ENZO BIANCHI – MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ SANTO

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ENZO BIANCHI – MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ SANTO

Gesù, il crocifisso
Enzo Bianchi

Vorrei contemplare insieme con voi Gesù crocifisso, secondo le tre splendide interpretazioni fornite cinque secoli fa da Donatello (…) Queste opere di eccezionale bellezza, che hanno accompagnato la fede di innumerevoli cristiani nel corso degli ultimi cinquecento anni, accompagnano ancora la nostra fede, qui e oggi, perché il Crocifisso resta per il cristiano il luogo per eccellenza in cui egli può conoscere Dio. La croce è davvero la cattedra della sapienza di Dio (cf. 1Cor 1,18-25), è il luogo dove Dio è stato massimamente narrato da suo Figlio Gesù Cristo (cf. Gv 1,18: exeghésato).
Tutte le testimonianze scritte sulla fine della vita terrena di Gesù sono concordi nel dichiarare che egli è morto in croce. Per le sante Scritture questa è la morte del maledetto da Dio («Maledetto chi pende dal legno»: Dt 21,23; Gal 3,13), appeso tra cielo e terra perché rifiutato da Dio e dagli uomini. Gesù, un galileo che aveva radunato attorno a sé una comunità di pochi uomini e alcune donne coinvolti nella sua vita itinerante, ritenuto maestro e profeta da questi discepoli e da un numero più ampio di simpatizzanti, è stato condannato e messo a morte mediante la crocifissione a Gerusalemme, il venerdì 7 aprile dell’anno 30. Questa fine fallimentare è subito apparsa uno scandalo, «lo scandalo della croce» (cf. 1Cor 1,23), un grave ostacolo per la fede in Gesù, specialmente quando si cominciò a confessarlo Messia di Israele e Figlio di Dio. Ecco perché, ancora all’inizio del II secolo d.C., il giudeo rabbi Trifone afferma nel dialogo con il cristiano Giustino: «Noi sappiamo che il Messia deve soffrire ed essere condotto come pecora (cf. Is 53,7); ma che egli debba essere crocifisso e morire in un modo così vergognoso e ignominioso, attraverso la morte maledetta dalla Legge, non possiamo neppure arrivare a concepirlo» (Giustino, Dialogo con Trifone 90,1).
Eppure per l’autentica fede cristiana è proprio il Crocifisso colui che ha raccontato Dio; anche sulla croce, anzi soprattutto sulla croce, Gesù «ha reso testimonianza alla verità» (cf. Gv 18,37), trasformando uno strumento di esecuzione capitale nel luogo della massima gloria. Ma com’è stato possibile che un uomo appeso a una croce diventasse colui sul quale i cristiani tengono fissi lo sguardo come Signore e Salvatore? Per rispondere a questo interrogativo occorre innanzitutto guardarsi dalla tentazione di leggere Gesù a partire dalla croce. Al contrario – come vedremo meglio tra breve – bisogna leggere anche la croce a partire dalla vita di chi vi è salito, l’uomo Gesù: questa morte è l’atto che ricapitola l’intera sua esistenza spesa nella libertà e per amore di Dio e degli uomini.
Per contemplare il Crocifisso è necessario meditare sulla paradossale «parola della croce» (1Cor 1,18), il mistero centrale della nostra fede. In verità, di fronte alla «parola della croce», debolezza di Dio, debolezza del cristiano, debolezza della chiesa, ma pienezza della vita perché «vita in abbondanza» (cf. Gv 10,10), «vita eterna» (cf. Gv 3,15-16.36; 4,14; ecc.), nessuno di noi è all’altezza di definirsi discepolo di Cristo. Se mai, potrà fare sue le parole di Ignazio di Antiochia: «Ora comincio a essere discepolo» (Ai Romani 5,3). D’altra parte, se questa nostra debolezza è assunta consapevolmente, in essa può manifestarsi «Cristo crocifisso, … potenza di Dio» (1Cor 1,23-24), secondo la parola rivolta dal Signore a Paolo: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). E saranno proprio alcune riflessioni di Paolo nelle sue due lettere alla chiesa di Corinto a costituire la trama della mia meditazione.
1. «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso»
Nella Prima lettera ai Corinti, rivolgendosi a una chiesa che a pochi anni dalla sua fondazione appare attraversata da contese, ed è tentata dal culto delle personalità apostoliche (cf. 1Cor 1,12), ma soprattutto di avere ragioni per gloriarsi davanti a Dio (cf. 1Cor 1,27-29) e di fare della fede cristiana una religione capace di convincere quanti cercano miracoli, e un’ideologia per quanti cercano la sapienza, Paolo rinnova l’annuncio del Vangelo. A Corinto è infatti il cuore stesso del Vangelo a essere compromesso: la croce di Cristo rischia di essere svuotata (cf. 1Cor 1,17)! Di fronte a tale depauperamento, l’Apostolo pronuncia parole decisive, frutto di esperienze patite in prima persona: «Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2).
Alla sapienza mondana (sophía toû kósmou: 1Cor 1,20) insinuatasi nella comunità cristiana, cultura antropocentrica e autosufficiente (sophía anthrópon: 1Cor 2,5), Paolo oppone «la parola della croce» (1Cor 1,18), non un annuncio fondato su discorsi persuasivi o ragionamenti che hanno la loro forza nella sublimità della parola e della cultura. Nella chiesa di Corinto sono già in atto tentativi di trasformare il messaggio del Vangelo in speculazione culturale: ciò si traduce nel rifiuto del volto di Dio manifestatosi nel Figlio Gesù Cristo crocifisso, in un’interpretazione della resurrezione in termini trionfali, nel misconoscimento della debolezza quale cardine della vita cristiana. In reazione a tutto questo, l’Apostolo, che attraverso la sua vicenda personale e con la grazia del Signore ha approfondito la scientia crucis, legge sì la croce come follia perché evento inaudito, fallimento agli occhi del mondo, ma contemporaneamente la predica come «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24), cioè pienezza della vita, possibilità di giungere a quella vita piena che Dio aveva pensato per l’uomo all’atto di crearlo per mezzo e in vista del Figlio (cf. Col 1,16).
La morte di Cristo non è stata una morte qualsiasi, non è stata neppure rivestita dalla gloria del martirio, come quella del suo maestro Giovanni il Battista, ma è stata una morte vergognosa: «mortem autem crucis» (Fil 2,8). Ebbene, il carattere infamante di tale morte non può essere taciuto né rimosso: questo evento – personalizzato e quasi ipostatizzato nel termine «croce» – era e resta scandalo e follia! Non si dimentichi: al tempo di Gesù la croce era uno strumento di morte terribile, un patibolo turpissimo agli occhi dei romani, un supplizio che, agli occhi dei giudei, rendeva chi vi era appeso un maledetto da Dio e dagli uomini. Eppure Gesù ha trasformato la croce in luogo veramente glorioso, in luogo in cui egli ha amato gli uomini fino all’estremo, in luogo in cui è morto per noi, per donarci la salvezza (cf. 1Ts 5,9-10)!
Ma è necessario approfondire quest’ultima affermazione, troppo spesso ripetuta a vuoto, senza cioè comprenderla nel suo reale significato. Lo faccio prendendo a prestito un’acuta riflessione del teologo Giuseppe Colombo:
Nell’immaginario «cristiano» la croce sembra prevalere sul Crocifisso, dando libero sfogo alle tendenze ambigue insite nel subconscio dell’uomo … Non è la croce a fare grande Gesù Cristo; è Gesù Cristo che riscatta persino la croce, la quale è propriamente da comprendere, non retoricamente da esaltare (Sulla evangelizzazione, Milano 1997, p. 64).
In altre parole, la morte in croce di Gesù non è nient’altro che l’esito di un’esistenza vissuta nella libertà e per amore degli uomini. Per non dimenticare questo, basterebbe prestare attenzione a quanto la chiesa, facendo memoria della vita di Gesù, sente il bisogno di proclamare al cuore della preghiera eucaristica:
