GIOVANNI PAOLO II – SAN STANISLAO DI CRACOVIA – 11 APRILE

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PELLEGRINAGGIO APOSTOLICO IN POLONIA

MESSA PONTIFICALE IN ONORE DI SAN STANISLAO

OMELIA DI SUA SANTITÀ GIOVANNI PAOLO II – SAN STANISLAO DI CRACOVIA – 11 APRILE

Cracovia, 10 giugno 1979

Sia lodato Gesù Cristo!

1. Noi tutti oggi qui riuniti ci troviamo dinanzi ad un grande mistero della storia dell’uomo: Cristo, dopo la sua Risurrezione, s’incontra con gli apostoli in Galilea e rivolge loro le parole, che poco fa abbiamo sentito dalle labbra del diacono che ha annunciato il Vangelo: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20). In queste parole è racchiuso il grande mistero della storia dell’umanità e della storia dell’uomo. Ogni uomo infatti procede. Procede verso l’avvenire. Anche le nazioni procedono. E tutta l’umanità. Procedere significa non soltanto subire le esigenze del tempo, lasciando continuamente dietro di sé il passato: il giorno di ieri, gli anni, i secoli… Procedere vuol dire essere anche coscienti del fine. Forse che l’uomo e l’umanità nel loro cammino attraverso questa terra passano soltanto o spariscono? Per l’uomo tutto consiste forse in ciò che egli, su questa terra, costruisce, conquista e di cui gode? Indipendentemente da tutte le conquiste, da tutto l’insieme della vita (cultura, civiltà, tecnica) non lo attende nient’altro? “Passa la figura di questo mondo”! E l’uomo passa totalmente insieme ad essa?… Le parole che Cristo pronunciò nel momento del congedo dagli Apostoli esprimono il mistero della storia dell’uomo, di ciascuno e di tutti, il mistero della storia dell’umanità. Il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo è un’immersione nel Dio vivo, “in Colui che è”, come dice il libro della Genesi, in Colui “che è, che era e che viene”, come dice l’Apocalisse (Ap 1,4). Il battesimo è l’inizio dell’incontro, dell’unità, della comunione, per cui tutta la vita terrena è soltanto un prologo e un’introduzione; il compimento e la pienezza appartengono all’eternità. “Passa la figura di questo mondo”. Dobbiamo quindi trovarci “nel mondo di Dio”, per raggiungere il fine, per arrivare alla pienezza della vita e della vocazione dell’uomo. Cristo ci ha mostrato questa via e congedandosi dagli Apostoli, l’ha riconfermata ancora una volta, ha loro raccomandato che essi e tutta la Chiesa insegnassero a osservare tutto ciò che egli aveva loro comandato: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. 2. Ascoltiamo sempre con la massima commozione queste parole, con cui il Redentore risorto delinea la storia dell’umanità e insieme la storia di ogni uomo. Quando dice “ammaestrate tutte le nazioni”, appare dinanzi agli occhi della nostra anima il momento in cui il Vangelo è giunto alla nostra Nazione, agli inizi stessi della sua storia, e quando i primi Polacchi hanno ricevuto il battesimo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Il profilo spirituale della storia della Patria è stato tracciato dalle stesse parole di Cristo, dette agli Apostoli. Il profilo della storia spirituale di ognuno di noi è stato anche tracciato pressappoco nello stesso modo. responsabile. Egli può e deve con lo sforzo personale del pensiero, giungere alla verità. Può e deve scegliere e decidere. Il battesimo, ricevuto agli inizi della storia della Polonia, ci ha resi ancor più coscienti dell’autentica grandezza dell’uomo; “l’immersione nell’acqua” è segno della chiamata a partecipare alla vita della Santissima Trinità, ed è nello stesso tempo una verifica insostituibile della dignità di ogni uomo. Già la stessa chiamata testimonia in suo favore: l’uomo deve avere una dignità straordinaria, se è stato chiamato a tale partecipazione, alla partecipazione alla vita di Dio stesso. Parimenti, tutto il processo storico della coscienza e delle scelte dell’uomo è strettamente legato alla viva tradizione della propria nazione, nella quale, attraverso tutte le generazioni, risuonano con viva eco le parole di Cristo, la testimonianza del Vangelo, la cultura cristiana, le consuetudini nate dalla fede, dalla speranza e dalla carità. L’uomo sceglie consapevolmente, con libertà interiore. Qui la tradizione non è limitazione: è tesoro, è ricchezza spirituale, è un grande bene comune, che si conferma con ogni scelta, con ogni atto nobile, con ogni vita autenticamente vissuta da cristiano. Si può respingere tutto questo? Si può dire no? Si può rifiutare Cristo e tutto ciò che egli ha portato nella storia dell’uomo? Certamente si può. L’uomo è libero. L’uomo può dire a Dio: no. L’uomo può dire a Cristo: no. Ma rimane la domanda fondamentale: è lecito farlo? E nel nome di che cosa è lecito? Quale argomento razionale, quale valore della volontà e del cuore puoi tu mettere dinanzi a te stesso, al prossimo, ai connazionali e alla nazione, per respingere, per dire “no” a ciò di cui tutti abbiamo vissuto per mille anni? A ciò che ha creato ed ha sempre costituito le basi della nostra identità? Una volta Cristo chiese agli Apostoli (ciò ebbe luogo dopo la promessa dell’istituzione dell’Eucaristia, e molti si staccarono da lui): “forse anche voi volete andarvene?” (Gv 6,67). Permettete che il successore di Pietro, dinanzi a voi tutti qui radunati, dinanzi a tutta la nostra storia, e alla società contemporanea, ripeta oggi le parole di Pietro, che furono allora la sua risposta alla domanda di Cristo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). 3. San Stanislao è stato Vescovo di Cracovia per sette anni, come è confermato dalle fonti storiche. Questo vescovo-connazionale, oriundo del non lontano Szczepanów, ha assunto la sede di Cracovia nel 1072, per lasciarla nel 1079, subendo la morte per mano del re Boleslao l’Ardito. Il giorno della morte, secondo le fonti era l’11 aprile ed è in questo giorno che il calendario liturgico della Chiesa universale commemora San Stanislao. In Polonia la solennità del vescovo martire è da secoli celebrata l’8 maggio e continua ad esserlo anche oggi. Quando, come metropolita di Cracovia, ho iniziato con voi i preparativi per il nono centenario della morte di San Stanislao, che ricorre quest’anno, eravamo tutti ancora sotto l’impressione del millennio del Battesimo della Polonia, celebrato nell’anno del Signore 1966. Sullo sfondo di questo evento e in confronto alla figura di Sant’Adalberto, anche lui vescovo e martire, la cui vita è stata unita nella nostra storia all’epoca del battesimo, la figura di San Stanislao sembra indicare (per analogia) un altro sacramento, che fa parte dell’iniziazione del cristiano alla fede e alla vita della Chiesa. Questo sacramento, come è noto, è quello della Cresima, ossia quello della Confermazione. Tutta la rilettura “giubilare” della missione di San Stanislao nella storia del nostro millennio cristiano, e inoltre tutta la preparazione spirituale alle celebrazioni di quest’anno si riferiva proprio a questo sacramento della Cresima, cioè della confermazione. L’analoga ha molti aspetti. Soprattutto però l’abbiamo cercata nel normale sviluppo della vita cristiana. Come un uomo battezzato diventa cristiano maturo mediante il sacramento della Cresima, così anche la Provvidenza divina ha dato alla nostra Nazione, a suo tempo, dopo il Battesimo, il momento storico della Cresima. San Stanislao, che dall’epoca del battesimo è separato da quasi un intero secolo, simboleggia questo momento in modo particolare, per il fatto che ha reso testimonianza a Cristo versando il proprio sangue. Il sacramento della Cresima nella vita di ogni cristiano, di solito giovane, perché è la gioventù che riceve questo sacramento – anche la Polonia allora era giovane nazione e Paese – deve far sì che anche lui diventi “testimone di Cristo” sulla misura della propria vita e della propria vocazione. Questo è un sacramento che in modo particolare ci associa alla missione degli Apostoli, in quanto introduce ogni battezzato nell’apostolato della Chiesa (specialmente nell’apostolato cosiddetto dei laici). È il sacramento che deve far nascere in noi uno spiccato senso di responsabilità per la Chiesa, per il Vangelo, per la causa di Cristo nelle anime umane, per la salvezza del mondo. Il sacramento della Cresima lo riceviamo solo una volta nella vita (come è del battesimo), e tutta la vita, che si apre nella prospettiva di questo sacramento, acquista l’aspetto di una grande e fondamentale prova: prova di fede e di carattere. San Stanislao è diventato, nella storia spirituale dei Polacchi, patrono di quella grande e fondamentale prova di fede e di carattere. Lo veneriamo anche come patrono dell’ordine morale cristiano. In definitiva, infatti, l’ordine morale si costituisce attraverso gli uomini. Quest’ordine è quindi composto di un gran numero di prove, ciascuna delle quali è prova di fede e di carattere. È da ogni prova vittoriosa che deriva l’ordine morale, mentre ogni prova fallita porta disordine. Sappiamo anche molto bene, da tutta la nostra storia, che non possiamo assolutamente, a nessun costo, permetterci questo disordine, che abbiamo già più volte amaramente pagato. E pertanto la nostra meditazione di sette anni sulla figura di San Stanislao, il nostro riferimento al suo ministero pastorale nella sede di Cracovia, il nuovo esame delle sue reliquie, cioè del cranio del Santo, che porta impresse le tracce dei colpi mortali, tutto ciò ci conduce oggi ad una grande e ardente preghiera per la vittoria dell’ordine morale in questa difficile epoca della nostra storia. Questa è la conclusione essenziale di tutto il perseverante lavoro di questo settennio, la condizione principale ed insieme il fine del rinnovamento conciliare per il quale ha così pazientemente lavorato il Sinodo dell’arcidiocesi di Cracovia; ed anche il principale postulato della pastorale e di tutta l’attività della Chiesa, e di tutti i lavori, di tutti i compiti e programmi che sono e che saranno intrapresi in terra polacca. Che questo anno di San Stanislao sia l’anno di una particolare maturità storica della Nazione e della Chiesa in Polonia, l’anno di una nuova, consapevole responsabilità per il futuro della Nazione e della Chiesa in Polonia: ecco il voto che oggi qui con voi, venerabili e diletti Fratelli e Sorelle, desidero, come primo Papa di stirpe polacca, offrire all’immortale Re dei secoli, all’eterno Pastore delle nostre anime e della nostra storia, al Buon Pastore! 4. Permettete ora che, per fare una sintesi, abbracci spiritualmente tutto il mio pellegrinaggio in Polonia, che, iniziato la vigilia della Pentecoste a Varsavia, sta per concludersi oggi a Cracovia, nella solennità della Santissima Trinità. Desidero ringraziarvi, carissimi Connazionali, per tutto! Perché mi avete invitato e mi avete accompagnato lungo l’intero percorso del pellegrinaggio, da Varsavia attraverso Gniezno dei Primati e Jasna Gora. Ringrazio ancora una volta le Autorità dello Stato per il loro gentile invito e l’accoglienza. Ringrazio anche le Autorità di tutti i voivodati, e specialmente le autorità della città di Varsavia e – in questa ultima tappa – le Autorità municipali dell’antica Città regale di Cracovia. Ringrazio la Chiesa della mia Patria: l’Episcopato con il Cardinale Primate a capo, il Metropolita di Cracovia e i miei Fratelli Vescovi: Giuliano, Giovanni, Stanislao ed Albino, con i quali mi è stato dato qui, a Cracovia, di collaborare, per molti anni, alla preparazione del Giubileo di San Stanislao. Ringrazio anche i Vescovi di tutte le diocesi suffraganee di Cracovia, Czestochowa, Katowice, Kielce e Tarnów, Taraów è, attraverso Szczepanów, la prima patria di San Stanislao. Ringrazio tutto il clero. Ringrazio gli Ordini religiosi maschili e femminili. Ringrazio tutti ed ognuno in particolare. È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, ringraziare. Anch’io, ora, in quest’ultimo giorno del mio pellegrinaggio attraverso la Polonia, desidero aprire largamente il mio cuore e dire a gran voce, rendendo grazie in questa magnifica forma di “prefazio”. Quanto desidero che questo mio ringraziamento giunga alla Divina Maestà, al cuore della Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Miei Connazionali! Con quanto calore ringrazio ancora una volta, insieme a voi, per il dono di essere stati – più di mille anni or sono – battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, di esser stati immersi nell’acqua che, per la grazia, perfeziona in noi l’immagine del Dio vivente, nell’acqua che è un’onda di eternità: “Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4,14). Ringrazio perché noi uomini, noi Polacchi, ognuno dei quali nasce come uomo dalla carne e sangue (cf.Gv 3,6) dai suoi genitori, siamo stati concepiti e nati dallo Spirito (cf.Gv 3,5). Dallo Spirito Santo. Desidero dunque oggi, stando qui – in questi vasti prati di Cracovia – e rivolgendo lo sguardo verso Wawel e Skalka dove, novecento anni fa, “ha subìto la morte il celebre Vescovo Stanislao”, adempiere ancora una volta ciò che si attua nel sacramento della Cresima, ossia nel sacramento della Confermazione, di cui egli è simbolo nella nostra storia. Desidero che ciò che è stato concepito e nato dallo Spirito Santo, sia nuovamente confermato mediante la Croce e la Risurrezione di Cristo, alla quale partecipò in modo particolare il nostro connazionale Stanislao di Szczepanów. Permettete quindi che, come il vescovo durante la Cresima, così anch’io ripeta oggi quel gesto apostolico dell’imposizione delle mani su tutti coloro che sono qui presenti, su tutti i miei connazionali. In questa imposizione delle mani si esprime infatti l’accettazione e la trasmissione dello Spirito Santo, che gli Apostoli hanno ricevuto da Cristo stesso, quando, dopo la Risurrezione, venne da loro “mentre erano chiuse le porte” (Gv 20,19) e disse “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). Questo Spirito: Spirito di salvezza, di redenzione, di conversione e di santità, Spirito di verità, Spirito di amore e Spirito di fortezza – ereditato quale forza viva dagli Apostoli – veniva tante volte trasmesso dalle mani dei vescovi a intere generazioni in terra polacca. Questo Spirito – così come il vescovo oriundo di Szczepanów lo trasmetteva ai suoi contemporanei – desidero oggi trasmettere a voi. Desidero oggi trasmettervi questo Spirito abbracciando cordialmente con profonda umiltà, quella grande “Cresima della storia”, che voi vivete. Ripeto quindi seguendo il Cristo stesso: “Ricevete lo Spirito Santo!” (Gv 20,22). “Non spegnete lo Spirito!” (1Ts 5,19). Ripeto seguendo l’Apostolo: “Non vogliate rattristare lo Spirito Santo!” (Ef 4,30). Dovete essere forti, Carissimi Fratelli e Sorelle! Dovete essere forti di quella forza che scaturisce dalla fede! Dovete essere forti della forza della fede! Dovete essere fedeli! Oggi più che in qualsiasi altra epoca avete bisogno di questa forza. Dovete essere forti della forza della speranza che porta la perfetta gioia di vivere e non permette di rattristare lo Spirito Santo! Dovete essere forti dell’amore, che è più forte della morte, come hanno rivelato San Stanislao e il Beato Massimiliano Maria Kolbe. Dovete essere forti di quell’amore che “è paziente, è benigno…; non è invidioso…; non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto crede, tutto spera, tutto sopporta, quell’amore che non avrà mai fine” (1Cor 13,4-8). Dovete essere forti della forza della fede, della speranza e della carità, consapevole, matura, responsabile, che ci aiuta a stabilire quel grande dialogo con l’uomo e con il mondo in questa tappa della nostra storia: dialogo con l’uomo e con il mondo, radicato nel dialogo con Dio stesso – col Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo – dialogo della salvezza. Vorrei che questo dialogo fosse ripreso insieme con tutti i nostri fratelli cristiani, anche se oggi ancora separati, uniti però da un’unica fede in Cristo. Parlo di ciò, qui, su questo posto, per esprimere parole di gratitudine per la lettera che ho ricevuto dai rappresentanti del Consiglio Ecumenico polacco. Anche se, a causa del programma così denso, non si è arrivati ad un incontro a Varsavia, ricordatevi, cari fratelli in Cristo, che questo incontro porto nel cuore come un vivo desiderio e come espressione della fiducia per il futuro. Quel dialogo non cessa di essere vocazione attraverso tutti “i segni dei tempi”. Giovanni XXIII e Paolo VI insieme al Concilio Vaticano II hanno accolto questo invito al dialogo. Giovanni Paolo II sin dal primo giorno conferma la stessa disponibilità. Sì! bisogna lavorare per la pace e la riconciliazione fra gli uomini e le nazioni di tutto il mondo. Bisogna cercare di avvicinarsi a vicenda. Bisogna aprire le frontiere. Quando siamo forti dello Spirito di Dio, siamo anche forti della fede nell’uomo – forti della fede, della speranza e della carità – che sono indissolubili e siamo pronti a rendere testimonianza alla causa dell’uomo di fronte a colui, al quale sta veramente a cuore questa causa. Al quale questa causa è sacra. A colui che desidera servirla secondo la miglior volontà. Non bisogna quindi aver paura! Occorre aprire le frontiere! Ricordatevi che non esiste l’imperialismo della Chiesa, ma solo il servizio. Vi è soltanto la morte di Cristo sul Calvario. Vi è l’azione dello Spirito Santo, frutto di questa morte, Spirito Santo che rimane con noi tutti, con l’umanità intera, “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Con particolare gioia saluto qui i gruppi dei nostri fratelli arrivati dal Sud, da oltre i Carpazi. Dio vi ricompensi per la vostra presenza. Come desidererei che qui potessero essere presenti anche gli altri! Dio vi ricompensi, fratelli Lusaziani. Come desidererei che qui potessero essere presenti, durante questo pellegrinaggio del Papa Slavo, anche altri nostri fratelli nella lingua e negli eventi della storia. E se non ci sono, se non sono presenti su questa spianata, ricordino che per questo sono ancora più presenti nel nostro cuore. Si ricordino che sono più presenti nel nostro cuore e nella nostra preghiera. 5. Vi è, inoltre, là a Varsavia, sulla Piazza della Vittoria, la tomba del Milite Ignoto, dalla quale ho iniziato il mio ministero di pellegrino in terra polacca; e qui, a Cracovia sulla Vistola – tra Wawel e Skalka – la tomba “del Vescovo Ignoto”, del quale è rimasta una mirabile “reliquia” nel tesoro della nostra storia. E perciò, permettete che, prima di lasciarvi, rivolga ancora uno sguardo su Cracovia, questa Cracovia, in cui ogni pietra e ogni mattone mi sono cari. E che guardi ancora da qui la Polonia… E perciò, prima di andarmene di qui, vi prego di accettare, ancora una volta tutto il patrimonio spirituale il cui nome è “Polonia”, con la fede, la speranza e la carità che Cristo ha innestato in noi nel santo Battesimo. Vi prego di non perdere mai la fiducia, di non abbattervi, di non scoraggiarvi; di non tagliare da soli le radici dalle quali abbiamo avuto origine. Vi prego di aver fiducia, malgrado ogni vostra debolezza, di cercare sempre la forza spirituale da Colui, presso il quale tante generazioni dei nostri padri e delle nostre madri la trovavano. Non staccatevi mai da lui. Non perdete mai la libertà di spirito, con la quale lui “fa libero” l’uomo. Non disdegnate mai la Carità che è la cosa “più grande”, che si è manifestata attraverso la croce, e senza la quale la vita umana non ha né radici né senso. Tutto questo chiedo a voi in memoria e per la potente intercessione della Madre di Dio di Jasna Gora e di tutti i suoi santuari in terra polacca; in memoria di San Wojciech, che subì la morte per Cristo presso il mar Baltico; in memoria di San Stanislao, caduto sotto la spada regale di Skalka.

