerose occasioni, durante i suoi viaggi apostolici, predica alla comunità raccolta nella sinagoga; ad Antiochia di Pisidia per es., Paolo accetta l’invito rivolto ai presenti di dire qualche esortazione, e, tracciata brevemente la storia della salvezza d’Israele, cominciando dalla vocazione dei patriarchi, arriva adire: « Fratelli miei, figli della stirpe di Abramo e quanti tra voi temono Dio, sappiate che la parola di questa salvezza è già venuta… E noi vi rechiamo la buona novella che la promessa fatta ai nostri padri, Dio l’ha adempiuta nei figli, in noi, risuscitando Gesù » (At. 13, 14ss.; cfr. 16, 13).

Come il grande Apostolo, altri cristiani avranno usato partecipare alla proclamazione della Parola di Dio insieme con gli ebrei nelle sinagoghe, cercando forse di portare tale proclamazione al suo punto finale: all’annuncio della salvezza realizzata nel Messia Gesù. E forse lo zelo dei neofiti rendeva più frequenti i casi di « eretici », che ancora con la loro veste battesimale – cercavano di prendere la parola per annunciare ai loro fratelli la « buona novella » dell’ avvenuta realizzazione delle promesse (6)

——————————–

 (1) La dipendenza della basilica cristiana dalla sinagoga è soste nuta da: BLAU, Early Christian Archeology from the Jewish point of  view, in « HUCA », 1926, 157 55.; GRABAR, Recherches sur les sour ces juives de l’art paléochrétien, in « Cahier Archéologique », 1960, p. 54 Ss.; cfr. anche « Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne », XV, 2,1825. 

(2) Taan., 2, 1.  

(3) M. RIGHETTI, Storia Liturgica, III, 62. 

(4) Cfr. RIGHETTI, I. c. 

(5) Megil., 4, 8; cfr. 24 h.; « Qual è la ragione per cui non può ufficiare? C’è la preoccupazione che tenda all’eresia ».                                                        

(6) Cfr. « Antonianum » 1962, 400-402 

I VIAGGI MISSIONARI DI SAN PAOLO – PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO

 I VIAGGI MISSIONARI DI SAN PAOLO - PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO dans Paolo - la sua vita, i viaggi missionari, il martirio 13_bible_actes_paul_apotre 

immagine dal sito:

http://www.artbible.net/2NT/Act0000_Portraits_Paul/index.htm

PRIMO VIAGGIO MISSIONARIO

sto elaborando il racconto dei viaggi missionari di San Paolo, per il momento utilizzo per una presentazione dei viaggi di San Paolo, il racconto fatto da un sito turco di viaggi, che elaboro un poco personalmente, questo scritto mi piace perché non è troppo lungo e non è troppo breve, poi si possono proporre degli approfondimenti, ma  separatamente, perlomeno mi sembra più chiaro il percorso  ed il senso dei viaggi missionari di San Paolo, poi, appunto, vorrei rileggere i viaggi attraverso studi di biblisti su San Paolo;

aggiungo ad ogni parte lo schema del viaggio tratto da un sito luterano (in inglese);

ALL ABOUT TURKEY – 

With tour guide Burak Sansal:

http://www.allaboutturkey.com/ita/paul.htm

E TESTO DALLA BIBBIA CEI;

DAL SITO DI VIAGGI: 

TESTO DELLA BIBBIA – TRADUZIONE (CEI)

il primo viaggio missionario si fa iniziare da quando Paolo e Barnaba, trovandosi ad Antiochia, mentre celebravano il culto al Signore, vennero chiamati dallo Spirito Santo per la missione di evangelizzazione (At 13,2);

Paolo, Barnaba e Giovanni Marco, subito, andarono a Seleucia e da qui verso l’isola di Cipro in nave. A Cipro predicarono a Salamina (Salamis) ed a Pafo (Paphos), A Pafo vi trovarono un tale, mago e falso profeta di nome BarJesus al seguito del proconsole Sergio Paolo, questi cercava di distogliere il proconsole dalla fede, allora Paolo, pieno di Spirito Santo, disse che sarebbe diventato cieco, questi piombò nell’oscurità, allora il proconsole, vedendo questo, si convertì;

Da Cipro, i tre fecero il viaggio di ritorno e visitarono Perge in Panfilia, dove Giovanni Marco si separò da loro e tornò a Gerusalemme. 

Paolo e Barnaba proseguirono verso Antiochia di Pisidia, dove tanti Ebrei e Gentili accolsero la parola di Dio e credettero dopo aver ascoltato la loro predicazione; Paolo e Barnaba annunziarono il vangelo nella sinagoga, ma i giudei furono pieni di gelosia e contraddicevano le affermazioni di San Paolo (13, 44-46), allora Paolo e Barnaba dichiararono con franchezza, dato che veniva respinta la parola di Dio annunziata, che si sarebbero rivolti ai pagani, quindi dopo aver scosso la polvere dai loro piedi andarono via. Giunti ad Iconio (Konya) entrarono nella sinagoga e vi parlarono in un modo che un gran numero di Giudei e di Greci divennero credenti, ma anche lì trovano l’ostilità dei giudei che istigavano i pagani contro Paolo e Barnaba con il proposito di lapidarli. Fuggiti si portarono a Listra, dove Paolo guarì uno storpio, avvenne però che, a causa di questo, gli abitanti pensarono che Paolo e Barnaba fossero degli dei pagani, Barnaba Zeus e Barnaba Hermes, e vollero offrirgli un sacrificio, tuttavia di due riuscirono a fermarli. Alcuni Giudei, però, arrivarono da Antiochia e da Iconio per organizzare gli abitanti contro gli Apostoli. Presero Paolo a sassate e lo trascinarono fuori città credendolo morto. Paolo, sopravvissuto a questo attacco, partì il giorno dopo insieme a Barnaba alla volta di Derbe; da qui ritornarono di nuovo a Listra, Iconio, Antiochia e Perge per rinforzare i credenti ed organizzare le chiese. Da Attalia (Antalya) navigarono ad Antiochia, dove riunirono la comunità cristiana per raccontargli le loro esperienze e dirgli come il Dio “ha aperto la porta di fede sui Gentili”.