Egli, nell’ora in cui andava liberamente alla sua passione, prese il pane… (Preghiera eucaristica II).
Per attuare il tuo disegno di amore, [Padre Santo], si consegnò liberamente alla morte … Venuta l’ora d’essere glorificato da te, Padre Santo, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre cenava con loro, prese il pane… (Preghiera eucaristica IV)
Nella libertà e per amore: ecco come la follia della croce è diventata potenza di Dio e sapienza di Dio!
La potenza di Dio si è rivelata in Gesù crocifisso, uomo e Figlio di Dio, che è stato fatto peccato per noi (cf. 2Cor 5,21), che si è mostrato Messia perduto, annoverato tra i peccatori, agnello afono, vittima tra le vittime della storia. La croce è il patibolo impuro, chi vi sale è un anáthema, rigettato dalla comunità cui Dio si è legato in alleanza; chi vi muore, muore fuori dell’accampamento e della porta della città (cf. Eb 13,11-13), nel luogo sconsacrato in cui Dio è ritenuto assente. Davvero, la croce è l’anti-sacrificio per eccellenza, secondo le norme cultuali di Israele: è follia, stoltezza e scandalo! Ma solo chi conosce questa verità e assume fino in fondo questa follia, vedendo Gesù morire in croce, può confessare con il centurione: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39; cf. Mt 27,54).
Mi si conceda di riassumere la paradossale potenza della croce in questo modo: guai a chi deifica Gesù e lo chiama Dio senza conoscere la vita umanissima di Gesù, senza conoscere come egli è vissuto, facendo della vita un dono e amando gli altri fino all’estremo; nello stesso tempo, guai a chi non sa fare del sigillo ignominioso della croce, télos di questa vita, la cattedra del magistero cristiano! Ma quando della croce si misura la follia, allora essa appare potenza di Dio, allora è distrutta la sapienza dei saggi e l’intelligenza degli intellettuali (cf. 1Cor 1,19), allora si conosce veramente il mistero di Dio e si vede in Gesù «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15).
Mistero paradossale: la croce di Cristo è realmente stoltezza e debolezza di Dio che urta quelli che richiedono manifestazioni di una sua presunta onnipotenza, o confidano su una raffinata sapienza religiosa. Ma è precisamente nella croce che Dio mostra la sua sapienza e la sua potenza, «perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1Cor 1,25). È proprio nella croce che egli chiede che sia riconosciuto il suo agire folle di amore per l’umanità! Sì, è nello svuotamento della sua forma divina (cf. Fil 2,7) e nell’atto del con-discendere là dove sono gli uomini, che il Figlio di Dio ha svelato la grammatica della potenza di Dio. Gregorio di Nissa ha potuto scrivere in proposito:
La croce è teologa per coloro che hanno lo sguardo penetrante, e proclama con la sua forma l’autentica potenza di colui che appare su di essa ed è «tutto in tutti» (1Cor 15,28) (Primo discorso sulla resurrezione di Cristo).
E Lutero fa eco: Non è sufficiente conoscere Dio nella sua gloria e maestà, ma è anche necessario conoscerlo nell’umiliazione e nell’infamia della croce … In Cristo, nel Crocifisso, stanno la vera teologia e la vera conoscenza di Dio (La disputa di Heidelberg, Tesi 20).
Una volta compresa, o almeno intuita, questa indicibile realtà, spetta al cristiano e alla chiesa nel suo insieme vivere in modo che questa follia e debolezza di «Gesù Cristo, e Cristo crocifisso» (1Cor 2,2) si riverberi nella vita dei suoi discepoli: qui e qui soltanto sta la verità della sequela Christi.
2. «Sono stato crocifisso con Cristo»
Nella Seconda lettera ai Corinti Paolo si dedica ampiamente a descrivere la stoltezza della croce e la debolezza, quali si rivelano nella sua vita e nel suo ministero, con affermazioni che non possono non riguardare la vita di ogni cristiano. In questo testo l’Apostolo si propone certamente di difendere il suo ministero di fronte ad avversari provenienti sia dal giudaismo, sia dall’interno della stessa comunità di Corinto; più di ogni altra cosa, però, ciò che gli sta a cuore è la salvaguardia dell’integrità del Vangelo, al cui servizio egli si è totalmente dedicato. Per questo egli afferma innanzitutto la potenza del proprio ministero apostolico (cf. 2Cor 2,14-4,6), ma nel contempo ne sottolinea la debolezza (cf. 2Cor 4,7-5,10). In tal modo, come già a proposito della potente stoltezza della croce, siamo posti di fronte al carattere di paradosso del ministero apostolico e, più in profondità, dell’intera vita cristiana.
Dopo aver affermato la centralità normante della Parola di Dio, del Vangelo e della predicazione su Gesù Cristo, Paolo delinea i criteri non mondani che ispirano il suo servizio all’interno della chiesa (cf. 2Cor 4,2-6): rifiutare le doppiezze, i raggiri, la falsificazione della verità, l’operare ipocritamente, l’agire diversamente da come si predica, il piegare ai propri fini, anche religiosi ed ecclesiali, il Vangelo. L’Apostolo non predica se stesso, non manipola la Parola di Dio rendendola ideologia umana, non cerca il successo servendosi del proprio posto nella chiesa, né aspira ad ottenere facili consensi. Al contrario, il suo ministero è efficacemente sintetizzato in due compiti ben precisi: predicare Gesù quale Messia e Signore e, conseguentemente, servire i propri fratelli (cf. Mt 20,25-28 e par.; Gv 13,12-15). A questo ministero solo Dio può rendere idoneo un credente (cf. 2Cor 3,5) perché è il servizio della Nuova Alleanza, servizio condotto nello Spirito che vivifica (cf. 2Cor 3,6), diakonía ben più gloriosa di quella svolta da Mosè (cf. 2Cor 3,7-8).
Sì, il ministero è potenza di Dio, potenza che si mostra in primo luogo nella misericordia usata verso la debolezza di chi è incaricato di tale servizio. Ma ecco, puntuale, il riverbero della stoltezza della croce: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di argilla, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2Cor 4,7). Il contrasto tra l’argilla e il tesoro non va inteso nel senso di un’antropologia dualista, ma serve solo a definire la paradossale grandezza della vita cristiana. Il tesoro del Vangelo, il tesoro della Nuova Alleanza o, meglio ancora, il mistero pasquale della morte e resurrezione di Gesù (cf. 2Cor 4,10) è infatti affidato all’uomo, creatura debole e fragile: nella nostra carne mortale siamo chiamati a manifestare la vita di Gesù, vita piena e autentica, vita divina! Paolo sembra testimoniare questa inenarrabile verità quando confessa: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me … Io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (Gal 2,19-20; 6,17).
Ma in vari altri passi il Nuovo Testamento ama evocare il «Vangelo di Gesù Cristo» (Mc 1,1; cf. Rm 16,25; 2Ts 1,8) il «mistero del regno di Dio» consegnato da Gesù ai credenti (Mc 4,11), con le espressioni «perla preziosa» (Mt 13,46), «tesoro nel campo» (Mt 13,44), e si compiace di definire la fede «molto più preziosa dell’oro» (1Pt 1,7), poiché «in Cristo sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3). È questo il tesoro che il cristiano porta nel suo vaso d’argilla! E il cristiano maturo è proprio colui che ha la consapevolezza, da un lato, del tesoro affidatogli e, dall’altro, della propria debolezza (linguaggio paolino); è colui che ha la consapevolezza di essere straniero e pellegrino sulla terra, ma nel contempo è abitato dalla speranza della vita eterna (linguaggio petrino: cf. 1Pt 2,11 e 1Pt 3,15).