Chiedo a voi tutto questo. Amen.

 

27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

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27 MARZO 2016 | SANTA PASQUA – ANNO C | APPUNTI PER LA LECTIO

« CRISTO, NOSTRA PASQUA, È STATO IMMOLATO! »

Il Papa Paolo VI, parlando ai fedeli in uno dei consueti appuntamenti dell’Angelus domenicale, per esortarli a prepararsi alla Pasqua ormai vicina, così diceva: « È l’avvenimento supremo della storia del mondo: e la sua annuale celebrazione ci richiama al centro del mistero di Cristo, la sua morte e la sua risurrezione; mistero che si riverbera su tutta l’umanità, e ne penetra gli ignoti destini; e mistero che si riflette, lo sappiamo o no, lo vogliamo o no, su ciascuno di noi personalmente. Arriva sul quadrante del tempo con la sua puntuale memoria, che dà una misura, se non altro, alla filosofia della terra, e per noi un senso alla teologia della storia » (20 marzo 1977). Veramente la Pasqua, a ben esaminarla, compendia tutto il senso della nostra vita e l’aspirazione, anche se molte volte solo irriflessa, della storia umana: un traguardo lontano, ma che già sprigiona forze sotterranee, per cui, non soltanto la morte sarà vinta per sempre, ma anche il male e l’ingiustizia saranno riscattate per la forza onnipotente di Dio. Il Cristo che risorge è il « primo frutto » di questa vittoria radicale sulla morte e sul peccato che la genera: con la risurrezione Dio lo ha « giustificato » davanti al mondo proclamandolo innocente e santo, mentre gli uomini lo avevano assassinato come « malfattore ». C’è dunque un esito positivo a tutte le frementi attese di giustizia e di bontà che sorreggono gli oppressi, i sofferenti, i non compresi, i perseguitati, gli « umiliati e offesi » dell’umanità intera: Dio non delude mai le speranze degli uomini! In questo senso anche per chi non ha fede la Pasqua può rappresentare se non altro un sogno, un desiderio del cuore: può dare « una misura alla filosofia della terra », come ci ricordava all’inizio Paolo VI. Per noi credenti, però, essa deve dare « un senso alla teologia della storia ».