DAGLI ATTI:

Missione di Saulo e Barnaba At 13, 1-5:    

C’erano nella comunità di Antiochia profeti e dottori: Barnaba, Simeone soprannominato Niger, Lucio di Cirène, Manaèn, compagno d`infanzia di Erode tetrarca, e Saulo. 2 Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: « Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati ». 3 Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e li accomiatarono.

A Cipro 13,4;

Essi dunque, inviati dallo Spirito Santo, discesero a Selèucia e di qui salparono verso Cipro. 5 Giunti a Salamina cominciarono ad annunziare la parola di Dio nelle sinagoghe dei Giudei, avendo con loro anche Giovanni come aiutante.

 Ad Antiochia di Pisidia 13,13-14; 

13 Salpati da Pafo, Paolo e i suoi compagni giunsero a Perge di Panfilia. Giovanni si separò da loro e ritornò a Gerusalemme. 14 Essi invece proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiochia di Pisidia ed entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, si sedettero.

ALTRI PASSI DAGLI ATTI:

Predicazione di Paolo davanti ai giudei Atti 13,16-42; 

Paolo e Barnaba si rivolgono ai pagani 13, 44-48; 

Evangelizzazione di Iconio 14, 1-7; 

Guarigione di un paralizzato: 14, 8-10; 

ad Iconio vogliono offrire sacrifici ai dei per la guarigione dello paralizzato: 14,11-13; 

arrivo dei Giudei e partenza di Paolo e Barnaba alla volta di Derbe: 14, 19-20; 

ritorno a Listra, Iconio ed Antiochia riunione della comunità cristiana: 14,22-23;

la bellissima: « Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione delle anno Paolino »

dal sito: 

http://www.fides.org/ita/documents/turchia-_lettera_dei_vescovi_anno_paolino.doc

Lettera della Conferenza Episcopale della Turchia in occasione dell’Anno Paolino 

2008 – 2009 

+ Mons. Luigi PADOVESE

Vicario Apostolico dell’Anatolia

Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Georges KHAZOUM

Vescovo Ausiliare degli Armeni Cattolici di Turchia

Vice Presidente della Conferenza Episcopale di Turchia

+ Mons. Hovhannes TCHOLAKIAN

Arcivescovo degli Armeni Cattolici di Turchia

+ Mons. Ruggero FRANCESCHINI

Arcivescovo e Metropolita di Izmir

+ Mons. Louis PELÂTRE

Vicario Apostolico di Istanbul e Ankara

+ Corepiscopo Mons. Yusuf SAĞ

Vicario Patriarcale dei Siriani Cattolici di Turchia

+ Mons. François YAKAN

Vicario Patriarcale dei Caldei di Turchia

 

Paolo, Testimone ed Apostolo dell’identitá Cristiana 

Cari fratelli e sorelle, 

            “grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo”. 

Vi salutiamo con questo augurio che l’apostolo Paolo rivolgeva ai cristiani della  Chiesa di Roma. 

            Come saprete, il  Santo Padre Benedetto XVI  ha annunciato che dal 28 giugno 2008  sino al 29 giugno 2009
la Chiesa cattolica celebrerà il bimillenario della nascita di San Paolo. 

            Questo evento riguarda  tutte le comunità cristiane, dal momento che Paolo è maestro per tutti i discepoli di Cristo, ma riguarda particolarmente noi viventi in Turchia, l’apostolo delle genti  è figlio di questa terra ed è in essa che egli ha svolto prevalentemente il suo ministero. Fu qui che egli percorse, in meno di trent’anni, la più parte delle 10000 miglia dei suoi viaggi.  Soprattutto qui sperimentò ostilità, pericoli mortali,  carcere, battiture, privazioni di ogni genere, pur di annunciare Gesù Cristo ed il suo vangelo. 

            Divenuto membro della Chiesa di Antiochia, partì da questa comunità per i suoi viaggi missionari percorrendo in lungo e in largo l’attuale Turchia:  Seleucia, Iconio, Listra, Derbe, Antiochia di Pisidia, Efeso, Mileto, Antalia, Perge, Troade sono soltanto alcuni nomi delle località dell’attuale Turchia nelle quali si recò quale testimone di Cristo. Ma sappiamo che molti altri luoghi della nostra terra hanno conosciuto il suo zelo di apostolo.  Là dove egli non arrivò personalmente giunsero però le sue lettere. La lettera ai cristiani della Galazia, quella agli Efesini, ai Colossesi, al cristiano Filemone di Colossi ci mettono al corrente di un’attività che non si limita all’annuncio orale, ma si estende all’esortazione scritta. Paolo fa di tutto e si fa veramente tutto a tutti (1Co 9,22)  purché  “Cristo sia annunciato” (Fil 1,18) Dalla città di Efeso, nella quale l’apostolo rimane per circa tre anni, egli compose la lettera ai Galati, ai Filippesi e la prima lettera ai Corinti. 