Occorre peraltro comprendere bene il significato di questa debolezza. Certo, se l’uomo è anche solo minimamente attento alla trama della propria quotidianità, l’esperienza è impietosa nel mostrargli la propria natura debole e fragile, la costante tentazione di cadere nella schiavitù del peccato, cioè di quanto si oppone alla vita piena e alla comunione fraterna. È ciò che viene espresso lapidariamente da Paolo: «Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (Rm 7,19). Si faccia però attenzione a non intendere questa debolezza quale sinonimo di bassa qualità umana, sovente mascherata sotto le spoglie della virtù religiosa. Dietrich Bonhoeffer mette in guardia da tutto ciò:
Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana … è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani … Io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo … Gesù non ha mai messo in questione la salute, la forza, la felicità di un uomo in quanto tali, né li ha considerati dei frutti bacati: perché altrimenti avrebbe risanato i malati, ridato forza ai deboli? Gesù rivendica per sé e per il regno di Dio la vita umana tutta intera e in tutte le sue manifestazioni (D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Cinisello Balsamo 1988, pp. 350-351.417).
In altri termini, il cristiano è chiamato a vivere una vita piena, una vita bella, buona e beata come quella di Gesù Cristo, e a fare questo senza confidare in se stesso con folle e arrogante autosufficienza – salvo poi ritornare a Dio nel momento dell’angoscia e del bisogno! –, ma solo nella grazia e nell’amore sempre preveniente di Dio. Si tratta in definitiva di fare obbedienza a una precisa parola di Gesù: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9,23; cf. Mt 16,24; Mc 8,34). Non occorre cercare, invano, di scegliere una «croce» per sé: è la vita stessa a fornire, volta per volta, quella peculiare a ciascuno di noi. Sono i limiti insiti nella propria storia familiare, nel proprio corpo, nella propria psiche, sono le contraddizioni immancabili nei rapporti umani, fino all’estenuante e decisiva lotta che ci attende: fare dell’enigma della morte un mistero che, illuminato dal Crocifisso, riveli il senso del senso, la chiamata dell’uomo alla resurrezione e alla vita eterna.
Verranno sicuramente giorni in cui sentiremo come una contraddizione questa debolezza, e potremo anche chiedere a Dio di togliercela, ma egli risponderà anche a noi, come a Paolo: «Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza» (2Cor 12,9). Ecco, la debolezza scelta da Dio per rivelare e attuare la salvezza (cf. 1Cor 1,27) è lo strumento privilegiato da Dio stesso per manifestare la sua azione nel cristiano. Essa va colta dal credente alla luce del dono preveniente («Se tu conoscessi il dono di Dio…»: Gv 4,10) e nella consapevolezza del tesoro che in essa è racchiuso. Solo così può essere letta e accolta come debolezza «beata», «gradita», come afferma con audacia Bernardo di Clairvaux:
O beata debolezza (optanda infirmitas), colmata dalla potenza di Cristo … L’ignominia della croce è gradita a chi non è ingrato verso il Crocifisso (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7.8). Sì, la croce è scandalo e follia, ma al cristiano è chiesto solo di non contraddirla, bensì di accettare che, attraverso di essa, la potenza di Dio, la potenza del Crocifisso risorto operi nella sua vita!
Conclusione
Proprio la croce, il simbolo più terribile e umiliante conosciuto all’interno della società romana, accogliendo su di sé Gesù Cristo è divenuto il punto culminante della storia di salvezza di Dio con l’umanità, l’evento in cui avviene la rivelazione definitiva del volto di Dio: davvero la croce è teologa! La croce è il segno della responsabilità illimitata di Dio nei confronti dell’umanità peccatrice. Nel Figlio Gesù Cristo, giusto e innocente, è Dio stesso che sulla croce assume le conseguenze dei peccati commessi dall’umanità e si sottomette alla pena riservata ai peccatori. Questa gratuità fino all’estremo, questa «follia» (1Cor 1,18.23.25) che si può spiegare solo con un eccesso d’amore diventa allora ciò che fa intravedere nella croce il senso radicale dell’esistenza umana del credente come esistenza responsabile.
Il Crocifisso ci rimanda all’amore per l’altro fino al dono della vita: la croce è il compimento dell’amore di Cristo per i suoi discepoli e per l’umanità tutta (cf. Gv 13,1); la croce è il compimento dell’obbedienza del Figlio al Padre (cf. Mc 14,35-36); la croce è il compimento della libertà di Cristo che depone da se stesso la propria vita (cf. Gv 10,17-18). Sì, la croce è compimento più che fine: è il compimento di un’esistenza vissuta nell’amore, nell’obbedienza e nella libertà, di una vita di fede come vita responsabile, di fronte a Dio e di fronte agli uomini.
Ebbene, sulla croce Gesù è stato l’uomo che si è caricato delle sofferenze dei fratelli, l’uomo che non si è difeso rispondendo con violenza alla violenza che gli veniva inflitta, ma ha speso la vita per gli altri, offrendo se stesso «fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,8). Proprio in questa morte che agli occhi del mondo è una sconfitta consiste la vittoria dell’amore di Gesù, il Servo del Signore crocifisso, «vincitore perché vittima» (Agostino, Confessioni 10,43).
E come Gesù ha narrato Dio, vivendo e predicando l’amore fino ai nemici, così i cristiani sono chiamati a rinnovare questo racconto tra gli uomini. Certo, questo è possibile solo per grazia, solo perché lo Spirito è stato effuso nel cuore del cristiano (cf. Rm 5,5; Tt 3,5-6); solo perché il cristiano può gemere gridando: «Abba, Padre!» (cf. Rm 8,15; Gal 4,6); solo perché nel cristiano non vive più l’io segnato dall’egoistica philautía e dall’odio verso gli altri, ma vive Cristo (cf. Gal 2,20). È lui, il Cristo crocifisso e risorto, il Signore vivente, che nel cristiano vive, ama, perdona, prega, intercede. Questo è follia per il mondo, ma è il linguaggio del Crocifisso: chi lo contempla non può non vedere i segni di questo amore, che spinge al dono totale di sé. Scrive Guglielmo di Saint-Thierry:
Ci poniamo davanti una rappresentazione della Tua passione affinché i nostri occhi di carne abbiano qualcosa a cui aderire. Essi però non adorano una immagine perché l’immagine rinvia alla realtà della Tua passione. Quando infatti guardiamo più attentamente l’immagine della Tua passione, nel silenzio ci sembra di udire la Tua voce che dice: Ecco come vi ho amati, vi ho amati fino alla fine.
(Meditativae orationes 10,7)
I Crocifissi di Donatello, che possiamo contemplare in questa mostra con un unico sguardo, narrano certamente un Cristo sofferente, con il capo reclinato in un dolore umanissimo… La bocca però è aperta ed emette lo Spirito. “Tutto è compiuto!” sono le ultime parole del Crocifisso nel vangelo secondo Giovanni. E l’evangelista prosegue: “Chinato il capo, effuse lo Spirito”. Marco, Matteo e Luca dicono “chinato il capo, morì, spirò”; Giovanni invece precisa “consegnò, effuse lo Spirito”. Quello Spirito che lo abitava, lo Spirito santo, che aveva presieduto al suo concepimento nel seno della Vergine Maria, che era disceso su di lui al momento del Battesimo… Gesù con la sua morte lo effonde su tutto l’universo, su tutta la terra. La Pentecoste per Giovanni è sotto la Croce!
Stare sotto la croce di Donatello è ricordare che sotto la Croce c’eravamo anche noi e che lo Spirito che Gesù ha emesso dalla sua bocca è lo Spirito santo che perdona i peccati di tutti gli uomini (“ipse remissio omnium peccatorum“, recita un testo liturgico). Quello stesso Spirito nella cui potenza Dio ha risuscitato Gesù, ravviva tutta la Chiesa e tutta l’umanità.