« Togliete il lievito vecchio… » Cerchiamo pertanto di cogliere alcune linee di questa meravigliosa « teologia » nelle letture bibliche della solenne Liturgia pasquale. Data la possibilità di scelta, come seconda lettura abbiamo preferito il brano della 1 Cor 5,6b-8 invece che Col 3,14, perché ci sembra più adatta a sorreggere il tipo di riflessione che vorremmo qui proporre. In questo brevissimo tratto S. Paolo, con il suo solito stile denso e conciso, ci insegna il senso profondo della Pasqua cristiana, leggendo in chiave « prefigurativa » alcuni elementi cerimoniali della Pasqua giudaica. Nel contesto immediatamente precedente egli aveva rimproverato i cristiani di Corinto per aver tollerato il caso dell’incestuoso senza intervenire a eliminare o punire così grave immoralità, che rischiava di diffondere forme di ulteriore lassismo in mezzo alla comunità, a guisa di un « fermento » malefico. Di qui l’invito che l’Apostolo rivolge ai suoi cristiani: « Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siate azzimi. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità » (1 Cor 5,7-8). Il riferimento alla Pasqua deve essere stato occasionato proprio dal fatt che la lettera è stata quasi certamente scritta nella imminenza di questa festa (primavera del 56 o del 57). Come è risaputo, durante tutto il periodo della festa di Pasqua gli Ebrei dovevano mangiare solo « pane azzimo », cioè non fermentato, in ricordo della precipitosa fuga dalla prigionia egiziana: « Per sette giorni voi mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case, perché chiunque mangerà del lievitato dal giorno primo al giorno settimo, quella persona sarà eliminata da Israele… » (Es 12,15). Interpretando questa prassi liturgica in chiave morale, S. Paolo invita i cristiani a « rinnovarsi » interiormente, eliminando tutto il « vecchio » che c’è nella loro vita, nei loro pensieri, nei loro sentimenti: « Togliete via il lievito vecchio per essere pasta nuova, poiché siete azzimi » (v. 7). Come si vede, il « lievito » viene qui preso come simbolo del male, che è sempre una realtà di decadenza e di corrompimento dello spirito; mentre il pane azzimo è simbolo della purezza, della « sincerità » del cuore (v. 8), della novità « primaverile » della vita: non si dimentichi che la Pasqua è festa di primavera! Abbiamo qui un esempio tipico della morale paolina: diventare ciò che si è. « Poiché siete azzimi », dal momento cioè che Cristo vi ha rinnovati, dovete vivere sempre in questa « novità di vita » (Rm 6,4). Cristo ci ha rinnovati, diventando lui la « nostra Pasqua »: « Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato » (v. 7). Con questa frase fortissima S. Paolo intende dire che Gesù compendia in sé tutto il significato teologico della vecchia Pasqua ebraica: liberazione dalla schiavitù d’Egitto, nuova alleanza di amore con il suo popolo, immissione nella Terra promessa, ecc. E non solo la compendia, ma anche la sostituisce e la trascende, facendosi lui Pasqua « nuova » per il nuovo popolo di Dio. Questo è avvenuto nella sua « immolazione » di croce, quando egli si è presentato come l’agnello « senza difetti e senza macchia » (1 Pt 1,19), che ci ha salvati con il suo « sangue prezioso » (ivi). L’immolazione e la manducazione dell’agnello pasquale, che per gli Ebrei costituiva il gesto culminante e come l’anima della loro festa, tendeva dunque a significare una realtà più grande che si è compiuta in Cristo: per questo Giovanni dirà che Gesù muore proprio quando gli Ebrei stavano per immolare l’agnello pasquale (19,31.36). Dicendo poi che Cristo è la « nostra Pasqua » (v. 7), S. Paolo intende sottrarre la solennità pasquale a ogni « ritualismo », nel senso che ormai, identificandosi essa con il Cristo morto e risorto, è chiaro che non potremo celebrarla degnamente se non « inserendoci » nel suo stesso mistero di morte e di risurrezione. È quanto egli insegna in Rm 6,4-7 quando, parlando del Battesimo come sacramento della nostra inserzione nel mistero pasquale, così si esprime: « Per mezzo del Battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova… Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato. Infatti chi è morto è ormai libero dal peccato ». Anche S. Atanasio, in una delle sue Epistole pasquali invitava i cristiani a celebrare « la festa del Signore non con le parole soltanto, ma con le opere » della loro vita. « Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro » Certo, per arrivare ad assimilare fino in fondo la forza di rinnovamento e di trasformazione della Pasqua bisogna « percorrere » un non facile itinerario di fede. Credo che sia proprio quello che intende insegnarci il brano di Vangelo ripreso da Giovanni (20,1-9), che ci descrive due episodi relativi alla risurrezione, intrecciati fra di loro. Nella prima scena ci viene presentata l’andata di Maria di Magdala, di buon mattino, al sepolcro e l’immediato ritorno a Gerusalemme per annunciare a Simon Pietro e al discepolo « che Gesù amava »: « Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto » (vv. 1-2). Il secondo episodio ci descrive la corsa dei due Apostoli al sepolcro, per verificare l’accaduto: « Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti » (vv. 4-9). La prima cosa da osservare in questi due episodi è la comune attestazione della « difficoltà » di credere alla risurrezione del Signore: non appena Maria di Magdala si accorge che « la pietra era stata ribaltata dal sepolcro » (v. 1), pensa subito al furto del cadavere del Signore; e i due Apostoli che, avvertiti, vi accorrono precipitosamente, ci vanno con la stessa preoccupazione. Nessuno pensa alla possibilità che Cristo fosse risorto dai morti, come pur aveva ripetutamente preannunciato! E anche quando, poco dopo, Maria di Magdala piangente davanti al sepolcro si vedrà comparire Gesù, lo prenderà per il giardiniere e gli domanderà ancora: « Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto, e io andrò a prenderlo » (v. 17). Tutto questo dice indubbiamente un grande attaccamento a Gesù: si pensa a lui, se ne vuol rivivere in qualche modo la memoria, però si è convinti che tutto è finito con la sua morte e deposizione nella tomba! La seconda cosa da osservare è l’interesse che il quarto Evangelista ha nei riguardi di quell’anonimo discepolo che egli definisce solo con la circonlocuzione « quello che Gesù amava » (v. 2): corre più veloce di Pietro, arriva per primo al sepolcro, ma non vi entra; poi finalmente vi entrò « e vide e credette » (v. 8). Vince in tutto Pietro, salvo che nell’entrare nel sepolcro e verificare possibili tracce di quanto vi fosse accaduto. Che significa tutto questo? Qualcuno ha voluto pensare a una specie di « concorrenza » e quasi di rivalità fra Pietro e Giovanni, che dovrebbe identificarsi con il « discepolo che Gesù amava ». Credo molto più semplicemente che si tratti di una descrizione con caratteri « allegorizzanti » in cui Giovanni, proprio perché è il discepolo « amato » da Gesù, previene Pietro per la « chiaroveggenza dell’amore » (D. Mollat). D’altra parte, Pietro è colui che verifica le condizioni della fede, nel senso che, pur essendo arrivato in ritardo, entra per primo nel sepolcro e si rende conto che, dato l’ordine in cui si trovavano le bende e il sudario, non poteva essersi verificato nessun caso di precipitoso trafugamento del cadavere. A questo punto anche l’altro discepolo « entrò nel sepolcro e vide e credette » (v. 8). Pietro e Giovanni sono in tal modo i primi testimoni del Cristo risorto, perché insieme si sono aiutati a percorrere il cammino della fede: Pietro ha avuto più lucidità di mente, Giovanni ha avuto più fiamma di amore. È la sintesi di questi due elementi che crea il cristiano completo: capacità di intuire e capacità di amare. Questa sintesi di intelligenza e di amore è soprattutto necessaria davanti al mistero del Cristo risorto, perché non ci fermiamo a una sterile confessione di fede che ci dia solo gioia e sicurezza, ma penetriamo nell’intimo di questo mistero lasciandoci « trasformare » in pieno dalla forza « vivificante » dell’evento pasquale, per diventare a nostra volta fermento di risurrezione per il mondo intero.

Settimio CIPRIANI  (+) Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

 

CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO 2016 – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

http://w2.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2016/documents/papa-francesco_20160125_vespri-conversione-san-paolo.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Paolo fuori le Mura