            Ma chi era questo “giudeo di Tarso di Cilicia” (At 21,39) che oggi ricordiamo come il grande ‘apostolo dei gentili’? Nacque a Tarso, presumibilmente tra il 7 e il 10 d.C., e nella città natale trascorse l’infanzia. Per proseguire la sua formazione fu inviato a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele che lo educò “secondo le più rigide norme della legge paterna” (At 22,3). Questa sua adesione alla legge ed alla tradizione ebraica lo oppose ben presto al primo gruppo cristiano che  prese a perseguitare (Gal 1,13-14). L’evangelista Luca ci racconta che era tra i più zelanti nel ricercare i cristiani provenienti dal giudaismo per metterli in carcere (At 9,1-3). Ancora da Luca apprendiamo che Paolo fu tra coloro che approvarono l’uccisione di Stefano (At 8,1). Tale era il suo odio per la prima comunità dei discepoli di Gesù! 

            Eppure, nei pressi di Damasco, un evento mutò radicalmente questo nemico dei cristiani in un amante appassionato di Cristo e della sua Chiesa. Cristo irrompe fulmineamente nella vita di  questo fanatico zelante della Legge e lo trasforma in apostolo del Vangelo. L’onestà  e la totale dedizione con la quale Paolo osservava
la Legge sino a perseguitare i cristiani, ora è messa in questione dall’incontro con Cristo che lo acceca per ridargli una nuova visione della realtà. Come scrisse Giovanni Crisostomo: “poiché vedeva male, Dio lo rese cieco a fin di bene…eppure non furono le tenebre ad accecarlo, ma fu un eccesso di luce che l’accecò” (Panegirico IV su Paolo  2) 

            A Damasco  Paolo avvertì che la scrupolosa osservanza della Legge non basta a salvare.
La Legge senza amore è come un corpo morto, tanto più se in nome di questa Legge, si arriva a perseguitare e uccidere chi non la osserva. 

            Questo episodio ci fa capire che è l’incontro con Cristo a salvare e non la sola scrupolosa osservanza dei comandamenti. Dinanzi ad una tendenza legalistica sempre presente che trasforma Dio in un idolo e il rapporto con Lui in un contratto senza adesione del cuore, Paolo con la sua esperienza di Damasco ci ripete ancor oggi: l’autore della tua salvezza è Cristo. E’ Lui  “il compimento della legge” (Rom 10,4). Pensare di costruirsi con le sole forze umane una propria santità è un fallimento. 

            Dopo Damasco la vita di Paolo segna un totale cambio di rotta. Battezzato ed istruito nella fede cristiana a Damasco dal cristiano Anania (At 9,10ss) egli si mise a predicare quanto aveva “visto ed udito” (At 22,15). E’ dunque l’esperienza del Cristo risorto che lo rende testimone, proprio come aveva reso testimoni gli apostoli (“venite e vedete”) e l’incredulo Tommaso (“guarda le mie mani, metti la tua mano nel mio costato…” (Gv 20,27). Per  la crescente ostilità dei suoi correligionari  dovette fuggire in Arabia (Gal 1,17). Ritornato a Damasco, Paolo si attirò le antipatie dello sceicco che governava e dei giudei ivi residenti, delusi delle sua trasformazione da fervente fariseo in missionario cristiano. La sua vita era ormai in costante pericolo, per questo alcuni amici lo calarono in un cesto dalle mura cittadine, dal momento che le porte della città erano sorvegliate (At 9,23-25). 

            E’ in questo tempo che egli si recò a Gerusalemme per incontrare gli apostoli, ma – come riferisce Luca – “tutti avevano paura di lui, non credendo ancora che fosse un discepolo” (At. 9,26). Fu  Barnaba a presentarlo agli apostoli  ed alla comunità, parlando loro della esperienza di Damasco. Rimasto per qualche tempo a Gerusalemme, Paolo continuò anche qui ad annunciare il Signore, ma il tentativo di ucciderlo messo in atto da parte di alcuni ebrei, lo costrinse a fuggire a Tarso (At 9,30). 

            Nella sua città natale rimase circa quattro anni, sino a quando, cioè, Barnaba venne a cercarlo per chiedere il suo aiuto nell’evangelizzazione di Antiochia (At 11,25). D’ora innanzi la comunità antiochena sarà per Paolo
la Chiesa di appartenenza. Infatti è da qui che egli parte la prima volta in missione con Barnaba (At 13,2-3) e vi fa ritorno (At 14,26-28); lo stesso avverrà per il suo secondo viaggio (At 15,36-40. 18,18-22) e da qui inizierà ancora il terzo (At 18,23). 