Contributo di Enzo Bianchi al catalogo Donatello svelato. Capolavori a confronto – Padova, Museo Diocesano 27 marzo – 26 luglio 2015.
http://www.monasterodibose.it

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2012)

http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120405_coena-domini.html

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2012)

Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 5 aprile 2012

Cari fratelli e sorelle!

Il Giovedì Santo non è solo il giorno dell’istituzione della Santissima Eucaristia, il cui splendore certamente s’irradia su tutto il resto e lo attira, per così dire, dentro di sé. Fa parte del Giovedì Santo anche la notte oscura del Monte degli Ulivi, verso la quale Gesù esce con i suoi discepoli; fa parte di esso la solitudine e l’essere abbandonato di Gesù, che pregando va incontro al buio della morte; fanno parte di esso il tradimento di Giuda e l’arresto di Gesù, come anche il rinnegamento di Pietro, l’accusa davanti al Sinedrio e la consegna ai pagani, a Pilato. Cerchiamo in quest’ora di capire più profondamente qualcosa di questi eventi, perché in essi si svolge il mistero della nostra Redenzione.
Gesù esce nella notte. La notte significa mancanza di comunicazione, una situazione in cui non ci si vede l’un l’altro. È un simbolo della non-comprensione, dell’oscuramento della verità. È lo spazio in cui il male, che davanti alla luce deve nascondersi, può svilupparsi. Gesù stesso è la luce e la verità, la comunicazione, la purezza e la bontà. Egli entra nella notte. La notte, in ultima analisi, è simbolo della morte, della perdita definitiva di comunione e di vita. Gesù entra nella notte per superarla e per inaugurare il nuovo giorno di Dio nella storia dell’umanità.
Durante questo cammino, Egli ha cantato con i suoi Apostoli i Salmi della liberazione e della redenzione di Israele, che rievocavano la prima Pasqua in Egitto, la notte della liberazione. Ora Egli va, come è solito fare, per pregare da solo e per parlare come Figlio con il Padre. Ma, diversamente dal solito, vuole sapere di avere vicino a sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre che avevano fatto esperienza della sua Trasfigurazione – il trasparire luminoso della gloria di Dio attraverso la sua figura umana – e che Lo avevano visto al centro tra la Legge e i Profeti, tra Mosè ed Elia. Avevano sentito come Egli parlava con entrambi del suo “esodo” a Gerusalemme. L’esodo di Gesù a Gerusalemme – quale parola misteriosa! L’esodo di Israele dall’Egitto era stato l’evento della fuga e della liberazione del popolo di Dio. Quale aspetto avrebbe avuto l’esodo di Gesù, in cui il senso di quel dramma storico avrebbe dovuto compiersi definitivamente? Ora i discepoli diventavano testimoni del primo tratto di tale esodo – dell’estrema umiliazione, che tuttavia era il passo essenziale dell’uscire verso la libertà e la vita nuova, a cui l’esodo mira. I discepoli, la cui vicinanza Gesù cercò in quell’ora di estremo travaglio come elemento di sostegno umano, si addormentarono presto. Sentirono tuttavia alcuni frammenti delle parole di preghiera di Gesù e osservarono il suo atteggiamento. Ambedue le cose si impressero profondamente nel loro animo ed essi le trasmisero ai cristiani per sempre. Gesù chiama Dio “Abbà”. Ciò significa – come essi aggiungono – “Padre”. Non è, però, la forma usuale per la parola “padre”, bensì una parola del linguaggio dei bambini – una parola affettuosa con cui non si osava rivolgersi a Dio. È il linguaggio di Colui che è veramente “bambino”, Figlio del Padre, di Colui che si trova nella comunione con Dio, nella più profonda unità con Lui.
Se ci domandiamo in che cosa consista l’elemento più caratteristico della figura di Gesù nei Vangeli, dobbiamo dire: è il suo rapporto con Dio. Egli sta sempre in comunione con Dio. L’essere con il Padre è il nucleo della sua personalità. Attraverso Cristo conosciamo Dio veramente. “Dio, nessuno lo ha mai visto”, dice san Giovanni. Colui “che è nel seno del Padre … lo ha rivelato” (1,18). Ora conosciamo Dio così come è veramente. Egli è Padre, e questo in una bontà assoluta alla quale possiamo affidarci. L’evangelista Marco, che ha conservato i ricordi di san Pietro, ci racconta che Gesù, all’appellativo “Abbà”, ha ancora aggiunto: Tutto è possibile a te, tu puoi tutto (cfr 14,36). Colui che è la Bontà, è al contempo potere, è onnipotente. Il potere è bontà e la bontà è potere. Questa fiducia la possiamo imparare dalla preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi.
Prima di riflettere sul contenuto della richiesta di Gesù, dobbiamo ancora rivolgere la nostra attenzione su ciò che gli Evangelisti ci riferiscono riguardo all’atteggiamento di Gesù durante la sua preghiera. Matteo e Marco ci dicono che Egli “cadde faccia a terra” (Mt 26,39; cfr Mc 14,35), assunse quindi l’atteggiamento di totale sottomissione, quale è stato conservato nella liturgia romana del Venerdì Santo. Luca, invece, ci dice che Gesù pregava in ginocchio. Negli Atti degli Apostoli, egli parla della preghiera in ginocchio da parte dei santi: Stefano durante la sua lapidazione, Pietro nel contesto della risurrezione di un morto, Paolo sulla via verso il martirio. Così Luca ha tracciato una piccola storia della preghiera in ginocchio nella Chiesa nascente. I cristiani, con il loro inginocchiarsi, entrano nella preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Nella minaccia da parte del potere del male, essi, in quanto inginocchiati, sono dritti di fronte al mondo, ma, in quanto figli, sono in ginocchio davanti al Padre. Davanti alla gloria di Dio, noi cristiani ci inginocchiamo e riconosciamo la sua divinità, ma esprimiamo in questo gesto anche la nostra fiducia che Egli vinca.
Gesù lotta con il Padre. Egli lotta con se stesso. E lotta per noi. Sperimenta l’angoscia di fronte al potere della morte. Questo è innanzitutto semplicemente lo sconvolgimento, proprio dell’uomo e anzi di ogni creatura vivente, davanti alla presenza della morte. In Gesù, tuttavia, si tratta di qualcosa di più. Egli allunga lo sguardo nelle notti del male. Vede la marea sporca di tutta la menzogna e di tutta l’infamia che gli viene incontro in quel calice che deve bere. È lo sconvolgimento del totalmente Puro e Santo di fronte all’intero profluvio del male di questo mondo, che si riversa su di Lui. Egli vede anche me e prega anche per me. Così questo momento dell’angoscia mortale di Gesù è un elemento essenziale nel processo della Redenzione. La Lettera agli Ebrei, pertanto, ha qualificato la lotta di Gesù sul Monte degli Ulivi come un evento sacerdotale. In questa preghiera di Gesù, pervasa da angoscia mortale, il Signore compie l’ufficio del sacerdote: prende su di sé il peccato dell’umanità, tutti noi, e ci porta presso il Padre.
Infine, dobbiamo ancora prestare attenzione al contenuto della preghiera di Gesù sul Monte degli Ulivi. Gesù dice: “Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). La volontà naturale dell’Uomo Gesù indietreggia spaventata davanti ad una cosa così immane. Chiede che ciò gli sia risparmiato. Tuttavia, in quanto Figlio, depone questa volontà umana nella volontà del Padre: non io, ma tu. Con ciò Egli ha trasformato l’atteggiamento di Adamo, il peccato primordiale dell’uomo, sanando in questo modo l’uomo. L’atteggiamento di Adamo era stato: Non ciò che hai voluto tu, Dio; io stesso voglio essere dio. Questa superbia è la vera essenza del peccato. Pensiamo di essere liberi e veramente noi stessi solo se seguiamo esclusivamente la nostra volontà. Dio appare come il contrario della nostra libertà. Dobbiamo liberarci da Lui – questo è il nostro pensiero – solo allora saremmo liberi. È questa la ribellione fondamentale che pervade la storia e la menzogna di fondo che snatura la nostra vita. Quando l’uomo si mette contro Dio, si mette contro la propria verità e pertanto non diventa libero, ma alienato da se stesso. Siamo liberi solo se siamo nella nostra verità, se siamo uniti a Dio. Allora diventiamo veramente “come Dio” – non opponendoci a Dio, non sbarazzandoci di Lui o negandoLo. Nella lotta della preghiera sul Monte degli Ulivi Gesù ha sciolto la falsa contraddizione tra obbedienza e libertà e aperto la via verso la libertà. Preghiamo il Signore di introdurci in questo “sì” alla volontà di Dio, rendendoci così veramente liberi. Amen.

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 20 gennaio 2021 – La preghiera per l’unità dei cristiani

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2021/documents/papa-francesco_20210120_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 20 gennaio 2021 – La preghiera per l’unità dei cristiani