Lunedì, 25 gennaio 2016

«Io sono il più piccolo tra gli apostoli […] perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1 Cor 15,9-10). L’apostolo Paolo così riassume il significato della sua conversione. Essa, avvenuta dopo il folgorante incontro con Gesù Risorto (cfr 1 Cor 9,1) sulla strada da Gerusalemme a Damasco, non è prima di tutto un cambiamento morale, ma un’esperienza trasformante della grazia di Cristo, e al tempo stesso la chiamata ad una nuova missione, quella di annunciare a tutti quel Gesù che prima perseguitava perseguitando i suoi discepoli. In quel momento, infatti, Paolo comprende che tra il Cristo vivente in eterno e i suoi seguaci esiste un’unione reale e trascendente: Gesù vive ed è presente in loro ed essi vivono in Lui. La vocazione ad essere apostolo si fonda non sui meriti umani di Paolo, che si considera “infimo” e “indegno”, ma sulla bontà infinita di Dio, che lo ha scelto e gli ha affidato il ministero. Una simile comprensione di quanto accaduto sulla via di Damasco è testimoniata da san Paolo anche nella Prima Lettera a Timoteo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù» (1,12-14). La sovrabbondante misericordia di Dio è la ragione unica sulla quale si fonda il ministero di Paolo, ed è allo stesso tempo ciò che l’Apostolo deve annunciare a tutti. L’esperienza di san Paolo è simile a quella delle comunità alle quali l’apostolo Pietro indirizza la sua Prima Lettera. San Pietro si rivolge ai membri di comunità piccole e fragili, esposte alla minaccia della persecuzione, e applica ad essi i titoli gloriosi attribuiti al popolo santo di Dio: «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). Per quei primi cristiani, come oggi per tutti noi battezzati, è motivo di conforto e di costante stupore sapere di essere stati scelti per far parte del disegno di salvezza di Dio, attuato in Gesù Cristo e nella Chiesa. “Perché, Signore, proprio me?”; “perché proprio noi?”. Attingiamo qui il mistero della misericordia e della scelta di Dio: il Padre ama tutti e vuole salvare tutti, e per questo chiama alcuni, “conquistandoli” con la sua grazia, perché attraverso di loro il suo amore possa raggiungere tutti. La missione dell’intero popolo di Dio è di annunciare le opere meravigliose del Signore, prima fra tutte il Mistero pasquale di Cristo, per mezzo del quale siamo passati dalle tenebre del peccato e della morte allo splendore della sua vita, nuova ed eterna (cfr 1 Pt 2,10). Alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che ci ha guidato durante questa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, possiamo davvero dire che tutti noi credenti in Cristo siamo “chiamati ad annunciare le opere meravigliose di Dio” (cfr 1 Pt 2,9). Al di là delle differenze che ancora ci separano, riconosciamo con gioia che all’origine della vita cristiana c’è sempre una chiamata il cui autore è Dio stesso. Possiamo progredire sulla strada della piena comunione visibile tra i cristiani non solo quando ci avviciniamo gli uni agli altri, ma soprattutto nella misura in cui ci convertiamo al Signore, che per sua grazia ci sceglie e ci chiama ad essere suoi discepoli. E convertirsi significa lasciare che il Signore viva ed operi in noi. Per questo motivo, quando insieme i cristiani di diverse Chiese ascoltano la Parola di Dio e cercano di metterla in pratica, compiono davvero passi importanti verso l’unità. E non è solo la chiamata che ci unisce; ci accomuna anche la stessa missione: annunciare a tutti le opere meravigliose di Dio. Come san Paolo, e come i fedeli a cui scrive san Pietro, anche noi non possiamo non annunciare l’amore misericordioso che ci ha conquistati e che ci ha trasformati. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione tra noi, possiamo già sviluppare molteplici forme di collaborazione, andare insieme e collaborare per favorire la diffusione del Vangelo. E camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore. L’unità si fa in cammino. In questo Anno giubilare straordinario della Misericordia, teniamo ben presente che non può esserci autentica ricerca dell’unità dei cristiani senza un pieno affidarsi alla misericordia del Padre. Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. Come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa Cattolica, voglio invocare misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese. Allo stesso tempo, invito tutti i fratelli e le sorelle cattolici a perdonare se, oggi o in passato, hanno subito offese da altri cristiani. Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui ad inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni. In questo clima di intensa preghiera, saluto fraternamente Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Roma, qui convenuti questa sera. Con loro siamo passati attraverso la Porta Santa di questa Basilica, per ricordare che l’unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre. Rivolgo un cordiale saluto anche ai giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano qui a Roma con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, che opera presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nonché agli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita qui a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica. Cari fratelli e sorelle, uniamoci oggi alla preghiera che Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità è dono della misericordia di Dio Padre. Qui davanti alla tomba di san Paolo, apostolo e martire, custodita in questa splendida Basilica, sentiamo che la nostra umile richiesta è sostenuta dall’intercessione della moltitudine dei martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi hanno risposto con generosità alla chiamata del Signore, hanno dato fedele testimonianza, con la loro vita, delle opere meravigliose che Dio ha compiuto per noi, e sperimentano già la piena comunione alla presenza di Dio Padre. Sostenuti dal loro esempio – questo esempio che fa proprio l’ecumenismo del sangue – e confortati dalla loro intercessione, rivolgiamo a Dio la nostra umile preghiera.

 

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI 2013 – PAPA BENEDETTO

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2013/documents/hf_ben-xvi_hom_20130213_ceneri.html

SANTA MESSA, BENEDIZIONE E IMPOSIZIONE DELLE CENERI

(le letture sono le stesse di domani)

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Mercoledì delle Ceneri, 13 febbraio 2013 

Venerati Fratelli,

cari fratelli e sorelle!

Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo un nuovo cammino quaresimale, un cammino che si snoda per quaranta giorni e ci conduce alla gioia della Pasqua del Signore, alla vittoria della Vita sulla morte. Seguendo l’antichissima tradizione romana delle stationes quaresimali, ci siamo radunati oggi per la Celebrazione dell’Eucaristia. Tale tradizione prevede che la prima statio abbia luogo nella Basilica di Santa Sabina sul colle Aventino. Le circostanze hanno suggerito di radunarsi nella Basilica Vaticana. Siamo numerosi intorno alla Tomba dell’Apostolo Pietro anche a chiedere la sua intercessione per il cammino della Chiesa in questo particolare momento, rinnovando la nostra fede nel Pastore Supremo, Cristo Signore. Per me è un’occasione propizia per ringraziare tutti, specialmente i fedeli della Diocesi di Roma, mentre mi accingo a concludere il ministero petrino, e per chiedere un particolare ricordo nella preghiera. Le Letture che sono state proclamate ci offrono spunti che, con la grazia di Dio, siamo chiamati a far diventare atteggiamenti e comportamenti concreti in questa Quaresima. La Chiesa ci ripropone, anzitutto, il forte richiamo che il profeta Gioele rivolge al popolo di Israele: «Così dice il Signore: ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti» (2,12). Va sottolineata l’espressione «con tutto il cuore», che significa dal centro dei nostri pensieri e sentimenti, dalle radici delle nostre decisioni, scelte e azioni, con un gesto di totale e radicale libertà. Ma è possibile questo ritorno a Dio? Sì, perché c’è una forza che non risiede nel nostro cuore, ma che si sprigiona dal cuore stesso di Dio. E’ la forza della sua misericordia. Dice ancora il profeta: «Ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male» (v.13). Il ritorno al Signore è possibile come ‘grazia’, perché è opera di Dio e frutto della fede che noi riponiamo nella sua misericordia. Questo ritornare a Dio diventa realtà concreta nella nostra vita solo quando la grazia del Signore penetra nell’intimo e lo scuote donandoci la forza di «lacerare il cuore». E’ ancora il profeta a far risuonare da parte di Dio queste parole: «Laceratevi il cuore e non le vesti» (v.13). In effetti, anche ai nostri giorni, molti sono pronti a “stracciarsi le vesti” di fronte a scandali e ingiustizie – naturalmente commessi da altri –, ma pochi sembrano disponibili ad agire sul proprio “cuore”, sulla propria coscienza e sulle proprie intenzioni, lasciando che il Signore trasformi, rinnovi e converta. Quel «ritornate a me con tutto il cuore», poi, è un richiamo che coinvolge non solo il singolo, ma la comunità. Abbiamo ascoltato sempre nella prima Lettura: «Suonate il corno in Sion, proclamate un solenne digiuno, convocate una riunione sacra. Radunate il popolo, indite un’assemblea solenne, chiamate i vecchi, riunite i fanciulli, i bambini lattanti; esca lo sposo dalla sua camera e la sposa dal suo talamo» (vv.15-16). La dimensione comunitaria è un elemento essenziale nella fede e nella vita cristiana. Cristo è venuto «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (cfr Gv 11,52). Il “Noi” della Chiesa è la comunità in cui Gesù ci riunisce insieme (cfr Gv 12,32): la fede è necessariamente ecclesiale. E questo è importante ricordarlo e viverlo in questo Tempo della Quaresima: ognuno sia consapevole che il cammino penitenziale non lo affronta da solo, ma insieme con tanti fratelli e sorelle, nella Chiesa. Il profeta, infine, si sofferma sulla preghiera dei sacerdoti, i quali, con le lacrime agli occhi, si rivolgono a Dio dicendo: «Non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: “Dov’è il loro Dio?”» (v.17). Questa preghiera ci fa riflettere sull’importanza della testimonianza di fede e di vita cristiana di ciascuno di noi e delle nostre comunità per manifestare il volto della Chiesa e come questo volto venga, a volte, deturpato. Penso in particolare alle colpe contro l’unità della Chiesa, alle divisioni nel corpo ecclesiale. Vivere la Quaresima in una più intensa ed evidente comunione ecclesiale, superando individualismi e rivalità, è un segno umile e prezioso per coloro che sono lontani dalla fede o indifferenti. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» (2 Cor 6,2). Le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto risuonano anche per noi con un’urgenza che non ammette assenze o inerzie. Il termine “ora” ripetuto più volte dice che questo momento non può essere lasciato sfuggire, esso viene offerto a noi come un’occasione unica e irripetibile. E lo sguardo dell’Apostolo si concentra sulla condivisione con cui Cristo ha voluto caratterizzare la sua esistenza, assumendo tutto l’umano fino a farsi carico dello stesso peccato degli uomini. La frase di san Paolo è molto forte: Dio «lo fece peccato in nostro favore». Gesù, l’innocente, il Santo, «Colui che non aveva conosciuto peccato» (2 Cor 5,21), si fa carico del peso del peccato condividendone con l’umanità l’esito della morte, e della morte di croce. La riconciliazione che ci viene offerta ha avuto un prezzo altissimo, quello della croce innalzata sul Golgota, su cui è stato appeso il Figlio di Dio fatto uomo. In questa immersione di Dio nella sofferenza umana e nell’abisso del male sta la radice della nostra giustificazione. Il «ritornare a Dio con tutto il cuore» nel nostro cammino quaresimale passa attraverso la Croce, il seguire Cristo sulla strada che conduce al Calvario, al dono totale di sé. E’ un cammino in cui imparare ogni giorno ad uscire sempre più dal nostro egoismo e dalle nostre chiusure, per fare spazio a Dio che apre e trasforma il cuore. E san Paolo ricorda come l’annuncio della Croce risuoni a noi grazie alla predicazione della Parola, di cui l’Apostolo stesso è ambasciatore; un richiamo per noi affinché questo cammino quaresimale sia caratterizzato da un ascolto più attento e assiduo della Parola di Dio, luce che illumina i nostri passi. Nella pagina del Vangelo di Matteo, che appartiene al cosiddetto Discorso della montagna, Gesù fa riferimento a tre pratiche fondamentali previste dalla Legge mosaica: l’elemosina, la preghiera e il digiuno; sono anche indicazioni tradizionali nel cammino quaresimale per rispondere all’invito di «ritornare a Dio con tutto il cuore». Ma Gesù sottolinea come sia la qualità e la verità del rapporto con Dio ciò che qualifica l’autenticità di ogni gesto religioso. Per questo Egli denuncia l’ipocrisia religiosa, il comportamento che vuole apparire, gli atteggiamenti che cercano l’applauso e l’approvazione. Il vero discepolo non serve se stesso o il “pubblico”, ma il suo Signore, nella semplicità e nella generosità: «E il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,4.6.18). La nostra testimonianza allora sarà sempre più incisiva quanto meno cercheremo la nostra gloria e saremo consapevoli che la ricompensa del giusto è Dio stesso, l’essere uniti a Lui, quaggiù, nel cammino della fede, e, al termine della vita, nella pace e nella luce dell’incontro faccia a faccia con Lui per sempre (cfr 1 Cor 13,12). Cari fratelli e sorelle, iniziamo fiduciosi e gioiosi l’itinerario quaresimale. Risuoni forte in noi l’invito alla conversione, a «ritornare a Dio con tutto il cuore», accogliendo la sua grazia che ci fa uomini nuovi, con quella sorprendente novità che è partecipazione alla vita stessa di Gesù. Nessuno di noi, dunque, sia sordo a questo appello, che ci viene rivolto anche nell’austero rito, così semplice e insieme così suggestivo, dell’imposizione delle ceneri, che tra poco compiremo. Ci accompagni in questo tempo la Vergine Maria, Madre della Chiesa e modello di ogni autentico discepolo del Signore. Amen!