            Ad Antiochia  Paolo e Barnaba non avevano imposto la circocisione ai pagani convertiti, mentre alcuni giudeo cristiani venuti dalla Palestina ne sostenevano la necessità. La discussione che ne seguì originò il cosiddetto “concilio apostolico di Gerusalemme” (circa 49 d.C.) in cui si diede ragione a Paolo e a Barnaba, dichiarando i convertiti dal paganesimo esenti dalla legge mosaica (At 15,5-29). Con questa decisione la prima comunità cristiana prese atto che il cristianesimo non andava inteso come la forma più perfetta della religione giudaica, ma come una realtà radicalmente nuova. E a questa decisione Paolo concorse in modo decisivo. Anche il  confronto che ad Antiochia lo oppose a Pietro era da lui inteso come un modo di salvaguardare la nuova identità cristiana da compromessi o arretramenti  (Gal 2,11-14). 

            I viaggi che portarono Paolo ad attraversare ripetutamente la nostra terra di Turchia sino alla Grecia sono registrati dall’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli e sarebbe bene che ciascuno di voi riprendesse in mano questo testo per rendersi conto delle fatiche sostenute dall’apostolo nell’annuncio del Vangelo  Noi ci limitiamo a ricordare la presenza di Paolo ad Antiochia di Pisidia, l’odierna Yalvac e ad Efeso (Selcuk). 

            Ad Antiochia di Pisidia Paolo giunse intorno all’anno 47  provenendo da Perge (At 13,14-52). Nella sinagoga locale Paolo, percorrendo le tappe salienti della storia della salvezza, dall’Antico Testamento fino a Giovanni Battista, egli giunge sino alla proclamazione di Gesù, Messia e Figlio di Dio. Questa storia della salvezza è suggellata proprio dalla resurrezione del Signore, nella quale Paolo vede realizzate tutte le  promesse messianiche.  C’è dunque un filo unico che sta sotto la storia dell’umanità. Dio non ha creato il mondo e l’uomo per poi abbandonarli a se stessi, ma persegue un disegno di amore che trova in Cristo la piena manifestazione. Credere in Cristo significa credere nell’amore di Dio che è da sempre ed è per tutti. Questo l’annuncio fatto dall’apostolo che troverà alcuni pronti ad accoglierlo ed altri contrari al punto da costringerlo a fuggire da Antiochia (At 13,50-52). 

            Altra tappa significativa dei viaggi di Paolo  fu la città di Efeso nella quale Paolo soggiornò per circa 3 anni (54-57 ca.) svolgendo un’ampia e difficile opera di evangelizzazione che lo contrappose sia ai giudei che ai pagani locali. Accennando alle abbondanti sofferenze di questo periodo, egli stesso ricorderà di “aver combattuto ad Efeso contro le belve” (1Co 15,32). Nella seconda lettera ai Corinti (1,8-9) parla di una “tribolazione che ci è capitata in Asia e che ci ha colpito oltre misura, al di là delle nostre forze, così da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di morte…Da quella morte però Egli ci ha liberato”. Infine nella lettera ai Romani allude ad una prigionia, presumibilmente subita proprio ad Efeso (Rom 16,3.7). 

            Cari fratelli, annunciare Gesù Cristo per Paolo è stata una necessità che nasceva dall’amore per Lui. Ciò significa che chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole. Come disse dell’apostolo un altro figlio della nostra terra, Giovanni Crisostomo, “è in virtù dell’amore che Paolo è diventato quello che è stato. Non venirmi a parlare dei morti che ha risuscitato, né dei lebbrosi che ha sanato; Dio non ti chiederà niente di questo. Procurati l’amore di  Paolo e avrai la corona perfetta” (Panegirico III su Paolo 10). 

            Il sangue che l’apostolo versò a Roma intorno al 67 d.C. sotto l’imperatore Nerone,  non fu altro che il naturale epilogo di una vita spesa per Cristo e per i propri fratelli. Tempo prima ai cristiani di Filippi aveva scritto: “anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento e ne godo con tutti voi” (2,17). 

            Fratelli e sorelle di Turchia, Paolo è patrimonio di tutti i discepoli di Cristo, ma lo è particolarmente di noi che siamo figli di questa terra che lo ha visto nascere, predicare Cristo senza sosta e testimoniarlo in tante prove. Eppure questo nostro legittimo vanto sarebbe sterile se non si traducesse in un maggiore impegno di imitazione. Guardiamo al persecutore divenuto messaggero del vangelo e comprendiamo che Dio può trasformare anche noi, purché lo vogliamo. Con la sua vita da cristiano, Paolo ci ricorda che Dio non può nulla se noi non collaboriamo con la sua grazia.  Come ci ricorda ancora Giovanni Crisostmo “Niente ci impedirà di diventare come Paolo se lo vogliamo veramente. Egli divenne così non soltanto in virtù della grazia, ma anche dell’impegno personale” (Panegirico V su Paolo 2-3). Qual è il messaggio che oggi l’apostolo consegna a noi, cristiani di Turchia? 

            Noi vescovi pensiamo che dalla miniera delle sue lettere alcuni elementi possano essere particolarmente utili alle nostre comunità che vivono in una situazione di minoranza religiosa.      Siamo immersi in un mondo musulmano dove la fede in Dio è ancora ben presente, sia nei suoi aspetti tradizionali che nell’affermarsi di nuove organizzazioni religiose islamiche. Proprio questa situazione, per alcuni aspetti simile a quella delle prime comunità viventi in diaspora, ci impone una più chiara coscienza della nostra identità. Paolo ci richiama all’elemento fondativo di questa nostra identità cristiana che non riguarda  la fede in Dio, comune con i fratelli musulmani e con tanti altri uomini, ma la fede in Cristo come  “Signore” (1Co 12,3), colui che “Dio ha risuscitato dai morti” (Rom 10,9). Nelle Lettera ai Colossesi  l’apostolo scrive addirittura  che “in Cristo (…) abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” ( 2,9). L’espressione è inequivocabile e ci ricorda che non possiamo incontrare Dio se non attraverso Cristo. Egli è la porta e il ponte tra il Padre e noi. “Uno solo – leggiamo nella 1 Lettera a Timoteo (2,5) – è il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Gesù Cristo che ha dato se stesso in riscatto per tutti”. 