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa catechesi mi soffermerò sulla preghiera per l’unità dei cristiani. Infatti, la settimana che va dal 18 al 25 gennaio è dedicata in particolare a questo, a invocare da Dio il dono dell’unità per superare lo scandalo delle divisioni tra i credenti in Gesù. Egli, dopo l’Ultima Cena, ha pregato per i suoi, «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). È la sua preghiera prima della Passione, potremmo dire il suo testamento spirituale. Notiamo, però, che il Signore non ha comandato ai discepoli l’unità. Nemmeno ha tenuto loro un discorso per motivarne l’esigenza. No, ha pregato il Padre per noi, perché fossimo una cosa sola. Ciò significa che non bastiamo noi, con le nostre forze, a realizzare l’unità. L’unità è anzitutto un dono, è una grazia da chiedere con la preghiera.
Ciascuno di noi ne ha bisogno. Infatti, ci accorgiamo che non siamo capaci di custodire l’unità neppure in noi stessi. Anche l’apostolo Paolo sentiva dentro di sé un conflitto lacerante: volere il bene ed essere inclinato al male (cfr Rm 7,19). Aveva così colto che la radice di tante divisioni che ci sono attorno a noi – tra le persone, in famiglia, nella società, tra i popoli e pure tra i credenti – è dentro di noi. Il Concilio Vaticano II afferma che «gli squilibri di cui soffre il mondo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si combattono a vicenda. […] Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società» (Gaudium et spes, 10). Dunque, la soluzione alle divisioni non è opporsi a qualcuno, perché la discordia genera altra discordia. Il vero rimedio comincia dal chiedere a Dio la pace, la riconciliazione, l’unità.
Questo vale prima di tutto per i cristiani: l’unità può giungere solo come frutto della preghiera. Gli sforzi diplomatici e i dialoghi accademici non bastano. Gesù lo sapeva e ci ha aperto la via, pregando. La nostra preghiera per l’unità è così un’umile ma fiduciosa partecipazione alla preghiera del Signore, il quale ha promesso che ogni preghiera fatta nel suo nome sarà ascoltata dal Padre (cfr Gv 15,7). A questo punto possiamo chiederci: “Io prego per l’unità?”. È la volontà di Gesù ma, se passiamo in rassegna le intenzioni per cui preghiamo, probabilmente ci accorgeremo di aver pregato poco, forse mai, per l’unità dei cristiani. Eppure da essa dipende la fede nel mondo; il Signore infatti ha chiesto l’unità tra noi «perché il mondo creda» (Gv 17,21). Il mondo non crederà perché lo convinceremo con buoni argomenti, ma se avremo testimoniato l’amore che ci unisce e ci fa vicini a tutti.
In questo tempo di gravi disagi è ancora più necessaria la preghiera perché l’unità prevalga sui conflitti. È urgente accantonare i particolarismi per favorire il bene comune, e per questo è fondamentale il nostro buon esempio: è essenziale che i cristiani proseguano il cammino verso l’unità piena, visibile. Negli ultimi decenni, grazie a Dio, sono stati fatti molti passi in avanti, ma occorre perseverare nell’amore e nella preghiera, senza sfiducia e senza stancarsi. È un percorso che lo Spirito Santo ha suscitato nella Chiesa, nei cristiani e in tutti noi, e dal quale non torneremo più indietro. Sempre avanti!
Pregare significa lottare per l’unità. Sì, lottare, perché il nostro nemico, il diavolo, come dice la parola stessa, è il divisore. Gesù chiede l’unità nello Spirito Santo, a fare unità. Il diavolo sempre divide, perché è conveniente per lui dividere. Lui insinua la divisione, ovunque e in tutti i modi, mentre lo Spirito Santo fa sempre convergere in unità. Il diavolo, in genere, non ci tenta sull’alta teologia, ma sulle debolezze dei fratelli. È astuto: ingigantisce gli sbagli e i difetti altrui, semina discordia, provoca la critica e crea fazioni. La via di Dio è un’altra: ci prende come siamo, ci ama tanto, ma ci ama come siamo e ci prende come siamo; ci prende differenti, ci prende peccatori, e sempre ci spinge all’unità. Possiamo fare una verifica su noi stessi e chiederci se, nei luoghi in cui viviamo, alimentiamo la conflittualità o lottiamo per far crescere l’unità con gli strumenti che Dio ci ha dato: la preghiera e l’amore. Invece alimentare la conflittualità si fa con il chiacchiericcio, sempre, sparlando degli altri. Il chiacchiericcio è l’arma più alla mano che ha il diavolo per dividere la comunità cristiana, per dividere la famiglia, per dividere gli amici, per dividere sempre. Lo Spirito Santo ci ispira sempre l’unità.
Il tema di questa Settimana di preghiera riguarda proprio l’amore: “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto” (cfr Gv 15,5-9). La radice della comunione è l’amore di Cristo, che ci fa superare i pregiudizi per vedere nell’altro un fratello e una sorella da amare sempre. Allora scopriamo che i cristiani di altre confessioni, con le loro tradizioni, con la loro storia, sono doni di Dio, sono doni presenti nei territori delle nostre comunità diocesane e parrocchiali. Cominciamo a pregare per loro e, quando possibile, con loro. Così impareremo ad amarli e ad apprezzarli. La preghiera, ricorda il Concilio, è l’anima di tutto il movimento ecumenico (cfr Unitatis redintegratio, 8). Sia pertanto, la preghiera, il punto di partenza per aiutare Gesù a realizzare il suo sogno: che tutti siano una cosa sola.

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (24/01/2021)

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III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) (24/01/2021)

Conversione e chiamata per potenziare il Regno di Dio
padre Antonio Rungi

La terza domenica del tempo ordinario ci offre l’opportunità di riflettere sui temi della conversione e della chiamata, strettamente legati tra loro.
Tutta la liturgia della parola è appunto incentrata su questi argomenti, che rappresenta la parte dominante dell’annuncio messianico e della prima comunità cristiana.
Il tempo è compiuto e proprio perché non abbiamo altro a disposizione per pensare a tempi migliori, si fa urgente cambiare strada, convertirsi e rinnovarsi nel profondo del proprio cuore e della nostra vita, a partire dalla risposta personale alla chiamata di Dio. San Paolo Apostolo nella prima lettura di oggi, tratta dalla sua lettera ai Corinzi mette in evidenza proprio questa urgenza di cambiamento, perché non abbiamo molto tempo per rinnovarci e cambiare vita. Scrivendo ai cristiani di Corinto, nella sua prima lettera inviata a questa problematica comunità cristiana da lui fondata, dice che il tempo si è fatto breve. Per cui, d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; (invito ad una vita pura e casta, distaccata dagli affetti e dagli amori più sinceri); quelli che piangono, come se non piangessero (invito a dimenticare le sofferenze e a metterle da parte); quelli che gioiscono, come se non gioissero (invito a distaccarsi dalle gioie della vita); quelli che comprano, come se non possedessero (invito a distaccarsi dai beni della terra e dalla bramosia del possesso); quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente (invita al discreto utilizzo delle cose per raggiungere fini precisi). Tutto questo va inquadrato in una verità assoluta da cui nessuno può prescindere nella sua vita quotidiana e della sua breve o lunga esistenza: “passa infatti la figura di questo mondo”. In poche parole siamo di passaggio su questa terra e nulla ci deve legare alla terra, ma solo al cielo.
L’invito alla conversione è richiamato anche nella prima lettura della liturgia di questa domenica con la predicazione di Giona, al quale fu rivolta dal Signore questa parola: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona obbedisce alla voce del Signore si alzò e andò a Nìnive. Qui viene descritta anche la città, per capire di che cosa si parla. E infatti, si dice che Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Diciamo una città di abitazione media. Per cui Giona cominciò a percorrere la città per il giorno e man mano che andava avanti nel suo cammino presentava il rischio imminente per quella popolazione: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». Quaranta indica un numero ben preciso nella sacra scrittura e ricorre spesso per indicare il tempo minimo necessario per un’opportuna purificazione. Da qui il termine quaresima, quarantena. Termini molto usati in questi anni per indicare quello che bisogna fare a livello sanitario quando c’è in atto un’infezione, come quella da coronavirus che ha causato la pandemia. Probabilmente ci troviamo in questo testo di fronte ad un’epidemia di quel tempo, di cui si può ipotizzare varie sfaccettature. Di fronte alla parola forte del profeta, i cittadini di Nìnive si convertirono. Infatti, credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Erano questi i segni esteriori che si usavano per fare penitenza e che nel corso dei millenni hanno segnato la storia del cristianesimo, il culto, la liturgia e la pratica penitenziale personale e comunitaria. Di fronte alla concreta volontà di cambiare strada da parte dei niniviti, Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece. Il male era la distruzione della città. In che modo? A Dio tutto è possibile, ma più che vedere in questo brano le minacce, bisogna capire la misericordia di Dio e il suo perdono. Il brano va letto sotto questa ottica e sotto questo aspetto, dalla minaccia al perdono, ma la minaccia è propedeutica al perdono divino.
In questa prospettiva si comprende l’opera evangelizzatrice dello stesso Gesù che inizia il suo ministero pubblico e predica la conversione. Infatti, a chiedercelo è direttamente Gesù nel brano del Vangelo di Marco che è molto esplicito e diretto su questo argomento. Il riferimento è chiaro ed è attinente alla sua venuta come Messia e Salvatore, ma non tutti capirono ed accolsero il messaggio e l’invito di Gesù a cambiare registro e ritmo nella loro vita. L’invito alla conversione da parte di Gesù è rivolto a quanti lo voglio seguire davvero e da vicino dopo che Giovanni Battista era stato arrestato e quindi tenuto in carcere, per le note vicende relative all’immoralità del Re Erode.
Lo smarrimento provocato dall’arresto di Giovanni Battista presso i suoi discepoli e la gente, fu un motivo in più da parte del Signore di incentivare la sua attività di evangelizzazione, al punto tale si trasferì nella Galilea, e proclamava il vangelo di Dio. La sua predicazione in che cosa consisteva, quali erano i contenuti del suo annuncio. Al suo tempo non c’erano le tecniche di registrazione audio e video che ci sono oggi, perché si potevano avere tutti i discorsi di Gesù in modo preciso e con la sua diretta voce. Invece abbiamo una sintesi, i cosiddetti loghia, espressioni sintetiche che in pochi termini racchiudeva tutto quello che il maestro aveva detto. Una sintesi operata a posteriori, cioè dopo la risurrezione di Cristo e l’invio dello Santo sul gruppo degli Apostoli i quali incominciarono a scrivere i ricordi della vita vissuta vicino al Maestro. Marco nel suo Vangelo mette in risalto proprio il tema della conversione e attribuisce al Signore queste parole: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
La cronaca della sua itineranza non si ferma solo all’invito alla conversione, va oltre in senso geografico ed anche contenutistico del suo messaggio. Infatti, Gesù, passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Perché tanta prontezza da parte dei discepoli del Signore a mettersi alla sua sequela? Una domanda alla quale possiamo rispondere approfondendo il brano del vangelo appena ascoltato.
Il racconto della chiamata dei quattro si radica nel profondo della tradizione apostolica ed è collocato in un contesto di evangelizzazione alla cui base c’è l’invito alla conversione.
Gli apostoli sentono la necessità di cambiare, di rinnovarsi, di ricominciare una vita nuova e diversa, rispetto a quella finora svolta, forse neanche senza grosse soddisfazioni.
Un lavoro di pescatori quali soddisfazioni può mai dare? «Il mare di Galilea», in realtà, è solo un “lago” formato dal fiume Giordano, lungo km 21 e largo km 12, ma era molto pescoso e costituiva una provvidenza per le città che sorgevano nelle sue vicinanze. Per quei giovani pescatori era l’unica fonte di lavoro e di guadagno. Altro motivo non c’era, né poteva esserci. Allora non c’era la pesca per hobbies o per divertimento, ma solo la pesca, come anche oggi, per reperire il cibo per alimentarsi e poi distribuirlo sui mercati al fine di un onesto guadagno. Sono mestieri antichi come il mondo e nascono con l’uomo che è pescatore per struttura mentale primaria.
Pertanto, Marco in questo sintetico brano del suo vangelo ci offre un esempio di radicale conversione e fede: nell’accogliere la chiamata di Cristo, nel lasciarsi conquistare da Cristo. Tale chiamata è una chiamata all’amore, al servizio, alla carità e non alle armi o a farci guerra gli contro gli altri.
Questo vangelo si colloca perfettamente in questo ottavario di preghiera per l’unità dei cristiani che si conclude lunedì 25 gennaio 2021, in occasione della festa della conversione di San Paolo Apostolo che parla spesso nel suo epistolario della sua chiamata alla missione per la costruzione di una sola comunità ecclesiale e dell’unità del popolo santo di Dio, redento dal sangue prezioso di nostro Signore Gesù Cristo. Ma tutta la parola di Dio ha un suo peso in questo giorno del Signore dedicato proprio alla Domenica della Parola, che è vita per la nostra vita, è gioia e speranza per noi pellegrini e viandanti in cammino verso l’eternità, guidati da questa stella luminosa che è la parola del Signore.