1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=1%20Corinzi%2015,1-11

1 CORINZI 15,1-11 – COMMENTO BIBLICO

1 Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, 2 e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! 3 Vi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, 4 fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, 5 e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. 6 In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. 7 Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. 8 Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. 9 Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. 10 Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me. 11 Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.

  COMMENTO 1 Corinzi 15,1-11 La risurrezione di Cristo Nell’ultimo capitolo della 1Corinzi Paolo affronta il problema del destino finale riservato a coloro che hanno abbracciato la fede in Cristo. Precedentemente egli aveva rivolto la sua attenzione a situazioni specifiche riguardanti la vita personale o comunitaria. Ora invece si pone al cuore stesso del «vangelo», mostrando come in esso sia contenuta una salvezza che va oltre i limiti della vita fisica dell’uomo. È difficile stabilire se l’apostolo risponde a una domanda precisa che gli è stata posta dalla comunità (manca all’inizio la formula «riguardo a…»), o se prende posizione nei confronti di una problematica di cui è venuto a conoscenza per altra via. La lunghezza della trattazione dimostra però che il tema era sentito come un punto nevralgico del cristianesimo nascente, intorno al quale erano emerse opinioni divergenti che rischiavano di oscurare il vero significato della fede. Il capitolo si divide in tre parti. In un primo momento Paolo espone il contenuto essenziale del suo vangelo, che consiste nella morte e nella risurrezione di Cristo (vv. 1-11). Alla luce di questo dato di fede egli affronta poi il tema della risurrezione di coloro che hanno creduto in lui (vv. 12-34). Nella terza parte spiega le modalità con cui avrà luogo la risurrezione (vv. 35-53). Conclude il capitolo un inno alla vittoria sulla morte (vv. 54-58). In questo testo liturgico viene riportata la parte del capitolo riguardante la risurrezione di Cristo. Paolo si introduce sottolineando il carattere tradizionale e quindi immutabile di ciò che ha annunziato a Corinto (vv. 1-3a), riafferma poi la morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) e infine dà un elenco delle apparizioni del Risorto (vv. 5-11). 

La tradizione della Chiesa (vv. 1-3a).  Nella frase introduttiva l’apostolo si richiama alla sua predicazione precedente, sottolineando come essa faccia parte di una «tradizione» che lui stesso ha ricevuto. Egli apre la nuova trattazione con l’espressione «vi rendo noto» (gnôrizô), con la quale sembra introdurre l’annunzio di qualcosa che i corinzi ancora non conoscevano; ma in realtà Paolo intende semplicemente richiamare quanto essi già conoscevano. A tal fine ricorda la loro esperienza cristiana, che si snoda lungo quattro tappe: annunzio evangelico, adesione di fede, vita cristiana, salvezza (vv. 1-2a). Paolo ha annunziato il «vangelo» e i corinzi lo hanno ricevuto una volta per tutte (parelabete, all’aoristo) ed ora in esso «restano saldi» (estêkate, al perfetto) e sono salvati (sôzesthe, al presente, in quanto si tratta di un’azione continuata). L’apostolo però soggiunge: «Se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti avreste creduto invano!» (v. 2b). È questa la traduzione più probabile della difficile frase greca che letteralmente suona così: «Con quale parola ve l’ho evangelizzato se lo mantenete». Di per sé sarebbe possibile collegare la frase con il precedente verbo iniziale. In questo caso si dovrebbe tradurre: «Vi faccio presente con quale tipo di parola vi ho annunziato il vangelo che avete ricevuto…. supponendo che lo teniate ben saldo, altrimenti avreste creduto invano». Paolo conclude la frase introduttiva sottolineando che egli ha trasmesso ai corinzi tutto e solo ciò che lui stesso aveva ricevuto (paredôka / parelabon) (v. 3a): anche qui, come in 11,2.23 si presenta semplicemente come un trasmettitore della tradizione della chiesa. Nelle parole dell’apostolo si nota la consapevolezza di richiamare cose note, da tutti accettate, e al tempo stesso la preoccupazione che i corinzi, dopo aver aderito al vangelo, lo interpretino in un modo non corretto, svuotandolo così del suo significato; e dal seguito della sezione risulta che questa eventualità non era poi così remota (cfr. v. 17). È dunque probabile che egli veda, alla radice dell’errore riguardante la risurrezione dei morti, anche un malinteso circa il nucleo centrale della fede cristiana.

La morte e la risurrezione di Cristo (vv. 3b-4) Dopo l’introduzione Paolo presenta in sintesi il suo vangelo. Esso contiene anzitutto il ricordo della morte di Cristo, che comprende anche la sepoltura (vv. 3b-4a); ad esso fa seguito l’annunzio della sua risurrezione (v. 4b) che a sua volta trova conferma nelle sue apparizioni. Il vangelo proclamato da Paolo è formulato con una frase in cui è riprodotta, forse con qualche ritocco, una formula preesistente. Egli ha annunziato ai corinzi «…che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto, e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture » (vv. 3b-4). Quanto l’apostolo riferisce in questi versetti rappresenta il contenuto centrale della tradizione che egli ha ricevuto dalla chiesa primitiva e ha trasmesso fedelmente ai corinzi (cfr. v. 11). Essa riguarda anzitutto la morte di Cristo, il cui significato è messo in luce mediante l’espressione «per (hyper) i nostri peccati». Non si tratta quindi di una morte qualsiasi, ma di una morte che attua il perdono di Dio, e come tale ha avuto luogo «secondo le Scritture», cioè in attuazione di quanto esse avevano predetto. Diversi testi del NT sottolineano il collegamento tra la morte di Gesù e le predizioni dell’AT (cfr. per es. Lc 24,25-27.44-47). Nella chiesa primitiva l’annunzio della morte di Cristo veniva letto specialmente in alcuni testi come il Salmo 118,22 («La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo»: cfr. At 4,11; Mc 12,10 e par.) o Dt 21,22-23 (il condannato a morte è appeso a un albero: cfr. At 5,30; 10,39; Gal 3,13). Ma l’apostolo ha in mente soprattutto i testi riguardanti il Servo di JHWH, nei quali si dice che questi con la sua morte ha eliminato i peccati del popolo: «Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità» (Is [LXX] 53,5). Insieme alla morte Paolo ricorda la sepoltura di Gesù. Questa rappresenta senz’altro un dato secondario della tradizione, che egli sottolinea per confermare, forse contro i primi dubbi ripresi in seguito dai doceti, la realtà della morte stessa. Non vi è qui alcuna allusione alla scoperta della tomba vuota (Mc 16,1-8 e par.), che Paolo dimostra di ignorare o per lo meno di non ritenere essenziale ai fini dell’annunzio. Il secondo punto del kerygma è rappresentato dalla risurrezione di Cristo, indicata con il verbo «risorgere» (egeirô), al perfetto medio, che significa letteralmente «risvegliarsi». Con esso si sottolinea che gli effetti dell’azione sono ancora presenti: Cristo è risorto e resta vivo. Questo verbo potrebbe avere anche un significato passivo. In questo caso si tratterebbe di un «passivo divino», con il quale la risurrezione di Cristo viene attribuita all’azione stessa di Dio (cfr. v. 15). Paolo aggiunge che la risurrezione di Cristo è avvenuta anch’essa, come la sua morte, «secondo le Scritture». I primi cristiani vedevano una predizione della risurrezione di Cristo nella preghiera del giusto, il quale dice a Dio: «Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro né lascerai che il tuo santo veda la corruzione» (Sal 16,10; cfr. At 2,25-28). È possibile che l’apostolo pensi piuttosto anche qui al Servo di JHWH, al quale era stata promessa, dopo la sua morte, una lunga vita (Is 53,10; cfr. Sal[LXX] 22,30), che sullo sfondo della fede giudaica nella risurrezione finale poteva venire intesa come una risurrezione anticipata. Ma più in generale era spontaneo pensare che tutte le Scritture avessero predetto la risurrezione di Cristo (cfr. Lc 24,27), in quanto essa rappresenta l’evento con il quale si inaugura il regno escatologico di Dio, caratterizzato appunto dalla risurrezione dei morti. La designazione cronologica («il terzo giorno») potrebbe indicare solo un breve lasso di tempo, suggerito dal corso degli eventi pasquali; tuttavia non è escluso che Paolo faccia anche di essa l’oggetto delle profezie bibliche. In questo caso egli potrebbe pensare all’esperienza di Giona, che è rimasto «tre giorni e tre notti» nel ventre del pesce (Gn 2,1; cfr. Mt 12,40), o al testo di Osea 6,2, oppure, più verosimilmente, alla tradizione rabbinica che colloca la liberazione finale di Israele nel «terzo giorno».