            Paolo ha avvertito tutta la difficoltà di annunciare Cristo, Dio-uomo, che ci salva attraverso la sua incarnazione e la sua morte in croce. Questa è ancora oggi la vera porta stretta di cui  parla il vangelo. La porta stretta non sono, dunque, l’accettazione  dei precetti morali della Chiesa e neppure la pesantezza umana delle sue strutture, ma quello scandalo della croce che ai non cristiani appare ancor oggi “follia e stoltezza”,  ma che Paolo annuncia come componente essenziale ed ineliminabile della fede cristiana e anzi espressione della potenza di Dio (1Co 1,18). 

            Questa accondiscendenza di Dio, che in Cristo si rende presente tra di noi fino a morire in croce, va interpretata come manifestazione di quella carità che costituisce l’essenza di Dio ineffabile, la cui trascendenza non va misurata soltanto con il metro dell’essere, come ha fatto la filosofia, ma con quello dell’amore. Non dimentichiamo forse che all’onnipotenza dell’essere corrisponde un’onnipotenza nell’amore?  L’amore non è un attributo di Dio, ma è la sua essenza. Quello che Paolo, pertanto, ci ricorda è che non dobbiamo porre limiti ‘umani’ a questo amore per noi. Questo è il paradosso della fede cristiana confermato dall’incarnazione e morte di Cristo. 

            Eppure l’apostolo che con l’esempio e la parola ci rafforza nell’identità cristiana,  è anche l’uomo del dialogo. Abituato ad incontrare uomini di etnie e tradizioni religiose diverse, Paolo ha compreso che lo Spirito di Cristo non è soltanto presente nella Chiesa, ma la precede ed agisce anche fuori di essa. Come ebbe ad affermare ad Atene: “Dio ha creato tutto…perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi” (At 17,26-28). 

            Su questa base siamo invitati ad intensificare il dialogo con il mondo musulmano: il dialogo della vita, dove si convive e si condivide; il dialogo delle opere, dove cristiani e musulmani operano insieme “in vista dello sviluppo integrale e della liberazione della gente”; il dialogo dell’esperienza religiosa, dove si compartecipano le ricchezze spirituali, per esempio “per ciò che riguarda la preghiera e la contemplazione, la fede e le vie della ricerca di Dio o dell’Assoluto” (Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso – Dialogo e annuncio 42). Infine il dialogo degli scambi teologici, dove ci si sforza di meglio conoscersi in vista di un maggiore rispetto reciproco. Questo dialogo non significa mettere da parte le proprie convinzioni religiose. Si dialoga veramente quando ciascuno rimane se stesso, mantenendo intatta la propria identità  di fede, non tacendo mai, per nessuna ragione, quanto potrebbe apparire difficile da capire per chi non è cristiano. Come scriveva un antico Padre della Chiesa, Ilario vescovo di Poitiers “per il fatto che i sapienti del mondo non capiscono certe cose ed anzi appaiono stolte, forse che anche  per noi lo sono?…Allora non gloriamoci della croce di Cristo, perché è scandalo per il mondo; e neppure predichiamo la morte del Dio vivente, perché non sembri agli empi che Dio è morto” (Liber de Synodis 27,85). A questo annuncio Paolo è rimasto fedele, senza cercare di adolcirlo e senza restrizioni mentali. Anzi quello che per il mondo è stato scandalo e stoltezza, per lui è la prova scolvolgente dell’amore di Dio per l’uomo e lascia il posto ad un profondo senso di riconoscenza. Infatti, quanto meno queste cose convengono alla maestà di Dio e tanto più dobbiamo sentirci obbligati nei suoi confronti (Ilario di Poitiers). 

            Se in questo incontro con il mondo non cristiano l’apostolo ci è maestro, nei rapporti tra comunità cristiane differenti egli è maestro e fondamento di unità. Come ricordava Benedetto XVI, indicendo l’anno paolino, “l’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare
la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani”..
 

            Ancora oggi egli invita tutti noi a puntare lo sguardo su Cristo, superando non soltanto eventuali resistenze, ma anche il disinteresse per chi non appartiene alla ‘nostra’ Chiesa. L’apostolo che sperimentò la difficoltà dell’annuncio del Vangelo, anche da parte dei fratelli di fede, ci ricorda come quello che conta è che Cristo “venga annunciato” (Fil 1,8), ma ci richiama pure alla nostra comune responsabilità nei confronti di quanti non sono cristiani. Prima di essere cattolici, ortodossi, siriani, armeni, caldei, protestanti, siamo cristiani. Su questa base si fonda il nostro dovere di essere testimoni. Non lasciamo che le nostre differenze generino diffidenze e vadano a scapito dell’unità di fede; non permettiamo che chi non è cristiano s’allontani da Cristo a motivo delle nostre divisioni.     Tertulliano, parlando dei cristiani, coglieva l’ammirazione di certi pagani con queste semplici parole: “Guarda come si amano!” (Apologetico 39).  Il mondo musulmano che ci circonda può dirlo oggi di noi?  Lo potrà dire se tradurremo in gesti concreti la nostra consapevolezza di essere “stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1Co 12,13). L’esistenza di questo fondamento non può essere smentita da tutte le diversità dell’organizzazione locale e da tutta la differenziazione nell’espressioni dottrinale-teologica. Ogni comunità cristiana già dalla sua costituzione si edifica unitariamente sul “fondamento degli apostoli e dei profeti” e raccoglie tutti i membri e gruppi nell’edificio di cui la pietra angolare e chiave di volta è Cristo” (Ef 2,20). 