(TEMPO DI AVVENTO) CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO – OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI – 27 novembre 2010

http://www.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20101127_vespri-avvento.html

CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO - OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI - 27 novembre 2010 

Basilica Vaticana

Cari fratelli e sorelle,

con questa celebrazione vespertina, il Signore ci dona la grazia e la gioia di aprire il nuovo Anno Liturgico iniziando dalla sua prima tappa: l’Avvento, il periodo che fa memoria della venuta di Dio fra noi. Ogni inizio porta in sé una grazia particolare, perché benedetto dal Signore. In questo Avvento ci sarà dato, ancora una volta, di fare esperienza della vicinanza di Colui che ha creato il mondo, che orienta la storia e che si è preso cura di noi giungendo fino al culmine della sua condiscendenza con il farsi uomo. Proprio il mistero grande e affascinante del Dio con noi, anzi del Dio che si fa uno di noi, è quanto celebreremo nelle prossime settimane camminando verso il santo Natale. Durante il tempo di Avvento sentiremo la Chiesa che ci prende per mano e, ad immagine di Maria Santissima, esprime la sua maternità facendoci sperimentare l’attesa gioiosa della venuta del Signore, che tutti ci abbraccia nel suo amore che salva e consola.
Mentre i nostri cuori si protendono verso la celebrazione annuale della nascita di Cristo, la liturgia della Chiesa orienta il nostro sguardo alla meta definitiva: l’incontro con il Signore che verrà nello splendore della sua gloria. Per questo noi che, in ogni Eucaristia, “annunciamo la sua morte, proclamiamo la sua risurrezione nell’attesa della sua venuta”, vigiliamo in preghiera. La liturgia non si stanca di incoraggiarci e di sostenerci, ponendo sulle nostre labbra, nei giorni di Avvento, il grido con il quale si chiude l’intera Sacra Scrittura, nell’ultima pagina dell’Apocalisse di san Giovanni: “Vieni, Signore Gesù!” (22,20).
Cari fratelli e sorelle, il nostro radunarci questa sera per iniziare il cammino di Avvento si arricchisce di un altro importante motivo: con tutta la Chiesa, vogliamo celebrare solennemente una veglia di preghiera per la vita nascente. Desidero esprimere il mio ringraziamento a tutti coloro che hanno aderito a questo invito e a quanti si dedicano in modo specifico ad accogliere e custodire la vita umana nelle diverse situazioni di fragilità, in particolare ai suoi inizi e nei suoi primi passi. Proprio l’inizio dell’Anno Liturgico ci fa vivere nuovamente l’attesa di Dio che si fa carne nel grembo della Vergine Maria, di Dio che si fa piccolo, diventa bambino; ci parla della venuta di un Dio vicino, che ha voluto ripercorrere la vita dell’uomo, fin dagli inizi, e questo per salvarla totalmente, in pienezza. E così il mistero dell’Incarnazione del Signore e l’inizio della vita umana sono intimamente e armonicamente connessi tra loro entro l’unico disegno salvifico di Dio, Signore della vita di tutti e di ciascuno. L’Incarnazione ci rivela con intensa luce e in modo sorprendente che ogni vita umana ha una dignità altissima, incomparabile.
L’uomo presenta un’originalità inconfondibile rispetto a tutti gli altri esseri viventi che popolano la terra. Si presenta come soggetto unico e singolare, dotato di intelligenza e volontà libera, oltre che composto di realtà materiale. Vive simultaneamente e inscindibilmente nella dimensione spirituale e nella dimensione corporea. Lo suggerisce anche il testo della Prima Lettera ai Tessalonicesi che è stato proclamato: “Il Dio della pace – scrive san Paolo – vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23). Siamo dunque spirito, anima e corpo. Siamo parte di questo mondo, legati alle possibilità e ai limiti della condizione materiale; nello stesso tempo siamo aperti su un orizzonte infinito, capaci di dialogare con Dio e di accoglierlo in noi. Operiamo nelle realtà terrene e attraverso di esse possiamo percepire la presenza di Dio e tendere a Lui, verità, bontà e bellezza assoluta. Assaporiamo frammenti di vita e di felicità e aneliamo alla pienezza totale.
Dio ci ama in modo profondo, totale, senza distinzioni; ci chiama all’amicizia con Lui; ci rende partecipi di una realtà al di sopra di ogni immaginazione e di ogni pensiero e parola: la sua stessa vita divina. Con commozione e gratitudine prendiamo coscienza del valore, della dignità incomparabile di ogni persona umana e della grande responsabilità che abbiamo verso tutti. “Cristo, che è il nuovo Adamo – afferma il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione … Con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Cost. Gaudium et spes, 22).
Credere in Gesù Cristo comporta anche avere uno sguardo nuovo sull’uomo, uno sguardo di fiducia, di speranza. Del resto l’esperienza stessa e la retta ragione attestano che l’essere umano è un soggetto capace di intendere e di volere, autocosciente e libero, irripetibile e insostituibile, vertice di tutte le realtà terrene, che esige di essere riconosciuto come valore in se stesso e merita di essere accolto sempre con rispetto e amore. Egli ha il diritto di non essere trattato come un oggetto da possedere o come una cosa che si può manipolare a piacimento, di non essere ridotto a puro strumento a vantaggio di altri e dei loro interessi. La persona è un bene in se stessa e occorre cercare sempre il suo sviluppo integrale. L’amore verso tutti, poi, se è sincero, tende spontaneamente a diventare attenzione preferenziale per i più deboli e i più poveri. Su questa linea si colloca la sollecitudine della Chiesa per la vita nascente, la più fragile, la più minacciata dall’egoismo degli adulti e dall’oscuramento delle coscienze. La Chiesa continuamente ribadisce quanto ha dichiarato il Concilio Vaticano II contro l’aborto e ogni violazione della vita nascente: “La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura” (ibid., n. 51).
Ci sono tendenze culturali che cercano di anestetizzare le coscienze con motivazioni pretestuose. Riguardo all’embrione nel grembo materno, la scienza stessa ne mette in evidenza l’autonomia capace d’interazione con la madre, il coordinamento dei processi biologici, la continuità dello sviluppo, la crescente complessità dell’organismo. Non si tratta di un cumulo di materiale biologico, ma di un nuovo essere vivente, dinamico e meravigliosamente ordinato, un nuovo individuo della specie umana. Così è stato Gesù nel grembo di Maria; così è stato per ognuno di noi, nel grembo della madre. Con l’antico autore cristiano Tertulliano possiamo affermare: “E’ già un uomo colui che lo sarà” (Apologetico, IX, 8); non c’è alcuna ragione per non considerarlo persona fin dal concepimento.
Purtroppo, anche dopo la nascita, la vita dei bambini continua ad essere esposta all’abbandono, alla fame, alla miseria, alla malattia, agli abusi, alla violenza, allo sfruttamento. Le molteplici violazioni dei loro diritti che si commettono nel mondo feriscono dolorosamente la coscienza di ogni uomo di buona volontà. Davanti al triste panorama delle ingiustizie commesse contro la vita dell’uomo, prima e dopo la nascita, faccio mio l’appassionato appello del Papa Giovanni Paolo II alla responsabilità di tutti e di ciascuno: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà vera, pace e felicità” (Enc. Evangelium vitae, 5). Esorto i protagonisti della politica, dell’economia e della comunicazione sociale a fare quanto è nelle loro possibilità, per promuovere una cultura sempre rispettosa della vita umana, per procurare condizioni favorevoli e reti di sostegno all’accoglienza e allo sviluppo di essa.
Alla Vergine Maria, che ha accolto il Figlio di Dio fatto uomo con la sua fede, con il suo grembo materno, con la cura premurosa, con l’accompagnamento solidale e vibrante di amore, affidiamo la preghiera e l’impegno a favore della vita nascente. Lo facciamo nella liturgia – che è il luogo dove viviamo la verità e dove la verità vive con noi – adorando la divina Eucaristia, in cui contempliamo il Corpo di Cristo, quel Corpo che prese carne da Maria per opera dello Spirito Santo, e da lei nacque a Betlemme, per la nostra salvezza. Ave, verum Corpus, natum de Maria Virgine! Amen.