Le apparizioni del Risorto (vv. 5-11) Come alla morte aveva fatto seguito la sepoltura, così la risurrezione è confermata dalle apparizioni ai discepoli. Questo tema viene sviluppato nella seconda parte del brano: «… e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici» (v. 5). Il verbo «apparve» (aoristo passivo di oraô, vedere) è utilizzato spesso nei LXX per indicare la manifestazione di Dio a personaggi da lui scelti (cfr. Gen 12,7; 18,1; 35,9; Es 3,2); nel NT designa le apparizioni del Risorto ai discepoli (Lc 24,34; At 13,31) e a Paolo stesso (At 26,16; cfr. 9,17). In questo contesto non significa «essere visto» (passivo), ma «farsi vedere» (intransitivo con valore mediale): in realtà Paolo non pensava a una esperienza soggettiva dei discepoli, ma a un intervento attivo dello stesso Cristo. È difficile però stabilire qual è stato per gli interessati il contenuto della visione: siccome nell’AT il termine è usato per indicare manifestazioni divine che consistono in un messaggio orale, resta aperta la possibilità che si sia trattato di un’esperienza interiore, senza un coinvolgimento diretto delle facoltà esterne. Il fatto che lo stesso verbo sia utilizzato subito dopo per designare l’esperienza personale di Paolo non aggiunge nulla circa le modalità dell’apparizione, anche perché altrove egli ne parla semplicemente in termini di «rivelazione» (cfr. Gal 1,16). La prima apparizione è quella che ha avuto come destinatario Cefa (Pietro). Di essa parla anche il terzo vangelo, ma solo indirettamente, presentandola come un evento di cui i discepoli di Emmaus ricevono la notizia quando fanno ritorno a Gerusalemme (Lc 24,34). Anche Giovanni ricorda tale apparizione, ma nella sistemazione attuale del libro essa non viene più al primo posto (cfr. Gv 21). Essa sottolinea il ruolo speciale di Pietro nel cristianesimo primitivo. L’apparizione a Cefa, abbinata a quella avuta dai Dodici, il gruppo ristretto dei discepoli di Gesù al quale lo stesso Cefa appartiene, è narrata da tutti gli evangelisti (cfr. Mt 28,16-20; Lc 24,36-49; Mc 16,14-18; Gv 20,19-23). Stupisce però il fatto che l’apostolo parli dei «Dodici» senza ricordare che, dopo la defezione di Giuda, i discepoli più intimi erano rimasti solo in undici. Forse era preoccupato di mettere in luce non tanto singoli dettagli storici, quanto piuttosto il rapporto con Gesù di un gruppo specifico di persone che nella chiesa primitiva erano riconosciute come i suoi discepoli più intimi e svolgevano il ruolo di testimoni della sua risurrezione (cfr. At 1,21-22). Dopo l’apparizione a Cefa e ai Dodici si elencano quelle di cui sono stati beneficiari cinquecento fratelli, poi Giacomo e tutti gli apostoli e infine Paolo stesso. Malgrado la ripetizione della particella «poi» (eita, epeita), esse sono elencate secondo un ordine che non ha un vero e proprio significato cronologico, ad eccezione della prima (Cefa) e dell’ultima (Paolo). Anzitutto viene nominata quella riservata a più di 500 fratelli (v. 6). Costoro potrebbero rappresentare tutta la comunità di Gerusalemme in un certo stadio del suo sviluppo; il ricordo dell’apparizione speciale ad essi riservata serviva forse a sottolineare l’importanza di questa comunità e il ruolo da essa svolto nel cristianesimo delle origini. Nessun indizio permette di situare questa apparizione in rapporto all’evento di Pentecoste, di cui si parla solo negli Atti degli apostoli: Luca infatti non menziona un’apparizione del Risorto in quella occasione e d’altra parte informa che la comunità contava allora solo 120 persone (At 1,15), alle quali sarebbero state aggregate in quello stesso giorno altre tremila persone (2,41). L’accenno al fatto che solo alcuni di questi fratelli sono morti, mentre la maggioranza è ancora in vita, potrebbe avere lo scopo di dare un valore attuale e verificabile alla loro testimonianza. L’apparizione ai 500 costituisce una specie di intermezzo tra quella riservata a Cefa e ai dodici e quella, citata subito dopo, concessa «a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli» (v. 7). Giacomo era un «fratello del Signore» (cfr. Gal 1,19) e non apparteneva al gruppo dei Dodici. Il ricordo dell’apparizione da lui ricevuta serve forse a giustificare il fatto che egli resse per lungo tempo la comunità di Gerusalemme. «Tutti gli apostoli», a cui Gesù apparve successivamente, sono i missionari della chiesa primitiva, il cui compito di «inviati» (è questo il senso della parola «apostolo») viene fatto risalire a un intervento personale del Risorto (cfr. 9,5). Al loro gruppo appartenevano certamente i Dodici, ma anche Giacomo stesso, menzionato in stretto contatto con loro, nonché Paolo (cfr. v. 9) e altri missionari (cfr. Rm 16,7; Fil 2,25; 2Cor 8,23): in questo momento l’identificazione degli apostoli con i Dodici, che sarà un fatto ormai acquisito al tempo di Luca (cfr. At 1,15-26), non aveva ancora avuto luogo. Accanto alle apparizioni per così dire ufficiali Paolo ricorda quella di cui è stato destinatario lui stesso (v. 8). Egli osserva che Gesù gli è «apparso» come a un «aborto» (ektrôma): può darsi che abbia coniato lui questo termine per sottolineare che il suo incontro con Cristo ha avuto luogo quando il tempo delle apparizioni pubbliche era ormai chiuso, a somiglianza dell’aborto che viene alla luce al di fuori del tempo normale; è possibile però che si tratti di un appellativo che gli veniva affibbiato dai suoi avversari per squalificare la sua persona e il suo messaggio. Al suo incontro con il Risorto Paolo allude altrove presentandolo una volta come una rivelazione (Gal 1,16) e l’altra come una visione (1Cor 9,1). Il ricordo dell’apparizione del Risorto suggerisce a Paolo una considerazione personale: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me» (vv. 9-10). In questo brano si fondono umiltà e fierezza: alla sua condizione di persecutore, che lo pone all’ultimo posto nella scala degli apostoli, fa riscontro la grazia di Dio, alla quale unicamente attribuisce non solo il suo apostolato, ma anche la sua instancabile attività, in forza della quale non si sente inferiore a nessun degli altri apostoli. Sullo sfondo si intravedono le accuse rivoltegli dai suoi avversari, che mettevano in discussione precisamente la sua prerogativa di apostolo (cfr. 1Cor 9,1-3). Dopo aver elencato i testimoni della risurrezione, Paolo conclude ricollegandosi all’introduzione del brano: «Pertanto, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto» (v. 11). Con queste parole intende sottolineare che quanto egli «predica» (kêryssô), cioè il vangelo che annunzia (cfr. vv. 1.14), non è diverso da quello che predicano gli altri apostoli; è ad esso che i corinzi, diventando cristiani, hanno creduto una volta per tutte (episteusate, all’aoristo).

Linee interpretative Le apparizioni di Gesù, così come sono ricordate da Paolo hanno come destinatari personaggi che svolgevano ruoli di particolare importanza nella chiesa primitiva. Per essi l’aver visto il Signore risorto era la garanzia di una particolare chiamata da parte sua, che li autorizzava a svolgere le proprie funzioni in suo nome. Ciò spiega forse in parte il fatto che le apparizioni menzionate dall’apostolo non coincidano esattamente con quelle raccontate nei vangeli (Mt 28,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,23) e negli Atti degli Apostoli (At 1,3-8). È probabile che sia Paolo sia gli evangelisti abbiano fatto una scelta all’interno di un’ampia gamma di racconti trasmessi dalla comunità primitiva, mediante i quali i primi cristiani annunziavano la loro fede nella risurrezione del Signore. Le testimonianze che sono state conservate, con tutte le loro diversità e contraddizioni, non servono perciò a dimostrare la realtà storica della risurrezione, ma piuttosto l’insorgere precoce di questa stessa fede all’interno della comunità cristiana. In altre parole, con i loro racconti i primi cristiani non hanno inteso dimostrare che la risurrezione è un fatto storico, ma l’hanno presentata come il primo articolo di una fede che essi stessi hanno ricevuto dai primi discepoli e testimoni di Gesù. Questa fede resta ancora oggi il fondamento e l’unica ragione di essere della chiesa. La fede nella risurrezione di Cristo suppone senz’altro, in base alle concezioni antropologiche del tempo, che il suo corpo sia stato liberato dalla corruzione del sepolcro.  Il suo significato però non si ferma qui. Nel contesto delle attese diffuse nel mondo giudaico e dell’annunzio evangelico complessivamente preso, la risurrezione di Gesù non consiste nella semplice rianimazione di un cadavere o nel ritorno di un morto a una nuova vita. Per Paolo, come per tutta la Chiesa primitiva, la risurrezione significa che Dio ha riabilitato colui che era stato ingiustamente crocifisso, innalzandolo accanto a sé e donandogli una gloria senza fine. In lui è l’umanità intera che ritorna alla comunione con Dio. Il peccato è dunque vinto e quel regno di Dio che Gesù aveva annunziato durante la sua vita terrena è inaugurato. Egli stesso, nella sua nuova condizione di Signore glorificato, guida alla risurrezione finale tutti coloro che credono in lui. In altre parole credere nella risurrezione significa assumere su di sé, come hanno fatto Paolo e i primi testimoni, la missione stessa di Gesù, che consiste nell’annunziare il regno di Dio, operando efficacemente perché si realizzi.  

 

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2013)

http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2013/documents/hf_ben-xvi_hom_20130125_vespri.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELLA CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO

Basilica di San Paolo fuori le Mura Venerdì, 25 gennaio 2013

Cari fratelli e sorelle!