            Cari fratelli, quanto vi abbiamo scritto è poca cosa rispetto al tesoro di suggestioni e di consigli che ci provengono dalle lettere di Paolo.  Questi suoi scritti, lungo la storia, sono sempre stati stimolo ed anche esame di coscienza sul modo di essere cristiani. Contro i sempre ricorrenti tentativi di rendere la fede cristiana un fenomeno religioso che non esige conversione, Paolo è sempre pronto a ricordarci che “cristiani non si nasce, ma si diventa”.   

            Pertanto, in  preparazione dell’anno paolino, vi esortiamo a leggere personalmente le sue lettere, a farne motivo di studio all’interno delle parrocchie, a coltivare iniziative ecumeniche. Da parte nostra vi invitiamo a recarvi da pellegrini in luoghi di memoria paolina che abbiamo il privilegio di possedere nella nostra terra: Tarso, Antiochia, Efeso. 

In quanto Chiesa cattolica di Turchia terremo un pellegrinaggio nazionale a Tarso- Antiochia. 

Altre iniziative, assieme ai nostri fratelli ortodossi e protestanti vi verranno proposte nei prossimi mesi. 

            Cari fratelli, alimentiamo in noi la certezza che avvicinandoci a Paolo ci avvicineremo di più a Cristo. La fede dell’apostolo nel Cristo risorto, la sua speranza contro ogni speranza umana, la sua carità nel farsi tutto a tutti siano la misura del nostro essere cristiani in questa amata terra di Turchia. 

Il Signore vi benedica 

I vostri Vescovi, 

SCHEDA: MONS. LUIGI PADOVESE – NUNZIO APOSTOLICO IN ANATOLIA – OGGI IN PARADISO

SCHEDA: MONS. LUIGI PADOVESE - NUNZIO APOSTOLICO IN ANATOLIA - OGGI IN PARADISO dans ANNO PAOLINO padovese_2_web--400x300
LUIGI PADOVESE  