 

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 25 novembre 2020 – Catechesi sulla preghiera – 16. La preghiera della Chiesa nascente

http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20201125_udienza-generale.html

PAPA FRANCESCO – UDIENZA GENERALE – 25 novembre 2020 – Catechesi sulla preghiera – 16. La preghiera della Chiesa nascente

Biblioteca del Palazzo Apostolico

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

I primi passi della Chiesa nel mondo sono stati scanditi dalla preghiera. Gli scritti apostolici e la grande narrazione degli Atti degli Apostoli ci restituiscono l’immagine di una Chiesa in cammino, una Chiesa operosa, che però trova nelle riunioni di preghiera la base e l’impulso per l’azione missionaria. L’immagine della primitiva Comunità di Gerusalemme è punto di riferimento per ogni altra esperienza cristiana. Scrive Luca nel Libro degli Atti: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (2,42). La comunità persevera nella preghiera.
Troviamo qui quattro caratteristiche essenziali della vita ecclesiale: l’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, primo; secondo, la custodia della comunione reciproca; terzo, la frazione del pane e, quarto, la preghiera. Esse ci ricordano che l’esistenza della Chiesa ha senso se resta saldamente unita a Cristo, cioè nella comunità, nella sua Parola, nell’Eucaristia e nella preghiera. È il modo di unirci, noi, a Cristo. La predicazione e la catechesi testimoniano le parole e i gesti del Maestro; la ricerca costante della comunione fraterna preserva da egoismi e particolarismi; la frazione del pane realizza il sacramento della presenza di Gesù in mezzo a noi: Lui non sarà mai assente, nell’Eucaristia è proprio Lui. Lui vive e cammina con noi. E infine la preghiera, che è lo spazio del dialogo con il Padre, mediante Cristo nello Spirito Santo.
Tutto ciò che nella Chiesa cresce fuori da queste “coordinate”, è privo di fondamenta. Per discernere una situazione dobbiamo chiederci come, in questa situazione, ci sono queste quattro coordinate: la predicazione, la ricerca costante della comunione fraterna – la carità –, la frazione del pane – cioè la vita eucaristica – e la preghiera. Qualsiasi situazione dev’essere valutata alla luce di queste quattro coordinate. Quello che non entra in queste coordinate è privo di ecclesialità, non è ecclesiale. È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. La Chiesa non è un mercato; la Chiesa non è un gruppo di imprenditori che vanno avanti con questa impresa nuova. La Chiesa è opera dello Spirito Santo, che Gesù ci ha inviato per radunarci. La Chiesa è proprio il lavoro dello Spirito nella comunità cristiana, nella vita comunitaria, nell’Eucaristia, nella preghiera, sempre. E tutto quello che cresce fuori da queste coordinate è privo di fondamento, è come una casa costruita sulla sabbia (cfr Mt 7,24-27). È Dio che fa la Chiesa, non il clamore delle opere. È la parola di Gesù che riempie di senso i nostri sforzi. È nell’umiltà che si costruisce il futuro del mondo.
A volte, sento una grande tristezza quando vedo qualche comunità che, con buona volontà, sbaglia la strada perché pensa di fare la Chiesa in raduni, come se fosse un partito politico: la maggioranza, la minoranza, cosa pensa questo, quello, l’altro… “Questo è come un Sinodo, una strada sinodale che noi dobbiamo fare”. Io mi domando: dov’è lo Spirito Santo, lì? Dov’è la preghiera? Dov’è l’amore comunitario? Dov’è l’Eucaristia? Senza queste quattro coordinate, la Chiesa diventa una società umana, un partito politico – maggioranza, minoranza – i cambiamenti si fanno come se fosse una ditta, per maggioranza o minoranza… Ma non c’è lo Spirito Santo. E la presenza dello Spirito Santo è proprio garantita da queste quattro coordinate. Per valutare una situazione, se è ecclesiale o non è ecclesiale, domandiamoci se ci sono queste quattro coordinate: la vita comunitaria, la preghiera, l’Eucaristia…[la predicazione], come si sviluppa la vita in queste quattro coordinate. Se manca questo, manca lo Spirito, e se manca lo Spirito noi saremo una bella associazione umanitaria, di beneficienza, bene, bene, anche un partito, diciamo così, ecclesiale, ma non c’è la Chiesa. E per questo la Chiesa non può crescere per queste cose: cresce non per proselitismo, come qualsiasi ditta, cresce per attrazione. E chi muove l’attrazione? Lo Spirito Santo. Non dimentichiamo mai questa parola di Benedetto XVI: “La Chiesa non cresce per proselitismo, cresce per attrazione”. Se manca lo Spirito Santo, che è quello che attrae a Gesù, lì non c’è la Chiesa. C’è un bel club di amici, bene, con buone intenzioni, ma non c’è la Chiesa, non c’è sinodalità.
Leggendo gli Atti degli Apostoli scopriamo allora come il potente motore dell’evangelizzazione siano le riunioni di preghiera, dove chi partecipa sperimenta dal vivo la presenza di Gesù ed è toccato dallo Spirito. I membri della prima comunità – ma questo vale sempre, anche per noi oggi – percepiscono che la storia dell’incontro con Gesù non si è fermata al momento dell’Ascensione, ma continua nella loro vita. Raccontando ciò che ha detto e fatto il Signore – l’ascolto della Parola – pregando per entrare in comunione con Lui, tutto diventa vivo. La preghiera infonde luce e calore: il dono dello Spirito fa nascere in loro il fervore.
A questo proposito, il Catechismo ha un’espressione molto densa. Dice così: «Lo Spirito Santo […] ricorda Cristo alla sua Chiesa orante, la conduce anche alla Verità tutta intera e suscita nuove formulazioni, le quali esprimeranno l’insondabile Mistero di Cristo, che opera nella vita, nei sacramenti e nella missione della sua Chiesa» (n. 2625). Ecco l’opera dello Spirito nella Chiesa: ricordare Gesù. Gesù stesso lo ha detto: Lui vi insegnerà e vi ricorderà. La missione è ricordare Gesù, ma non come un esercizio mnemonico. I cristiani, camminando sui sentieri della missione, ricordano Gesù mentre lo rendono nuovamente presente; e da Lui, dal suo Spirito, ricevono la “spinta” per andare, per annunciare, per servire. Nella preghiera il cristiano si immerge nel mistero di Dio, che ama ogni uomo, quel Dio che desidera che il Vangelo sia predicato a tutti. Dio è Dio per tutti, e in Gesù ogni muro di separazione è definitivamente crollato: come dice san Paolo, Lui è la nostra pace, cioè «colui che di due ha fatto una cosa sola» (Ef 2,14). Gesù ha fatto l’unità.
Così la vita della Chiesa primitiva è ritmata da un continuo susseguirsi di celebrazioni, convocazioni, tempi di preghiera sia comunitaria sia personale. Ed è lo Spirito che concede forza ai predicatori che si mettono in viaggio, e che per amore di Gesù solcano mari, affrontano pericoli, si sottomettono a umiliazioni.
Dio dona amore, Dio chiede amore. È questa la radice mistica di tutta la vita credente. I primi cristiani in preghiera, ma anche noi che veniamo parecchi secoli dopo, viviamo tutti la medesima esperienza. Lo Spirito anima ogni cosa. E ogni cristiano che non ha paura di dedicare tempo alla preghiera può fare proprie le parole dell’apostolo Paolo: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). La preghiera ti fa conscio di questo. Solo nel silenzio dell’adorazione si sperimenta tutta la verità di queste parole. Dobbiamo riprendere il senso dell’adorazione. Adorare, adorare Dio, adorare Gesù, adorare lo Spirito. Il Padre, il Figlio e lo Spirito: adorare. In silenzio. La preghiera dell’adorazione è la preghiera che ci fa riconoscere Dio come inizio e fine di tutta la storia. E questa preghiera è il fuoco vivo dello Spirito che dà forza alla testimonianza e alla missione. Grazie.