E’ sempre una gioia e una grazia speciale ritrovarsi insieme, intorno alla tomba dell’apostolo Paolo, per concludere la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Saluto con affetto i Cardinali presenti, in primo luogo il Cardinale Harvey, Arciprete di questa Basilica, e con lui l’Abate e la Comunità dei monaci che ci ospitano. Saluto il Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i collaboratori del Dicastero. Rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarca ecumenico, al Reverendo Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è particolarmente gradito salutare i membri della Commissione mista per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali, ai quali auguro un fruttuoso lavoro per la sessione plenaria che si sta svolgendo in questi giorni a Roma, come pure gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che qui studiano. Saluto infine tutti i presenti convenuti a pregare per l’unità tra tutti i discepoli di Cristo. Questa celebrazione si inserisce nel contesto dell’Anno della fede, iniziato l’11 ottobre scorso, cinquantenario dell’apertura del Concilio Vaticano II. La comunione nella stessa fede è la base per l’ecumenismo. L’unità, infatti, è donata da Dio come inseparabile dalla fede; lo esprime in maniera efficace san Paolo: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,4-6). La professione della fede battesimale in Dio, Padre e Creatore, che si è rivelato nel Figlio Gesù Cristo, effondendo lo Spirito che vivifica e santifica, già unisce i cristiani. Senza la fede – che è primariamente dono di Dio, ma anche risposta dell’uomo – tutto il movimento ecumenico si ridurrebbe ad una forma di “contratto” cui aderire per un interesse comune. Il Concilio Vaticano II ricorda che i cristiani «con quanta più stretta comunione saranno uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potranno accrescere la mutua fraternità» (Decr. Unitatis redintegratio, 7). Le questioni dottrinali che ancora ci dividono non devono essere trascurate o minimizzate. Esse vanno piuttosto affrontate con coraggio, in uno spirito di fraternità e di rispetto reciproco. Il dialogo, quando riflette la priorità della fede, permette di aprirsi all’azione di Dio con la ferma fiducia che da soli non possiamo costruire l’unità, ma è lo Spirito Santo che ci guida verso la piena comunione, e fa cogliere la ricchezza spirituale presente nelle diverse Chiese e Comunità ecclesiali. Nella società attuale sembra che il messaggio cristiano incida sempre meno nella vita personale e comunitaria; e questo rappresenta una sfida per tutte le Chiese e le Comunità ecclesiali. L’unità è in se stessa un mezzo privilegiato, quasi un presupposto per annunciare in modo sempre più credibile la fede a coloro che non conoscono ancora il Salvatore, o che, pur avendo ricevuto l’annuncio del Vangelo, hanno quasi dimenticato questo dono prezioso. Lo scandalo della divisione che intaccava l’attività missionaria fu l’impulso che diede inizio al movimento ecumenico quale oggi lo conosciamo. La piena e visibile comunione tra i cristiani va intesa, infatti, come una caratteristica fondamentale per una testimonianza ancora più chiara. Mentre siamo in cammino verso la piena unità, è necessario allora perseguire una collaborazione concreta tra i discepoli di Cristo per la causa della trasmissione della fede al mondo contemporaneo. Oggi c’è grande bisogno di riconciliazione, di dialogo e di comprensione reciproca, in una prospettiva non moralistica, ma proprio in nome dell’autenticità cristiana per una presenza più incisiva nella realtà del nostro tempo. La vera fede in Dio poi è inseparabile dalla santità personale, come anche dalla ricerca della giustizia. Nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che oggi si conclude, il tema offerto alla nostra meditazione era: «Quel che il Signore esige da noi», ispirato alle parole del profeta Michea, che abbiamo ascoltato (cfr 6,6-8). Esso è stato proposto dallo Student Christian Movement in India, in collaborazione con la All India Catholic University Federation ed il National Council of Churches in India, che hanno preparato anche i sussidi per la riflessione e la preghiera. A quanti hanno collaborato desidero esprimere la mia viva gratitudine e, con grande affetto, assicuro la mia preghiera a tutti i cristiani dell’India, che a volte sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in condizioni difficili. «Camminare umilmente con Dio» (cfr Mi 6,8) significa anzitutto camminare nella radicalità della fede, come Abramo, fidandosi di Dio, anzi riponendo in Lui ogni nostra speranza e aspirazione, ma significa anche camminare oltre le barriere, oltre l’odio, il razzismo e la discriminazione sociale e religiosa che dividono e danneggiano l’intera società. Come afferma san Paolo, i cristiani devono offrire per primi un luminoso esempio nella ricerca della riconciliazione e della comunione in Cristo, che superi ogni tipo di divisione. Nella Lettera ai Galati, l’Apostolo delle genti afferma: «Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (3,27-28). La nostra ricerca di unità nella verità e nell’amore, infine, non deve mai perdere di vista la percezione che l’unità dei cristiani è opera e dono dello Spirito Santo e va ben oltre i nostri sforzi. Pertanto, l’ecumenismo spirituale, specialmente la preghiera, è il cuore dell’impegno ecumenico (cfr Decr. Unitatis redintegratio, 8). Tuttavia, l’ecumenismo non darà frutti duraturi se non sarà accompagnato da gesti concreti di conversione che muovano le coscienze e favoriscano la guarigione dei ricordi e dei rapporti. Come afferma il Decreto sull’ecumenismo del Concilio Vaticano II, «non esiste un vero ecumenismo senza interiore conversione» (n. 7). Un’autentica conversione, come quella suggerita dal profeta Michea e di cui l’apostolo Paolo è un significativo esempio, ci porterà più vicino a Dio, al centro della nostra vita, in modo da avvicinarci maggiormente anche gli uni agli altri. È questo un elemento fondamentale del nostro impegno ecumenico. Il rinnovamento della vita interiore del nostro cuore e della nostra mente, che si riflette nella vita quotidiana, è cruciale in ogni dialogo e cammino di riconciliazione, facendo dell’ecumenismo un impegno reciproco di comprensione, rispetto e amore, «affinché il mondo creda» (Gv 17,21). Cari fratelli e sorelle, invochiamo con fiducia la Vergine Maria, modello impareggiabile di evangelizzazione, affinché la Chiesa, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Cost. Lumen gentium, 1), annunci con franchezza, anche nel nostro tempo, Cristo Salvatore. Amen.

 

TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

http://www.toscanaoggi.it/Cultura-Societa/Tradizioni-San-Paolo-e-i-serpenti-velenosi

TRADIZIONI, SAN PAOLO E I SERPENTI VELENOSI

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo.La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare. DI CARLO LAPUCCI

Tradizioni, San Paolo e i serpenti velenosi 25/06/2009 di Archivio Notizie di Carlo Lapucci

L’Apostolo delle Genti fu colui che pose i fondamenti istituzionali della Chiesa ed è appunto festeggiato con S. Pietro, che ne fu il primo papa, il 29 giugno, giorno che ricorda il martirio, mentre quello della conversione cade il 25 gennaio, data della caduta da cavallo. La sua grandezza sul piano della dottrina e l’importanza fondamentale nell’istituzione del Cristianesimo e della Chiesa non ha un corrispettivo adeguato nel mondo della tradizione popolare, nella quale, a differenza di altre figure come San Pietro, San Giovanni Battista, compare solo per alcuni elementi, primo dei quali è la celebre caduta e folgorazione (Atti degli Apostoli IX, 1-9) sulla via di Damasco, per cui è patrono di coloro che usano una cavalcatura. La sua alta speculazione e la  riflessione sulla dottrina del Cristianesimo, la sua potenza speculativa, sfugge al pensiero concreto delle persone semplici. A differenza di lui San Pietro, dotato di umanità talvolta ingenua, ha inciso più decisamente nella fantasia della gente, diventando in moltissime profacole l’intermediario dell’umanità nel colloquio con Cristo. L’uomo, incapace di guardare il divino, guarda e si ferma sulle manifestazioni secondarie della sua potenza e del suo essere, come colui che è impossibilitato di guardare il sole vede e segue gli effetti della sua luce e della sua forza riflessi sulle cose naturali e spesso si ferma su questi dimenticandone l’origine e la fonte. Di Paolo nella devozionalità, oltre alla caduta, c’è la sua spada con la quale è raffigurato, strumento del suo martirio e simbolo della forza della sua parola. Proverbiale è anche la sua calvizie con il volto severo, la persona bassa e atticciata, che lo hanno fatto ritenere un santo forte, risoluto, volitivo e quindi da trattarsi con reverenza. Protegge gli operanti dei vari mestieri manuali che ha esercitato: cordai, cestai, conciatori, tappezzieri. È detto San Paolo dei Segni per il fatto che dai giorni precedenti alla sua festa del 25 di gennaio usava prendere i pronostici meteorologici per tutto l’anno e questo forse è dovuto al fatto che fu, come egli racconta, rapito in estasi fino al terzo cielo (Lettera ai Corinzi XII, 1-3). Il luogo della sua decapitazione a Roma sulla Via Ostiense, è detto Tre fontane, perché la testa cadendo dal ceppo fece tre rimbalzi: là dove toccò la terra scaturirono tre fontane, ancora oggetto di culto. L’aspetto che ha inciso di più nella cultura popolare è dovuto al naufragio durante il primo viaggio a Roma come prigioniero. Riparando nell’Isola di Malta insieme all’equipaggio e alle guardie (Atti degli Apostoli XXVIII, 1-6), furono accolti da gente della costa che stava attorno a un fuoco. Mentre gettava legna sulle fiamme l’Apostolo venne assalito da una vipera che gli si attaccò al dito, questi la scosse dentro il fuoco restando completamente illeso dal suo veleno e dopo un soggiorno di tre mesi poté proseguire il viaggio. Da qui derivarono numerose credenze che si sono moltiplicate raggiungendo una diffusione considerevole e una persistenza nel tempo altrettanto sorprendente. Tutte ruotano intorno alla figura mitica, simbolica e magica del serpente, ma forse si sovrappongono anche all’antico, locale e molto fiorente culto, già presente nell’isola, di Ercole, eroe e divino protettore pagano contro i serpenti: ne uccise due grandissimi mentre era ancora nella culla. Il culto antico di Pitone Fin dalle origini e per un lungo periodo nella civiltà il serpente è stato considerato il primo essere vivente, ovvero la prima creatura che ha preso forma. Non poteva che essere figlio della Terra nella quale abita e sulla quale striscia quasi ad indicare lo stretto contatto con questa. In quanto primo essere è il più elementare, rozzo, istintivo; animato da cieca vitalità allo stato puro ha la forza infinita della vita e della morte, rigenerandosi senza morire e possedendo il veleno che uccide. Di fronte a questa forza dell’istinto, sta anche la capacità di detenere in nuce tutte le fasi dello sviluppo successivo della vita degli esseri che si riveleranno nel tempo, restando lui nella sua primitività, ma non estraneo affatto a ogni manifestazione anche antitetica alla sua sostanziale modalità: è creatura lunare e solare, ctonia e luminosa, ha nel suo veleno la morte e la salute, incarna l’istinto e la ragione, è sacro a Tifone e ad Atena, a Dioniso e ad Apollo. Per questo spesso il modo di considerare il serpente da parte degli antichi disorienta per la facilità con la quale gli vengono attribuiti elementi, qualità, prerogative, funzioni contraddittorie. In particolare le sue conoscenze sono abissali, assolute, avendo attinto e detenendo quel primo germe della vita che contiene tutto, quello che è nascosto e quello che si vede, il passato, il presente e il futuro. Non meraviglia quindi che accanto a coloro che hanno la sapienza, medici, saggi, profeti si trovi la figura del serpente, in particolare è presente in quasi tutti i luoghi sacri dove si trovano profeti, indovini, sibille, santuari dove si danno i responsi. In particolare Apollo è la divinità che tutela l’arte di conoscere, soprattutto il futuro ed è collegato con Cassandra, Crise, Pitone, Pizia, Delfi. Apollo, per insediare il suo santuario di vaticini a Delfi deve vincere il serpente Pitone, terribile mostro che col suo corpo per sette volte circondava l’altura di Delfi e impediva al dio l’accesso al santuario di cui era il nume. Di Pitone non si conosceva quando e come fosse nato, tradizioni più tarde vogliono che nascesse da se stesso o dal fango della Terra essere primordiale, come del resto appare anche nella tradizione cristiana: Lucifero, identificato nel serpente, è il primo degli angeli creati prima del mondo, il primo peccatore e ribelle. Per l’ambivalenza dei simboli il serpente è immagine di salute (caduceo), è il Serpente di rame (Numeri XXI, 9) degli Ebrei, è addirittura simbolo e prefigurazione di Cristo. Quindi questo animale non poteva non rientrare per qualche crepa nel mondo cristiano, pur rappresentando l’esecrando tentatore e causa della rovina dell’uomo. In modo negativo appare nella tradizione di Santa Verdiana a Castelfiorentino. L’episodio di San Paolo a Malta è stata la base per l’assunzione di elementi che spesso col religioso hanno poco a che fare, ma evidentemente soddisfacevano quel sostrato di paganesimo, di religione naturale, assai vivo nel passato, ma che permane ancora. La leggenda vuole che Paolo decise di liberare l’Isola di Malta da tutti i serpenti velenosi e stabilì che chi nasce nell’isola nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste che ricordano la morte e la conversione, sia indenne da ogni morso di animale velenoso, guarisca chi ne è stato avvelenato e salvi da altre malattie. Nascono così i sampaolari che sono discendenti della famiglia di San Paolo e possono guarire con la saliva e altri mezzi i morsi più pericolosi e anche mortali dei serpenti. Sono detti anche Gente della famiglia di San Paolo, ovvero della casa di San Paolo, anche Uomini di San Paolo, e si considerarono addirittura discendenti di San Paolo, creando un certo imbarazzo nel trovare la linea di parentela. I sampaolari non solo sono immuni da qualunque morso o puntura di animali velenosi, ma li possono maneggiare senza che questi tentino di nuocere loro in qualche modo, entrando nel novero dei serpari, cacciatori di serpenti che sono sempre esistiti, anche per la fornitura dei veleni molto usati a scopo terapeutico e magico, e spesso ostentano ancora la loro immunità dai morsi dei serpenti velenosi, ottenuta forse con una opera di mitridatazione, ovvero lenta assuefazione al tossico. Le leggende non si curano di difficoltà pratiche, tanto meno logiche, una delle quali non è da poco: come hanno fatto i maltesi nati nelle feste di Paolo, o discendenti dalla sua famiglia, a scoprire le loro prerogative se l’Isola di Malta era del tutto priva di serpenti velenosi avendola liberata San Paolo? Il fatto è che la tradizione dei sampaolari si è sovrapposta col tempo ad altre numerose e più antiche, esistenti fino dai tempi preistorici e spesso collegate ai culti del serpente che nell’area mediterranea sono sempre stati diffusissimi, ma non mancano altrove come il serpente piumato in America.