Nunzio Apostolico in Anatolia 
è stato mio professore, un carissimo ricordo, scheda da completare;
QUESTO AVEVO SCRITTO QUANDO HO APERTO QUESTO BLOG 
Luigi Padovese: nato a Milano il 31 marzo del 1947. Il 4 ottobre del 1965 fa la prima professione nei frati cappuccini ed esattamente 3 anni dopo quella solenne. Il 16 giugno del 1973 viene ordinato sacerdote. Professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell'Antonianum. Fino ad essere ordinato vescovo è stato per 16 anni direttore dell'Istituto di Spiritualità nella medesima università. Professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana. Per 10 anni è stato visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Consulente della Congregazione per le Cause dei Santi. L'11 ottobre 2004 viene nominato Vicario Apostolico dell'Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Viene consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno. 
OGGI AGGIUNGO IL PICCOLO POST CHE HO DEDICATO A LUI QUANDO HO SAPUTO DEL SUO ASSASSINIO:
rileggo ancora con sgomento la notizia dell'assassinio di Padre Luigi Padovese, nunzio apostolico in Anatolia, qui sulla mia scrivania ho l'unico libro che ho ancora dei miei studi con lui, non ricordo, forse le altre erano dispense, si intitola “Lo scandalo della croce, la polemica anticristiana nei primi secoli”, lo stavo rileggendo per poter proporre ancora qualcosa dei suoi studi; certo ce ne sono molti altri, ma io ho qui i miei ricordi; sono passati diversi anni dai corsi che feci con lui di Patrologia e piritualità, non ricordo molto anche se i suoi insegnamenti si sono saldati dentro di me; tuttavia un giorno, forse c'era stato un Convegno e, forse, eravamo usciti, professori e studenti …magari per andare in Chiesa, ritornavamo e io ero davanti a lui, scherzava e sorrideva, ricordo così il suo viso e il suo sorriso; poi ho seguito, ma solo in parte, il suo lavoro in Anatolia, e, certo, ho perduto qualcosa dei suoi insegnamenti e del suo ministero come nunzio apostolico; riguardando, tuttavia, la storia di questi ultimi anni il mio pensiero va alla Chiesa: la chiesa di oggi mi appare sempre di più come quella dei martiri, chiesa degli umili, di chi è capace di fare in silenzio il proprio dovere, e, quasi in silenzio, morire; mi sembra cambiata la storia, lo vedo per le strade di Roma, nelle Chiese, non sempre piene, ma dove i fedeli partecipano attivamente soprattutto ascoltando, cercando di comprendere e di vivere qualcosa che sembra antico ed oggi stranamente nuovo; dove i confessionali sembrano di nuovo riempirsi, di persone che desiderano che la vita propria e dei propri cari prenda una nuova forma e senso; sta cambiando il modello che abbiamo spesso conosciuto, di fedele, di sacerdote e di Papa; io che mi sento “afferrata” da Paolo ed in lui da Cristo - ma tanto lontana dalla sua fede - vedo che il modello è sempre di più Colui che è morto fuori delle mura di Gerusalemme, sulla Croce; che il modello è colui che “afferrato” da Cristo lo ha seguito nelle malattie, nelle persecuzioni, nei tradimenti, nella morte, viaggiando per ogni terra, e, naufagando, fino a Roma; il modello di un annuncio del Vangelo di chi ha combattuto la buona battaglia: “…ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede, ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice mi consegnerà in quel giorno, e non soltanto a me, ma a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2Tm 4,7-8); di essere, appunto, “testimoni”, di quell'essere cristiani dove l'eccezionale, lo straordinario, l'assurdo modo di vivere dei cristiani non fa notizia, non crea scandali, non provoca lotte né guerre: “I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio, né per il modo di parlare, né per la foggia dei loro vestiti…Vivono nella carne, ma non secondo la carne…Anche se non sono conosciuti, vengono condannati; sono condannati a morte, e da essa vengono vivificati..” (Dall'Epistola a Diogneto) dove il senso ultimo di ogni insegnamento, di ogni catechesi, di ogni studio, di ogni scienza teologica, è quello ultimo dell'amore, non perché la legge è stata abolita, ma perché è stata compiuta in Cristo; allora tutto convoglia e si raccoglie nell'atto dell'amore, quello supremo di Cristo, di Paolo e dei tanti martiri anche in questo “secolo”, oggi di Padovese: morire perhé ha amato; 
ARRIVEDERCI IN PARADISO PADOVESE, QUANDO, E SE, DIO VORRÀ ANCHE ME;
BIOGRAFIA
i dati principali sono quelli che avevo già scritto, per una bibliografia completa anche degli scritti sul sito della Università Pontificia Antonianum:
http://www.antonianum.eu/professoriView.php?id_utente=289
da AsiaNews, nel 2004 :
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=1851
Mons. Luigi Padovese, nuovo vicario apostolico dell'Anatolia
 La cura pastorale dei cattolici e la memoria dei primi cristiani i compiti del nuovo vescovo.
 Iskenderun (AsiaNews) - Domenica 7 novembre nella cattedrale di Iskenderun - l'antica Alessandretta, nel sud della Turchia - si è tenuta l'ordinazione episcopale di mons. Luigi Padovese, nominato vicario Apostolico dell'Anatolia, in sostituzione di mons. Ruggero Franceschini, designato arcivescovo di Smirne.  A conferire l'ordinazione mons. Edmondo Farhat, Nunzio Apostolico in Turchia; presenti anche mons. Ruggero Franceschini, mons. Giuseppe Bernardini, arcivescovo dimissionario di Smirne, mons. Luis Pelatre, vescovo di Istanbul, oltre alla comunità cristiana locale e una rappresentanza civile della città.  Di origine milanese, mons. Padovese ha scelto di essere ordinato vescovo in Turchia per esprimere meglio la sua appartenenza a questa terra, a cui si sente legato da tempi lontani: "Avverto come un gran onore essere cristiano con voi e per voi in questa terra di Turchia che conserva le memorie del primo cristianesimo" ha confidato ai presenti. "Il mio amore per l'Anatolia mi ha portato ad organizzare ad Efeso e a Tarso - Antiochia convegni su Pietro, Paolo e Giovanni e sui primi grandi Padri della Chiesa".  Dal 1989 il neo vescovo organizza ogni anno simposi in questi luoghi cari ai cristiani; l'ultimo si è svolto ad Antiochia nel giugno 2003, coinvolgendo docenti turchi dell'università della città "Mustafa Kemal" sul tema della fede, della storia e della archeologia antiochena.  