 

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/11/2020)

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XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A) (15/11/2020)

Talenti da mettere a frutto per i granai del cielo
padre Antonio Rungi

In queste ultime domeniche dell’anno liturgico stiamo ascoltato continuamente le cosiddette parabole del Regno che Gesù illustrava ai suoi discepoli o ascoltatori per coinvolgerli a livello personale e comunitario nel discorso della salvezza dell’anima. Anche in questa penultima domenica di un anno liturgico vissuto nella sofferenza più totale a causa del coronavirus ritorna il tema che più volte abbiamo trattato, con sfaccettature diverse, commentando il Vangelo della domenica.
Oggi ci viene presentato un uomo che intraprende un lungo viaggio e prima di partire chiama a se i suoi servitori e consegna a ciascuno di loro tre una parte del suo patrimonio, in percentuale e consistenza diversa: 5,2 e 1 talenti. Lo scopo è che si facessero moltiplicare in sua assenza, dal momento che ne avevano le possibilità, le capacità ed una cera creatività ed inventiva.
Durante questo lungo permanere fuori del padrone, il primo servo che aveva ricevuto cinque talenti, al ritorno del padrone ne consegna dieci, avendo raddoppiato il patrimonio ricevuto; la stessa cosa riuscì a fare il servo che aveva ricevuto solo due talenti e quindi una parte meno consistente del patrimonio.
L’ultimo che aveva ricevuto un solo talento non si impegnò per nulla a farlo fruttificare e siccome aveva paura di perdere quello che aveva ricevuto e temeva il padrone, invece di investirlo in qualche modo lo sotterrò. Al ritorno del padrone lo riconsegnò pulito, pulito pensando di aver agito bene. Invece ebbe il rimprovero e la condanna del padrone, che da lui si aspettava almeno che avesse affidato ai banchieri e così, ritornando, avrebbe potuto ritirato quanto consegnato con il minimo d’interesse. Niente di tutto questo.
E allora il padrone lo rimproverò severamente con parole pesanti che devono farci riflettere anche a noi se non produciamo quanto è previsto per la nostra salvezza: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso, dovevi impegnarti a fare qualcosa. Ma nulla dell’impegno e nulla per fra produrre ciò che aveva ricevuto a titolo gratuito.
La conseguenza è nota e l’evangelista Matteo la fa risaltare con parole dure, messe in bocca a Gesù, che racconta la parabola a si suoi: “Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti». Condanna per l’eternità del servo inutile che non ha realizzato neppure il mimino indispensabile per raggiungere il Regno di Dio.
Cosa ci voglia insegnare Gesù con questo ulteriore racconto sul concetto di Regno di Dio che Egli è venuto a instaurare sulla terra, nell’attesa della completa realizzazione di esso con il suo secondo e definitivo avvento è presto detto. Non possiamo essere inoperosi in ordine ai doni ricevuti, a volte sono tantissimi, a volte molti, a volte abbastanza da parte del Signore per realizzare il nostro bene e quello degli altri. Se questi talenti non li facciamo fruttificare è solo ed esclusivamente colpa nostra. E il Signore ci chiederà conto di quello che abbiamo ricevuto da lui. La vita: come l’abbiamo vissuta e valorizzata? La fede, come l’abbiamo accolta e testimoniata; il doni personali e le qualità soggettive con tutti i carismi individuali che pure abbiamo, dove li abbiamo messi. Quale servizio per il bene della comunità, della chiesa, dell’umanità e di noi stessi abbiamo realizzato con essi?
Questo è il tempo della verifica, soprattutto in questo tempo di pandemia. Dobbiamo avere la coscienza e l’onestà intellettuale di confessare a noi stessi e se è il caso anche al confessore le nostre inadempienze, lo scarso coraggio e inventiva nel far fruttificare i doni che abbiamo avuto dal Signore, sia su questa terra soprattutto in vista dell’eternità. La salvezza della nostra anima dipende da noi, se davvero prendiamo a cuore ciò che è necessario fare per camminare in santità di vita, vivendo il vangelo e non sotterrando il desiderio di santità e di perfezione nella carità che è insito nel cuore di ogni essere umano capaci di volare alto e non fermarsi alla terra, nella quale spesso sotterriamo i grandi doni dello spirito che non si liberano dalle maglie del materialismo e delle apparenti sicurezze di varie scienze e conoscenze. Essere servi, buoni, fedeli e produttivi va a vantaggio dell’economia della salvezza di tutto il genere umano, perché noi siamo parte di un Tutto, che ci ha redenti e salvati nell’amore.
Sempre attingendo dall’epistolario di San Paolo Apostolo anche oggi ci viene proposto un testo, come seconda lettura, della sua lettera ai Tessalonicesi, nel quale è espresso il pensiero teologico e dottrinale di Paolo riguardo ai tempi e ai momenti del giorno del Signore, che verrà come un ladro di notte, senza avvisarci, quindi improvvisamente. Per cui quando siamo certi apparentemente che «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina ci colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Mi sembra quello che stiamo vivendo da un anno, con la pandemia, è proprio una concretizzazione di quanto è detto nella Parola di Dio. Tuttavia, nonostante questa consapevolezza, è pur vero che i credenti non sono nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprenderli come un ladro. Infatti siamo tutti figli della luce e figli del giorno. Se siamo espressione della luminosità di Dio, che è grazia e amore, noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre, ma a Dio che è Luce. Di conseguenza non possiamo dormire sulle cose che passano e scorrono davanti alla storia e a noi, ma dobbiamo vigilare ed essere sobri.
Da questo punto di vista dobbiamo imparare dallo stile di vita e di azione della donna, così come viene ricordata nel brano della prima lettura di questa domenica XXXIII del tempo ordinario, tratta dal libro dei Proverbi, questa raccolta sapienziale dell’AT che molto ha da dirci ed insegnarci anche in merito alla condizione femminile nella Bibbia: “Una donna forte chi potrà trovarla?
Non è facile trovarla, soprattutto di questi tempi, tuttavia ci sono persone buone e sante in giro per il mondo e che sono donne in tutti i sensi.Una donna ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Contare sulla collaborazione della donna è fondamentale per la sopravvivenza della vita familiare. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città. Bisogna prendere atto che senza le donne il mondo non cresce e non migliora affatto, al contrario decresce e perde di afflato e consistenza di ogni genere. Con la preghiera della colletta chiudiamo, a modo di sintesi, la nostra riflessione sulla parola di Dio di questa domenica: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per il nostro Signore Gesù Cristo… Amen.

 

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