Psilli, cirauli e gli storici L’antica esistenza del popolo misterioso degli Psilli viene testimoniata da Erodoto (484-406 a. C.) che ne Le storie (IV, 173) scrive: «Vicino ai Nasamoni c’è il paese degli Psilli [?] Spirando continuamente il vento Noto seccò i pozzi delle acque e la loro terra, che è all’interno della Sirte, era tutto senz’acqua. Essi allora, tenuto consiglio tra loro, decisero unanimemente e tutti insieme marciarono armati contro il vento (riferisco quello che si racconta tra i libici) e, quando furono entrati nel deserto, il Vento Noto soffiando con violenza, li seppellì tutti quanti». Varrone e Plinio riferiscono l’esistenza di una popolazione africana, detta Psilli, che aveva la capacità di guarire qualunque morso velenoso, in particolare di serpente, con lo sputo, sopra la ferita oppure sul capo del rettile che aveva morsicato. Plinio (Storia Naturale VII, 14) riferisce: «Una simile popolazione esisteva in Africa, quella degli Psilli, chiamata così dal nome del re Psillo, la cui tomba si trova nella zona della Grande Sirte. Nel loro corpo era congenito un veleno mortale per i serpenti, che erano condizionati dal loro odore». Si diceva che chi nasceva da una famiglia degli Psilli aveva in sé questa capacità che non perdeva mai, ma svaniva nella prole allorché uno psillo si sposa con una persona che non era tale. Era facile vedere se uno fosse di sangue spurio, dal momento che qualunque serpente fuggiva in presenza di uno psillo. Anche il popolo dei Marsi aveva una simile prerogativa. Il termine, oltre che «abitanti della Marsica» indica gl’incantatori di serpenti, i catturatori e anche coloro che annullano il veleno delle morsicature. Questo significato prende le mosse dall’antico popolo di stirpe sabellica stanziato nell’altipiano dell’Appennino centrale intorno al lago Fucino, tra i fiumi Aterno e Liri. Combatterono i Romani finché questi con il Bellum Marsicum non li soggiogarono definitivamente. Valorosi in battaglia, godettero fama di grandi conoscitori delle erbe salutari, abbondanti nelle loro terre, e dei rimedi che ne ricavavano per la cura delle malattie e per le arti magiche. Erano noti altresì per la loro arte di domare e incantare i serpenti. Plinio (Storia Naturale VII, 14) dice di loro: «In Italia si trova la popolazione dei Marsi. Si dice che essi discendano dal figlio di Circe e che perciò abbiano innata questa facoltà [d'incantare i serpenti]. Del resto tutti gli uomini possiedono un veleno che è un antidoto contro i serpenti. Sembra infatti che questi, toccati dalla saliva, fuggano come dall’acqua bollente». Marso sarebbe appunto il mitico figlio di Ulisse e della maga Circe, eroe che sarebbe stato il capostipite dei Marsi. Si diceva anche che i Marsi fossero stati ammaestrati da Medea nelle arti magiche e nella scienza delle erbe. La zona della Marsica è ancora rinomata per la presenza di stregoni e guaritori, nonché d’incantatori. I Cirauli sono una  misteriosa istituzione siciliana di guaritori, maghi, indovini presente in gran parte del Meridione, conosciuta un tempo dovunque, che costituisce il modello di famiglie o corporazioni dei guaritori. L’origine è antica e Niccolò Serpetro da Raccuia del Messinese già nel 1653, diceva: «Vivono sino al dì d’oggi in Militello di Sicilia, terra posta nella valle di Noto, alcuni d’una famiglia detta de’ Cirauli, ne’ maschi e femmine della quale per molti secoli s’è andata trasfondendo una meravigliosa virtù di guarire, non solo col tatto, con lo sputo e con le parole, ma ancora con la immaginazione, tutti i morsi velenosi d’ogni sorte, e di far morire ogni spezie di velenati quanto si voglia lontani». Pitrè, che ha studiato ritiene che la parola Ciraulo sia d’origine greca e s’intende «suonatore di tromba, trombettiere» e tale è colui che nasce nella notte del 29 giugno, o in quella dal 24 al 25 gennaio, le due feste di San Paolo. Abbiamo dunque anche noi come gl’indiani l’incantatore del cobra nostrano, la vipera, che si serve del flauto e della musica.

La terra di Malta e le cosiddette terre sigillate Sbarcato nell’isola con gli altri naufraghi secondo la tradizione Paolo fece sgorgare presso al mare una fontana per dissetare i compagni e dopo essersi asciugato al fuoco e dopo essere stato punto dalla vipera, riparò in quella che si dice la Grotta di Rabat, o la Grotta di San Paolo, dove soggiornò un certo periodo prima di ripartire per Roma. Il luogo fu oggetto di particolare venerazione e divenne famoso per altri elementi sempre relativi ai serpenti. Il principale di questi oggetti è la Terra di Malta che fa parte delle cosiddette terre sigillate. Queste sono preparati che stanno tra il culto delle reliquie, dei luoghi e la superstizione, la ciarlataneria, la medicina fantastica. Vengono usati in modi diversi, ma in genere sono assunti per via orale. Le terre erano in pratica usate come talismani mascherati da reliquie, oppure come farmaci. Si tratta di terre prelevate in posti particolari: luoghi di martirio (nella zona del Colosseo), tombe, soggiorni, grotte di santi, terre in vicinanza di santuari, oppure semplicemente terre alle quali era riconosciuta una qualità curativa. Naturalmente la fiducia riposta in questi preparati dava largo spazio allo smercio e alle truffe dei ciarlatani che non avevano scrupolo nel raccogliere le terre in giardino o in un campo e spacciarle come originali. (Montinaro B., San Paolo dei serpenti ? Analisi di una tradizione, Sellerio, Palermo 1996). Prelevata, elaborata con aggiunte diverse, la terra era lavorata in palline, dischetti, o in forme varie: addirittura statuine devote, oggetti in miniatura. La caratteristica particolare era il sigillo che veniva impresso nell’impasto fresco che manteneva l’impronta una volta essiccato: poteva essere un’immagine sacra come negli Agnusdei, quella di un santo, ovvero una semplice croce o un simbolo relativo al luogo d’origine. Si chiama anche Pasta di reliquie. Insieme alla terra si trovano presso la grotta denti, ossa di animali fossilizzati che l’immaginazione popolare ha identificato nel modi più fantasiosi come se fossero gli occhi, le lingue, i denti dei serpenti impietriti dalla parola dell’Apostolo. Sono dette comunemente pietre di San Paolo, ma anche lingue di San Paolo, grazie di San Paolo, occhi di serpe, lingue di vipera. Anche qui l’uomo piuttosto che vedere la luce di San Paolo preferisce guardare le sue ombre.

San Domenico di Cocullo Il primo giovedì di maggio si tiene a Cocullo (Aquila) la processione dei Serpari nella quale si porta in trionfo la statua di San Domenico di Cucullo (Foligno), loro patrono. Nato probabilmente nel 951 a Colfonaro, presso Foligno e detto propriamente San Domenico di Foligno, fu monaco e abate benedettino e morì il 22 gennaio 1031. È patrono di Cocullo e riceve l’omaggio annuale dei serpari senza che si rintracci come questo possa essere giustificato da un fatto della sua vita. La processione che si svolge in suo onore raccoglie elementi disparati, mentre le pareti interne del santuario vengono nudate periodicamente dell’intonaco da parte dei devoti che portano a casa la polvere per esorcizzare i serpenti e guarire malattie. È probabile che il rito pagano dei serpari si sia combinato con la figura cristiana. Infatti i due aspetti della manifestazione sono chiaramente giustapposti, senza una fusione. Come riferisce Antonio De Nino («Tradizioni popolari abruzzesi», Japatre, L’Aquila 1970, I, pag. 250) la tradizione è assai complessa e la celebrazione inizia per tempo, quando coi primi tepori primaverili i serpari cominciano la caccia, catturando le serpi e conservandole in olle ben chiuse, con uno strato di crusca e opportunamente interrate il luoghi freschi. Sono colubridi, per nulla velenosi, ai quali i serpari comunque tolgono i denti con l’artificio di far loro mordere le falde del cappello e rompendoglieli con uno strattone. Le grosse serpi vengono allevate in particolare col latte e conservate per la festa. Si sa che in Africa la base del culto del serpente era la presenza dell’anima dei defunti nel suo corpo. Scrivono Pozzoli, Romani e Peracchi: «?credono che le anime degli uomini, i quali hanno ben vissuto, entrino nel corpo dei serpenti. Il culto del serpente è il più celebre e il più accreditato in tutto il paese, ignorasi però qual ne sia l’origine». I serpari quindi ricercano la forza generativa della terra a primavera, quando i serpenti-defunti escono dal buio del regno infero per perpetuare la loro specie, se ne appropriano e la diffondono ritualmente per il paese in una processione e quindi rimandano i corpi depauperati e le anime al loro luogo naturale: il regno sotterraneo dell’oltretomba.

 

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