Come pastore della chiesa in Anatolia mons. Padovese sente l'impegno di "dover conservare e far meglio conoscere questa eredità di memorie e di santità, ma - ha detto ai fedeli - il mio primo impegno siete tutti voi".  Ispirandosi a Giovanni Crisostomo, vescovo antiocheno di Costantinopoli, il neo-pastore ha scelto come motto episcopale In Caritate Veritas (la Verità nell'Amore). "Sono parole che esprimono il mio programma di ricercare la verità nella stima e nel reciproco volersi bene. Se è vero che chi più ama, più si avvicina a Dio, è anche vero che per questa strada ci avviciniamo al senso vero della nostra esistenza che è un vivere per gli altri. Su questa convinzione si fonda anche la mia volontà di dialogo con i fratelli ortodossi, quelli di altre confessioni".  Il Nunzio Apostolico mons. Farhat ha esortato il neovescovo a "guidare con coraggio la barca di Pietro", mostrandosi a tutti e in ogni circostanza "maestro di speranza". Infine gli ha ricordato che "i grandi santi che hanno abitato questa terra benedetta da Dio - dall'Anatolia alla Cappadocia - sono con te e fanno festa con te e per te".  Anche l'accoglienza calorosa e festante del piccolo gregge a lui affidato ha voluto da subito sottolineare, in ripetuti e lunghi applausi, l'affetto e la stima nei confronti del nuovo pastore dell'Anatolia. La Turchia conta 70 milioni di abitanti, al 99% musulmani. I cristiani sono lo 0,6% della popolazione; i cattolici sono circa 30mila. Il vicariato dell'Anatolia ha 4550 cattolici, 7 parrocchie, 3 sacerdoti diocesani, 14 religiosi e 12 religiose.
sempre da Asia News, oggi:
http://www.asianews.it/notizie-it/Mons.-Luigi-Padovese-assassinato-nel-sud-della-Turchia-18583.html
Mons. Luigi Padovese assassinato nel sud della Turchia
 di Geries Othman
(3 giugno 2010)
Ankara (AsiaNews) - Mons. Luigi Padovese, vescovo di Iskanderun, nell’Anatolia, è stato ucciso oggi verso le 13. Un suo amico sacerdote l’aveva incontrato poco dopo le 12 e aveva parlato con lui.
 I primi sospetti sull’autore dell’assassinio cadono sul suo autista e collaboratore, un musulmano che collaborava da tempo con il prelato, che lo avrebbe accoltellato. Secondo testimoni in questi giorni l’autista sembrava “depresso, violento pieno di minacce”. Mons. Padovese, 63 anni, era dal 2004 vicario apostolico dell’Anatolia e attuale presidente della Conferenza episcopale turca.
 Il vescovo era molto impegnato nell’ecumenismo e nel dialogo con l’Islam, come anche nel far rivivere le diverse comunità cristiane turche. Ieri aveva incontrato le autorità turche per affrontare i problemi legati alle minoranze cristiane. Domani sarebbe andato a Cipro, per incontrare Benedetto XVI, in viaggio sull’isola per pubblicare l’Instrumentum Laboris del Sinodo per le Chiese del Medio oriente.  La Chiesa turca non è nuova a violenze, uccisioni e minacce. Nel 2006 era stato ucciso a Trabzon il sacerdote Fidei Donum don Andrea Santoro. Nello stesso 2006, alla messa di suffragio per il sacerdote ucciso, mons. Padovese aveva detto: “Noi perdoniamo chi ha compiuto questo gesto. Non è annientando chi la pensa in modo diverso che si risolvono i conflitti. L’unica strada che si deve percorrere è quella del dialogo, della conoscenza reciproca, della vicinanza e della simpatia. Ma fintanto che sui canali televisivi e sui giornali assistiamo a programmi che mettono in cattiva luce il cristianesimo e lo mostrano nemico dell’islam (e viceversa), come possiamo pensare a un clima di pace?”. E ancora, riferendosi a don Santoro, ha aggiunto: “Chi ha voluto cancellare la sua presenza fisica, non sa che ora la sua testimonianza è più forte”.  Il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, all’apprendere la notizia, ha dichiarato: “Ciò che è accaduto è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue n Turchia, come l’omicidio alcuni anni fa di don Santoro”. “Preghiamo perché il Signore lo ricompensi per il suo grande servizio per la Chiesa e perché i cristiani non si scoraggino e seguendo la sua testimonianza così forte continuino a professare la loro fede nella regione”. Ispirandosi a Giovanni Crisostomo, vescovo antiocheno di Costantinopoli, aveva scelto come motto episcopale In Caritate Veritas (la Verità nell'Amore). “Sono parole che esprimono il mio programma di ricercare la verità nella stima e nel reciproco volersi bene. Se è vero che chi più ama, più si avvicina a Dio, è anche vero che per questa strada ci avviciniamo al senso vero della nostra esistenza che è un vivere per gli altri. Su questa convinzione si fonda anche la mia volontà di dialogo con i fratelli ortodossi e con i fratelli di altre confessioni.
IL RICORDO DI UNA PERSONA CHE LO HA CONOSCIUTO DALL'ANATOLIA, DA VICINO PADOVESE, SU ASIA NEWS DI OGGI 7 GIUGNO 2010, BELLISSIMO:
 http://www.asianews.it/notizie-it/In-ricordo-di-mons.-Padovese,-martire-che-ha-amato-la-Turchia-18607.html
In ricordo di mons. Padovese, martire che ha amato la Turchia
di Maria Grazia Zambon
(su AsiaNews di oggi 7 giugno 2010, bellissimo)
Un ritratto del vescovo ucciso il 3 giugno scorso, la sua bontà fraterna con cristiani e musulmani; la sua tenacia a far rivivere le Chiese fondate da S. Paolo. Una meditazione da parte di una collaboratrice di mons. Padovese.
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Dalla preghiera del Card. Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano per mons. Luigi Padovese:
"Porta e non muro" è stata la vita di Mons. Padovese, spesso sotto scorta eppure così libera di annunciare il Vangelo in terra arida; "porta e non muro" la chiesa che egli ha voluto, piccolo gregge aperto all'amicizia delle genti; "porta e non muro" per accogliere fino alla fine, come te Signore Gesù, le lacerazioni che abitano il cuore dei popoli e degli uomini, anche di colui che ha follemente levato la sua mano e per il quale egli continua ad essere "fratello" e Padre".
 O Figlio dell'Eterno e Figlio dell'Uomo, tu sei la porta della vita che non ha fine; oggi tu accogli padre Luigi al tuo banchetto eterno, risveglia anche in noi l'onore di stare alla tua presenza come servo e rendici degni della tua amicizia non per i nostri meriti ma per la tua potenza d'amore.
 Perché tu sei Santo, Benedetto, Giudice dell'Universo, e pietoso Amico degli uomini. Amen

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